Relax in Calcidica (1)

Mi sveglio con tutta calma, faccio la doccia che ieri per la stanchezza non sono riuscito a fare e mangio qualcosa. Sono pronto per il mare! 

Costas prende il comando della situazione ed andiamo in una spiaggia a pochi km da Nikiti. 

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L’acqua é trasparente, la gente poca. Inizia il relax, dopo due settimane di spostamenti continui! 

Finora ho percorso 7500 km… una sosta di un paio di giorni é quelli che ci vuole!
In realtà avrei voluto arrivare prima, ma la malattia e il brutto tempo di ieri mi hanno fatto perdere quei due giorni in più che avrei voluto passare qui. 
Sarà per l’anno prossimo! 

Cambiamo spiaggia intorno all’ora di pranzo, in tempo per mangiare un bell’octopus alla griglia con patate fritte di contorno e l’immancabile insalata greca. 

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Stiamo un paio d’ore in un’altra spiaggia poi Costas vuole tornare a casa per riposarsi un po’. 

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Riposarsi dalla spiaggia? 

Come temevo, quando torniamo a casa, alla fine si fa troppo tardi ed é inutile tornare sulla spiaggia. 
Ne approfitto comunque per fare un giro per la parte antica di Nikiti, fatta di splendide case in legno e pietra. Arriviamo fino in cima al paese, alla piccola chiesa ortodossa. 

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Mi spiega Costas che questa zona é stata popolata da famiglie fuggite da Trebisonda e dal nord della Turchia al tempo della guerra greco-turca. L’architettura, infatti, é molto simile. 

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La commistione di parole, architettura, cucina e molto altro tra greci e turchi é sempre fonte di sorpresa, soprattutto considerando quanto si guardano storto gli uni con gli altri. 

Dopo la passeggiata andiamo nella parte nuova a salutare la zia e le sue amiche che prendono il fresco nella veranda della casa proprio di fronte al porto. 

Mangiamo una cosa al volo, passeggiamo un po’ e torniamo a casa. 
Crollo a letto molto presto, penso di avere un bell’arretrato di sonno!

Verso la Grecia

Una serie di interrogativi si rincorre nella mia mente: i traghetti che collegano Canakkale alla sponda europea, le trasportano le moto?
Alla frontiera turca, mi faranno pagare la multa per eccesso di velocità che mi hanno fatto giorni fa?

Nonostante la lunga tappa che mi aspetta, quasi 900 km, non riesco a partire prima delle 10. 
La strada sale quasi subito alle spalle del lago di Iznik, regalando bei panorami sullo specchio d’acqua ancora coperto dalle nuvole. 

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La strada é vecchia e con molti dossi, ma a fianco si vede già la collina sbancata per la nuova strada, ovviamente a quattro corsie. 

Torno in pianura, il paesaggio é brumoso e poco interessante, a parte qualche sporadico scorcio sui paesini che incrocio.

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Passo in un punto in cui curiosamente girano in circolo decine di uccelli. Resto per un po’ col naso per aria per capire cosa sono, sembrano cicogne. 

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Siccome la strada che mi aspetta é corta, mi concedo anche una sosta, ma il nome del luogo é troppo bello per saltarlo: Apollonia! 
É un porticciolo molto bello posizionato sulla punta di una minuscola penisola. 

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Mi limito a farne il giro, senza scendere per andare a caccia dei resti archeologici, visto che il sito pare risalga ai greci. 

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Man mano che la strada si avvicina a Canakkale, il panorama diventa più interessante, fiancheggio a lungo la costa al di là dello stretto dei Dardanelli in quella che torna ad essere Europa. 

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L’ingresso al porto e sulla nave non potrebbe essere più veloce: c’è una specie di casello dove pago ad una ragazza 10 lire, mi dice di salire sulla barca di sinistra e nel giro di un minuto sono già parcheggiato sul ponte e aspetto la partenza. 
Fantastico!

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In pochi minuti partiamo. Sono felice di aver scelto questa strada per tornare in Europa. Oltre a non averla mai fatta prima, la trovo altamente simbolica e giustamente lenta. 
Amo il ponte sul Bosforo e mi ha commosso più di una volta percorrerlo,  però tornare in Europa in questa maniera, con la dovuta lentezza, ti fa cogliere maggiormente lo stacco, il cambiamento. 

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La strada dalla parte europea é incredibilmente ventosa. 

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Passo a fianco a colline e colline che si rincorrono fino all’orizzonte, completamente coltivate a girasoli. 

Arrivo alla frontiera, finalmente il momento della verità.
Primo controllo passaporto, nulla.
Secondo controllo, stavolta dei documenti della moto, ancora nulla. 
Dentro di me mi dico, di certo non vengo a dirvi che devo pagare una multa!!
Terzo controllo, di nuovo il passaporto, ancora nulla.
É fatta, mi dico. 
Cambio le ultime lire turche in uno sportello e faccio per uscire dalla dogana.

Pare ci sia un quarto controllo.

“Passaporto?”, propongo al tipo nel gabbiotto 
“No, documenti della moto!”
“Prego…”
Scrive sul computer il mio nome. 
“Bertoldi?”
“Sí…”
“… Può andare, buon viaggio!”

Tiro un sospiro di sollievo, saluto e scappo, é il caso di dirlo. 
Chissà, forse mi arriverà la multa a casa, per quel giorno ci penserò.

La strada fino alla Calcidica é lunga, ammiro il tramonto dall’autostrada.

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La mazzata finale sono gli ultimi 100 km per attraversare fredde montagne su strade minuscole senza alcun tipo di segnalazione. 
Però il cielo é meravigliosamente stellato, mi fermo per ascoltare il canto dei grilli e guardare qualche minuto le stelle e la via lattea, perfettamente visibile. 

Arrivo da Costas che sono le 22:45, tutto sommato non male per tutto quello che ho fatto!

Adesso mi aspettano due giorni di puro relax! 

Iznik, la città della ceramica

Mi sveglio che piove. Bella beffa per essere nell’albergo più bello di tutto il viaggio, con una piscina che aspetta solo di essere provata. 

Dopo pranzo il tempo migliora leggermente, per lo meno smette di piovere. 

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Vado in centro dal lungolago, Iznik ha un giro di mura possenti e relativamente ben tenute. 
Cambio un po’ di euro in banca e vado a caccia di ceramiche, la città é famosa per la loro produzione artistica. 

Ci sono alcuni monumenti : moschee, medrese, ma anche resti romani. Se la giornata non fosse così piovosa, sarebbe una passeggiata molto piacevole. 

