Il ritorno

Mi sveglio molto presto. Ma questa non è una novità. La novità è il magone che mi stringe lo stomaco strappandomi al sonno.

Oggi è l’ultimo giorno di viaggio.

Senz’altro torno in Italia carico di energia positiva ed il mio cuore è pieno di bellezza e di emozioni, ma la sensazione è di tristezza perché è come un bel sogno che sta finendo, ma si vorrebbe continuasse ancora.

Mi rimangono poche ore per chiudere i bagagli e dividerli tra me e Caterina. Per chiudere il viaggio in maniera logica e coerente, viaggeremo separatamente. Io partirò alle 14:30, con volo diretto per Roma, lei alle 18:30, con uno scalo a Lisbona di alcune ore.
Questo purtroppo per l’incertezza che ha regnato sovrana lungo tutta la parte solitaria del viaggio: fino all’ultimo non sapevo se e quando sarei arrivato in Brasile e quindi Caterina ha dovuto comprare il biglietto all’ultimo momento, costretta a scegliere il poco rimasto disponibile.
Questa nuova separazione davvero non ci voleva, vorrei vivere con lei questo momento così intenso!

Finisco i bagagli velocemente e per fortuna Caterina vuole fare ancora un giro. Qui vicino c’è la favela di Santa Marta, decidiamo di andarci.

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Oggi il sole è più deciso, l’azzurro del cielo non è più un’eccezione, ma i picchi dei morri della città, incluso quello del Cristo Redentore, sono nascosti da basse e dense nuvole.

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Sono felice che la statua non si veda, almeno non ho rimpianti. Vuol dire che dovremo tornare per vederlo come si deve. Promesso.

In pochi minuti arriviamo alla base della favela. Mentre il resto della città è ordinato e i palazzi sono ben distanziati e rifiniti, spesso di molti piani, qui le case sono ammassate le une alle altre, basse e quasi sempre con i mattoni a vista, senza intonaco.

Le favelas di Rio negli anni si sono incuneate negli spazi liberi della città. Mentre si costruiva la parte benestante, nelle zone a valle, comodamente accessibili, le favelas si arrampicavano nelle parti più impervie.
Spesso, però, con viste spettacolari sul mare e sulle montagne, tanto che, in vista dei mondiali di calcio 2014, si voleva sfruttarle e sfrattarle per far spazio ad edifici più remunerativi.
Le proteste hanno bloccato i progetti: per ora resteranno ancora queste sacche “popolari”. Verrebbe da dire “autentiche”, ma questo termine ha una accezione positiva, mentre invece all’interno delle favelas si consumano giornalmente i drammi della povertà, della droga, della violenza.
Ma il problema non sono le favelas in quanto tali, per quanto incidano sulla dignità dei loro abitanti, ma l’inclusione sociale delle persone che ci vivono. E di sicuro questa non si risolve abbattendo le favelas e sfrattando le persone.

Una piccola cremagliera si inerpica sul lato destro della favela, schiacciata tra le abitazioni e gli alberi della collina. E’ stata costruita cinque anni fa ed è gratuita. Un ottimo servizio che risparmia una gran fatica quotidiana agli abitanti della parte medio-alta.

La vista delle abitazioni più povere ammutolisce: il contrasto con la parte elegante della città, perfettamente visibile da qui, è stridente. Alcune case, le più “normali”, sono dipinte in colori vivaci e fanno un bell’effetto, ma il colore dominante è quello terracotta dei mattoni non intonacati.

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Con noi sale anche una ragazza incinta. E’ giovanissima, non ha più di 18 anni. E’ al nono mese, domani partorisce. In mano ha una cartellina piena di documenti per il ricovero in ospedale. Ha lo sguardo sereno, sorridente.
Salgono anche un paio di donne anziane, un operaio che porta alcune bombole del gas, un uomo di mezza età. Vita normale.

Dall’alto ammiriamo il paesaggio per alcuni minuti, poi scendiamo. Ormai è tardi e il taxi arriverà alle 11, non manca molto.

Arriviamo a casa, sistemo le ultime cose, suona il citofono, ci siamo!

