Si arriva, Insciallah!

Alle 6:30 ci sono già le televisioni accese, bambini che piangono, telefoni che squillano e tutti gli altri rumori che puoi aspettarti (e non) in una sala con decine di persone ammassate le une alle altre.

Vado subito ad informarmi alla reception sull’ora di arrivo. Era previsto alle 6 ed essendo partiti con 3 ore di ritardo, mi aspetto un orario intorno alle 9.

“Dovremmo arrivare intorno alle 12:30”, mi gela la signora dietro al vetro.

“Alle 12:30?!?”

“Sì e siamo stati anche fortunati! Inizialmente pensavamo che saremmo arrivati intorno alle 16, poi siamo stati fortunati con il mare, abbiamo navigato sempre sotto costa”.

Ringrazio sentitamente e torno a sedermi.

Altre 7 ore su questa nave!

Ne approfitto per scrivere le ultime due giornate di viaggio sul blog e selezionare le foto. Un ritorno incredibilmente lungo, non riesco a capacitarmene, le altre due volte non era stato così.

Sono narcotizzato dalla stanchezza e da mille pensieri che mi portano lontano, in mille direzioni ma tutte senza destinazione.

Il Tempo fa il suo dovere e anche lo Spazio si piega al suo volere: incredibilmente, finalmente arriviamo nel porto di Civitavecchia! Attracchiamo a fianco di una nave militare brasiliana.

Carico la moto, saluto i ragazzi promettendoci qualche uscita in fuoristrada nei prossimi mesi e mi getto sull’Aurelia. Mi riempio gli occhi di sole che si riflette abbagliante sul mare, l’aria è tiepida, quasi primaverile.

A casa mi aspettano i miei genitori carichi di lasagne e affetto: casa dolce casa!

Beslama Tunisia, Insciallah!

Il ritorno infinito

La notte è dura, come il pavimento su cui provo a dormire.

Decine di persone buttate ovunque, la nave è completamente piena. Gente che tossisce, altri che parlano, bambini che piangono. Il riposo è un’utopia, il pensiero fisso è il ritorno a casa.
Passa una persona dell’equipaggio a svegliare le persone che si sono sdraiate su più poltrone. Chi non è riuscito o non può sdraiarsi a terra, sta schiacciato gomito a gomito, come in pullman.

Intorno alle 9:30 arriviamo nel porto di Palermo, piove. Per curiosità chiedo a che ora è prevista la partenza per Civitavecchia.

“Le 20!”, la risposta che mi gela.

“Come le 20?!”

“Sì, le autorità di Civitavecchia non ci fanno attraccare di notte, quindi dobbiamo viaggiare la notte per arrivare lì al mattino”

Assurdo … Invece di partire prima, si preferisce far durare il viaggio 32 ore! A meno di ulteriori ritardi.

Con Andrea, Riccardo, Alessandro e Alex decidiamo di scendere a fare una passeggiata per Palermo. Splendida città che cattura sia chi c’era già stato che chi non ci aveva ancora mai messo piede.

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Compriamo una cassatina per festeggiare il compleanno di Alex, nato il 6 gennaio, ci spariamo un’arancina a testa, un cannolo e un bicchiere di passito.

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Passiamo da un locale all’altro, passeggiando e poi fermandoci ai tavolini per mangiare e chiacchierare.

Passa il pomeriggio e torniamo sulla nave.

Le notizie che arrivano non sono buone.

“Il mare è troppo grosso, non partiamo più alle 20, ma alle 23!”

I passeggeri protestano, soprattutto alcune mamme:

“Non scherziamo, se il mare è troppo grosso non partiamo, è troppo pericoloso! A bordo è pieno di bambini!”

“Il mare adesso è forza 9, ci sono onde alte 12 metri, aspettiamo le 23 e vediamo com’è la situazione”

Le ore passano, giochiamo a Risiko e chiacchieriamo di moto e di viaggi.

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Sono le 23, torniamo alla reception.

“Il mare è forza 7, dovrebbero farci partire.”

Nuove proteste, chi perché non vuole partire e ha paura, chi perché stiamo impiegando un tempo incredibilmente lungo per una tratta breve come Tunisi  Civitavecchia.

I motori iniziano a rollare, partiamo!

Scendiamo velocemente nel garage a controllare le moto. Prendo anche il Travelgum, non si sa mai!

Non siamo ancora usciti dal porto che iniziamo a ballare. In breve siamo in mare aperto, chi cammina per i corridoi della nave ha difficoltà a stare in piedi. All’orizzonte si vedono molti lampi, la nave si alza sulle onde poi precipita dietro la cresta, andando a sbattere con fragore sull’onda successiva.
Le vibrazioni si diffondono dallo scafo a tutta la nave.

Finiamo la partita a Risiko e adesso che il mare è così forte, inizio ad accusare il colpo. Saluto tutti rapidamente e torno al mio scomodissimo sacco a pelo, ma almeno sono sdraiato, mi sento subito meglio.

Mi addormento e, come mi capita sempre in queste situazioni, fondo le forti sensazioni esterne di onde e mare in tempesta, con i sogni di naufragi e navi che affondano.

Ultimo giorno a Tunisi

La giornata si dovrebbe dividere tra il museo del Bardo e la medina di Tunisi.

“Quanto ci vuole per arrivare al Bardo?”, chiedo al ragazzo della reception.

“Poco, cinque fermate di metro!”, risponde velocemente, senza smettere di scrivere al computer.

“In moto quanto ci vuole?”

Alza la testa dallo schermo ed esclama “lascia perdere, molto di più!”

