Si torna in Argentina!

É il grande giorno, anche se normalmente si dice così dei bei momenti, non delle separazioni dolorose. 

Rifacciamo l’ennesimo punto dei documenti. 

Stranamente non si trova un foglio importante che fino a ieri sera c’era.
Dopo la solita decina di minuti di panico, un grande classico tra me e i vari fogli e foglietti, si trova anche questo. 

É giunta l’ora. 

Mi preparo per l’ultima corsa con la Pollita. 

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Nicola ha trovato un casco, andiamo insieme, poi il ritorno lo faremo in autobus. 

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Superiamo il ponte sul Biobío, il fiume di Concepción, qualche altro minuto e ci siamo. 

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Li troviamo già lì, in fila. La burocrazia cilena é commovente, soprattutto per noi italiani abituati a costi e tempi senza senso.
Con meno di 100 euro e in poco più di un’ora, abbiamo fatto tutto. 
La Pollita ufficialmente non é più mia.

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Il padre, che ha la mia età, mi passa il malloppo dei pesos. Gli raccomando di curare la moto e volerle bene come gliene ho voluto io, mi sto quasi commuovendo. 
Mi guarda un po’ stupito, sorride e mi saluta. 

Ci allontaniamo di corsa per evitare qualsiasi eventuale protesta per la ruggine che adesso, alla luce del sole, si vede perfettamente. 

Facciamo un giro in centro per cambiare i soldi.

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Entriamo nella cattedrale dove vedo una vetrata con un santo armato di un lungo coltello. 

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Mi viene voglia di tornare a Salta per raccontarlo al tipo del museo privato, che me l’aveva venduta come una rarità, mentre ecco che ne ho già visto un altro diverso dai due esposti nel museo. 

Nella piazza principale sta suonando un gruppo tradizionale,si vedono chiaramente i tratti indigeni dei mapuche, gli unici indio che sono riusciti a resistere alla conquista spagnola. 

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Tanto per cambiare, gli euro sono molto rari: i dollari sono molto più graditi. Girando tre uffici di cambi, ne racimolo 550. Il resto lo cambio in dollari, prima o poi mi serviranno oppure li cambierò in euro più avanti. 
Alla fine ho l’equivalente di circa 800 euro. 

Non male, visto che ormai avevo messo una pietra sopra alla moto, dandola per dispersa a Recife senza possibilità di venderla. 

Alla fine tutto si é incastrato come un meccanismo perfetto.

A provare a farlo in maniera organizzata, secondo me, non sarebbe mai riuscito. 
Ora che é praticamente finito, posso dire che tutto il giro é andato alla perfezione: in due anni la moto é riuscita a tornare, io sono arrivato con un giorno di anticipo per pulirla e sistemarla, avere il tempo di mettere l’annuncio e farla vedere, poi venderla di mattina ed il pomeriggio ho l’aereo per Buenos Aires. 

Tutto va come deve andare. 

Saluto tutta la famiglia di Nicola tra grandi abbracci e commozione, spero riusciremo a rivederci presto!

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In aeroporto mi fanno un po’ di storie per le borse laterali della moto.

Sono legate insieme, ma si vede che sono due e, con la borsa a cilindro sono in eccesso di bagagli, perché posso portarne solo due. 
Alla fine chiude un occhio, però per sicurezza mette comunque un’etichetta per ciascuna delle due borse laterali, per evitare problemi se per caso se ne perde solo una. 

Salgo a bordo, vedo che il capitano é una donna. Mi ricorda la pilota dell’elicottero sulle cateratte di Iguazú. 

Nell’aereo c’è il panico.
Hanno fatto salire persone con trolley molti grandi, anche più di uno a testa. 
Non si sa dove mettere i bagagli, il corridoio é ingombro con una decina di bagagli a mano, sembra di stare in un pullman affollato.
L’equipaggio va avanti e indietro, ognuno con una o due valigie in mano, cercando un posto dove metterle. 
La gente protesta. 
Perdiamo almeno un’ora così, che poi non recuperiamo.  

Arrivo a Buenos Aires che é molto tardi. Trovo Amelia e José ad aspettarmi, arriviamo a casa che é mezzanotte! 

Mentre torniamo a casa in auto, non si capacitano che mi fermo solo un giorno. 

Ritorno, promesso!!

Addio, Pollita

Mi alzo con relativa calma, Nicola é andato al suo terreno per delle cose da sbrigare, io inizio a lavare la moto. 

Mi accorgo che Nicola gli ha già dato una bella pulita, caso mai qualcuno chiamasse già di prima mattina. 

La lavo più a fondo, con affetto. Nella mia mente scorrono migliaia di immagini, si stacca e vola per tutto il Sud America, emozionata da tutta la bellezza vista. 

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Torna Nicola, diamo una pulita anche alla ruggine, sparsa ovunque dopo l’anno passato a Recife, a due passi dal mare e da tutta la salsedine che arrivava senza sosta dal mare. 
Ha un’ottima idea, di grattarla via con un sassolino. La ruggine che si vede, in realtà, quasi sempre é come un “fiore sbocciato” che parte da un’apertura minuscola sulla cromatura. 
Con il sassolino togli il “fiore” e rimane il buchino, che é microscopico. 

Andiamo al suo terreno, che ha fatto progressi enormi da quando lo vidi l’anno scorso, completamente vuoto. 

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Torniamo a casa per il pranzo, il pomeriggio passa aspettando chiamare che non arrivano. L’annuncio comunque é stato visto da più di 200 persone. 

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Abbassiamo ulteriormente il prezzo. 

Chiacchieriamo mentre Francesca compie due o tre miracoli su un po’ di cose che ho portato dal viaggio e che adesso sono ben rovinate per averle protette male. 

Nicola cambia nuovamente l’annuncio e trova la formula giusta: scrive che il prezzo così basso vale solo per oggi perché il proprietario deve tornare in Italia.
Se oggi non si vende, il prezzo torna normale perché non ci sarebbe più fretta. 

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Iniziano ad arrivare le prime chiamate. Un paio non hanno nemmeno il credito per telefonare, non perdiamo tempo a richiamarli. 

Chiama un altro, la voce non convince troppo Nicola, lui invece sembra molto interessato. 
Vuole venire stasera a vederla. 

Finiamo di mangiare e quasi non ci pensiamo più, quando richiama. Sta cercando la strada, é qui intorno. 

Alla fine, trovano la via che ormai é praticamente buio. Meglio così, la ruggine si vedrà poco.

Sono in tre: padre, figlio e il classico amico “esperto di moto”, che si produce nella prova universale qui in Sud America e cioè delle gran sgasate col motore in folle, fino al fuori giri. 
Tra l’altro a motore freddo, perché é già qualche ora che é spento e col freddo che fa…

Mi fa male il cuore perché non serve a nulla questa prova, se non a farlo rompere per davvero il motore, progettato per salire di giri molto più lentamente, con la velocità della moto e non così, senza ostacoli. 

