Informazioni su Nelik (FB)

https://nelinkas.wordpress.com http://www.nelik.it

Ultimo giorno in Laos

Piove. Il cielo é coperto, grigio uniforme.

Tempo perfetto da ultimo giorno.

Faccio allora quello che non avevo voglia di fare e cioè tirare fuori dalla borsa i vestiti più pesanti in vista del viaggio di stanotte in aereo e dell’arrivo domani nel freddo di Bruxelles.

Siccome ho appuntamento con Jean Louis alle 14:30 da Fuark, il meccanico che ha affittato la moto, parto con tutta calma alle 10.

Sono a soli 150 km da Vientiane, ma per fortuna ho un paio di luoghi interessanti da visitare: non sarà solo un mesto trasferimento.

Continua a piovere, per cui ‎impermeabilizzo la sella con una busta di plastica. Sarà per la pioggia, ma mi sembra ci sia ancora meno traffico del solito.

Le colline sono parzialmente nascoste da basse nuvole, morbide come ovatta.

In alcuni tratti fiancheggio il Mekong, a volte supero dei suoi affluenti, gonfi di acqua limacciosa, rossa. Deve piovere molto all’interno.

Per fortuna alla fine, nonostante fosse ancora la stagione delle piogge, ne ho presa davvero poca, tre volte in tutto.

La strada corre assieme ai pensieri, quando il mio sguardo é catturato da un ciclopico Buddha che mi scruta da lontano. 

Hanno costruito una statua enorme in cima a un collina, non molto lontano dalla strada.

Sarà per proteggere i viandanti? Per intimorirli? Spiarli?

A fine mattinata arrivo al santuario della Sacra Impronta. Sono felice che sia completamente deserto, stranamente anche senza monaci, così posso girare e fotografare liberamente.

L’impronta somiglia ad una grande tinozza dorata a forma di piede. La forma é regolare, stilizzata, simmetrica. É protetta da delle inferriate decorate con motivi buddisti. 

Fuori il silenzio é assoluto, tranne qualche uccello che lascia cadere il suo richiamo dall’alto.

Sto tornando alla moto, quando sbuca un monaco anziano nel cortile.

Inizia a parlarmi fittamente in lao, poi, quando vede il mio sorriso e l’espressione a dire, “spiacente, ma non capisco nulla di quello che mi stai dicendo”, ripiega sul francese, riuscendo a farsi capire un poco di più. Solo poco, perché é un francese allungato con un’abbondante dose di lao.

Non si capacita che non sia sposato. Quando gli ripeto che sì, sono celibe, a questa parola scoppia in una fragorosa risata e inizia a ripeterla come per convincersene, continuando a ridere.
“Célibataire… hi hi hi !! … célibataire… hi hi hi!!”
Il tutto mentre continua a spazzare un angolo di cortile, spostando la terra da una parte all’altra con una vecchia scopa piegata dall’uso. ‎

Mi rimetto in moto fin quando capisco, dal numero di ragazzi per strada e dai crampi che arrivano dal mio stomaco, che é ora di pranzo e la scuola, anche per oggi, é finita. 

Mi fermo in un mercato lungo la strada.
É pieno di frutta esotica e altre stranezze, tra cui delle tinozze piene di pesci gatto, lasciati uno sull’altro senza acqua e grandi carpe, messe in tinozze con dell’aria mandata da un piccolo motore.​

Compro degli spiedini, ma, nonostante il profumino invitante che la brace manda intorno, me ne pento perché la carne é molto grassa e callosa.

Prima di partire nuovamente, mi rifaccio la bocca con una noce di cocco.

Mi aspetta l’ultima cosa da vedere, il cosiddetto Buddha Park. Tre settimane fa, quando ero arrivato, avevo dimenticato di andarci; ne approfitto adesso, che ho ancora un po’ di tempo.

Lascio la statale 13, quella che attraversa il paese da nord a sud e inizio una strada secondaria che in pochi metri perde la corazza grigia di bitume e si copre del mantello rosso di terra. 

Man mano che procedo, la pista peggiora sensibilmente, tra buche sempre più grandi, pietre sconnesse e salti. Mi aspettano 35 km così.

Mi viene da sorridere pensando che proprio l’ultimo giorno vado a infilarmi su una delle piste peggiori che ho fatto qui in Laos e per non pochi km. Il tutto a poche ore dall’aereo! “Molto Nelik”, come direbbe qualcuno. 

Mi torna in mente quando andai in Tunisia con un mio caro amico qualche anno fa. Lì fu ancora peggio perché la nave che ci avrebbe riportato in Italia sarebbe partita nel giro di 4/5 ore e ci eravamo infilati in una situazione molto complicata su una pista non segnata.

I chilometri passano molto lentamente, come spesso accade sulle piste. Il paesaggio compensa ampiamente la fatica: é magnifico, tra scampoli di foresta, risaie a perdita d’occhio e a poca distanza, scorci sul mitico Mekong.

Attraverso diversi paesini. Rifletto che fino a pochi anni l’intero Laos era così, tra tempi biblici di spostamento, polvere e isolamento in caso di piogge. Le case e le capanne sono coperte della terra rossa sollevata dai veicoli che passano. 

Sarà anche più romantico e selvaggio avere le piste invece delle strade asfaltate, ma per chi ci vive immagino che sia una dannazione. 

Alla fine, dopo molti salti e gimkane tra le buche, arrivo al Buddha Park, coperto di polvere ma felice per l’ultimo, splendido angolo di Laos che ho visto.

