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Ultimo giorno in Laos

Piove. Il cielo é coperto, grigio uniforme.

Tempo perfetto da ultimo giorno.

Faccio allora quello che non avevo voglia di fare e cioè tirare fuori dalla borsa i vestiti più pesanti in vista del viaggio di stanotte in aereo e dell’arrivo domani nel freddo di Bruxelles.

Siccome ho appuntamento con Jean Louis alle 14:30 da Fuark, il meccanico che ha affittato la moto, parto con tutta calma alle 10.

Sono a soli 150 km da Vientiane, ma per fortuna ho un paio di luoghi interessanti da visitare: non sarà solo un mesto trasferimento.

Continua a piovere, per cui ‎impermeabilizzo la sella con una busta di plastica. Sarà per la pioggia, ma mi sembra ci sia ancora meno traffico del solito.

Le colline sono parzialmente nascoste da basse nuvole, morbide come ovatta.

In alcuni tratti fiancheggio il Mekong, a volte supero dei suoi affluenti, gonfi di acqua limacciosa, rossa. Deve piovere molto all’interno.

Per fortuna alla fine, nonostante fosse ancora la stagione delle piogge, ne ho presa davvero poca, tre volte in tutto.

La strada corre assieme ai pensieri, quando il mio sguardo é catturato da un ciclopico Buddha che mi scruta da lontano. 

Hanno costruito una statua enorme in cima a un collina, non molto lontano dalla strada.

Sarà per proteggere i viandanti? Per intimorirli? Spiarli?

A fine mattinata arrivo al santuario della Sacra Impronta. Sono felice che sia completamente deserto, stranamente anche senza monaci, così posso girare e fotografare liberamente.

L’impronta somiglia ad una grande tinozza dorata a forma di piede. La forma é regolare, stilizzata, simmetrica. É protetta da delle inferriate decorate con motivi buddisti. 

Fuori il silenzio é assoluto, tranne qualche uccello che lascia cadere il suo richiamo dall’alto.

Sto tornando alla moto, quando sbuca un monaco anziano nel cortile.

Inizia a parlarmi fittamente in lao, poi, quando vede il mio sorriso e l’espressione a dire, “spiacente, ma non capisco nulla di quello che mi stai dicendo”, ripiega sul francese, riuscendo a farsi capire un poco di più. Solo poco, perché é un francese allungato con un’abbondante dose di lao.

Non si capacita che non sia sposato. Quando gli ripeto che sì, sono celibe, a questa parola scoppia in una fragorosa risata e inizia a ripeterla come per convincersene, continuando a ridere.
“Célibataire… hi hi hi !! … célibataire… hi hi hi!!”
Il tutto mentre continua a spazzare un angolo di cortile, spostando la terra da una parte all’altra con una vecchia scopa piegata dall’uso. ‎

Mi rimetto in moto fin quando capisco, dal numero di ragazzi per strada e dai crampi che arrivano dal mio stomaco, che é ora di pranzo e la scuola, anche per oggi, é finita. 

Mi fermo in un mercato lungo la strada.
É pieno di frutta esotica e altre stranezze, tra cui delle tinozze piene di pesci gatto, lasciati uno sull’altro senza acqua e grandi carpe, messe in tinozze con dell’aria mandata da un piccolo motore.​

Compro degli spiedini, ma, nonostante il profumino invitante che la brace manda intorno, me ne pento perché la carne é molto grassa e callosa.

Prima di partire nuovamente, mi rifaccio la bocca con una noce di cocco.

Mi aspetta l’ultima cosa da vedere, il cosiddetto Buddha Park. Tre settimane fa, quando ero arrivato, avevo dimenticato di andarci; ne approfitto adesso, che ho ancora un po’ di tempo.

Lascio la statale 13, quella che attraversa il paese da nord a sud e inizio una strada secondaria che in pochi metri perde la corazza grigia di bitume e si copre del mantello rosso di terra. 

Man mano che procedo, la pista peggiora sensibilmente, tra buche sempre più grandi, pietre sconnesse e salti. Mi aspettano 35 km così.

Mi viene da sorridere pensando che proprio l’ultimo giorno vado a infilarmi su una delle piste peggiori che ho fatto qui in Laos e per non pochi km. Il tutto a poche ore dall’aereo! “Molto Nelik”, come direbbe qualcuno. 

Mi torna in mente quando andai in Tunisia con un mio caro amico qualche anno fa. Lì fu ancora peggio perché la nave che ci avrebbe riportato in Italia sarebbe partita nel giro di 4/5 ore e ci eravamo infilati in una situazione molto complicata su una pista non segnata.

I chilometri passano molto lentamente, come spesso accade sulle piste. Il paesaggio compensa ampiamente la fatica: é magnifico, tra scampoli di foresta, risaie a perdita d’occhio e a poca distanza, scorci sul mitico Mekong.

Attraverso diversi paesini. Rifletto che fino a pochi anni l’intero Laos era così, tra tempi biblici di spostamento, polvere e isolamento in caso di piogge. Le case e le capanne sono coperte della terra rossa sollevata dai veicoli che passano. 

Sarà anche più romantico e selvaggio avere le piste invece delle strade asfaltate, ma per chi ci vive immagino che sia una dannazione. 

Alla fine, dopo molti salti e gimkane tra le buche, arrivo al Buddha Park, coperto di polvere ma felice per l’ultimo, splendido angolo di Laos che ho visto.

Il parco é simpatico, pieno di statue a tematica buddista, in mille posizioni e forme. 

Mi arrampico all’interno di una grande scultura sferica, arrivando  in cima per abbracciare con lo sguardo l’intero parco.

Assieme a me ci sono due ragazzi, uno di loro inizia a parlarmi.

Ha appena terminato gli studi di medicina, iniziamo a parlare in inglese, ma presto cambiamo con il francese, con cui si trova molto più a suo agio. É la prima persona che incontro in Laos che le conosce entrambe!

Pensa che in Italia sia facile trovare lavoro, ma lo dissuado subito. In alcune parti d’Europa forse ancora sì, dipende. Ma in Italia proprio no e soprattutto spesso e volentieri si viene sfruttati con orari assurdi, paghe in nero e zero diritti.

Quello che critichiamo a paesi come la Cina, ad esempio, viene fatto regolarmente e sistematicamente in Italia da decenni. Il tutto condito da evasione massiccia e corruzione cronica.La ricetta perfetta per la rovina.

Riparto perché sono in ritardo con Jean Louis, che provo a chiamare senza successo. 

L’ingresso a Vientiane é trafficato, non tanto come in altre città, ma molte strade sono bloccate. Una buona metà di veicoli sono SUV. 

Mi torna in mente quello che mi aveva raccontato Jean Louis all’inizio della vacanza, che quando era arrivato qui 25 anni fa, si potevano contare 4 o 5 auto passare nell’intera giornata.

Arrivo da Fuark, riconsegno la moto e sistemo i bagagli, riuscendo a far stare tutto nelle borse laterali, che spedirò al check in. 


Di Jean Louis, nessuna traccia. All’ultimo tentativo che decido di fare, prima di iniziare a organizzarmi da solo, finalmente risponde al telefono. Aveva capito che sarei arrivato domani e si era organizzato in altro modo.
Alla fine però riesce a liberarsi e viene con lo scooter, il mezzo nazionale con il quale l’intero paese si muove e trasporta le cose più incredibili. 

E infatti anche adesso carichiamo le valigie laterali sui fianchi dello scooter e mettiamo la borsa da serbatoio nel piccolo canestro sul manubrio. 

Andiamo a bere la mia ultima birra sul Mekong, fin dopo il tramonto. Il viaggio é iniziato qui e finisce qui. 

Per certi versi mi ricorda il viaggio in Sud America, che era iniziato su un oceano, il Pacifico ed era finito su quello opposto, l’Atlantico.

Mi racconta subito che ieri é morto il re della Thailandia. 
“É tutto fermo, il paese é nel caos!”, mi dice cercando di spaventarmi, per scherzare. 
“Ma dai, davvero?!” chiedo incredulo.
“Sì, ma non preoccuparti, i voli sono garantiti. Però é vero che adesso si scatenerà una lotta di potere, perché l’erede legittimo, il figlio del re, é un criminale mafioso e la popolazione non lo vuole. Vorrebbe la figlia, ma la costituzione vieta la possibilità di una regina al posto di un re.”
Parliamo delle recenti rivolte tra gialli e rossi, dove ci furono diversi morti.

Mi racconta ancora qualche aneddoto di vita di Vientiane e del Laos, sulla ‎mafia del legname e delle altre ricchezze del paese.

Trascorriamo un paio d’ore molto piacevoli, poi arriva il momento di salutarci. Mi porta a un tuk-tuk contrattando il prezzo per portarmi in aeroporto.

Mi ritrovo a chiudere il viaggio nel retro di un tuk-tuk verso l’aeroporto, guardandomi intorno e rivedendo come in un film le tante immagini di splendidi paesaggi, di sorrisi e contatti con le persone, le sensazioni vissute di pace e tranquillità.  

Mi torna in mente la frase di Tiziano Terzani: il Laos non é un luogo, ma uno stato d’animo. 

Spero che continui ad esserlo ancora a lungo, senza omologarsi all’interpretazione occidentale di offerta e accoglienza turistica e senza distruggere le proprie risorse e tradizioni per la devastante  dannazione del turismo di massa.

Chissà, forse la sua fortuna sta proprio nell’assenza del mare, letale richiamo di orde di persone affamate solo di sdraio al sole, acque limpide e cocktail, senza sapere nemmeno dove si trovano. Potrebbero stare ovunque, esattamente lo stesso concetto del fast food, per cui un McDonald’s é identico sia che si trovi a Istanbul, Mosca o Rio.

Chokdee, Laos!

Che il ritorno abbia inizio

Chiudo in fretta i bagagli, quasi in trance. Ormai praticamente la testa é a Bruxelles e la mente viaggia ai giorni scorsi, alle meraviglie viste, alle esperienze vissute.

Prima di partire vado a salutare il Mekong.

Lo vedrò ancora sia oggi che domani, ma ho voglia di osservarlo il più possibile per imprimermelo bene nella mente.

Per una serie di coincidenze, sbadataggini e sfortune, praticamente catapulto con forza il telefono che uso sempre sul marciapiede, facendogli fare un gran volo di faccia.

Schermo in mille pezzi, completamente fuori uso.
Fortuna che avevo già configurato il secondo telefono con le app che uso per scrivere il blog.

[per la cronaca, tutto il blog é creato e gestito al 100% con un magnifico BlackBerry Z30. Adesso i prossimi articoli li scriverò con il fratellino Z10, in attesa di cambiare lo schermo allo Z30]

Da diversi giorni mi dico che devo aggiungere dell’olio a Beauregard, ma continuo a dimenticarmi. Il cambio é diventato duro e quando faccio un po’ di km di fila, mi sembra che scaldi davvero tanto, troppo. Non vorrei rompere il motore proprio adesso !
Vado da un meccanico che avevo visto ieri, durante la passeggiata.

Scopro così che il proprietario dell’officina é un appassionato di cross, mi mostra fiero alcune foto dei suoi salti più spettacolari durante alcune gare.

Dopo aver aggiunto l’olio, il cambio torna ad essere un burro… ne aveva decisamente bisogno! 

Prima di partire vado a visitare il tempio di That Ingha, un luogo di culto molto venerato e antico.




