Sotto i migliori auspici

Il déjà vu é ormai completo.

L’anno scorso l’inizio del viaggio fu funestato da una serie di disavventure: l’arbitraria cancellazione dei voli da parte della compagnia aerea, la moto che andava come un ciuco zoppo, il passaggio di proprietà non riuscito tra me e Nicola e così via.

Attualizzando al 2014, per ora siamo a: herpes zoster, meglio noto come Fuoco di Sant’Antonio, diagnosticato esattamente il giorno prima della partenza.
Partenza che viene ovviamente rimandata, con conseguente ingresso in un tunnel dell’orrore animato da decine di telefonate, email, messaggi Facebook e su siti internet per riuscire ad ottenere l’ovvio: lo spostamento del volo per motivi di salute.
“Ovvio” che mi costa 400 euro e svariate imprecazioni.

Oggi la partenza, che non può smentirsi e difatti segue il medesimo trend.

Pare che su Lisbona (scalo necessario per arrivare a Recife, in Brasile) si sia scatenata l’Apocalisse: allerte meteo, bombe d’acqua e missili di fuoco dal cielo.
Partiamo da Roma con quasi due ore di ritardo e, dopo ampi giri sopra Lisbona aspettando vanamente il permesso di atterrare, deviamo per… Faro! Estremo sud del Portogallo.
Motivo? Scusate, é il comandante che vi parla, andiamo un attimo a Faro a dare il pieno e torniamo subito a Lisbona.

Il tempo é pessimo e si balla molto. Atterriamo a Faro nello stesso momento in cui il volo per Recife sta decollando da Lisbona, alle 16:20.
Ripartiamo verso le 17:15, naturalmente senza la minima speranza di raggiungere il Brasile in giornata.

Dopo sole 4 ore di ritardo, finalmente Lisbona, sotto una fitta pioggia.

Il piccolo inconveniente colpisce 73 persone. Tanti sono quelli che hanno perso la coincidenza con il Brasile: chi verso Salvador, chi Fortaleza, altri come me, verso Recife.

Seguiamo tutti una signorina che ci porta in gita.
Come uno sciame attorno al favo, il solito gruppetto di italiani che capisce solo il dialetto e continua a parlare sopra la sua voce che cerca di spiegarci di che morte dobbiamo morire da qui a domani: “cheeee?? Eeehh?? Quandoooo? Ma non si capisce niente, non può parlare italianooo?!?”

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Ci godiamo il passaggio in pullman, senza aria condizionata per chiudere in bellezza la giornata.

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Lungo il tragitto ascolto qualche avventuroso aneddoto: “aho l’anno scorso stessa cosa, li mortacci loro… Peccato che ‘r giorno dopo nun ce stava posto pe’ Recife e c’hanno mannato prima a Natal e poi a Recife… ‘cci loro!!!”.

Rabbrividisco… eh! ‘cci loro sí, se mi fanno vivere un’odissea anche domani!

Arriviamo in albergo, uno sterminato quattro stelle offerto dalla TAP assieme a cena e pranzo di domani.
L’unica cosa decente di oggi.

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Dopo cena mi metto davanti al PC per rispondere ad un paio di email importanti. Di fronte a me si siede un cameriere, una pausa ufficiale o rubata agli occhi del caposala.
Capisce che sono italiano ed esclama: “aaah italiano… la vita é bella!”

“Insomma, ho appena perso l’aereo per il Brasile…”, rispondo senza alzare gli occhi dallo schermo.

Si affaccia dal monitor, sorride e si ritira, proseguendo a scrivere. Poi sentenzia :
“Comunque l’importante é la salute!”

Non rispondo anche se sento il collo pulsare sotto i colpi del Fuoco di Sant’Antonio…

Facendo i conti, finora tra zoster e volo mancato, ho perso 6 giorni di riposo fondamentali…

Ora sarà tutta una corsa verso il Cile, a meno che non cambi radicalmente programma e decida di godermi la vacanza usando la moto finché mi serve per poi provare a venderla al momento giusto oppure gettarla in un fosso.

Vedremo, come al solito lascerò fare al Fato.

Il ritorno

Mi sveglio molto presto. Ma questa non è una novità. La novità è il magone che mi stringe lo stomaco strappandomi al sonno.

Oggi è l’ultimo giorno di viaggio.

Senz’altro torno in Italia carico di energia positiva ed il mio cuore è pieno di bellezza e di emozioni, ma la sensazione è di tristezza perché è come un bel sogno che sta finendo, ma si vorrebbe continuasse ancora.

Mi rimangono poche ore per chiudere i bagagli e dividerli tra me e Caterina. Per chiudere il viaggio in maniera logica e coerente, viaggeremo separatamente. Io partirò alle 14:30, con volo diretto per Roma, lei alle 18:30, con uno scalo a Lisbona di alcune ore.
Questo purtroppo per l’incertezza che ha regnato sovrana lungo tutta la parte solitaria del viaggio: fino all’ultimo non sapevo se e quando sarei arrivato in Brasile e quindi Caterina ha dovuto comprare il biglietto all’ultimo momento, costretta a scegliere il poco rimasto disponibile.
Questa nuova separazione davvero non ci voleva, vorrei vivere con lei questo momento così intenso!

Finisco i bagagli velocemente e per fortuna Caterina vuole fare ancora un giro. Qui vicino c’è la favela di Santa Marta, decidiamo di andarci.

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Oggi il sole è più deciso, l’azzurro del cielo non è più un’eccezione, ma i picchi dei morri della città, incluso quello del Cristo Redentore, sono nascosti da basse e dense nuvole.

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Sono felice che la statua non si veda, almeno non ho rimpianti. Vuol dire che dovremo tornare per vederlo come si deve. Promesso.

In pochi minuti arriviamo alla base della favela. Mentre il resto della città è ordinato e i palazzi sono ben distanziati e rifiniti, spesso di molti piani, qui le case sono ammassate le une alle altre, basse e quasi sempre con i mattoni a vista, senza intonaco.

