A Manaus, progettando …

Pessima nottata: ieri mi sono addormentato tardi per colpa della Coca bevuta a cena (la scelta era limitata: o birra, o Coca: meglio l’insonnia del mal di testa). E stamattina all’alba mi sveglia il sole che inonda, rovente e accecante, la camerata. Mi sembra di stare in tenda, quando il sole colpiva il telo e non si poteva più stare dentro per il rischio soffocamento.
Tra zanzare, rumori dei più forti che arrivavano dalla strada, caldo messo in circolo dal ventilatore che rombava sul soffitto … si può dire che non ho chiuso occhio.

Alle 7:30 arriva Tom, il gestore dell’albergo, che si muove sul sottile confine tra il commerciante e lo jinetero. Propone tutte le soluzioni per tutti i problemi: gita sul fiume, traghetto per Santarem, per Belem, vendita della moto, aereo per Sao Louis. Tutto. Chiaramente a prezzi maggiorati.
E ha quel modo prepotente di imporsi tipico degli jinetero, con la teatralità del tipo “ma allora non ti fidi di me!! Non ti meriti nulla, guarda, volevo aiutarti, ma gli italiani sono proprio tutti uguali!” che ti mette in difficoltà perchè alla fine te lo chiedi, se sta solo facendo il suo lavoro oppure sta cercando di fregarti.

Ieri sera, nel pieno della rabbia per il traghetto perso per poche ore e la prospettiva di incontrare Caterina solo i primi di settembre, ero stato piuttosto aggressivo con lui riguardo l’offerta per Belem:

“Ma quando mai, mi hanno fattoo prezzi molto più bassi!!”, esclamo quando mi fa il preventivo per la persona e la moto. In realtà non ricordavo bene i prezzi, ma sparo un 150 reais invece dei 500 che mi propone.
Mi vede molto deciso e, sottovoce per non farsi sentire da Hans, mi dice:

“Ok dai, fammi parlare col capitano della nave e domattina ti faccio sapere il prezzo definitivo”

Hans invece accetta subito senza nemmeno tirare sul prezzo. Paga più del doppio del prezzo normale del traghetto per Santarem. Io invece continuo a rimanere sul vago, anche perchè davvero non so cosa fare.

La situazione è che se aspetto il traghetto per Belem, vedrò Caterina tra 10 giorni. Io qui, lei a Recife. Assurdo, inconcepibile.
Gli aerei per venire a Manaus costano tanto e lo scenario sarebbe poi farci cinque giorni sulle amache per scendere il fiume.
Oppure vendo la moto qui, volo a Sao Louis e iniziamo la nostra vacanza.

Siccome non mi fido del buon Tom e soprattutto ancora leggo su internet che andando al porto è possibile trovare dei privati che ti portano a Belem (circa 2000 km a Est … non proprio dietro l’angolo), saluto tutti ed esco.

Torno al mercato coperto e poi sul lungofiume, che mi verrebbe da chiamarlo lungomare, da tanto lo specchio d’acqua è vasto e quasi non si vede l’altra sponda.

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Il parapetto è letteralmente tappezzato di bancarelle, mendicanti, ambulanti, venditori di biglietti delle navi, nullafacenti.

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Mi sparo il primo cocco della giornata e, mentre mi rinfresco col suo succo, mi faccio fare un preventivo per Belem in una bancarella. Per la persona mi fa meno della metà del prezzo di Tom (110 contro 300), per la moto idem, meno della metà (150 contro 350). In euro parliamo di 85 euro contro 205. Non male.

Anche qui, come in Colombia, vedo tutta l’umanità che combatte per la giornata, con bancarelle, carretti ambulanti, ceste e sporte portate a spalla o in braccio per km e km oppure anche solo un involto con pochi panni usati in vendita, esposti per terra, sul marciapiede. Oppure gli invalidi che mostrano le loro menomazioni di ogni tipo.
In generale il livello è leggermente migliore rispetto ai colombiani, però la miseria è sempre preponderante.

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Vengo agganciato da almeno altri 4 venditori di biglietti di navi, ma voglio andare al porto per vedere di trovare uno di questi fantomatici capitani, ma non mi fanno nemmeno entrare. Senza biglietto non si passa. Mi guardo intorno, ma nessun capitano o presunto tale si aggira nei paraggi.

