Curva su curva

Mi sveglio dopo nemmeno quattro ore di sonno. Mi giro e rigiro, ma non c’è verso: non mi riaddormento.Rinuncio e mi alzo, vedi mai che riesco a partire a un’ora decente.

Ma l’illusione dura poco. Decido infatti di seguire il consiglio di Barbara, di andare a vedere la grotta più famosa della zona, Tham Jang che ieri non avevo visto perché avevo fatto troppo tardi e per via… della lunga camminata che avrei dovuto fare per raggiungerla!

Per cui anche oggi partirò tardi, pazienza: é destino.

Si arriva dopo aver attraversato un suggestivo ponte in legno e acciaio, rosso brillante. Il caldo é intenso già a metà mattinata.



Sotto la lunga e ripida scalinata che porta all’ingresso delle grotte, c’è quella che potrebbe chiamarsi a buon diritto Laguna Blu, molto più blu di quella di ieri!

Le grotte sono abbastanza grandi e carine, precariamente illuminate da una serie di lampadine, di cui molte fulminate.


Due forti abbassamenti di  tensioni mi fanno chiedere cosa succederebbe se andasse via la corrente. 
Quando esco vengo assalito dal caldo e dall’umidità. Più che sudare, grondo abbondante acqua da tutti i pori.

Mi rimetto in moto senza giacca e senza casco per alcuni km, per riacquistare una temperatura umana al posto dell’attuale, che é più da maialino al forno.

E a proposito di maiali, vengo superato da un camion carico di questi animali, che semina una scia fetida per km e km.

La destinazione di oggi é Luang Prabang, l’antica capitale oggi patrimonio mondiale dell’umanità Unesco.

Dovrebbero essere 180 km, una tappa da fare in tutta tranquillità. 

Il traffico é molto scarso e i guidatori generalmente prudenti e lenti, per questo non mi aspettavo quanto accaduto l’altro giorno.

Vedo ancora un certo numero di abitazioni tradizionali in legno e bambù intrecciato, ma, come anticipato dallo splendido libro che stavo leggendo prima di partire, stanno scomparendo molto velocemente, sostituite dal cemento.


Sorprendentemente, vedo pochissime parabole, che contrasta con le foreste di parabole che vedevo anche in posti poverissimi, sul tetto di baracche o casupole di fango.
La strada, dopo un breve tratto pianeggiante, diventa stretta e tortuosa, come le nostre strade di montagna più impegnative. In più, é costellata di buche e parti sfondate. Ricorda, per dimensioni e condizioni, le piccole strade provinciali più isolate e semi abbandonate di Molise, Basilicata o Sicilia.


In compenso i paesaggi sono magnifici, di una bellezza primordiale, da alba del mondo, dove tutto é solo un unico trionfo della natura. Cime aguzze si ergono alle spalle di lunghe cortine di montagne, il tutto coperto da una vegetazione lussureggiante, tropicale.

Viaggio già da alcune ore, quando un cartello mi getta nello sconforto: mancano ancora 174 km!!! Evidentemente ho fatto male i conti… che a ben pensarci non ho mai fatto, avendo solo buttato un occhio sulla cartina per vedere che strada avrei dovuto fare. 
Taglio sciami di studenti in uscita dalla scuola. Tutti in bicicletta, tutti con un ombrello in mano per ripararsi dal sole. 


Deve essere già l’una. Non controllo l’orario, vado e basta, senza fermarmi.
Faccio il pieno di benzina per riposarmi qualche minuto. Non ho idea di quanti km faccio o a che velocità perché l’Occhialuta non ha la minima traccia di tachimetro o contakm, vado alla cieca.

“Quanto manca per Luang Prabang?”, chiedo al ragazzo che sta versando la benzina con grande attenzione.

“120”, sentenzia sicuro. 

“Uff… Quindi ancora 4 ore di strada”, gli dico affranto, facendo due rapidi calcoli sulla velocità a cui penso di andare per via di continue buche, curve e sporadici TIR. 

“Forse 3, dipende da quanto vai veloce”

“Sì, ma se piove?”, chiedo buttando un occhio verso il nero intenso poco più in là, da cui provengono forti tuoni che riecheggiano ple montagne.

“Eh no, in quel caso diventa difficile per la strada”.

Come immaginavo.

La strada diventa sempre peggio tra curve strette, labirinti di buche e frane. Dopo pochi minuti dalla sosta benzina, inizia a cadere qualche goccia di pioggia che, man mano che proseguo, diventa più fitta.

Mi trovo completamente allo scoperto, se mi cambio qui, mi infradicio in un minuto.

Torno indietro di qualche curva provando a cercare un riparo per mettermi la cerata e proteggere le cose che tengo nella borsa da serbatoio.

Arrivo ad alcune abitazioni, miste tra tradizionale con le pareti in legno e moderno, con tetto in lamiera e parti della mura in mattoni di cemento.