Le favelas di Rio negli anni si sono incuneate negli spazi liberi della città. Mentre si costruiva la parte benestante, nelle zone a valle, comodamente accessibili, le favelas si arrampicavano nelle parti più impervie.
Spesso, però, con viste spettacolari sul mare e sulle montagne, tanto che, in vista dei mondiali di calcio 2014, si voleva sfruttarle e sfrattarle per far spazio ad edifici più remunerativi.
Le proteste hanno bloccato i progetti: per ora resteranno ancora queste sacche “popolari”. Verrebbe da dire “autentiche”, ma questo termine ha una accezione positiva, mentre invece all’interno delle favelas si consumano giornalmente i drammi della povertà, della droga, della violenza.
Ma il problema non sono le favelas in quanto tali, per quanto incidano sulla dignità dei loro abitanti, ma l’inclusione sociale delle persone che ci vivono. E di sicuro questa non si risolve abbattendo le favelas e sfrattando le persone.

Una piccola cremagliera si inerpica sul lato destro della favela, schiacciata tra le abitazioni e gli alberi della collina. E’ stata costruita cinque anni fa ed è gratuita. Un ottimo servizio che risparmia una gran fatica quotidiana agli abitanti della parte medio-alta.

La vista delle abitazioni più povere ammutolisce: il contrasto con la parte elegante della città, perfettamente visibile da qui, è stridente. Alcune case, le più “normali”, sono dipinte in colori vivaci e fanno un bell’effetto, ma il colore dominante è quello terracotta dei mattoni non intonacati.

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Con noi sale anche una ragazza incinta. E’ giovanissima, non ha più di 18 anni. E’ al nono mese, domani partorisce. In mano ha una cartellina piena di documenti per il ricovero in ospedale. Ha lo sguardo sereno, sorridente.
Salgono anche un paio di donne anziane, un operaio che porta alcune bombole del gas, un uomo di mezza età. Vita normale.

Dall’alto ammiriamo il paesaggio per alcuni minuti, poi scendiamo. Ormai è tardi e il taxi arriverà alle 11, non manca molto.

Arriviamo a casa, sistemo le ultime cose, suona il citofono, ci siamo!

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Il taxi corre a fianco della baia, le varie spiagge in cui è diviso il litorale di Rio si succedono a grande velocità.

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Mi giro, so che non dovrei farlo: il Cristo mi saluta dall’alto della sua collina, perfettamente visibile. Arrivederci, tornerò!!

L’aeroporto di Rio è piccolo, per le dimensioni della città e vecchio, senza negozi. L’ultima possibilità di comprare qualche ricordo per parenti e amici svanisce miseramente.

Non mi resta che partire, destinazione Roma!

Il volo passa velocemente e non è solo una mia sensazione, arriviamo con mezz’ora di anticipo!

Trovo i miei genitori ad aspettarmi fuori dall’aeroporto. Il Pollito è tornato a casa sano e salvo!

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Ultimo giorno a Rio

Oggi dobbiamo assolutamente salire sulla collina del Cristo Redentore. Né Caterina né io ancora siamo riusciti ad andarci ed oggi è l’ultimo giorno a Rio, non ci sono altre possibilità.

Il tempo è buono, senz’altro migliore di ieri.

“Abbiamo fatto bene a non andarci ieri, vero? Era molto più coperto!”, esclamo esultando verso Caterina.

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Camminiamo fino alla metro, veloce e molto frequente, poi prendiamo un autobus fino alla stazione da dove parte il trenino che porta fin sotto la statua.

Gli autobus sono un’esperienza per persone forti. Forti nel senso fisico, muscolare del termine. Infatti la guida degli autisti è molto aggressiva: accelerate brusche e frenate violente. Oltre alle tante buche dentro le quali gli autisti non si preoccupano di precipitare, agli avvallamenti e alle altre irregolarità delle strade. Semafori rossi presi senza problemi e varie altre scorrettezze stradali, completano il quadro di quella che, per i passeggeri, si trasforma in una intensa sessione di palestra.
Fortuna che ci pensano i passeggeri a rendere tutto più lieve: la cortesia è la regola, così come, da parte delle persone sedute, la gentilezza nel tenere la borsa o altri pacchi pesanti a quelle in piedi. Non lo fanno solo con noi, essendo turisti (e già questo comunque stupirebbe), ma normalmente tra loro. Il che è anche logico: oggi lo faccio a te, domani lo fai a me.

Arriviamo  alla stazione del piccolo treno in vecchio stile. Non c’è fila, ma solo tre giovani impiegate che accolgono i turisti che arrivano alla chetichella.

“Oggi la visibilità è pessima, è inutile che saliate!”, la doccia fredda che ci rifila la ragazza più vicina a noi.

“Ma nulla nulla?? Qui c’è il sole …”, provo a ribattere.

“Nulla, guardi il monitor, lì può vedere la situazione in tempo reale!”

Il grigio cupo restituito dal video ricorda una serata di nebbia fitta in Val Padana.

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“Ma se andiamo sotto la statua, almeno quella la vediamo, no??”, chiedo in un ultimo tentativo.

“No, perché comunque la statua è lontana dal punto in cui arrivate, non si vede nulla, glielo garantisco!”

Caterina è affranta, perché voleva coronare l’idea romantica di salire fino alla statua insieme a me.

“Ok, allora torniamo in centro, magari se vediamo che il cielo si apre, torniamo qui …”, provo a rilanciare ormai scoraggiato.

“E’ previsto nuvoloso per l’intera giornata …”, mi demolisce definitivamente l’impiegata, col tono che in realtà dice: “ma allora non vuoi capire!”

Chiediamo ad una signora del posto cosa c’è nei dintorni, ma pare nulla di interessante. Non ci resta che tornare a valle, in centro. Saliamo nuovamente su un autobus-tagadà e decidiamo di andare a Ipanema.

In una mezz’ora inizio a camminare su un altro mito, la spiaggia di Ipanema! Quante volte l’ho sentita nominare, nelle canzoni, nei libri, nei film!
La spiaggia è molto ampia, come sempre qui in Brasile.

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Ci sdraiamo e lasciamo correre i pensieri, io in particolare al viaggio ormai alle battute finali, ma su questo voglio scrivere un articolo specifico per non “annegarlo” con altri discorsi.
Il mare è molto mosso e a parte qualche raro surfista, nessuno vi si avventura.

