Tra gli antichi Moche

L’idea di oggi è portare la Pollita dal dottore per far rivedere la carburazione, risalente ormai al Mago di (La) Paz, quindi a 1000 km fa e soprattutto a 4000 metri fa, sopra al livello del mare.

Recupero la moto al garage e chiedo indicazioni per un meccanico:

“Vai sulla Avenida Perù alla nona eschina,  là c’è uno bravo”

Qui in Perù, ma credo in generale in Sud America, usano sempre il concetto di “esquina”, ossia di isolato. E’ un ottimo modo di orientarsi, perchè ogni eschina regola i numeri civici: la prima eschina ha i numeri dal 100 al 199 (quelli che servono, ovviamente), la seconda dal 200 al 299 e così via. Più facile di così!

Mi concedo il piacere di guidare senza casco, anche se qui significa solo riempirsi di polvere e smog, arrivo alla nona eschina, chiedo del meccanico che mi hanno indicato, ma mi dirottano alla undicesima. Proseguo e devo infilarmi in un budello, un cancello con un sentiero che va verso l’interno. Alcune botteghe nere di grasso e olio si affacciano da un lato. Un cane arrotolato per terra mi osserva, ma per fortuna mi ignora.
Il meccanico che mi è stato indicato non ha l’aiutante e lui non sa fare il lavoro.

“Prova da lui”, mi dice indicandomi uno degli antri oscuri a cui sono appena passato davanti, “lui lo sa fare!”

Vado e spiego nuovamente la situazione, la carburazione da rifare, il getto da cambiare e tutto il resto.

“Il mio aiutante non c’è e io non so fare il lavoro”, mi ripete anche lui, “vai da Mastro Lenin!”

“Da chi?!”

“Mastro Lenin, è qui sulla calle principale, due botteghe più avanti”

“L-E-N-I-N??”

“Sì Mastro Lenin”, mi ripete per la terza volta iniziando a guardarmi come se fossi tonto.

Bè, questo non posso perdermelo.

Esco e due botteghe dopo c’è un’officina abbastanza grande, confrontata ai buchi dove sono appena stato, ma sempre un antro lurido e nero, con una ventina di moto parcheggiate fuori, in vari stati di decomposizione. Alcune sono veramente ai minimi termini, il telaio e poco più attaccato addosso, altre invece sono abbastanza integre.

Trovo Mastro Lenin, un ometto panciuto un po’ stempiato, che non assomiglia assolutamente a Lenin, forse è solo per fede politica. Gli spiego cosa mi serve, mi risponde con aria di chi ha già capito tutto e mi dice di tornare alle 14.

Sono le 10:15 e senza pensarci su, salto sul primo taxi e chiedo di andare alle Huacas. Lungo la strada, mi viene in mente che in albergo mi hanno detto che il check-out è alle 12, poi devo pagare un’altra notte. Il piano dovrebbe essere: lascio la stanza, alle 14 prendo la moto, parto, visito Chan Chan lungo la strada e in serata arrivo a Chiclayo.
Ho dei dubbi, ma ci provo, nel frattempo vado alle Huacas.

Per arrivare il taxi fa, non so se per farmi vedere altre piramidi oppure se è proprio quella la strada, diversi sentieri sterrati e stradine secondarie, fino a passare sotto una piramide in adobe in discrete condizioni. E’ una delle piramidi di questa vallata una volta controllata dai Moche, prima che gli Inca li conquistassero.

Arriviamo al sito archeologico, prima visito il museo e poi le piramidi. Il museo ha relativamente pochi pezzi, per essere costruito a fianco degli scavi, con tutte quelle piramidi, ma in eccellenti condizioni e meravigliosamente belli. Di nuovo rappresentazioni pittoriche e scultoree di vita quotidiana, dei personaggi importanti, degli animali sacri e non, dei lavori e così via. Non avevano la scrittura, ma come si dice, vale più un’immagine di mille parole e questo è il caso perchè viene raccontato il quotidiano, lo straordinario e il soprannaturale.

Uscito dal museo, percorro il lungo tratto che c’è tra il museo e le piramidi vere e proprie. Quando arrivo all’ingresso, una delle guide del sito mi ferma: si entra solo con guida. Le spiego che sono di fretta, che sono le 11:15 e che alle 12 devo lasciare la stanza nell’ostello vicino la plaza de Armas.

“Quanto dura la visita?”

“Un’ora”

“Non si può fare più in fretta?”

“Può darsi, devi parlarne con la guida, ma le piramidi sono molto belle e la facciata che vedrai alla fine è incredibile, devi vederla con calma!”

Decido che l’ostello può attendere: magari mi regala un’ora in più oppure pago e amen.

Si visita solo la piramide della Luna, quella del Sole è ancora oggetto di scavi. Effettivamente è molto interessante, ci spiega che la piramide è costituita da cinque piani, costruiti in epoche diverse. Quando un’epoca terminava, “tappavano” il piano precedente, cioè riempivano di adobe tutte le aperture, porte e finestre per irrobustirla e la inglobavano nel nuovo piano, ricoprendolo di adobe. Quindi, i 5 piani sono concentrici. Il quinto in realtà non c’è, perchè i tombaroli l’hanno distrutto per derubare i manufatti all’interno e i fattori climatici hanno demolito il resto.
Comunque, a giudicare dal museo, si sono salvati tanti elementi di pregio, così come nelle piramidi ci sono molti affreschi ancora in discrete condizioni. Conoscere le usanze e soprattutto le credenze e i rituali, mi mette a disagio, perchè da un lato non posso che ammirare e invidiare la loro soggezione alla natura ed agli elementi che ne regolano la vita, dall’altro però sapere che per ingraziarsi gli Dei, facevano (anche) sacrifici umani … visitiamo infatti prima gli spogliatoi dove venivano preparate le vittime e poi l’altare dove si effettuava l’uccisione, si pensa per decapitazione, dove veniva raccolto il sangue da offrire in sacrificio, il tutto osservato e probabilmente incoraggiato, dal popolo che osservava dal basso della piramide.