Faccio il giro dell’intera piazza di fronte al porto, ma non trovo nemmeno un’agenzia viaggi nè tanto meno un rifugio dei capitani di vascello. Chiedo ancora ad un paio di bancarelle, ma tutti confermano le due partenze settimanali: mercoledì e venerdì. Molte navi, ma tutte in partenza in questi due giorni.
Mi chiedo il senso di far partire 3 navi tutte lo stesso giorno (Amazon Star, Rondonia e Nelio Correa), ma così è, inutile sbatterci ancora la testa.

Per scrupolo chiedo i prezzi alla biglietteria del porto. I prezzi sono leggermente più alti di quelli fatti dalla ragazza che mi aveva fermato sul lungofiume un’ora fa.

Mi incammino per tornare verso l’albergo e quasi subito incontro Tom, seduto su uno sgabello ad una bancarella che vende birre gelate. Sta parlando con un olandese sposato con una brasiliana, anche lei lì. Stanno bevendo e chiacchierando, sembrano di buon umore.

“Come mai qui?”, mi chiede con l’atteggiamento del “pour parler”, come se non gli interessasse.

“Così, facevo un giro … è interessante il porto!”

“Sì … tanta gente …”

“E mentre camminavo mi hanno fermato in parecchie persone”, proseguo.

“Ah. Per …?”

“Per offrirmi biglietti delle navi … mi hanno fatto prezzi completamente diversi dai tuoi, sai?”

“Dimmi dimmi …”, mi chiede, sempre col sorriso, ma con lo sguardo vagamente teso.

“Per esempio per la moto mi hanno chiesto 150, invece di 350. E per la persona 110 invece di 300”

Impreca in portoghese, poi esclama in inglese:

“Quei bastardi mi manderanno in rovina …”, detto come tra sé e sé, poi prosegue “ma chissà che posti ti danno … poi non ti fidare delle bancarelle sulla strada, vendono ma poi non ti danno il posto”

“Tutti?”

“Tutti uguali gli italiani”, eccola frase da jinetero!

“Scusa”, insisto, “ma tu che faresti al mio posto? Sono sicuro che faresti anche tu così”

“Hans ha accettato subito …”

“Lui è svizzero, io sono italiano”

“Ecco perchè preferisco gli svizzeri agli italiani”, esclama d’impulso, ricordandomi che è stato sposato con una donna svizzera per alcuni anni.

“Non so che dirti, ma ripeto, anche tu faresti lo stesso, per cui non criticarmi. Sai invece per la gita sul fiume quanto mi hanno chiesto?”, proseguo implacabile.

“Quanto?”

“90 reais, invece dei 180 che mi hai chiesto tu!”

“Sì ma chissà dove ti portano e i delfini li vedi col binocolo, di certo non ci nuoti! Senza pranzo, acqua …”

“No tutto, non preoccuparti”, e sciorino a memoria il programma della gita di un giorno che mi aveva mandato un amico brasiliano un paio di giorni fa.

“Di sicuro non ti fanno nuotare coi delfini”, esclama l’olandese che si intromette a difendere l’amico.

“Ma scusa, che differenza fa, farteli vedere senza fartici nuotare? Certo che ti ci fanno nuotare! Voglio dire, per loro non è una spesa se tu ti metti a nuotare o te li lasciano solo guardare”

Borbottano entrambi, poi Tom riprende:

“Vabbè, per l’albergo invece che fai, vieni nell’altra stanza che ti ho proposto per 50 reais, con bagno e aria condizionata?”

Questo lo accetto, perchè non ho assolutamente intenzione di fare un’altra nottata come l’ultima, anche se comunque voglio tornare in albergo per cercare su internet, prima di accettare per davvero.

Torno in albergo, Hans è partito, io inizio a cercare ancora informazioni sulle barche, ma soprattutto per qualche albergo. Sembrano tutti molto più cari dei 50 reais proposti da Tom. Per scrupolo, però, prendo l’indirizzo di uno e vado a vederlo.

E’ più verso il centro, ma di poco, mentre invece, anche trattando, è molto più caro: dai 144 iniziali scende a 110, ma è sempre più del doppio della stanza di Tom. Vai, questa te la sei aggiudicata, Tom!

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Torno in albergo e riesco a parlare con Caterina, bloccata a Lisbona per aver perso la coincidenza con Recife per un ritardo del Roma – Lisbona. Deve fermarsi una notte in città e giustamente è sconfortata. Tra il mio traghetto e questi altri contrattempi, non sta iniziando nel modo migliore la nostra parentesi brasiliana.

Proviamo senza troppo successo a fare un piano per i prossimi giorni ma, tanto per cambiare, ci sono troppe incognite e variabili.