Mi convince immediatamente, l’idea di immergermi di nuovo nel caos di persone, carretti, auto e motorini bloccati nella puzza e nel rumore mi scoraggia.

Sono indeciso da cosa iniziare, ma il fatto che mi incammino verso la stazione della metro suggerisce quale sia la decisione inconscia.

Passa quasi subito, il treno è abbastanza vecchio ma ben tenuto. A bordo ragazze, coppie, mamme con bambini, anziani. Sono l’unico straniero.

Uscendo dal centro iniziamo ad attraversare i quartieri più periferici, più sporchi e con le solite macerie sparse nei pezzi di prato, sotto palazzi abbandonati.

Le fermate non hanno il nome, impossibile orientarsi, però sono contento, mi dà l’occasione di rivolgermi alle persone del posto. L’atteggiamento nelle risposte l’avevo già notato nei giorni scorsi. Alcuni rispondono quasi infastiditi, in arabo. Immagino qualcosa del tipo “Non parlo francese, cosa vuoi??”

Altri mi liquidano subito con un “non lo so, non sono di qui”, in francese o in arabo, a seconda.

E poi ci sono gli altri, la maggioranza per fortuna, che si prodiga in indicazioni e spiegazioni.

Il Bardo si trova in una zona ampia, luminosa, con palazzi eleganti e discretamente tenuti.

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Il museo è ospitato nella ex residenza di un governatore locale, immensa, sterminata! Non riesco a capire quanto sia originale e quanto sia stata adattata per ospitare gli immensi mosaici che ospita.
Il museo è letteralmente tappezzato di mosaici, su pavimenti e pareti. Alcuni sono incredibilmente enormi, il che li rende ancora più incredibili per il lavoro che hanno richiesto e per la bravura degli artisti che li realizzarono.

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Cammino nelle sale senza seguire nessun filo logico, solo le sensazioni e l’ispirazione, è un piacere perdersi tra queste meraviglie antiche immerse in suggestioni orientali di archi e finestre.

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Riprendo il tram e torno verso il centro, mi immergo nella medina.

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E’ un bailamme di sensazioni, odori, suoni e luci.

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Quella di Tunisi è una delle medine che preferisco insieme a quelle siriane di Aleppo e Damasco: tenuta meravigliosamente bene, uno sfavillio di botteghe di artigiani, di giochi di luce tra antiche architetture.

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Riesco a trovare tutte le idee che avevo per i regali, mi alleggerisco anche di questo (piacevole) pensiero e continuo a passeggiare e lasciarmi suggestionare fino al tramonto.

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Torno in albergo a riposarmi e riprendere contatto con il gruppo di spagnole, siamo rimasti d’accordo che avremmo cenato insieme prima del mio traghetto, alle 23.
Le raggiungo a Sidi Bou Said, un’altra zona che ancora mi manca. Sarà per la prossima volta! Percorro una strada tortuosa lungo la costa, nera. Peccato non vederla, dicono sia bella.
Il ristorante è elegante, ceniamo a base di pesce, saluto tutti intorno alle 21.

La Goulette è vicina, ci arrivo per strade secondarie poco trafficate. Meglio, almeno incrocio pochi veicoli che acceco con gli abbaglianti, visto che la luce più bassa si è fulminata alcuni giorni fa.

Entro in un benzinaio per fare il pieno; ho appena spento il motore che sento:

“Scusi, è lontano il porto??”, mi giro, è Francesca! Tutto il gruppo dei ragazzi romani che ho conosciuto all’andata è fermo a mangiare un kebab proprio a fianco del benzinaio, incredibile!

La fila per il traghetto è incredibilmente lunga e caotica. Mentre sono in fila, mi avvicina un ragazzo:

“Ciao, ma tu sei di Roma?”

“Sì …”

“Ti chiami Nelik??”

“Sì!”

“Sono Dario, un amico di Emiliano! Sono in moto anch’io, anche se sto seguendo un gruppo che viaggia in fuoristrada”

Chiacchieriamo un po’, poi iniziamo ad entrare. Senza pensarci, mi accodo a Dario ed altri motociclisti poi, nelle decine di minuti passate ad aspettare i controlli, sento che molti iniziano ad imprecare la Grimaldi.

“Scusate, ma voi siete tutti con la Grimaldi?”, chiedo a un capannello di motociclisti in fila.

“Sì!”

“Quindi andate a Salerno?”

“Sì esatto …”

“A che ora parte la vostra nave?”

“A mezzanotte”

Guardo l’orologio, sono le 23:20 e la mia nave dovrebbe partire alle 23. Nel frattempo arriva il mio turno al gabbiotto di controllo del passaporto.

“Mi scusi, ma la fila delle Grandi Navi Veloci dov’è??”, chiedo al doganiere.

Mi guarda stupito, incredulo: “Di là!” e indica un punto lontano alla mia sinistra. Mi restituisce i documenti, li afferro al volo, accendo la moto e scappo verso il punto indicato dal poliziotto.

La nave sarebbe dovuta partire mezz’ora fa, ma per fortuna trovo ancora tutti a terra. Entriamo nella nave e chiedo subito se c’è una cabina disponibile.

“No, mi spiace, tutto pieno!”

“E domani, che ci fermiamo a Palermo?”

“Nemmeno, dalle prenotazioni si vede che sale più gente di quella che scende!”

Corro a sistemare il sacco a pelo in un posto diametralmente opposto a quello dell’andata: lontano dal televisore e dalla porta verso il ponte.