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Il taxi corre a fianco della baia, le varie spiagge in cui è diviso il litorale di Rio si succedono a grande velocità.

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Mi giro, so che non dovrei farlo: il Cristo mi saluta dall’alto della sua collina, perfettamente visibile. Arrivederci, tornerò!!

L’aeroporto di Rio è piccolo, per le dimensioni della città e vecchio, senza negozi. L’ultima possibilità di comprare qualche ricordo per parenti e amici svanisce miseramente.

Non mi resta che partire, destinazione Roma!

Il volo passa velocemente e non è solo una mia sensazione, arriviamo con mezz’ora di anticipo!

Trovo i miei genitori ad aspettarmi fuori dall’aeroporto. Il Pollito è tornato a casa sano e salvo!

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Ultimo giorno a Rio

Oggi dobbiamo assolutamente salire sulla collina del Cristo Redentore. Né Caterina né io ancora siamo riusciti ad andarci ed oggi è l’ultimo giorno a Rio, non ci sono altre possibilità.

Il tempo è buono, senz’altro migliore di ieri.

“Abbiamo fatto bene a non andarci ieri, vero? Era molto più coperto!”, esclamo esultando verso Caterina.

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Camminiamo fino alla metro, veloce e molto frequente, poi prendiamo un autobus fino alla stazione da dove parte il trenino che porta fin sotto la statua.

Gli autobus sono un’esperienza per persone forti. Forti nel senso fisico, muscolare del termine. Infatti la guida degli autisti è molto aggressiva: accelerate brusche e frenate violente. Oltre alle tante buche dentro le quali gli autisti non si preoccupano di precipitare, agli avvallamenti e alle altre irregolarità delle strade. Semafori rossi presi senza problemi e varie altre scorrettezze stradali, completano il quadro di quella che, per i passeggeri, si trasforma in una intensa sessione di palestra.
Fortuna che ci pensano i passeggeri a rendere tutto più lieve: la cortesia è la regola, così come, da parte delle persone sedute, la gentilezza nel tenere la borsa o altri pacchi pesanti a quelle in piedi. Non lo fanno solo con noi, essendo turisti (e già questo comunque stupirebbe), ma normalmente tra loro. Il che è anche logico: oggi lo faccio a te, domani lo fai a me.

Arriviamo  alla stazione del piccolo treno in vecchio stile. Non c’è fila, ma solo tre giovani impiegate che accolgono i turisti che arrivano alla chetichella.

“Oggi la visibilità è pessima, è inutile che saliate!”, la doccia fredda che ci rifila la ragazza più vicina a noi.

“Ma nulla nulla?? Qui c’è il sole …”, provo a ribattere.

“Nulla, guardi il monitor, lì può vedere la situazione in tempo reale!”

Il grigio cupo restituito dal video ricorda una serata di nebbia fitta in Val Padana.

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“Ma se andiamo sotto la statua, almeno quella la vediamo, no??”, chiedo in un ultimo tentativo.

“No, perché comunque la statua è lontana dal punto in cui arrivate, non si vede nulla, glielo garantisco!”

Caterina è affranta, perché voleva coronare l’idea romantica di salire fino alla statua insieme a me.

“Ok, allora torniamo in centro, magari se vediamo che il cielo si apre, torniamo qui …”, provo a rilanciare ormai scoraggiato.

“E’ previsto nuvoloso per l’intera giornata …”, mi demolisce definitivamente l’impiegata, col tono che in realtà dice: “ma allora non vuoi capire!”

Chiediamo ad una signora del posto cosa c’è nei dintorni, ma pare nulla di interessante. Non ci resta che tornare a valle, in centro. Saliamo nuovamente su un autobus-tagadà e decidiamo di andare a Ipanema.

In una mezz’ora inizio a camminare su un altro mito, la spiaggia di Ipanema! Quante volte l’ho sentita nominare, nelle canzoni, nei libri, nei film!
La spiaggia è molto ampia, come sempre qui in Brasile.