Si fanno le 14 e arriva Tom per cambiare la stanza. Parliamo dell’ipotesi di vendere la moto. Evidentemente intravede l’opportunità di un buon guadagno: maggiore è il valore della merce venduta, più cospicuo è il guadagno che può trarne.

Gli descrivo la moto, gli accessori con cui la venderei (le borse laterali, scomodissime da portare a mano dovendo proseguire in autobus, il casco che è vecchio e consumato, i ricambi che avevo comprato in Italia e qualcos’altro)

“Bè, possiamo chiedere 6000 reais, magari per averne 5500 o 5000 …”

A me andrebbe benissimo, perchè sarebbe praticamente il prezzo che ho pagato per la moto nuova! Infatti in Cile i prezzi sono più bassi e in più la Pollita era in offerta, visto che non la importano più.

Ci mettiamo d’accordo per domani: mi viene a prendere alle 8 e andiamo insieme al mercato dell’usato che c’è una volta la settimana, la domenica.

Penso con tristezza che la mitica e poderosa Pollita potrebbe uscire di scena domani, dopo due mesi esatti di viaggio e 14.500 km di strade ed emozioni, ma credo sia anche la soluzione più razionale.

Ormai è pomeriggio inoltrato, chiamo ancora Caterina, poi vado a fare una passeggiata per il centro.

Incrocio una manifestazione contro la violenza sulle donne. E’ piuttosto affollata e la gente sulla strada, sembra approvarla e sostenerla.

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Il teatro Amazonas è immenso, in stile neoclassico, con la cupola a sovrastarlo coperta di mosaici a disegnare la bandiera del Brasile ed altri motivi geometrici, ricchi di colore.

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Sulla piazza a fianco si affaccia una gelateria che offre un servizio interessante: si sceglie se cono o coppetta o cialda, ecc e ci si serve in autonomia. Poi si prosegue, mettendo granelle di cioccolato, nocciola, pezzi di cioccolata e molte altre golosità, biscottini e varie altre cialde e all’ultimo si passa in cassa, pagando a peso quello che si è preso.

Il centro è abbastanza ben tenuto, non particolarmente sporco, però non ha molto fascino. Molti palazzi nuovi nella brutta architettura squadrata anni ’70, mentre i pochi palazzi coloniali rimasti, sono offesi e annichiliti da insegne, grumi di fili elettrici, pali e così via, oltre all’incuria a renderli ancora più decadenti.

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Torno in albergo abbastanza soddisfatto del giro. Mi rendo conto che praticamente non ho più nulla di pulito e tutte le lavanderie sono chiuse. Ed è sabato, figurarsi domani!
Mi dedico quindi ad una delle mie attività preferite, il bucato! Tanto amata che tra le prime cose che ho lasciato a Lima, c’era la boccetta di sapone liquido per il bucato, sicuro che quei 100 grammi in meno avrebbero aumentato radicalmente le prestazioni della Pollita.
Lavo i panni con un residuo bellico di sapone che trovo in bagno. Dal colore e dall’odore sembra qualcosa alla mela verde. Dall’acqua nera che esce, pare che funzioni.

Mi addormento presto, pensando a cosa ne sarà della Pollita domani, se davvero ci separeremo oppure se sarà l’ennesimo buco nell’acqua e il viaggio proseguirà mercoledì prossimo verso Belem. Chissà!

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Attraverso la foresta amazzonica

Odio non capire e non riuscire a farmi capire, non sono abituato. Con il portoghese purtroppo è il nulla più totale. Ci sono diverse parole in comune con lo spagnolo, è vero, ma la pronuncia è talmente differente da lasciarmi del tutto spiazzato, quanto meno dopo solo due giorni di immersione. A leggere qualcosa capisco, ma a parlare, nulla.

Per cui la ricerca di una banca dove prelevare dei reais, è più complicata del previsto. Tutte le indicazioni le capisco male o non le capisco affatto e mi perdo più volte. Alla fine trovo il Banco do Brasil. Tre bancomat, attendo il mio turno in uno. Non funziona, carta non leggibile. Il secondo, lo stesso. Il terzo, ormai me lo aspetto, idem.

Inizio a pensare ai contanti che ho con una vena di preoccupazione, poi provo a chiedere per un’altra banca. Soliti giri a vuoto, poi finalmente la trovo e, fortunatamente, questa va bene! Devo sempre ricordarmi che alcuni circuiti bancari non accettano la Visa!