Chiacchiero coi ragazzi romani, poi mi butto sul sacco a pelo. Mi attende un’altra notte sul pavimento e la cosa peggiore è che già che so che domani sarà lo stesso!

Dal Colosseo africano fino a Tunisi

Già che ieri, più per necessità che per convinzione, sono finito al El Jem, non posso lasciarmi sfuggire l’occasione di visitare il famoso anfiteatro. Tanto più che proprio all’inizio della vacanza, una settimana fa, una famiglia tunisina incontrata passeggiando tra le rovine di Dougga, mi aveva assolutamente consigliato di andarlo a vedere:

“Anche se sei di Roma … il vostro è più grande, ma il nostro è meglio conservato!”

Detto fatto, arrivo sotto a quello che in tutto e per tutto, sembra un piccolo Colosseo. Effettivamente è conservato molto bene e, soprattutto, è un errore pensare che sia inutile visitarlo, perché al di là del monumento in sè (che è spettacolare) va anche contestualizzato. Un Colosseo nel nord Africa! Magnificamente conservato per giunta!

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Mi aggiro tra le grandi scalinate e le arcate, lasciandomi affascinare dal contrasto tra la romanità dell’anfiteatro e l’architettura araba e orientale che mi circonda: le moschee con i loro minareti, la case con il patio, le arcate e le decorazioni tipicamente orientali.

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(giorno di preghiera)

Torno alla moto e vengo subito avvicinato da un ragazzo che cerca di portarmi nel negozio di fronte. Mi fermo a sfogliare delle cartoline che ritraggono dei mosaici.

“Questi dove sono, al Museo del Bardo, a Tunisi?”, chiedo indicandoglieli.

“No, sono al museo qui vicino!”

Decido così di allungare la sosta. Il museo di El Jem è ospitato in un’antica abitazione romana ed ospita decine di mosaici spettacolari, incredibili per bellezza, colori, realismo delle rappresentazioni. Mi perdo a immaginare la vita di quei tempi, le ville che ospitavano i mosaici, chi le abitava, le loro abitudini.

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S’è fatto sufficientemente tardi, parto verso Tunisi, tutta autostrada per fare prima!

Guido perdendomi in mille pensieri, il passato, il presente, persone e viaggi, fatti e immagini. I km volano con la Duchessa, fin troppo. Se avessi avuto la Pollita, l’avrei fatto con lei questo giro!

Il paesaggio è abbastanza monotono: ulivi, ulivi e ancora ulivi. Solo verso Tunisi la linea dell’orizzonte si spezza in colline e montagne verdeggianti.

Arrivo a Tunisi e l’autostrada è comodissima perchè porta fino in centro. Albergo, doccia e via verso il Bardo, ma faccio in tempo a perdere mezz’ora per percorrere forse un paio di km che subito cambio idea. Oggi souk, domani Bardo!

Mi sono appena avviato a piedi per Avenue Bourghiba che vengo agganciato da un uomo sui 40 anni:

“Ehi, ciao!”, mi dice e iniziamo a parlare del suo lavoro in Italia, vicino Lecco, della Tunisia e di Tunisi.

“Devi prendere i profumi”, mi dice ad un certo punto, “Eau de Carthage, devi provarlo!”

Abbassa la voce e si avvicina con fare complice: “La tua donna ne mette una goccia su ciascun capezzolo, tu una goccia sul pene e poi … fate bunga bunga tutta la notte! Vedrai, ti dirà, ma cos’hai in mezzo alle gambe, un animaaaaalee!”, esclama alzando la voce e scoppiando a ridere, mentre col braccio mima un grosso serpente imbizzarrito.

Ci salutiamo, proseguo verso il souk, caleidoscopio di colori, voci, profumi e scintillii. Il sole tramonta e i negozi chiudono, torno in albergo a riposare un po’.

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Per cena cerco un ristorante su internet. Ne riporta uno dentro la medina, verso la Moschea Zetouna. Esco, arrivo fino all’inizio della medina e mi immergo nel vicolo principale.

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Vederla deserta, sporca e buia fa un effetto completamente diverso.
Lo percorro tutto, fino alla moschea. Nessuna traccia di ristorante. Torno sui miei passi e vado in un ristorante a due passi dall’albergo, dove c’è pure un musicista tradizionale. Meglio di così!

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Domani è l’ultimo giorno, ma cerco di non pensarci. Piuttosto, spero di trovare una cabina, davvero non ho voglia di dormire due notti per terra!!

A nord, fuori dal deserto e dalle montagne

Per fortuna il cielo, sereno e brillante, compensa il freddo pungente che continua a stringermi. Un termometro segna 6 gradi, sono le 9 del mattino.

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“Ma è normale un freddo così in questo periodo?”, chiedo al portiere dell’albergo.

Dopo aver tirato su con il naso, risponde con un secco “NO!!”

Lo saluto e parto verso Ksar Ouled Soltane e Ezzhara. Li ho visti entrambi sia nel 2006 che nel 2011, ma mi piacciono troppo, sia gli ksour  in sé che il paesaggio intorno, quindi non ho dubbi e parto.

Prima, però, un ultimo compito a Tataouine. La Patisserie du Sud per le corne du gazzelle! Scambio qualche battuta con il capo:

“Quello là”, mi dice indicando una vecchia foto appesa alla parete, “è mio padre … è lui che ha inventato questo dolce!” Sorride orgoglioso.

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“Mi piacciono molto”, rispondo, “tanto che ogni volta che vengo in Tunisia, passo per Tataouine per le ceramiche e per le corne du gazzelle!”

“Quante volte sei venuto in Tunisia?”