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Camminiamo fino in fondo al lungomare, respirando il profumo del mare, salato e balsamico, poi torniamo verso una strada interna per pranzare.
Troviamo una connessione wifi aperta e Caterina inizia a scriversi con Kate, la Custode della Pollita in quel di Recife.
Ha saputo da una amica che di mestiere aiuta a fare i documenti e a sbrigare pratiche burocratiche che nazionalizzare una moto usata è molto difficile, al limite dell’impossibile, per via dei tempi biblici e dei costi molto elevati.
A complicare le cose c’è il fatto che il Cile non è membro ufficiale del Mercosur, l’associazione economico-commerciale del Sud America, ma è solo un paese associato. Mi sfugge la differenza, ma in termini pratici c’è la conseguenza che le tasse di importazione sono molto elevate.
Non è dato sapere quanto e questa indeterminatezza mi innervosisce molto, si parla di tasse pari al valore della moto. Da nuova? Da usata? Valore cileno o brasiliano? Che percentuale esattamente? Non si sa.

Decido comunque di andare da un notaio per fare una procura al marito di Kate, interessato all’acquisto legale, cioè nazionalizzando la moto. Finiamo di mangiare ed andiamo in un “cartorio”, dove ricevo la mazzata finale:

“Se la procura è per vendere la moto, costa 400 reais, se invece è solo per autorizzare una persona ad effettuare dei documenti, come quelli per nazionalizzare la moto, allora sono 200 reais”

Per noi va bene il secondo tipo di procura, ma spendere l’equivalente di 70 euro per un’operazione tanto incerta e nebulosa è fuori discussione.

Sono quasi sollevato nel ritrovarmi di fatto obbligato a scartare una possibilità. Ora rimane solo la vendita in nero, senza documenti. Se si riesce. Altrimenti, la soluzione peggiore di tutte, per togliere il fastidio a Kate: lasciare la moto da qualche parte a Recife per farla rubare. Ma spero di non arrivare a tanto.
In ogni caso, sono contento di aver comprato una moto così economica perché, come temevo fin dall’inizio, nel caso peggiore minimizzerò le perdite.

Passeggiamo nelle vie commerciali di Ipanema a caccia di regali per parenti e amici, ma non troviamo nulla e il poco che vediamo non ci convince. Ci aspetta una ben magra figura al nostro rientro a Roma!!

Arriviamo davanti alle vetrine di Amsterdam Sauer, un gioielliere francese famoso per i suoi lavori con le pietre preziose. Ci lasciamo accalappiare da uno dei venditori che passeggia sul marciapiede, pronto ad accogliere le persone che si fermano ad ammirare le splendide e brillanti vetrine.

“Se volete all’interno c’è un piccolo museo di pietre, è molto interessante e una ragazza vi spiegherà la provenienza, la lavorazione e il valore delle pietre!”

Ci lasciamo tentare e ne siamo subito felici per la grande bellezza delle pietre che ammiriamo all’interno. E’ incredibile come anche le pietre, spesso ritenute “fredde”, trasmettano energia.

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E’ tardi e vedo avvicinarsi il fallimento della ricerca dei regali. Dovrò dare spiegazioni convincenti di come in tre mesi non sia riuscito a trovare nulla da riportare a casa!

Alle 17:30 saliamo su un autobus per andare a recuperare lo zaino che da Sao Luis, ormai tre settimane fa, avevamo spedito alla nostra amica Anouk. Il traffico allucinante ci fagocita e veniamo espulsi dall’autobus esattamente due ore dopo. E tutti i giorni è così! Pessima qualità della vita per chi deve passare quattro ore al giorno in auto …

Ceniamo con lei che, tra le tante cose che ci raccontiamo, mi confida, con mio grande stupore, che tutto il suo ufficio ha seguito praticamente passo passo il mio blog. Ne sono onorato e orgoglioso, visto che non conosco nessuno di loro 🙂

Quando usciamo dal ristorante è notte e decidiamo di prendere un taxi. Al volante un nero enorme che riempie l’intero posto di guida, la testa quasi piegata da quant’è vicina al tettuccio. Guida spericolato, veloce e tagliando la strada, senza tenere alcuna distanza di sicurezza. Proviamo a dirgli qualcosa, ma non ci risponde nemmeno.
Mentre siamo ancora sulle complanari e svincoli in periferia, passiamo a fianco di un incidente accaduto da pochissimo. Sono coinvolte tre auto, sicuramente un tamponamento e un’auto si è ribaltata sul guardrail. Speriamo di arrivare sani e salvi!

Arriviamo in centro ed andiamo a sederci in un bar, ascoltando la musica sparata da un gruppo che suona in un locale vicino. Siamo stanchissimi e rinunciamo ad entrare nel locale dove suonano, andiamo a letto.
Sentiamo che, a parte Ipanema e Anouk, abbiamo perso inutilmente la giornata e, per essere l’ultimo giorno a Rio, non è affatto una bella sensazione!

Domani avrò solo la mattinata libera, poi via verso l’aeroporto, si torna in Italia! Purtroppo.

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Le cartoline di Nelinkas (4)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Luana, Alberto, Davide. Grazie! 🙂

Direttamente dalla spiaggia di Ipanema 😉

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Chi volesse sostenermi per consentirmi di rielaborare il materiale raccolto durante il viaggio e metterlo a disposizione di altri viaggiatori può ancora farlo!

La campagna prosegue per alcuni giorni, ma anche quando terminerà sarò ancora possibile contribuire acquistando una cartolina, la stampa di una delle foto che ho scattato in viaggio in alta risoluzione e incorniciata, ecc, è sufficiente cliccare qui, scegliere l’oggetto e seguire le istruzioni.

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Nella capitale carioca

Apriamo le tende ed abbiamo la conferma di quello che temevamo: piove! Ieri sera, infatti, stava già piovendo e le previsioni confermavano anche per oggi.

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Iniziamo la giornata salendo sul Pão de Açúcar, il Pan di Zucchero, la piccola collina sul mare dalla quale si può ammirare una splendida vista a 360 gradi sulla incredibile baia di Rio de Janeiro.