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Cerco anche del té, sembra destino che non riesco a trovarlo, ma anche stavolta trovo tutto chiuso e gli alimentari che trovo hanno solo quello industriale in busta, mentre invece lo vorrei sfuso. 

Rinuncio e proseguo con le ceramiche, qui é impossibile restare delusi, al peggio é solo una questione di prezzo.
Compro una piccola ciotola decorata con i classici motivi floreali ottomani e qualche altro oggetto. 

Proseguo la passeggiata e passo nuovamente davanti ad un edificio storico dove ero passato poco prima.
Guardo meglio per capire cos’è : un hammam!
Mi dico, perché no? Domani parto e torno in Grecia, quando potrò rifarlo un bel bagno turco?
Mentre entro, sta uscendo un ragazzo. Attacca bottone, parla un ottimo inglese, ci scambiamo gli indirizzi, forse ci ritroveremo sulla grande piazza virtuale di Facebook. 

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La sauna é calda, ma non troppo, nulla a che vedere con quelle russe o nord europee. 
Quando sto per iniziare il massaggio, entra una famiglia francese, di Tolosa. Il tempo di recuperare un po’ di francese dai miei neuroni, che li devo salutare perché arriva il tipo per il massaggio. 

Spero che non sia shockante come fu quello di Konya nel 2005.
Mi accorgo di essere talmente traumatizzato da quell’esperienza, che quando sento che alza una mano dal mio corpo, mi aspetto un ceffone o una botta del genere. 
Invece il tipo mi massaggia vigorosamente, ma niente di violento né soprattutto pericoloso, come fece quello di Konya che, per darmi scrocchiare il collo, mi ruotò di scatto la testa di 90 gradi prima a destra e poi a sinistra e rimasi con il mal di collo per una settimana!
Insiste sui muscoli contratti e dopo 7 mila km ce ne sono tanti! Ha i pollici come aratri che scavano nei muscoli e nelle articolazioni, ma alla fine riesce a sciogliermi e rilassarmi completamente. 

Ormai il pomeriggio é finito, faccio giusto in tempo a fare un giro in moto per vedere le porte monumentali ai quattro punti cardinali delle mura. 

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Come a Roma, anche qui le porte sono usate normalmente dalle auto.

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Torno in albergo per sistemare i bagagli e proteggere a dovere i nuovi, delicati acquisti! 

Domani sarà una tappa molto lunga, fino in Grecia dal mio amico, in Calcidica!

La meraviglia dell’antica Anatolia

[Avviso ai lettori: avevo già scritto questo articolo, ma la simpatica applicazione del telefono, un porting da Android, é andata in crash mentre lo stavo caricando sul blog e… ha cancellato tutto. Quindi lo scriverò un po’ a tirar via, purtroppo] 

Oggi é il giorno del Museo delle Civiltà Anatoliche, ho letto ovunque che é splendido, non vedo l’ora di visitarlo. 

Mi avvio verso le 10 lungo i bei viali larghi ed eleganti del centro, passo a fianco di fontane, monumenti, zone verdi. 
Ankara é una bella città moderna, con un centro molto interessante, non capisco perché tanti dicano che sia brutta. 

Il museo inizia il viaggio nel tempo dalla preistoria. É emozionante vedere come l’uomo abbia profondamente innato il desiderio, l’istinto di astrarre e di rappresentare la vita quotidiana e le divinità come le percepiscono, così come il senso del bello.

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(notare i graffiti sullo sfondo)

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Il viaggio nel passato prosegue con le popolazioni anatoliche più famose: Frigi, Assiri, Ittiti. Tutte hanno prodotto delle opere d’arte incredibili: sculture, bassorilievi, gioielli. 

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Ci sono richiami alle divinità, ma anche alla natura ed alla vita quotidiana.

(mamma con figlio e geroglifico)

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I gioielli e i manufatti ritrovati nelle tombe sono incredibili.

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L’esposizione si chiude con le celeberrime tavolette incise con i caratteri cuneiformi: contratti economici, certificati di matrimonio, accordi, resoconti.

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Concludo la visita di Ankara con un giro nella cittadella. É curioso vedere come abbiano incastonato pietre di tutte le provenienze all’interno delle mura: si vedono capitelli rovesciati, pezzi di iscrizioni provenienti chissà da dove, marmi di diversi colori e così via. É buffo anche come le persone abbiano inglobato i resti delle mura in nuove abitazioni, questo ricorda molto alcuni angoli di Roma. 

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Lascio Ankara sotto un sole cocente, il caldo é intenso.  

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Per fortuna ho deciso di fare una strada che sale velocemente sopra i 1400 metri.

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Come conseguenza, la temperatura scende altrettanto velocemente a valori più accettabili. 

Attraverso paesini praticamente abbandonati, a parte pochi anziani che mi guardano come fossi un alieno. Qui posso ammirare le case tradizionali ottomana come sono in origine, senza restauri. 

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Come temevo, i turchi non hanno ignorato questa piccola strada tra le montagne ed hanno iniziato a rifarla. Entro in un cantiere che dura decine di km di sterrati, camion che sollevano nuvole immense di polvere e auto che zig-zagano tra buche e cambi di corsia nella terra.

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Siccome davanti a me ho potenzialmente quasi 100 km di cantiere, provo a chiedere a degli operai, ma col mio turco minimale mon riesco a farmi capire. 
Uno degli operai a cui chiedo mi dice di aspettare che chiama uno che, mi sembra di capire, parla qualche lingua straniera. 
Questo scende da un camion da cantiere che solo la ruota é più alta di me ed esordisce con “russkij ponimajsh?”, capisci il russo? 
Mai avrei immaginato che prima di dare un viaggio in Turchia avrei dovuto ripassare bene il russo! 

Scopro così che sono quasi fuori dai lavori, mancano solo 4 km. Finalmente! 

La strada torna splendida come panorami

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Ma spesso pessima come asfalto, che riprende ad essere di quello che si scioglie sotto le ruote, scivoloso come olio. 

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Inizio ad essere stanco e la meta, Iznik, ancora lontana. Il sole mi saluta tra mille colori. 

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Quando arrivo a Iznik morto di fatica, ho l’ultima sorpresa : il cellulare é completamente a terra e ovviamente solo lì ho il nome dell’albergo che ho prenotato stamattina da Ankara.  
Provo a ricaricarlo dalla presa che ho sulla moto, ma non dà cenni di vita. 
Penso velocemente e mi viene in mente che comunque ho l’email di conferma. 