La strada per Manaus passa di fronte all’albergo. Per fortuna Hans sta partendo adesso e riesco a dirgli che la mezz’ora di vantaggio che mi aveva dato, l’ho spesa tutta per prelevare i soldi. Da ieri sta pagando lui, quindi è contento della notizia.

Il paesaggio non cambia molto rispetto a ieri, solo la carreggiata a volte si restringe e appaiono un po’ di buche (nulla in confronto alle strade venezuelane), a volte torna larga e liscia come un biliardo.

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Le fazende si susseguono le une alle altre, come puntini in un mare di verde di foresta disboscata, verde punteggiato dal bianco delle mucche al pascolo e dal marrone dei cavalli anche loro al pascolo.

Dopo molti km inizia l’area indigena. E’ un’area protetta e ci sono molti cartelli che invitano a non fermarsi, a non fare foto né filmare.
Come immaginavo e speravo, posso finalmente vedere com’era in origine la foresta che sto attraversando: fitta e impenetrabile di alberi di diverse altezze e piante.

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Osservo con attenzione e davvero non si vede l’ombra di un passaggio, mi chiedo come debba essere vivere in un ambiente del genere, se paradossalmente non prenda un senso di claustrofobia. Ma sicuramente un simile intrico funge anche da protezione.

Incrocio tre indio che camminano a lato della strada. I tratti sono inconfondibilmente indio, mentre l’abbigliamento è occidentale: maglietta a colori sgargianti e pantaloncini.
Mi tornano in mente gli indio che ho visto nel parco Tayrona, sulla costa caraibica della Colombia. Ho visto prima un bambino e una bambina che camminavano e, dopo molti km, un’altra bambina seduta su una staccionata a sorvegliare un asino che brucava.
Tutti e tre avevano la tipica tunica bianca senza null’altro addosso, nemmeno le scarpe. Scapigliati e con la tunica bianca o almeno inizialmente bianca, perché non la cambiano mai, finchè non è lacera e inutilizzabile e allora ne indossano una nuova.

Continuano le aree allagate, punteggiate lugubremente di tronchi solitari, le sole spoglie di alberi morti per la troppa acqua che fa marcire le radici e soffocare le piante.

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Purtroppo l’area protetta finisce e immediatamente attaccati ai suoi confini, ci sono due ristoranti. Ci fermiamo in uno. E’ l’ora di pranzo, dividiamo un ananas dolcissimo.

La strada è facile, mi verrebbe da dire sin troppo, ma è sufficiente l’idea di stare attraversando un universo sterminato di alberi per dare il senso della corsa. Confrontando l’area indigena con il resto della strada, per centinaia e centinaia di km, è evidente come gli ambientalisti abbiano ragione, quando dicono che una strada ha un impatto molto maggiore della semplice carreggiata che viene costruita. L’impatto distruttivo è molto, incredibilmente più ampio.

Manaus è sovrastata da una massa di nubi che sta scaricando un turbine d’acqua. Faccio appena in tempo a ripararmi sotto una tettoia, mentre la moto si inzuppa completamente. Per un attimo tento di portarla al riparo, ma vista la quantità incredibile di acqua che precipita, più che cadere, mi accontento di staccare la borsa da serbatoio.

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Arriviamo all’ostello, stavolta ci va male e troviamo posto solo in una camerata. Siamo gli unici due, però è molto spartana e con il bagno in comune. Il boss dell’albergo parla correntemente l’inglese, decentemente l’italiano e perfettamente il tedesco essendo stato sposato con una donna svizzera del cantone tedesco. Mi dà una pessima notizia:

“Le barche per Belem partono due volte a settimana e oggi ne è partita una. La prossima sarà mercoledì prossimo!”

Faccio i conti, questo significa che vedrò Caterina tra 10 giorni. Mi sale un nervoso incredibile, ma non posso prendermela con nessuno, è solo la rabbia per qualcosa che si è mancato di poco. Ho percorso 3500 km in sei giorni ininterrotti da Santa Marta in Colombia fin qui. Sei lunghissimi giorni vanificati da un’attesa imprevista di quattro giorni!

Non mi arrendo e voglio andare al porto, mentre Hans mi aspetta in ostello.
Attraverso una specie di mercato di fronte alla banchina dell’immenso fiume. Nel nervoso e nella fretta di andare al porto, mi ritrovo in mezzo a delle bancarelle ambulanti, a terra la sporcizia tipica dopo una giornata di mercato, alcuni tavoli da biliardo sotto una tettoia, affollati di persone – tutti uomini ovviamente – che giocano. Non è il posto ideale da attraversare da solo, col buio, ma in fondo con me ho solo il telefono, il danno sarebbe relativo.
Lungo la strada, passo davanti all’ennesima bancarella con la musica ad altissimo volume. Rido perchè stanno sparando nella notte “Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar!”