Sentendo i rumori, si faccia una giovane donna con neonato in braccio. Le sorrido indicando la pioggia che sta iniziando a cadere. Mi sorride e rientra in casa.

La pioggia aumenta, tiro fuori la cerata e vado a mettermi sotto la casa a fianco, ancora in costruzione. Ci sono i piloni e il tetto e due pareti. Il resto é un cantiere.

Esce anche la ragazza col neonato in braccio e un bambino che avrà un paio d’anni, attaccato al suo vestito che mi guarda di nascosto.


Decido di fermarmi, la pioggia cade abbondante e non ho nessuna voglia di guidare su questo asfalto sotto la pioggia battente. Sposto anche la moto sotto la tettoia della casa in costruzione. 
Dopo qualche minuto, visto che l’acqua cade con la stessa intensità senza dare cenni di voler smettere, decido di sedermi.

Essendo un cantiere, tutto é coperto di terra, che sposto col piede prima di sedermi.

Il tempo di accomodarmi che vedo il bimbo di due anni arrivare in silenzio e porgermi timidamente uno sgabellino di legno, di quelli che adoperano loro in casa per sedersi. Appena me lo dà, scappa dalla mamma che gli dice bravo. Lei non gli ha detto nulla, l’avrei sentito. É stato un suo gesto spontaneo che, nella sua semplicità e naturalezza, mi commuove.


Continuo a scambiare grandi sorrisi, sguardi e gesti con la ragazza e i suoi due figli, tutti molto interessati e divertiti da questo alieno barbuto arrivato chissà da dove.
Purtroppo comunicare é impossibile. 

Dopo una ventina di minuti smette di piovere, mi rimetto in moto.

Sull’asfalto bagnato di pessima qualità e condizioni con le gomme tassellate che ha la moto, ho la sensazione che scappi via sa tutte le parti, comunque mi abituo presto e riprendo ad andare, pur più lentamente. 


I km passano ad una velocità esasperantemente lenta attraverso le montagne interrotte di tanto in tanto da piccoli villaggi di abitazioni molto semplici.
L’arrivare col buio, molto probabile ma ancora in dubbio, diventa certezza quando arrivo a una frana che blocca completamente la strada. Due ruspe stanno lavorando alacremente per liberare la strada dalla terra e dai massi caduti dalla montagna. 

Tutti aspettano placidamente: motorini avanti a tutti, poi auto e un paio di pullman e camion. Tutti fuori a vedere i lavori.


Quello che più mi stupisce e preoccupa allo stesso tempo é che questa é la dorsale principale del paese, quella più grande e in migliori condizioni. Chissà le altre ! 
Alla fine il blocco dura pochi minuti, una quindicina.

Mi rimetto in marcia.

La giornata volge al termine. In tutti i villaggi che attraverso vedo le persone lavarsi in strada, prendendo l’acqua da grandi bidoni di metallo come quelli che si vedono nei film americani nelle periferie delle città o vasche in cemento, come quelle dove si abbeverano gli animali. Oppure da semplici tubi volanti di plastica che buttano un sottile getto d’acqua.


Gelida, a vedere le espressioni di sofferenza e risate frenetiche delle persone che si lavano sotto, strofinandosi energicamente col sapone.
É un rito collettivo di ogni villaggio: praticamente fuori da ogni casa, qualcuno si sta lavando.

Mi accorgo di non aver mangiato nulla e anche di aver bevuto pochissimo sa quando sono partito stamattina da Vang Vieng. 

Il sole é già molto basso e l’asfalto é quasi asciutto. Inizio a spingere di più tra le curve. Ormai ho imparato come reagisce la moto con le gomme tassellate, i freni e le sospensioni. 


Mi dispiace solo che così riduco il margine di sicurezza, ma non ho voglia di trovarmi tra queste montagne con questa strada al buio. Lì il margine di sicurezza sarebbe ancora minore.  
Per cui, infilo le curve una dietro l’altra e mi diverto.

Finalmente arrivo col culo completamente indolenzito. La sella della moto é durissima, sembra una panchina ! Devo assolutamente trovare un cuscino da metterci sopra.

Mi fermo per sgranchirmi e mandare qualche messaggio per tranquillizzare le persone più vicine. Ne approfitto per guardare la cartina della città e capire com’è fatta, dove si trovano le guesthouse.

Percorro la parte del centro storico stretta tra le acque, un fiume che probabilmente é un braccio del Mekong e il Mekong dall’altra parte. Domani capirò meglio, mi sembra splendida. 

Mi fermo per chiedere in un albergo stupendo, proprio di fronte al Mekong. 

“Sì, abbiamo diverse stanze, da 150, 180 o 220 a notte, dipende da dove la vuole”, mi spiega con un sorriso il ragazzo alla reception. 

Mi accorgo da come mi guardano, che sono coperto di fango. Non ci avevo fatto caso.