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La baia lascia senza parole, così articolata e con continui cambi di direzione, forme e colori: un’insenatura che si rompe in un lungo rettilineo, poi una curva e una nuova spiaggia, poi una laguna, una giravolta e via con una nuova cala. Così fin dove arriva lo sguardo. E ovunque spuntano colline rocciose che si ergono in verticale sulla città, alcune coperte di vegetazione, altre di sola roccia.

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Anche la città ha mille aspetti, dal centro commerciale ed economico riconoscibile per i moderni grattacieli, le zone residenziali di basse case e ville con giardino, le tante favelas che si arrampicano nei canaloni delle colline, nei punti più impervi e non solo.

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L’aeroporto allo stesso modo stupisce per le dimensioni minime e la posizione: proprio in mezzo al mare, senza lasciare possibilità di errore ai piloti.

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Il vento è molto forte e forse per questo siamo graziati dal maltempo: quanto meno smette di piovere.

Scendiamo e prendiamo un autobus per il centro, vogliamo andare a mangiare nell’antica confetteria Colombo. Elegante di specchi ed arredamenti antichi, brillante di ori e cristalli, prendiamo alcuni fritti e sfoglie con gamberi e baccalà e poi una coppa di gelato che più dolce non si può.

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Riprendiamo la passeggiata lasciando il centro con persone in giacca e cravatta in pausa pranzo, molti corrono in ogni direzione e altrettanti godono il tempo della pausa. Cerco di non pensare che tra poco tornerò ad essere come loro.

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Ci inerpichiamo su una delle colline di Rio per andare a visitare un’antica casa nobile, ormai in rovina, dalla quale si gode un’altra spettacolare vista sulla città. La strada che sale è piena di ville elenganti, per certi versi mi ricorda Posillipo nell’amatissima Napoli.

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Torniamo giù lungo una scalinata ricca di ceramiche artistiche per una passeggiata a Copacabana, stavolta interessata: voglio tornare in un piccolo negozio di vinili usati dove Caterina mi aveva comprato alcuni dischi di artisti brasiliani.

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Purtroppo la decisione si rivela azzardata, perché il negozio è molto fornito e mi lascio prendere dalle mille deviazioni dei miei gusti musicali: esco con un disco di Lucio Dalla (!), quattro di Bossa Nova, uno di raggae e diversi altri ancora. Sono stupito dalla quantità di dischi italiani che trovo: oltre a quello che ho comprato, ci sono Paolo Conte, Pino Daniele, Teresa de Sio, Ornella Vanoni, Claudio Villa e altri ancora.

Torniamo a casa, poi andiamo a cena con le amiche di Caterina, Beatriz che ci sta ospitando e Aniña. Andiamo nel locale dove Vinicius de Moraes e Antonio Carlos Jobim composero la splendida Garota de Ipanema.

Chiudiamo la serata in un locale storico di Rio, Democraticos, dove suona un gruppo di forrò, ma l’abisso emotivo e tecnico che lo separa da quello che abbiamo ascoltato solo pochi giorni fa vicino Pipa durante la vaquejada e la stanchezza ci fanno tornare a casa molto presto.

Domani, altri giri per la splendida Rio!

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Le cartoline di Nelinkas (3)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberto (senza il cui appoggio non sarei nemmeno partito), Nicola (che meriterebbe una statua, più che una cartolina 😉 papà, Fabrizio, Marco. Grazie! 🙂

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Le cartoline di Nelinkas (2)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberta, Stefano, Martina, Simone, Enrico. Grazie! 🙂

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Verso Rio, ultima tappa

Oggi abbiamo pochi programmi, solo un giro per Recife in attesa dell’aereo per Rio de Janeiro che decollerà a metà pomeriggio. Purtroppo rinunciamo Olinda perché per raggiungerla ci vuole un po’ di tempo e abbiamo paura di non farcela.

Prosegue il distacco dalla moto, rifacendo in buona parte i bagagli. Lascio assieme alla Pollita i ricambi che avevo portato dall’Italia e qualche altra cosa che servirà a chi la prenderà.

Andiamo alla Casa della Cultura di Recife. Anticamente era un carcere, adesso nella moltitudine di celle accoglie altrettanti piccoli negozi di artigianato locale e della tradizione del Nord Est come ad esempio il Cangaço (Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampião) e la sua compagna Maria Bonita oppure le maschere tipiche del Carnevale.
La struttura è rimasta inalterata, fa un certo effetto aggirarsi tra le celle distribuite su tre livelli, vedere le finestre chiuse da pesanti sbarre e respirare l’atmosfera claustrofobica.

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Torniamo nel quartiere di Kate, di fronte al mare, passeggiamo prendendo un po’ di sole. Anche volendo non si può fare il bagno, perché il mare di fronte a Recife è infestato dagli squali, peccato!

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Arriva l’ora, torniamo a casa e chiudiamo le valigie.

E’ arrivato il momento dell’addio definitivo alla Pollita. Smonto le ultime cose che erano rimaste sulla moto: la base della borsa da serbatoio, il cavetto d’acciaio con cui legavo il casco, il supporto della telecamera.

Ultime foto: la commozione si fa sentire, forte.

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Separarmi dalla moto che mi ha accompagnato per tre mesi in questa avventura meravigliosa e indimenticabile è molto difficile.
Purtroppo stabilisco sempre un rapporto forte con le mie moto. Dico “purtroppo” perché so che non ci si dovrebbe legare a degli oggetti, ma il punto è che non vedo la moto come un oggetto, ma come un “comunicatore di emozioni”, un tramite. Mi è impossibile restare indifferente a qualcosa che mi ha consentito di vivere delle emozioni così forti che resteranno impresse per sempre nel mio cuore e nella mente.

Prendiamo il taxi fino all’aeroporto e partiamo per Rio.

Spero di riuscire a scacciare la malinconia per riuscire a godere appieno degli ultimi giorni del viaggio!

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A Recife, ultima fermata per la Pollita

Il giorno inizia male, sono investito in pieno dalla realizzazione che il sogno sta per finire e il primo segno evidente, pesante, sarà l’addio alla Pollita, la meravigliosa e coraggiosa piccola moto che mi ha permesso di realizzare un grande sogno.