Mi infilo al volo in un internet cafe e, in pochi minuti, ho un foglietto con il nome dell’albergo, che mi accoglie di lì a poco in tutto il suo splendore. 

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Finalmente!

A cena conosco uno dei responsabili dell’albergo, forse il proprietario. Parla un ottimo inglese ed ama la lingua italiana. La sta studiando e mi fa vedere un’applicazione che ha sul telefono, una grammatica turco-italiana.

Domani non so cosa farò, da una parte vorrei visitare Iznik, dall’altra ormai voglio andare in Grecia a riposarmi dal mio amico in Calcidica.
Domani deciderò!

Dagli Ittiti ad Ataturk

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Dormire nei piccoli paesi é un vantaggio, ancor più quando l’albergo é a due passi dal museo dove si vuole andare.

Faccio colazione, attraverso la strada ed entro nel museo di Bogazkale, che raccoglie alcuni dei tesori ritrovati ad Hattusa.
Si va dagli originali delle sfingi, a una serie di vasi e terrecotte, qualche monile ed altri reperti di epoca ittita. Spesso si resta stupefatti pensando che queste creazioni davano tra il 1500 e il 3000 e ancora prima, tutto Avanti Cristo!

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(anche questa, come tre creazioni viste nei giorni scorsi, mi ricorda tremendamente gli Incas!)

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Faccio in fretta a visitare il museo, é molto piccolo. 
Torno all’albergo, riprendo la moto é mi avvio verso Yazilikaya dove dovrebbe esserci un altro sito ittita, anche se non so in che forma: museo, rovine o altro.

Scopro che é… altro! Sono due templi a cielo aperto, dove le pareti in realtà sono le rocce naturali a cui l’unica lavorazione fatta é stata l’incisione di basso e alti rilievi.

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Proprio ieri visitando Hattusa mi ero commosso vedendo come gli ittiti si erano integrati con la natura e qui vedo la massima espressione di questa filosofia: un tempio ricavato nella natura, entrando in essa è partecipando ad essa.
Meraviglioso.

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Uscendo, mentre mi vesto per andare finalmente ad Ankara, vengo avvicinato da due venditori di sculture come quelle che ho comprato ieri da Attila.
Mi dice che Attila in realtà si chiama Mustafà e che lui ha cose diverse.
É vero e dopo una lunga trattativa prendo due tavolette di roccia incisa con figure ittite.
Penso di aver davvero finito, ho già quasi indosso il casco che ne arriva un altro, sempre armato di coltellino per farmi vedere come lavora.
Cerco di respingerlo, ma alla fine il mio cuore buono mi fa cedere, compro un pezzo anche da lui. Ne farò qualche regalo!
Soprattutto mi convince il discorso che mi da riguardo Mustafà e suo figlio, che sono dei ladri perché vendono abusivamente, mentre loro pagano la licenza di vendita allo Stato.

Parto.

Il paesaggio diventa definitivamente più brullo e arido e la temperatura si alza drasticamente.

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La strada diventa più noiosa e brutta, tra paesoni anonimi e fabbricati industriali.

Passo a fianco di alcuni campi coltivati ad angurie. Fa caldo, sono disidratato e mi servono vitamine per via dell’antibiotico che ancora non ho terminato. Mi fermo!

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Tre ragazzini sorvegliato una piccola montagna di angurie. Gliene chiedo una buona, ma purtroppo é mezza acerba. Ne mangio solo il cuore mentre chiacchiero con loro. Hanno 13 e 11 anni, vanno a scuola. Di più non riusciamo a dirci, ma ci facciamo grandi sorrisi mentre gli dico che per l’anguria la prossima volta dovranno impegnarsi di più.

Non sono soddisfatto, per cui dopo qualche km mi fermo di nuovo. Stavolta il melone é dolcissimo!
Anche con questo tipo, tanti sorrisi, nomi di calciatori e poco più.

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A volte le montagne regalano colori incredibili.

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I venditori di cocomeri e meloni proseguono ancora per molti km.

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Così come continuo a incontrare misteriosi agglomerati costruiti in mezzo al nulla. Chissà chi ci andrà ad abitare e perché!

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Sono a un centinaio di km da Ankara quando a un centinaio di metri avanti a me, vedo una nuvola di polvere.
Penso a qualcuno che sta dando fuoco a delle sterpaglie, invece é una macchina che si é appena rovesciata nella scarpata a fianco della strada. Le auto che seguivano subito dietro si sono fermate a prestare soccorso.
Qualche giorno fa avevo visto un incidente identico, più altri incidenti.
E anche a me, mentre andavo ad Amasya é successa una cosa sconcertante: solita strada a quattro corsie, curvone a destra, supero un tir, mi ritrovo contromano un’automobile.
La schivo avendo la prontezza di infilarmi tra auto e camion, ma mi spavento molto.
Sono troppo distratti e incoscienti i turchi alla guida, fanno manovre inconcepibili e criminali.
Oggi per esempio, entrando ad Ankara ero su una strada a sei corsie, tre per lato. Un’auto ha iniziato a fare retromarcia nella corsia di sorpasso più a sinistra, perché aveva perso un’uscita! Folle!!

Entro ad Ankara ed ammiro qualche nuova architettura… tra basse villette ecco un bel palazzo moderno!

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Trovo l’albergo e mi rilasso per il resto del pomeriggio.

Domani museo delle civiltà anatoliche e poi via, fino a Iznik!

In compagnia degli Ittiti

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La battaglia nella tonsilla sinistra é ancora intensa: il dolore é diminuito, ma non troppo, immagino i batteri asserragliati all’interno che non vogliono darla vinta all’antibiotico.
Vedremo chi la vincerà, ho ancora 2 giorni e mezzo di cura da fare.

Faccio colazione al fornitissimo buffet e chiudo le valigie. Sarebbe tutto perfetto se avessi anche indietro i vestiti che avevo dato da lavare ormai l’altroieri. Già ieri li avevo visto incerti quando avevo chiesto notizie.
E adesso non sanno dove siano, ma “non si preoccupi, mi informo subito e le faccio sapere!”

Effettivamente dopo un’oretta salta fuori tutto e posso partire sereno nell’ora migliore della giornata per viaggiare in Turchia a ferragosto: l’una e mezzo del pomeriggio!

Il caldo é intenso, probabilmente il giorno più caldo da quando sono partito.
Eppure, continuo ad attraversare campi coltivati e strade alberate.