“Dollari americani”, aggiunge dopo aver visto la mia espressione interrogativa.

“Mh, un po’ fuori budget per me… sa indicarmi una guesthouse ? ”

“Sì, proprio qui a fianco”

Proseguo sul lungo fiume, a sinistra eleganti alberghi di design, a destra il grande nastro scuro nella notte del Mekong. 

Il suo nome mitico continua a colpirmi, l’ho ascoltato e letto troppe volte per non essere ancora incredulo di essere qui, sulle sue rive.

Faccio qualche centinaia di metri e passo davanti a una elegante guesthouse in legno e mattoni lucidati, bellissima.  

Decido di chiedere, si definisce comunque una guesthouse, quindi il prezzo non può essere troppo alto.

“Normalmente sarebbe 40 dollari a notte… ma se si ferma 3 notti, posso fare 35”

Ci penso un attimo. Sono a pezzi dalla giornata, splendida di paesaggi e umanità vista e incontrata, ma fisicamente a pezzi. Sono di fronte al Mekong in una splendida guesthouse. 

Contratto ma non voglio esagerare, per cui rilancio di poco.

“100 dollari per 3 notti?”

La signora accetta subito. Forse avrei potuto tirare di più, 90 dollari per esempio, ma non me la sono sentita, né avevo la forza per farlo.

Mi butto sotto la doccia, sono coperto di polvere e fango. In pochi minuti capisco perché sopra al letto é annodata una grande zanzariera: ho già tre o quattro pizzichi, di zanzare completamente invisibili.

Esco per cena, felice di guidare sul lungofiume senza casco, in pantaloni e camicia leggeri e aperti, con i sandali. Favoloso farsi accarezzare dall’aria tiepida.

Trovo un ristorante in riva al fiume e finalmente mangio, dopo quasi 12 ore di digiuno. 

Sono troppo curioso di vedere e visitare la città domani con la luce del giorno!

La bellezza del riso

Non essendo inclusa la colazione nella guesthouse da 10 euro dove dormo, finalmente posso fare colazione come dico io: macedonia di frutta con yogurt bianco e centrifuga di carota e zenzero. Fantastico!


Oggi potrei decidere cosa fare nei prossimi giorni. Le opzioni sono fondamentalmente due: o solo centro nord, perché il sud é lontano e soprattutto piove per via della fine della stagione monsonica, oppure tentare la sorte ed andare a esplorare anche la zona a sud, che mi incuriosisce soprattutto per un sito khmer.

Per adesso però, mi dedico alla scoperta dei dintorni di Viang Vieng, di cui ho letto ottime opinioni, ma che ancora non ho nemmeno intravisto essendo arrivato ieri di notte.
Mentre sto uscendo dal paesino, mi devo fermare per far passare un’infernale colonna di dune buggy rumorosi e puzzolenti, carichi di decine di turisti. Mi chiedo come sia possibile entrare in contatto con un territorio, con delle emozioni, con delle suggestioni, in un gruppo di decine di dune buggy cariche di persone. 

Per entrare nel cuore dell’area più interessante, ricca di grotte, villaggi e panorami, devo attraversare un ponte mobile coperto di assi di legno che, come decorazione alle due estremità , ha due piccoli missili inesplosi dei tempi della guerra del Vietnam. 

Ormai innocui e banalizzati, ma comunque impressionanti.


Al di là del ponte, nel giro di pochi metri ci si immerge in un mare verde brillante di risaie, accarezzate dal vento. Ovunque, a perdita d’occhio, fino alle affascinanti cime aguzze, coperte fittamente di alberi, che racchiudono la grande piana. 
Guardando più attentamente si scopre una fitta ragnatela di canali e passaggi d’acqua che inondano i campi permettendo la crescita di questo alimento così basilare per queste popolazioni. 


Nei pressi della cosiddetta Laguna Blu, mi fermo in un piccolo ristorante che fa parte delle iniziative organizzate da una NGO, la Sae Lao che, oltre a questa,  gestisce molti progetti interessanti quali dei corsi di lingua, di informatica, tecniche ecologiche di riciclo, artigianato e molto altro.


Mentre finisco di mangiare, vedo due furgoni carichi di persone che vanno senz’altro alla Laguna Blu.
Me la prendo con calma per dargli un po’ di tempo per visitarla e arrivare mentre loro se ne staranno andando a infettare un altro luogo o indietro a Vieng Viang.

Riparto e dopo poche centinaia di metri arrivo alla Laguna Blu che scopro essere stato trasformato in una specie di parco giochi dove si paga un biglietto per entrare.

Attorno a una piccola pozza d’acqua, la laguna blu, ci sono decine di giapponesi, americani e europei urlanti, specialmente nei confronti di quelli che cercano di tuffarsi da un ramo che si affaccia sulla laguna.