“Tre … la prima volta nel 2006! Ero con un’altra moto e ricordo che feci fare un giro al commesso, che si  mise a correre su e giù per la strada principale!”

“Sì! Mi ricordo!! Però avevi un’altra moto, giusto?”

“Esatto, una Honda da strada!”

“Quel ragazzo adesso lavora in un ristorante di un italiano vicino Chenini.”

Lo saluto e parto per Ksar Ouled Soltane.

Colori: la tavolozza dei mercati all’aperto, l’arancione delle carote, il viola delle cipolle, il beige delle patate, il bianco dei finocchi, il verde delle insalate, l’arcobaleno delle spezie.

La moto è pesante, avrò più di 30 kg nei bauli, pieni di ceramiche, vestiti, ricambi della moto e altre cose!

Arrivo allo ksar, spero di incontrare il ragazzo che dipinge gli acquerelli che ho conosciuto nel primo viaggio e incontrato nuovamente due anni fa.
Purtroppo, però, non c’è. Al suo posto, un altro ragazzo, con l’inquietante barba lunga dei fedeli musulmani, che dipinge abbastanza peggio. Scelgo comunque tre acquarelli, i meno peggio.

Faccio una passeggiata all’interno dello ksar, sempre emozionante.

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Riparto, direzione Ksar Hezzara. Appena fuori da Ouled Soltane il paesaggio si apre fino all’orizzonte, racchiuso appena da alcune basse montagne.

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Mi guardo intorno con la bramosia di un assetato, voglio fare il pieno di emozioni, riempirmi gli occhi di immagini e il cuore di sensazioni! Vorrei accumularle come fanno la terra e ancor più l’acqua con il calore del sole, che trattengono al loro interno per rilasciarlo lentamente durante la notte. Per resistere e sopportare meglio il buio. Una buona tecnica di sopravvivenza.

Odori: quello dolciastro, leggermente acidulo dell’orina di dromedario. Nauseante, dopo che impari a conoscerlo e riconoscerlo. Però così esotico, perché richiama alla mente anche miraggi di carovane nel deserto e corse verso gli specchi d’acqua delle oasi.

Arrivo a Ksar Ezzhara, per certi versi più interessante di Ouled Soltane perché ancora parzialmente vivo. Se questo da un lato è un vantaggio, dall’altro lo scotto da pagare è la sporcizia e una certa incuria tipica delle cose vissute.

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Suoni, la Natura: il canto dei passeri che si chiamano l’un l’altro dalle cime delle gorfa, le camere dei granai. I cinguetti rimbalzano, riecheggiano e si amplificano tra le pareti di argilla, nel silenzio più assoluto. Il cielo profondamente azzurro, le morbide geometrie delle scale e delle gorfa, il silenzio rotto solo dagli uccellini. La pace scende nel cuore come balsamo.

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Purtroppo devo muovermi, devo fare ancora molti chilometri. Vado a riprendere la moto, parcheggiata nello spiazzo adiacente allo ksar.

Suoni, l’Uomo: la litania nasale, appena melodica del muezzin. Si spande potente dal minareto più vicino e si sovrappone a quelle dei minareti più lontani, come onde nel mare del cielo. Allah akbar!

Chiudo l’anello di questi due ksour tornando a Tataouine e prendendo la statale per Medenine. La strada è ancora abbastanza interessante, ma la parte più bella arriva quando inizio ad arrampicarmi sulle montagne dove si annida Matmata.

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Sembra che le montagne facciano a gara per assumere le conformazioni più strane: a piramide, con la punta piatta, a strati, a pianta quadrata, a pinnacoli a imitare la Cappadocia e mille altre forme sempre diverse, affascinanti.

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Man mano che salgo aumenta anche il vento che spazza e strapazza, raffredda e congela.

Da Matmata la strada si distende e scende a valle in un battibaleno e altrettanto rapidamente diventa noiosa. Piatta in mezzo ad un paesaggio anonimo. L’unico motivo di interesse sono le distese sterminate di ulivi. A parte questo nulla, fin quando, risalendo verso Sfax, non mi accorgo di correre a pochi metri dal mare. Che qui, come in altri paesi che per motivi religiosi o economici non “vivono” il mare, è triste e mal tenuto, sporco, offeso da industrie ed edifici a pochi metri dalla riva.

Inizia a far buio e sono seccato perché da alcuni giorni ho gli anabbaglianti rotti. Per cui o viaggio al buio oppure punto gli abbaglianti addosso alla gente.

Arrivo ad El Jem, non male perché domani avrò solo 200 km per arrivare a Tunisi. Domani mattina ne approfitterò per visitare il famoso anfiteatro romano così simile, a quanto dicono, al Colosseo.

Entro in città e chiedo subito per un albergo.

“Non ce ne sono …”, mi risponde un signore. Accanto l’amico, che conferma con un gesto della testa la sua risposta.

“Ma come, nemmeno in centro?”, insisto io, con un moto di stanchezza e incredulità.

“Una volta c’erano, ma poi le cose sono cambiate”, ribatte con un fare vagamente misterioso.

“E l’albergo più vicino dov’è?”

“Verso Sousse, si chiama Colosseum. E’ a 4 km da qui, di fronte a una grande concessionaria Volkswagen”

“Ok, grazie!” e riparto abbagliando tutto e tutti visto che ormai s’è fatto buio pesto.

Seguo per Sousse, scruto e cerco Volkswagen e Colosseum, ma nessuna traccia né dell’uno, né dell’altro.

Dopo 7/8 km mi fermo in uno slargo della strada. Nemmeno il navigatore conosce Colosseum. Decido di chiedere a delle persone dall’altro lato della strada.