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Passo a fianco di sterminati campi di cipolle, stanno procedendo alla raccolta. Vedo anche molti accampamenti, immagino siano quelli dei braccianti.

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Visto che Amasya e Hattusa sono molto vicine, mi sono inventato una deviazione su strade minori che si rivela molto bella per i paesaggi e la temperatura (che scende, visto che la strada sale di quota di alcune centinaia di metri), ma, c’era da aspettarselo, non eccezionale per il fondo stradale, davvero scivoloso per via del catrame praticamente sciolto e del brecciolino sempre abbondante.

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In uno dei distributori dove mi fermo, leggo la temperatura, 38 gradi. All’ombra.
Questa fa il paio con l’altra temperatura letta giorni fa, stavolta in pieno sole: 46 gradi.
Però non soffro troppo, l’umidità é minima.

La mia idea é di fermarmi ad Alacahuyuk, visto che la cartina la segna con grande evidenza, mentre io non so nemmeno cosa sia.

Scopro che é uno dei siti archeologici ittiti della zona. Meraviglia!

Entro prima a refrigerarmi nel museo, dove ci sono alcune statuine e molto vasellame.

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Proseguo all’esterno, camminando tra i resti dell’antico centro urbano.

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Sono stupefatto dal vedere ancora una volta come, in civiltà lontane migliaia e migliaia di km e in continenti diversi, ci siano punti in comune in quanto a architettura e arte.

Le mura della cittadella ricordano molto da vicino quelle che vidi lo scorso anno in Perù costruite dagli Incas, con massi incredibilmente grandi e incastrati tra loro dopo un lunghissimo lavoro di incisione.

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Entro in un tunnel costruito anche questo con pietre molto grandi. La tecnica di costruzione é abbastanza semplice : mettono della terra o della sabbia dove vogliono costruire il tunnel, sopra appoggiano le pietre che diventeranno le pareti e poi scavano, togliendo la sabbia.

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All’uscita fotografo una serie di bassorilievi, sembrano scene di vita quotidiana.

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Riprendo la strada per Hattusa, anche questa molto panoramica, con campi di girasoli sterminati.

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Arrivo ad Hattusa che sono le cinque e mezzo. Il sito archeologico é talmente grande che si gira con i propri veicoli.
Al secondo punto dove mi fermo, vengo accalappiato da Attila, guida abusiva del posto che parla un italiano molto stentato, ma comprensibile. 

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Da un lato vanifica il mio desiderio di solitudine e silenzio, dall’altro finisce per farmi vedere dei dettagli e degli scorci che da solo probabilmente non avrei visto e poi comunque, anche se con italiano molto fantasioso, qualche spiegazione me la dà.

Per fortuna, come é accaduto per Ani, la mia grande aspettativa non rimane delusa.

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Si tratta di uno splendido sito di una potenza ed una primordialità uniche.
Tutto é pensato e realizzato per coniugarsi con la Terra e il Cielo, con il quotidiano e le divinità.
Aspetti tipici delle antiche civiltà, quando tutto ciò che circondava l’uomo era misterioso e potenzialmente fonte sia di abbondanza che di distruzione e, quindi si adorava tutto e il contrario di tutto e si ricercava l’armonia.

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Come accadde ad Ani, mi godo il crepuscolo in questo luogo da sogno. Sono l’ultimo rimasto nel sito. Oltre ad Attila naturalmente.

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Mi fa vedere degli scavi nuovi, ossia risalenti a cinque anni fa, con alcuni bassorilievi stupendi.

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Iniziamo a scendere verso l’ingresso del sito archeologico, ma prima facciamo un’ultima sosta nella parte bassa della città.
Mi mostra una grande pietra verde, splendida. Era un altare, ma cosa ci sacrificavano o celebravano non é dato sapere.

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Il custode all’ingresso sta aspettando solo noi, con la mano sul cancello che chiude l’area archeologica.
Siamo in ritardo di venti minuti!

Attila chiede se voglio andare a prendere un té a casa sua. Memore della piacevolissimaesperienza con Elif e la sua famiglia, accetto subito.
Abita a poche centinaia di metri dall’ingresso di Hattusa in una casa molto semplice e povera.
Purtroppo si rivela quasi subito la reale intenzione del suo invito. Va a prendere un sacchetto e tira fuori delle piccole sculture che riproducono le divinità ed alcuni paesaggi che oggi abbiamo visto. 
Però sono belle e mi lascio convincere per due sculture che mi piacciono molto. Ovviamente le pago un’enormità, 20 euro in tutto!
Però penso a quando le ammirerò a casa nei lunghi e stressanti inverni.

Penso che sia finita qui, invece no. Capisco a chi ha telefonato due minuti prima quando arriva trafelato un ragazzo. É il figlio di Attila e anche lui é nel ramo delle sculture.
Tira fuori un Gilgamesh (o simile) ancora in lavorazione e inizia a inciderlo, mostrandomi come fa.
Stavolta resisto a qualsiasi trattativa, non compro nient’altro!
Gli faccio capire che stanno esagerando dicendogli che ero venuto lì per un té e invece é mezz’ora che non fanno altro che cercare di vendermi qualcosa!
Smettono subito con l’aria di chi ha fatto una marachella e iniziamo a parlare di calcio e di moto.
Dopo il té portato dalla moglie saluto e finalmente mi avvio verso l’albergo.

Scopro che é lo stesso dove hanno soggiornato Dino ed il suo gruppo alcuni giorni fa. Chiacchieriamo un pò, poi vado a cena e subito a letto, sono stanchissimo!!

Domani Ankara, anche se tutti dicono che é brutta, sono curioso! Soprattutto per il museo delle civiltà anatoliche, che pare sia incredibile.

Relax ad Amasya

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Oggi é interamente dedicata ad Amasya, per cui me la prendo calma ed esco verso mezzogiorno.

Vista l’ora, decido di andare al museo, immaginando che ci sia l’aria condizionata. 
Per fortuna é così e posso godermi la visita tra bellissimi pezzi risalenti addirittura al Neolitico, poi agli ittiti, romani e infine gli ottomani. Molto interessante!

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(splendida statuina ittita)

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Esco dal museo che fa sempre caldissimo, ma stavolta non ho scampo, non ci sono altri luoghi chiusi da visitare e sono già le due!
Sudo come una fontana, sembra quasi che i miei tessuti e organi non riescano a trattenere i liquidi.