Oggi arriveremo a Recife, ultima fermata per la Pollita, dove attenderà di essere affidata ancora non si sa a chi, né in quale maniera.

La strada che lascia Pipa è molto bella, tra case tradizionali e natura tropicale, poi raggiungiamo la noiosa autostrada per Recife. Essendo partiti tardi non abbiamo tempo di fare una deviazione sulla strada costiera.

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Più o meno a metà strada, ovviamente dalla corsia più lenta, vediamo un autoarticolato che ci supera a grande velocità. Si avvicina talmente tanto e così velocemente all’auto bianca che lo precede, che sembra voglia tamponarla. L’auto è lenta (ma nemmeno troppo perchè sono più veloci di noi, che procediamo tra i 70 e gli 80) per via di altre auto e camion più avanti.

“Ma quello che vuole fare??”, dico nell’interfono a Caterina, guardando con preoccupazione la manovra così pericolosa.

Poco dopo, l’autoarticolato scarta veloce sulla destra e inizia a sorpassare, appunto, da destra. Ancora pochi metri e si vede un caos di auto che scartano, una fumata di gomme e tutti che iniziano a frenare.
In pochi istanti li raggiungiamo e capiamo cos’è successo: l’autoarticolato ha tamponato un’auto che lo precedeva, che ha perso il controllo, si è intraversata ed è stata trascinata per molti metri dal muso del TIR. La fortuna è stata che non si è ribaltata, né si è andata a schiantare da qualche parte, magari su altre auto.

Ci fermiamo insieme ad altre auto proprio nel momento in cui dall’auto investita scende la famiglia terrorizzata e in lacrime: 4 adulti e 1 bambino. Dall’autotreno scende un giovane in canottiera arancione.

Mi sale una rabbia tremenda per quell’idiota assassino che ha messo in pericolo la vita di molte persone. Penso sempre che potrei finirci io davanti alle ruote di pazzi simili. E la rabbia è anche per la futilità dei motivi: superare un veicolo che ti precede.

Dopo qualche minuto parcheggiamo a lato della strada per bere un’agua de coco. Come sempre, mi assicuro che la moto sia stabile, ma evidentemente mi sbaglio. Mentre siamo entrambi girati, il vortice di un TIR che passa a grande velocità, le fa perdere l’equilibrio. Vediamo la Pollita cadere, senza riuscire a fermarla in tempo.
Se da qualche parte era scritto che doveva cadere e sinceramente anch’io avevo messo in conto delle cadute, sono felice che questo sia il modo. I danni sono praticamente nulli, solo la leva del freno un po’ storta.

Arriviamo a Olinda, molto bella di case coloniali coloratissime e vie acciottolate.

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Ci fermiamo dal maestro Henry, il pittore che ha tenuto un po’ di lezioni a Caterina nella settimana in cui ha atteso il mio arrivo da Manaus a Sao Luis.

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Recuperiamo i due bellissimi quadri che ha dipinto, li portiamo avvolti all’interno di un tubo di plastica.

Facciamo una brevissima passeggiata, poi andiamo a Recife dove ci aspetta Kate, l’amica di Caterina che ci ospiterà per questa notte e che, soprattutto, custodirà la Pollita per un periodo indefinito.

Recife è molto trafficata e impieghiamo un’ora per arrivare a casa di Kate, per fortuna seguendo un motociclista che ha preso a cuore il nostro destino e che ci guida fin quasi a destinazione.

Passiamo buona parte della serata a parlare della Pollita, di come si può fare per venderla: se come donazione a Kate, se nazionalizzandola, se illegalmente senza documenti e il relativo prezzo da chiedere a seconda della soluzione.
Alla fine decidiamo che, se la nazionalizzazione non costa troppo, opteremo per quella soluzione, altrimenti rimane l’offerta di Antonio di Jericoacoara.

Domani mattina gireremo un po’ per Recife, poi nel pomeriggio avremo l’aereo per Rio, vera ultima tappa del viaggio.

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Sulla Praia do Amor

Alle 7 i miei timori di ieri si materializzano: il cielo è coperto come in un novembre romano e piove fitto.
Mi ributto a letto e alle 8 la sorpresa: il cielo si è aperto e il sole ha iniziato a scaldare. La giornata può iniziare!

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Andiamo sulla spiaggia del centro di Pipa, minuscola quando la marea è alta. Da lì si può andare nella praia do Amor, dopo una bella passeggiata sulla battigia, ammirando come sempre gli spazi così ampi, grazie anche alla bassa marea.

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La spiaggia sembra essere poco più ampia di quella do Madeiro dove siamo andati ieri e ci sono alcune palme a pochi metri dall’acqua a donare il classico e suggestivo profilo da “spiaggia tropicale”.

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Ci piazziamo su due sdraio. Molti le offrono gratuitamente, ovviamente è opportuno consumare qualcosa e i prezzi sono solo leggermente più alti del normale. Il pensiero vola veloce alle spiagge italiane, dove tutto costa un occhio della testa, per poi tornare qui, nel presente, per godere di queste ultime ore di mare e, in definitiva, del viaggio.

Anche oggi la giornata trascorre velocemente, fin troppo, tra bagni, letture e ozio. Quando il sole sparisce dietro la montagna, passeggiamo fino alla fine della spiaggia affacciandoci oltre la punta di roccia che separa gli arenili.

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La malinconia prende corpo, la tristezza per la fine imminente di questo viaggio da sogno, che tanto mi ha regalato e di cui devo ancora capire gli effetti.

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A cena ci incontriamo con Hans, parlando nuovamente del mondo, di sogni e prospettive. E’ sempre bello incontrare persone così!

