Attraversando le montagne fino a Cusco

E’ inutile, perciò non dico né mi propongo più un orario di partenza: tanto prima delle 9:30 non mi muovo!

Saluto Alberto, incredibilmente disponibile e gentile ed esco da Puno. La strada si arrampica sulla collina alle spalle della città e in breve iniziano ad aprirsi degli splendidi paesaggi sul lago Titicaca (anche se la guida ieri ha tenuto a dire che si dovrebbe scrivere Titikaka con la k e che il suono è aspirato e in lingua aymara significa puma grigio; bene, fine del ripasso della lezione di ieri).

Mi fermo al primo benzinaio, da El Alto non l’ho più fatta. Mi metto davanti alla pompa e la ragazza afferra la pistola della 84 ottani.

“No, la 95 por favor!”, indico allarmato.

“Ma che ce devi fà, c’a 95!” o almeno il senso della sua risposta è questo oppure vuole dirmi che la 95 è terminata, fatto sta che prosegue con la 84.

Vabbè, penso tra me e me, che sarà mai.

Appena finisce di riempire il serbatoio mi torna in mente il ticchettio angosciante, quasi un urlo di dolore del Guzzi di Adriano in Kazakistan, quando batteva in testa in continuazione e così mi ricordo a cosa servono gli ottani.

Vabbè, penso tra me e me, ormai è fatta.

Riparto.

La strada corre su un altopiano reso interessante dagli scorsi sul lago alla mia destra, poi arriva il bivio per Sillustani. Ho fatto ben 20 km da Puno e ne mancano almeno 400 per Cusco, ma non è ancora tardi e poi mica posso passare le giornate soltanto a guidare! Decido di girare per il sito archeologico.

La strada si incunea nella pianura, puntando alle montagne ma senza raggiungerle.

Vedo un nuovo tipo di architettura rurale, stupenda. Sono abbastanza simili ai nostri casali di campagna, solo che sono fatti interamente in pietra, con degli archi come ingresso e decorazioni varie. I tetti in paglia chiudono il quadro agreste, senza dimenticare i piccoli gruppi (greggi?) di lama nei pressi dell’abitazione.

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Le torri funebri di Sillustani sono allo stesso tempo semplici e solenni, svettano massicce su un paesaggio intatto. Non si può far altro che ammirarle in silenzio, cercando di integrarsi per un breve attimo spazio-temporale in questa terra, in questo tempo e con la civiltà che le ha costruite, a dominare un lago che si addentra con gole e curve nelle montagne circostanti.

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Se si ha la pazienza di attendere che i pochi turisti si allontanino, ci si ritrova nel silenzio più assoluto, con le orecchie accarezzate da un vento sottile, costante, la vista che si perde nell’azzurro del lago e del cielo e la mente che cerca di capire vanamente una cultura che ha ideato dei monumenti funebri così assoluti. La complessità nell’apparente semplicità.

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Torno sulla strada per Cusco e proseguo la corsa. Di nuovo mi stupisco di come giri bene e lineare il motore della Pollita, peccato non aver incontrato il meccanico giusto a Calama, quando provai a farmela sistemare per le alte quote. Avrei patito molto meno nel tratto San Pedro de Atacama – Uyuni.

Supero il caos di Juliaca e la strada inizia ad addentrarsi tra le montagne. Il cielo diventa sempre più cupo e minaccioso, basso di nuvole sfilacciate nelle quali finisco, mio malgrado, per infilarmi.

Per fortuna la pioggia vera e propria dura pochi minuti. Più duraturo è il pulviscolo d’acqua nel quale mi trovo immerso e il freddo, che aumenta sempre più, come la quota alla quale viaggio. 3900, 4000, fino a oltre 4300 metri.

Il freddo è intenso, le mani sono quelle che soffrono di più, poi i piedi. Il corpo è ben coperto, ma dopo un po’ accusa, soprattutto perchè, non so il motivo, il giubbino elettrico da quando sono andato via da La Paz, ha smesso di funzionare bene. Se ci penso, a La Paz hanno avuto problemi o smesso di funzionare: moto, GPS, giubbino elettrico. Tre componenti fondamentali!

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Superato il passo a quota 4338 metri slm, la strada inizia a scendere e, di conseguenza, la moto ad andare a velocità di tutto rispetto (90 all’ora!).