Visito avvio verso una medresa che si trova all’ingresso del centro di Amasya.
Cammino lungo la via principale, tra nuove insegne e lavori di ammodernamento.
Da quello che ho visto fino ad oggi mi chiedo se la Turchia non stia diventando o non sia già, il Giappone del Medio Oriente, ossia un paese che ha abbracciato in toto lo sviluppo, il progresso anche a discapito delle tradizioni che restano relegate nei centri minori.
Vedo molti scooter elettrici, su diversi aspetti sono avanti a noi!

Dopo la medresa, mi decido per la sfacchinata per le tombe pontiache, ahimè in pieno sole.

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Arrivare lassù non sarà semplice. Nel frattempo cammino alla base della collina dove incrocio un paio di coppie di sposi.

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In ogni città dove sono passato finora, ho incrociato più carovane di macchine che partecipavano a un matrimonio.
Spesso la testa della carovana é un furgone scoperto con sopra una banda che suona musica popolare con tamburi, strumenti a fiato, chitarre ecc.
Molto bello! Mi ha fatto tornare in mente il matrimonio di una mia amica alcuni anni fa, che coinvolse alcuni musicisti di musica popolare a Roma, e andammo in un parco vicino al Colosseo.

Inizio la salita da capre sulla collina, su un sentiero ripido, in pieno sole e di pietra consunta e scivolosissima.
La parte finale proprio prima di una tomba per fortuna ha un po di scalini ben fatti.

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Arrivato in cima sotto la tomba, é tutto al sole tranne uno strapuntino dove c’è un tipo con una ragazzina sui 15 anni.
Gli chiedo se posso sedermi, dice di sì.
Per rompere il ghiaccio e perché lo penso veramente, gli dico che somiglia a Schwartzenegger.
Si apre in un sorriso trionfale, dà di gomito alla ragazza e mi chiede di ripetere.

Scopro così di essermi imbattuto in Terminator Turk (su Facebook ha un profilo chiamato così, cercatelo!), fa delle particine in pubblicità e in altri contesti che non ho capito visto che parla solo turco.

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Mi regala anche una sua posa da Terminator.

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Gli racconto il giro che ho fatto finora è quando sente Kars, scuote la testa e continua a ripetere “Kars no good! Istanbul good, Safranbolu good, Trabzon good… Kars no good!”

Proseguo la conversazione chiedendogli se la ragazzina sia sua figlia e mentre li chiedo dentro di me una vocina mi dice che forse sto facendo una figuraccia.
Mi dice che é sua sorella.
Di almeno 30 anni più piccola…

Scendo verso le prossime tombe pensando a Lolita di Nabokov.

Sono più spettacolari viste dal basso, comunque la vista sulla città é molto bella.

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Scendo di nuovo in centro e proseguo la visita.

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(immancabile statua ad Ataturk, qui più complessa e artistica)

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Entro in un’altra antica scuola coranica, riadattata a museo.

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All’interno ospita una interessante esposizione di antichi strumenti chirurgici per dentisti, ostetricia, ortopedici, ecc.
Fa impressione immaginare le operazioni dell’epoca…
Preferisco concentrarmi maggiormente sulla successiva raccolta di strumenti musicali, meno cruenti!

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Proseguo verso l’ennesima moschea.

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Qui incrocio un gruppo di donne con il jilbab, il velo che copre tutto il corpo della donna, occhi inclusi.

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Per quanto queste svergognate abbiano ancora le mani scoperte… Invece i loro compagni sgambettano in pantaloncini corti, maglietta e cappellino.

Seguendo le indicazioni della guida, vado ad una tomba lontana alcuni km dal centro. Dice (la guida) che é l’unica ad avere delle decorazioni, forse perché in passato usata dai monaci bizantini.
Prendo un taxi, ché sono già abbastanza stanco e debilitato e godo nell’essere scarrozzato, una volta tanto.
Arriviamo alla tomba. É identica alle altre, nessuna traccia di decorazione.
Chiedo se é proprio quella, dice (il tassista) che sì, è quella.
L’esterno non ha traccia di decorazione, forse l’interno, peccato che il foro di ingresso sia a almeno 4 metri da terra!

Torno in città molto deluso e la mazzata finale me la dà il tassista: 40 lire turche, 14 euro… manco a Roma costano così i taxi!! Mi sento come quei polli giapponesi a cui gli onesti tassisti romani pelano 200 euro per andare da Fiumicino al centro di Roma.
Per capire le proporzioni, 40 lire é il costo di una stanza di livello medio. A occhio é come se mi avesse chiesto 60 euro.
Comunque mi prende sulla stanchezza e il desiderio di non discutere e di buttarmi subito a letto per riposarmi dalla giornata faticosa.
Pago, lo mando all’inferno e torno in albergo per stendermi un po’ prima di cena.

Esco dopo un paio d’ore per farmi una pide in un locale indicatomi dal tassista. Niente di che, avrei dovuto immaginarlo.

Finisco la serata con una splendida passeggiata sul lungofiume e con un concerto, prima in un parco pubblico, poi di due artisti di strada.

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Domani dovrei andare verso Hattusa, Insciallah!

La bellezza di Amasya

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A colazione incontro due coppie di italiani, viaggiano insieme, ma non mi va di parlare, quindi non gli rivolgo la parola. Loro ovviamente nemmeno salutano, quindi non ho problemi a restare in incognito.

Passeggio per Tokat con la certezza che sarei partito di lì a poco, visto che non c’è molto da vedere: un’antica casa ottomana trasformata in museo, con arredi e ambientazioni originali e una medresa, una scuola coranica.

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(auto in preparazione per un matrimonio)

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Mentre vado dall’una all’altra, passo davanti allo storico hamman della città. Gli giro intorno per fare due foto, poi mi dico, perché no?
Entro e vengo accolto da un uomo che parla qualche parola di inglese. Mi da un asciugamano e mi da accomodare in uno degli stanzini che si affacciano sulla sala principale. Dentro c’è un lettino, un tavolino e un attaccapanni.
Mi spoglio completamente, coprendomi con l’asciugamano che mi ha dato e mi fa entrare nella sauna.
Il caldo e soprattutto l’umidità sono intensi, inizio letteralmente a buttare fuori acqua da ogni poro. Mi sdraio sulla grande parte centrale in marmo, rilassandomi mentre osservo la luce filtrare dai piccoli fori sulla cupola sopra di me.
Dopo una decina di minuti arriva la persona che mi laverà e massaggerà. Mi inizia a lavarmi con acqua bollente, poi a strofinarmi con un guanto molto abrasivo. Toglie via strati su strati di pelle… morta? non so, fino a un secondo fa ce l’avevo ancora addosso! Fatto sta che la sento più morbida e elastica e molto più sottile!
Mi copre con la schiuma di sapone, lavandomi e strofinandomi su tutto il corpo, mentre mi fa un massaggio molto leggero.
Ancora ricordo con terrore l’hamman che feci a Konya nel 2005, quando il massaggio fu così violento, soprattutto quando il massaggiatore, standomi alle spalle, mi prese la testa e la ruota di scatto di 45 gradi a destra e poi a sinistra, facendomi scrocchiare le vertebre del collo. Rimasi con il mal di collo per una settimana…

Questo, invece, a malapena mi massaggia, é più una carezza. Neanche così é piacevole, ci vorrebbe una via di mezzo tra il sadico di Konya e questo svogliato.