Trovo un monaco che benedice un’intera famiglia, aspergendoli con non so cosa al termine del rito. La versione buddista della benedizione cristiana. 

Finita la cerimonia, torna a sedersi su una specie di trono a telefonare con uno smartphone enorme e dorato.

Il contrasto tra l’essenza, l’ascetismo e la modernità, la moda dello smartphone é eclatante. 

Provo a far vibrare diversi gong che si trovano all’interno del tempio, ma non ci riesco con nessuno. Mentre invece nei giorni scorsi ci riuscivo sempre, ricevendo i complimenti dei laotiani.

Lo prendo come un segno, quanto meno del mio umore. 

Riprendo la statale, direzione Thakhek.

Passo davanti al grande stabilimento della Nikon, che evidentemente ha esternalizzato in Laos almeno parte della produzione. 

Ci sono anche diversi venditori a bordo strada. Stavolta, invece del cocco voglio cambiare. Diversi venditori hanno dei piccoli ananas, voglio provarli.

La signora da cui mi fermo, ne vende a gruppi di 6 a 15mila kip, cioè un euro e mezzo.

Le faccio capire che vorrei mangiarlo subito, visto che non saprei nemmeno dove mettere sei ananas, per quanto piccoli!

Senza chiedere altro, prende un coltellaccio affilato come un rasoio e inizia a sbucciarli e tagliarli a pezzi.

Buoni! É un attimo tornare ai meravigliosi ananas che ho mangiato durante la traversata della foresta amazzonica… era l’unica frutta che si trovava, dolcissima. 

Mentre la mente vaga tra i viaggi, le persone, immagini passate e presenti, la moto, con un colpo di tosse, da un momento all’altro si spegne!

La benzina!!

Mi sono completamente dimenticato di farla e l’assenza del contachilometri non aiuta.

Chiedo in una casupola vicino alla strada e per fortuna il benzinaio più vicino é a pochi km. 

Arrivo a Thakhek intorno all’una, in tempo per la fantomatica gara di barche che ero andato a cercare, senza successo, anche a Savannakhet.

Nella mia testa, avendo visto i monaci di Luang Prabang preparare grandi decorazioni di draghi e altre forme mitologiche e avendo letto che si tratta di una festa religiosa, mi ero fatto l’idea che la gara fosse in realtà una sfilata particolare, come quella thailandese che ho visto proprio qui a Thakhek un paio di giorni fa. 

E invece scopro che si tratta proprio di una gara, tipo canottaggio.

Oggi si sfidano dal lato thailandese, una serie di squadre gareggia a più riprese per scegliere la migliore.

Domani sarà il turno del Laos. 

E sabato si scontreranno la migliore della Thailandia con la migliore del Laos.

Speravo in qualcosa di più caratteristico e tradizionale, comunque osservo da lontano la gara ascoltando le urla del cronista lanciato a tutto volume da diverse radio attorno a me. 

Mi avvio verso Pakxan. 

La strada scorre veloce tra tratti residui, molto pochi purtroppo, di foresta.

Mi ricorda l’Amazzonia (la seconda volta oggi!) dove lungo la transamazzonica la foresta era completamente scomparsa per far posto agli allevamenti di bestiame e si vedeva soltanto a chilometri e chilometri di distanza, all’orizzonte.

Qui per fortuna non é ancora così, ma il legname resta una delle risorse principali del Laos e se non riusciranno a proteggere la foresta adeguatamente, farà la stessa fine. 

Il tempo é perfetto, coperto al punto da avere una piacevole temperatura fresca e niente sole negli occhi. Peccato il vento, molto forte che arriva dall’interno, dalle montagne.

Passo a fianco ad un tempio molto bello ai piedi di una collina. Mi fermo per scattare qualche foto, un monaco un po’ sorpreso dalla mia vista mi saluta con grandi sorrisi. 



Arrivo ‎a Pakxan in tempo per vedere un tramonto magnifico sul fiume.

La città si trova nel punto in cui si uniscono un piccolo fiume e il Mekong. 

Domani mi aspettano gli ultimi tristi 150 km per arrivare a Vientiane e prendere l’aereo che mi riporterà alla realtà.

Nel (mio) punto più a sud

Mi sveglio presto, ma parto tardi. Un grande classico, che si spiega con mille cose che avrei dovuto fare ieri e che invece faccio stamattina. 

Così mi viene l’ansia da ritardo, per via della corsa delle barche di cui mi ha parlato la signora del ristorante e finisco per non fare colazione, partendo a stomaco vuoto.

Un cocco lungo la strada mi salverà.

Per il momento, mi avvio verso la Grande Muraglia, nome pomposo dato ad un tratto di muro lungo una quindicina di km (almeno il tratto ancora oggi esistente) a pochi km da Thakhek. ‎

Pare sia stato costruito nell’800, ma se ne sa molto poco.

Il nome mi attira per cui, nonostante sia nella direzione opposta e sia già tardi… ci vado!

In meno di mezz’ora trovo la deviazione, mi addentro nella boscaglia sul solito sentiero allagato di fango. 

Arrivo ad uno spiazzo dove parcheggio. Si intravede un muro molto alto, imponente. Ricorda le mura megalitiche presenti in diverse località del Sud del Lazio. 

Mi avventuro a piedi tra gli alberi, cercando di capire se sto incrociando qualche essere volante, strisciante o camminante.

Il muro é imponente, i singoli blocchi enormi.

Seguo il muro tra la vegetazione fino a quando, con mia grande sorpresa, raggiungo quella che sembra essere una zona picnic, se non fosse che c’è una statua della Madonna con bambino. 

Tutto mi sarei aspettato, tranne un luogo di culto cristiano. 

Torno sul sentiero più grande che raggiunge direttamente il punto in cui mi trovo. Prima non l’avevo fatto, perché sembrava si allontanasse dal muro e non mi andava di fare strada inutile. 

Tornando verso Thakhek, mi fermo in un altro punto dove é ancora presente un altro pezzo di muro.

Peccato che tutto il resto o buona parte di esso, sia sparito. Presumibilmente distrutto dall’uomo, visto come le parti ancora in piedi hanno resistito bene. 

La strada per Savannakhet é facile e veloce, ma é tardi e soprattutto non ho mangiato nulla, per cui non mi rilasso. 

Ogni villaggio che incontro, cerco con lo sguardo le noci di cocco da bere, poi divento meno esigente e cerco della frutta in generale. 

Niente. 

Solo ristoranti di noodle e baracche dove vendono olio motore e pneumatici. 

Mi rassegno, dopo un’ora abbondante di strada e una gran sete, a bere l’acqua minerale che ho con me, quando incontro 5 baracche con noci di cocco una dietro l’altra.

Sebbene non abbia più sete, mi fermo. Ho la consapevolezza che tra pochi giorni tutto questo sarà un sogno ed entrerà nel mito del viaggio… per cui ne approfitto, finché posso.

C’è una ragazza nella capanna con qualche decina di cocchi. I più piccoli (già grandi, secondo la tipica dimensione media) costano 8000 kip, cioè 80 centesimi di euro. Quelli più grandi, delle autentiche bombe, 10000 kip, 1 euro. 

Opto per la versione piccola e riparto per Savannakhet, che raggiungo in pochi minuti. 

Sono le 13, ma non c’è traccia di festa, corsa o ricorrenza. Nulla. 

Faccio un giro sul lungofiume, poi trovo da dormire. 

E in effetti ne approfitto subito. Non so perché, ma mi cade addosso una stanchezza improvvisa che mi fa perdere i sensi per quasi un’ora. 

Esco nel primo pomeriggio, visitando alcuni templi buddisti e la chiesa cattolica di Santa Teresa. 







Vado anche nel museo dei dinosauri. La ragazza che vende i biglietti deve annoiarsi a morte, visto che, pur non parlando inglese,  mi accompagna nella visita leggendomi il titolo di ogni vetrina dove sono esposti i reperti.

Ma soprattutto, aprendo meticolosamente e sistematicamente tutti i cassetti al di sotto delle teche con scritto grande “No open” e istigandomi con “photo photo!” accompagnato da una risata eccitata.

Finisco le visite “di rito” al museo cittadino, una semplice raccolta di fotografie dei tempi della guerra del Vietnam, di vari compagni notevoli del partito e degli impianti industriali odierni, più qualche altro reperto e memorabilia dei tempi del protettorato francese.

Passeggio un poco sul lungofiume, dove trovo la solita sfilata di banchi dove si gioca a bucare i palloncini con le freccette per vincere dei peluche.  

Solo che qui vanno un po’ oltre e in alcuni banchi ci sono delle ragazze in ginocchio su dei piedistalli, dietro delle reti di metallo. 

Qui, invece che far scoppiare i palloncini, si deve cercare di colpire con una pallina da tennis una piccola lastra di metallo sulla destra della gabbia. Se si riesce a colpire il bersaglio, la panca dove la ragazza é inginocchiata si apre e la ragazza precipita in una tinozza piena d’acqua. 

Assurdo. E forse ancora più assurdo é che a questo gioco umiliante e stupido, giochino anche le ragazze.  

Mi rilasso aspettando il tramonto a bordo fiume, sedendomi a un tavolino di un ristorante e ordinando una birra. L’onnipresente Beer Lao. Osservo il grande fiume scorrere lento. 

La cameriera mi guarda come se fossi matto quando scelgo uno dei tavoli al sole. Ma, di nuovo, so che tra pochi giorni tornerò nel freddo nord-europeo, per cui ne approfitto finché posso. 

Sono con l’umore da fine delle vacanze. Avevo paura fossero troppi giorni; in realtà sono volati. É sempre così.

In questo tipo di viaggi, indipendenti con la moto, si vive spesso il paradosso di ricevere una quantità enorme di stimoli, che ti danno la sensazione che il tempo si moltiplichi (in uno stesso giorno si possono vedere tantissime cose diverse anche in punti molto lontani tra loro), ma, allo stesso tempo, una compressione del tempo, che ti dà la certezza che il tempo sia volato più  rapidamente del dovuto.

Il tramonto é tra le nuvole thailandesi.

Il forte vento che si solleva improvviso mi fa pensare al nubifragio di ieri. Forse anche oggi sarà così.

Sono tranquillamente seduto a guardare il fiume, quando dal tavolo a fianco dei signori che stanno cenando mi invitano. Declino, ma insistono per offrirmi almeno un bicchiere di birra per un brindisi, visto che la mia è finita.
Facciamo qualche brindisi, poi li saluto.

A cena rivivo la sensazione di questi ultimi giorni, visto che vado in un ristorante pieno di giovani e mi sento osservato in ogni momento.

Faccio un’ultima passeggiata sul lungofiume.

Osservo come, almeno qui, la parte thailandese sembri meno appariscente e movimentata di quella laotiana.

Mi torna in mente quello che scriveva vent’anni fa Tiziano Terzani, sul contrasto tra le luci thailandesi e la tranquillità laotiana. 

Torno verso la guesthouse. Sono le 23, é tardi secondo le abitudini di qui. Molti stand sul lungofiume sono chiusi con dei teloni; le persone dormono dentro per essere subito pronti domani per un’altra giornata di lavoro. 

Sul fiume scuro, qualche rara barca naviga lentamente.  

Domani avrò una lunga tappa di rientro in direzione di Vientiane.  Ormai ci siamo.

Tra le grotte, nel segno di Buddha

Faccio colazione nel “mio” ristorante a bordo Mekong.