Tra parentesi, ancora nessun italiano, mi è capitato veramente di rado.
Faccio un breve bagno e un paio di tuffi refrigeranti per riprendere la moto è proseguire il giro. Giusto in tempo per vedere altre quattro (!) camionette arrivare e scaricare altre decine di turisti, che trascorreranno lì il resto del pomeriggio, bevendo birra e assordandosi di urla e musica.

L’asfalto termina, segno che dovrei iniziare una parte meno battuta dalle orde dei barbari dei viaggi organizzati.


La pista si snoda tra le risaie, punteggiate di tanto in tanto dai tradizionali capanni degli attrezzi e da qualche rado villaggio. Ma non si é mai veramente soli, c’è sempre qualcuno in bicicletta o in motorino, qualche ragazzo che porta le mucche al pascolo.  


Tra questi, mi colpisce una bambina con due vacche. Le vacche placide brucano l’erba. La bimba, protetta da un ombrello, é piegata su uno smartphone.
La rivoluzione ormai é arrivata, é questione di tempo per cui la gente non vorrà più condurre questa esistenza e anelito ad altro, come hanno fatto anche i loro vicini, cinesi e vietnamiti in testa. 

Terzani temeva il ponte che univa Thailandia e Laos, che poi alla fine é arrivato nonostante le resistenze dei laotiani.

Ma adesso non servono nemmeno più infrastrutture per diffondere nuovi modelli di vita e sogni da inseguire. 

Viaggia sull’etere, come si suol dire ed é alla portata di tutti, letteralmente nelle mani di tutti, fin dalla più tenera età. 

Anche qui, in una zona rurale relativamente isolata di un paese teoricamente comunista.

Mi fermo spesso per farmi avvolgere dal silenzio e dall’aria che é calda, profumata. Sensuale.


Passo davanti ad una grotta, annunciata da un grande cartello. Il banchetto della biglietteria é vuoto. Meglio così, vuol dire che non é di grande passaggio. 
A parte una piccola area esterna, non c’è molto, se non una freccia dipinta sulla roccia che indica l’ingresso della grotta, completamente buio.

Il tempo di abituare gli occhi all’oscurità totale ed inizio ad addentrarmi nella montagna illuminando i passi con il flash del cellulare.

Inizio a prendere dei riferimenti, ad esempio un pezzo di legno per terra, per evitare di perdermi cercando l’uscita. 

Ma scopro che é uno sforzo inutile, perché é davvero piccola come grotta, tre o quattro ambienti che si sviluppano su poche decine di metri.


Proseguo il giro, incrociando di nuovo decine e decine di studenti, soprattutto ragazze mi sembra, che tornano a casa da scuola.



Segno che sono le 16, inizia ad essere tardi e come al solito mi sono dilungato diverse ore più del dovuto. 
Non per altro, soprattutto perché all’orizzonte, come di consueto, si sono già addensate enormi cumuli di nuvole nere, che mandano riecheggiare di cupi tuoni l’intera vallata.

Mi fermo ad ascoltarli per qualche minuto, bruciato dal sole alle mie spalle che ancora non é stato coperto dalla massa nera, che stanotte scaricherà la sua furia d’acqua sulle risaie.


Prendo come scusa l’ora tarda per accelerare un po’ di più l’andatura, ma non troppo visto che sono senza la benché minima protezione, a parte il casco. 

La moto é leggera e divertente, si guida molto facilmente e assorbe perfettamente anche le buche più profonde e dure.

Prima di rientrare in paese, faccio il pieno di benzina in vista del viaggio di domani, poi torno in albergo per farmi una doccia veloce e poi di nuovo fuori, sulle rive del fiume che bagna il paese, a godere gli ultimi, spettacolari, raggi di sole.


E domani… Luang Prabang !

Poveri animali

Mi sveglio alle 6.15, ma per fortuna riesco a riaddormentarmi, poi mi sveglio di nuovo alle 10 completamente intontito dal sonno.

Stamattina per colazione stranamente non c’è la carta igienica, ma i tovaglioli che utilizzano qui … e ad essere sincero, era molto meglio la carta igienica!

Decisamente più robusta.

Mentre preparo i bagagli, cerco della musica laotiana su internet. Lo stile è molto orientale, avrei detto “cinese”, come il suono della loro lingua.

Carico i bagagli sulla moto, che al retrotreno é minimale, senza il più piccolo appiglio a cui agganciare un elastico. Mi invento un passaggio, tra il telaio e il portapacchi, sperando che regga.

Per fortuna ieri sono tornato da Fuark per cambiare il casco! Infatti ne avevo preso uno da cross senza visiera, scomodissimo! E sono riuscito a trovare un fantastico modulare che, scopro oggi, ha anche la visierina scura ! Ieri non me ne ero accorto. 

L’uscita dalla capitale é rallentata da una lunga periferia, in cui passo a fianco di cattedrali nel deserto, palazzoni mai finiti, in zone completamente isolate.