“Scusate, cerco un albergo che si chiama Colosseum”

“Non lo conosco”, fa uno, “ma se cerchi un albergo, là ce n’é uno” e indica due lampioni pochi metri prima di dove m’ero appena fermato.

Attraverso nuovamente la strada e vado ai due lampioni. Segnano l’inizio di un viottolo che porta ad una grande cancellata. Nessuna scritta, cartello o pubblicità che segnali che lì si trova un albergo.

L’insegna sopra il tetto recita: Hotel Club Ksar. La parola Club e l’ingresso anonimo mi fanno pensare a uno di quei “puttanai” così frequenti in Colombia però, entrando e chiedendo informazioni, tutto sembra tranne che un postribolo.
Hanno la camera riscaldata con wifi, cosa chiedere di più?

Faccio una doccia rovente, poi vado a cena nel ristorante dell’albergo. Sono l’unico cliente. Dopo aver spazzolato pesce, patate fritte e verdure, chiedo al cameriere:

“Avete qualche dessert per caso?”

“Dessert? Sì, glielo porto subito”, mi risponde il tipo, che poi è lo stesso della reception. Mi spiazza, perché mi aspettavo elencasse delle alternative. Invece sparisce in cucina e torna un attimo dopo con un piattino nero. Sopra, solitaria, una banana.

“Ecco il dessert!” e sparisce di nuovo.

Ormai non resta che andare a letto e preparsi per l’ultima tappa, Tunisi!

Chi va sulle piste a Capodanno …

… va sulle piste tutto l’anno!

La notte in realtà non è mai stata tale, sento un cane che abbaia in continuazione, degli asini che ogni tanto ragliano, delle persone che urlano ancora nell’umore della festa.

Vado a dare un ultimo saluto alle dune.

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Riprendo la pipeline e, a Bir Soltane, la pista per Beni Keddache. E’ molto facile e anche abbastanza corta, forse 30 km, visto che continuano ad asfaltare.

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Mi perdo a girare tra le splendide montagne del Dahar, tra panorami che tolgono il fiato per quanto sono ampi e affascinanti e strade strette e piene di curve.

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I km si susseguono senza che me ne renda conto, un po’ la meditazione che mi coglie sempre quando guido in questi posti così ampi, senza traffico e rilassanti. Un po’ la stanchezza di ieri che inizia a pesare.

Poco dopo Guermessa imbocco una pista piuttosto sassosa che porta verso Chenini.

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Salgo ancora una volta a visitare la Moschea dei Sette Dormienti. Buffa con la sua forma tondeggiante e storta, sembra un fumetto!

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Supero Chenini senza fermarmi, l’ho già visitato due volte e non ho la forza di affrontare un’altra frotta di guide fai-da-te.

Proseguo sulla affascinante strada che collega Chenini a Douiret: stretta, spesso sul fondo di una gola appena accennata, tra palme e piccoli campi coltivati, salvo poi aprirsi di nuovo in ampi altipiani con alcune montagne dalla punta piatta, come si vedono nei film del Far West.

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Arrivo infine a Tataouine. Dopo aver spazzolato quattro corne du gazzelle alla Patisserie du Sud, vado a comprare un po’ di ceramiche. Da quando sono partito che ci penso. Questo è l’anno della tajine! E’ una vita che rimando l’acquisto perchè non ho mai spazio, ma questo è l’anno giusto.
Spero solo che arrivi sana a casa!

A Ksar Ghilane, para ver las estrellas

(31/12)

Un sole splendente ed un cielo azzurro brillante mi accolgono per l’ultimo dell’anno, bene!

Cambio un po’ di soldi in banca e mi avvio lungo la strada che attraversa il Chott El Jerid. E’ la prima volta che la percorro, perchè una volta ho circumnavigato il chott da ovest e da sud, mentre la seconda l’ho attraversato.

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La strada corre a pochi metri dal chott. Ci sono ampie zone allagate, segno delle piogge intense che ci sono state.

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A volte si intravedono, a grande distanza, dei palmeti.

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Vicino Douz, invece, ne attraverso parecchi, ricchi di ombra e vita donata dall’acqua.

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La Duchessa compie 60mila km  pochi km dall’inizio della pipeline che mi porterà a Ksar Ghilane. Auguri anche a te, piccola! 🙂

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La pipeline ormai è completamente asfaltata, non è più come la percorsi nel 2006, che era ancora sterrata per alcune decine di km.

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In aggiunta, non vedo più le belle e piccole dune che la fiancheggiavano. Ormai è davvero poco affascinante, però è un mezzo veloce e tranquillo per raggiungere Ksar Ghilane.

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Arrivato all’oasi, mi accorgo che è letteralmente invasa da moto, quad, auto e … camper! Italiani, naturalmente.

Prendo posto in un accampamento, dopo aver chiesto in quello di lusso che mi ha sparato 180 euro!

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“Io veramente pensavo al massimo 80 euro!”, dico con fare lamentoso al tipo della reception.

“Eh no …”, risponde con uno sguardo di compatimento mentre con la mano fa il gesto di accompagnarmi all’uscita.

Poco male, trovo in un altro accampamento, 50 euro notte, cenone e festa, colazione.

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Faccio il bagno nella pozza d’acqua calda (più precisamente, tiepida!), erano anni che ci pensavo! E’ divertente, anche se dovrebbe essere più calda per essere davvero piacevole.

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Mi preparo per la cena, perdo tempo fino all’ultimo per far arrivare un po’ di gente. I romani conosciuti sul traghetto, infatti, sono stati rallentati dalle piogge e oggi non faranno in tempo a scendere fin qui. Sono solo!

