Curva su curva

Mi sveglio dopo nemmeno quattro ore di sonno. Mi giro e rigiro, ma non c’è verso: non mi riaddormento.Rinuncio e mi alzo, vedi mai che riesco a partire a un’ora decente.

Ma l’illusione dura poco. Decido infatti di seguire il consiglio di Barbara, di andare a vedere la grotta più famosa della zona, Tham Jang che ieri non avevo visto perché avevo fatto troppo tardi e per via… della lunga camminata che avrei dovuto fare per raggiungerla!

Per cui anche oggi partirò tardi, pazienza: é destino.

Si arriva dopo aver attraversato un suggestivo ponte in legno e acciaio, rosso brillante. Il caldo é intenso già a metà mattinata.



Sotto la lunga e ripida scalinata che porta all’ingresso delle grotte, c’è quella che potrebbe chiamarsi a buon diritto Laguna Blu, molto più blu di quella di ieri!

Le grotte sono abbastanza grandi e carine, precariamente illuminate da una serie di lampadine, di cui molte fulminate.


Due forti abbassamenti di  tensioni mi fanno chiedere cosa succederebbe se andasse via la corrente. 
Quando esco vengo assalito dal caldo e dall’umidità. Più che sudare, grondo abbondante acqua da tutti i pori.

Mi rimetto in moto senza giacca e senza casco per alcuni km, per riacquistare una temperatura umana al posto dell’attuale, che é più da maialino al forno.

E a proposito di maiali, vengo superato da un camion carico di questi animali, che semina una scia fetida per km e km.

La destinazione di oggi é Luang Prabang, l’antica capitale oggi patrimonio mondiale dell’umanità Unesco.

Dovrebbero essere 180 km, una tappa da fare in tutta tranquillità. 

Il traffico é molto scarso e i guidatori generalmente prudenti e lenti, per questo non mi aspettavo quanto accaduto l’altro giorno.

Vedo ancora un certo numero di abitazioni tradizionali in legno e bambù intrecciato, ma, come anticipato dallo splendido libro che stavo leggendo prima di partire, stanno scomparendo molto velocemente, sostituite dal cemento.


Sorprendentemente, vedo pochissime parabole, che contrasta con le foreste di parabole che vedevo anche in posti poverissimi, sul tetto di baracche o casupole di fango.
La strada, dopo un breve tratto pianeggiante, diventa stretta e tortuosa, come le nostre strade di montagna più impegnative. In più, é costellata di buche e parti sfondate. Ricorda, per dimensioni e condizioni, le piccole strade provinciali più isolate e semi abbandonate di Molise, Basilicata o Sicilia.


In compenso i paesaggi sono magnifici, di una bellezza primordiale, da alba del mondo, dove tutto é solo un unico trionfo della natura. Cime aguzze si ergono alle spalle di lunghe cortine di montagne, il tutto coperto da una vegetazione lussureggiante, tropicale.

Viaggio già da alcune ore, quando un cartello mi getta nello sconforto: mancano ancora 174 km!!! Evidentemente ho fatto male i conti… che a ben pensarci non ho mai fatto, avendo solo buttato un occhio sulla cartina per vedere che strada avrei dovuto fare. 
Taglio sciami di studenti in uscita dalla scuola. Tutti in bicicletta, tutti con un ombrello in mano per ripararsi dal sole. 


Deve essere già l’una. Non controllo l’orario, vado e basta, senza fermarmi.
Faccio il pieno di benzina per riposarmi qualche minuto. Non ho idea di quanti km faccio o a che velocità perché l’Occhialuta non ha la minima traccia di tachimetro o contakm, vado alla cieca.

“Quanto manca per Luang Prabang?”, chiedo al ragazzo che sta versando la benzina con grande attenzione.

“120”, sentenzia sicuro. 

“Uff… Quindi ancora 4 ore di strada”, gli dico affranto, facendo due rapidi calcoli sulla velocità a cui penso di andare per via di continue buche, curve e sporadici TIR. 

