A nord, fuori dal deserto e dalle montagne

Per fortuna il cielo, sereno e brillante, compensa il freddo pungente che continua a stringermi. Un termometro segna 6 gradi, sono le 9 del mattino.

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“Ma è normale un freddo così in questo periodo?”, chiedo al portiere dell’albergo.

Dopo aver tirato su con il naso, risponde con un secco “NO!!”

Lo saluto e parto verso Ksar Ouled Soltane e Ezzhara. Li ho visti entrambi sia nel 2006 che nel 2011, ma mi piacciono troppo, sia gli ksour  in sé che il paesaggio intorno, quindi non ho dubbi e parto.

Prima, però, un ultimo compito a Tataouine. La Patisserie du Sud per le corne du gazzelle! Scambio qualche battuta con il capo:

“Quello là”, mi dice indicando una vecchia foto appesa alla parete, “è mio padre … è lui che ha inventato questo dolce!” Sorride orgoglioso.

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“Mi piacciono molto”, rispondo, “tanto che ogni volta che vengo in Tunisia, passo per Tataouine per le ceramiche e per le corne du gazzelle!”

“Quante volte sei venuto in Tunisia?”

“Tre … la prima volta nel 2006! Ero con un’altra moto e ricordo che feci fare un giro al commesso, che si  mise a correre su e giù per la strada principale!”

“Sì! Mi ricordo!! Però avevi un’altra moto, giusto?”

“Esatto, una Honda da strada!”

“Quel ragazzo adesso lavora in un ristorante di un italiano vicino Chenini.”

Lo saluto e parto per Ksar Ouled Soltane.

Colori: la tavolozza dei mercati all’aperto, l’arancione delle carote, il viola delle cipolle, il beige delle patate, il bianco dei finocchi, il verde delle insalate, l’arcobaleno delle spezie.

La moto è pesante, avrò più di 30 kg nei bauli, pieni di ceramiche, vestiti, ricambi della moto e altre cose!

Arrivo allo ksar, spero di incontrare il ragazzo che dipinge gli acquerelli che ho conosciuto nel primo viaggio e incontrato nuovamente due anni fa.
Purtroppo, però, non c’è. Al suo posto, un altro ragazzo, con l’inquietante barba lunga dei fedeli musulmani, che dipinge abbastanza peggio. Scelgo comunque tre acquarelli, i meno peggio.

Faccio una passeggiata all’interno dello ksar, sempre emozionante.

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Riparto, direzione Ksar Hezzara. Appena fuori da Ouled Soltane il paesaggio si apre fino all’orizzonte, racchiuso appena da alcune basse montagne.

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Mi guardo intorno con la bramosia di un assetato, voglio fare il pieno di emozioni, riempirmi gli occhi di immagini e il cuore di sensazioni! Vorrei accumularle come fanno la terra e ancor più l’acqua con il calore del sole, che trattengono al loro interno per rilasciarlo lentamente durante la notte. Per resistere e sopportare meglio il buio. Una buona tecnica di sopravvivenza.

Odori: quello dolciastro, leggermente acidulo dell’orina di dromedario. Nauseante, dopo che impari a conoscerlo e riconoscerlo. Però così esotico, perché richiama alla mente anche miraggi di carovane nel deserto e corse verso gli specchi d’acqua delle oasi.

Arrivo a Ksar Ezzhara, per certi versi più interessante di Ouled Soltane perché ancora parzialmente vivo. Se questo da un lato è un vantaggio, dall’altro lo scotto da pagare è la sporcizia e una certa incuria tipica delle cose vissute.

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Suoni, la Natura: il canto dei passeri che si chiamano l’un l’altro dalle cime delle gorfa, le camere dei granai. I cinguetti rimbalzano, riecheggiano e si amplificano tra le pareti di argilla, nel silenzio più assoluto. Il cielo profondamente azzurro, le morbide geometrie delle scale e delle gorfa, il silenzio rotto solo dagli uccellini. La pace scende nel cuore come balsamo.

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Purtroppo devo muovermi, devo fare ancora molti chilometri. Vado a riprendere la moto, parcheggiata nello spiazzo adiacente allo ksar.

Suoni, l’Uomo: la litania nasale, appena melodica del muezzin. Si spande potente dal minareto più vicino e si sovrappone a quelle dei minareti più lontani, come onde nel mare del cielo. Allah akbar!

Chiudo l’anello di questi due ksour tornando a Tataouine e prendendo la statale per Medenine. La strada è ancora abbastanza interessante, ma la parte più bella arriva quando inizio ad arrampicarmi sulle montagne dove si annida Matmata.