Il parco é simpatico, pieno di statue a tematica buddista, in mille posizioni e forme. 

Mi arrampico all’interno di una grande scultura sferica, arrivando  in cima per abbracciare con lo sguardo l’intero parco.

Assieme a me ci sono due ragazzi, uno di loro inizia a parlarmi.

Ha appena terminato gli studi di medicina, iniziamo a parlare in inglese, ma presto cambiamo con il francese, con cui si trova molto più a suo agio. É la prima persona che incontro in Laos che le conosce entrambe!

Pensa che in Italia sia facile trovare lavoro, ma lo dissuado subito. In alcune parti d’Europa forse ancora sì, dipende. Ma in Italia proprio no e soprattutto spesso e volentieri si viene sfruttati con orari assurdi, paghe in nero e zero diritti.

Quello che critichiamo a paesi come la Cina, ad esempio, viene fatto regolarmente e sistematicamente in Italia da decenni. Il tutto condito da evasione massiccia e corruzione cronica.La ricetta perfetta per la rovina.

Riparto perché sono in ritardo con Jean Louis, che provo a chiamare senza successo. 

L’ingresso a Vientiane é trafficato, non tanto come in altre città, ma molte strade sono bloccate. Una buona metà di veicoli sono SUV. 

Mi torna in mente quello che mi aveva raccontato Jean Louis all’inizio della vacanza, che quando era arrivato qui 25 anni fa, si potevano contare 4 o 5 auto passare nell’intera giornata.

Arrivo da Fuark, riconsegno la moto e sistemo i bagagli, riuscendo a far stare tutto nelle borse laterali, che spedirò al check in. 


Di Jean Louis, nessuna traccia. All’ultimo tentativo che decido di fare, prima di iniziare a organizzarmi da solo, finalmente risponde al telefono. Aveva capito che sarei arrivato domani e si era organizzato in altro modo.
Alla fine però riesce a liberarsi e viene con lo scooter, il mezzo nazionale con il quale l’intero paese si muove e trasporta le cose più incredibili. 

E infatti anche adesso carichiamo le valigie laterali sui fianchi dello scooter e mettiamo la borsa da serbatoio nel piccolo canestro sul manubrio. 

Andiamo a bere la mia ultima birra sul Mekong, fin dopo il tramonto. Il viaggio é iniziato qui e finisce qui. 

Per certi versi mi ricorda il viaggio in Sud America, che era iniziato su un oceano, il Pacifico ed era finito su quello opposto, l’Atlantico.

Mi racconta subito che ieri é morto il re della Thailandia. 
“É tutto fermo, il paese é nel caos!”, mi dice cercando di spaventarmi, per scherzare. 
“Ma dai, davvero?!” chiedo incredulo.
“Sì, ma non preoccuparti, i voli sono garantiti. Però é vero che adesso si scatenerà una lotta di potere, perché l’erede legittimo, il figlio del re, é un criminale mafioso e la popolazione non lo vuole. Vorrebbe la figlia, ma la costituzione vieta la possibilità di una regina al posto di un re.”
Parliamo delle recenti rivolte tra gialli e rossi, dove ci furono diversi morti.

Mi racconta ancora qualche aneddoto di vita di Vientiane e del Laos, sulla ‎mafia del legname e delle altre ricchezze del paese.

Trascorriamo un paio d’ore molto piacevoli, poi arriva il momento di salutarci. Mi porta a un tuk-tuk contrattando il prezzo per portarmi in aeroporto.

Mi ritrovo a chiudere il viaggio nel retro di un tuk-tuk verso l’aeroporto, guardandomi intorno e rivedendo come in un film le tante immagini di splendidi paesaggi, di sorrisi e contatti con le persone, le sensazioni vissute di pace e tranquillità.  

Mi torna in mente la frase di Tiziano Terzani: il Laos non é un luogo, ma uno stato d’animo. 

Spero che continui ad esserlo ancora a lungo, senza omologarsi all’interpretazione occidentale di offerta e accoglienza turistica e senza distruggere le proprie risorse e tradizioni per la devastante  dannazione del turismo di massa.

Chissà, forse la sua fortuna sta proprio nell’assenza del mare, letale richiamo di orde di persone affamate solo di sdraio al sole, acque limpide e cocktail, senza sapere nemmeno dove si trovano. Potrebbero stare ovunque, esattamente lo stesso concetto del fast food, per cui un McDonald’s é identico sia che si trovi a Istanbul, Mosca o Rio.

Chokdee, Laos!

Che il ritorno abbia inizio

Chiudo in fretta i bagagli, quasi in trance. Ormai praticamente la testa é a Bruxelles e la mente viaggia ai giorni scorsi, alle meraviglie viste, alle esperienze vissute.

Prima di partire vado a salutare il Mekong.

Lo vedrò ancora sia oggi che domani, ma ho voglia di osservarlo il più possibile per imprimermelo bene nella mente.

Per una serie di coincidenze, sbadataggini e sfortune, praticamente catapulto con forza il telefono che uso sempre sul marciapiede, facendogli fare un gran volo di faccia.

Schermo in mille pezzi, completamente fuori uso.
Fortuna che avevo già configurato il secondo telefono con le app che uso per scrivere il blog.