La guardano, ma ormai non si vede quasi più nulla nell’oscurità.

“Posso fare un giro?”, mi chiede quando s’è stancato di accelerare a vuoto. 

“Va bene, non ci sono problemi!”

Fa qualche giro nel comprensorio dove abita Nicola. 

Non é ancora soddisfatto però: “Posso farlo fuori? Qui non riesco nemmeno a prendere velocità…”

“Ma ce l’hai la patente??”, chiede Nicola preoccupato. 

Pare ce l’abbia, esce e scompare all’orizzonte. 

Rimaniamo a parlare con padre e figlio. Vengo così a sapere che la moto é il regalo di Natale per il figlio, visibilmente emozionato. 
La situazione già mi piace di più, immagino che gli vorrà bene, spero anche MOLTO bene; non sarà ad esempio una moto da lavoro come si era prefigurato quando c’era l’ipotesi di venderla al garzone di un ristorante di sushi. 

Il padre tira sul prezzo, non gli interessa molto che gli sto dando anche il casco e un po’ di ricambi, come camera d’aria, cavi di freno e frizione, gomme abbastanza nuove e ottime, batteria nuova eccetera. 
Alla fine ci accordiamo per 650 mila pesos, più o meno 800 euro.

Mi chiede cosa ci facevo con la moto, mi fingo muto. Lui sorride e insiste. 
Mi chiede se ci ho fatto qualche gita. Di nuovo mi fingo muto, balbetto qualcosa. Nicola é meno omertoso e ammette qualche gita fuori Santiago…
Cala il silenzio. 

Per fortuna dopo qualche minuto torna l’esperto. É soddisfatto :

“L’ho tirata fino a 110!”, annuncia trionfante. 

Gli tirerei un ceffone, ma lo tengo per me; Nicola più civilmente si informa dove diavolo é riuscito a tirarla fino a quella velocità, visto che le strade intorno non lo permettono. 

Ci diamo appuntamento per l’indomani alle 11 in un posto dove c’è un registro civil, che si occupa anche dei passaggi di proprietà. 

Sto per perdere la Pollita, é questione di ore ormai. 

Torna a casa, Pollita

[NdA : il titolo naturalmente richiama il mitico Torna a casa, Lassie ;)] 

Dopo la buca di ieri sera, riesco a incontrare Monica, chiacchieriamo molto piacevolmente per un’oretta, poi giunge l’ora: devo partire per Concepción. 

Il cerchio sta per chiudersi, dopo un anno e mezzo.

Evito di pensare che questa é l’ultima tappa con la Pollita, per non farmi prendere dal magone che comunque é qui, a un passo dal cuore e ben dentro la testa.  
Esco da Santiago con un bel caldo; dopo tutto il freddo patito nei giorni scorsi, non mi dà per niente fastidio. 

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L’autostrada che va a sud é incredibile, praticamente é una striscia unica di case e fabbriche più o meno grandi. 
Non c’è mai, a parte brevi tratti di qualche km, un vero distacco dai centri abitati. 

Le case sono povere, quasi certamente abusive, poi ci sono impianti industriali, capannoni, depositi e quant’altro ad ostruire costantemente la splendida vista verso le Ande, che fiancheggiano la strada a breve distanza, imponenti e sacre. 

Le ore passano, mi fermo solo un paio di volte per la benzina. Uso anche quella della tanica. Non mi é mai servita, quella che c’è dentro l’ho fatta molti giorni fa in Argentina. 
Però, pur non avendola mai usata, é stata comunque utilissima per darmi tranquillità nelle situazioni delicate in cui mi sono trovato, quando non sapevo dove sarei riuscito a trovare della benzina. 

Di nuovo, non ho contanti, ma qui non é un problema come in Argentina, la carta di credito é accettata ovunque. 

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Verso il crepuscolo  esco dall’autostrada, inizio a superare la pre-cordigliera che separa la pianura interna che ho appena percorso, dalla costa dove si trova Concepción. 

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La temperatura crolla, fa freddo, però non mi va di fermarmi, é già tardi e non mi va di perdere un’altra mezz’ora. 

Stringo i denti e proseguo; dopo un tempo che mi sembra infinito, vedo apparire l’oceano Pacifico in lontananza. 

Scendo di quota, la temperatura sale leggermente, ma rimane fredda ed un vento teso, gelido peggiora ulteriormente la situazione. 

Arrivo a casa di Nicola abbastanza velocemente, é una sensazione molto strana. Da un lato é un déjà vu, dall’altro mi sembra incredibile arrivare a casa sua in moto. 

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Mi accolgono al gran completo, per me é un piacere immenso ritrovarli, anche se l’occasione é triste. 

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Sono qui per finire il viaggio e per vendere la mia compagna di viaggio, quella che mi ha permesso di vivere una delle esperienze più incredibili e indimenticabili della mia vita, la Pollita, che ritorna a casa per essere messa nelle mani di uno che, con buona probabilità, non la farà mai uscire dalla città. 

Ci mettiamo a tavola tutti insieme, per me é come ritrovare una seconda famiglia, anche perché hanno vissuto da spettatori praticamente in prima fila tutta una serie di eventi e stravolgimenti che ho vissuto negli ultimi mesi. 

Per domani il programma é pulire la moto e metterla in vendita ad un prezzo attraente, in modo da chiudere subito l’affare, cambiare i soldi in euro ed evitare bonifici succhiasoldi. 

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Adesso però non voglio pensarci, voglio solo godermi il loro caldo abbraccio!

A cavallo delle Ande

Oggi dovrei rientrare in Cile, in sella alla Pollita.

Un anno fa, quando sono uscito dalla Bolivia, non l’avrei mai detto che sarei tornato con lei qui. 

Ho sempre pensato che, nella migliore delle ipotesi, l’avrei venduta in nero da qualche parte lungo la strada.
OI, nelle ipotesi più realistiche, che l’avrei abbandonata da qualche parte, per liberarmi da quello che poteva diventare un problema burocratico insormontabile. 
Oppure, nello scenario più negativo, ma assolutamente probabile, distrutta in un qualche incidente drammatico come ne ho visti tanti in Sud America, con me più o meno malconcio in qualche lurido sanatorio. 

Senza ombra di dubbio, la possibilità di tornare in Cile con la Pollita era la meno probabile. 

E invece…

Sono un po’ preoccupato, perché essendo la moto cilena, mi aspetto qui i controlli più stringenti. 
E anche perché i documenti che ho, sono un mix di dati miei e di Nicola. 
Il libretto e la moto sono a mio nome.  L’assicurazione e il permesso di circolazione sono a nome di Nicola. 
Ci sono tutti gli ingredienti per fare la felicità di qualche zelante funzionario doganale. 