Dopo cena ci separiamo: lui rimane a Pipa, mentre noi andiamo alla festa di chiusura di un torneo di vacqueros. Prendiamo la moto ed andiamo nel villaggio a una decina di chilometri da Pipa, nell’entroterra.
Ci immergiamo in un attimo nella realtà contadina e tradizionale brasiliana: decine di cavalli che gironzolano nel parcheggio e una piccola folla a seguire la gara che non riusciamo a capire del tutto. Due persone a cavallo affiancano e stringono tra loro una giovane mucca, correndo a perdifiato fino alla fine del rettilineo, lungo un centinaio di metri, facendo poi cadere la mucca entro due righe bianche segnate col gesso sulla terra. Questo quello che forse ho capito vedendo alcune gare, ma non sono sicuro di aver interpretato correttamente.
Alle spalle dei vaqueros che si esibiscono a rotazione, sempre diversi, un palco con un gruppo di forrò, musica tradizionale brasiliana molto divertente. Il volume è esageratamente alto. Tutti o quasi sono ubriachi e ballano senza sosta, l’atmosfera è di festa, risate e scherzi.
Balliamo fino a mezzanotte, poi torniamo alla posada.

Domani purtroppo lasceremo il mare, direzione Recife, dove abbandonerò la Pollita. Sarà un giorno estremamente triste.

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Nella baia dei delfini

Oggi abbiamo la scelta se andare nella praia do Madeiro, dove si vedono i delfini oppure nella praia de Amor, la più bella dei dintorni, a quanto ci dicono.

Optiamo per la prima, i delfini ci incuriosiscono molto!

Usciamo intorno alle 9 e nel giro di una decina di minuti arriviamo all’inizio della scalinata in legno che scende alla spiaggia, lunga e ampia, incorniciata da una bassa collina verdissima.

Purtroppo il tempo è coperto; stanotte la pioggia ci ha svegliato intorno alle 4 per la potenza con cui tambureggiava violentemente sul tetto della stanza. Prendiamo un ombrellone, giusto prima di un rovescio abbastanza intenso a cui ne seguiranno altri, a intermittenza.

Ci sono molti delfini che nuotano a poca distanza dalla riva, è bellissimo vedere la pinna che entra ed esce dall’acqua; qualcuno fa anche qualche piccolo salto.

Si ferma una coppia di venditori ambulanti con orecchini, collanine e bracciali fatti a mano. Parliamo a lungo di tutto, storia e politica, cultura e tradizioni. Le classiche persone a metà tra il filosofo e l’hippie con cui ci ritroviamo spesso a parlare piacevolmente.

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La giornata vola, tra qualche bagno nel pomeriggio, quando il tempo migliora e passeggiate sul lungo arenile.

Il sole purtroppo sparisce abbastanza presto dietro la collina, non è come a Jerì che ti accompagnava fino alla fine della giornata!

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Facciamo un’ultima passeggiata approfittando della bassa marea che ha liberato un tratto di spiaggia, normalmente sommerso, che ci consente di arrivare fino alla baia a fianco, la baia de Golfinhos, dei delfini.

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E’ completamente deserta e immensa, molto bella.

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Torniamo in paese e per la sera ci vediamo con il mitico Hans, anche lui a Pipa per alcuni giorni. I suoi tempi, però, sono molto più lunghi dei nostri: andrà con calma verso nord, fino in Guyana, cercando di andare con una nave fino a Panama. Se non trova nulla, dovrà tornare sulla strada che avevamo fatto, attraverso la foresta amazzonica fino in Venezuela, partendo da là. Girerà ancora per il centro America, poi su negli Stati Uniti, il suo orizzonte temporale è di due o tre anni, poi deciderà se tornare in Svizzera o fermarsi nel paese che, in questi anni, l’ha colpito di più.

Purtroppo inizia a piovere molto; oltre a bagnarci tornando in albergo, siamo preoccupati per domani. Speriamo di riuscire a goderci l’ultimo giorno di spiaggia del viaggio!!

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Verso Pipa, obiettivo riposo!

Oggi ci aspetta una tappa molto dura, 500 km fino a Pipa, sotto Natal.
Con un’altra moto sarebbe routine, ma con la Pollita è dura: la moto è piccola per due persone e i ben noti limiti di assenza di protezione dall’aria e scarsa velocità sono ancora più accentuati.

Partiamo alle 9 dopo le ultime chiacchiere con Stefan, il proprietario svizzero della bellissima posada Ibitu che si è trasferito in Brasile molti anni fa. Un bel personaggio!

Anche oggi il panorama cambia mille volte, da verde e fertile a grigio-verde e arido; quello che non cambia è il vento: forte, costante e perennemente contro, a parte rari momenti.

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La moto non riesce quasi mai a tenere la quinta, è un continuo passare dalla quarta a pieni giri alla quinta che si “sgonfia” rapidamente, costringendomi a scalare. Velocità, tra i 60 e i 70. Nelle discese senza troppo vento, tocchiamo gli 80, in piena ebbrezza adrenalinica da velocità.

Deviamo per Canoa Quebrada per toglierci la curiosità di vederla. E’ carina, anche se le falesie sono decisamente meno spettacolari di quelle di Morro Branco.

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I km, come sempre passano, nemmeno troppo lentamente grazie all’interfono che ieri ho montato sul casco di Caterina. Chiacchierando e tra una sosta e l’altra, trascorre il pomeriggio.

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La mitica Pollita compie 17mila km, l’ultimo compleanno “da mille” che celebrerò personalmente, che tristezza!

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Intorno al crepuscolo arriviamo a Natal, dove veniamo avvolti da un intenso traffico. Con la stanchezza della giornata di guida, sono insofferente, non ci voleva quest’ultima parte così stressante.

Gli ultimi km sono al buio, ma pesano soprattutto gli ultimi 30 tortuosi per arrivare a Pipa che, come un miraggio, finalmente si materializza.

Troviamo rapidamente una posada molto carina appena fuori il villaggio e, dopo una doccia rapida, andiamo a caccia della cena. Il paese è completamente turistico, ancora più di Canoa Quebrada. Mi sento schizofrenico, siamo passati dalla tranquillità turistica di Jericoacoacara, alla pace assoluta di Morro Branco, al delirio di musica ad alto volume e ai locali notturni di Pipa.

Comunque sia, ci aspettano due giorni di assoluto riposo, non vediamo l’ora!!

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Sulle falesie di Morro Branco

Apriamo le tende e finalmente vediamo quello che ieri avevamo solo immaginato: la piscina sotto la stanza ed il mare in lontananza, orlato di bianche onde!

Ci esaltiamo e scendiamo immediatamente dopo colazione per andare a vedere le falesie, il fiore all’occhiello di questa località.