[per la cronaca, tutto il blog é creato e gestito al 100% con un magnifico BlackBerry Z30. Adesso i prossimi articoli li scriverò con il fratellino Z10, in attesa di cambiare lo schermo allo Z30]

Da diversi giorni mi dico che devo aggiungere dell’olio a Beauregard, ma continuo a dimenticarmi. Il cambio é diventato duro e quando faccio un po’ di km di fila, mi sembra che scaldi davvero tanto, troppo. Non vorrei rompere il motore proprio adesso !
Vado da un meccanico che avevo visto ieri, durante la passeggiata.

Scopro così che il proprietario dell’officina é un appassionato di cross, mi mostra fiero alcune foto dei suoi salti più spettacolari durante alcune gare.

Dopo aver aggiunto l’olio, il cambio torna ad essere un burro… ne aveva decisamente bisogno! 

Prima di partire vado a visitare il tempio di That Ingha, un luogo di culto molto venerato e antico.




Trovo un monaco che benedice un’intera famiglia, aspergendoli con non so cosa al termine del rito. La versione buddista della benedizione cristiana. 

Finita la cerimonia, torna a sedersi su una specie di trono a telefonare con uno smartphone enorme e dorato.

Il contrasto tra l’essenza, l’ascetismo e la modernità, la moda dello smartphone é eclatante. 

Provo a far vibrare diversi gong che si trovano all’interno del tempio, ma non ci riesco con nessuno. Mentre invece nei giorni scorsi ci riuscivo sempre, ricevendo i complimenti dei laotiani.

Lo prendo come un segno, quanto meno del mio umore. 

Riprendo la statale, direzione Thakhek.

Passo davanti al grande stabilimento della Nikon, che evidentemente ha esternalizzato in Laos almeno parte della produzione. 

Ci sono anche diversi venditori a bordo strada. Stavolta, invece del cocco voglio cambiare. Diversi venditori hanno dei piccoli ananas, voglio provarli.

La signora da cui mi fermo, ne vende a gruppi di 6 a 15mila kip, cioè un euro e mezzo.

Le faccio capire che vorrei mangiarlo subito, visto che non saprei nemmeno dove mettere sei ananas, per quanto piccoli!

Senza chiedere altro, prende un coltellaccio affilato come un rasoio e inizia a sbucciarli e tagliarli a pezzi.

Buoni! É un attimo tornare ai meravigliosi ananas che ho mangiato durante la traversata della foresta amazzonica… era l’unica frutta che si trovava, dolcissima. 

Mentre la mente vaga tra i viaggi, le persone, immagini passate e presenti, la moto, con un colpo di tosse, da un momento all’altro si spegne!

La benzina!!

Mi sono completamente dimenticato di farla e l’assenza del contachilometri non aiuta.

Chiedo in una casupola vicino alla strada e per fortuna il benzinaio più vicino é a pochi km. 

Arrivo a Thakhek intorno all’una, in tempo per la fantomatica gara di barche che ero andato a cercare, senza successo, anche a Savannakhet.

Nella mia testa, avendo visto i monaci di Luang Prabang preparare grandi decorazioni di draghi e altre forme mitologiche e avendo letto che si tratta di una festa religiosa, mi ero fatto l’idea che la gara fosse in realtà una sfilata particolare, come quella thailandese che ho visto proprio qui a Thakhek un paio di giorni fa. 

E invece scopro che si tratta proprio di una gara, tipo canottaggio.

Oggi si sfidano dal lato thailandese, una serie di squadre gareggia a più riprese per scegliere la migliore.

Domani sarà il turno del Laos. 

E sabato si scontreranno la migliore della Thailandia con la migliore del Laos.

Speravo in qualcosa di più caratteristico e tradizionale, comunque osservo da lontano la gara ascoltando le urla del cronista lanciato a tutto volume da diverse radio attorno a me. 

Mi avvio verso Pakxan. 

La strada scorre veloce tra tratti residui, molto pochi purtroppo, di foresta.

Mi ricorda l’Amazzonia (la seconda volta oggi!) dove lungo la transamazzonica la foresta era completamente scomparsa per far posto agli allevamenti di bestiame e si vedeva soltanto a chilometri e chilometri di distanza, all’orizzonte.

Qui per fortuna non é ancora così, ma il legname resta una delle risorse principali del Laos e se non riusciranno a proteggere la foresta adeguatamente, farà la stessa fine. 

Il tempo é perfetto, coperto al punto da avere una piacevole temperatura fresca e niente sole negli occhi. Peccato il vento, molto forte che arriva dall’interno, dalle montagne.

Passo a fianco ad un tempio molto bello ai piedi di una collina. Mi fermo per scattare qualche foto, un monaco un po’ sorpreso dalla mia vista mi saluta con grandi sorrisi. 



Arrivo ‎a Pakxan in tempo per vedere un tramonto magnifico sul fiume.

La città si trova nel punto in cui si uniscono un piccolo fiume e il Mekong. 

Domani mi aspettano gli ultimi tristi 150 km per arrivare a Vientiane e prendere l’aereo che mi riporterà alla realtà.

Nel (mio) punto più a sud

Mi sveglio presto, ma parto tardi. Un grande classico, che si spiega con mille cose che avrei dovuto fare ieri e che invece faccio stamattina. 

Così mi viene l’ansia da ritardo, per via della corsa delle barche di cui mi ha parlato la signora del ristorante e finisco per non fare colazione, partendo a stomaco vuoto.

Un cocco lungo la strada mi salverà.

Per il momento, mi avvio verso la Grande Muraglia, nome pomposo dato ad un tratto di muro lungo una quindicina di km (almeno il tratto ancora oggi esistente) a pochi km da Thakhek. ‎

Pare sia stato costruito nell’800, ma se ne sa molto poco.