Quando mi decido ad andare nello spiazzo dove sono apparecchiati i tavoli, ancora non c’è quasi nessuno. Aspetto ancora mentre mi scaldo le mani al grande falò dove poi cuoceranno la carne.
Alla fine s’è riempito quasi tutto, adesso posso scegliere e, visto che devo e posso farlo, scelgo un gruppo di 3 donne con 4 ragazze. Sfodero la mia migliore faccia tosta e mi siedo a fianco di una delle signore.

“E’ libero?”

“Sì sì, prego!”, mi risponde la signora in un buon italiano.

“Grazie … di dove siete?”

“Barcellona, Spagna!”

“Aah … Catalunia allora!”, preciso per ingraziarmele.

Mossa azzeccata, si instaura subito una bella atmosfera e mi inserisco alla perfezione, iniziando a parlare un po’ con tutte. Sgamano subito che parlo uno spagnolo del sud America, pare che stia usando delle espressioni che solo lì usano. Tanto che una delle ragazze pensava che fossi un italo-argentino. Davvero troppo buona col mio spagnolo, comunque le spiego l’arcano e parliamo anche del viaggio in Sud America.

Balliamo, mangiamo, la festa prosegue nonostante il freddo molto intenso, vicino allo zero.

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Dopo cena andiamo tutti “a ver las estrellas”, veder le stelle! Conosco così la guida che accompagna il gruppo al femminile. Pare sia preoccupatissimo per l’incolumità delle sue clienti.

“Non vuole che andiamo da sole sulle dune!”

“Bè effettivamente … becchi uno di questi ubriaco, meglio evitare!”

Torniamo alla festa del nostro campeggio, è in assoluto la più divertente, incasinata, ambita e rumorosa di tutta Ksar Ghilane!

Prima di andare a dormire facciamo un ultimo giro sulle dune. Le stelle sono meravigliose, numerosissime e nitide. Vedo anche tre stelle cadenti: giusto tre desideri per questo 2014 che va ad iniziare.

BUON ANNO A TUTTI!!! 🙂

Tra le oasi, fin nel fango

Neanche a dirlo, mi sveglio prima dell’alba. Mi giro un po’ nel letto aspettando che il sonno riprenda il sopravvento. Riemergo dalle nebbie che sono le 8 passate, quando scendo trovo i motociclisti veneti che hanno già portato fuori le moto e stanno finendo la colazione. Efficienti!

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Mangio anch’io, li saluto, poi torno in camera. Sono in bagno a sistemarmi, quando in una frazione di secondo piombo nell’oscurità, sento un sibilo a pochi centimetri dalla mia testa e, un istante dopo, una piccola esplosione ai miei piedi! E’ precipitata la lampadina dal soffitto, molto alto! E’ andata in mille pezzi, non so se vuol dire qualcosa, credo nulla di buono, comunque.

I veneti partono, mentre io me la prendo con calma. Nel tempo che esco e – come mia abitudine quando non capisco dove andare – chiedo la direzione, incrocio nuovamente i veneti che avevano sbagliato strada! Magari indicata male dal navigatore oppure semplicemente per non voler chiedere, come ieri sera per l’albergo.

La strada si inerpica quasi subito su un altipiano spazzato da un forte vento. Anche oggi soffia dall’Algeria. Anche lì l’inverno deve essere duro!
Lungo la strada, mi tornano in mente alcuni immagini viste nei giorni scorsi.

Immagine numero uno. Un carroarmato e dei sacchi di sabbia giusto prima dell’inizio della medina di Tunisi. Fa effetto vedere questi segni di guerra in maniera così ravvicinata!

Immagine numero due. In realtà sono tante immagini, di vecchietti, bambini, giovani che mi salutano con le mani e con ampi sorrisi quando passo. Ma anche i saluti, le voci, i fischi, tutti di benvenuto. Tranne un ragazzino in un gruppetto che invece, per fare il duro, mi regala un fantastico 2×1: il gesto dell’ombrello con dito medio alzato!

Immagine numero tre. Un capannello piuttosto grande di persone che si affannano le une sulle altre, per prendere degli oggetti da una bancarella non troppo grande, sul marciapiede. Il motivo di tanta foga? Gli oggetti che si contendono e si strappano dalle mani gli uni con gli altri? Delle cerate, tipo K-Way.

Immagine numero quattro. Tante immagini, anche queste: tutte le bancarelle di frutta e verdure, piene di piramidi e composizioni geometriche di carote, cipolle, finocchi. Oltre alle macellerie che invece appendono all’esterno le teste degli animali che vendono: mucche, pecore, montoni. Tutte decorate con un po’ di erba incastrata nelle bocche e nelle narici.

Supero piccoli paesi con l’immancabile moschea dal minareto tozzo e quadrato, molto meno elegante di quelli turchi, sottili e tondi, a punta come tante matite.

Il tempo è brutto, attraverso piccole zone di pioggia, poi vira decisamente al brutto.

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Mi fermo per indossare la cerata poco dopo aver superato il carico sparso sull’asfalto, ad occupare praticamente l’intera carreggiata, perso da un rimorchio che si è rovesciato su un fianco.

Arrivo a Redeyef, oppressa da un grande impianto industriale fatiscente. Da qui parte la pista di Rommel, ma l’ho già percorsa due volte, non ho voglia di fare sterrati e in più piove. La supero senza rimpianti, puntando alla prima oasi di montagna, Mides.

La strada che vi arriva è completamente sterrata e, siccome sta continuando a piovere, è un unico pantano fangoso.