Dopo molti km passo a fianco a un immenso impianto industriale, al cui ingresso giganteggia un cartello che annuncia l’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola.

Mi tornano in mente la parole di Jean Louis, che diceva che il Laos non produce nulla, a parte l’oppio.

Superato un ponte dopo una ventina di km da Vientiane, la strada si stringe drasticamente e finalmente l’orizzonte si apre su bei paesaggi di natura tropicale con abitazioni tipiche ai lati della strada.


Passo accanto a un fiume, dove c’è anche un bel tempio. L’acqua é molto alta, si vede che siamo ancora nella stagione delle piogge.


All’altezza del cosiddetto zoo del Laos, mi fermo da una signora a lato della strada che vende frutta, tra cui del cocco fresco. Ne chiedo uno, che bevo tutto d’un fiato.


Decido di andare allo zoo. Non mi ricordo dove, ho letto che é una bella struttura, dove gli animali hanno molto spazio e sono ben tenuti.


Ma il tempo di entrare e me ne pento: le voliere sono minuscole e chi più, chi meno, sta in un recinto minuscolo a soffrire.
L’orso nero é quello che mi stringe di più il cuore: ha il fiatone per quanto sta morendo di caldo (io per il caldo umido, continuo a buttare fuori acqua per quanto sudo anche stando fermo… immagino lui con quella pelliccia che si ritrova!).


Sono talmente sudato che, quando esco, faccio qualche km senza giacca e senza casco. Poi il casco me lo rimetto, la giacca no.

​Con un ponte nuovo e moderno passo il Mekong. Avrei preferito attraversarlo con una chiatta, come sicuramente si faceva prima che venisse costruito. Anche qui i cinesi, come in Africa, in America del Sud e altrove, stanno imponendo le loro opere.
Sono le 16, una moltitudine di bambini e ragazzi escono dalle scuole per tornare a casa. Sono tutti in divisa.


Prendo una strada che congiunge la numero 10, che sto facendo io, con la numero 13 che arriva a Vang Vieng, meta finale di oggi.


Mi ritrovo su una strada che tanto tempo fa era asfaltata, ma che oggi é un inferno di buche, tanto che le piste ai lati della strada sono decisamente migliori.


Poco dopo aver raggiunto la 13, finalmente la strada inizia a piegarsi in una serie di curve che salgono e scendono dalla serie di colline e basse montagne che muovono il paesaggio.
La strada richiede sempre attenzione, soprattutto per le moto, che occupano l’ultima “classe sociale” stradale. In cima alla gerarchia ci sono i grandi camion, poi i furgoni, poi le auto. Tutti questi hanno diritto di vita e di morte sulle classi inferiori e le moto sono quella più in basso di tutte.

A conferma di ciò, mentre guido e mi godo le curve, facendo comunque attenzione agli altri veicoli, inizio una curva molto stretta a sinistra in discesa completamente cieca, perché occupata da un grande TIR che arranca in salita. Andrò a 40, massimo 50 km orari.

Proprio a metà curva, che scopro metro dopo metro perché il TIR toglie qualsiasi visuale, mi ritrovo un grande fuoristrada completamente nella mia corsia.

Ho pochi istanti per reagire, gli sono praticamente già nel cofano in un frontale. L’adrenalina mi manda una scossa e una botta come un pugno alla bocca dello stomaco.

L’istinto agisce per me, perché la coscienza é sicuramente più lenta.

Mi attacco ai freni per rallentare e raddrizzarmi, in modo da non finire addosso alla macchina. Purtroppo però siamo in montagna e la strada finisce in uno strapiombo. 

In una frazione di secondo, riesco a infilarmi nella stretta striscia tra l’asfalto e il vuoto. Stretta striscia sterrata, ovviamente.

Per fortuna riesco a finire la curva sullo sterrato senza conseguenze, a parte una enorme paura. Non so di quanti cm lo evito ma sicuramente pochi.

Credo che questa sia la terza, forse la quarta volta, in tutti i miei viaggi, che ringrazio di essere in moto. In un’auto non avrei avuto scampo, il frontale era garantito.

L’ultima ora di viaggio la faccio col buio, arrivo a Vang Vieng di notte, troppe soste aggiunte alla partenza molto tardi da Vientiane. 

​​

Guidare di notte non é il massimo, tra abbaglianti fissi degli altri veicoli e ogni genere di essere, animale umano e inanimato che attraversa la strada.

Trovo una guesthouse e vado a cena, morto di fame. 

Nel tempo che mangio, si addensa un temporale che esplode con violenza e intensità tropicale. 

Mi godrei il potente spettacolo della natura se non fosse che mi ritrovo circondato da americani che ridono e parlano a voce alta, mentre tengono un telefono col vivavoce che sputa ad alto volume dell’orrenda musica rap.

Vado a dormire stanco morto, anche se comunque ancora non riesco ad addormentarmi prima dell’1, le 2, che in Europa corrispondono alle 8, le 9 di sera‎.