Il nome mi attira per cui, nonostante sia nella direzione opposta e sia già tardi… ci vado!

In meno di mezz’ora trovo la deviazione, mi addentro nella boscaglia sul solito sentiero allagato di fango. 

Arrivo ad uno spiazzo dove parcheggio. Si intravede un muro molto alto, imponente. Ricorda le mura megalitiche presenti in diverse località del Sud del Lazio. 

Mi avventuro a piedi tra gli alberi, cercando di capire se sto incrociando qualche essere volante, strisciante o camminante.

Il muro é imponente, i singoli blocchi enormi.

Seguo il muro tra la vegetazione fino a quando, con mia grande sorpresa, raggiungo quella che sembra essere una zona picnic, se non fosse che c’è una statua della Madonna con bambino. 

Tutto mi sarei aspettato, tranne un luogo di culto cristiano. 

Torno sul sentiero più grande che raggiunge direttamente il punto in cui mi trovo. Prima non l’avevo fatto, perché sembrava si allontanasse dal muro e non mi andava di fare strada inutile. 

Tornando verso Thakhek, mi fermo in un altro punto dove é ancora presente un altro pezzo di muro.

Peccato che tutto il resto o buona parte di esso, sia sparito. Presumibilmente distrutto dall’uomo, visto come le parti ancora in piedi hanno resistito bene. 

La strada per Savannakhet é facile e veloce, ma é tardi e soprattutto non ho mangiato nulla, per cui non mi rilasso. 

Ogni villaggio che incontro, cerco con lo sguardo le noci di cocco da bere, poi divento meno esigente e cerco della frutta in generale. 

Niente. 

Solo ristoranti di noodle e baracche dove vendono olio motore e pneumatici. 

Mi rassegno, dopo un’ora abbondante di strada e una gran sete, a bere l’acqua minerale che ho con me, quando incontro 5 baracche con noci di cocco una dietro l’altra.

Sebbene non abbia più sete, mi fermo. Ho la consapevolezza che tra pochi giorni tutto questo sarà un sogno ed entrerà nel mito del viaggio… per cui ne approfitto, finché posso.

C’è una ragazza nella capanna con qualche decina di cocchi. I più piccoli (già grandi, secondo la tipica dimensione media) costano 8000 kip, cioè 80 centesimi di euro. Quelli più grandi, delle autentiche bombe, 10000 kip, 1 euro. 

Opto per la versione piccola e riparto per Savannakhet, che raggiungo in pochi minuti. 

Sono le 13, ma non c’è traccia di festa, corsa o ricorrenza. Nulla. 

Faccio un giro sul lungofiume, poi trovo da dormire. 

E in effetti ne approfitto subito. Non so perché, ma mi cade addosso una stanchezza improvvisa che mi fa perdere i sensi per quasi un’ora. 

Esco nel primo pomeriggio, visitando alcuni templi buddisti e la chiesa cattolica di Santa Teresa. 







Vado anche nel museo dei dinosauri. La ragazza che vende i biglietti deve annoiarsi a morte, visto che, pur non parlando inglese,  mi accompagna nella visita leggendomi il titolo di ogni vetrina dove sono esposti i reperti.

Ma soprattutto, aprendo meticolosamente e sistematicamente tutti i cassetti al di sotto delle teche con scritto grande “No open” e istigandomi con “photo photo!” accompagnato da una risata eccitata.

Finisco le visite “di rito” al museo cittadino, una semplice raccolta di fotografie dei tempi della guerra del Vietnam, di vari compagni notevoli del partito e degli impianti industriali odierni, più qualche altro reperto e memorabilia dei tempi del protettorato francese.

Passeggio un poco sul lungofiume, dove trovo la solita sfilata di banchi dove si gioca a bucare i palloncini con le freccette per vincere dei peluche.  

Solo che qui vanno un po’ oltre e in alcuni banchi ci sono delle ragazze in ginocchio su dei piedistalli, dietro delle reti di metallo. 

Qui, invece che far scoppiare i palloncini, si deve cercare di colpire con una pallina da tennis una piccola lastra di metallo sulla destra della gabbia. Se si riesce a colpire il bersaglio, la panca dove la ragazza é inginocchiata si apre e la ragazza precipita in una tinozza piena d’acqua. 

Assurdo. E forse ancora più assurdo é che a questo gioco umiliante e stupido, giochino anche le ragazze.  

Mi rilasso aspettando il tramonto a bordo fiume, sedendomi a un tavolino di un ristorante e ordinando una birra. L’onnipresente Beer Lao. Osservo il grande fiume scorrere lento. 

La cameriera mi guarda come se fossi matto quando scelgo uno dei tavoli al sole. Ma, di nuovo, so che tra pochi giorni tornerò nel freddo nord-europeo, per cui ne approfitto finché posso. 

Sono con l’umore da fine delle vacanze. Avevo paura fossero troppi giorni; in realtà sono volati. É sempre così.

In questo tipo di viaggi, indipendenti con la moto, si vive spesso il paradosso di ricevere una quantità enorme di stimoli, che ti danno la sensazione che il tempo si moltiplichi (in uno stesso giorno si possono vedere tantissime cose diverse anche in punti molto lontani tra loro), ma, allo stesso tempo, una compressione del tempo, che ti dà la certezza che il tempo sia volato più  rapidamente del dovuto.

Il tramonto é tra le nuvole thailandesi.

Il forte vento che si solleva improvviso mi fa pensare al nubifragio di ieri. Forse anche oggi sarà così.