Arrivo sotto il paesino abbandonato e tutto torna alla memoria, essendo già stato qui 6 anni fa. Mi aggancia Saber, un ragazzo di 30 anni simpatico che parla un discreto italiano.

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“Mio fratello vive in Valle d’Aosta, è sposato con una italiana! Lavora le pietre, lì costruiscono molte case con le pietre, ha lavoro!”

“Sei mai andato a trovarlo?”

“No, è un casino … gli italiani non mi fanno il visto! Anche se dimostro di avere i soldi, poi vogliono altri documenti per il lavoro che non posso fare, visto che lavoro come guida per conto mio. E quindi non me lo danno. Ho un fratello anche in Francia, lavora a Tolosa.”

“Sei mai andato a trovarlo?”

“Sì, in Francia sì, sono andato due volte.”

Mi porta in giro nel minuscolo villaggio ormai in rovina dopo l’alluvione del 1969. Le case sono addossate le une alle altre, quasi tutti i tetti sono sfondati:

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“Sono fatti con i tronchi delle palme e coperti di foglie”, mi spiega, “quando piove il legno si inzuppa e, in aggiunta alla sabbia che si deposita col vento, diventano molto pesanti. Se piove per tanti giorni, collassano”.

Camminiamo ancora, mi indica la montagna alle spalle del paese:

“Vedi lassù, quel forte? E’ l’ultima caserma tunisina, poi c’è l’Algeria. Siamo a mezzo km in linea d’aria.”

“Ci vai mai in Algeria?”

“No, sono i contrabbandieri che ci vanno.”

“Cosa contrabbandano?”

“Mah, tante cose, là le sigarette costano molto meno, anche il mangiare è economico e la benzina costa pochi centesimi di dinaro, mentre qui sta a un dinaro e mezzo!”

Adesso capisco perché, da quando sto percorrendo le strade che scendono a fianco dell’Algeria, non faccio altro che vedere ovunque venditori in nero di benzina. Si mettono a lato della strada con pile di taniche e imbuti per versarla. Quando la mettono nel serbatoio, poi, hanno l’accortezza di filtrarla attraverso un telo spesso molto lurido, da quanto riesco a vedere passandoci a fianco.

Arriviamo fin sul ciglio delle gole, splendide. Le pareti sono a gradini per via dell’erosione dell’acqua e il risultato è affascinante.

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Saber ne va orgoglioso, però non resta sempre qui:

“D’estate vado a Djerba, c’è più lavoro! Poi l’inverno torno qui a Mides.”

Compro un paio di collanine berbere (la Porta del Deserto e la Croce del Sud) e un minerale che arricchirà la minuscola collezione di minerali e fossili che sto costruendo negli anni. Acquisto anche un chilo di datteri Deglet Nour, le Dita di Luce, dolci e buonissimi, ne vado matto. Ne mangio subito alcuni e visto che è ora di pranzo decido che sarà il mio pasto.

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Prendiamo un tè, protetti da una tettoia di tronchi e foglie di palma, identico a quelli tradizionali che abbiamo appena visto. La pioggia continua a cadere lenta.

“In Italia ci sono delle organizzazioni che mettono in piedi delle società, poi vendono i permessi di lavoro stagionali.”

“Per riuscire ad avere il visto?”

“Sì esatto. Li vendono a 5/6mila euro, poi quando ne hanno venduti un po’, chiudono la società e ne aprono un’altra. C’è diversa gente che diventa ricca così”

“Anche in Francia lo fanno?”

“No, in Francia no, solo in Italia.”

Lo saluto perché inizia a farsi tardi, ci auguriamo a vicenda buona fortuna, ci servirà!

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Anche la strada per Tamerza è distrutta in molti punti, ci sono solo terra e fango, per fortuna non si scivola troppo.

Arrivato nella piazzola di Tamerza da dove si entra nella città vecchia, la strada viene invasa da una moltitudine di ragazzi e ragazzini, tutti a offrirsi di guidarmi. Fuggo via, tanto sono già stato anche qui e proseguo verso Chebika.

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Faccio a malapena un km che nello specchietto vedo un motorino. Non so perché, ma ho immediatamente la sensazione che sia qui per me. E infatti mi raggiunge e mi ferma.
Si chiama Farouk e insiste per portarmi a vedere le vere bellezze di Tamerza:

“Non te le fa conoscere nessuno, ti porto nelle gole di Tamerza fino alla cascata grande!”

“Ok, ma … prezzo??”

“Fai tu alla fine del giro, decidi in base a quello che ti avrò fatto vedere e a quello che ti avrò raccontato”

“No no amico, da mia esperienza se non mi dici il prezzo poi finiamo per discutere!”

“Tranquillo, decidiamo dopo, adesso andiamo”

Insisto ancora un paio di volte, ma niente, non si lascia convincere. Il prezzo lo deciderò dopo la visita.

Passiamo in mezzo al palmeto. Affascinante se si puntano gli occhi da un metro in sù, perchè per terra è un immondezzaio dove si vede di tutto. Sbuchiamo sul letto di un torrente.

“Qui durante l’alluvione di due settimane fa, l’acqua è arrivata a quattro metri!”

“Un momento, hai detto? Alluvione??”

“Sì, due settimane fa!”

“Ah ecco, ora si spiegano tutte quelle strade rotto intorno a Mides!”

Entriamo nelle gole, che ricordano alla lontana quelle di Petra, così sinuose e strette.

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Dopo essere usciti dalla gola ed aver camminato ancora diversi minuti, arriviamo sotto la cascata. Alcune oche e qualche papera fanno il bagno nei pressi.