Lo osservo mentre mangio la macedonia: lento, maestoso, silenzioso, imponente.

Porta con sé molti rami più o meno grandi, sicuramente prodotti dalle piogge ancora abbondanti.

La proprietaria del ristorante parla un ottimo inglese, merito dei suoi studi alla American school di Vientiane.  
Parlando con lei, sempre nel tentativo di fare un piano per i prossimi giorni, vengo a sapere che oggi inizia la festa sul fiume di cui avevo visto i preparativi a Luang Prabang. 

Mentre parliamo, aggiunge:

“Oggi fa fresco eh? Ma non c’è da illudersi, più tardi le temperature aumenteranno sicuramente”.
Veramente sto già boccheggiando!

‎Per via della festa e di alcuni posti da vedere nei dintorni, decido di fermarmi qui per l’intera giornata.

Questa decisione scatena una serie di scelte praticamente obbligate per i prossimi giorni. Praticamente solo oggi, a quattro giorni dalla fine della vacanza, riesco a fare un piano che vada oltre la singola giornata.

Ormai da tanti anni é così, almeno i viaggi voglio lasciarli regno delle decisioni prese al momento, sull’onda di emozioni, impressioni, sensazioni, situazioni. Pianificarle in anticipo mi dà una sensazione di soffocamento, di prigionia. 

Anche per questo adoro la moto come mezzo di trasporto. Oltre che per le sensazioni che mi regala guidandola, la amo per la libertà totale che mi dà, lasciandomi decidere quando e dove andare, quando preferisco.

Dico alla persona in reception che mi fermo anche oggi e riprendo la moto, che ieri avevo chiesto di poter mettere dentro la guesthouse, in una stanza a piano terra.

Scopro così che la porta che dà sulla strada, non si chiude. Se la tiri, si apre. 

Lo dico al tipo.
“No problem ! “, facendomi capire che lo sapeva.

Allora ho fatto bene a ignorare quello che mi ha detto ieri, mentre legavo la moto col cavo, nonostante fosse all’interno dell’edificio. Che poi era di nuovo “No problem ! ”

Ma ieri, dopo aver sentito la storia dell’italiano che ho incontrato arrivando alla guesthouse, ho preferito comunque mettere il cavo. 

Quando sono arrivato, ho visto un ragazzo uscire, zaino in spalla, con una faccia tesa. Una volta fuori ha iniziato a caricare lo zaino e altri due che erano già fuori su una piccola moto. 

Scopro che é italiano e ci diciamo reciprocamente che siamo il primo italiano che incontriamo da quando siamo in Laos.

Mi racconta quello che sta passando:

“Eravamo in un’altra guesthouse là “, e indica un punto alle sue spalle, “sono entrati in camera e ci hanno rubato tutto: soldi, carta di credito e documenti ! Un’amica della mia ragazza ci ha prestato dei soldi e siamo riusciti a stare qui per qualche giorno, ma adesso abbiamo di nuovo finito tutto e siamo costretti a tornare dove ci hanno rubato le cose, é l’unico posto che ci ospita”
“Ok vi posso aiutare se serve”
“No, dovremmo aver risolto, grazie però ! ”
“Ok, sapete dove sto, in caso fatemi sapere ! ”

Da ieri, quindi, giro con tutto addosso, che ugualmente non mi fa stare tranquillo, forse ancora meno che lasciare qualcosa in stanza. Di sicuro anche lasciare tutto in stanza, non mi sembra un’idea geniale.

Esco per visitare un paio di grotte nei dintorni.

Lungo la strada mi viene voglia di un cocco fresco. Essendo un ospite speciale, nel chiosco dove mi fermo ne scelgono uno bello grande, pieno di succo che, complice il gran caldo umido, inizia a farmi sudare come una fontana così, stando fermo. 

Arrivo al bivio per la prima grotta. Inizia una pista molto sconnessa, mi ritrovo a saltare da un dosso all’altro, tra pozzanghere di fango e rocce assieme a varie persone che vanno e vengono dai villaggi intorno. Per loro é la normalità, non vedo mai espressioni scoraggiate o contrariate.

Penso a quando tutte le strade erano così. Ancora non molto tempo fa, a quanto leggo sulle guide.

Dopo qualche chilometro di salti, arrivo al villaggio che si trova a fianco della grotta.

Non ci sono cartelli, ma arrivo a colpo sicuro al sentiero da prendere. Ogni volta che mi fermo per guardarmi intorno e cercare di capire la direzione da prendere, le persone mi fanno dei gesti, indicandomi con un sorriso dove devo andare.

Parcheggio a fianco di un tempio. Sotto la pagoda, un ragazzo sdraiato a terra é ipnotizzato davanti alla televisione, che urla ad alto volume. 

Si gira, mi guarda. Faccio un gesto, indicando la montagna dove penso debba andare. 

Fa un sospiro come a dire, “Va bene, arrivo”, si infila a fatica una maglietta lacera, spegne la TV e mi raggiunge.

È invalido, cammina con difficoltà trascinando i piedi scalzi sulle pietre del sentiero.
Non ci diciamo una parola lungo il cammino.

Superiamo un bel ponte in legno e camminiamo ai piedi di una collina. Quella che ospita la grotta immagino. 

Arriviamo finalmente all’ingresso, anticipato da un grande arco, come se fosse un tempio.

Sotto, la solita piattaforma di legno dove le persone si stendono o siedono. Ci sono tre donne anziane che intrecciano foglie di banano e fiori per fare delle offerte da vendere ai fedeli.

Entro nella grotta, ricorda molto quella di Pak Ou, con tante statue di Buddha che arrivano a perdersi nell’oscurità. 

Solo con molti più pipistrelli. Ne sento tanti gridare nelle parti alte, più scure, della grotta, ne intravedo diversi volare. 

Mi muovo con cautela per non svegliarli.

Non so se sia una paura reale o solo una leggenda, ma ho l’immagine  di uno stormo di pipistrelli che si stacca in volo dal soffitto della grotta, volando a pochi centimetri dalla mia testa. 

Do ancora una breve occhiata in giro, alle tante offerte lasciate dai fedeli e torno giù, sul sentiero, poi sul ponte fino alla moto, nel paesino. 

Mi guardo intorno, le povere casupole in legno e bambù, fuori dal tempo.

Torno sulla strada per poi girare dopo pochi chilometri sulla pista che dovrebbe portarmi all’altra grotta. 

Questa é in condizioni ancora peggiori dell’altra: é coperta di fango fin dove riesco a vedere.

Finalmente riesco a mettere all’opera Beauregard come merita una moto così ! 

Inizio a passare tra una pozzanghera e l’altra, ma spesso dentro le pozzanghere, non avendo alternative, ma essendoci soltanto un unico grande lago di fango. Di profondità ignota, quindi, ma per fortuna mai eccessiva.

Mi auguro solo che non sia tutto così, perché nove chilometri in queste condizioni possono portare via molto tempo. 

Qui c’è molto meno passaggio di gente, in ogni caso c’è qualche altro povero disgraziato che fa lo slalom nel fango.

Per fortuna sono solo i primi chilometri ad essere così. La pista esce allo scoperto senza più gli alberi a coprirla, adesso é in pieno sole, asciutta. 

Passo tra colline aguzze, piccoli stagni e le immancabili risaie. Il Laos é praticamente una monocoltura di riso!

Arrivo al parcheggio prima delle grotte,  mi incammino sotto un sole potente insieme ad un gruppo di laotiani piuttosto giovani. 

Percorro una passerella che supera una palude, fino ai piedi della collina dove si trova la grotta.

All’inizio della scalinata che porta all’ingresso della grotta, trovo un grande gong che faccio vibrare come ho imparato a fare a Luang Prabang, ormai molti giorni fa.

La grotta é stata scoperta non molti anni fa, nel 2004, da un contadino del posto che, incuriosito dal vedere ogni giorno dei pipistrelli levarsi in volo da una piccola cavità nella roccia, si é infilato all’interno e, oltre a scoprire la grotta con stalattiti stalagmiti e le varie formazioni carsiche, ha trovato decine di statue di Buddha risalenti ai secoli scorsi.

Le statue sono ancora là e per proteggerle é stata aggiunta una piccola grata fermata da un lucchetto e gestita dagli abitanti del vicino villaggio. 

Il luogo é molto venerato, all’interno trovo diverse persone in preghiera e meditazione e altre semplicemente a chiacchierare. 

Essendo un luogo di culto vivo, appena tiro fuori la macchina fotografica vengo fermato da almeno due voci decise: 
“No pictures!”

Questo l’hanno imparato di inglese, penso tra me e me mentre scendo la ripida scala scavata nella roccia.

La grotta é molto raccolta, ricca di formazioni calcaree e piena di statue di Buddha, alcune grandi, molte alte solo pochi centimetri. 

Il luogo é suggestivo, complice la leggera illuminazione e il profumo di incenso. 

Resto diverso tempo, in silenzio, guardandomi intorno e osservando le persone attorno a me che parlano a bassa voce o pregano.

Respiro di nuovo all’aria aperta e ripeto velocemente la pista per tornare a Thakhek.

A volte l’andata é veloce, perché si ha il forte desiderio di arrivare in un posto e non si pensa ad altro, mentre invece il ritorno é lento e noioso, perché nulla ormai ci attende. 

Altre volte invece, come in questo caso, l’andata é lenta perché verso l’ignoto, sempre col dubbio che ci sia qualcosa a fermarci inesorabilmente e il ritorno é veloce perché ormai non ci sono più incognite e già sappiamo cosa dovremo affrontare e come. 

Fatto sta che in meno di mezz’ora sono di nuovo alle porte di Thakhek, pronto per l’ultima visita: un tempio che si affaccia sul Mekong, costruito sopra le rovine di un antico sito khmer.

Lo trovo facilmente. Per fortuna, pur essendo in rifacimento, riesco ad entrare e visitarlo. La vista del fiume é magica, magnetica.

Il tempio interessante, peccato però non emerga in nessun punto la sua storia, che non ci siano tracce dell’antico passato khmer. 


Torno in città a bere una birra in quello che é diventato il mio luogo preferito, nel ristorante a bordo fiume. 

Giusto in tempo per evitare un violento nubifragio che si abbatte velocemente su di noi.

Tutto si svolge in pochi minuti, meno di quindici.

Un vento potente si alza all’improvviso, facendo volare foglie e rami, il sole rovente che c’era stato fino a qualche istante prima scompare sotto uno spesso strato di nuvole nere, un tuono rompe la tensione e l’acqua irrompe violenta, assoluta.
Qualche barca si aggira nell’immensità del fiume.


Nel frattempo parlo con la signora, le chiedo della festa, la gara di barche di cui mi aveva parlato. 
“Eh, ma c’è già stata! All’una!”

Mica me lo aveva detto… ok, la vedrò domani a Savannakhet.

Per stasera, mi accontento di vedere quella che fanno in Thailandia, dall’altro lato del fiume.



Dal cuore della terra al Mekong

Provo a spiegare alla signora in cucina la colazione che vorrei, indicando le scritte in lao sul menu: pancake, caffè e, queste le indico dal vivo, due banane che adocchio in cucina:
“Due di quelle là”, le dico facendo due con la mano e toccando le banane con l’altra.
Ma ormai è passata anche la parola “breakfast” e questo vuol dire solo una cosa.‎

Dopo una decina di minuti, si presenta con un piatto pieno di tre uova fritte, bacon abbrustolito, due wurstel sbruciacchiati, due rondelle di carota, uno spicchio di pomodoro e tre fette di pane in cassetta.
“Breakfast!”, esclama con un sorriso trionfante porgendomelo.