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La visita finisce, torno nel parcheggio e l’unico mezzo che trovo su cui salire è un tre ruote, chiuso con una carrozzeria auto costruita, ma completo di tutti i confort: autoradio, sedili imbottiti, portiere.

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E’ incredibile, lo so, come so che è una completa coincidenza, fatto sta che non ho mai, mai visto un tre ruote inseguito dai cani in queste settimane di viaggio. Bene, appena salgo sul trabiccolo, facciamo sì e no 300 metri e due cani ci inseguono abbaiando a pochi centimetri dalle portiere, che provvedo a chiudere immediatamente. Che si sia sparsa la voce??

Purtroppo il tre ruote non arriva alla plaza de Armas, ma percorre la stradina sinuosa come un serpente e lastricata che ho fatto ieri. Mi molla sulla Panamericana.

Fermo il primo taxi che passa e salgo. La macchina cade letteralmente a pezzi, ma per lo meno mi porta in centro. Lungo la strada, cambio piano: non mi va assolutamente di fare le corse e partire adesso. Resto un’altra notte a Trujillo, in quello che resta della giornata mangio con calma, riprendo la moto, vado a visitare Chan Chan e domani parto presto (sì, come no!) e vado a visitare Lambayeque e un altro museo nei pressi.

Seguo il piano e faccio una lunga passeggiata nella strada pedonale di Trujillo, piena di edifici coloniali restaurati.

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Mi affaccio anche in quello che sulle prima mi sembra un albergo di lusso, ma il portiere a guardia dell’edificio mi dice che è un club, vietandomi l’ingresso. Mi concedo un piacere che amo, farmi lucidare la scarpe 🙂

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(mh, interessante … !)

Chiedo informazioni su dove mangiare un seviche coi fiocchi e mi indicano un ristorante per fortuna molto vicino. Il seviche è come una insalata di mare, che può essere solo di un tipo (solo frutti di mare, solo granchio, ecc) oppure un misto. L’avevo mangiato a Lagunillas, ma parlando l’altro giorno con la signora e le figlie, mi avevano chiesto:

“Piccante eh?”

“Veramente non era piccante …”

“Allora era un finto seviche!! Ora che vai a Trujillo, lì lo troverai buono, è la loro specialità!”

Ed effettivamente questo è piccante! Sarà il sughetto che è piccante, ma soprattutto è un tizzone ardente quello che sembra un innocuo peperone: è la cosa più piccante che abbia mai mangiato in vita mia! Tutto quello che entra a contatto con il malefico poparuolo, va in fiamme e non smette di bruciare! Le labbra, la lingua bruciano fino alle lacrime e l’effetto dura dai 5 ai 10 minuti in cui non c’è nulla che si possa fare per placare il dolore. Comunque il seviche è ottimo e freschissimo e lo accompagno con l’amata chicha morada.

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(il mostro piccantissimo è quello in cima a tutto, a forma di ruota)

Finisco la passeggiata, torno in albergo per prendere il casco e vado a recuperare la moto.

Giro di prova, sembra che Mastro Lenin abbia fatto un ottimo lavoro, il tutto per 30 soles, 8 euro.

Arrivo a Chan Chan che sono quasi le 16. Mi infilo dietro a un gruppo e visito a sbafo il museo, questo con ancora meno manufatti (ma sempre molto interessanti) rispetto alle Huacas, ma con più rappresentazioni in dimensione reale, di scene di vita dell’epoca: come mangiavano, dove vivevano, i sacerdoti, i lavori manuali, ecc tutti ambientazioni ben fatte e realistiche.

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Usciamo, io sempre in coda a questo gruppo, cercando di non farmi notare, poi vedo che salgono in pulmino al grido di “tutti a Chan Chan!!”

Ma come, non siamo a Chan Chan??

Chiedo ad un guardiano dov’è Chan Chan e mi dice che è a meno di un km e che devo sbrigarmi, perché tra meno di 10 minuti il sito chiude!

Inforco la Pollita, mi accodo al pulmino che torna sulla strada principale e poi entra in un sentiero sterrato chiuso da una sbarra, che ci viene aperta da un custode.

Il sentiero si snoda tra i resti della città di Chan Chan, per arrivare sotto alla fortezza meglio conservata e più grande di tutte. E’ l’unica che si può visitare.

Anche qui, faccio “il sorcio” e mi accodo al gruppo, schivando la biglietteria. Una volta all’interno, scivolo tra un gruppo e l’altro, cercando di non farmi notare troppo.
La città è estremamente affascinante, ricca com’è di decorazioni in adobe e argilla; le abitazioni sono articolate, somiglianti più a labirinti che a luoghi dove si dorme e si mangia. Purtroppo perdo quasi tutte le guide e non so la funzione dei diversi ambienti, ma mi lascio affascinare dalle decorazioni, sempre diverse tra un ambiente e l’altro. E poi questi labirinti …
Sento un italiano (uno dei pochissimi incontrati sino ad oggi) poco distante che declama:
“Ecco, qui si capisce che è un magazzino, quella la sala di un tempio, ma questi corridoi chiusi … non hanno senso!”