Il tempo di comprare un paio di bottigliette d’acqua ed un’agua de coco che veniamo accerchiati, sommersi da decine di persone in gruppi organizzati. Sicuramente arrivano da Fortaleza nelle classiche escursioni da fare in giornata. Decidiamo di aspettare che passi la buriana di gente per goderci in piena tranquillità la magia del luogo.

Ci addentriamo nei canali scavati dall’acqua, le pareti di arenaria spaziano dal rosso al giallo, al bianco. Tutto intorno la sabbia, qualche palma ed altre piante a dare un tocco di verde. Il mare immenso e il cielo sullo sfondo, a chiudere questo scenario maestoso.
Mi sembra che il mare abbia un colore diverso dal Mediterraneo, un blu più chiaro rispetto al nostro.

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Proseguiamo la passeggiata sopra le falesie, guardando il mare dall’alto. Ben presto ci ritroviamo completamente soli, i gruppi organizzati si sono fermati molto prima.
Camminiamo a lungo, scendendo e salendo sulle coste delle rocce, respirando e interiorizzando gli spazi, la luce, l’energia.

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Quando diventa troppo complicato proseguire, per via della sabbia che ostruisce completamente il sentiero, scendiamo fino alla spiaggia. Sbuchiamo all’altezza di due baracche costruite a pochi metri dall’acqua. Sono disabitate, ma entrambe chiuse con un lucchetto, forse qualcuno viene ad abitarci di tanto in tanto.

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Dalla spiaggia notiamo che sgorgano molte sorgenti d’acqua dolce, alcune di poche gocce, altre più abbondanti. E’ stupefacente, perché alle spalle della falesia non c’è una montagna, quindi resta un mistero da dove arrivi l’acqua.

Dalla spiaggia possiamo ammirare le falesie nella loro interezza e nella bellezza delle impossibili sfumature che vanno dal rosso, al giallo, al beige, al bianco.

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Ci fermiamo ad una di queste sorgenti, più bella e particolare delle altre e facciamo un bagno, sperando che uno dei tanti buggy che fanno avanti e indietro sulla riva non ci investa.

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Dopo alcuni chilometri decidiamo di tornare indietro, anche per evitare la risalita della marea.

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Arrivati di nuovo a Morro Branco, vediamo tornare a riva diverse barchette di pescatori, molto insolite. Infatti sono completamente piatte sotto, senza deriva e senza fiancate. Davvero viene da chiedersi come facciano a galleggiare.
Hanno catturato una manta, alcune murene ed altri pesci che non riconosco. Iniziano a pulirli per venderli ai ristoranti del villaggio.

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Mentre torniamo verso l’albergo, ci mettiamo a parlare con un altro espatriato di Cesena. Si lamenta della situazione in Italia e che ormai il fisco ti segue ovunque, “non puoi più mettere quei 40, 50mila euro in una cassetta di sicurezza, perché poi ti chiedono da dove arrivano! E se sono in nero, sono guai!”

Mangiamo un’ananas per bloccare la fame, poi dopo altri giri inclusa una sosta-doccia in albergo, andiamo a cena. Sono le 18:30, nemmeno i nordeuropei mangiano così presto!

Domani ci aspetta una tappa lunghissima, 500 km fino a Pipa, spero che ci riusciremo!

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Bye bye Jerì

L’idea per lasciare Jericoacoara è che Caterina vada con una delle auto che servono regolarmente Jijoca, portando i bagagli, così che io possa seguirla con la moto scarica, sia per vedere la pista, visto che ce ne sono molte, sia per guidare più facilmente con la moto scarica.

Durante la colazione vediamo gironzolare davanti la reception il ragazzo che ci ha guidato qui due giorni fa. Le coincidenze!
Deve portare una famiglia a Jijoca, parte tra mezz’ora. Ci dice che possiamo unirci a lui mettendo i bagagli nell’auto della famiglia e pagando una cifra molto più bassa di quella che aveva chiesto all’andata.

Andiamo di corsa in camera per chiudere i bagagli, poi Caterina scende per pagare la stanza. Il tempo di scendere anch’io, che non vedo più la guida:

“Se n’è andato, il programma è completamente cambiato!”, mi annuncia Caterina, “vado con Antonio nel dune buggy portando i bagagli e passiamo dalla spiaggia!”

Ottimo, il nuovo programma mi piace molto di più: desideravo guidare sulla spiaggia durante la bassa marea!

Antonio tra l’altro è interessato a comprare la moto anche senza documenti.

“Però noi arriviamo fino a Recife, la lasciamo là …”, gli diciamo per fargli il quadro completo della situazione.

“Non c’è problema, se trovate da vendere fatelo pure, sentitevi liberi; ma se non la vendete, chiamatemi che mi organizzo e vengo a prenderla!”

Caterina sale sul buggy caricato di quasi tutti i bagagli e partono; li seguo a breve distanza. Con la moto scarica e le gomme sgonfie, vado molto meglio, anzi, mi diverto proprio! 🙂

Attraversiamo le dune puntando verso il mare, finché non sbuchiamo sul lunghissimo arenile che prosegue oltre l’orizzonte.

Gli spazi immensi, il vento che spazza la spiaggia e trascina la sabbia disegnando vortici e curve, correre a filo delle onde che lambiscono la battigia. Un insieme di sensazioni che si arricchiscono e rinforzano le une con le altre a creare un momento che non dimenticherò facilmente.

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Arriviamo a Jijoca dalla spiaggia, ci fermiamo al primo distributore per gonfiare nuovamente gli pneumatici.

“Sai che prima, quando eravamo a Jerì, ero pronto a comprartela al volo la moto?”, mi dice Antonio mentre regola la pressione.

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“Ah sì??”, esclamo incredulo, non avendo capito che fosse così seriamente intenzionato.

“Sì, avevo anche pronta l’auto per portarvi all’aeroporto di Fortaleza …”

“Dai, facciamo che se non trovo nessuno a cui venderla a Recife, ti avviso e la prendi tu!”

“Ok, grazie!”

Ci salutiamo e proseguiamo verso l’asfalto, che dista ancora una ventina di km, stavolta di sterrato pietroso con pochi punti sabbiosi.