Ok, non ci siamo capiti. Ma il massimo deve ancora arrivare: dopo altri cinque minuti, si presenta con un pancake grande quanto il piatto e le banane.

Di solito non mangio così tanto nell’intera giornata!

Mi avvio in moto con Steve, il ragazzo malese che ho conosciuto ieri sera. 

“Sei sicuro che vuoi andare in moto?”, mi chiede. “Ci sono passato davanti ieri sera per vedere dov’era l’ingresso delle grotte e non mi ha fatto una buona impressione… tanta gente fuori a dar nulla, con facce un po’ ambigue…”

“Ma sì, vieni, non preoccuparti”, gli dico invitandolo a salire.

Ci sono 10/15 minuti di cammino da fare e, pensando alle tre ore di visita alle grotte e al poco tempo a disposizione, decido di andare in moto per risparmiare almeno la mezz’ora tra andare e venire. 

Arrivato là, lego la moto col cavo che mi ha dato il francese e vado al punto dove ci si imbarca per le grotte. Facciamo il biglietto e prendiamo la torcia per illuminare il tragitto. 

Attraversiamo con un primo breve tratto in barca il fiume che esce con grande forza dalla montagna.


Arrivati dall’altro lato del fiume, iniziamo ad addentrarci nel ventre della montagna.

L’entrata é enorme e la grotta si perde nell’oscurità, come i nostri due accompagnatori che ci precedono con passo svelto, andando a prendere una delle tante barche attraccate poco più in basso.

Saliamo sulla barca ed iniziamo a navigare il fiume sotterraneo. Il soffitto della grotta é molto alto, le torce faticano ad illuminarlo.

Siamo in un altro mondo, ogni riferimento é perduto. L’oscurità é totale e dopo qualche minuto si perde coscienza di com’era il mondo prima.

So solo che adesso é fatto di piccole spiagge che si intravedono con i fasci delle torce e che si perdono nell’oscurità e che potrebbe essere per sempre così.

Il fiume fa molte curve, si allarga in grandi sale e si restringe in stretti passaggi dove arriva a creare delle rapide.

Un autentico labirinto. La guida dice che il tratto sotterraneo del fiume che stiamo percorrendo é lungo sette km. 
L’acqua cade dall’alto, a volte a gocce sparse, a volte con minuscole cascate.

Il mondo sotterraneo prende improvvisamente vita in un’isola di rade luci blu, gialle, arancioni.

I nostri due traghettatori ci fanno scendere. Uno scende con noi, l’altro resta sulla barca e si dilegua nell’oscurità da dove eravamo arrivati. 

L’isola colorata non é altro che una parte sopraelevata dove la natura ha avuto il tempo e la possibilità di creare stalagmiti e stalattiti, a volte unite in colonne, a volte ondulate in sottili cortine di calcare.


“The power of nature!”, il potere della natura, esclama Steve, il ragazzo malese.

Rifletto che anche l’uomo é potente, ma nella distruzione ! La parte più difficile, la costruzione,  é appannaggio della natura che crea gioielli come questo.

Ci aggiriamo a bocca aperta in questo mondo incredibile, quando in un lampo si materializza un’immagine nella mia mente: ho lasciato le chiavi nel quadro della moto.

Quando l’ho parcheggiata all’ingresso delle grotte, ho messo il cavo e ho salutato le sei/sette persone che bighellonavano lì davanti,  ma non ho mai sfilato le chiavi dal quadro.

Ormai é troppo tardi per pensarci, né voglio angosciarmi, tanto non c’è nulla che possa venire adesso. L’unico motivo di tranquillità é che il cavo che mi ha dato il francese é a combinazione numerica, quindi le chiavi non servono, devono tagliarlo per prendere la moto. 

L’altro motivo di tranquillità é la natura dei laotiani, soprattutto in un luogo fuori dal mondo come questo.

La parte “monumentale” della grotta finisce. Scendiamo il fianco scosceso e fangoso della riva e saliamo su un’altra barca, ormai solo in tre.

Riprendiamo la navigazione immergendoci nuovamente nell’oscurità. Le torce illuminano decine di pipistrelli che volano bassi sull’acqua e fanno evoluzioni sopra le nostre teste, nel cielo della grotta, qui molto alta.

Nonostante il rumore del motore, si sente anche la moltitudine delle loro scure strida di richiamo.

Proprio mentre mi domando quanto sia difficile navigare in questa grotta, a parte sapersi orientare nell’oscurità, sbattiamo su una roccia. La barca, di quelle tipiche strette e lunghe, si sbilancia da un lato. Proseguiamo la navigazione. 

Passano altri lunghi minuti, quando una lontana luce davanti a noi fa capire che stiamo per riemergere nel mondo reale.

Poco prima, però ci fa scendere su una piccola secca. Lui resta solo sulla barca a risalire delle rapide.

La barca ha il fondo piatto, quindi scivola sopra le rocce, mentre il motore spinge grazie a un gambo lunghissimo, quasi orizzontale sull’acqua, con una piccola elica alla fine.

Con imbarcazioni e motori così, riescono a navigare anche in pochi centimetri d’acqua ! 

Risaliamo sulla barca e andiamo verso l’uscita.

Restiamo abbagliati dalla luce del giorno mentre proseguiamo la navigazione fino a un piccolo villaggio dove scendiamo tutti.

La guida si dirige sicuro verso una capanna che funge da bar, vendendo cose da bere e da mangiare. 

Da lontano ne vedo un’altra, messa molto peggio, quindi decido di andare lì, per aiutarli comprando qualcosa.

C’è una signora che spazza mentre le girano intorno due bambine seminude. Compro una bottiglia d’acqua mentre ci scambiamo sorrisi e scherzi con le piccole. 

Dopo una ventina di minuti, torniamo sulla barca e da lì, di nuovo nelle viscere della montagna. 

Prima di entrare di nuovo nell’oscurità, mentre ammiriamo le montagne, Steve esclama: 

“We are so lucky!”, siamo così fortunati. 

Sì, penso di sì… anche se ogni volta, mi domando chi sia più felice, tra persone che conducono una vita semplice e a contatto con la Natura e persone perennemente insoddisfatte e alla ricerca di nuovi stimoli.

Stavolta per fare le rapide restiamo a bordo. La guida semplicemente va a prua per controllare la direzione con un piccolo remo.

Con un brivido scendiamo le piccole rapide e proseguiamo la navigazione a ritroso.

Ormai il pensiero é fisso alla moto, per cui vivo intensamente i lunghi minuti di navigazione sotterranea, poi la riemersione nel mondo esterno, l’ultimo traghettamento dalla parte opposta del fiume e il breve tratto di bosco che mi separa dalla moto che… é là ! 

Tiro un gran sospiro di sollievo e tocco le chiavi che sono rimaste per tutto il tempo lì. 

I tizi sono ancora lì a chiacchierare tra loro, a malapena ci guardano. 

Torniamo alla guesthouse e saluto Steve che parte verso sud.

Io resto un po’ a studiare la cartina e i pochi giorni rimasti e prendo la decisione filosofica di rinunciare al sud. Mi spiace sempre tagliare dei pezzi di viaggio, ma ormai ho imparato a rinunciare per guadagnare in vivibilità del viaggio. 

Se avessi voluto andare a sud a vedere il tempio khmer che avrei tanto voluto vedere, avrei dovuto fare 550 km a scendere e 700 a salire, per tornare a Vientiane. In quattro giorni, avrebbe significato stare per la gran parte del tempo in moto.
Così invece vedrò altre cose più vicine.

Le montagne che mi separano dal Mekong sono spettacolari, con cime frastagliate che si inseguono all’infinito e grandi alberi da foresta tropicale.





Arrivo a Thakhek al tramonto, purtroppo nascosto dalla spessa coltre di foschia di un caldo e umido pomeriggio.

Sulla parte di lungofiume più centrale stanno facendo un mercato, come facevano anche a Vientiane. 


Finalmente ricompaiono le noci di cocco da bere.

Mangio in un ristorante sulla riva del Mekong, osservando da lontano la Thailandia.

In questo tratto il Mekong é già larghissimo, non oso immaginare come diventi ancora più a sud!

Finisco la serata in un locale, sempre sul lungofiume, dove suonano musica dal vivo. Provo a restare un po’ da solo, per ascoltare la musica e leggere la guida, ma é impossibile. 

Si siedono direttamente al tavolo e iniziano a parlare e farmi domande : di dove sono, quanti anni ho, se sono sposato, se ho figli, se mi piace il Laos, dove sono stato eccetera. 

Qui hanno tutti sui 28/29 anni. In genere già sposati, con un figlio.
Rinuncio a leggere la guida, lo farò domani, per decidere dove andare e cosa vedere, per ora proseguo a chiacchierare ed ascoltare la musica!

La lunga cavalcata verso il centro

Riesco a partire per le 9:20. Quasi un record per me, anche se mi aspettano 360 km, quindi comunque non arriverò presto.

Fuori da Phonsavan, lungo la statale, l’architettura tradizionale di case di bambù o legno é completamente scomparsa, a favore delle anonime e monotone case in cemento armato, dipinte con colori più o meno fantasiosi, a seconda dell’estro dei proprietari. 

Arrivo rapidamente a Muang Khoun, la città dove sarei voluto passare ieri, per anticipare la visita e risparmiare tempo oggi.

Questa città, una volta splendida con templi di legno ed altre architetture uniche, é stata praticamente rasa al suolo dai raid statunitensi, sempre nell’ambito della guerra del Vietnam. 

Il Buddha all’interno del monastero bombardato é perfettamente visibile dalla strada.

É incredibile come tutto sia crollato attorno alla statua, ma questa sia rimasta perfettamente in piedi e quasi del tutto integra.

A completare il profondo simbolismo che questo miracolo rappresenta, c’è anche la leggera menomazione che i bombardamenti hanno provocato sul viso della statua, deformandolo in una smorfia di disgusto.

L’unica plausibile, di fronte a quanto accaduto. 

Decido di completare la visita andando a vedere uno stupa a un paio di km, completamente coperto di vegetazione. 


A fianco c’è la casetta della bigliettaia (questo mestiere é esclusivo appannaggio delle donne, a quanto ho visto fino ad oggi), che ha organizzato un piccolo business di tessuti: sciarpe, camicie, borse, copricapo , molto altro. É molto brava. Anche lei usa il telaio che ho già visto nei giorni passati.

L’ebbrezza della pianura dove si trova Phonsavan termina presto.

Mi addentro di nuovo nelle montagne e mi accorgo che le gomme tassellate tengono sempre meno. Forse si stanno consumando troppo, visto che ho guidato quasi sempre su asfalto. O forse sono sgonfie, visto che da quando ho preso la moto, non ho mai controllato la pressione.


Per fortuna le montagne non durano molto e cedono il passo ad una pianura meravigliosa, coperta di alberi imponenti, impressionanti. Bellissimi. 

Tutto intorno é praticamente disabitato, a parte rari, minuscoli villaggi. Di nuovo un paesaggio primordiale e delle sensazioni da alba del mondo. 

Grazie alla pianura, i km volano facilmente, ne bevo 300 in meno di 5 ore.