Gioisco della “follia” e della incomprensibilità di questi uomini che hanno creato queste strutture magnifiche così riccamente decorate, che migliaia di anni dopo vengono definite “senza senso” da un occidentale razionale. Perchè deve avere per forza un senso? Perchè non farsi affascinare dal mistero e dalla bellezza geometrica di queste decorazioni, senza dover classificare e inquadrare ogni cosa?

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Mi aggiro nella miriade di ambienti, poi per uscire mi accodo nuovamente a un gruppo. L’ho scampata, niente biglietto! Non mi sento troppo in colpa, ne ho pagati tanti, per una volta me lo risparmio.

Tornando verso il centro, mi torna in mente il mare: da dentro la città di Chan Chan lo sentivo in lontananza, sono curioso di vederlo.

Vedo un sentiero sterrato che va verso il mare, fermo un vecchietto e gli chiedo:

“Questo cammino porta al mare?”

“Sì, lo segui e arriva al mare”

“E cosa c’è? Un porto, un molo …”

“Nulla … c’è il mare!”

Ok, mi addentro e passo accanto ad altre strutture in adobe, apparentemente antiche, ma completamente circondate da campi coltivati e dalle poche baracche di quelli che vivono lì. Supero un blocco di tre cani, che per fortuna si gettano contro un altro che sta arrivando in moto e proseguo verso il mare, tra canne e vegetazione sempre più fitta.
Ad un certo punto, il sentiero si apre e vedo che il mare è ancora molto distante. Mi scoraggio, inizia anche a scendere il sole, decido di tornare indietro.
Stavolta l’agguato dei cani è preparato alla perfezione: mi vedono arrivare da lontano, ma non ho possibilità di scampo, l’unica è passargli davanti su questo stretto viottolo. Uno salta fuori dal fossato a fianco del sentiero, due mi corrono a fianco, a pochi centimetri. Per fortuna riesco a non cadere, pur guidando su pietre sul fondo sabbioso, però per sicurezza alzo le gambe. Mi hanno veramente stancato questi cani randagi.

Torno verso la plaza de Armas, non prima di essermi fatto un bel succo di canna da zucchero lungo la strada, buono! Dolce il giusto e molto naturale.

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Sotto l’albergo mi prendo un po’ cura della Pollita, oggi è il suo giorno: rabbocco l’olio (credo che con questa sia la seconda, massimo la terza volta che lo faccio in vent’anni di viaggi in moto! Devo proprio volerle bene alla Pollita!) e ingrasso la catena.

Ceno, sistemo i bagagli e mi preparo per domani.

Sono molto curioso del museo del Signore di Sipàn a Labayeque, pare che sia straordinario!

– – – – –

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Al Norte, fino a Trujillo

Il nome di questa città mi mette a disagio perché mi ricorda quello del dittatore di Santo Domingo, la cui vita è descritta magnificamente nel libro “La festa del caprone” di Mario Vargas Llosa. Comunque sia, è la destinazione che mi sono prefissato per oggi.

Parto all’alba delle 10:30 e mi butto sulla Panamericana. Ho letto un po’ la guida e non c’è nulla di rilevante lungo la strada, quindi oggi guido e scruto il paesaggio. Che varia pur restando prettamente desertico, da vere e proprie montagne di sabbia, ad altre nere e antracite, fino a colline ocra e rosso ruggine. Incredibile la varietà di colori che può assumere il deserto!

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(duna “a schiena d’armadillo”)

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La strada a volte fiancheggia l’oceano, che si mostra da lontano con alti spruzzi di schiuma sollevati quando le onde si infrangono sulla costa. Per vedere delle colonne di schiuma così alte, stando ad almeno 3 km di distanza, immagino che le onde debbano essere davvero imponenti.

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Il cielo si schiarisce dalla solita cappa grigia, ad un azzurro timido e nascosto da alcune nubi, fino al sereno caldo e deciso. Gli avvoltoi, che da parecchio sono una costante nel cielo, dopo un certo paesino di cui non ricordo il nome, diventano un vero e proprio stormo. A lato della strada, un cartello indica “cimitero” e l’aria improvvisamente diventa satura del fetore di carne putrefatta. Mi giro e vedo, sulla sinistra, una oscura e piccola valle, completamente nera, con un fuoco che arde al centro, ma senza fiamma, solo fumo. Che razza di cimitero è e perché volteggiano tutti questi avvoltoi?

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(gli uccelli che si vedono, sono tutti avvoltoi che volteggiano in continuazione)

Proseguo la corsa, ovviamente in senso metaforico, visto anche che adesso la carburazione della Pollita è completamente sballata, visto che è ancora tarata su La Paz, a 4000 metri di altitudine e ora mi trovo sì e no a 300 metri. Per andare va, però tutti (meccanici, amici, ecc) mi dicono che rovino il motore e sto andando avanti così da Cusco, da esattamente 1000 km!

Inizio la giornata con l’allegria dei giapponesi Pizzicato Five, poi proseguo con il caro vecchio Bob Marley. Inizialmente penso che sia fuori luogo, vista la bruma che sovrasta tutto, a perdita d’occhio e la malinconia che ne deriva. Invece è vero il contrario, grazie a Bob, l’interno del mio casco si trasforma in un giardino tropicale pieno di verde, pappagalli e gente che balla con camicie a fiori.