“Forse 3, dipende da quanto vai veloce”

“Sì, ma se piove?”, chiedo buttando un occhio verso il nero intenso poco più in là, da cui provengono forti tuoni che riecheggiano ple montagne.

“Eh no, in quel caso diventa difficile per la strada”.

Come immaginavo.

La strada diventa sempre peggio tra curve strette, labirinti di buche e frane. Dopo pochi minuti dalla sosta benzina, inizia a cadere qualche goccia di pioggia che, man mano che proseguo, diventa più fitta.

Mi trovo completamente allo scoperto, se mi cambio qui, mi infradicio in un minuto.

Torno indietro di qualche curva provando a cercare un riparo per mettermi la cerata e proteggere le cose che tengo nella borsa da serbatoio.

Arrivo ad alcune abitazioni, miste tra tradizionale con le pareti in legno e moderno, con tetto in lamiera e parti della mura in mattoni di cemento.

Sentendo i rumori, si faccia una giovane donna con neonato in braccio. Le sorrido indicando la pioggia che sta iniziando a cadere. Mi sorride e rientra in casa.

La pioggia aumenta, tiro fuori la cerata e vado a mettermi sotto la casa a fianco, ancora in costruzione. Ci sono i piloni e il tetto e due pareti. Il resto é un cantiere.

Esce anche la ragazza col neonato in braccio e un bambino che avrà un paio d’anni, attaccato al suo vestito che mi guarda di nascosto.


Decido di fermarmi, la pioggia cade abbondante e non ho nessuna voglia di guidare su questo asfalto sotto la pioggia battente. Sposto anche la moto sotto la tettoia della casa in costruzione. 
Dopo qualche minuto, visto che l’acqua cade con la stessa intensità senza dare cenni di voler smettere, decido di sedermi.

Essendo un cantiere, tutto é coperto di terra, che sposto col piede prima di sedermi.

Il tempo di accomodarmi che vedo il bimbo di due anni arrivare in silenzio e porgermi timidamente uno sgabellino di legno, di quelli che adoperano loro in casa per sedersi. Appena me lo dà, scappa dalla mamma che gli dice bravo. Lei non gli ha detto nulla, l’avrei sentito. É stato un suo gesto spontaneo che, nella sua semplicità e naturalezza, mi commuove.


Continuo a scambiare grandi sorrisi, sguardi e gesti con la ragazza e i suoi due figli, tutti molto interessati e divertiti da questo alieno barbuto arrivato chissà da dove.
Purtroppo comunicare é impossibile. 

Dopo una ventina di minuti smette di piovere, mi rimetto in moto.

Sull’asfalto bagnato di pessima qualità e condizioni con le gomme tassellate che ha la moto, ho la sensazione che scappi via sa tutte le parti, comunque mi abituo presto e riprendo ad andare, pur più lentamente. 


I km passano ad una velocità esasperantemente lenta attraverso le montagne interrotte di tanto in tanto da piccoli villaggi di abitazioni molto semplici.
L’arrivare col buio, molto probabile ma ancora in dubbio, diventa certezza quando arrivo a una frana che blocca completamente la strada. Due ruspe stanno lavorando alacremente per liberare la strada dalla terra e dai massi caduti dalla montagna. 

Tutti aspettano placidamente: motorini avanti a tutti, poi auto e un paio di pullman e camion. Tutti fuori a vedere i lavori.


Quello che più mi stupisce e preoccupa allo stesso tempo é che questa é la dorsale principale del paese, quella più grande e in migliori condizioni. Chissà le altre ! 
Alla fine il blocco dura pochi minuti, una quindicina.

Mi rimetto in marcia.