La moto con gli occhioni

Ho appuntamento alle 8.30 con Jean Louis che viene a prendermi per andare a ritirare la moto. Mi sveglio alle 7.45, morto di sonno perché ieri sono andato a dormire alle due passate.
Vicino alla reception ci sono due ragazze. Sono sedute davanti alla televisione ma non lo stanno guardando: sono concentrate sui loro cellulari.Quando le chiamo per dirle che voglio la colazione, alzano appena la testa e mi rivolgono uno sguardo vuoto, senza spiccare parola.

Dopo aver scelto la colazione tra due possibili opzioni, entrambe praticamente identiche, a base di prosciutto pomodoro e uova, una di loro me la porta. Poi, quando sta per andarsene, si accorge di aver dimenticato qualcosa. Si gira velocemente per prendere da un altro tavolo i tovaglioli o meglio, quello che dovrebbero essere tovaglioli, in realtà si tratta di un rotolo di carta igienica!! L’appoggia sul tavolo con tutta naturalezza e torna a farsi i fatti suoi, seduta sulla poltrona di prima.


Nella notte ha piovuto, me ne accorgo dai tavolini e dalle sedie fuori dall’albergo, che sono tutti bagnati.
Mi stupisco di vedere in giro per strada diverse bandiere con la falce martello. Non credevo fossero così espliciti; pensavo  fossero “più” nascosti.

Arriva puntuale e mi dice di prendere le borse laterali perché vuole trovare  una soluzione per poterle attaccare senza danneggiare la moto.

Come sospettavo andiamo da mister Fuark, che però non ho potuto contattare perché non ha un sito Internet.

Quando facciamo la prova per mettere le borse laterali, vediamo che quella di destra schiaccia un po’ troppo la fiancata contro la marmitta. Per questo motivo mettiamo del fil di ferro che ha portato lui.


Scelgo il casco poi in sella alla moto seguo Jean Louis, che mi riporta in albergo.

Decido di fare dei giri in dei posti che sono un poco fuori città, ne approfitto di avere la moto.

Prima di andare fuori città, però, vado a visitare un paio di templi che sono abbastanza vicino al centro. Il primo é molto interessante: ha una miriade di nicchie con migliaia e migliaia di Budda. 


Il secondo invece é anch’esso molto antico e lo hanno appena finito di restaurare. Il risultato purtroppo é abbastanza disneiano.

All’interno come al solito é vietato scattare fotografie e io come al solito le faccio ugualmente, mettendomi la macchina fotografica all’altezza della pancia. Stavolta, però c’è una guardia molto attenta. Dopo nemmeno cinque minuti che sto girando, mi raggiunge di corsa e mi chiede di vedere la macchina fotografica. La accende e, mentre mi ripete per l’ennesima volta che é vietato fare fotografie, mi cancella tutte le foto che ho scattato nel frattempo all’interno del tempio.

Proseguo fuori città,  verso un grande stupa buddista che é anche il simbolo della città.

Lungo la strada passo davanti all’arco di trionfo, un delirio architettonico franco-laotiano ideato dai francesi sulla forma sulla falsariga del loro arco di trionfo a Parigi, che riportato qui è soltanto ridicolo.


Arrivo al grande tempio buddista, ma purtroppo è in restauro, per cui tutta la cupola dello stupa è completamente nascosta delle impalcature di ferro.


Passeggio attorno al tempio, poi vado in un tempio a fianco che ospita una statua immensa di Buddha e ancora in un altro tempio completamente affrescato. 

Mentre torno alla moto, vengo avvicinato da un tipo con in mano una miriade di gabbie minuscole con dentro due/tre uccellini che cinguettano a tutto spiano e si agitano. In pratica funziona che tu paghi e lui li libera! Almeno finché non li cattura di nuovo.

Torno in città per visitare ‎il museo d’arte nazionale. L’esposizione non è particolarmente interessante, però c’è una parte stimolante, che riguarda il recente passato comunista, la colonizzazione francese e l’incredibile devastazione effettuata dagli americani durante la guerra del Vietnam. 


Faccio l’ultimo giro in altri due templi lungo la strada.

Nel tentativo di raggiungere il Mekong, arrivo in una parte di lungofiume magnifica. Ha uno splendido panorama sul fiume e sulla Thailandia e una lunga sequenza di tavoli e tavolini con i relativi banchetti dove cucinano un po’ di tutto.
Mi fermo in uno di questi per prendere una birra e dei frutti di mare . Nella birra c’è del ghiaccio che sommati ai frutti di mare penso siano le due cose le più sconsigliate di quando si viaggia. Staremo a vedere nelle prossime ore se davvero mi sentirò male oppure no.
Il tramonto é magnifico e ricco di colori che vengono riflessi dall’acqua, che é  solcata da piccole imbarcazioni dii pescatori che iniziano il loro turno di notte.