Torna la pioggia, poi smette e mi asciugo, mentre la montagna si addolcisce trasformandosi in colline e creando una vallata dove corre un fiume, le cui sponde sono coltivate. Era da parecchio che non vedevo campi coltivati e alberi!

Il verde fa la sua apparizione e stupisce, perchè l’occhio si era ormai abituato alle sole variazioni di marrone, il verde era escluso, relegato nella memoria come i superstiti dell’Eternauta ricordano la città com’era un tempo, prima dell’attacco degli alieni.

Dopo altre decine di km, quando ormai mancano un paio d’ore a Cusco, arrivo all’area archeologica di Raqchi. Decido di fermarmi. Per fortuna, aggiungo, vista la bellezza del luogo.
Stavolta sono completamente solo e mi aggiro tra strutture di difficile comprensione, se abitazioni o strutture comuni, religiose o con altra finalità. Anche ora, il silenzio completo, rotto solo da qualche uccello in lontananza e dall’immancabile vento, cammino tra i resti delle costruzioni e pensando a che posto incredibile sia il Perù, che ha ospitato decine di culture differenti che, soprattutto, hanno prodotto opere uniche e eterne.

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( Non posso allontanarmi che subito la Pollita rimorchia due galletti …)

Riprendo la strada e mi godo, anche oggi, un bel tramonto sulle montagne.

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Finalmente arrivo a Cusco, inizio ad attraversare una periferia infinita.

Ad un certo punto, mi trovo su una strada a 6 carreggiate, 3 per parte, un uomo di bassa statura inizia ad attraversare lentamente. Io sono lanciato, la strada è larga e libera, sono l’unico in quel momento e il semaforo è verde. Sarò ad almeno 70 km/h. Quando lo vedo, capisco che è in traiettoria piena. Mi attacco ai freni, il tizio non fa il minimo cenno per evitarmi, rallento il più possibile ma alla fine gli sono addosso. Lo colpisco con lo specchietto destro e non so con cos’altro, è questione di attimi. Io non perdo nemmeno l’equilibrio, è come se qualcuno mi avesse dato una botta alla spalla, cosa che probabilmente è accaduta.

Mi fermo dopo pochi metri, mi giro e vedo che il tipo è ruzzolato a terra e si sta rialzando. Zoppica. Nessuna delle persone che ha assistito alla scena, a bordo strada, fila né me né lui. Cammina, quindi penso che non si sia fatto male e soprattutto non credo di avere un’assicurazione valida e non ho intenzione di infilarmi in un vespaio peruviano. Accelero e me ne vado.

Arrivo in centro e sono nei pressi dell’albergo che ho prenotato tramite Alberto da Puno, quando mi infilo in un vicolo strettissimo, largo quanto una macchina. Che, guarda caso, è parcheggiata con le 4 frecce lampeggianti. Abituato ormai ai costumi peruviani, suono e gli arrivo dietro. Un po’ troppo dietro. Sarà la stanchezza, ma prendo male le misure e lo tocco leggermente, la mia ruota anteriore sul suo paraurti posteriore.

Non la prende bene nè si mette a ridere, esce, ma rientra in auto senza cercare eventuali danni. Non credo mi stia dando il benvenuto a Cusco, nelle parole che mi rivolge. Arriva l’amico dopo pochi secondi e evidentemente si innervosisce di nuovo. In ogni caso l’amico, una volta saputo l’accaduto, vede che non c’è il minimo danno e convince l’altro ad andarsene.

Riparto, so giusto pensando che finalmente fa caldo quando leggo un termometro che segna 7 gradi! Mi era successo anche ad Uyuni, con 8 gradi.

Finalmente l’albergo! Che mi fornisce anche di pizza in camera e parcheggio in una parte del cortile.

Domani, interamente dedicata a Cusco, speriamo non piova!

12 thoughts on “Attraversando le montagne fino a Cusco

  1. Non ti preoccupare più di tanto,forse,probabilmente era un’aspirante suicida,vista l’aria sottile.
    PER OGNI BUONA NORMA TENERE SEMPRE LA TARGA UN POCO SPORCA.CIAO.

  2. stupende foto stupendi paesaggi. Che meraviglia quelle torri!
    Tornare in Sud America ce lo siamo ripromesso. Una delle mete papabili il Perù, la tua narrazione sempre più ricca di dettagli ed emozioni mi conferma che può essere una giusta scelta!

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