​La parte finale che porta a Kong Lor, a fianco delle grotte che vorrei visitare, é una lunga, sottile striscia di asfalto che si snoda tra risaie infinite che arrivano alle montagne che chiudono l’orizzonte.




Domani visiterò le grotte e poi dovrò decidere come trascorrere gli ultimi giorni, visto che ormai, purtroppo,  ne restano pochi.

Le giare, tra passato e presente

L’elettricità va e viene, come faceva a Vieng Xai.‎

Ieri mi aveva spiegato il ragazzo della guesthouse che per l’approvvigionamento della corrente, si stanno staccando dal Vietnam del nord, a favore di quello proveniente da Vientiane. Però ci sono ancora dei problemi. 

Vado a fare colazione in un ristorante chiamato affettuosamente Bombie, con all’esterno una batteria di quattro grandi bombe e all’interno un’esposizione di esplosivi di tutte le fogge e dimensioni.

Per non dire di no alla mia richiesta di macedonia di frutta con yogurt e muesli (identica in tutto il Laos, in tutti i menu dei ristoranti un poco più turistici), sento la cameriera e il proprietario parlare in lao e capto la parola “muesli”. Dopo un minuto la cameriera afferra il casco ed esce in scooter a comprarlo.

Però per lo shake non c’è nulla da fare: senza elettricità, niente shake.

Ripiego sul caffè, una via di mezzo tra quello lungo americano e quello con la polvere di caffè lasciata decantare come quello turco, armeno eccetera.

Mentre sfoglio il menu, vedo due piatti a base di rane. Mi incuriosisco. 
“Avete le rane quindi ? “, chiedo al proprietario. 
“Sì, ma vanno ordinate in anticipo, devo comprarle ”
“Ok, allora vada per stasera, ok?”
“Ok!”

Mi dice anche che oggi arriva una troupe di italiani, da Roma, per girare un documentario. Bene, li incontrerò stasera allora. 

Mi avvio verso il primo dei tre siti in cui hanno ritrovato il numero maggiore di giare, ossia dei manufatti dove i più antichi risalgono a più di 2000 anni fa, la cui destinazione é ancora incerta, così come la loro fattura e il trasporto fin quassù. 

L’area archeologica occupa un insieme di basse colline completamente pelate per colpa dei massicci bombardamenti statunitensi con il famigerato “agente arancio” per spazzare via la foresta sotto la quale si nascondevano i guerriglieri. In questo modo, oltre ad aver causato morte e distruzione, hanno anche cambiato il clima di quest’area. 

Cattura lo sguardo un minuscolo pezzo di collina evidentemente risparmiato dalle bombe : é fittamente coperto di alberi e di vegetazione più bassa. 

Altrove, invece, non cresce nulla, tranne qualche sporadico albero. 

Mi aggiro tra decine di giare, crateri di bombe e residui tratti di trincee. 


Si notano, evidenti, i segnali a terra messi da MAG, la ONG che ha svolto il lavoro di sminamento.


Dal lato bianco, la zona é sicura, é stata sminata. Dal lato rosso, no: se ci vai, é a tuo rischio e pericolo.

Questo plateau era fondamentale ai tempi della guerra, sia come punto di snodo dei diversi tratti iniziali del cosiddetto “cammino di Ho Chi Min”, che come punto sopraelevato di controllo sui dintorni.  
Attorno all’area archeologica, l’uomo spinge urbanizzando sempre più.

Mentre mi riposo all’ombra di un albero, mi raggiunge un gruppo di ragazzi. Hanno 17 anni, oggi la scuola é chiusa e sono venuti a fare un giro. Mi parlano solo i ragazzi, mentre le ragazze restano a distanza. 

Uno parla un inglese passabile, l’altro é quasi incomprensibile.

Dopo averli salutati, decido di tornare nella parte del sito con più giare.

Dalla cartina vedo che dovrebbe esserci un sentiero che taglia la collina, passando a fianco di una grotta, per ricongiungersi alla parte bassa con le giare. 

Mi avvio sul sentiero, che però diventa man mano sempre meno battuto e visibile, sommerso da erba sempre più alta. 

Avendo visto così tanti serpenti nei giorni scorsi, sbatto forte i piedi per terra ad ogni passo che faccio. 

Il sentiero scende ripido dalla collina. Ormai é quasi invisibile, poi sparisce del tutto. 

Mi ritrovo così sul fianco scosceso della collina quasi in verticale, in mezzo a erba alta quanto me, senza alcuna idea di dove potrei finire più in basso, essendoci ancora un salto di almeno cinque metri.

A malincuore, torno indietro, aggrappandomi alla vegetazione per tirarmi su.

Riprendo la moto per andare al secondo sito, é a una quindicina di chilometri.

I dintorni di Phonsavan sono molto costruiti con ville e altre strutture. Quasi più di quanto avevo visto a Vientiane. 

Al secondo sito trovo la moto che avevo già visto a Vang Vieng e poi a Luang Prabang. Finalmente incontro chi la guida.

É un ragazzo statunitense che vive in Thailandia e sta facendo un viaggio di qualche mese tra Thailandia e Laos. É quasi arrivato alla fine del suo viaggio. 

Ha un drone con cui fa delle riprese dall’alto, mentre io mi aggiro tra le giare, qui inserite in un suggestivo ambiente naturale che deve essere molto più vicino a quello originale di migliaia di anni fa, visto che si trovano ancora sotto un bel bosco. 


Lo saluto e vado al terzo sito, ad altri quindici km.

Stavolta é più complicato, perché per entrare nel sito, si deve superare uno stretto ponte di legno, largo a sufficienza per far passare una persona e dopo letteralmente si entra dentro le risaie. 

Si é costretti a procedere sugli stretti camminamenti che separano le diverse parti allagate delle risaie, in un labirinto di cui non si scorgono i confini e nemmeno, soprattutto, le famose giare per cui sono venuto ! 

Mi perdo nel dedalo deisentieri di terra, stando attenti a non mettere un piede in fallo, ritrovandomi con l’acqua chissà fino a dove!

Torno indietro a chiedere conferma e informazioni alla bigliettaia e trovo… la moto dell’americano!

Sta pranzando, lo aspetto e torno con lui.

Ci addentriamo nel dedalo e, tra ragionamenti e supposizioni a due, riusciamo a trovare il posto ! 

C’è una vista molto bella sulle vallate circostanti, anche qui le giare sono sotto gli alberi.  


Torno verso la moto.

É quasi il crepuscolo, la luce é calda, dorata. Si sente l’acqua delle risaie che scorre, gli uccelli che cantano, i campanacci lontani delle mucche al pascolo. Che pace meravigliosa!

Vorrei ancora passare da Muang Khun, una cittadina a sud di Phonsavan dove c’è un tempio da vedere. É stato bombardato durante la guerra del Vietnam, il tempio é stato distrutto, ma la statua di Buddha é rimasta pressoché integra. Un simbolismo molto potente. 

Inizio una pista che dovrebbe portarmi dal sito delle giare alla strada nazionale che porta a Muang Khun. 

É ben tenuta, riesco ad andare ad una buona media. Passo in mezzo a risaie infinite. 

Ad un certo punto, devo svoltare su un’altra pista, decisamente peggiore. Il fondo, oltre ad essere completamente sconnesso, é anche pieno di fango. 

Una piccola mandria di bufali che scende la pista verso di me, senza lasciarmi alcuno spazio libero, mi fa decidere di tornare indietro. 

Arrivo a Phonsavan quasi al crepuscolo. 

Il tempo di fare un salto a vedere il monumento alla guerra del Vietnam e poi vado in un ristorante con terrazza che affaccia su un piccolo lago.


Il posto é pieno di giovanissimi, dai 16 ai 18 direi. 

Mi guardano tutti, chi platealmente, chi di nascosto. Sono molto incuriositi da me, fino a quando dal tavolo a fianco al mio, mi invitano a sedermi a bere con loro.

Purtroppo la conversazione é limitata a quattro parole di numero, però ci scambiamo grandi sorrisi e proviamo a capirci.

Saluto i ragazzi e vado al ristorante per mangiare le rane. Sono morbidissime, quasi gelatinose e hanno milioni di ossicine. Non credo che diventerò patito di rane ! 

Chiacchiero un po’ con il gruppo di italiani venuto qui per girare il documentario. Sono arrivati oggi e sono stanchissimi dal viaggio, però riusciamo  a parlare un po’ di noi, di viaggi e di altre storie interessanti. 

Tornando in albergo sento della musica a forte volume, con qualcuno che fa il karaoke (ovviamente!!) provenire da una casa a poca distanza dalla mia guesthouse.  

Vado a vedere e subito vengo invitato a entrare, non appena mi affaccio nel cortile.  

Sono un dozzina, già completamente ubriachi. Mi unisco a loro, mi riempiono il bicchiere in continuazione . Poi, quando sento che sto ubriacandomi, inizio a rifiutare, anche se continuano a dirmi e invitarmi a bene.
Resto con loro un’oretta, poi li saluto. 

Domani é prevista una lunga, lunghissima tappa di 260 km fino a Kong Lor, dove dovrebbero esserci delle grotte splendide. 

Vedremo.

Il cuore della resistenza laotiana

Anche oggi mi lavo a pezzi: intimo, piedi e ascelle. L’acqua calda non funziona come nelle due precedenti guesthouse.

Questo é lo scotto da pagare andando nei posti non turistici, che spesso si trovano strutture senza le comodità che per noi sono basilari.
Dopo aver visto per giorni e giorni le persone, dai bambini agli anziani, lavarsi nei ruscelli e nei fiumi o da tubi che gettavano un filo d’acqua fuori delle case, a bordo strada o prendendola da quelli che sembravano abbeveratoi per gli animali, é chiaro che l’acqua calda non é una priorità per il laotiano o comunque é qualcosa di cui giocoforza, ha sempre fatto a meno.

La visita guidata alle grotte del Pathet Lao inizia alle 9. Arrivo pochi minuti prima, il tempo per farmi spiegare come funziona e partire per la visita. 

Mi aggrego a una coppia di australiani che ha preso un tuk-tuk con autista a Sam Neua, a una trentina di km da qui. 

In questa zona ci sono centinaia di grotte naturali che sono servite da rifugio alla popolazione, ai guerriglieri e ai vertici del partito comunista laotiano durante gli anni del conflitto del Vietnam vale a dire dei massicci bombardamenti degli Stati Uniti. 

Scopro che in Laos é stata condotta la più grande guerra in incognito degli Stati Uniti e che su questo minuscolo paese sono state sganciate più bombe pro capite (o anche 10 tonnellate per chilometro quadrato) che sull’intera Europa durante la seconda guerra mondiale.

Questa guerra é talmente poco conosciuta che é stata ribattezzata la “guerra segreta” del Laos.

Proprio quest’anno, a settembre 2016 (la vedo una bella coincidenza e un segno del destino postumo), per la prima volta un presidente statunitense, Obama, ha messo piede in Laos dai tempi della guerra. Ha promesso 90 milioni di dollari di aiuti, ma non ha chiesto scusa per quello che il suo paese ha fatto.

Degli oltre due milioni di tonnellate (due-milioni-di-tonnellate), c’è chi dice tre, di bombe sganciate sul paese, circa il 30% cioè circa 700mila tonnellate, sono rimaste inesplose, ma in realtà a causare morti per i decenni successivi quando queste venivano incontrate nei campi da bambini, contadini, operai, muratori.