Esco da San Juan abbastanza presto, dopo un paio d’ore raggiungo Mendoza, frenato da un vento in direzione ostinata e contraria, come canterebbe De André

Dopo Mendoza, la strada diventa un lungo rettifilo che taglia in due il deserto. 

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Altra strada, poi vedo tutti fermi, bloccati. Non mi faccio scrupoli e inizio a passare km di fila, tra auto e autotreni fermi.  
Dopo una decina di minuti arrivo all’origine del blocco: controllo sanitario!
Mi affaccio alla sbarra chiusa, cercando lo sguardo di uno degli agenti che sta facendo i controlli. 
Finalmente uno mi vede e, come speravo, mi fa un cenno a dire che posso proseguire. 

Punto dritto alle Ande, altissime, che dividono Argentina e Cile. 
Ovviamente, non poteva essere altrimenti, una densa massa nuvolosa, grigio pesante e grondante pioggia, sovrasta le montagne che devo superare. 

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Memore dell’esperienza di un paio di giorni fa, mi fermo e mi metto la cerata sotto il sole. 
Meglio sudato che fradicio. 

Mi fermo proprio davanti all’ennesimo tempietto costruito a lato della strada. 
É dedicato a Gauchito Antonio Gil.
Mi colpisce questa commistione di credenza popolare e cristiana. 
L’argentino é quello che non passa davanti ad una chiesa senza farsi il segno della croce.

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Ma é anche quello che lascia una sigaretta, un biscotto, un sasso, una bottiglia piena d’acqua in omaggio a queste figure profane. 

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Inizia la salita, abbastanza dolce, anche se comunque dovrò salire di qualche migliaio di metri.
Fa sempre più freddo, ma per fortuna non piove. 

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Anche oggi la strada segue un’ampia gola, i picchi attorno a me sono molto alti, imponenti. 
Mi sento una formica. 

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Man mano che salgo la moto perde di potenza. Prima riusciva a spingere la quinta, poi la quarta. 
Salgo, la terza é il massimo che riesco a mettere, poi la seconda. 
Significa che salgo a 30 km orari. La moto tossiche, sputa, se chiudo il gas si affoga, se lo apro si blocca. 
Se scalo marcia va in fuorigiri, se mantengo quella che ho, mi muore sotto le mani. 
É tutto uno scalare e salire di marcia, centellinando il gas senza una regola chiara, visto che il problema é la scarsità di ossigeno, punto. 

Come sempre, con tanta pazienza e curiosità per il paesaggio, I km passano ed arrivo alla frontiera.  

Come quando sono passato dal Brasile all’Argentina, anche stavolta supero degli uffici chiusi e sbarre che una volta erano chiuse, oggi aperte. 

Arrivo in cima al passo, imbocco un lungo tunnel. All’uscita un cartello mi dà il benvenuto in Cile. 

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Bene, ho saltato la frontiera argentina, é evidente. 

Faccio inversione e chiedo informazioni ad un ragazzo fermo, da soli, al freddo. 
Mi spiega che in uscita dal paese, l’Argentina non fa controlli. É lo stesso per chi va in direzione opposta, il Cile mon controlla chi esce dal paese per entrare in Argentina. 

Meglio, ma… perché tutta quella manfrina del doganiere per il foglietto di ingresso, quando sono entrato da Foz de Iguazú??

Ancora qualche km ed arrivo alla frontiera cilena. Ora ci si diverte. 

Non é molto chiaro sulle prime, poi capisco che devo fare il giro di quattro sportelli.
Ognuno aggiunge un timbro su un foglio che porto da ciascuno di essi. 
Immagino che quando avrò riempito tutte le caselle di timbri, vincerò una pizza o un pieno di benzina. 
O semplicemente, l’ingresso nel paese. 

Primo sportello, tutto bene, primo timbro messo. 

Secondo e terzo, idem. 

Quarto, é quello che controlla la moto. Mi chiede il foglietto argentino (“Ah, ma allora controllano!”, dico tra me e me). 
Poi inizia a chiedermi quando sono uscito dal Cile con la moto, cerca il timbro sul passaporto. Deve barcamenarsi in 32 pagine completamente piene di timbri, non trova quello che cerca. 
La lascio fare, spero che desista, ma non molla. 

“Quando sei uscito dal Cile??”, mi chiede mentre continua a sfogliare avanti e indietro. 

Sorrido, senza rispondere. 

“E da dove sei uscito??”

Sento che non posso continuare a fare il muto, gli dico che sono uscito dalla Bolivia. 

“Ah, allora ti serve il formulario, vallo a fare in quello sportello” e mi indica il quinto sportello. Imprevisto. 

Qui ricominciano le domande di prima, quando sono uscito e da dove. Prima però va a farmi mettere I timbri dei primi tre sportelli anche su questo foglio. 

Quando torno, il tipo ci pensa e mi fa:

“Ma perché ti serve sto formulario??”

“Non so, chiedilo al tuo collega dello sportello 4”. 

Si parlano, per un attimo spero, poi si convince anche lui che mi serve il formulario. 

Il “da dove” lo soddisfa, la Bolivia, ma sul “quando” continuo a glissare, ma tanto cercano il timbro, non scappo. 

Basta, confesso: “Sono uscito verso la Bolivia l’anno scorso”. 

“Quando?!?”

“L’anno scorso, ai primi di luglio”, ribadisco e cerco io il timbro. Lo trovo, il 9 luglio ero entrato in Bolivia, direzione Uyuni. 

Lo scrive sul formulario, poi me lo dà :

“Dallo a quella persona là “, mi dice indicando una nuova persona, senza sportello. Un battitore libero. 

Questo inizia a leggere, vede luglio e conta sei mesi. Non sto lì a dirgli che I mesi sono molti di più, che il luglio é del 2013, non quello scorso. 

Poi inevitabilmente se ne accorge. Gli si apre un mezzo sorriso, a dire, poveraccio, mi dispiace ma sei finito in una montagna di guai!!

“Sai che se non riporti la moto entro sei mesi, c’è una multa da pagare??”, mi chiede sempre con questo sorriso a mezza bocca. 
“Sennò noi che ci stiamo a fare?”, prosegue, “Tutto quello che esce deve rientrare… E se con la moto te ne andavi a L’Havana??”

“Eh, non so… stavo al mare!”, rispondo senza sapere cosa dire. 

“Quindi, sei uscito dal Cile entrando in Bolivia, poi da lì? ”

Ci penso… non so se raccontare tutto il giro, non vorrei infilarmi in altri guai. Ma anche mentire potrebbe cacciarmi in un mucchio di problemi. 
Scelgo la menzogna. 

“Da lì in Brasile”. 

“Ok e poi in Argentina e ora qui, giusto?”

“Ehm sì, esatto!”

“Dovevi rientrare entro 120 giorni”, prosegue. Non gli faccio notare che poco da mi aveva detto 6 mesi, sempre oltre sono e poi non vorrei innervosirlo. 

“Ma di quant’è la multa?”, gli chiedo per capire di che stiamo parlando.  