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Ci sdraiamo e lasciamo correre i pensieri, io in particolare al viaggio ormai alle battute finali, ma su questo voglio scrivere un articolo specifico per non “annegarlo” con altri discorsi.
Il mare è molto mosso e a parte qualche raro surfista, nessuno vi si avventura.

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Camminiamo fino in fondo al lungomare, respirando il profumo del mare, salato e balsamico, poi torniamo verso una strada interna per pranzare.
Troviamo una connessione wifi aperta e Caterina inizia a scriversi con Kate, la Custode della Pollita in quel di Recife.
Ha saputo da una amica che di mestiere aiuta a fare i documenti e a sbrigare pratiche burocratiche che nazionalizzare una moto usata è molto difficile, al limite dell’impossibile, per via dei tempi biblici e dei costi molto elevati.
A complicare le cose c’è il fatto che il Cile non è membro ufficiale del Mercosur, l’associazione economico-commerciale del Sud America, ma è solo un paese associato. Mi sfugge la differenza, ma in termini pratici c’è la conseguenza che le tasse di importazione sono molto elevate.
Non è dato sapere quanto e questa indeterminatezza mi innervosisce molto, si parla di tasse pari al valore della moto. Da nuova? Da usata? Valore cileno o brasiliano? Che percentuale esattamente? Non si sa.

Decido comunque di andare da un notaio per fare una procura al marito di Kate, interessato all’acquisto legale, cioè nazionalizzando la moto. Finiamo di mangiare ed andiamo in un “cartorio”, dove ricevo la mazzata finale:

“Se la procura è per vendere la moto, costa 400 reais, se invece è solo per autorizzare una persona ad effettuare dei documenti, come quelli per nazionalizzare la moto, allora sono 200 reais”

Per noi va bene il secondo tipo di procura, ma spendere l’equivalente di 70 euro per un’operazione tanto incerta e nebulosa è fuori discussione.

Sono quasi sollevato nel ritrovarmi di fatto obbligato a scartare una possibilità. Ora rimane solo la vendita in nero, senza documenti. Se si riesce. Altrimenti, la soluzione peggiore di tutte, per togliere il fastidio a Kate: lasciare la moto da qualche parte a Recife per farla rubare. Ma spero di non arrivare a tanto.
In ogni caso, sono contento di aver comprato una moto così economica perché, come temevo fin dall’inizio, nel caso peggiore minimizzerò le perdite.

Passeggiamo nelle vie commerciali di Ipanema a caccia di regali per parenti e amici, ma non troviamo nulla e il poco che vediamo non ci convince. Ci aspetta una ben magra figura al nostro rientro a Roma!!

Arriviamo davanti alle vetrine di Amsterdam Sauer, un gioielliere francese famoso per i suoi lavori con le pietre preziose. Ci lasciamo accalappiare da uno dei venditori che passeggia sul marciapiede, pronto ad accogliere le persone che si fermano ad ammirare le splendide e brillanti vetrine.

“Se volete all’interno c’è un piccolo museo di pietre, è molto interessante e una ragazza vi spiegherà la provenienza, la lavorazione e il valore delle pietre!”

Ci lasciamo tentare e ne siamo subito felici per la grande bellezza delle pietre che ammiriamo all’interno. E’ incredibile come anche le pietre, spesso ritenute “fredde”, trasmettano energia.

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E’ tardi e vedo avvicinarsi il fallimento della ricerca dei regali. Dovrò dare spiegazioni convincenti di come in tre mesi non sia riuscito a trovare nulla da riportare a casa!

Alle 17:30 saliamo su un autobus per andare a recuperare lo zaino che da Sao Luis, ormai tre settimane fa, avevamo spedito alla nostra amica Anouk. Il traffico allucinante ci fagocita e veniamo espulsi dall’autobus esattamente due ore dopo. E tutti i giorni è così! Pessima qualità della vita per chi deve passare quattro ore al giorno in auto …

Ceniamo con lei che, tra le tante cose che ci raccontiamo, mi confida, con mio grande stupore, che tutto il suo ufficio ha seguito praticamente passo passo il mio blog. Ne sono onorato e orgoglioso, visto che non conosco nessuno di loro 🙂

