I foglietti

Il grande interrogativo di oggi é: mi faranno entrare in Argentina???
L’ostacolo é la legge brasiliana che vieta ai veicoli stranieri di restare in patria per più di 6 mesi. 
E di mesi nel mio caso ne sono passati 14 o 15…

Arrivo al volo alla frontiera con l’Argentina, é veramente a due passi. 
Passo una prima serie di casotti, stile casello autostradale. Non c’è nessuno e passo. 

Seconda file di casotti, sempre il deserto. 

Passo ancora, come al solito mi dico: senza che perdo tempo a girare e chiedere a 100 persone, quando passerò un punto critico, ci sarà qualcuno che me lo dirà con un fischio o un urlo!

Proseguo e mi rendo conto che la frontiera brasiliana é passata…
Per qualche secondo mi faccio prendere dalla tentazione di non dire nulla e andare dalla parte argentina. 
Poi mi dico che potrebbe non essere una buona idea uscire illegalmente dal Brasile. 

Tiro un sospiro e a malincuore torno indietro. 

Scopro così che, ovviamente, devo seguire una trafila di controlli. 

Mentre sono in cosa, scambio due chiacchiere con un automobilista argentino. 
A un certo punto mi fa: ” ma qui é veloce, basta che hai il foglietto che ti hanno dato all’ingresso nel Paese”. 

Panico. Buio. 

“Foglietto?”, gli chiedo. 

“Sì, come questo”, e mi mostra un foglietto con i classici dati anagrafici, dove viaggi, perché e come e tutto il resto. 

Qualcosa si muove, I neuroni reagiscono, ma non hanno una neppure vaga idea di dove possa essere. 

Ringrazio e saluto, torno alla moto. 

Apro tutte le possibili tasche e taschine della borsa da serbatoio e della giacca, guardo in tutte le buste e bustine che ho con me. 
Del foglietto nessuna traccia. 
Apro e riapro, nulla. 
Inizio a maledire prima me, poi il foglietto brasiliano. Poi tutti I foglietti che mi hanno dato in questi anni alle frontiere. 
Poi tutte le frontiere. 
Ma del foglietto nessuna traccia. 
Mi dico che forse in una delle varie inzuppate che ho preso, l’ho buttato involontariamente. 

Inizio a ripassare tutto il solito campionario di “non sapevo, non ricordo, non lo so, non capisco, non volevo, abbiate pietà, io povero turista innamorato di vostro splendido paese” e gli altri grandi classici da esibire coi doganieri, quando apro la garanzia della batteria che ho comprato a Recife e il foglietto cade per terra, quasi spazzato via dal vento. 

Lo maledico, poi riparto col giro di maledizioni di prima mentre torno all’ufficietto dove devo consegnarlo. 

C’è una tipa che sfoglia e risfoglia il passaporto a caccia di un buco libero dove mettere il timbro. 
Alla fine lo trova, lo mette e mi saluta. 
Il foglietto nemmeno lo apre, lo butta in un cassetto e dice “avanti il prossimo”. 
Sto quasi per dirle, ma non lo guardi nemmeno quel c..o di foglietto?!? ma mi dico che é meglio lasciar perdere.

Arrivo al lato argentino dove mi accoglie un tipo dalla faccia simpatica. 

“Bene, senti, mi dai il foglietto di ingresso della moto?”

Aridaje co’sti foglietti!!

“Non ho nessun foglietto…”, rispondo, sapendo che sto forse entrando in un tunnel. 

“Come no, quello che dice dove sei entrato, I dati della moto e tutto il resto” 

“E ma non ce l’ho”

“Scusa ma… da dove sei entrato in Brasile??”

Gli spiego il giro, dal Cile al Venezuela e poi in Brasile e adesso qui. 
Sgrana gli occhi e mi guarda tra lo scettico, l’ammirato e il compatito, poi dice, con tono rassegnato:

“Ho capito… e allora dobbiamo farlo”. 

Mentre lo compila mi racconta che il nonno era italiano, del lago di Como. 
Ne incontrerò molti di discendenti italiani…

Cambio al volo 45 reais che mi erano avanzati da un ragazzo. Il cambio infatti è chiuso, essendo domenica. Mi dà 150 pesos, almeno ho un minimo di gruzzoletto . 

Il paesaggio cambia completamente : la vegetazione diventa una monocoltura di abeti. 
Strade larghe, cielo alto e azzurro, pini ovunque. Sembra nord Europa! 

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E poi non c’è nessuno, né sulla strada, né nelle rare case che incrocio. 
Mi ricorda molto I paesaggi dell’Eternauta, che forse non a caso é stato concepito e disegnato da due argentini. 

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Supero un piccolo armadillo morto investito a lato della strada e ripenso a quello che vidi lo scorso anno in Colombia. 

Dopo parecchie decine di km passo davanti ad un distributore con una fila di decine di auto, moto e motorini. 
Le prime sensazioni non sono molto incoraggianti. 