Seguiamo le indicazioni per Fortaleza, i km sono tanti e mi sembra di viaggiare perennemente controvento, con la povera Pollita che fatica più del solito a portare due persone cariche di bagagli.

Il paesaggio cambia mille volte, da fertile e coltivato a desertico punteggiato di palme e cactus.

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A proposito di palme, superiamo un ampio territorio fitto di palme morte. Sono drammaticamente tristi le palme morte, con il loro tronco sottile e alto, che termina in un moncherino oppure in un ciuffo secco e spelacchiato.

Facciamo un paio di soste, poi perdiamo tempo perchè non riesco ad evitare Fortaleza e ci finiamo in mezzo. La periferia è moderna e fitta di alti grattacieli, sembrano boschi di cemento. I palazzi sembrano comunque curati e costruiti con un minimo di ricercatezza e gusto.

Prendiamo la litoranea Est, il tramonto ci coglie a pochi km dalla meta di oggi, Morro Branco.

Arriviamo a Beberibe affamati come lupi. Ci gettiamo su degli spiedini che una signora sta cuocendo nella piazza principale, poi percorriamo gli ultimi 4 km per Morro Branco. Troviamo una posada meravigliosa, ci sistemiamo in una stanza vista mare da un lato e montagna dall’altro.

Domani, relax totale sulla spiaggia, dobbiamo riposare i fondoschiena per la mega tappa che ci aspetta dopodomani, fino a Pipa!

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In gita dal cavalinho marinho

Uscendo dall’albergo ci separiamo: Caterina va a cercare una lavanderia per i panni sporchi che ci stiamo portando dietro da alcuni giorni, io vado a comprare i francobolli per la prossima spedizione di cartoline comprate tramite Indiegogo per sostenere il viaggio (grazie!! 🙂

Ci ritroviamo sotto la posada di Salvatore, nella piazza centrale di Jerì, dove contrattiamo il prezzo per la gita in dune buggy a Mango Seco e altre spiagge verso nord, inclusa l’osservazione dei cavallucci marini in una laguna lungo la strada.

Troviamo il nostro uomo, un ragazzo simpatico che ci fa un buon prezzo e partiamo subito! Usciamo dal paese e iniziamo la pista che … è lungo la spiaggia! La bassa marea ha liberato una fetta di battigia molto ampia, corriamo tra le dune alla nostra sinistra, incorniciate dalle palme e l’oceano sulla destra, stranamente calmo. Anche il vento stamattina ci sta dando tregua!

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Arriviamo ad un piccolo approdo con alcune barche senza motore. Questo è il posto per avvistare i cavallucci marini. Quello che sembra una laguna, in realtà, è un braccio di mare che entra nella terraferma.

Salvatore ci aspetta nell’auto, mentre Caterina ed io saliamo su una barchetta spinta con un lungo bastone dalla nostra guida che ci spiega che il maschio di cavalluccio marino porta avanti la gravidanza, suscitando l’invidia di Caterina.
La guida ne individua facilmente tre o quattro mimetizzati tra le radici delle mangrovie e li raccoglie con una bacinella per vederli da vicino. Sono incredibili, così diversi da tutti gli altri animali! Uno degli scherzi della natura che popolano questo meraviglioso pianeta.

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Ci spiega che purtroppo vengono pescati di frodo per rivenderli agli acquari. L’ideale, in posti poveri come questo, sarebbe che prendesse sempre più piede il turismo “ecologico”, di chi come noi va ad osservare la natura, facendo guadagnare le persone a patto che l’ambiente resti integro e ricco di fauna.

Torniamo al buggy e, dopo un’altra esaltante corsa sulla spiaggia infinita, arriviamo alla foce di un piccolo fiume. Qui ci aspetta una serie di minuscole chiatte, ciascuna con una o due persone che ci chiamano per farci scegliere la sua imbarcazione.

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Anche la chiatta viene spinta con un lungo bastone, facendo leva sul basso fondale. In confronto la chiatta di Barrerinhas è di lusso, spinta da una barca a motore e dotata di pianale in metallo per far salire i veicoli invece delle due assi di legno che abbiamo appena usato!

Approdati sull’altra sponda, passiamo tra le alte e intricate radici di un bosco di mangrovie in gran parte secche, poi dopo un altro tratto di spiaggia entriamo all’interno.

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Iniziano le dune, prima basse poi sempre più alte, finché arriviamo ai piedi di una duna bianca molto alta. Prendiamo la rincorsa e via! Col motore che urla ci arrampichiamo fino in cima!

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La vista dall’alto è meravigliosa, abbraccia tutto l’orizzonte disegnato dalle dune bianche e, in alcuni punti, rosa. Le palme a dare il tocco di verde, l’oceano immenso da un lato e il cielo brillante sopra di noi. Memorabile, sarà una delle tante immagini che da oggi porterò nel cuore.

Scendiamo e dopo altre dune arriviamo su una laguna, dove mangiamo ad uno dei tavolini sulla riva, con i piedi appena immersi nell’acqua a darci refrigerio.

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Incontriamo un altro italiano trasferitosi molti anni fa in California, poi approdato cinque anni fa in Brasile.

Tornando saliamo su altre dune, poi di nuovo la spiaggia. Provo a guidare il buggy, divertente!

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A Jerì ci diamo appuntamento con Salvatore per la sera, poi facciamo qualche giro in paese e finiamo il pomeriggio sulla spiaggia, ad un’altra roda di capoeira. Purtroppo perdiamo il tramonto per pochi minuti, stasera era spettacolare grazie ad un tappeto di nuvole che copriva buona parte del cielo. Vediamo appena la miriade di colori riflessa sulle nubi, poi di nuovo grige a indicare che il sole per oggi è andato.

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In albergo prepariamo i bagagli, poi in serata andiamo a salutare Salvatore, che ci fa conoscere altri due italiani molto simpatici, anche loro espatriati.

Il piano per domani è che Caterina sale su una delle auto che fa avanti e indietro con Jijoca portando i bagagli e io li seguo a moto scarica per vedere la pista, Una volta sull’asfalto, vorremmo arrivare a Morro Branco. Vediamo come andrà!

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