Sono tranquillamente seduto a guardare il fiume, quando dal tavolo a fianco dei signori che stanno cenando mi invitano. Declino, ma insistono per offrirmi almeno un bicchiere di birra per un brindisi, visto che la mia è finita.
Facciamo qualche brindisi, poi li saluto.

A cena rivivo la sensazione di questi ultimi giorni, visto che vado in un ristorante pieno di giovani e mi sento osservato in ogni momento.

Faccio un’ultima passeggiata sul lungofiume.

Osservo come, almeno qui, la parte thailandese sembri meno appariscente e movimentata di quella laotiana.

Mi torna in mente quello che scriveva vent’anni fa Tiziano Terzani, sul contrasto tra le luci thailandesi e la tranquillità laotiana. 

Torno verso la guesthouse. Sono le 23, é tardi secondo le abitudini di qui. Molti stand sul lungofiume sono chiusi con dei teloni; le persone dormono dentro per essere subito pronti domani per un’altra giornata di lavoro. 

Sul fiume scuro, qualche rara barca naviga lentamente.  

Domani avrò una lunga tappa di rientro in direzione di Vientiane.  Ormai ci siamo.

Tra le grotte, nel segno di Buddha

Faccio colazione nel “mio” ristorante a bordo Mekong.

Lo osservo mentre mangio la macedonia: lento, maestoso, silenzioso, imponente.

Porta con sé molti rami più o meno grandi, sicuramente prodotti dalle piogge ancora abbondanti.

La proprietaria del ristorante parla un ottimo inglese, merito dei suoi studi alla American school di Vientiane.  
Parlando con lei, sempre nel tentativo di fare un piano per i prossimi giorni, vengo a sapere che oggi inizia la festa sul fiume di cui avevo visto i preparativi a Luang Prabang. 

Mentre parliamo, aggiunge:

“Oggi fa fresco eh? Ma non c’è da illudersi, più tardi le temperature aumenteranno sicuramente”.
Veramente sto già boccheggiando!

‎Per via della festa e di alcuni posti da vedere nei dintorni, decido di fermarmi qui per l’intera giornata.

Questa decisione scatena una serie di scelte praticamente obbligate per i prossimi giorni. Praticamente solo oggi, a quattro giorni dalla fine della vacanza, riesco a fare un piano che vada oltre la singola giornata.

Ormai da tanti anni é così, almeno i viaggi voglio lasciarli regno delle decisioni prese al momento, sull’onda di emozioni, impressioni, sensazioni, situazioni. Pianificarle in anticipo mi dà una sensazione di soffocamento, di prigionia. 

Anche per questo adoro la moto come mezzo di trasporto. Oltre che per le sensazioni che mi regala guidandola, la amo per la libertà totale che mi dà, lasciandomi decidere quando e dove andare, quando preferisco.

Dico alla persona in reception che mi fermo anche oggi e riprendo la moto, che ieri avevo chiesto di poter mettere dentro la guesthouse, in una stanza a piano terra.

Scopro così che la porta che dà sulla strada, non si chiude. Se la tiri, si apre. 

Lo dico al tipo.
“No problem ! “, facendomi capire che lo sapeva.

Allora ho fatto bene a ignorare quello che mi ha detto ieri, mentre legavo la moto col cavo, nonostante fosse all’interno dell’edificio. Che poi era di nuovo “No problem ! ”

Ma ieri, dopo aver sentito la storia dell’italiano che ho incontrato arrivando alla guesthouse, ho preferito comunque mettere il cavo. 

Quando sono arrivato, ho visto un ragazzo uscire, zaino in spalla, con una faccia tesa. Una volta fuori ha iniziato a caricare lo zaino e altri due che erano già fuori su una piccola moto. 

Scopro che é italiano e ci diciamo reciprocamente che siamo il primo italiano che incontriamo da quando siamo in Laos.

Mi racconta quello che sta passando:

“Eravamo in un’altra guesthouse là “, e indica un punto alle sue spalle, “sono entrati in camera e ci hanno rubato tutto: soldi, carta di credito e documenti ! Un’amica della mia ragazza ci ha prestato dei soldi e siamo riusciti a stare qui per qualche giorno, ma adesso abbiamo di nuovo finito tutto e siamo costretti a tornare dove ci hanno rubato le cose, é l’unico posto che ci ospita”
“Ok vi posso aiutare se serve”
“No, dovremmo aver risolto, grazie però ! ”
“Ok, sapete dove sto, in caso fatemi sapere ! ”

Da ieri, quindi, giro con tutto addosso, che ugualmente non mi fa stare tranquillo, forse ancora meno che lasciare qualcosa in stanza. Di sicuro anche lasciare tutto in stanza, non mi sembra un’idea geniale.

Esco per visitare un paio di grotte nei dintorni.

Lungo la strada mi viene voglia di un cocco fresco. Essendo un ospite speciale, nel chiosco dove mi fermo ne scelgono uno bello grande, pieno di succo che, complice il gran caldo umido, inizia a farmi sudare come una fontana così, stando fermo. 

Arrivo al bivio per la prima grotta. Inizia una pista molto sconnessa, mi ritrovo a saltare da un dosso all’altro, tra pozzanghere di fango e rocce assieme a varie persone che vanno e vengono dai villaggi intorno. Per loro é la normalità, non vedo mai espressioni scoraggiate o contrariate.

Penso a quando tutte le strade erano così. Ancora non molto tempo fa, a quanto leggo sulle guide.