Comunque é molto piacevole e mentre torno nello stanzino per asciugarmi e rilassarmi, incrocio i due italiani di stamattina. Sento che stanno chiedendo un telo per sdraiarsi sulla parte in marmo dove mi sono sdraiato poco fa, godendo del contatto con la pietra. Non c’erano dubbi che l’avrebbero chiesto…

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Riemergo lavato e purificato e proseguo il giro nella minuscola parte storica alle spalle della via principale.

(matrici in legno usate per la decorazione dei tessuti)

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Si vede qualche abitazione carina, ma in generale non sono molto interessanti.

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Finisco il giro in una zona del centro storico dove sono concentrati alcuni monumenti e, come sempre, mi incuriosisco e faccio affascinare dalle persone.

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Sto tornando in albergo con l’idea di andarmene il prima possibile, quando passo davanti al museo della città. Per fortuna entro, perché si rivela essere di gran lunga la visita più interessante della città, con reperti dalla preistoria fino al secolo scorso.

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(piccola anfora in vetro soffiato di epoca romana)

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Anche qui, come avevo notato l’anno scorso in diversi musei del Sud America, noto lo stacco pesante tra l’arte antica, più essenziale, legata alla natura e alla vita quotidiana e quella cristiana, pesante e angosciante.

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Via, si parte! Destinazione Amasya. Un ragazzo dell’albergo mi aiuta a recuperare la moto dal garage dove l’avevamo parcheggiata ieri, monto le valigie e parto.
I km sono poco più di 100, per cui la prendo con molta calma. Mi sento anche meglio, una tonsilla non mi fa più male e in generale sento che sto recuperando.

Passo davanti all’indicazione di una grotta carsica a pochi km. Perché no?
Mi infilo così in una delle stradine più belle percorse finora, che si eleva sulla grande pianura dove correvo fino a pochi minuti prima ed entra tra le montagne.

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La grotta é interessante anche se non eccezionale per chi ha visto Frasassi o altre grotte che ci sono in Italia, però vale sicuramente la pena visitarla.

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Soprattutto per un tipo di formazione che non avevo mai visto prima: sono sferiche, purtroppo non ho capito di che minerale, visto che la guida parla esclusivamente turco, minerale trasparente color miele che si scopre quando le si illumina.

(qui le illumino con il flash del telefono)

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Quando torno alla moto, ho la maglietta fradicia di sudore. Sento distintamente la voce di mia madre che esclama: “ma Fabio, non ce l’hai una maglietta asciutta?!”. Ecco, ora la prendo…
Dopo averla presa dal baule, mentre sto per indossarla, accade una cosa divertente: arriva un gruppo di turchi, tutti più o meno giovani. Quando capiscono che sto per togliermi la maglietta restando a torso nudo, c’è lo scompiglio, il parapiglia. Tutti i maschi che cercano più o meno esplicitamente di far girare le donne e le ragazze dall’altra parte, mentre loro mi guardano incuriosite che, con un po’ di esibizionismo, rimango a torso nudo. E su, fatele vedere questo fisicaccio scolpito nella soppressata e nella mozzarella di bufala!

Mentre torno sulla statale per Amasya, passo davanti ad un caravanserraglio perfettamente restaurato.

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Quando esco trovo padre e figlio in estasi intorno alla moto, mi chiedono di farci una foto insieme.

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Qui in Turchia la Tenerella riscuote un certo successo, mentre in Italia la gente si danneggia il cervello e la vista arrovellandosi che ha un solo cilindro, ha pochi cavalli e altri onanismi simili.

Proseguo la strada attraverso una bella campagna coltivata. La parte centro-nord della Turchia continua a stupirmi per la sua fertilità, non pensavo ci fosse così tanta acqua e fosse così intensamente coltivata.

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Arrivo ad Amasya e rimango folgorato. Passo subito davanti ad alcuni bei monumenti e intravedo uno splendido lungofiume.
L’albergo, poi, é spettacolare. Finalmente un esempio della grande eleganza e raffinatezza orientale, che fino ad oggi avevo trovato in Siria, in Tunisia, in Marocco.

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Ceno in albergo, non ho voglia di cercare in giro e poi, se tanto mi da tanto, dev’essere ottima anche la cucina che, infatti, lo é.
Mangio un kebab “alla Tokat” con verdure grigliate (soprattutto melanzane, ma anche pomodori, patate, peperoni, cipolle) e agnello, il tutto in un ottimo sughetto e con il loro pane non lievitato.

Faccio una passeggiata notturna preparandomi alla giornata di domani.

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Sto quasi pensando di fermarmi per tre notti!

Mentre torno in albergo passo davanti ad una scena curiosa: uno scooter elettrico lasciato per strada, sella alzata, mentre si ricarica da una presa di corrente penzoloni da un albero e alimentata da un filo volante che arriva da non si sa dove.

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Una bella palina di ricarica, non c’è che dire!

Domani vorrei fare una specie di piano per i prossimi piani, con tutte le allergie che in vacanza mi provoca il concetto di “piano”!

Fino a Tokat, faticosamente

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La notte passa come quella a Kars: mi addormento intorno a mezzanotte, poi mi sveglio ogni due ore. Molto stancante. 
Ne approfitto che alla reception c’è il tipo che parla inglese, caso più unico che raro.

“Ho le tonsille ingrossate, mi serve un medico per farmi fare la ricetta per l’antibiotico”

Per tutta risposta, fa una faccia come a dire, so io cosa ci vuole per te, altro che medico e tira una scatola di caramelle per la gola alla vitamina C.

NooOOooo!! L’antibiotico mi serve, lo sto già prendendo.