‎​

Nel frattempo nel tavolo a fianco si fermano  degli europei: due tedeschi e un americano. Quest’ultimo parla di moto, per cui si fa strada in me l’ipotesi che possa trattarsi di Jim, la persona con la quale ho parlato più giorni per metterci d’accordo per affittare la moto è che alla fine mi è sembrato che con una scusa si volatilizzasse.‎
Non è Jim, ma un amico che lo conosce molto bene: lavorano insieme. Il mondo è davvero piccolo!

Mi dicono che nel nord sicuramente troverò tempo migliore e di stare attento a non avvicinarmi troppo alla Thailandia, perché é in corso da diversi giorni un tifone con vaste inondazioni. Adesso si dovrebbe spostare verso nord ,verso il Giappone

Li saluto e torno in albergo: sono stanco morto, prima  verso le sei ho avuto dei momenti in cui non riuscivo a tenere gli occhi aperti!
Domani mattina lascerò Vientiane,  sono molto contento! Finalmente inizierò a visitare per davvero questo paese, ad addentrarmi nel suo territorio.

La lunga marcia

L’aereo tarda ad arrivare.

Alla fine vengo a sapere il motivo ufficiale del ritardo: é stato l’aereo in partenza ieri da Bangkok ad essersi rotto ed essere stato sostituito e siamo in attesa che questo arrivi. 

Quindi noi lamentiamo un ritardo di (almeno) tre ore, ma le persone che stanno arrivando da Bangkok, invece, ne stanno avendo uno di otto!

Tutto é relativo, per cui: relax.

Soprattutto perché la coincidenza per Vientiane é dopo 6 ore, me ne restano ancora 3 da passare nell’aeroporto di Bangkok.

Molti passeggeri nel frattempo si mettono in fila al desk per chiedere informazioni. Vanno in Vietnam e perderanno sicuramente la coincidenza. Però nessuno alza la voce o dà in escandescenze. Si informano, annuiscono e parlano tra loro.

Finalmente arriva l’aereo e dopo un’altra attesa per la pulizia, il carico della benzina e dei bagagli e per i controlli vari, ci fanno salire accogliendoci ciascuno con un inchino, un sorriso e le mani giunte. Bellissimo.


Ma continuiamo a non muoverci. 

Alla fine, le ore di ritardo diventano quattro.

Finalmente decolliamo sotto un cielo magnifico e una temperatura da autunno romano, meraviglioso.

Ovviamente non mi dispiace partire, ma mi dispiace perdere un week end così gradevole e così raro, a Bruxelles.

Per fortuna l’aereo non è molto pieno, ho un posto libero a fianco e riesco a mettermi a fianco del finestrino. Vengo graziato anche con i bambini: incredibilmente, non si sente nessun urlo di neonato.

Per il resto, solita vita da volo intercontinentale, con il tempo scandito dai pasti: aperitivo, cena e così via.

Il tipo seduto nella mia stessa fila, dopo il salvifico posto vuoto, puzza d’alcool in maniera imbarazzante. E quello che ordina durante il volo non fa che confermare quello che l’olfatto non può nascondere. Per aperitivo un gin tonic e svariati bis di vino rosso durante i pasti.

La cosa mi lascerebbe indifferente, se attorno a sé non spandesse un forte odore da ubriacone che avverto, pungente, anche mentre provo a dormire.
Come al solito, non chiudo occhio. Non so in che posizione mettermi, mi giro in continuazione.

Il mattino e, con lui, una hostess insistente nel passarmi una salvietta bollente, arrivano a togliermi d’impaccio. É ora di mangiare nuovamente, anche se per il mio corpo sono le 2 del mattino.

Poco prima di arrivare a Bangkok, il vicino che continua a puzzare d’alcool mi rivolge la parola :
“Dove stai andando?”
“Laos”
“Ah… io mi fermo in Thailandia invece, ho la fidanzata”, mi dice soddisfatto.
Mi ricorda una persona che ho conosciuto anni fa a Roma, un ultra sessantenne con una fidanzata ventenne in Thailandia. Lui di anni ne ha 53.
“Ma perché il Laos?”, mi chiede con un mezzo sorriso.
Niente, continua a perseguitarmi questa domanda.
“Così, mi incuriosisce …”
“E il Vietnam, la Thailandia, la Cambogia… ti sono piaciute? Dove sei andato?”
“Mai stato, é la mia prima volta nel sud-est asiatico”
“La prima volta nel sud-est asiatico … e vai in Laos?!” mi chiede guardandomi con un’espressione come se uno gli avesse detto che, dopo aver attraversato mezzo mondo per andare in Europa, come primo paese da visitare in esclusiva per tre settimane avesse scelto, non so… il Kosovo.
“Eh…”
“Ma poi vai in Thailandia o in Vietnam!”, mi chiede con un tono praticamente affermativo.
“No, solo Laos”
“Solo Laos?!”, mi guarda sempre più incredulo, “e per quanto tempo?”
“Tre settimane”
“Tre settimane?!”
Ormai sembra di parlare davanti a uno specchio… però mi vengono i dubbi, se non siano troppe tre settimane… ma alla fine ho i libri, mi trovo un posto tranquillo e ci passo anche una settimana a far nulla.
“Ma tu sei mai stato in Laos?”
“No, mai… Prima o poi ci andrò”
Chiudo la conversazione che ormai é diventata paradossale…
Arriviamo nell’immenso aeroporto di Bangkok , in un corridoio passo a fianco a un’incredibile struttura con decine di orchidee fiorite.