“Don’t worry ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right.”

(tratto da Three Little Birds, Bob Marley)

Speriamo Bob, intanto vado a nord, poi vediamo se mi fanno entrare in Ecuador!

Durante l’ennesima sequenza di saliscendi su alte dune di sabbia, sotto il cielo terso e l’oceano in lontananza che si infrange sulla costa, metto l’esaltante cavalcata elettronica K-Pax dei Kirlian Camera: credo che questa sarà un’altra di quelle combinazioni di suoni, immagini ed emozioni che mi resteranno dentro.

Come in ogni deserto che si rispetti, di tanto in tanto appaiono, inaspettate e magiche, delle oasi, ma non con le palme e le capanne di paglia, ma con la vegetazione ed i campi coltivati e le abitazioni.

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(questo è il ristorante di mio padre 😉

Finalmente arrivo a Trujillo. E’ tardi ma non troppo, c’è almeno un’ora di luce. Quindi, quando vedo il cartello Huaca del Sol y Luna che indica verso destra, imbocco senza pensarci due volte. Dopo aver svoltato, vedo un sentiero in terra battuta ed un cartello con scritto a vernice rossa, Huacas con una freccia che indica il sentiero.
Dopo l’esperienza di ieri, non mi stupisco che l’accesso al sito sia sterrato. Quello che inizia a stupirmi sono i km che passano sul sentiero che diventa via via più piccolo e distrutto di buche e pietre e sabbia. Ma possibile che per accedere alla huacas tocca fare tutto questo giro assurdo? Non ci passerebbe nemmeno un pulmino, a malapena le auto!
Però le frecce che indicano le huacas continuano, su un muro, su una porta di una casa abbandonata, su un cartello appeso a un palo, quindi continuo anch’io. Chiedo anche informazioni un paio di volte e il sentiero viene confermato.
In tutto questo, conto almeno 5 cani che mi inseguono, di cui 2 che provano a mordermi con un certo zelo.

Basta! mi dico, adesso torno indietro, all’inferno le huacas e i cani, quando arrivo al termine del sentiero, che sbuca su una strada più grande, lastricata di mattoni. Vengo letteralmente accerchiato da un gruppo di una decina di bambini, bambine e ragazze. Vendono dei cioccolatini e delle frittelle. Non aspettavo altro che una scusa per fermarmi e me ne offrono una fantastica! Compro due cioccolatini e una frittella e iniziamo a parlare, di dove vivono loro, di cosa fanno, di me, del mio viaggio.

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Ovviamente sono in ritardo clamoroso e il sito è chiuso, me lo indicano in lontananza, vedo le strutture bianche sulla collina di fronte a me, a poche centinaia di metri.
Però ho la conferma che tutto serve, nulla è inutile. Già stavo maledicendo di essermi addentrato nel sentiero, facendomi perdere tempo inutilmente, mentre invece alla fine ho conosciuto un gruppo bellissimo di persone con cui ho chiacchierato e mi sono fatto un po’ di risate. Che mi serva di lezione.

Dopo un po’ li devo salutare:

“Per dove devo andare, per la plaza de Armas di Trujillo?”

“Meglio di qua, segui la strada!” e mi indicano la strada lastricata, verso destra.

La seguo nella sua sinuosità di serpente, con curve morbide destra-sinistra tra le basse case con giardino della periferia.

Ad un certo punto, la strada che sto seguendo sbuca niente meno che … sulla Panamericana, nello stesso identico punto dove ero entrato circa un’ora fa. E di colpo capisco l’errore clamoroso, il cartello stradale indicava la strada lastricata, non il sentiero che ho preso, che è per i locali!

Nessun problema, imbocco la Panamericana, arrivo a Trujillo e trovo da dormire vicino la plaza de Armas.

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Inizio a informarmi su dove portare la Pollita domani. E poi teoricamente, vorrei andare a visitare le huacas e Chan Chan. Vediamo quanto riuscirò a realizzare di questo ambizioso piano!

Adelante adelante!

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Verso Truijillo! 🙂

Come si vede, il cilindro s’è dimezzato e le borse pure si sono un pochino svuotate … A tutti i critici del mio bagaglio, va bene ora?! 😉

La tanica é la prima volta che la lego così, vediamo se si muove meno rispetto a come la legavo prima.

Verso el Norte!

Dopo aver svuotato (poco) le valigie laterali e la sacca a cilindro (tanto), devo riorganizzare tutto il bagaglio e non ne ho la minima voglia. E come con tutte le cose che non mi vanno, tiro tardi e allungo i tempi all’esasperazione.

Si fanno le 10, le 10:30, le 10:45, quando sento bussare alla porta. E’ il ragazzo della reception:

“Resti un altro giorno?”

“No, perchè? A che ora è il check-out??”

“Alle 11!”

Bene, a questo punto sono contento che mi caccia, almeno mi sbrigo.

Alle 12 sono quasi pronto, quando rincontro Daniel, un ragazzo venezuelano che avevo incrociato un paio d’ore prima, a colazione. Iniziamo a parlare e mi dà moltissime informazioni utili e consigli sul Venezuela: cosa vedere, cosa evitare, cosa fare e non fare.