Da questo sito leggo qualcuno degli impressionanti dati:

  • Laos is the most heavily bombed country, per capita, in history.
  • There were more than 580,000 bombing missions on Laos from 1964 to 1973 during the Vietnam War.
  • That’s equivalent to one bombing mission every eight minutes, 24 hours a day, for nine years.
  • From the end of the war in 1974 to 2008, more than 20,000 people were killed or injured as a result of UXO accidents.
  • There have been approximately 300 new casualties annually over the last decade.

‎Con la guida visitiamo alcune grotte, scoprendo le stanze dove si riunivano, dove dormivano, dove studiavano, dove si curavano.


Tutto questo, mentre fuori imperversavano i bombardamenti. Tutto questo, per nove lunghi anni. Tutto questo, senza che gli statunitensi riuscissero ad avere la meglio.


D’altronde il popolo laotiano era già abituato a combattere contro i francesi e le loro pretese colonialistiche; si é trattato semplicemente di un cambio di nemico.

Le stanze dove si rifugiavano durante i bombardamenti con le armi chimiche hanno spesse mura di cemento, porte di metallo a chiusura stagna e macchinari che filtravano l’aria.


Molte delle tecnologie utilizzate erano di origine sovietica, paese amico senza il quale non ce l’avrebbero mai fatta.

Negli anni ho cambiato molto, per non dire completamente, punto di vista sul comunismo e il cosiddetto socialismo reale, ma viaggiando in posti come questo, é impossibile non provare empatia per una resistenza così strenua e capillare ad un’invasione ed un attacco tanto abominevoli ed ingiustificati.

Riesco a partire per le 11:30, molto prima delle 13 che avevo preventivato ieri. Questo perché la guida alle grotte é durata due ore invece di tre. 

Prima di uscire da Viangxay, mi fermo nel negozio che mi aveva detto ieri sera il tizio del ristorante indiano dove ho mangiato. 

E, incredibile ma vero, dopo dieci giorni di ricerche, finalmente trovo il cuscino per la moto !! Sommo gaudio!

Moto che nel frattempo ho deciso di soprannominare “Beauregard”, come il personaggio di Pogo, alludendo ai suoi begli occhioni e con un bel tono francofono.

Vorrei provare ad arrivare direttamente a Phonsavan, la base che userò per visitare la piana delle giare, ma sono 260 km, che su queste strade valgono doppio se non triplo.


Guido tranquillo, sciolto. Mi diverto. Incredibile come, dopo decenni di guida e centinaia di migliaia di km, continui a provare la stessa sensazione di libertà e di felicità e di benessere ogni volta che guido una moto.

Infilo le curve una dopo l’altra, senza tregua, senza sosta, solo per la benzina. É una battaglia tra me e loro, chi resiste di più.

Continuano a venirmi sotto, ogni volta con una difficoltà diversa : un TIR che occupa l’intera, misera carreggiata , un branco di bufali, mandrie di mucche, di capre e altri animali domestici che attraversano la strada, buche come crateri, frane.

Non mangio e non vado in bagno né scatto foto… un ramadan involontario, come declamerebbe Emidio Clementi.

Dopo 5 ore ho percorso 200 km, fanno quindi 40 km/h di media. Non male, considerate le strade e gli ostacoli.

Le montagne, finalmente, mollano la presa e torna la pianura. Mai l’ho salutata con così tanta gioia.



Arrivo a Phonsavan giusto al tramonto, con tempismo perfetto. Trovo una bella guesthouse in una strada tranquilla, con acqua calda per la tanto sospirata doccia, Wi-Fi decente e possibilità di parcheggiare la moto davanti alla stanza. Cosa chiedere di più ?

Domani passerò l’intera giornata alla Piana delle Giare e poi a pianificare gli ultimi giorni di viaggio.

Tra montagne e risaie

Anche oggi sveglia alle 6 in punto con la radio a volume altissimo dagli altoparlanti. Stesso programma di ieri.
E, come ieri, alle 7:30 si silenzia. Un’ora e mezza di tortura.

La strada inaspettatamente é molto migliore rispetto a ieri: più stretta, praticamente quanto un furgone, ma senza troppe buche. Oltre ad essere più stretta, però, é anche tortuosa come un serpente con le convulsioni.

Ogni curva anticipa la successiva, in alcuni tratti non ci sono nemmeno i tratti di raccordo tra una curva e l’altra, sono un’unica serpentina.

A proposito di serpenti, sono gli unici animali non domestici che ho visto allo stato brado, a parte qualche uccello. Fino a oggi ne ho visti quattro attraversare la strada mentre passavo. Un buon numero. E tutti discretamente grandi, come una bella biscia nostrana.

Ma gli esseri che ho visto di più in assoluto sono le farfalle. Ce ne sono moltissime, ovunque, di mille colori e dimensioni, dalle più piccole alle più grandi.

Mi fanno pensare che in Italia non se ne vedono più tante, così come sono scomparsi tanti altri insetti, come le lucciole ad esempio o le cavallette verde brillante o le mantidi religiose. Sono anni che non le vedo.

Mentre guido, rifletto che ho davvero scelto il posto giusto dove venire. Perché ho trovato sia un posto disabitato, selvaggio, come piace a me. Sia verde e rigoglioso, come desideravo in questo momento, contrariamente al solito, in cui invece amo il deserto e la sua vastità.

La strada sale e scende in continuazione dalle montagne, mentre sopra la mia testa passano veloci grandi masse scure di nuvole, che a volte fanno cadere qualche goccia. Ma oggi sembra essere il mio giorno fortunato con la pioggia, riesco ad evitarla sempre.

Quando salgo di quota, fa fresco, quasi freddo! Non avrei mai pensato che mi sarei dovuto chiudere tutto e mettere i guanti per via del freddo.

Attraverso la consueta miriade di villaggi più o meno poveri, con la solita grande quantità di studenti che escono da scuola intorno all’ora di pranzo. 


I km passano lenti ma regolari. Superata l’ennesima cittadina, passo davanti ad un cartello che indica una cascata.

Di fronte c’è un ristorante. Visto che stamattina sono partito a stomaco vuoto, mi fermo per mangiare un boccone.

Faccio in tempo a prendere una bottiglia di té verde dal frigo che dalla tavolata apparecchiata al centro della grande sala del ristorante, mi fanno cenno di unirmi.

Provo a rifiutare, imbarazzato, ma insistono tutti. Vado.

In pratica, stavo per ordinare da mangiare, mi avevano portato già il menu, ma i proprietari del ristorante mi hanno invitato a mangiare con loro! Incredibile.

Siedo a tavola con loro, sono in cinque: il padrone del ristorante, la moglie, un figlio (di due, il maschio; la femmina, invece, non siede con noi e confronto a fare le pulizie nel locale) e un’altra coppia.
Ognuno ha un piccolo canestro pieno di sticky rice, ne portano uno anche a me.

Mangiamo tutti con le mani, prendendo una pallina di riso e poi il cibo da una serie di piattini al centro della tavola: una frittata con le verdure buonissima, delle costolette di agnello alla brace, delle foglie di lemongrass fritte e un misto di verdure bollite. Prendiamo tutti dagli stessi piattini.
Poi il capofamiglia nonché proprietario del ristorante, si alza per andare a prendere il liquore di riso, in una bottiglia con dentro delle grandi radici forse di zenzero. 

Come gradazione alcolica é molto forte, simile alla grappa.

Proseguiamo a mangiare e mi offrono anche del tè da un thermos. Pasto completo!

Alla fine il tizio si mette davanti al computer e inizia a mettere canzoni a raffica, cantando con il karaoke!

Dopo un’oretta ringrazio, saluto e vado a vedere la cascata, poi mi rimetto in marcia verso Vieng Xai.

Mentre mi avvicino alla cittadina, il paesaggio cambia ancora e le incessanti catene di montagne lasciano il posto a dei picchi erti e isolati, coperti di alberi e immersi nel mare verde brillante delle risaie.



La cittadina é carina e conta alcuni monumenti, tra cui un bel gruppo che, brandendo i tipici simboli dell’iconografia comunista, schiaccia un missile targato USA.






Trovo da dormire in un bungalow proprio davanti al centro visitatori delle grotte della resistenza comunista ai devastanti bombardamenti statunitensi ai tempi della guerra del Vietnam. 
Ne approfitto che il ragazzo che gestisce le stanze parla un inglese decente (eccellente, considerando la media laotiana) .
“Scusa, ma mi sai dire cosa diavolo trasmettono sai megafoni alle 6 del mattino?!?”
“Ah quelle… sono notizie del Laos in generale o specifiche di questa regione”.
“Ma perché alle 6 del mattino per un’ora e mezza filata ??”
“Perché ci dobbiamo svegliare e iniziare il lavoro e le altre attività”
Così a occhio mi sembra un lavaggio del cervello.

Domani il programma é : la mattina visita alle grotte della  e poi, nel pomeriggio, partenza verso il centro del Laos, arrivando fin dove riesco. Chissà dove!

Verso il Vietnam

Delle voci mi strappano al sonno.

Non capisco bene, impiego qualche minuto per riprendere conoscenza, poi realizzo che i megafoni attaccati ad alcuni pali nella cittadina (come avevo visto anni fa in Russia e negli altri paesi dell’ex Unione Sovietica), stanno mandando una voce a tutto volume.

Sono le 6 del mattino.

Parla parla parla, poi ogni tanto c’è un’interruzione come di pubblicità con una voce femminile e della musica, ma dura solo pochi secondi e poi di nuovo la voce di prima, che parla senza interruzione. 

Siccome é la prima volta che capita una cosa del genere da quando sono qua, inizio a cercare delle notizie di colpi di stato o altre informazioni che possano spiegare tale tortura. 

Apparentemente non é successo nulla.

Già normalmente le voci che vanno così, più o meno incontrollate, come quella della televisione, mi danno molto fastidio. Ora che vorrei dormire, mi infastidisce ancora di più, non so dove sbattere la testa per sfuggire a questa tortura di questa voce incomprensibile mandata a tutto volume.

Così come era iniziato, all’improvviso finisce e torna il silenzio. Più o meno, perché intanto il paese s’è svegliato.

Sono le 7 e mezzo.

In quest’ora e mezzo in cui cercavo articoli sul Laos, ho scoperto che per guidare la moto, dovrei avere la patente di guida laotiana, che si ottiene a vista e costa circa 10 euro. 

Buono a sapersi, dopo dieci giorni che sono qui e guido tranquillamente senza averla. 

Però nessuno me l’ha detto né l’ho letto da altre parti, quindi o é falso o non è fondamentale. 

Dormo ancora un po’, poi faccio colazione finisco di preparare me e la moto e alle 10:30 sono in sella.

La strada si snoda tra montagne alte e aguzze come aculei. Spesso fiancheggio  torrenti o piccoli fiumi. 

In molti dei paesini che attraverso stanno mettendo dei cereali ad essiccare.

I villaggi sono poveri, essenziali.

Dal numero di animali (mucche, tori, capre, maiali e una miriade di volatili da cortile quali galli e galline, papere, oche, tacchini e così via) e dagli orti che sono un po’ ovunque, si capisce come vivano ancora di un’economia di sussistenza che potrebbe andare avanti così da secoli, ancora per … chissà quanto. 

Sono sfiorato da diversi temporali, in un’occasione mi prende, ma riesco a fermarmi in tempo, prendo solo poche gocce.