Dopo qualche chilometro di salti, arrivo al villaggio che si trova a fianco della grotta.

Non ci sono cartelli, ma arrivo a colpo sicuro al sentiero da prendere. Ogni volta che mi fermo per guardarmi intorno e cercare di capire la direzione da prendere, le persone mi fanno dei gesti, indicandomi con un sorriso dove devo andare.

Parcheggio a fianco di un tempio. Sotto la pagoda, un ragazzo sdraiato a terra é ipnotizzato davanti alla televisione, che urla ad alto volume. 

Si gira, mi guarda. Faccio un gesto, indicando la montagna dove penso debba andare. 

Fa un sospiro come a dire, “Va bene, arrivo”, si infila a fatica una maglietta lacera, spegne la TV e mi raggiunge.

È invalido, cammina con difficoltà trascinando i piedi scalzi sulle pietre del sentiero.
Non ci diciamo una parola lungo il cammino.

Superiamo un bel ponte in legno e camminiamo ai piedi di una collina. Quella che ospita la grotta immagino. 

Arriviamo finalmente all’ingresso, anticipato da un grande arco, come se fosse un tempio.

Sotto, la solita piattaforma di legno dove le persone si stendono o siedono. Ci sono tre donne anziane che intrecciano foglie di banano e fiori per fare delle offerte da vendere ai fedeli.

Entro nella grotta, ricorda molto quella di Pak Ou, con tante statue di Buddha che arrivano a perdersi nell’oscurità. 

Solo con molti più pipistrelli. Ne sento tanti gridare nelle parti alte, più scure, della grotta, ne intravedo diversi volare. 

Mi muovo con cautela per non svegliarli.

Non so se sia una paura reale o solo una leggenda, ma ho l’immagine  di uno stormo di pipistrelli che si stacca in volo dal soffitto della grotta, volando a pochi centimetri dalla mia testa. 

Do ancora una breve occhiata in giro, alle tante offerte lasciate dai fedeli e torno giù, sul sentiero, poi sul ponte fino alla moto, nel paesino. 

Mi guardo intorno, le povere casupole in legno e bambù, fuori dal tempo.

Torno sulla strada per poi girare dopo pochi chilometri sulla pista che dovrebbe portarmi all’altra grotta. 

Questa é in condizioni ancora peggiori dell’altra: é coperta di fango fin dove riesco a vedere.

Finalmente riesco a mettere all’opera Beauregard come merita una moto così ! 

Inizio a passare tra una pozzanghera e l’altra, ma spesso dentro le pozzanghere, non avendo alternative, ma essendoci soltanto un unico grande lago di fango. Di profondità ignota, quindi, ma per fortuna mai eccessiva.

Mi auguro solo che non sia tutto così, perché nove chilometri in queste condizioni possono portare via molto tempo. 

Qui c’è molto meno passaggio di gente, in ogni caso c’è qualche altro povero disgraziato che fa lo slalom nel fango.

Per fortuna sono solo i primi chilometri ad essere così. La pista esce allo scoperto senza più gli alberi a coprirla, adesso é in pieno sole, asciutta. 

Passo tra colline aguzze, piccoli stagni e le immancabili risaie. Il Laos é praticamente una monocoltura di riso!

Arrivo al parcheggio prima delle grotte,  mi incammino sotto un sole potente insieme ad un gruppo di laotiani piuttosto giovani. 

Percorro una passerella che supera una palude, fino ai piedi della collina dove si trova la grotta.

All’inizio della scalinata che porta all’ingresso della grotta, trovo un grande gong che faccio vibrare come ho imparato a fare a Luang Prabang, ormai molti giorni fa.

La grotta é stata scoperta non molti anni fa, nel 2004, da un contadino del posto che, incuriosito dal vedere ogni giorno dei pipistrelli levarsi in volo da una piccola cavità nella roccia, si é infilato all’interno e, oltre a scoprire la grotta con stalattiti stalagmiti e le varie formazioni carsiche, ha trovato decine di statue di Buddha risalenti ai secoli scorsi.

Le statue sono ancora là e per proteggerle é stata aggiunta una piccola grata fermata da un lucchetto e gestita dagli abitanti del vicino villaggio. 

Il luogo é molto venerato, all’interno trovo diverse persone in preghiera e meditazione e altre semplicemente a chiacchierare. 

Essendo un luogo di culto vivo, appena tiro fuori la macchina fotografica vengo fermato da almeno due voci decise: 
“No pictures!”

Questo l’hanno imparato di inglese, penso tra me e me mentre scendo la ripida scala scavata nella roccia.

La grotta é molto raccolta, ricca di formazioni calcaree e piena di statue di Buddha, alcune grandi, molte alte solo pochi centimetri. 

Il luogo é suggestivo, complice la leggera illuminazione e il profumo di incenso. 

Resto diverso tempo, in silenzio, guardandomi intorno e osservando le persone attorno a me che parlano a bassa voce o pregano.

Respiro di nuovo all’aria aperta e ripeto velocemente la pista per tornare a Thakhek.

A volte l’andata é veloce, perché si ha il forte desiderio di arrivare in un posto e non si pensa ad altro, mentre invece il ritorno é lento e noioso, perché nulla ormai ci attende. 

Altre volte invece, come in questo caso, l’andata é lenta perché verso l’ignoto, sempre col dubbio che ci sia qualcosa a fermarci inesorabilmente e il ritorno é veloce perché ormai non ci sono più incognite e già sappiamo cosa dovremo affrontare e come. 