Finalmente intorno all’1:30 del pomeriggio mi metto in marcia, uscendo attraverso l’infinita periferia di Lima. La Panamericana è monotona, complice sia il cielo costantemente coperto di una cappa grigia di nuvole ed il panorama, sempre uguale di colline desertiche.

Quando la strada sale su una bassa collina, vengo inghiottito da una fitta nebbia, la visibilità si riduce a pochi metri; poi, appena torno a valle, la nebbia scompare e rimane solo la cupola di nuvole.

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Raggiungo il bivio per Caral che sono le 16:30 e il dilemma è: entro o non entro? Ma sì, entro! Fintanto che viaggio con la moto e non (ancora) con i pullman, ne devo approfittare …

L’asfalto lascia il posto a un “duro” che diventa via via malmesso e sempre più pieno di buche. Il paesaggio è splendido di vegetazione e montagne desertiche e di roccia nera all’orizzonte. Incredibilmente, non appena mi allontano un minimo dal mare, la cappa grigia lascia il posto al cielo azzurro. Avevo dimenticato questo colore, negli ultimi giorni!

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Il “duro” corre, dopo 20 km supero due motociclisti fermi a lato della strada. Con la coda dell’occhio noto che sono fermi in corrispondenza di un bivio. Vuoi vedere che è il bivio per Caral e io sto proseguendo nella direzione sbagliata?
Torno indietro, chiedo ed effettivamente è così, il bivio per Caral è quello dove si sono fermati i due, che poi sono quattro, contando le rispettive fidanzate.

Dopo il bivio il “duro” si trasforma in una pista molto accidentata che supera alcuni guadi, fino ad arrivare in una piana circondata dalle montagne. In lontananza si vedono le piramidi di Caral.

Il sito attualmente è in fase di ispezione e scavo, quindi è proibito addentrarsi non accompagnati. La nostra guida in realtà è un archeologo e parla anche un discreto italiano perchè ha studiato a La Sapienza di Roma, ha lavorato con degli archeologi italiani ed ha vissuto un paio d’anni a Brescia.
Ci raggiungono una signora con le due figlie e le due coppie di motociclisti. Adesso che il gruppo è fatto, possiamo partire a seguito di Francisco, la guida-archeologo.
Il buio cala all’improvviso, rapido, ma facciamo in tempo a vedere le piramidi più alte ed articolate. E’ emozionante sentire di prima mano da chi sta effettuando il lavoro, come Francisco, le spiegazioni, ma soprattutto le congetture che ci sono dietro le interpretazioni che vengono normalmente date ai visitatori. Non essendoci documenti scritti, tutto è dedotto da quello che viene ritrovato. E trattandosi di una civiltà antichissima, anche i manufatti sono abbastanza elementari, senza rappresentazioni pittoriche o sculture a spiegare il significato di certe costruzioni o le tradizioni.
Tutto viene dedotto dalle pietre. Pare che adorassero il fuoco, che mantenevano in appositi spazi, chiusi all’esterno e l’organizzazione sociale era fondamentalmente teocratica, i sacerdoti detenevano il potere.

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Francisco é contento della mia presenza, perchè gli ricordo l’Italia, ha anche una sorella in Umbria sposata con un italiano.
Spiega un po’ in spagnolo e un po’ in italiano poi, un po’ perchè c’ero io l’italiano, un po’ perchè era tardi e non ci vedeva più nessuno, ci fa entrare in parti normalmente inaccessibili ai visitatori. In particolare nelle zone di preghiera, che in una parte della città sono quadrate, nell’altra sono rotonde, per questo parlano di una zona maschile (la prima, quadrata) e di una femminile (la seconda, rotonda).
Quelle rotonde sembrano dei teatri romani in miniatura: perfettamente rotonde e con poche file di gradinata.

Ormai è buio pesto, usciamo lasciando l’archeologo negli alloggi presenti all’interno del sito e facciamo carovana: l’auto con le 3 donne davanti e le 3 moto dietro. Stiamo seguendo i sentieri nella campagna, quando all’improvviso ci troviamo di fronte a un bivio. La ragazza che guida l’auto si ferma, mi fa cenno di raggiungerla:

“Dove, destra o sinistra?”

“Sinistra!”, rispondo sicuro.

Lei parte, quando da dietro uno dei due motociclisti inizia a suonare all’impazzata.

“E’ a destra!!!”

Torniamo indietro, aveva ragione, per fortuna che c’era lui!

Non so come mai, quando faccio inversione la luce abbagliante e quella anabbagliante smettono di funzionare. Ho solo la luce di posizione, che nell’oscurità totale in cui mi trovo, è del tutto inutile. Guido seguendo le luci rosse della macchina, senza vedere dove metto le ruote. Faccio i guadi seguendo il riflesso rosso dei fanali sull’acqua.
Se è così, almeno fino a quando non faccio sostituire la lampadina, non potrò più viaggiare di notte!

Torniamo finalmente sul “duro”, spengo e riaccendo la moto e, come con i computer, la luce riprende a funzionare!

I due motociclisti, uno con una custom e l’altro con una sportiva tipo ZZR 250, vanno lentissimi. Ad un certo punto, non vedo più le luci negli specchietti. Torno indietro e trovo il ragazzo con la sportiva disperato:

“Che è successo?”, gli chiedo.

“E’ uscita la catena!”

Mi chiedono se ho delle chiavi, ma per fortuna (diciamo così) negli ultimi giorni prima di partire, a Roma con la Duchessa ho mangiato pane e catena per un paio di giorni almeno. Anche a me si era sfilata e si era ingarbugliata così tanto che l’avevo lasciata in mezzo alla strada, andando a recuperarla il giorno dopo.