Visto quanti temporali stanno girando in cielo e inondando diverse zone, preferisco comunque mettermi la cerata.

Attraverso un paesino durante l’uscita da scuola. Anche stavolta, decine di ragazzi e ragazze si riversano nella strada. Molti a piedi, alcuni a bicicletta, pochi in scooter. 

I chilometri passano abbastanza velocemente, nonostante la strada sempre in cattive se non pessime condizioni, con buche profonde nell’asfalto e una sequenza costante di frane e smottamenti.

Non mi rendo conto di andare incontro ad un temporale che si muove molto velocemente verso di me. Mi fermo alle prime gocce, ma in pochi secondi mi investe con la sua potenza tropicale. 

Faccio in tempo a rimettermi la cerata che avevo tolto poco fa, senza bagnarmi troppo.

Stavolta non c’è nessun posto, paesino o tettoia dove potermi rifugiare. Decido di affrontare il nubifragio e proseguo senza fermarmi. 

Piovea dirotto per una mezz’ora buona, la moto si comporta bene e vado senza troppi problemi.

Arrivo per le 16, un’ora decisamente inconsueta per me, alle meta di oggi, Vieng Thong. 

Il paesino é circondato da risaie e campi di grano, magnifico.

Anche se il paesino in sé, in realtà, é piccolo e non particolarmente interessante. 

Trovo una pensione e vado a fare un giro.

C’è ancora il mercato, dove vendono carne, pesce, verdura.  

Vado a godermi il tramonto sul ponte all’ingresso del paesino, bevendo un’acqua di cocco. Un momento di grande serenità, che non sono l’unico a concedersi. 

Assieme a me, a qualche metro di distanza, dei giovani del posto, che pure questo spettacolo lo vedranno tutti i giorni.

Prima di tornare in albergo, mi arrampico su una collina perché dal bassoho visto una specie di tempio. Realizzo che sono giorni che non vedo templi, peccato!

Questo non é un tempio, ma solo un monumento al dirigente comunista di turno.


Pur essendo un paese comunista, però, a parte qualche bandiera con falce e martello appesa qua e là, non ho visto altre manifestazioni di propaganda come negli altri paesi dove sono stato in passato, dove si vedevano in continuazione statue, busti, monumenti, cartelloni, murales e quant’altro.

Tramonta e sto morendo di fame.


Per cena vado in un ristorante, dove trovo un ragazzo che viaggia solo. Ha 30 anni, é francese. 
Sta tornando in Francia, dopo aver lavorato per tre anni e mezzo in Indonesia. E prima ancora un anno e mezzo in Vietnam. 

Anche lui voleva affittare una moto quando é atterrato a Luang Prabang, ma ha rinunciato quando anche a lui hanno chiesto di lasciare il passaporto come garanzia. 

Parliamo di viaggi, anche lui adora la moto e quando viveva in Vietnam ha girato molto con una piccola moto 125, quasi ogni week end. Vorrebbe comprare una moto in Vietnam e fare un giro tra Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia eccetera. 

“É facile comprare una moto in Vietnam?”, gli chiedo incuriosito.  

“Sì, facilissimo, paghi ed é tua!”

“E i documenti ? Sono a tuo nome ? ”

“No, lì funziona che il libretto ha solo il nome del primo proprietario, poi basta. Chi ha il libretto, é automaticamente il proprietario. ”

Questo mi fa pensare, per la prima volta da quando sono partito, che sono senza il minimo documento della moto. 

“Vabbè, però hai il contratto di affitto della moto, no ? “, mi dice per tranquillizzarmi.

Eh bella domanda… non mi ricordo assolutamente di aver preso nessun foglio, ma forse ricordo male.

“Con cosa leghi la moto ? “, mi chiede. 

“Con nulla, perché ? ”

“Perché a me hanno rubato lo scooter che avevo affittato in Cambogia e ho dovuto ricomprarlo all’agenzia di noleggio! ”

“Ah, merda!”

“Non hai paura che te la rubino?”, mi chiede con stupore.

“No, sinceramente no”

“Ok, comunque se vuoi ti do la catena che avevo comprato con l’idea di affittare la moto… ma visto che non l’affitto più, te la do volentieri ”

“Grazie ! ”

Sorrido pensando alle differenze tra me e lui: io con la certezza di affittare, non ho nemmeno pensato alla catena. Lui, col dubbio di affittare, ha comprato la catena.

Però lui prima ha avuto la brutta esperienza. 

É un semplice cavo con serratura a codice numerico, ma forse servirà per evitare il furto banale, di quello che passa per caso e vede la moto ferma e incustodita.

Sarà, ma mi sembra impossibile che possano fare una cosa del genere qui in Laos, é un posto molto tranquillo. C’è tanta povertà, ma la gente é dignitosa e ognuno ha qualcosa. Per esempio non ho ancora visto un solo mendicante, nemmeno nelle grandi città come Vientiane e Luang Prabang. 
In ogni caso accetto l’offerta, male non fa.

Vado a dormire presto, domani mi attende una tappa più lunga delle altre, per arrivare quasi al confine con il Vietnam.

Pace lungo il fiume Ou

Mi sveglio nella pace assoluta: il sole che scalda, il fiume che scorre tranquillo a pochi metri, qualche attività artigianale dall’altro lato del villaggio, le grida dei bambini che giocano riecheggiano nella valle.

Decido così di fermarmi qui. Per capire cosa c’è da vedere e fare, vado in un’agenzia turistica che avevo visto ieri.

Dopo aver ascoltato le varie alternative, scelgo una gita fino a un villaggio più a nord lungo il fiume, a un paio di ore di navigazione. 

Siccome sono da solo, essendomi mosso tardi (“I gruppi sono partiti alle 9!”, mi spiega il ragazzo dell’agenzia), pago di più. In compenso, però, ho una barca tutta per me.

Mentre il ragazzo dell’agenzia mi accompagna in scooter alla barca, chiacchieriamo un po’.

“Sei sposato ? “, mi chiede mentre scendiamo la scoscesa riva del fiume, facendoci largo tra le piante. 

“No, e tu?”

“No, ma mi voglio sposare”

“Quanti anni hai?”

“24”

“Sei giovane per sposarti!”

“No, qui in Laos i ragazzi si sposano tra u 20 e i 22 anni… ”

“Quindi sei vecchio per il matrimonio ”

“Esatto… vorrei sposarmi l’anno prossimo… devo risparmiare per comprare la donna”

“In che senso comprare la moglie?”

“Nel senso che la devo comprare dal padre. In Laos si usa così ”

“Ah. E quanto costa ? “, gli chiedo sempre più incuriosito.

“Qui tra i 10 e i 15 milioni di kip, dipende da com’è la ragazza. In città però costa molto di più. Ah e poi lo sposo deve comprare un bufalo da uccidere per il pranzo”
Faccio i conti, in euro sarebbe tra i 1100 e i 1600 euro.

Se penso ai costi dei pranzi o cene di nozze che da noi spesso (sempre?) paga la famiglia dello sposo, non é nemmeno tanto…

Arriviamo sulla riva fangosa del fiume, la barca é già lì che mi attende con il favoloso barcaiolo che sembra uscito direttamente da un cartone animato giapponese degli anni ’70. 


La barca é quella classica strettissima e lunghissima. Sembra un kayak e infatti sfrutto le nozioni di equilibrio che avevo imparato proprio durante i tanti anni di kayak fatti sul Tevere a Roma.
Quello che dall’alto sembrava un fiume tranquillo, in realtà si rivela pieno di mulinelli e correnti che tirano in tutte le direzioni.

Il mio anziano Caronte conduce con maestria, rimbalzando da una riva all’altra a seconda delle correnti, affrontando le onde o assecondandole. 

Il fiume é trafficato: barche di persone che si spostano tra i villaggi, a volte carichi di roba da riempirne una intera da soli,  poi pescatori, gente che vive lungo il fiume, bambini che giocano. 




Mentre  risaliamo la corrente in un punto tranquillo sottocosta, il motore di spegne all’improvviso.

Benzina finita.

Per fortuna é successo in un punto tranquillo ! Non oso immaginare cosa sarebbe potuto succedere se fosse successo nel mezzo di un mulinello o di un incrocio di correnti che afferravano la barca anche quando ha il motore.
Svuota la tanica che aveva portato e ripartiamo con un nuovo ospite a bordo.

Un bel ragno che impaurito inizia a saltare da tutte le parti. Finalmente riesco a farlo salire sul piccolo remo di servizio e a scaraventarlo  in acqua.

Fiancheggiamo colline e montagne coperte ancora dalla foresta, un intreccio di alberi fittissimo ed affascinante nella sua primordialità .


Osservo gli alberi dritti, alti, dal tronco liscio e senza rami se non nella parte più alta, per evitare di disperdere le energie con rami che sarebbero coperti dalle altre piante più alte. Meglio concentrarsi sulla chioma. 

Il Laos, per quello che sto vedendo, é un paese con diverse aree ancora selvagge ed essenzialmente disabitato.

Dopo due ore di navigazione arriviamo finalmente nel paesino più lontano del mio itinerario. Lascio il mio amico barcaiolo parcheggiare la barca e risalgo la riva del fiume per andare a visitare il villaggio.

Buona parte della spiaggia e della parte sotto al villaggio stanno venendo stuprati da due caterpillar. 

“I cinesi…”, mi spiega il tipo che mi sta accompagnando in paese, “stanno costruendo un generatore elettrico poco più a monte. 

Risaliamo la riva per entrare nel paesino.

Compro dei foulard da un paio di donne differenti, ma come capita sempre in questi casi, le altre quasi si offendono.

​Non ho mai visto tanta gente tessere la seta, praticamente tutte le famiglie hanno una donna che fila tutto il giorno, con le opere prodotte esposte subito a fianco.

Il villaggio é molto bello, le case sono ancora tutte del tipo tradizionale, in legno e bambù intrecciato.




Ripartiamo, tornando a valle vengo Nong Khiaw.
L’aria é calda e profumata, meraviglioso.




A un certo punto il barcaiolo mi tocca sulla spalla. Mi giro e vedo che sta mangiando dei pezzetti di carne essiccata da dentro un sacchetto e dello sticky rice da un altro sacchetto. Me ne offre un po’, accetto volentieri perché ho fame. 
É carne affumicata, molto buona.

Ci fermiamo per qualche minuto in un altro paesino, Muang Ngoi Neua.

Questo é già molto turistico con guesthouse e ristoranti. Nonostante sia abbastanza isolato, é pieno di turisti.

Il motivo é semplice : é riportato sulla Lonely Planet, che ormai ha il potere di massificare e banalizzare qualsiasi località. Quindi anche qui, nel cuore rurale del Laos, si può trovare un bar che serve cocktail 2×1 durante l’happy hour. E poi guesthouse con birre di tutti i tipi e così via.

Ripartiamo e sogno e rifletto un po’ sulle tante persone che vedo sulle rive, arrivate da piccoli villaggi invisibili o da abitazioni isolate. 


Si lavano, giocano, portano gli animali a bere e così via. 

Purtroppo la magnifica gita e anche la giornata sono al termine.


Saluto il mio sensei sotto al pilone del ponte dove mi ha preso qualche ora prima.
Salgo sul ponte per godermi il tramonto nella meravigliosa cornice del paesino che inizia ad illuminarsi sulle due sponde del fiume.