“Eh, é sui 30mila pesos!”

Mi faccio I conti, sono circa 40 euro. Mi viene da ridere, 40 euro glieli do’ subito se mi da andare via. 
Glielo dico in maniera gentile, che pago quando vuole, non ci sono problemi. 

“Qui non la puoi pagare, la devi pagare domani a Los Andes!”

É a 60 km da qui e a 100 da Santiago. Sballa tutti i piani. 

Mi ricorda quando nel 2001 mi arrestarono in Kazakistan perché mi era scaduto il visto.
Processato per direttissima, mi fu risparmiata la salatissima multa per immigrazione clandestina (un italiano immigrato clandestino in Kazakistan… anche questo può accadere!), però dovevo fare immediatamente il nuovo visto. 
A Kyzylorda, però, 600 km più a sud. Lì no, non potevo. É così dovetti partire seduta stante, finendo per viaggiare tutta la notte, arrivando all’alba. 

“Qui non si può pagare??”

“No, qui no… però fammi pensare… puoi aspettare un po’ di tempo?”, mi chiede con un sorriso diverso, che fa pensare a una grande idea che gli é venuta. 

Guardo l’orologio, é ancora abbastanza presto.

“Sì, certo”

“Bene, allora sento se può salire qualcuno da Los Andes per farti la multa”. 

Il tempo passa: mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza. Sono seduto su una panca dentro gli uffici.
Cerco di avvisare Monica, un’amica che mi aspetta a Santiago, ma il cellulare non funziona e non c’è nessun wifi aperto.  

Fuori il freddo é intenso, da alta montagna. Dentro, poco meno intenso. 
Vado a prendere il pile dalla moto. Quando rientro, incrocio il tipo di prima che,con gli occhi felici, mi dice che é stata una fortuna che la moto fosse cilena, altrimenti me l’avrebbero sequestrata direttamente, senza possibilità di appello. 

Poi mi spara uno spiegone su quello che é successo che non capisco, penso solo a quando finirà tutto questo. 

Dopo settimane, sento di nuovo il dolore dietro al collo del Fuoco di Sant’Antonio.  Spero che non sia davvero quello. 

Quando sembra che ci sono, che la multa é pronta da pagare, un’altra tipa, l’ennesima, mi dice che devo aspettare. 

Passano due ore, continuano a ripetermi “espera un poquito”, aspetta un attimo.

Sta per tramontare. Faceva freddo col sole, ora si gela nonostante siamo a soli 2800 metri. 

Finalmente pare che ci siamo. La multa é pronta, manco fosse la Cappella Sistina! 

“Questa cancella tutto quello che c’è pendente?”, gli chiedo. 

“Sì, tranquillo”. 

“Perché adesso voglio vendere la moto”, gli spiego. 

“Nessun problema, é tutto a posto”. 

Ringrazio, pago, saluto ed esco. Sono le 20:30, pazzesco. 

Sto per mettermi in sella, quando per scrupolo chiedo a un doganiere nel parcheggio se ho fatto tutto. Gli mostro il formulario e la multa. 

“E il foglio?”, mi chiede. 

“Quale foglio?!?”, chiedo a mia volta, un tantino esasperato. 

“Quello coi timbri degli sportelli 1, 2, 3 e 4!”

Nel delirio del formulario, s’è perso chissà dove. 

Torno dentro, si scopre che mancano anche altri timbri. 

Fuori, manca ancora il controllo dei bagagli. Un doganiere mi chiede di aprire una valigia laterale. 
Impreco mentalmente, apro. 

“Cosa c’è dentro?”, chiede indicando le buste.

“Vestiti”. 

“E qui?”, rilancia indicando i pacchetti dei piccoli quadri che ho comprato settimane fa a Salvador de Bahia  

“Quadri comprati in Brasile”

“Aprili”. 

Inizio a innervosirmi, é tardi, sono stanco, fa un freddo gelido e sono ancora ad almeno due ore da Santiago. 

Ironia della sorte, sono chiusi molto bene. 
Mi passa un coltellino. Ho paura di rovinarli e inizio a rispondere male:

“Vuoi vedere che disegno c’è??”, mentre traffico col coltellino. Penso, é chiaro che sono quadri, cosa vuoi che siano??

Nessuna reazione, aspetta che li apro. Proseguo, ma ogni strato che lacero, ne rivela un altro sotto. Non ricordavo fossero chiusi così bene. 

“Vuoi vedere se il disegno ti piace??”, chiedo di nuovo guardandolo negli occhi. 
So che ho solo da perdere, ma sono esausto ed esaurito. 

Sí sta innervosendo anche lui, ma per fortuna non reagisce. 

“Va bene, lascia così” e si gira a chiamare il collega col cane antidroga. 
Quello da una bella sniffata a tutto e se ne va. Meno male. 

“Puoi andare, chiudi”. 

Sono le 21, pazzesco, più di tre ore in frontiera! 

Il buio ormai é completo, é rimasto solo un po’ di arancio, memoria del crepuscolo che si intravede tra le cime, in fondo alla valle.

La strada dal lato cileno é un ripido groviglio di tornanti che si susseguono a pochi metri l’uno dall’altro, suggestivo. 

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Mentre scendo, guardo il cielo: pieno di stelle! Mi accorgo che sono giorni e giorni che non le vedo. 

La strada per Santiago é ancora lunga. Mi fermo in un autogrill per mangiare un boccone. 
Quando rientro, mi accorgo di aver ripreso l’autostrada in direzione opposta, sto tornando verso l’Argentina!
Infatti l’area di sosta é al centro tra le due corsie e non ci sono cartelli che avvisano la direzione che si sta per prendere. 
E così, sono entrato da una parte e sono uscito dall’altra. 

Altri 30 km a vuoto. 

Arrivo nel bed and breakfast che mezzanotte é passata da poco. 
Mi scuso con Monica, dandomi appuntamento per la mattina dopo, poi mi tuffo esausto nel letto. 

Domani, ultima tappa fino a Concepción! 

Cercando il sole nella Valle della Luna

Mi scrivo con Nicola, mi ricorda che prima di entrare in Cile devo fare l’assicurazione e il permesso di circolazione per la Pollita. 

Stasera, mi dico: adesso non mi va, voglio partire. 

Mi allontano da La Rioja sotto un cielo plumbeo. Sento il peso delle nuvole sulle spalle e sulla schiena, ma non mi piegheranno! 

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Mi aspetta una lunga strada, ma sono in forma, il riposo mi é servito e quasi tutti i vestiti che ho addosso sono asciutti.  

Ascolto, tanto per cambiare, Silvestri. Oggi mi colpisce una vecchia canzone, Voglia di Gridare
Ti è mai venuto in mente che a forza di gridare
la rabbia della gente non fa che aumentare
la forza certamente deriva dall’unione
ma il rischio è che la forza soverchi la ragione“. 