Riesco a rinfilare la catena in pochi secondi, guadagnando in un attimo la stima e l’ammirazione dei due motociclisti.

Gli consiglio di usare le marce basse, la prima, la seconda, di tenere il motore alto di giri andando un po’ veloce e di evitare quanto più possibile le buche, per tenere tesa la catena, ma nel giro di 3 km, si sfila di nuovo. La rimetto e lentamente raggiungiamo la Panamericana. Baci e abbracci, i motociclisti tornano al sud, io proseguo al nord con le donne. Decidiamo di fermarci a Barranca, una cittadina vicina.

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Troviamo l’albergo e passiamo la serata a ridere e scherzare nel ristorante dell’albergo. In particolare la signora mi fa morir dal ridere, quando mi prende in giro “sulla tua motita, tr-tr-tr-tr-tr!!!” e lo dice mimando me che tengo stretto il manubrio, sconquassato dalle vibrazioni! E non si capacita che su quella motita abbia potuto fare così tanta strada! TR-TR-TR-TR-tutto-vibra e giù a ridere! 🙂

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(Efect…che??)

Domani il piano è arrivare a Truijillo, sempre più verso l’Ecuador e il primo esame a cui dovrò sottostare senza i documenti necessari.

Finalmente Lima!

Oggi non voglio pensare ai problemi del viaggio. Ieri l’ho persa per schizzare da un consolato all’altro, oggi voglio dedicarmi alla città.

Prima però, devo risolvere il problema del bagaglio in più. Voglio chiedere sia a Fedex che a DHL quanto costa spedire un pacco in Italia, più o meno di 8 kg. Sono entrambi a Miraflores, trovo prima Fedex, 350 dollari. Poi vado da DHL: 420 dollari. Non male!

Nel frattempo ripenso alle parole della reception dell’albergo:

“Mi devi pagare una notte!”

“Sì, lo so …”, rispondo mentre sto uscendo.

“Ah, quindi ritorni!”, mi dice con tono più tranquillo.

“Certo che ritorno …”, rispondo pensando a stasera.

Forse lei intendeva “ritorni tra poco” e mi torna in mente quello che mi disse l’altra tipa alla reception quando arrivai ieri, che se volevo stare una terza notte dovevo dirglielo, perchè aveva molte richieste e doveva fermare la camera. Io mi sono dimenticato di confermare, lei di ricordarmelo.

Chiedo la cortesia alla mia amica di telefonare all’albergo, visto che sono in giro per chiedere della spedizione, dopo 5 minuti mi richiama e conferma la mia paura:

“Devi liberare la camera, per stanotte sono completi e non hai la stanza”

Torno di corsa in albergo; per fortuna un ostello nella stessa strada ha posto, ma perdo un mare di tempo per chiudere i bagagli e spostare tutto. Alla fine, la mattinata se n’è andata tra corrieri e albergo. Meno male che dovevo dedicarmi alla città!

Esco di nuovo e prendo un taxi al volo, destinazione Museo dell’Oro! Il piano terra è traboccante di armi di ogni tipo, foggia, provenienza, lavorazione. Non mi piacciono, tranne poche eccezioni in cui il lavoro artistico sovrasta il significato di morte che comunque associo ad ogni arma.

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(l’Ipocrisia: due mani che si stringono, come manico di un pugnale)

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(particolare della decorazione di una katana giapponese)

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L’esposizione dei gioielli e manufatti in oro è nel sotterraneo. Sarà l’umore guastato dalla notizia del passaggio di proprietà negato, sarà che continuo a trovarmi addosso guardiani che mi vietano di scattare fotografie, sarà il tempo, non lo so, comunque il museo non mi emoziona particolarmente, a parte pochi pezzi davvero incredibili come lavorazione e decorazione.

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Esco e prendo un altro taxi al volo, stavolta per il Museo Archeologico. Questo lo trovo bellissimo, pieno com’è di opere pre-colombiane che rappresentano scene di vita quotidiana, lavori, animali, persone. Trovo questa rappresentazione del quotidiano molto più interessante ed emozionante che non, ad esempio, gli eccessi e la monotonia dei quadri e delle opere coloniali: una sequenza di ritratti di parrucconi in pose statiche e scontate. Che differenza abissale!

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Esco aspettando la mia amica e il fidanzato nella piazza davanti al museo, mangiando anticucho e trippa alla brace, buono!

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Facciamo un giro in centro in auto, poi a piedi fino alla Plaza de Armas, con alcuni palazzi ben restaurati, dai balconi in legno intagliato. Mi piace Lima, almeno quello che ho visto ha dei bei palazzi eleganti, ampi spazi e un po’ di verde. Il traffico è da censurare, molto caotico.

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La giornata finisce a Callao, passeggiando sul lungomare (anche qui, come a L’Avana, si chiama Malecon), mangiando picaron e poi a casa dei genitori della mia amica, chiacchierando fino a tardi del Perù, delle sue bellezze, dell’Italia e del mio viaggio.

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(cuidame!!)

Domani … si parte, verso el Norte! Ci provo ad entrare quanto meno in Ecuador, almeno voglio vedermi sbattere la porta in faccia prima di rinunciare così al giro che avevo pensato!

Fine della corsa??

Anche oggi mi sveglio intontito, non mi sento riposato. Come al solito prendo il telefono e leggo le mail.