All’interno del porto sembra esserci una specie di festa: molti tavoli pieni di persone che mangiano e musica ad altissimo volume, con un gruppo che suona.

Naturalmente non trovo nessuno a cui chiedere informazioni, solo tre che lavorano al molo che mi confermano i due giorni: mercoledì e venerdì.

Domani mattina voglio comunque tornare al molo, magari riesco a trovare un’altra barca, speriamo!

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Brasile sì, Brasile no!

[da cantarsi sulle note di Italia sì, Italia no (La terra dei cachi) di Elio e le Storie Tese]

Riesco ad essere in sella alle 8, pronto per cambiare i troppi bolivares che ho preso ieri a El Callao. 800 bolivares mi fruttano 50 reais. Non ho la più pallida idea del valore di quello che ho cambiato e di quello che ho preso, ma va bene così visto che non ho alternative.

Il cielo è terso, l’aria fresca, vado verso la frontiera con ancora il dubbio se dire subito la verità, e cioè che sono il nuovo proprietario della moto, però senza documenti, oppure provare la via che ha funzionato fino ad oggi, ossia con i documenti intestati a Nicola e, nel caso mi facciano problemi, con la dichiarazione del notaio cileno.

Il lato venezuelano è moderno e veloce. Il caos della frontiera di Maracaibo è un lontanissimo ricordo. In pochi minuti sbrigo il controllo del passaporto e in ancora meno tempo l’uscita del veicolo.

Mentre torno alla moto, incontro uno che viaggia da solo. E’ svizzero, si chiama Hans. Anche lui va verso Manaus, solo che viaggia con una spaziale BMW HP2 attrezzata da cima a fondo. Vorrei proporgli di andare insieme, ma la velocità è sicuramente diversa, però gli faccio la battuta. Alla quale ride, appunto, in quanto battuta. Quando gli dico il giro che ho fatto finora, mi guarda come se avessi le antenne, le orecchie a punta e fossi tutto verde!

Bene, siamo alla resa dei conti, il Brasile. Arrivo dal loro lato, parcheggio e chiedo ad un doganiere dov’è il controllo dei passaporti. Me lo indica.

“Perdona, y donde esta l’oficina por l’importacion de la moto?”, dov’è l’ufficio per l’importazione della moto?

“No necesita mas!”, mi risponde che non serve più!

Faccio fatica a non iniziare a ridere dalla felicità!! Lo ringrazio e mi avvio verso il controllo passaporti, con un sorriso irrefrenabile! Non riesco a crederci!!
Nei giorni scorsi avevo letto di una nuova legge approvata a fine luglio, quindi un mese fa esatto, che rendeva non più necessario i documenti per i veicoli, però non avevo ben capito se rientravo anch’io, anzi, sembrava proprio di no. E invece sì!!

Sono felicissimo, in pochi minuti sono in Brasile e inizio a viaggiare sui saliscendi delle colline, pensando a tutte le preoccupazioni, le delusioni, le arrabbiature, le spese inutili, il tempo perso, le persone disturbate: tutto sparisce d’un colpo! Meraviglioso!!

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La strada torna quasi a livello del mare e il caldo aumenta di conseguenza, la vegetazione è rada, ma non come nella Gran Sabana venezuelana.

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Gli spazi sconfinati, la strada che dondola tra gli alti e i bassi delle colline vengono esaltate oltre che dalla gioia di essere riuscito a entrare, anche da uno dei più begli album degli U2, War, del 1983, esattamente 30 anni fa. Ascoltare New Year’s Day o Like a Song guidando su queste strade riempie il cuore di felicità, ti senti come espandere, desiderando di perdere i tuoi confini fisici per unirti alla meraviglia che ti circonda.
Se fossi chiuso in un’auto o ancora peggio in un pullman, senz’altro questa sensazione non avrebbe la stessa intensità.

A lato della strada vedo ampie zone allagate, deve aver piovuto moltissimo. I fiumi che supero sono gonfi d’acqua marrone scuro.

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Ci sono molti allevamenti, immensi. Ampie aree verdi con centinaia di bovini a ruminare. Poi in lontananza, di tanto in tanto, delle piccole aree fitte di bosco. Che doveva essere lo stato originale di tutto questo territorio, ora disboscato per far spazio agli allevamenti di bestiame e all’agricoltura.
Come hanno fatto anche gli europei, molto tempo fa.