É un attimo pensare a certi gruppi politici italiani, con i loro slogan violenti urlati in continuazione. 

Supero una cintura di montagne oltre le quali il cielo si apre leggermente. 
Adesso iniziamo a ragionare! 

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Supero l’ennesimo posto di controllo della polizia. Anche stavolta, un semplice cenno di saluto e un gesto a dire, vai pure. 
Ripenso con un sorriso a quante volte mi hanno detto che la polizia argentina era tra le più corrotte del Sud America. Soprattutto in Brasile me l’hanno detto, unico paese, per ora, in cui la polizia mi ha chiesto apertamente una mazzetta. 
Avevo fatto un’infrazione , certo, ma una polizia non corrotta, o non transige, come quella turca questa estate, oppure ci passa sopra e lascia stare. 
Non che per passarci sopra, ti minaccia con cifre folli e poi inizia a trattare il prezzo della sua benevolenza. 

I paesaggi sono prevalentemente desertici, é tanto che non vedo più alberi di una certa dimensione. 
Qui in Argentina hanno fatto un bel lavoro di deforestazione. 

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Ad un certo punto supero un cartello che annuncia il parco Ischigualasto e la Valle della Luna. 
Un luogo con un nome simile merita una visita, almeno per capire cos’è! 
E poi il parco Ischigualasto era uno dei due che avrei voluto vedere, assieme al Talampaya ormai fuori strada visto che ho cambiato completamente tragitto dopo che ieri ho saputo che, per arrivarci, avrei dovuto fare centinaia di km di sterrato. 

Prendo la deviazione, dista meno di 30 km che, in sé e per sé sono pochi, ma considerando la velocità della Pollita e che poi dovrò dare andata e ritorno, solo di strada in più questa deviazione mi costerà un’ora. 
Pazienza, ormai sono curioso e voglio vedere che posto é, per meritarsi il nome di Valle della Luna. 

Inizio a vedere all’orizzonte delle montagne rosso sangue, stupende. Altre nere e poi via con le altre sfumature della roccia e della terra. 

Arrivo all’ingresso del parco. Tutto deserto, tutto chiuso. Il parcheggio é vuoto e l’unico ufficio é sbarrato e completamente buio. 
Sto ragionando su che giorno sia, mentre mi avvicino alla porta a vetri scuri per vedere gli orari. 
Quando sono a pochi passi, mi sembra di vedere dei movimenti all’interno. 
Spingo e, sorpresa, é aperto!

Mi spiegano che la visita consiste in un giro di una quarantina di km da fare seguendo la guida, ognuno con il suo mezzo. In tutto dura tre ore, tre ore e mezza. 
Non controllo nemmeno che ora sia, sono troppo curioso!

Un giro é appena partito, se mi sbrigo lo raggiungo in pochi km. 

Mi addentro così su una pista si terra, sassi, sabbia, a volte guido sulla roccia nuda. 

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Il paesaggio diventa man mano più … lunare, di forme e colori inusuali. 
Per certi versi ricorda la Cappadocia, ma qui l’orizzonte é incredibilmente più grande e non c’è traccia umana fin dove la vista riesce a spingersi, in tutte le direzioni. 

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Fortunatamente il cielo si apre, regalando colori ancora più intensi e incredibili. 

Raggiungo il gruppo, in tutto una decina di auto, io sono l’unico in moto. Come italiani, c’è una donna con il figlio piccolo. É sposata con un argentino, normalmente vivono in Italia. 
Nel gruppo una buona metà discende da emigranti italiani, stringo amicizia con un paio di loro. Con uno, in particolare, che ama la moto, ha una Kawasaki 600 con la quale ogni tanto fa delle brevi gite. 

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La moglie mi offre il mate, credo che sia il primo che bevo in vita mia, buono!

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La guida ci racconta la storia del posto, che affonda le radici nelle origini del mondo. 

Ci fermiamo in cinque o sei punti, ogni volta c’è qualcosa per cui restare a bocca aperta. 
Un campo di pietre perfettamente rotonde, che si formano e crescono come le perle: un minuscolo nucleo centrale che con gli anni cresce, incredibilmente sferico. 

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[NdA : penso che a questa foto doni molto il bianco e nero… Probabilmente anche ad altre foto che ho scattato, però a questa dona in particolare]

Poi dei picchi con il cappello di pietra, come si vede nei film del West americano. 

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E poi quella che vedevo da lontano, una montagna di terra rosso intenso, dai fianchi scavati dalle piogge e dal vento. 

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Sono felice di non essermi fatto fermare dalla stanchezza o dal pensiero di arrivare, é uno dei posti più singolari e memorabili che abbia mai visto. 

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[NdA : miracoli della natura, un fiore delicatissimo da quella che sembra a tutti gli effetti una pianta completamente secca]

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Il tempo vola, il giro termina e mi ritrovo non so esattamente dove, ma molto lontano da Mendoza, dove vorrei arrivare. Sono le 15:30. 

All’uscita passo nuovamente nel centro informazioni. 

“Se devi andare a Mendoza, ti conviene passare dalla strada nuova, risparmi un po’ di km!”

“Sì, ma é buona??”, chiedo un po’ intimorito da queste indicazioni che spesso si rivelano una fregatura. 

“É nuova, appena asfaltata, é perfetta!”

Bene, andata, così non devo fare i 30 km per tornare sulla strada che stavo facendo prima. 

La nuova strada é impeccabile, asfalto perfetto e splendide curve. Scopro così che ero su un altopiano piuttosto in quota, perché inizio una discesa che dura km in una gola molto ampia e stupenda, piena di altre formazioni rocciose che mi fermo a guardare a bocca aperta. 

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Non passa molto, però, che mi accorgo che sto passando in un luogo del tutto disabitato.
Mi arrabbio con me stesso, per come prendo sempre tutto con levità e che ogni volta dimentico qualche domanda fondamentale. 
Stavolta, oltre alle condizioni della strada, avrei dovuto anche chiedere: 

“Ma visto che é una strada nuova appena aperta, dov’è il primo distributore di benzina??”. 

Inizio a fare i conti con la benzina, dovrei arrivare sui 250 km, contando anche la tanica. 

Dopo un’ora abbondante di strada senza traccia di vita o segnali, finalmente vedo in lontananza un cartello. 
Annuncia la prima città un minimo più grande delle altre, che rischiano di essere dei villaggi abbandonati come mi é già capitato nella pampa al nord. 

Dice che mancano 220 km. Faccio un salto sulla sella!

A occhio adesso ne ho 200, ma ho già visto che, se inizio ad andare controvento o ad alta quota, i consumi possono aumentare vertiginosamente. 

Inizio a dosare il gas, per fortuna gli ultimi km sono stati tutti in discesa. 
Cerco di non pensarci, metto un po’ di musica nel casco. 

Continua la strada nel nulla più assoluto, a perdita d’occhio. Affascinante. 