Fatto sta che in meno di mezz’ora sono di nuovo alle porte di Thakhek, pronto per l’ultima visita: un tempio che si affaccia sul Mekong, costruito sopra le rovine di un antico sito khmer.

Lo trovo facilmente. Per fortuna, pur essendo in rifacimento, riesco ad entrare e visitarlo. La vista del fiume é magica, magnetica.

Il tempio interessante, peccato però non emerga in nessun punto la sua storia, che non ci siano tracce dell’antico passato khmer. 


Torno in città a bere una birra in quello che é diventato il mio luogo preferito, nel ristorante a bordo fiume. 

Giusto in tempo per evitare un violento nubifragio che si abbatte velocemente su di noi.

Tutto si svolge in pochi minuti, meno di quindici.

Un vento potente si alza all’improvviso, facendo volare foglie e rami, il sole rovente che c’era stato fino a qualche istante prima scompare sotto uno spesso strato di nuvole nere, un tuono rompe la tensione e l’acqua irrompe violenta, assoluta.
Qualche barca si aggira nell’immensità del fiume.


Nel frattempo parlo con la signora, le chiedo della festa, la gara di barche di cui mi aveva parlato. 
“Eh, ma c’è già stata! All’una!”

Mica me lo aveva detto… ok, la vedrò domani a Savannakhet.

Per stasera, mi accontento di vedere quella che fanno in Thailandia, dall’altro lato del fiume.



Dal cuore della terra al Mekong

Provo a spiegare alla signora in cucina la colazione che vorrei, indicando le scritte in lao sul menu: pancake, caffè e, queste le indico dal vivo, due banane che adocchio in cucina:
“Due di quelle là”, le dico facendo due con la mano e toccando le banane con l’altra.
Ma ormai è passata anche la parola “breakfast” e questo vuol dire solo una cosa.‎

Dopo una decina di minuti, si presenta con un piatto pieno di tre uova fritte, bacon abbrustolito, due wurstel sbruciacchiati, due rondelle di carota, uno spicchio di pomodoro e tre fette di pane in cassetta.
“Breakfast!”, esclama con un sorriso trionfante porgendomelo.

Ok, non ci siamo capiti. Ma il massimo deve ancora arrivare: dopo altri cinque minuti, si presenta con un pancake grande quanto il piatto e le banane.

Di solito non mangio così tanto nell’intera giornata!

Mi avvio in moto con Steve, il ragazzo malese che ho conosciuto ieri sera. 

“Sei sicuro che vuoi andare in moto?”, mi chiede. “Ci sono passato davanti ieri sera per vedere dov’era l’ingresso delle grotte e non mi ha fatto una buona impressione… tanta gente fuori a dar nulla, con facce un po’ ambigue…”

“Ma sì, vieni, non preoccuparti”, gli dico invitandolo a salire.

Ci sono 10/15 minuti di cammino da fare e, pensando alle tre ore di visita alle grotte e al poco tempo a disposizione, decido di andare in moto per risparmiare almeno la mezz’ora tra andare e venire. 

Arrivato là, lego la moto col cavo che mi ha dato il francese e vado al punto dove ci si imbarca per le grotte. Facciamo il biglietto e prendiamo la torcia per illuminare il tragitto. 

Attraversiamo con un primo breve tratto in barca il fiume che esce con grande forza dalla montagna.


Arrivati dall’altro lato del fiume, iniziamo ad addentrarci nel ventre della montagna.

L’entrata é enorme e la grotta si perde nell’oscurità, come i nostri due accompagnatori che ci precedono con passo svelto, andando a prendere una delle tante barche attraccate poco più in basso.

Saliamo sulla barca ed iniziamo a navigare il fiume sotterraneo. Il soffitto della grotta é molto alto, le torce faticano ad illuminarlo.

Siamo in un altro mondo, ogni riferimento é perduto. L’oscurità é totale e dopo qualche minuto si perde coscienza di com’era il mondo prima.

So solo che adesso é fatto di piccole spiagge che si intravedono con i fasci delle torce e che si perdono nell’oscurità e che potrebbe essere per sempre così.

Il fiume fa molte curve, si allarga in grandi sale e si restringe in stretti passaggi dove arriva a creare delle rapide.

Un autentico labirinto. La guida dice che il tratto sotterraneo del fiume che stiamo percorrendo é lungo sette km. 
L’acqua cade dall’alto, a volte a gocce sparse, a volte con minuscole cascate.

Il mondo sotterraneo prende improvvisamente vita in un’isola di rade luci blu, gialle, arancioni.

I nostri due traghettatori ci fanno scendere. Uno scende con noi, l’altro resta sulla barca e si dilegua nell’oscurità da dove eravamo arrivati. 

L’isola colorata non é altro che una parte sopraelevata dove la natura ha avuto il tempo e la possibilità di creare stalagmiti e stalattiti, a volte unite in colonne, a volte ondulate in sottili cortine di calcare.


“The power of nature!”, il potere della natura, esclama Steve, il ragazzo malese.

Rifletto che anche l’uomo é potente, ma nella distruzione ! La parte più difficile, la costruzione,  é appannaggio della natura che crea gioielli come questo.

Ci aggiriamo a bocca aperta in questo mondo incredibile, quando in un lampo si materializza un’immagine nella mia mente: ho lasciato le chiavi nel quadro della moto.

Quando l’ho parcheggiata all’ingresso delle grotte, ho messo il cavo e ho salutato le sei/sette persone che bighellonavano lì davanti,  ma non ho mai sfilato le chiavi dal quadro.