Proseguo perché ho il pieno finché, dopo un centinaio di km mi fermo, attirato da un benzinaio senza fila. 
Dopo pochi minuti arriva un’astronave : un BMW GS 1200 acchittato di tutto punto, secondo il manuale del Perfetto Motociclista Avventuroso. 
Intero catalogo Touratech montato sulla moto, una filiera di luci e faretti che manco l’albero di Natale, casse d’alluminio, sacche impermeabili, taniche e sacchette appese per ogni dove, navigatore satellitare a dominare il cruscotto. 

Sono tedeschi. 

Mi guardano con un sorriso di simpatia, come a dire, ma guarda che esemplare esotico di motociclista, che caruccio!

Poi mi chiedono il giro che sto facendo, glielo racconto è sgranano gli occhi. 
Poi arriva la parte più divertente:
“Ma di dove sei?”, mi chiede lei, l’unica dei due a parlare uno straccio di inglese. 

“Italiano”

“Sei italiano?!?”, mi chiede a bocca aperta e occhi increduli. 

“Sì!”

“Sei italiano?!?”, mi chiede tre volte e tre volte rispondo che sì, sono proprio italiano. 

Non riescono a credere che un italiano, membro a tutti gli effetti del Club dei Motociclisti Avventurosi, dove tutti si attrezzano di tutto punto come loro, vada in giro con un minuscolo 125, le borse morbide tenute da un elastico e, da qualche minuto, una tanica di plastica leggera, tenuta ferma con un giro di nastro isolante. 

Ci salutiamo e ci auguriamo buona strada. Ripartono a tutto gas sull’astronave larga e pesante quanto un’auto. 

Scopro che la ruta che sto percorrendo si paga, ma che le moto non pagano. Come in altri paesi in Sud America, mentre in Brasile (e nei restanti paesi che ho girato in questo viaggio) , pagano il 50% rispetto alle auto. 
Rivolgo un pensiero pieno di gratitudine all’Italia dove invece le moto pagano come le auto. 

Passo davanti ad un cartello che annuncia a pochi km un orchideario.

Mi lascio tentare ed entro così in un tranquillo paesino di provincia. Tutto ricorda l’Italia degli anni ’50: lo stile e I colori delle insegne, le case, le auto. 

Arrivo all’orchideario. Mi guida nel piccolo parco un anziano arzillo e brillante, che mi racconta e mi mostra decine di tipi diverse di orchidee. Purtroppo pochissime sono fiorite. 

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Mi racconta brevemente la storia di questa parte di Argentina, dello sfruttamento da parte degli europei. 

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Quando hanno tagliato tutta la selva nativa, poi quando hanno piantato nuove piante pregiato e successivamente tagliato anche quelle. 

Sfruttamento passato, ma anche presente:

“Il legname degli abeti é quasi tutto per l’Europa! Qui li coltiviamo, perché da voi non si può più fare, con pesticidi e tutto il resto! I fiumi qui sono inquinati, tutti gli animali morti. Il colonialismo continua!”

La casa al centro del parco é un museo. É stato l’ultimo posto dove ha vissuto il poeta, pittore e scrittore argentino Juan Carlos Martínez Alva. 

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Lo saluto e proseguo verso Posadas. I paesini che attraverso sono tutti agghindati per il Natale ormai prossimo.

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[NdA : questo se ne andava in giro così, da solo, a cavallo, con una grande bandiera argentina in mano. Intorno, almeno apparentemente, non c’era nulla: case, capanne, tende. Nulla, ma lui andava]

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Arrivo alla prima missione gesuita, Sant’Ignazio. 
Molto bella, circondata dal verde. 
 

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Mi é inevitabile pensare a quando arrivarono qui, nel pieno della foresta vergine, con le loro convinzioni da inculcare agli indios che vivevano in pace con la Natura da tempo immemorabile.
 
Oggi, é un luogo di pace e distanza dal mondo moderno. 
Allora, era un mondo alieno di annientamento della cultura indigena.

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Passo anche da Loreto, poche pietre sparse in un bellissimo bosco.

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Infine a Santa Ana, con rovine un poco più spettacolari e anch’essa immersa nella natura. 

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Arrivo finalmente a Posadas, rovente. 

Ceno in un pessimo ristorante italiano, tutto il resto a portata delle mie stanche gambe é già chiuso. 
Non essendoci I succhi di frutta naturali di cui mi sono nutrito per tutto il Brasile, chiedo una birra:

“Grande!”, mi fa precisare la sete. 

Torna con una bottiglia da un litro.

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Scopro così che qui la misura standard é da mezzo litro e la grande da un litro. 
E mi ricordo ancora una volta che non bisogna mai dare nulla per scontato! 
Comunque tra caldo e sete, non fatico troppo a finirla.

Prima di crollare a letto faccio una breve passeggiata nella vicina piazza, adornata da grandi decorazioni natalizie. 

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Mi fa sorridere come possano esserci, a 35 gradi all’ombra, immagini di pupazzi di neve, alberi coperti da una spessa coltre bianca e tutte le altre simbologie tipiche del Natale. 

12 thoughts on “I foglietti

  1. Evvai! Quindi è stato più facile del previsto 🙂
    Quindi ora sei diretto verso Cordoba? Non vai più a sud vero?

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