Finalmente dopo un paio d’ore da quando ho lasciato  Ischigualasto incontro qualche anima viva. Sono degli operai che stanno finendo di costruire un ponte. 

Gli chiedo dove si trova il benzinaio più vicino. 

“A una cinquantina di km, devi andare in un paesino alla fine della Ruta 150”.

“Altrimenti, andando verso Mendoza?”

“Vai a San Juan , ma mancano ancora 170 km!”

Ho la tanica piena, ma la moto quasi vuota, ho paura di non farcela. Preferisco fare qualche km in più e andare in questo paesino sulla 150. 

Un’altra ora ed arrivo. Finalmente benzina, riempio con sollievo il serbatoio. 
Mi accorgo però che ho finito i soldi. Con gli ultimi pesos, compro giusti al centesimo una bottiglietta d’acqua e un panino con il prosciutto crudo, altro segno della forte presenza italiana in Argentina. 

“Mancherebbero due pesos, ma per re che sei italiano, non da nulla!”, mi dice il commesso, sulla cinquantina e discendente anche lui da italiano. 

“Buon appetito!”, mi augura in italiano.  

Già vedo tutto il film vissuto nei giorni scorsi nella pampa, quando cercavo disperatamente un bancomat o un cambio tra Sáenz Peña e Pampa del Infierno, ma non ci penso, finisco il panino e riparto. 

Ormai Mendoza é un miraggio, solo San Juan é alla portata, anche se con altre tre ore di strada. 
Sono di nuovo sulla Ruta 40, qui perfettamente asfaltata e a quattro corsie. 

Sono stanco e ricomincio a guidare senza troppi scrupoli. Nell’ennesimo sorpasso di un camion cadaverico ansimante e sbuffante fumo nero pece, mi accorgo, di nuovo quando è troppo tardi, che subito dopo c’è un posto di blocco della polizia. 
E anche stavolta ho infranto la legge divina della SDSC, la Sacra Doppia Striscia Continua. 
Forse aveva ragione il poliziotto brasiliano, che non mi vedeva troppo preoccupato dal mio gesto blasfemo. 
Ed ecco che si ripete il copione. 

Provo a passare, spero che non mi fermi. Ma alza la mano in un gesto inequivocabile, devo fermarmi. 

“Buonasera!”, mi fa. 

“Buonasera…”, rispondo. Se si vedessero le orecchie, sarebbero basse come quelle di un cane che ne ha appena combinata una. 

“Dive vai?”

“A San Juan”

“Di dove sei?”

“Italiano…”

“Bene, buon viaggio!”, e mi saluta con il tipico gesto della mano aperta della fronte, come se fossi un superiore in grado. 

E meno male che erano corrotti e affamati di denaro…

Arrivo a San Juan nella luce del crepuscolo, cerco un albergo e un parcheggio. 

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Dopo una bella doccia, faccio una passeggiata in centro. In un bar che sta chiudendo, riesco a cambiare in nero cinquanta euro. 

Ottimo, così ho risolto il problema di pagare l’albergo per stanotte e anche per la benzina di domani, visto che, domani, dovrei entrare in Cile. 

La fine del viaggio si avvicina, cerco di non pensarci, ma é sempre più difficile. 

Adesso però basta pioggia!

A colazione mi metto a parlare con il ragazzo della reception,ha la faccia simpatica. 

“Oggi vorrei arrivare a Villa Union, vicino al parco nazionale di Talampaya, dovrebbe essere bello, vorrei visitarlo domani”, gli dico mentre addento un piccolo cornetto (altra similitudine con l’Italia, le colazioni prevalentemente dolci). 

“Non ci sono mai stato… ma quanti km sono?”, mi chiede. 

“Sui 600 credo, verso sud.”

“Sulla Ruta 40?”

“Non so…”, rispondo mentre apro la cartina e gli mostro dov’é Villa Union. 

“Eh, quella é tutta Ruta 40”, osserva guardandomi come se gli avessi detto che volevo arrivare su un’isola solcano il mare con la moto. 

“E quindi??”, gli chiedo temendo la risposta. 

“E quindi è tutta sterrata! E anche in pessimo stato: più o meno a metà di dove devi arrivare c’è una miniera di non so cosa e c’è un via vai di camion enormi che corrono come I pazzi, hanno creato delle buche enormi!”

Ottimo.  

Guardo la cartina.

Di nuovo, come nei giorni scorsi, mi sento in un vicolo cieco, sterrati in tutte le direzioni e centinaia di km da fare, con I giorni contatissimi. 

Lo obbligo a stare al computer per vedere strade alternative. 

C’è una strada asfaltata che va verso Tafì del Valle e prosegue verso sud est, allontanandosi da dove dovrei andare, ma almeno é tutto asfalto e quello che perdo in km lo guadagno in velocità. 

Studiamo a lungo tutte le alternative e le distanze. Dopo un’ora abbondante arrivo ad un piano alternativo: oggi arrivo fino a La Rioja, a poco più di 500 km e domani fino a Mendoza, altri 600 km.
Poi, visto che cambio anche il passo per entrare in Cile, la tappa successiva sarà Valparaíso, che l’anno scorso non sono riuscito a vedere e, infine, Concepción. 

Così facendo guadagno un giorno, arrivando prima a Concepción per provare a vendere la moto con più calma e evito qualsiasi sterrato. 
Faccio però molti più km e dovrò fare 4 giorni di fuoco per oltre duemila km. 

Sempre meglio di mille e passa km di sterrato, mi dico, e parto. 

Sono 11:30. 

Parto attraversando di nuovo vigne e tratti quasi desertici.

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Dopo più di un’ora arrivo alle rovine di Quilmes. 

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Nel parcheggio inizio a parlare con un ragazzo, attratto dalla moto carica. 
Gli racconto un po’del viaggio e del poco che ancora rimane. 

“E quindi quando arrivo a Concepción dal mio amico, vendo la moto”, gli dico chiudendo il racconto. 

“Ah, quindi la vuoi vendere?”, mi chiede con aria interessata. 

“Perché, la vuoi comprare?”, gli domando di rimando. 

“A quanto la vendi??”

“Non so, l’ho pagata 2000 euro”, gli traduco poi il prezzo in pesos. 

Sembra molto interessato.

“700 mila pesos andrebbero bene?”, mi chiede a bruciapelo. 

Mi prende in contropiede, inizio a pensare. 

Mi vede titubante, rilancia: “800 mila!”

Sarebbero circa 800 euro. 

Ho un’immagine di me lì, sperduto a più di 50 km da Cafayate a trascinare borse e valigie tra un bus e l’altro. 

“Facciamo così: mentre faccio il giro del sito, io ci penso e pure tu, poi quando esco tra mezz’ora, ne riparliamo”. 

“Ok, va bene!”

Il sito non é nulla di eccezionale, comunque fa sempre un bell’effetto vedere I cardones spuntare in mezzo ai bassi muri a secco che seguono le antiche abitazioni della città.