DOCCIA FREDDA dal Cile: Nicola mi dice che il passaggio di proprietà da lui a me è stato respinto!! Panico, e ora??

Salto sul letto e inizio a chiedermi cosa posso fare. Penso che devo approfittare di essere a Lima per chiedere ai consolati dei Paesi che mancano, se i documenti che ho sono sufficienti per entrare. Mi viene da ridere al solo pensiero di dover spiegare la situazione (moto non mia, prestata, autorizzata e tutto il resto) nel mio spagnolo zoppicante.

Prima tappa, il Brasile che è qui a Miraflores. Mi liquidano subito in maniera gentile ma categorica: serve l’autentica della dichiarazione notarile da parte del consolato brasiliano di Santiago del Cile. In poche parole, quello che ho fatto per il Perù.

Il successivo è la Colombia, che chiude alle 12. Mi accoglie una signora gentile, ma un filo aggressiva. Finisce per farmi il cazziatone: ma come, parti per un viaggio del genere e non ti informi nemmeno su che documenti servono per entrare nei vari Paesi??? Cerco di spiegarle che lo so cosa serve e che il piano era diverso, del passaggio di proprietà da Nicola a me, ma confondo ulteriormente le idee e vedo che si sta innervosendo sempre più e le dico di dimenticare quello che ho detto.

Mi liquida dicendomi che “Ormai è tardi, dalla Colombia non mi rispondono più. Lunedì e martedì è festa, se vuoi avere una risposta ufficiale, torna mercoledì”.

Sì, buonanotte! penso mentre ringrazio ed esco.

Prossima fermata, l’Ecuador. C’è di nuovo una signora, ma molto più gentile e disponibile di quella colombiana. La risposta è identica, ossia potrebbero respingermi alla frontiera, però detto con molta più cortesia. In tutti questi anni di viaggi, ho riscontrato che spesso le ambasciate e i consolati sono lo specchio dei Paesi. Sento che l’Ecuador mi piacerà, ma non vorrei fossero le ultime parole famose.

Ultima tappa, il Venezuela. Mi accoglie, si fa per dire, ancora una donna, gentile come un militare arrogante e scocciato:

“Che vuoi? Ah, dalle 2 in poi”, dice anzi declama minacciosa mentre esce e si allontana sul marciapiede.

Mancano 5 minuti alle 2, ma non faccio storie. Sarà figlia del regime di Chavez e del suo figlioccio Maduro …

Decido di non correre rischi e tornare alle 2 e mezzo.

Faccio un giro lungo avenida Arequipa e mi rendo conto che nella fretta di stamattina non ho preso la macchina fotografica, che per me è quasi uscire senza scarpe. Oggi niente foto quindi!
Passo davanti a eleganti villini ottocenteschi e alcuni parchi pubblici ben tenuti.

Arrivo fino ad una manifestazione. Inizialmente penso all’ennesima parata per l’indipendenza del Perù, poi mi accorgo che sono dei medici che protestano per l’esternalizzazione (sarà una forma di privatizzazione?) delle prestazioni mediche. Tutto il mondo è paese …

Torno al consolato venezuelano, stavolta ci sono due tipi in giacca e cravatta nera e camicia bianca che accolgono le 3 o 4 persone in fila fuori: loro all’interno della cancellata (chiusa) e noi fuori, sul marciapiede. Parliamo attraverso le sbarre, ognuno esponendo il suo caso, accavallando la voce a quella del vicino.

“Che ti serve?”

“Sto facendo un viaggio in moto e devo entrare in Venezuela, vorrei sapere se i documenti che ho sono sufficienti o serve altro”

“Torna lunedì, adesso non ci sono le persone dei documenti”

“Ma oggi non è aperto fino alle 5?”

“Sì, ma adesso non ci sono le persone che servono a te, torna lunedì”

Fine delle comunicazioni.

Torno in albergo affranto, pensando alle possibilità che ho per proseguire il viaggio.

Le uniche che vedo sono:
  – proseguo sperando che mi facciano entrare nelle frontiere “spagnole” (Ecuador, Colombia e Venezuela) usando la dichiarazione che ho e facendo, nel frattempo, l’autentica a Santiago per il Brasile, da farmi spedire da qualche parte, una volta pronta
  – tornare fino in Cile, fermandomi lungo la strada per visitare i posti che ho saltato finora, entrare in Cile, spedire la moto a Nicola e proseguire in aereo direttamente in Brasile, poi là con i mezzi locali

Altre idee non mi vengono …

Passo il resto del pomeriggio in albergo, scrivendo e pensando.

Questo proprio non ci voleva … è vero che il viaggio comunque prosegue e non è morto nessuno, però vedere il piano che avevo in testa infrangersi in questo modo è davvero amaro.

Vediamo se la notte porta consiglio, domani comunque la dedico a visitare Lima, visto che la giornata di oggi l’ho praticamente buttata.

Dal paradiso di Paracas alla metropoli di Lima

Stamattina non riesco a carburare, dò la colpa alla medicina che ho preso ieri sera per il mal di testa, dovuto penso alla mancanza di sonno degli ultimi giorni, dalla levataccia alle 4 per Machu Picchu in poi.

Lentamente e faticosamente riprendo coscienza e mi alzo. Sto per andare in bagno quando faccio letteralmente un salto all’indietro: la porta della stanza è socchiusa!!