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Sembra che le montagne facciano a gara per assumere le conformazioni più strane: a piramide, con la punta piatta, a strati, a pianta quadrata, a pinnacoli a imitare la Cappadocia e mille altre forme sempre diverse, affascinanti.

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Man mano che salgo aumenta anche il vento che spazza e strapazza, raffredda e congela.

Da Matmata la strada si distende e scende a valle in un battibaleno e altrettanto rapidamente diventa noiosa. Piatta in mezzo ad un paesaggio anonimo. L’unico motivo di interesse sono le distese sterminate di ulivi. A parte questo nulla, fin quando, risalendo verso Sfax, non mi accorgo di correre a pochi metri dal mare. Che qui, come in altri paesi che per motivi religiosi o economici non “vivono” il mare, è triste e mal tenuto, sporco, offeso da industrie ed edifici a pochi metri dalla riva.

Inizia a far buio e sono seccato perché da alcuni giorni ho gli anabbaglianti rotti. Per cui o viaggio al buio oppure punto gli abbaglianti addosso alla gente.

Arrivo ad El Jem, non male perché domani avrò solo 200 km per arrivare a Tunisi. Domani mattina ne approfitterò per visitare il famoso anfiteatro romano così simile, a quanto dicono, al Colosseo.

Entro in città e chiedo subito per un albergo.

“Non ce ne sono …”, mi risponde un signore. Accanto l’amico, che conferma con un gesto della testa la sua risposta.

“Ma come, nemmeno in centro?”, insisto io, con un moto di stanchezza e incredulità.

“Una volta c’erano, ma poi le cose sono cambiate”, ribatte con un fare vagamente misterioso.

“E l’albergo più vicino dov’è?”

“Verso Sousse, si chiama Colosseum. E’ a 4 km da qui, di fronte a una grande concessionaria Volkswagen”

“Ok, grazie!” e riparto abbagliando tutto e tutti visto che ormai s’è fatto buio pesto.

Seguo per Sousse, scruto e cerco Volkswagen e Colosseum, ma nessuna traccia né dell’uno, né dell’altro.

Dopo 7/8 km mi fermo in uno slargo della strada. Nemmeno il navigatore conosce Colosseum. Decido di chiedere a delle persone dall’altro lato della strada.

“Scusate, cerco un albergo che si chiama Colosseum”

“Non lo conosco”, fa uno, “ma se cerchi un albergo, là ce n’é uno” e indica due lampioni pochi metri prima di dove m’ero appena fermato.

Attraverso nuovamente la strada e vado ai due lampioni. Segnano l’inizio di un viottolo che porta ad una grande cancellata. Nessuna scritta, cartello o pubblicità che segnali che lì si trova un albergo.

L’insegna sopra il tetto recita: Hotel Club Ksar. La parola Club e l’ingresso anonimo mi fanno pensare a uno di quei “puttanai” così frequenti in Colombia però, entrando e chiedendo informazioni, tutto sembra tranne che un postribolo.
Hanno la camera riscaldata con wifi, cosa chiedere di più?

Faccio una doccia rovente, poi vado a cena nel ristorante dell’albergo. Sono l’unico cliente. Dopo aver spazzolato pesce, patate fritte e verdure, chiedo al cameriere:

“Avete qualche dessert per caso?”

“Dessert? Sì, glielo porto subito”, mi risponde il tipo, che poi è lo stesso della reception. Mi spiazza, perché mi aspettavo elencasse delle alternative. Invece sparisce in cucina e torna un attimo dopo con un piattino nero. Sopra, solitaria, una banana.

“Ecco il dessert!” e sparisce di nuovo.

Ormai non resta che andare a letto e preparsi per l’ultima tappa, Tunisi!

4 thoughts on “A nord, fuori dal deserto e dalle montagne

  1. sia a Tatouine che a El Jem, abbiamo dormito e parcheggiato la moto negli stessi posti… vabbe’ che a El Jem è obbligatorio, non essendoci altro.

    • E chi se l’aspettava che a El Jem non ci fossero hotel … A Tataouine nel 2006 ero stato al La Gazzelle, in centro e nel 2011 in uno (bruttino) a fianco de La Gazzelle …

    • Boh forse sì … Il vecchio era complicatissimo per l’aggiornamento, ma la struttura mi piaceva molto

      Questo invece é facile da aggiornare, ma secondo me é un casino da consultare. ad esempio, se vuoi vedere tutto il viaggio in Sud America , dall’inizio alla fine, come si fa?

      Devo inventarmelo io un CMS , é chiaro … 😉

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