Quando usciamo dal ristorante è notte e decidiamo di prendere un taxi. Al volante un nero enorme che riempie l’intero posto di guida, la testa quasi piegata da quant’è vicina al tettuccio. Guida spericolato, veloce e tagliando la strada, senza tenere alcuna distanza di sicurezza. Proviamo a dirgli qualcosa, ma non ci risponde nemmeno.
Mentre siamo ancora sulle complanari e svincoli in periferia, passiamo a fianco di un incidente accaduto da pochissimo. Sono coinvolte tre auto, sicuramente un tamponamento e un’auto si è ribaltata sul guardrail. Speriamo di arrivare sani e salvi!

Arriviamo in centro ed andiamo a sederci in un bar, ascoltando la musica sparata da un gruppo che suona in un locale vicino. Siamo stanchissimi e rinunciamo ad entrare nel locale dove suonano, andiamo a letto.
Sentiamo che, a parte Ipanema e Anouk, abbiamo perso inutilmente la giornata e, per essere l’ultimo giorno a Rio, non è affatto una bella sensazione!

Domani avrò solo la mattinata libera, poi via verso l’aeroporto, si torna in Italia! Purtroppo.

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Le cartoline di Nelinkas (4)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Luana, Alberto, Davide. Grazie! 🙂

Direttamente dalla spiaggia di Ipanema 😉

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Chi volesse sostenermi per consentirmi di rielaborare il materiale raccolto durante il viaggio e metterlo a disposizione di altri viaggiatori può ancora farlo!

La campagna prosegue per alcuni giorni, ma anche quando terminerà sarò ancora possibile contribuire acquistando una cartolina, la stampa di una delle foto che ho scattato in viaggio in alta risoluzione e incorniciata, ecc, è sufficiente cliccare qui, scegliere l’oggetto e seguire le istruzioni.

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Nella capitale carioca

Apriamo le tende ed abbiamo la conferma di quello che temevamo: piove! Ieri sera, infatti, stava già piovendo e le previsioni confermavano anche per oggi.

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Iniziamo la giornata salendo sul Pão de Açúcar, il Pan di Zucchero, la piccola collina sul mare dalla quale si può ammirare una splendida vista a 360 gradi sulla incredibile baia di Rio de Janeiro.

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La baia lascia senza parole, così articolata e con continui cambi di direzione, forme e colori: un’insenatura che si rompe in un lungo rettilineo, poi una curva e una nuova spiaggia, poi una laguna, una giravolta e via con una nuova cala. Così fin dove arriva lo sguardo. E ovunque spuntano colline rocciose che si ergono in verticale sulla città, alcune coperte di vegetazione, altre di sola roccia.

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Anche la città ha mille aspetti, dal centro commerciale ed economico riconoscibile per i moderni grattacieli, le zone residenziali di basse case e ville con giardino, le tante favelas che si arrampicano nei canaloni delle colline, nei punti più impervi e non solo.

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L’aeroporto allo stesso modo stupisce per le dimensioni minime e la posizione: proprio in mezzo al mare, senza lasciare possibilità di errore ai piloti.

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Il vento è molto forte e forse per questo siamo graziati dal maltempo: quanto meno smette di piovere.

Scendiamo e prendiamo un autobus per il centro, vogliamo andare a mangiare nell’antica confetteria Colombo. Elegante di specchi ed arredamenti antichi, brillante di ori e cristalli, prendiamo alcuni fritti e sfoglie con gamberi e baccalà e poi una coppa di gelato che più dolce non si può.

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Riprendiamo la passeggiata lasciando il centro con persone in giacca e cravatta in pausa pranzo, molti corrono in ogni direzione e altrettanti godono il tempo della pausa. Cerco di non pensare che tra poco tornerò ad essere come loro.

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Ci inerpichiamo su una delle colline di Rio per andare a visitare un’antica casa nobile, ormai in rovina, dalla quale si gode un’altra spettacolare vista sulla città. La strada che sale è piena di ville elenganti, per certi versi mi ricorda Posillipo nell’amatissima Napoli.