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Il problema è che il pianeta è in uno stato di salute già compromesso e qualsiasi ulteriore peggioramento ha effetti deleteri e quindi ci sentiamo in diritto di criticarli per ogni scelta che impatta negativamente l’ambiente.
E’ di pochi giorni fa la notizia che l’Ecuador ha rinunciato ad un piano di sovvenzioni per evitare di sfruttare i giacimenti petroliferi presenti sotto la sua foresta pluviale. Ora quindi le compagnie petrolifere potranno trivellare liberamente, con effetti devastanti sul territorio e sulle già precarie comunità indigene ancora presenti.

Le aree disboscate stringono il cuore, centinaia di mozziconi di tronco che emergono dal terreno, coperto di erba verde o giallastra intramezzate dal rosso della terra.

Supero il Rio Branco, immenso! Sicuramente è anche per effetto delle recenti piogge torrenziali di cui continuo a vedere gli allagamenti nei campi intorno e nei sentieri, ora trasformati in colossali pozzanghere, che portano alle varie casette costruite a lato della strada.

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Ogni tanto trovo Hans che mi aspetta ad un bar o in una stazione di servizio. Lui si riposa, mangia, fuma e quando io arrivo, scambiamo due chiacchiere e subito riparto per non perdere troppo tempo.

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In una di queste soste, ci fermiamo in un bar per bere qualcosa di fresco. Ci sono due tavoli da biliardo all’aperto, appena sotto la tettoia che protegge il bar. La musica ad alto volume, caraibica, esce da una cassa mezza rotta poggiata sul pavimento. Ridono e si sfidano, camminando attorno ai tavoli, ognuno per studiare e poi tirare il colpo che dimostrerà la sua bravura. Qualche passo di danza accompagna i colpi messi a segno, le urla di scherno dell’avversario, invece, quelli andati male.
Mi chiedo se invidiarli oppure no. Da un lato quella che sembra una vita senza pensieri, dal ritmo lento, incentrata sulle relazioni umane, in mezzo alla natura, mi sembra ideale, un qualcosa a cui aspirare. Poi penso che probabilmente con l’attitudine al desiderio perenne, al cambiamento mi farebbero smaniare dopo poco tempo.

La giornata e i km passano velocemente. Le nuvole nello specchio del cielo di tanto in tanto si rompono in colonne d’acqua. Finisco dentro una di queste, non c’è modo di sfuggire. Il grumo di nuvole è reso ancora più affascinante, oltre che dall’aspetto drammatico dello scuro e della pioggia che scende, da un piccolo arcobaleno creato dal sole che sta per tramontare all’orizzonte.
Mi accuccio sul serbatoio della moto, accelero al massimo ed entro nel muro d’acqua. Sento la giacca e i pantaloni che si raffreddano, alcuni rivoli d’acqua che entrano nelle mani e sulle gambe, ma in pochi minuti esco dal cono di pioggia e torno nel caldo. Dopo qualche km sono di nuovo asciutto.

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Raggiungo Hans a Novo Paraiso. Ci dicono che a una trentina di km c’è una cittadina con alberghi e altri servizi.

Mi aspettavo di entrare di più nella foresta, immaginavo una striscia di asfalto stretta dal fitto della foresta, ma per ora sono solo allevamenti e, di tanto in tanto, riquadri di foresta.
Forse domani sarà diverso, visto che dovrei arrivare nel cuore della foresta amazzonica, Manaus! Mi fa ricordare le avventure del mitico Mister No, ma anche il libro che ho letto di recente, Il Teorema del Pappagallo, parzialmente ambientato proprio in quella città.

Questo nome, Manaus, mi fa sognare lontane avventure e fino a poco tempo fa, mai avrei pensato che sarei arrivato qui, guidando una moto per giunta! Ma questo viaggio è un continuo “mai avrei pensato …”

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Sul progetto NASA

Vorrei spiegare meglio le motivazioni e il significato e il senso del progetto N.A.S.A. (Nelik Around South America 😉 di IndieGoGo, che già da un po’ di giorni è comparso sul blog.
Avrei voluto scrivere prima queste righe, ma non sono riuscito a trovare il tempo per concentrarmi e scrivere.

L’idea è di un mio caro amico, entusiasta della prima ora del blog, dei suoi contenuti sia “tangibili” di scritti e fotografie che “immaginifici”, di sensazioni ed emozioni trasmesse.