Insiste ancora un paio di volte, poi con una faccia da “boh contento tu”, chiede a un ragazzo che lavora anche lui in albergo di accompagnarmi in farmacia.

Ok, tentiamo la farmacia anche se serve la ricetta.

E invece no, due parole di spiegazione è la farmacista tira fuori una scarola di… Augmentin! Proprio quello che mi serve!

Soddisfatto, faccio colazione e, dopo un paio d’ore di riposo, parto per Tokat, 150 km.

Mi sento abbastanza bene a livello di energie, anche se le tonsille sono gonfie come quando ho iniziato a prendere l’antibiotico.

La strada é facile e, a parte alcuni pezzi malmessi, scorre bene.

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La Turchia é piena di dighe! In generale stanno facendo un lavoro immane di ammodernamento delle strade, anche eccessivo, viste le distruzioni che ho visto in giro, ma a parte le strade, ho incrociate anche molte dighe e altre infrastrutture di grande portata.

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In più, stanno costruendo a ritmi elevatissimi, oltre che nelle periferie delle città e questo é ancora comprensibile, anche se mi chiedo chi ci andrà ad abitare, dato che vedo interi quartieri fantasma, ma costruiscono anche letteralmente in mezzo al nulla!
Con questa tecnica loro poi, che sarebbe di buttare palazzi in cima a colline pelate e brulle, come fossero mattoncini di un gioco. Una manciata di palazzi qui, una lì, senza strade, cortili, giardini, aiuole o altro: solo dei parallelepipedi buttati lì a casaccio.

Proseguo a guidare, i km sono pochi e me li godo.
Mi rendo conto che da quando sono partito, avrò ascoltato sì e no cinque minuti di musica. Questi la dice lunga del bisogno di silenzio che ho…

Arriva il bivio per Tokat, gli ultimi 40 km. A pochi km dalla città mi fermo per comprare della frutta, visto che mangiare cose solide é fonte di grande dolore ad ogni boccone.
Mi fermo contemporaneamente ad un macchinone da cui scende un signore alto, dall’aria distinta, avvolto in un lungo caftano bianco candido.
Tempo un minuto e scende anche la moglie, avvolta dalla testa ai piedi nel chador. Sembrano lo yin e lo yang!
Purtroppo non sono riuscito a fotografare bene come al solito, perché dal fruttivendolo non avevo motivo di tirare fuori la macchina fotografica e in 4 persone ero immediatamente riconoscibile. Però uno scatto sono riuscito a farlo comunque!

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Entro in città, trovo l’albergo è soffro a letto a far nulla dalle 15 alle 20, quando decido di andare a mangiare.

Mangio solo per sostentarmi, perché ogni boccone é un dolore atroce, sembra mi stringono forte la carotide.

Non so se domani mi fermerò ancora o proseguirò per Amasya che é a soli 100 km da qui. Pensavo fosse più carina Tokat, invece mi sembra solo una città cresciuta troppo in fretta e troppo occidentalizzata.

Quando torno in albergo, l’ultima sorpresa.
Come sempre, la persona alla reception non parla una parola di inglese.
Appena mi vede, mi dice che non ci sono stanze.
Faccio un’espressione tra il divertito e il killer che sta puntando la nuova vittima. 

Provo a spiegarmi nelle poche parole di turco che conosco che ho già la stanza, la 304, mi chiamo Fabio ecc e vorrei solo la chiave.
Niente, tutto esaurito, completo!

Anche lui si sta spazientendo alla terza richiesta da parte mia.
Chiama un collega, uno di quelli che c’era anche il pomeriggio. Mi riconoscerà, mi dico! Niente! Tutto completo, prova in un altro albergo.

Vedo che ha il PC acceso. Prima di mettergli le mani addosso provo un ultimo tentativo. Apro Google Translator e scrivo che sono ospite, ho la 304, mi chiamo così è cosà, ecc.

Niente, mi guarda con la faccia come se stessi cercando di convincerlo che fuori ci sono gli alieni parcheggiati in seconda fila, se mi da una mano a trovargli un parcheggio per la navicella spaziale.

Sto veramente perdendo la pazienza, quando vedo a fianco del computer le chiavi delle stanze.

Ovviamente (anzi, direi fortunatamente, visto il soggetto) c’è la 304.
La afferro e gli dico, in perfetto turco di Istanbul, “aho é mezz’ora che te sto a dì che c’ho la 304!!” e tralascio gli insulti a corredo con cui ho condito la mia esclamazione.
In tutta risposta, mi guarda facendo uno sguardo furbo e annuendo  a dire, ecco cosa volevi dirmi…

Buonanotte, genio della lampada!

Fuga da Kars

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Sarà per il romanzo di Orhan Pamuk che sto leggendo, “Neve”, che parla di Kars in maniera molto triste, sarà che comunque la città non mi piace e ancor meno mi piace l’idea, stando nelle mie condizioni, di sentirmi così lontano,  praticamente più lontano, in Turchia, non si può, ma é anche e soprattutto un discorso psicologico più che geografico.

Sarà anche l’albergatore che mi ha detto che massimo alle 13 devo ridargli la stanza!

Fatto sta, decido di partire.

Ma prima mi faccio accompagnare dal tipo della reception in una farmacia per prendere qualcosa di più efficace delle aspirine che ho con me.

Quando sente che ho le tonsille gonfie, il farmacista dice che ci vuole un medico che faccia la ricetta, tale e quale in Italia.

All’alba dell’una e mezzo mi metto in moto, coperto come non mai, incluso un micropile che adopero di solito da dicembre in poi.

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Però mi sento bene, non ho particolarmente caldo, anzi. Come insegnano i tuareg, ma c’è anche un proverbio piemontese a proposito 😉 quel che ripara dal freddo, protegge anche dal caldo.
Mi sento asciutto e soprattutto non sento nessun filo d’aria da nessuna parte, che nelle mie condizioni sicuramente mi darebbe fastidio.

I km passano e come ormai sono abituato, anche i paesaggi cambiano quasi con la stessa frequenza.

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Le strette gole dove la strada si annoda in curve e controcurve, si alternano agli altopiani piatti dalla strada dritta come un fuso.

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(effetto Allah)

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In 550 km mi fermo solo due volte: per un pieno dopo 350 km e quando arrivo alla destinazione che mi ero prefissato, Sushehri. Non perché abbia qualcosa di interessante, anzi, però è a una buona distanza da Kars e molto vicino alle prossime città dove voglio andare, Tokat e Amasya.

Dopo la quinta ora in sella inizio a non farcela più, ma tengo duro.