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Quando esco, il tipo non c’è più. Meglio così. 

Metto in cuffia l’ultimo di Daniele Silvestri, inizia con la bellissima Le Navi.

Che salpino le navi,
si levino le ancore e si gonfino le vele,
verrano giorni limpidi e dobbiamo approfittare
di questi venti gelidi del greco e del maestrale,
lasciamo che ci spingano al di là di questo mare,
non c’è più niente per cui piangere e tornare.
Si perdano i rumori,
presto si allontanino i ricordi e questi odori,
verranno giorni vergini e comunque giorni nuovi,
(…)

Ricordo ancora tutte le volte che l’ho ascoltata l’anno scorso,  interpretavo il cambiamento come quello che mi aspettava e per cui non vedevo l’ora di tornare: il matrimonio, un figlio. 
E invece no, aveva ragione lui, la mia era una lettura forzata: il cambiamento sarebbe stato  più profondo, un distacco vero e completo. 

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Vado verso Tafì del Valle. La strada va verso delle montagne coperte di nuvole, il tempo diventa pessimo. 

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Entro di nuovo dentro un mondo ovattato di nebbia. Gelida. Bagnata. Avvolgente. 
Senza rendermene conto, mi inzuppo completamente. 

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La strada dovrebbe essere molto bella, di montagna, tra pini e baite che ricordano quelle italiane. 
Però, sempre avvolto dalla nebbia fitta e sotto una pioggia fine e costante. 

Quando mi accorgo di essere completamente bagnato, inizio a dirmi di aspettare per vedere se sarebbe migliorato. 
In fondo, a valle era abbastanza bello e caldo ed é peggiorato quando sono salito di quota. Quando scendo, magari migliora. 

Questo quello che mi dico, ma il tempo non migliora, anzi peggiora. 
Alla fine, quando ormai anche le mutande si sono bagnate, rinuncio, decido di fermarmi. 

Per cercare un posto al coperto, per non dover aprire le borse sotto l’acqua, passano altri km, ma ormai, come si dice, piove sul bagnato.  

Alla fine trovo il piccolo portico di una casa abbandonata. 
Inizio ad aprire la giacca, sono in condizioni disastrose. 
Tolgo la borsa da serbatoio perché anche lì ho delle cose da proteggere. 
Ho già parecchia roba per aria, sto per iniziare a smontare la sacca legata dietro, dove tengo la cerata, quando mi accorgo che un cane piuttosto grande é a pochi passi da me. 
Immobile in mezzo alla strada, mi fissa. Non dà nessun segno né amichevole, né di voler andare via. 
La coda, tipico specchio delle sue intenzioni, é immobile. 
Continua a fissarmi. 
A malincuore, imprecando e maledicendolo con tutte le mie forze, raccolgo le cose, le metto a piramide tra me e il serbatoio e riparto. 
Adesso mi bagno ancora di più, perché é tutto aperto, però non importa, meglio questo che essere aggredito da un cane randagio. 

Trovo un portico simile un paio di km più a valle. 
Mi metto finalmente la cerata anche se tutti I vestiti sono completamente inzuppati d’acqua. 
Quando mi tolgo gli stivali e li rovescio, esce una cascata d’acqua, come bei cartoni animati. 

Riparto, sento un po’ meno freddo. 

Peccato perché la strada sarebbe bellissima, piena di curve che si contorcono in una valle stretta e profonda, coperta di abeti. 

Finalmente torno a valle. Il miraggio del sole che tornava é del tutto svanito, lavato via dalla pioggia che prosegue fitta come prima. 
Molte zone sono allagate, la strada ogni tanto viene invasa da dei torrenti improvvisati che scorrono ai lati della strada. 

Sono senza cartina, l’ho chiusa in una busta dentro la borsa da serbatoio per non distruggerla. 
Vado un po’ a caso o, più elegantemente, a intuito. Qualche nome di città lo ricordo e chiedo conferma quando di tanto in tanto mi fermo a fare benzina. 

In una di queste soste non resisto più, ho troppo freddo e continuo a viaggiare con I vestiti fradici addosso. 
Tiro fuori dei vestiti asciutti, dalle mutande in su, mi cambio in una stazione di servizio, in quella che una volta funzionava come doccia, ma che adesso era solo un piccolo locale in disuso. 
La giacca e I pantaloni tecnici bagneranno di nuovo I vestiti, ma almeno per qualche minuto avrò addosso qualcosa di asciutto. 
Infilo I piedi, con le calze asciutte, dentro due buste di plastica e poi rimetto gli stivali grondanti acqua. 

Ormai é buio, mancano ancora 150 km per la La Rioja. 
Mangio un panino in una squallida tavola calda, sotto le urla del cronista dell’immancabile partita di calcio che ipnotizza le due o tre persone che riempiono la sala. 

Riparto. Ho freddo da tremare, ma non posso fermarmi, non c’è nulla intorno a me, anzi, come cantava Paolo Conte, “tutto intorno è solamente pioggia e Francia…“, a parte la location direi che ci siamo. 

Nel buio, il faro illumina l’oscurità, gli insetti sembrano tante stelle comete che mi sfrecciano attorno, a volte colpendomi. 

Spesso resto nel buio completo, nessun faro che mi precede né alle mie spalle, né luci ai lati della strada. Decine e decine di km di vuoto. 

Finalmente appaiono le luci della città in lontananza. Sembra un miraggio, mancano ancora 40 km. 

Resisto, ormai ci sono, poi, come una liberazione, entro nella periferia e poi fin dentro la città. 
Cerco l’hostal che ho prenotato, una coppia di ragazzi in moto mi guida per un tratto, poi mi salutano tra mille sorrisi e auguri. 

Per fortuna l’hostal ha tenuto la stanza nonostante siano le 23 passate. 

Mi riprendo sotto una doccia bollente e mi infilo nel letto, adesso non voglio pensare a nulla, tanto meno a quello che mi aspetta domani.

Voglio solo riposare. 

Verso Cafayate

La tappa verso Cafayate é molto breve, me la prendo con comodo. 
E poi mi accorgo, o meglio, l’albergo che ho prenotato ieri sera mi scrive per dirmi che non mi sono presentato e quindi devo pagare la penale del “No show”. 
Controllo ed hanno ragione, ieri sera ho prenotato per… ieri notte!
Gli rispondo scusandomi per l’errore e prenoto un altro albergo. 

In tarda mattinata riesco a muovermi, inizio a scendere lungo la Ruta 68. 
La strada che esce da Cafayate é fiancheggiata da entrambi I lati da vigne. 
Questa é una delle zone di maggiore produzione di vino. 

La cosa più incredibile é che il terreno é sabbioso, praticamente desertico. Ci sono alcune vigne abbandonate e colpisce vedere I pali solitari, quelli di sostegno delle piante e dei tralci, piantati dritti nella sabbia. 