Per me non è stato immediato accettarlo: ho sempre reso disponibili i diari dei miei viaggi pubblicando le fotografie, le notizie utili e tante altre informazioni. Il sito www.nelik.it contiene migliaia di foto e racconti di viaggio, perché credo nella condivisione di informazioni ed emozioni ed ho sempre voluto incoraggiare più gente possibile a viaggiare.

Questa volta è un po’ differente, perché sto scrivendo in presa diretta ed il viaggio è molto più lungo e impegnativo, sia fisicamente che economicamente.

E’ un viaggio dell’anima, come mi disse una tassista in Cile, sicuramente per me che lo sto vivendo, ma mi piacerebbe che le storie che racconto e le fotografie che pubblico lo rendessero tale anche per chi legge.

Ed ho accettato proprio perché la mia non è una richiesta, ma l’offerta di uno scambio.

Per me ciascun contributo diventa il segno tangibile (un pieno di benzina, una cena, ecc) del sostegno e dell’apprezzamento di ogni persona che decide di partecipare e questa persona avrà in cambio a sua volta un segno tangibile (una cartolina, la stampa di una fotografia, ecc) di una risata, di una riflessione o di un’emozione vissuta grazie a questo blog.

A prescindere dal progetto IndieGoGo, naturalmente nulla cambierà nella fruizione del blog: resterà ora e sempre accessibile nella sua totalità.

Due ultime informazioni: non occorre un account Paypal per lasciare il contributo; riguardo quest’ultimo, il 10% va alla piattaforma IndieGogo (che gestisce il “crowdfunding”, ossia la raccolta di contributi di più persone per un progetto) , il resto sarà il vero e proprio contributo 🙂

Clicca qui per supportare l’avventura: http://www.indiegogo.com/projects/nelinkas-around-south-america-dream

Buon divertimento e continuiamo a volare sulle ali della Pollita, piccole ma robuste e sognatrici!

Attraverso la Gran Sabana

Il sole brilla nel cielo trasparente, ma è una illusione che dura poco. Alle 7 è di nuovo tutto coperto e parto sotto qualche leggera goccia che per fortuna si interrompe dopo poco.

Oggi riesco a fare colazione come si deve: una pasta con crema, succo di frutta e, merce scomparsa dalla mia partenza, uno yogurt!

Faccio benzina nel paesino successivo, Tumeremo. Nonostante le 4 pompe in funzione, la fila esce dal distributore e si allunga sulla strada per molti metri. Quando arriva il mio turno, capisco il motivo: è aperto dalle 9 alle 11:30 e dalle 14 alle 15:30. Cogli l’attimo!
Faccio il pieno, chiedo quant’è, il benzinaio, di fretta, risponde:
“Mmmh … lascia perdere, ciao!”
Avevo già visto, infatti, che alle moto prima di me non chiedeva nulla.

Siamo quindi arrivati, almeno nel mio caso in cui ne ho messa poca, una decina di litri, alla benzina gratuita. Mi sembra insostenibile, perchè comunque non è gratis!
I costi di estrazione, lavorazione, stoccaggio, trasporto, vendita e tutte le operazioni di manutenzione degli impianti e così via, hanno un costo che viene dedotto dalle imposte. Invece di far pagare la gente – anche poco – in modo da utilizzare in maniera differente i soldi delle tasse, si preferisce utilizzarli così. Non capisco poi il motivo dell’orario ridotto dei benzinai.

Prosegue il bosco di ieri e le colline si trasformano in montagne! Salgo fino a oltre 1400 metri, l’aria si rinfresca anche per la pioggia caduta. Mai mi sarei aspettato di salire così in alto nella Gran Sabana!

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I fiumi sono in piena e vedo acqua ovunque. Anche Ricardo, che ho sentito ieri sera, mi ha detto che a San Carlos ha piovuto molto.

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E poi, all’improvviso, inizia la vera savana! Le colline si spogliano e si addolciscono, inseguendosi fino all’orizzonte e oltre. Negli avvallamenti, piccoli laghi, poi il verde chiaro dell’erba, qualche arbusto e, di tanto in tanto, senza motivo apparente, dei piccoli boschi, fittissimi. Piatte montagne all’orizzonte, nascoste dalle nuvole e dalla foschia.
L’orizzonte si amplia a dismisura e, come in tutti i luoghi privi di ostacoli, il vento inizia a soffiare potente da est. Il silenzio è assoluto, a parte il sibilare del vento. Grandi rapaci solcano il cielo cercando la prossima vittima.