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Torniamo alla moto, vuole portarmi alla cascata grande.

“Ok, dai, andiamo!”

Ci rimettiamo in sella, lui sullo scooter pieno di adesivi italiani, io in moto e facciamo qualche km verso la cascata. Però non segue i cartelli, prosegue lungo la strada che continua a salire, finché devia su una strada sterrata. Si ferma e mi fa affacciare: si vede perfettamente la cascata dall’alto. Incluse le decine di bancarelle ed i turisti che si bagnano nell’acqua.

“Vuoi che ti porto anche a Chebika?”

“No Farouk, non ho soldi!”

“Quanto hai?”

“50 dinari, guarda”, e gli mostro il portafogli effettivamente vuoto.

“Guarda meglio dai, ci metti 10 euro e ti porto anche a Chebika!”

Segue una discussione riguardo i soldi, lui che aspetta Natale e Pasqua per lavorare, io che gli dico, lo vedi che dovevamo definire subito il prezzo, che poi si finisce a discutere? Alla fine cedo, pensando che sto facendo una buona azione e gli dò i dieci euro.

“Però mi trovi anche una bella pietra!”

“Ok, quale ti piace? La mica? Il quarzo?”

“Il quarzo …”

“Dai andiamo, te la rimedio io!” e risale in sella.

Mentre scendo dalla strada sterrata per tornare sull’asfalto, penso che ho già percorso più sterrati di quanti non volessi farne.

La strada che scende da Tamerza a Chebika è spettacolare, molto simile alla pista di Rommel. In molti punti è franata, ridotta o addirittura scomparsa sotto al fango.

Arriviamo a Chebika e mi fa arrampicare sulla montagna alle spalle dell’antico abitato, distrutto anche questo dalla stessa alluvione che distrusse Tamerza e Mides.

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Mi fa notare una roccia piena di cozze fossili, poi arriviamo alle spalle della piccola cascata che si getta in un minuscolo specchio d’acqua verde-azzurro sul quale si affaccia una bellissima palma con tre fusti.

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Mentre torniamo alla moto si ferma da un paio di venditori di pietre con cui inizia a parlare in arabo. Parla un po’ con il primo, apre un paio di pietre, poi se ne va.

“Non vi siete messi d’accordo?”, chiedo malizioso.

“No, non mi piacevano”, risponde furbamente.

Con il secondo abbiamo successo e mi dà un bel quarzo candido.

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Usciamo insieme dal paese, lo accompagno fino ad un’abitazione dove rimedia un litro di benzina in una bottiglia di plastica. Subito vengo accerchiato da tre splendide bambine sorridenti che si inseguono e giocano. Gli dò delle liquirizie che sembrano apprezzare.

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“Bene Fabio, fai sapere che a Tamerza c’è Farouk con il KTM blu, il passaparola è la cosa migliore!”

“Ok Farouk contaci e grazie di tutto!”

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E’ quasi il tramonto e mancano ancora 70 km a Tozeur. La strada non accenna a migliorare, rimane una pista fangosa. Poi realizzo che è stata letteralmente spazzata via dall’alluvione. Mi aspettano 70 km di fango. Meno male che non volevo fare sterrati!!
I primi km sono comunque veloci, poi la pista peggiora. La pioggia che è caduta per buona parte della giornata e sicuramente anche nei giorni scorsi, ha trasfomato la pista in una distesa di fango scivolosissimo. Mi tornano alla mente le parole di Farouk mentre faticavamo a stare in piedi, quando scendevamo verso il torrente:
“E’ il fosfato che rende la terra così scivolosa, appena si bagna diventa peggio del sapone”

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E infatti in alcuni momenti, pur andando a 10 km orari, la moto slitta sotto di me, trascinata via dalla semplice forza di gravità. Rischio di cadere una, due, tre volte, poi con un’ultima zampata riesco ad evitare il peggio. Tra l’altro, sono partito con le gomme molto consumate!
Dopo alcuni km così, vedo due auto ferme. Anche loro hanno problemi di trazione.

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“Quanti km ci sono così??”, chiedo al ragazzo in piedi a fianco dell’auto.

“Trenta!”, risponde con sicurezza.

“TRENTA?!?!?”, esclamo pensando che trenta km in queste condizioni non sono sicuro di riuscire a farli.

Una ragazza dentro l’auto segue lo scambio e capisce, dalla mia espressione, che il ragazzo non si è spiegato bene. Rivolge una battuta al ragazzo che si mette a ridere e si corregge:

“Trenta fino a Tozeur, ma così sono solo tre km”

“Sicuro??”

“Sì, solo tre km”

E comunque sono tre km lunghissimi perchè quasi impraticabili. Comunque non ho alternative e riparto, slittando da tutte le parti mentre maledico il peso della moto, il baricentro alto, tutto il peso che ho caricato nel bauletto posteriore e poi, ovviamente, il meteo vigliacco e malevolo.

Finalmente lo strazio finisce e torno sulla strada principale per Tozeur.

Arrivo fino all’albergo.

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Sorrido perchè, di tre volte che sono venuto a Tozeur, è la terza volta che finisco nello stesso albergo e ogni volta penso “stavolta voglio cambiare!” e finisco regolarmente per scegliere lo stesso albergo, di cui nel frattempo dimentico il nome.

Sistemo la moto nel solito corridoio dell’albergo, ceno velocemente nel ristorante a fianco dell’albergo, poi crollo esausto a letto, mi addormento di schianto! Speriamo che domani il tempo migliori!