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Torniamo giù lungo una scalinata ricca di ceramiche artistiche per una passeggiata a Copacabana, stavolta interessata: voglio tornare in un piccolo negozio di vinili usati dove Caterina mi aveva comprato alcuni dischi di artisti brasiliani.

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Purtroppo la decisione si rivela azzardata, perché il negozio è molto fornito e mi lascio prendere dalle mille deviazioni dei miei gusti musicali: esco con un disco di Lucio Dalla (!), quattro di Bossa Nova, uno di raggae e diversi altri ancora. Sono stupito dalla quantità di dischi italiani che trovo: oltre a quello che ho comprato, ci sono Paolo Conte, Pino Daniele, Teresa de Sio, Ornella Vanoni, Claudio Villa e altri ancora.

Torniamo a casa, poi andiamo a cena con le amiche di Caterina, Beatriz che ci sta ospitando e Aniña. Andiamo nel locale dove Vinicius de Moraes e Antonio Carlos Jobim composero la splendida Garota de Ipanema.

Chiudiamo la serata in un locale storico di Rio, Democraticos, dove suona un gruppo di forrò, ma l’abisso emotivo e tecnico che lo separa da quello che abbiamo ascoltato solo pochi giorni fa vicino Pipa durante la vaquejada e la stanchezza ci fanno tornare a casa molto presto.

Domani, altri giri per la splendida Rio!

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Le cartoline di Nelinkas (3)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberto (senza il cui appoggio non sarei nemmeno partito), Nicola (che meriterebbe una statua, più che una cartolina 😉 papà, Fabrizio, Marco. Grazie! 🙂

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Le cartoline di Nelinkas (2)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberta, Stefano, Martina, Simone, Enrico. Grazie! 🙂

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Verso Rio, ultima tappa

Oggi abbiamo pochi programmi, solo un giro per Recife in attesa dell’aereo per Rio de Janeiro che decollerà a metà pomeriggio. Purtroppo rinunciamo Olinda perché per raggiungerla ci vuole un po’ di tempo e abbiamo paura di non farcela.

Prosegue il distacco dalla moto, rifacendo in buona parte i bagagli. Lascio assieme alla Pollita i ricambi che avevo portato dall’Italia e qualche altra cosa che servirà a chi la prenderà.

Andiamo alla Casa della Cultura di Recife. Anticamente era un carcere, adesso nella moltitudine di celle accoglie altrettanti piccoli negozi di artigianato locale e della tradizione del Nord Est come ad esempio il Cangaço (Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampião) e la sua compagna Maria Bonita oppure le maschere tipiche del Carnevale.
La struttura è rimasta inalterata, fa un certo effetto aggirarsi tra le celle distribuite su tre livelli, vedere le finestre chiuse da pesanti sbarre e respirare l’atmosfera claustrofobica.

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Torniamo nel quartiere di Kate, di fronte al mare, passeggiamo prendendo un po’ di sole. Anche volendo non si può fare il bagno, perché il mare di fronte a Recife è infestato dagli squali, peccato!

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Arriva l’ora, torniamo a casa e chiudiamo le valigie.

E’ arrivato il momento dell’addio definitivo alla Pollita. Smonto le ultime cose che erano rimaste sulla moto: la base della borsa da serbatoio, il cavetto d’acciaio con cui legavo il casco, il supporto della telecamera.

Ultime foto: la commozione si fa sentire, forte.

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Separarmi dalla moto che mi ha accompagnato per tre mesi in questa avventura meravigliosa e indimenticabile è molto difficile.
Purtroppo stabilisco sempre un rapporto forte con le mie moto. Dico “purtroppo” perché so che non ci si dovrebbe legare a degli oggetti, ma il punto è che non vedo la moto come un oggetto, ma come un “comunicatore di emozioni”, un tramite. Mi è impossibile restare indifferente a qualcosa che mi ha consentito di vivere delle emozioni così forti che resteranno impresse per sempre nel mio cuore e nella mente.

Prendiamo il taxi fino all’aeroporto e partiamo per Rio.

Spero di riuscire a scacciare la malinconia per riuscire a godere appieno degli ultimi giorni del viaggio!

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