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Procedo in tutta tranquillità, i km non sono tantissimi e sono partito sufficientemente presto. Mi fermo per un succo di guayaba in un locale lungo la strada. Nell’attesa, mi metto a chiacchierare con un gruppo di venezuelani di Merida, in vacanza nella Gran Sabana.
Finiamo per parlare del mio viaggio e siccome anche dai tavoli vicini ascoltano, in breve mi sento addosso gli occhi di tutta la trattoria.

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Arrivo a Santa Elena de Uairen prima delle 17. In un internet cafè stampo il nuovo “padron”, il certificato di proprietà col mio nome.

Domani quindi il piano sarà: prima provo coi documenti che ho sempre usato. Se va male, faccio finta di essermi dimenticato della novità e cioè che sono il nuovo proprietario. Il problema è che un foglio stampato dal computer non ha alcun valore legale.

Domani spero di riuscire a sfondare le linee brasiliane! Vado armato di documenti (tanti), pazienza (abbastanza) e soldi (pochi).

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Lungo l’Orinoco

Mi sveglio presto, ma vengo bloccato da un violento acquazzone. Non c’è verso che parta presto!

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Dopo una ventina di minuti l’intensità finalmente diminuisce, indosso la cerata e parto. Il tempo di arrivare nel centro di Valle de la Pascua e già non piove più. In compenso, c’è fango e acqua ovunque, schizzata in alto da camion e auto che affondano nelle pozzanghere.

La strada verso El Tigre prosegue come ieri: stretta e costellata di buche anche incredibilmente grandi, che praticamente interrompono la strada. Rispetto a ieri, però, c’è molto più traffico. Se non ci fossi in mezzo, sarebbe anche divertente e curioso da vedere le auto e i camion che procedono come un serpente che si muove sinuosamente: tutti in fila indiana a seguire le mosse di chi lo precede, destra, sinistra, destra, sinistra, in uno slalom infinito tra le buche.

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Arrivo a Ciudad Bolivar, sono curiosissimo di vedere il fiume Orinoco, un fiume mitico che mi ricorda una splendida canzone di Enya di molti anni fa. Il ponte che lo supera è ancora più spettacolare di quello di Maracaibo. Una lunga campata con una serie di arcate bianche e sotto l’immenso fiume che scorre verso l’oceano.

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Stanno riparando la carreggiata di destra e ci deviano su quella centrale, che è di metallo traforato. Si vede l’acqua qualche decina di metri più sotto. Un bel brivido!

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Arriva Ciudad Guayana e mi avvio verso la Gran Sabana.

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Sono stupito che quella che nel mio immaginario doveva essere come una piatta distesa semi arida, di arbusti o tutt’al più piccoli alberi stentati grigio verde, in realtà è una serie di colline verdissime e fertili. E dove c’è verde, c’è acqua e infatti tutto intorno a me è bagnato o allagato e all’orizzonte vedo nuvole che di tanto in tanto si rompono rovesciando sulla terra colonne d’acqua.

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La strada entra nel bosco e offre degli scorci meravigliosi sulla vallata, con laghetti e macchie di bosco più fitto.

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Faccio i conti con i km e non so se i cartelli sono sbagliati, ma se mi fermassi a Upata, domani dovrei fare oltre 600 km per arrivare a Santa Elena de Uairen. Quasi impossibile, con la velocità della Pollita. Visto che non è tardissimo, decido di tirare di più adesso, così domani sono sicuro di arrivare.
Proseguo quindi fino a El Callao, una cittadina abbastanza carina e tranquilla.

Notizia epocale: sono diventato ufficialmente il proprietario della Pollita!!! 🙂
Il passaggio di proprietà è stato accettato, questo però non so quanto aiuta, perchè dopodomani dovrei tentare l’ingresso in Brasile, quindi non posso avere il documento in originale e non credo che una stampa da computer abbia grande valore legale … però di sicuro adesso diventerà ancora più difficile per loro schiodarmi dalla dogana senza farmi entrare!

Domani, tirata fino a Santa Elena di Uairen, a un tiro di schioppo dal Brasile!

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Le cartoline di Nelinkas (1)

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Grazie mille a Nuria (splendido nome, che mi ricorda Nur, la luce, in arabo e le indimenticabili norie siriane), Simone (splendida persona che ho avuto l’onore finalmente di conoscere dopo tanti anni 🙂 Caterina e Clara (e vabbè qui la commozione si spreca, sniff sniff! 😉

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