Mi guardo intorno, cerco e controllo e non manca nulla. Non vorrei suggestionarmi, ma da come mi sento intontito e dalla porta aperta, mi verrebbe da pensare che mi abbiano narcotizzato, ma penso siano solo fantasie perché anche oggetti molto evidenti, come il tablet sul tavolino, portafogli e altro sono esattamente al loro posto. Sicuramente sono ancora i postumi della medicina e della stanchezza non recuperata.

Mi preparo con molta calma poi, una volta che la moto è carica ed ho salutato il mitico proprietario dell’ostello, parto e vado a fare un giro nella parte più orientale di Paracas.
Passo a fianco della consueta (ne ho viste molte da quando sono in Perù) parata di festeggiamento per l’indipendenza del Paese e proseguo sul lungomare che diventa, man mano che mi allontano dal centro, sempre più elegante di ville lussuose con parchi, piscine ed architetture moderne ed eleganti.

La strada piega a seguire la baia di Paracas e termina nel resort dell’Hilton.
Provo ad entrare nella parte di spiaggia libera proprio a fianco del resort, quando da una villa poco distante sento e soprattutto vedo due molossi da guardia abbaiarmi e corrermi incontro.
Ok, infrango la promessa di dare un calcio al primo cane che prova ancora ad aggredirmi, però inizio ad essere stanco di questi cani che ovunque vado mi corrono dietro desiderosi di assaggiarmi!

Chiedo ad un operaio al lavoro in una villa come faccio ad andare all’ingresso della Riserva di Paracas, che vedo al di là di un’ampia parte recintata di sabbia, senza dover fare il giro lungo almeno una ventina di km che torna a Paracas e prende la strada locale lì vicino:

“Chiedi all’Hilton, loro hanno una via privata che taglia questa parte di sabbia e arriva sulla strada di ingresso alla riserva”.

Faccio i 100 metri indietro fino al gabbiotto dell’Hilton e chiedo. Il guardiano sorride e alza la sbarra. Gracias amigo!

Arrivo all’ingresso della riserva, pago i 5 soles di ingresso ed entro. L’asfalto scompare e prende il suo posto un “duro” sabbioso e umido che si addentra tra le dune. La Riserva di Paracas è un deserto costiero molto ampio, di dune sabbiose dai colori ocra e marrone, almeno così appare sotto la cappa di nebbia che anche oggi opprime il cielo.

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E’ suggestiva e, probabilmente per via del tempo, malinconica e desolata. Seguo tutte le indicazioni per le varie attrazioni, come la spiaggia rossa, che è davvero di sabbia rossa per un minerale presente nelle rocce intorno, poi la Cattedrale, che era un arco di roccia sul mare, ma che dopo il terremoto del 2007 non esiste più, poi altre playas fino a Lagunillas.

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Questo è un microscopico villaggio dove, se ci sono 5 pescatori, ci sono 10 ristoranti di pesce. Comunque dà l’idea di come dovevano essere i villaggi di pescatori prima dell’avvento del turismo: poche baracche dove vivono i pescatori, le rispettive barche ancorate nella baia di fronte e nulla più. Qui si è salvato (a parte i 10 ristoranti 😉 solo perchè si trova all’interno della riserva, altrimenti avrebbe fatto la fine degli “ameni villaggi di pescatori” (usando l’espressione cara alle guide turistiche per attrarre le persone) di tutto il mondo, dove di pescatori non c’è più nemmeno l’ombra e le baracche sono state sostituite da alberghi più o meno eleganti.

Non volendo, arrivo a Lagunillas che sono le 13:30: se non mangio adesso, quando mangio? Mi concedo quindi un bel pranzo a base di polpo, gamberi, vari molluschi e altre prelibatezze, accompagnato dalla buonissima “chicha morada“, tanto per non bere sempre Inca Kola e mi rimetto in viaggio.

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Esco dalla riserva sulle note del bellissimo album “Indossai” di Alessandro Grazian nelle orecchie, trovo che le sue orchestrazioni e melodie ben si addicano al paesaggio e al clima e riprendo la Panamericana sulle note crescenti e esaltanti di Chiasso.

Prima di raggiungere la statale, incrocio un gruppo di moto “occidentali”, sembra quasi una visione. Saluto, a bordo della minuscola Pollita.

La Panamericana dopo Chincha diventa sempre più brutta di borghi industriali e caotici che sembrano cresciuti spontaneamente e disordinati ai bordi della strada. Sempre sotto il cielo plumbeo che pesa sulla testa da stamattina, con la pioggerellina tipica, la nebbia del mare, come l’aveva chiamata il proprietario dell’ostello di Paracas.

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Arrivo in vista di Lima che ormai è buio, sulle note energiche degli Invers per tenermi sveglio.
Pretendo, in una metropoli sterminata come Lima, di trovare la zona di Miraflores senza cartina e senza GPS che ormai non funziona più dai giorni di La Paz, ma alla fine arrivo, mi sembra anche più rapidamente rispetto a come andò a Santiago quasi un mese fa.

Raggiungo l’albergo, che si presenta con un inquietante cartello di chiusura per problemi con non so quali leggi.

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Mi scaravento in doccia, che il mio corpo aspetta desideroso ormai da alcuni giorni e consegno il tablet che portavo dall’Italia alla sorella di un’amica (storia lunga … 😉 però ormai il soprannome di moto-tablet rimane acquisito!
Vado a mangiare un boccone, prima di crollare a letto esausto.

Domani vorrei visitare come minimo il Museo de l’Oro e quello Archeologico, poi si vedrà!