La giornata volge al termine. In tutti i villaggi che attraverso vedo le persone lavarsi in strada, prendendo l’acqua da grandi bidoni di metallo come quelli che si vedono nei film americani nelle periferie delle città o vasche in cemento, come quelle dove si abbeverano gli animali. Oppure da semplici tubi volanti di plastica che buttano un sottile getto d’acqua.


Gelida, a vedere le espressioni di sofferenza e risate frenetiche delle persone che si lavano sotto, strofinandosi energicamente col sapone.
É un rito collettivo di ogni villaggio: praticamente fuori da ogni casa, qualcuno si sta lavando.

Mi accorgo di non aver mangiato nulla e anche di aver bevuto pochissimo sa quando sono partito stamattina da Vang Vieng. 

Il sole é già molto basso e l’asfalto é quasi asciutto. Inizio a spingere di più tra le curve. Ormai ho imparato come reagisce la moto con le gomme tassellate, i freni e le sospensioni. 


Mi dispiace solo che così riduco il margine di sicurezza, ma non ho voglia di trovarmi tra queste montagne con questa strada al buio. Lì il margine di sicurezza sarebbe ancora minore.  
Per cui, infilo le curve una dietro l’altra e mi diverto.

Finalmente arrivo col culo completamente indolenzito. La sella della moto é durissima, sembra una panchina ! Devo assolutamente trovare un cuscino da metterci sopra.

Mi fermo per sgranchirmi e mandare qualche messaggio per tranquillizzare le persone più vicine. Ne approfitto per guardare la cartina della città e capire com’è fatta, dove si trovano le guesthouse.

Percorro la parte del centro storico stretta tra le acque, un fiume che probabilmente é un braccio del Mekong e il Mekong dall’altra parte. Domani capirò meglio, mi sembra splendida. 

Mi fermo per chiedere in un albergo stupendo, proprio di fronte al Mekong. 

“Sì, abbiamo diverse stanze, da 150, 180 o 220 a notte, dipende da dove la vuole”, mi spiega con un sorriso il ragazzo alla reception. 

Mi accorgo da come mi guardano, che sono coperto di fango. Non ci avevo fatto caso.

“Dollari americani”, aggiunge dopo aver visto la mia espressione interrogativa.

“Mh, un po’ fuori budget per me… sa indicarmi una guesthouse ? ”

“Sì, proprio qui a fianco”

Proseguo sul lungo fiume, a sinistra eleganti alberghi di design, a destra il grande nastro scuro nella notte del Mekong. 

Il suo nome mitico continua a colpirmi, l’ho ascoltato e letto troppe volte per non essere ancora incredulo di essere qui, sulle sue rive.

Faccio qualche centinaia di metri e passo davanti a una elegante guesthouse in legno e mattoni lucidati, bellissima.  

Decido di chiedere, si definisce comunque una guesthouse, quindi il prezzo non può essere troppo alto.

“Normalmente sarebbe 40 dollari a notte… ma se si ferma 3 notti, posso fare 35”

Ci penso un attimo. Sono a pezzi dalla giornata, splendida di paesaggi e umanità vista e incontrata, ma fisicamente a pezzi. Sono di fronte al Mekong in una splendida guesthouse. 

Contratto ma non voglio esagerare, per cui rilancio di poco.

“100 dollari per 3 notti?”

La signora accetta subito. Forse avrei potuto tirare di più, 90 dollari per esempio, ma non me la sono sentita, né avevo la forza per farlo.

Mi butto sotto la doccia, sono coperto di polvere e fango. In pochi minuti capisco perché sopra al letto é annodata una grande zanzariera: ho già tre o quattro pizzichi, di zanzare completamente invisibili.

Esco per cena, felice di guidare sul lungofiume senza casco, in pantaloni e camicia leggeri e aperti, con i sandali. Favoloso farsi accarezzare dall’aria tiepida.

Trovo un ristorante in riva al fiume e finalmente mangio, dopo quasi 12 ore di digiuno. 

Sono troppo curioso di vedere e visitare la città domani con la luce del giorno!

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