Camminando verso il mio terminal, lontano circa 700 metri (!) passo velocemente a fianco di un americano che sta aggredendo verbalmente una hostess:

“It’s YOUR problem, not mine!” Le dice ad alta voce, indice puntato contro la sua figura. Quanta arroganza qui, nel paese del sorriso. Effettivamente sorridono tutti.

Attendo il volo per Vientiane, carico di dubbi e stanchezza.
Arriva l’ora e saliamo su un bus che deve portarci all’aereo. Ho la conferma che l’aeroporto di Bangkok é immenso! E, incredibilmente, ci sono ingorghi tra i vari mezzi di servizio. Mi domando come sia il traffico fuori di qui!
Sull’aereo prendo il tagliando dell’immigrazione.
Come temevo, chiede dove pernotterò… Decido di mettere il nome di una guesthouse che ho letto qualche ora fa sulla guida, anche se loro nemmeno sanno della mia esistenza. Speriamo bene.
Cado addormentato in continui micro-sonni, quando una mano mi scuote vigorosamente il braccio: c’è un nuovo pasto!

Sono felice perché avevo fame. Il menù é molto più semplice e orientale, almeno nella portata principale.

Finalmente atterriamo nel piccolo aeroporto di Vientiane. 
Sono in fila assieme ad altre decine di persone quando accade qualcosa che mi fa sudare molto freddo.

Tutti i passaporti vengono ispezionati velocemente da un poliziotto per  ‎venire poi indirizzati al giusto sportello. Arriva un gruppo di tre uomini con passaporto inglese. Due vanno bene, il terzo no:
“Non ha pagine libere, non può fare il visto!”, esclama il poliziotto restituendo il passaporto al tipo.
“Come, cosa?!”
Glielo spiega nuovamente, intanto si avvicinano dei colleghi.
“Ma io non lo sapevo, non é possibile, mi scusi, ma non c’è un modo?”
Intanto viene interpellato anche uno dei poliziotti agli sportelli che emettono I visti. Vedo da lontano che scuote la testa.
Ormai attorno al tipo ci sono una decina di poliziotti, chi parla con lui, chi al telefono chiamando qualche responsabile, chi parla l’uno con l’altro.

É un continuo esclamare “you cannot!” finché non viene riaccompagnato fuori, verso il terminal per tornare da dove era venuto. Thailandia anche lui, in questo caso .
Tiro un enorme sospiro si sollievo per il rischio che ho corso… Mi rendo conto che quello che ho letto su internet é impraticabile, i poliziotti sono sempre due o tre e praticamente in mezzo alle persone. 
Alla fine faccio due ore di ritardo, per fortuna Jean Louis mi ha aspettato e mi aiuta anche a prendere una scheda GSM e a cambiare un po’ di soldi.
Mi accompagna in albergo in macchina, raccontandomi quanto si sta bene in Laos:

“Sì sta bene, siamo liberi di parlare, telefonare, guidare e tutto il resto, si sta benissimo! Solo la politica, non la possiamo fare”

Mangiamo un boccone in un ristorante belga (!!)  e mi spiega un po’ di itinerari sulla cartina.

Vive qui da 25 anni, é motociclista da una vita e fa la guida per gruppi di moto. Oltre ad affittare a singoli come me.
Faccio un giro in città. ‎ Ci sono alcuni templi interessanti, faccio il mio incontro con dei monaci buddisti in tonaca arancione.

Parlano, puliscono gli spazi comuni, meditano. 

Sul lungofiume si alternano senza soluzione di continuità una serie di banchi che, su una vasta parete alle loro spalle, hanno decine e decine di palloncini con cui fare il tiro a segno. É il divertimento della città, tutti provano e l’aria è continuamente rotta da queste esplosioni.
Sulle rive del Mekong (il Mekong ! Che nome magico! Quanti libri, quanti scrittori…) si assiepano contadini che vendono le loro poche verdure.

La mania per i selfie e gli stick per riprendersi, qui ha raggiunto un livello di mania inquietante. 

Il mercatino serale, invece, é un concentrato di robaccia cinese.
Mi godo la notte sulle rive del fiume, contemplando la sponda thailandese che viene illuminata in lontananza da grandi lampi rossastri che fiammeggiano bassi  sull’orizzonte!