Tra le grotte, nel segno di Buddha

Faccio colazione nel “mio” ristorante a bordo Mekong.

Lo osservo mentre mangio la macedonia: lento, maestoso, silenzioso, imponente.

Porta con sé molti rami più o meno grandi, sicuramente prodotti dalle piogge ancora abbondanti.

La proprietaria del ristorante parla un ottimo inglese, merito dei suoi studi alla American school di Vientiane.  
Parlando con lei, sempre nel tentativo di fare un piano per i prossimi giorni, vengo a sapere che oggi inizia la festa sul fiume di cui avevo visto i preparativi a Luang Prabang. 

Mentre parliamo, aggiunge:

“Oggi fa fresco eh? Ma non c’è da illudersi, più tardi le temperature aumenteranno sicuramente”.
Veramente sto già boccheggiando!

‎Per via della festa e di alcuni posti da vedere nei dintorni, decido di fermarmi qui per l’intera giornata.

Questa decisione scatena una serie di scelte praticamente obbligate per i prossimi giorni. Praticamente solo oggi, a quattro giorni dalla fine della vacanza, riesco a fare un piano che vada oltre la singola giornata.

Ormai da tanti anni é così, almeno i viaggi voglio lasciarli regno delle decisioni prese al momento, sull’onda di emozioni, impressioni, sensazioni, situazioni. Pianificarle in anticipo mi dà una sensazione di soffocamento, di prigionia. 

Anche per questo adoro la moto come mezzo di trasporto. Oltre che per le sensazioni che mi regala guidandola, la amo per la libertà totale che mi dà, lasciandomi decidere quando e dove andare, quando preferisco.

Dico alla persona in reception che mi fermo anche oggi e riprendo la moto, che ieri avevo chiesto di poter mettere dentro la guesthouse, in una stanza a piano terra.

Scopro così che la porta che dà sulla strada, non si chiude. Se la tiri, si apre. 

Lo dico al tipo.
“No problem ! “, facendomi capire che lo sapeva.

Allora ho fatto bene a ignorare quello che mi ha detto ieri, mentre legavo la moto col cavo, nonostante fosse all’interno dell’edificio. Che poi era di nuovo “No problem ! ”

Ma ieri, dopo aver sentito la storia dell’italiano che ho incontrato arrivando alla guesthouse, ho preferito comunque mettere il cavo. 

Quando sono arrivato, ho visto un ragazzo uscire, zaino in spalla, con una faccia tesa. Una volta fuori ha iniziato a caricare lo zaino e altri due che erano già fuori su una piccola moto. 

Scopro che é italiano e ci diciamo reciprocamente che siamo il primo italiano che incontriamo da quando siamo in Laos.

Mi racconta quello che sta passando:

“Eravamo in un’altra guesthouse là “, e indica un punto alle sue spalle, “sono entrati in camera e ci hanno rubato tutto: soldi, carta di credito e documenti ! Un’amica della mia ragazza ci ha prestato dei soldi e siamo riusciti a stare qui per qualche giorno, ma adesso abbiamo di nuovo finito tutto e siamo costretti a tornare dove ci hanno rubato le cose, é l’unico posto che ci ospita”
“Ok vi posso aiutare se serve”
“No, dovremmo aver risolto, grazie però ! ”
“Ok, sapete dove sto, in caso fatemi sapere ! ”

Da ieri, quindi, giro con tutto addosso, che ugualmente non mi fa stare tranquillo, forse ancora meno che lasciare qualcosa in stanza. Di sicuro anche lasciare tutto in stanza, non mi sembra un’idea geniale.

Esco per visitare un paio di grotte nei dintorni.

Lungo la strada mi viene voglia di un cocco fresco. Essendo un ospite speciale, nel chiosco dove mi fermo ne scelgono uno bello grande, pieno di succo che, complice il gran caldo umido, inizia a farmi sudare come una fontana così, stando fermo. 

Arrivo al bivio per la prima grotta. Inizia una pista molto sconnessa, mi ritrovo a saltare da un dosso all’altro, tra pozzanghere di fango e rocce assieme a varie persone che vanno e vengono dai villaggi intorno. Per loro é la normalità, non vedo mai espressioni scoraggiate o contrariate.

Penso a quando tutte le strade erano così. Ancora non molto tempo fa, a quanto leggo sulle guide.

Dopo qualche chilometro di salti, arrivo al villaggio che si trova a fianco della grotta.

Non ci sono cartelli, ma arrivo a colpo sicuro al sentiero da prendere. Ogni volta che mi fermo per guardarmi intorno e cercare di capire la direzione da prendere, le persone mi fanno dei gesti, indicandomi con un sorriso dove devo andare.

Parcheggio a fianco di un tempio. Sotto la pagoda, un ragazzo sdraiato a terra é ipnotizzato davanti alla televisione, che urla ad alto volume. 

Si gira, mi guarda. Faccio un gesto, indicando la montagna dove penso debba andare. 

Fa un sospiro come a dire, “Va bene, arrivo”, si infila a fatica una maglietta lacera, spegne la TV e mi raggiunge.

È invalido, cammina con difficoltà trascinando i piedi scalzi sulle pietre del sentiero.
Non ci diciamo una parola lungo il cammino.

Superiamo un bel ponte in legno e camminiamo ai piedi di una collina. Quella che ospita la grotta immagino. 

Arriviamo finalmente all’ingresso, anticipato da un grande arco, come se fosse un tempio.

Sotto, la solita piattaforma di legno dove le persone si stendono o siedono. Ci sono tre donne anziane che intrecciano foglie di banano e fiori per fare delle offerte da vendere ai fedeli.