Ormai é troppo tardi per pensarci, né voglio angosciarmi, tanto non c’è nulla che possa venire adesso. L’unico motivo di tranquillità é che il cavo che mi ha dato il francese é a combinazione numerica, quindi le chiavi non servono, devono tagliarlo per prendere la moto. 

L’altro motivo di tranquillità é la natura dei laotiani, soprattutto in un luogo fuori dal mondo come questo.

La parte “monumentale” della grotta finisce. Scendiamo il fianco scosceso e fangoso della riva e saliamo su un’altra barca, ormai solo in tre.

Riprendiamo la navigazione immergendoci nuovamente nell’oscurità. Le torce illuminano decine di pipistrelli che volano bassi sull’acqua e fanno evoluzioni sopra le nostre teste, nel cielo della grotta, qui molto alta.

Nonostante il rumore del motore, si sente anche la moltitudine delle loro scure strida di richiamo.

Proprio mentre mi domando quanto sia difficile navigare in questa grotta, a parte sapersi orientare nell’oscurità, sbattiamo su una roccia. La barca, di quelle tipiche strette e lunghe, si sbilancia da un lato. Proseguiamo la navigazione. 

Passano altri lunghi minuti, quando una lontana luce davanti a noi fa capire che stiamo per riemergere nel mondo reale.

Poco prima, però ci fa scendere su una piccola secca. Lui resta solo sulla barca a risalire delle rapide.

La barca ha il fondo piatto, quindi scivola sopra le rocce, mentre il motore spinge grazie a un gambo lunghissimo, quasi orizzontale sull’acqua, con una piccola elica alla fine.

Con imbarcazioni e motori così, riescono a navigare anche in pochi centimetri d’acqua ! 

Risaliamo sulla barca e andiamo verso l’uscita.

Restiamo abbagliati dalla luce del giorno mentre proseguiamo la navigazione fino a un piccolo villaggio dove scendiamo tutti.

La guida si dirige sicuro verso una capanna che funge da bar, vendendo cose da bere e da mangiare. 

Da lontano ne vedo un’altra, messa molto peggio, quindi decido di andare lì, per aiutarli comprando qualcosa.

C’è una signora che spazza mentre le girano intorno due bambine seminude. Compro una bottiglia d’acqua mentre ci scambiamo sorrisi e scherzi con le piccole. 

Dopo una ventina di minuti, torniamo sulla barca e da lì, di nuovo nelle viscere della montagna. 

Prima di entrare di nuovo nell’oscurità, mentre ammiriamo le montagne, Steve esclama: 

“We are so lucky!”, siamo così fortunati. 

Sì, penso di sì… anche se ogni volta, mi domando chi sia più felice, tra persone che conducono una vita semplice e a contatto con la Natura e persone perennemente insoddisfatte e alla ricerca di nuovi stimoli.

Stavolta per fare le rapide restiamo a bordo. La guida semplicemente va a prua per controllare la direzione con un piccolo remo.

Con un brivido scendiamo le piccole rapide e proseguiamo la navigazione a ritroso.

Ormai il pensiero é fisso alla moto, per cui vivo intensamente i lunghi minuti di navigazione sotterranea, poi la riemersione nel mondo esterno, l’ultimo traghettamento dalla parte opposta del fiume e il breve tratto di bosco che mi separa dalla moto che… é là ! 

Tiro un gran sospiro di sollievo e tocco le chiavi che sono rimaste per tutto il tempo lì. 

I tizi sono ancora lì a chiacchierare tra loro, a malapena ci guardano. 

Torniamo alla guesthouse e saluto Steve che parte verso sud.

Io resto un po’ a studiare la cartina e i pochi giorni rimasti e prendo la decisione filosofica di rinunciare al sud. Mi spiace sempre tagliare dei pezzi di viaggio, ma ormai ho imparato a rinunciare per guadagnare in vivibilità del viaggio. 

Se avessi voluto andare a sud a vedere il tempio khmer che avrei tanto voluto vedere, avrei dovuto fare 550 km a scendere e 700 a salire, per tornare a Vientiane. In quattro giorni, avrebbe significato stare per la gran parte del tempo in moto.
Così invece vedrò altre cose più vicine.

Le montagne che mi separano dal Mekong sono spettacolari, con cime frastagliate che si inseguono all’infinito e grandi alberi da foresta tropicale.





Arrivo a Thakhek al tramonto, purtroppo nascosto dalla spessa coltre di foschia di un caldo e umido pomeriggio.

Sulla parte di lungofiume più centrale stanno facendo un mercato, come facevano anche a Vientiane. 


Finalmente ricompaiono le noci di cocco da bere.

Mangio in un ristorante sulla riva del Mekong, osservando da lontano la Thailandia.

In questo tratto il Mekong é già larghissimo, non oso immaginare come diventi ancora più a sud!

Finisco la serata in un locale, sempre sul lungofiume, dove suonano musica dal vivo. Provo a restare un po’ da solo, per ascoltare la musica e leggere la guida, ma é impossibile. 

Si siedono direttamente al tavolo e iniziano a parlare e farmi domande : di dove sono, quanti anni ho, se sono sposato, se ho figli, se mi piace il Laos, dove sono stato eccetera. 

Qui hanno tutti sui 28/29 anni. In genere già sposati, con un figlio.
Rinuncio a leggere la guida, lo farò domani, per decidere dove andare e cosa vedere, per ora proseguo a chiacchierare ed ascoltare la musica!