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Gli ultimi km sono spesso sterrati, a dare il colpo di grazia alle mie poche forze.

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Finalmente arrivo, la cittadina ha addirittura tre alberghi!
Mi accorgo che ho anche finito le lire turche. Eviterei anche di mangiare, ma devo tenermi in forze e soprattutto devo prendere le medicine!

Raggiungo un accordo col ragazzo della reception : mangio nel caffè che c’è sulla terrazza all’ultimo piano dell’albergo è pago tutto domani.

Peccato che il menu sia orribile, ma non ho alternative. Prendo una disgustosa pizza surgelata che il tipo mi mostra con orgoglio dopo averla tirata fuori dal congelatore:
“Superfresh”! Come se fosse un aspetto da evidenziare che sia fresca e la cosa mi mette ancora di più in agitazione.

Ogni boccone é una tortura, non solo per il sapore purtroppo. Le tonsille sono molto gonfie e deglutire mi provoca dei dolori lancinanti.
Alla fine riesco a finire quella specie di disco gommoso con formaggio peperoni e un wurstel rosa shocking.

Torno in camera e chiamo i miei per avere conferma della cura: antibiotico e paracetamolo.

E domani si vedrà…

Fino nel cuore del regno armeno

Si può dire che sono partito da Roma per vedere Ani, una delle antiche capitali del regno d’Armenia?

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Certo, detta così fa impressione, sembra che sia uscito di casa come per andare al bar e invece un mi sia messo in moto per 3mila km finché non sono arrivato sotto le mura della città, però… in fondo é così.
Era una delle due mete che avevo in questo viaggio e la seconda devo ancora raggiungerla, per cui non la svelo.
Ani l’avevo in testa da anni, da quando nel 2007 viaggiai nel Caucaso per arrivare a Samarcanda e vidi alcune foto di sfuggita su un paio di riviste.

Ma andiamo con ordine.

Dopo una bella colazione nel giardino dell’albergo con vista sulla vallata di Artvin, mi incammino all’alba delle 11.
La strada é un continuo sali scendi in molti punti in costruzione. É impressionante vedere come stiano devastando le montagne e la valle.

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Se penso che ieri per un attimo, quando sono arrivato ad Artvin coperto di fango per via dei lavori in corso, ho pensato di fare tutta una tirata fino a Ardahan, mi viene da ridere.
La strada é stretta, tortuosa, piena di salti e buche e comunque attraversa splendidi paesaggi. Semplicemente non aveva senso farla ieri, stanco e al buio, però ogni tanto mi prendono questi raptus. Per fortuna non ieri!

Dopo un’ora di guida prendo la deviazione verso Velikoy, dove la cartina segnala una chiesa in rovina.

La strada diventa ancora più bella, lungo il corso di un torrente, per poi arrampicarsi sulle montagne e sbucare in un altopiano.

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Mi fa sempre effetto vedere i minareti nei paesaggi montani. Li associo sempre ai paesi arabi, desertico e caldissimi e vederli qui tra abeti e mucche, mi stupisce ogni volta.

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Arrivo alla chiesa, ovviamente distrutta ma ugualmente molto affascinante.

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Mi aggiro tra i ruderi, passando a fianco di alcune persone del luogo che bighellonano all’ombra delle antiche mura.

Torno a valle per riprendere la strada verso Ardahan.

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Continuo a salire di quota, oltrepassando i 2400 metri. La Turchia stupisce sempre con la ricchezza di paesaggi, é un paese incredibile!
Sembra di essere nel cuore delle Alpi, di certo non sulla rotta verso i deserti dell’Asia Centrale!

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Proseguo verso Kars, tra paesaggi a volte duri e poco attraenti, a volte simili a paradisi in terra, fatti di semplicità e purezza.

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Mi chiedo come dev’essere vivere in questi contesti, sicuramente molto duro e poco invidiabile, però mi incuriosisce e una parte di me dice di sognarla e volerla provare.

I paesini che attraverso sono più poveri ed essenziali, il cavallo torna ad essere un mezzo di locomozione piuttosto comune.

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Arrivo all’incrocio alle porte di Kars con la strada che porta ad Ani in poco più di 40 km, che sono le 17.
Mi dico che in mezz’ora dovrei esserci, quindi avrei un paio d’ore per visitarla.

Corro sul rettilineo a 4 corsie che a volte si restringe a 2 con buche anche enormi, molto pericolose se prese in velocità.

Arrivo alle 17 e 30, mentre un pullman carico di turisti sta andando via e uno invece ha appena scaricato il suo contenuto.
Fortuna che sono venuto fuori orario, chissà di giorno che confusione c’è!

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Inizio a girare tra le rovine, controllando prima dove va il gruppo, in modo da andare dalla parte opposta.

Vado subito verso una delle potenti immagini simbolo di questo luogo, la chiesa a pianta ottagonale sul ciglio di un canyon scavato da uno dei rami del fiume che separa la Turchia dall’Armenia.

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La città é molto evocativa, sparsa su una superficie molto ampia, spazzata da un vento potente.
I pensieri si perdono tra le pietre sparse al suolo dal tempo e dalle guerre.

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Mi aggiro in quasi completa solitudine, meditando e ammirando queste opere immani costruite secoli fa.
E ogni volta che ammiro monumenti così incredibili, un tutt’uno con la natura, mi chiedo: “ma noi, cosa lasceremo alle future popolazioni?”.

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Ci sono chiese, caravanserragli (gli alberghi dell’epoca), hamman, templi incluso uno dedicato a Zoroastro, il dio del fuoco, abitazioni e tutto quello che poteva esserci in una città enorme che rivaleggiava con Baghdad, Istanbul e le altre capitali dell’epoca.

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Mi avvio verso l’uscita che ormai é il tramonto. Un’ora e mezzo é volata in un baleno.

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Ormai il sito é vuoto, sono rimasto da solo con una piccola famiglia turca. Ne approfitto per fare una foto alla Duchessa proprio all’ingresso di Ani.

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Mentre torno a Kars, alle mie spalle sorge una luna incredibilmente brillante, uno spettacolo!

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Arrivo a Kars che ormai é buio; la seconda volta che chiedo informazioni su come raggiungere l’albergo ad un gruppo di ragazzi, uno di questi mi fa:
“Dai ti ci porto io, fammi salire!”

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Ci sbrighiamo in un minuto, io mi faccio prima una doccia bollente, poi mi misuro la febbre. Bene, 38!
Domani quindi é tutto da decidere…