Lungo la strada vedo I cartelli turistici che indicano diversi luoghi da visitare. 
Visto che non ho fretta, a La Viña devio verso Guachipas. Pare ci sia una chiesa interessante. 

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Dopo una quindicina di km la trovo. Effettivamente é carina, niente di speciale, però fa la sua figura.

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Sto per tornare verso la Ruta, quando vedo l’ennesimo cartello turistico.
Da Guachipas parte un percorso, chiamato Sendero Gaucho, che pare tocchi, il cartello lo garantisce, diversi punti interessanti. 
Il nome di uno di questi in particolare, attira la mia attenzione: Cueva Pintada, ossia la grotta dipinta. 
Una piccola foto mostra un’immagine molto colorata. 

Una vocina dice, non hai fretta, vai! Dovrebbero essere 35 km, ovviamente di ripio. 

Inizio così il Sendero Gaucho, un buono sterrato che si arrampica rapidamente alle spalle del paesino. 

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In pochi km mi ritrovo in mezzo alle montagne ed ai boschi, il paesaggio é splendido, si allarga fino all’orizzonte. 
La solitudine é completa, solo qualche animale al pascolo. Tra questi, un piccolo branco di 3 o 4 tori che camminano lungo la pista. 
Gli passo a fianco trattenendo il respiro. Mi guardano, ma per fortuna evidentemente non indosso nulla di rosso e restano tranquilli. 

Mi addentro sempre più nelle montagne, poi finalmente trovo il bivio per le grotte.

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Arrivo sotto una piccola formazione rocciosa traforata di cavità abbastanza piccole. 
É curioso, perché é l’unica roccia così fatta che ho visto qui intorno. 

Un cartello avvisa che l’ingresso é consentito solo accompagnato da una guida. 
Mi guardo intorno, I pascoli, le montagne, I boschi. La casa più vicina, a qualche decina di km. 
Sciolgo il nodo della piccola corda, come un laccio delle scarpe, che tiene chiuso il cancello di metallo che dà l’ingresso ad una delle grotte, l’unica protetta in questa maniera. 

Entro in un mondo antico di figure evocative di animali, volti ed altre forme che non riesco ad interpretare. 

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Alzo lo sguardo, fuori dalla grotta. 

Si vede parte della vallata, lo sguardo spazia fino all’orizzonte. 
Immagino le persone che qui, secoli fa, a fianco di un fuoco a riscaldare la notte, si lasciavano ispirare dalla natura circostante, dalla religiosità e dalle esperienze mentre disegnavano forme e figure sulla roccia. 
Senza immaginare che un giorno ci sarebbe stato un esile filo di connessione da un mondo futuro, distante nel tempo e altrettanto distante nelle credenze. 

Torno indietro rapidamente. La vocina adesso dice che é tardi, che mi devo sbrigare!

Al ritorno la pista é più veloce, perché é tutta in discesa e la Pollita si scatena facilmente. 

Mi fermo solo un attimo sulla cima più alta che domina questo pezzo di vallata, a fianco ad una statua della Vergine.  

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Respiro qualche minuto riempiendomi gli occhi del mondo, poi riparto, di nuovo al galoppo. 

Come qualche giorno fa vicino Humahuaca, devo trattenermi dal guidare a ruota libera, adesso la vocina ha cambiato ritornello e mi ricorda che sono solo, su una pista isolata, a decine di km dal primo abitato. 

Arrivo a Guachipas e da lì riguadagno la Ruta 68 per Cafayate. 

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La strada dopo qualche decina di km viene stretta dalle montagne, che si avvicinano possenti. 

Inizia la Quebrada de las Conchas, la gola delle conchiglie. Chissà perché si chiama così. 

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Dei cartelli a lato della strada indicano le formazioni più spettacolari. 

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Inizio dalla Garganta del Diablo, la Gola del Diavolo. É uno stretto canyon che taglia la montagna in due.

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Le linee della roccia sedimentaria hanno un’inclinazione che dà le vertigini, quasi verticali, a dare l’idea dei tormenti e delle rivoluzioni che hanno subito nelle ere geologiche. 

Sono da solo.

Il silenzio é assoluto, tranne il vento che sibila tra le foglie dei pochi arbusti che sono riusciti a crescere in questa desolazione di roccia.  

Un avvoltoio gira in circolo, solitario, sopra la mia testa. Lo guardo contro il cielo azzurro. 

In una delle sue circonvoluzioni si abbassa molto. 
Passa a pochi metri dalla mia testa. 
Mi colpisce il silenzio, che rimane assoluto. Intatto. 
 
Vola oltre, non gli interesso per fortuna. 

Proseguo nella quebrada, la tappa successiva é l’anfiteatro. Qui c’è più gente, sia turisti che due persone, una a vendere oggetti di artigianato, l’altra che suona la chitarra e il flauto dei gruppi tradizionali peruviani. 

L’anfiteatro é un grande ambiente perfettamente circolare al quale si entra attraversando una apertura piuttosto angusta. 

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La musica che suona il tipo dona una bella atmosfera, ma il silenzio é sempre la condizione migliore per godere al massimo questi luoghi. 

Aspetto che se ne vadano tutti e mi lascio cullare dalla musica per qualche minuto. 

Uscendo passo davanti al lenzuolo steso a terra della persona che vende oggetti di artigianato. 
Alcune cose sono molto belle, mi fermo a parlare. 
Ovviamente del viaggio, ma anche di lui. Fino a qualche anno fa abitava a un km da qui, in una casa di mattoni di terra a fianco del fiume. 

“Poi ho fatto due figli, adesso vivo a Cafayate, é più facile per la scuola, I negozi e tutto il resto, però mi manca questo posto…”

Finalmente trovo un portachiavi per il viaggio, visto che il pollo dell’anno scorso non lo trovo più, sparito. 
É un condor, uno degli animali simbolo del Sud America e sacro agli Incas. 
Che dal pollo che ero l’anno scorso, sia diventato un condor? Ho I miei dubbi, ma chissà. 

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Proseguo tra altre formazioni, il rospo, la casa dei loro, rumorosissimi pappagalli, I castelli e tante forme dai colori incredibili. 

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In più, quando vedo una pista che entra tra le montagne, magari seguendo il letto di un torrente stagionale, lo seguo per qualche centinaio di metri verso l’interno per ammirare ancora altre forme e altri colori. 

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Proseguo verso Cafayate a bocca aperta, é una delle strade più belle che abbia mai percorso, emozionante come la Cappadocia in Turchia o come la strada tra Cuzco e Nazca, in Perù. 

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Finalmente arrivo a Cafayate, mi rilasso nella piscina dell’albergo mentre il giorno finisce, colorando il cielo. 

Domani mi aspetta una lunga tappa verso sud, proseguendo la triste strada del rientro verso il Cile e, ai miei occhi, verso l’Europa.