E domani, verso il Vietnam!

Tra i Buddha e gli elefanti

Pessima nottata, di appena 4 ore di sonno… spero di recuperare con la prossima, anche se sono giorni che ripeto la stessa promessa.
Vado a recuperare i panni lasciati ieri, per chiudere le valigie e partire, seppure a malincuore.

Davanti alla casa a fianco della guesthouse, una delle pochissime su questa parte di lungofiume a non essere stata convertita in hotel, ristorante o centro massaggi, stanno abbrustolendo un paio di spuntini per la colazione.

Un rospo e un altro essere, all’apparenza un crostaceo, ma sono scettico vista la distanza che ci separa dal mare.‎
Parto sotto un bel sole caldo e gli uccellini che cinguettano placidi. La moto parte al primo colpo, ha voglia di viaggiare. Anch’io. Penso che dovrei trovarle un nome, ma per il momento non me ne viene nessuno.
Decido di passare da Ban Phanom, un paesino vicino Luang Prabang, che la guida dice essere famosa per i suoi atelier di tessitura della seta e del cotone.

Al primo passaggio lo perdo, perché ho pensato che non potesse essere quell’agglomerato polveroso di povere case. 

Poi per esclusione, torno indietro ed ho la conferma che era proprio lui. 

Cerco gli atelier, ma alla fine trovo un solo cartello che indica un centro di produzione della seta. 

Lo seguo, attraversando stretti viottoli sterrati piuttosto malmessi, fino ad arrivare, solo per mia testardaggine, davanti al cancello di una vecchia casa affacciata sul fiume.

Una anziana sente il rumore del motore e apre il cancello della casa, facendomi cenno di entrare.
Avendo letto su tutte le guide che gli anziani dovrebbero ancora parlare un po’ di francese, provo a giocare questa carta :
“Parlez-vous français ? “, le chiedo speranzoso. 
“Oui, en peu”
Ah, finalmente posso scambiare due chiacchiere vere.
Mi racconta che lei é l’ultima in paese a tessere la seta e che poi vende i suoi lavori in città. 

Mi mostra la lavorazione a un vecchio telaio di legno. La osservo passare la soletta col filo da una parte all’altra, cambiare i rocchetti per cambiare colore e continuare a tessere.

Tessere così, come d’altronde hanno fatto per secoli (di recente ho sentito la storia della tessitura della seta e dei macchinari per farlo ai setifici reali di San Leucio, splendidi), é incredibilmente lento.

Stento a credere che ancora lo faccia così. 

Ad ogni modo, le chiedo se ha dei lavori da farmi vedere. 
Apre allora una stanza e mi mostra una serie di tessuti per fare delle gonne e delle stole dalle fantasie cupe, scure, pesanti. E anche la seta é dura, quasi cartonata.

Glielo dico che é dura.
“Tieni, senti questa “, e mi passa una stola morbidissima. 
“Questa é seta thailandese”, mi dice con una smorfia di disgusto.
“E quindi?”, le chiedo per capire cosa intenda.
“Plastica!”, sentenzia togliendomela dalle mani.
Sarà, ma almeno era morbida. Solo l’idea di mettere al collo quella cosa dura, mi fa irritare la pelle.
In più costa tanto e non prova nemmeno a scendere di prezzo.
La saluto senza troppi rimpianti.
Riprendo la strada verso nord, la famosa “dorsale” costellata di crateri e interrotta da frane, quando all’improvviso ho un’illuminazione ! 
Ho dimenticato in albergo l’unica copia del passaporto e, soprattutto, del visto! Il passaporto vero, infatti, l’ha tenuto il tizio della moto come garanzia e io ho solo una fotocopia da mostrare negli alberghi e all’eventuale polizia che dovesse fermarmi.
Maledico la mia distrazione e memoria, ma anche quella dei tizi della guesthouse e torno indietro. 
Passo davanti alla deviazione per andare alla tomba di Henri Mouhot, lo scopritore di Angkor Waterfalls. Mi fermo e focalizzo meglio quello che avevo visto solo di sfuggita. 

La strada é platealmente sbarrata con una serie di mezzi tronchi e dei pali messi in orizzontale, a chiudere qualsiasi passaggio, se non un’aperta violazione fatta scavalcando. 

In più, per essere ancora più espliciti, una cartello che, se da un lato mostra una incomprensibile scritta in Laos, dall’altro mostra un comprensibilissimo disegno di una pistola con tanto di traiettoria del proiettile dalla pistola alla testa dell’insistente e invadente visitatore.

Mentre scruto divertito il cartello, arriva un tizio che entra proprio lì. Porta  un coltello lungo quanto l’avambraccio.

Con un cenno gli indico il cartello che indica la tomba e subito dopo l’altro cartello, che promette un’altra tomba. 
Sorride, mi fa cenno di entrare, che non c’è problema. 
Sono ancora insicuro, ma lui, per farmi vedere che non c’è problema, apre lo sbarramento spostando un paletto, facendomi segno di entrare.
Appena entra anche lui in questa zona off-limits, sbuca un tizio dalla faccia tesa, nervosa. 

Il tipo che mi ha fatto entrare gli parla, credo gli stia spiegando che é stato lui a farmi entrare e che non c’è problema. 
Lo saluto in lao, dicendogli “sabaidee”, ma non risponde, non mi guarda nemmeno e mostra sempre questa espressione truce.
Scendo poco convinto, ma ormai ci sono. La strada di cemento scende ripida verso il fiume, altissimo per via delle continue e abbondanti piogge.

Trovo un cartello che indica la tomba, ma poi non trovo altro. 

Non capisco se la freccia é davvero una freccia oppure l’indicazione della tomba.

In ogni caso, per via delle piogge é franato tutto ed é impossibile cercare oltre, é tutto allagato.
Torno su anche perché non so bene che accoglienza potrebbe farmi il tizio silenzioso.

Mi torna in mente la roncola che portava in mano il tipo che mi ha fatto entrare e, proprio per non essere a mani nude nel caso nasca qualche malinteso, prendo anch’io il coltello che porto sempre con me, tenendol in già mano, dentro la tasca della giacca.

Passo davanti al tipo nervoso, lo saluto, quello muove appena la testa, ma senza guardarmi né girarsi. L’altro tipo é al telefono e non mi sente.
Bene, arrivederci. Salgo in moto e ‎torno in città per riprendere le fotocopie. Già le avevo dimenticate nei giorni scorsi, finalmente ho il lampo di genio: faccio delle fotocopie delle fotocopie!
‎E già che ci sono, faccio il pieno di benzina.

Morale della favola, anche oggi riesco a partire alle 13, preparando quindi il mio ennesimo arrivo in notturna.
Vado verso le grotte di Pak Ou. La strada per fortuna é meno tortuosa, ma sempre molto rovinata. Attraverso piccoli paesi circondati da risaie.
La parte finale che porta alle grotte é uno sterrato a volte molto malmesso e pieno di fango per via delle piogge.

Arrivo al paesino di fronte alle grotte, da qui ci si imbarca su una lancia stretta e lunga per attraversare il Mekong. Prima però, visito il tempio, un bell’esempio di struttura “minore”, non come quelli sfarzosi che ho visto nei giorni scorsi.




Un anziano monaco sta lavorando la terra piegato su sé stesso, usando una zappetta microscopica.

Arrivo sulla riva del fiume e prendo una lancia. Con me sale un tizio con una grande borsa. Attraversiamo il fiume velocemente, il paesaggio é splendido.

La grotta principale si apre sul fianco della ripida scogliera che termina a picco sul fiume.

É piena di statue di tutte le dimensioni appoggiate in ogni punto a disposizione.


Faccio anch’io un’offerta, spinto da una donna con un banchetto all’ingresso della grotta. La dedico alla mia famiglia ed alle persone a me più vicine.

 Il risultato sarebbe interessante, con centinaia di statue e statuette che si perdono nell’oscurità. “Sarebbe” perché nel frattempo arriva della musica a tutto volume da una delle barche attraccate sotto la grotta a distruggere qualsiasi atmosfera mistica o comunque anche solo di meditazione si possa creare.
Mi arrampico anche alla grotta superiore dove trovo una signora e la sua piccola che vendono delle offerte per Buddha e noleggiano delle piccole torce per vedere nell’oscurità. Questa grotta, infatti, non riceve luce quasi per nulla dall’esterno.


Faccio il percorso inverso di discesa al fiume, attraversamento del fiume, ritorno verso la statale.

Inizia a essere tardi ovviamente. 
Fatte appena poche curve mi trovo davanti… Un elefante! Ecco, qui su questa stradina sterrata non é tanto piccolo, anzi!

Dopo qualche centinaio di metri ne incontro altri 4, sono quelli del centro di protezione che ho visto lungo la pista.

Decido di passarci un attimo, trovo un altro elefante con una ragazza seduta sul collo e un ragazzo seduto su una panca fermata sulla sommità della schiena. 
“Posso provare?”
“No!”, mi risponde il ragazzo senza darmi altre spiegazioni.

Penso sia fine giornata per loro, perché subito dopo fa scendere la ragazza, smonta tutto dall’elefante e lo porta a lavarsi sotto a un tubo.
Torno sulla statale e inizio ad andare con ritmo sostenuto. Mancano ancora 120 km, la strada non é buona e gli ultimi 30 km saranno su una strada, come recita la cartina stradale, in “poor conditions”, in cattive condizioni. Visto com’è la statale principale, non c’è da aspettarsi nulla di buono. 
Attraverso d’un fiato piane e vallate, villaggi e paesini.


Quando mi fermo per bere una cosa fresca e per sgranchirmi perché mi sto anche addormentando, con i ragazzi e ragazze sedute fuori dalla povera casa é tutto uno di scambio di sguardi, sorrisi e risate imbarazzate.
Passo a fianco a un grande cantiere di quella che diventerà una diga. Proprietario del cantiere, PowerChina.

Sono giorni che incontro un numero enorme di cinesi. Anche adesso, molte delle auto che vedo hanno targa cinese. Ed effettivamente si riconoscono da come guidano da assassini. 
Arrivo all’incrocio con la strada in “poor conditions” che é il crepuscolo. Per fortuna mi restano da fare solo 30 km.

Alterna tratti asfaltati con grandi buche a tratti sterrati con enormi buche. La guida in realtà é un unico slalom alla ricerca del punto meno affossato.

Raggiungo anche un camion carico di tronchi con le ruote affondate nel fango, che si sta seccando. Non ho idea di come faranno a tirarlo fuori. Molte persone ci lavorano, nel frattempo hanno creato una deviazione per evitare il pachiderma che probabilmente si trasformerà in fossile.

Per fortuna ogni tanto ci sono tratti lisci, sia sterrati che asfaltati. Alla fine riesco a tenere una media sui 30 km orari, tutto sommato non male.

Arrivo a Nong Khiaw che é un notte, sotto un cielo stellato poeticamente decorato da una sottilissima falce di luna.


Trovo da dormire in un bungalow a livello dell’acqua, un bungalow costruito con la tecnica tradizionale del bambù intrecciato.

Sono immerso nella natura, tra griglia, uccelli notturni e altre creature. Come il ragno enorme entrato dal buco della doccia che trovo in bagno.
‎Passo la serata cercando di capire come dividere i prossimi giorni. Non é facile, considerate le condizioni delle strade e i paesini minuscoli che troverò, che forse non avranno alcuna guesthouse dove potermi fermare per la notte.