Entro nella grotta, ricorda molto quella di Pak Ou, con tante statue di Buddha che arrivano a perdersi nell’oscurità. 

Solo con molti più pipistrelli. Ne sento tanti gridare nelle parti alte, più scure, della grotta, ne intravedo diversi volare. 

Mi muovo con cautela per non svegliarli.

Non so se sia una paura reale o solo una leggenda, ma ho l’immagine  di uno stormo di pipistrelli che si stacca in volo dal soffitto della grotta, volando a pochi centimetri dalla mia testa. 

Do ancora una breve occhiata in giro, alle tante offerte lasciate dai fedeli e torno giù, sul sentiero, poi sul ponte fino alla moto, nel paesino. 

Mi guardo intorno, le povere casupole in legno e bambù, fuori dal tempo.

Torno sulla strada per poi girare dopo pochi chilometri sulla pista che dovrebbe portarmi all’altra grotta. 

Questa é in condizioni ancora peggiori dell’altra: é coperta di fango fin dove riesco a vedere.

Finalmente riesco a mettere all’opera Beauregard come merita una moto così ! 

Inizio a passare tra una pozzanghera e l’altra, ma spesso dentro le pozzanghere, non avendo alternative, ma essendoci soltanto un unico grande lago di fango. Di profondità ignota, quindi, ma per fortuna mai eccessiva.

Mi auguro solo che non sia tutto così, perché nove chilometri in queste condizioni possono portare via molto tempo. 

Qui c’è molto meno passaggio di gente, in ogni caso c’è qualche altro povero disgraziato che fa lo slalom nel fango.

Per fortuna sono solo i primi chilometri ad essere così. La pista esce allo scoperto senza più gli alberi a coprirla, adesso é in pieno sole, asciutta. 

Passo tra colline aguzze, piccoli stagni e le immancabili risaie. Il Laos é praticamente una monocoltura di riso!

Arrivo al parcheggio prima delle grotte,  mi incammino sotto un sole potente insieme ad un gruppo di laotiani piuttosto giovani. 

Percorro una passerella che supera una palude, fino ai piedi della collina dove si trova la grotta.

All’inizio della scalinata che porta all’ingresso della grotta, trovo un grande gong che faccio vibrare come ho imparato a fare a Luang Prabang, ormai molti giorni fa.

La grotta é stata scoperta non molti anni fa, nel 2004, da un contadino del posto che, incuriosito dal vedere ogni giorno dei pipistrelli levarsi in volo da una piccola cavità nella roccia, si é infilato all’interno e, oltre a scoprire la grotta con stalattiti stalagmiti e le varie formazioni carsiche, ha trovato decine di statue di Buddha risalenti ai secoli scorsi.

Le statue sono ancora là e per proteggerle é stata aggiunta una piccola grata fermata da un lucchetto e gestita dagli abitanti del vicino villaggio. 

Il luogo é molto venerato, all’interno trovo diverse persone in preghiera e meditazione e altre semplicemente a chiacchierare. 

Essendo un luogo di culto vivo, appena tiro fuori la macchina fotografica vengo fermato da almeno due voci decise: 
“No pictures!”

Questo l’hanno imparato di inglese, penso tra me e me mentre scendo la ripida scala scavata nella roccia.

La grotta é molto raccolta, ricca di formazioni calcaree e piena di statue di Buddha, alcune grandi, molte alte solo pochi centimetri. 

Il luogo é suggestivo, complice la leggera illuminazione e il profumo di incenso. 

Resto diverso tempo, in silenzio, guardandomi intorno e osservando le persone attorno a me che parlano a bassa voce o pregano.

Respiro di nuovo all’aria aperta e ripeto velocemente la pista per tornare a Thakhek.

A volte l’andata é veloce, perché si ha il forte desiderio di arrivare in un posto e non si pensa ad altro, mentre invece il ritorno é lento e noioso, perché nulla ormai ci attende. 

Altre volte invece, come in questo caso, l’andata é lenta perché verso l’ignoto, sempre col dubbio che ci sia qualcosa a fermarci inesorabilmente e il ritorno é veloce perché ormai non ci sono più incognite e già sappiamo cosa dovremo affrontare e come. 

Fatto sta che in meno di mezz’ora sono di nuovo alle porte di Thakhek, pronto per l’ultima visita: un tempio che si affaccia sul Mekong, costruito sopra le rovine di un antico sito khmer.

Lo trovo facilmente. Per fortuna, pur essendo in rifacimento, riesco ad entrare e visitarlo. La vista del fiume é magica, magnetica.

Il tempio interessante, peccato però non emerga in nessun punto la sua storia, che non ci siano tracce dell’antico passato khmer. 


Torno in città a bere una birra in quello che é diventato il mio luogo preferito, nel ristorante a bordo fiume. 

Giusto in tempo per evitare un violento nubifragio che si abbatte velocemente su di noi.

Tutto si svolge in pochi minuti, meno di quindici.

Un vento potente si alza all’improvviso, facendo volare foglie e rami, il sole rovente che c’era stato fino a qualche istante prima scompare sotto uno spesso strato di nuvole nere, un tuono rompe la tensione e l’acqua irrompe violenta, assoluta.
Qualche barca si aggira nell’immensità del fiume.


Nel frattempo parlo con la signora, le chiedo della festa, la gara di barche di cui mi aveva parlato. 
“Eh, ma c’è già stata! All’una!”

Mica me lo aveva detto… ok, la vedrò domani a Savannakhet.

Per stasera, mi accontento di vedere quella che fanno in Thailandia, dall’altro lato del fiume.



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