Il Caribe, finalmente

La nottata non è stat confortevole, il caldo umido appena mitigato dal grosso ventilatore puntato sul letto, unito alla plastica che copriva materasso e cuscino, certo non hanno aiutato.

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Il cielo anche oggi è completamente coperto. Tanto per cambiare non riesco a partire presto come vorrei, in ogni caso noto che al mattino c’è molta più gente per strada che non nelle ore più tarde. Quasi preferisco viaggiare il pomeriggio-sera!

Oggi i km non passano, ma le ore sì! Forse è anche per via della pioggia, che dopo non molto inizia a cadere copiosa. Il paesaggio continua a sembrare un unico immenso giardino, con l’erba verdissima che sembra essere stata appena tosata e gli alberi maestosi che emergono di tanto in tanto, con le chiome a ombrello oppure larghe e piatte.

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Qualche decina di km prima di Cartagena la pioggia cessa, ma le nuvole restano, non hanno intenzione di andarsene.

Il traffico è intenso e la mia voglia di guidare sotto la pioggia scarsa, ma alla fine, dopo molto più tempo di quello che pensavo, arrivo a Cartagena.

La città si presenta in modo pessimo: prima l’orribile zona portuale, con decine di TIR e camion a bloccare le carreggiate e i parcheggi e con una prateria di gru svettanti nel cielo, poi una periferia caotica di camion, motorette, auto e pedoni a riempire ogni interstizio e sfreccianti in ogni direzione. Spazzatura ovunque, anche in mezzo alla strada. Strade e palazzi rotti e sporchi.
Proseguendo verso il mare, la situazione lentamente migliora, si arriva in una largo viale con molti negozi e ditte ai lati.

Continuando a chiedere per il centro, alla fine compaiono le famose mura che racchiudono il centro storico. E il “colpo” è forte, perchè sono davvero suggestive, perfettamente conservate, proprio di fronte al mare. Ed alle spalle occhieggiano, come donne vanitose, splendide dimore coloniali e antiche chiese.
Sono dei bassi bastioni con una serie di cannoni, con delle porte monumentali che si aprono sulla città, ricordandomi un paguro: fuori una corazza dura e inespugnabile, dentro il cuore vulnerabile della città.

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Un tassista a cui chiedo informazioni mi dice che non posso entrare in centro con la moto, è vietato a tutti i veicoli privati. Infatti fuori le mura ci sono ampi parcheggi pieni di auto e moto.
Decido comunque di tentare, facendo finta di nulla.
Pronto e rapido, arriva il fischio di un poliziotto che sbuca alle mie spalle.

Gli dico che sto cercando un albergo e per convincerlo a farmi entrare, gli indico i bagagli, una montagna pesante da portare. Il poliziotto si consulta con il collega, poi parla al walkie talkie con altri poliziotti all’interno della città.

Posso entrare!!

Faccio in tempo a percorrere un vicolo nel centro storico, che un poliziotto mi ferma. E’ obbligatorio indossare il casco. Tutta la Colombia non usa il casco, ma qui dentro pare sia il contrario.

Arrivo all’ostello che mi ha indicato il primo poliziotto, ma è completo. Mentre sto riprendendo la moto, mi ferma un ragazzo sui 25 anni. Mi passa il biglietto di un albergo, gli dico che non mi serve, ma non mi molla.
Mi segue mentre faccio marcia indietro, a piedi perché contromano, per prendere una stradina laterale dove dovrebbe esserci un altro albergo. E’ il classico “jinetero”, termine cubano che ho imparato anni fa e che indica questo genere di persone, assai fastidiose che ti si incollano e non ti mollano più finchè non riescono a ottenere quello che vogliono: più soldi possibile.

Il problema, ed è quello che ti incastra, è che là per là hai convenienza a dargli retta. Perchè ti indicano gli alberghi, li conoscono, poi ti indicano il parcheggio dove mettere la moto, ti danno informazioni però tutto questo lo paghi e molto salato perchè, al di là dei soldi, ti infastidiscono standoti continuamente attaccati e rovinandoti i momenti che avresti voluto trascorrere in pace o comunque in altro modo.

Fatto sta che questo Jorge (“Giorgio in italiano, giusto? Ho molti amicci ittaliani”, segno per riconoscere al volo gli jineteros è che parlano decentemente 3 o 4 lingue) mi porta in un paio di hotel, mi aiuta a chiedere informazioni, mi accompagna – io in moto, lui a piedi perchè non ha il casco – fino al garage, una bella camminata di almeno 20 minuti.

Poi però tutto questo lo pago, perché Jorge mi si incolla gomito a gomito per almeno un’ora e mezzo, si lamenta perchè “sente” che non mi fido, gioca sulla psicologia. Mi fa girare in zone poco interessanti (perchè senza polizia, immagino) e inizia a chiedermi soldi per i motivi più disparati come conquistare una donna e una collezione di euro che sta facendo (es una moneda muy buena, fuerte!). Gli offro una birra e la bevo volentieri perchè sono assetato e accaldato. Dopo aver bevuto si lascia andare e mi racconta che ha vissuto 12 anni negli Stati Uniti, ma che l’hanno espulso dopo aver fatto 3 anni di galera.

“Per narcotraffico! Ma ero innocente! Per il solo fatto che nel momento in cui hanno arrestato un mio amico che aveva una grossa quantità di droga, ero al telefono con lui, automaticamente anch’io sono diventato colpevole! Ma io non c’entravo nulla, portavo solo la droga dalla Colombia agli Stati Uniti, ma non la vendevo, ma non ero spacciatore, la portavo soltanto!”

Insomma, un bravo ragazzo purtroppo incompreso. Tre anni a lui e dieci al suo amico, il vero spacciatore. Poi l’espulsione. Per dimostrarmelo, inizia a parlare un americano molto stretto ed effettivamente parla molto bene, fluente.
Continua a non mollarmi e a chiedermi soldi. Alla fine mi stressa talmente che acconsento a dargli 20 euro. Il problema è che li ho in albergo, per cui torniamo al punto di partenza.
Sale anche lui, la mia stanza è di fronte alla reception. Entro, prendo i soldi, esco e glieli dò. Lui mi giura e spergiura che domani me li restituirà, gli servono solo adesso. So perfettamente che non lo vedrò più e di questo sono assolutamente contento. In questo momento la cosa più importante e urgente è liberarmi di lui e tornare padrone del mio tempo e del mio spazio.
Gli dò i soldi, mi ringrazia e giurando per domani, se ne va.

Tiro un sospiro di sollievo e mi butto sul letto quando dopo due minuti sento bussare alla porta. Apro ed è ancora lui! Mi coglie assolutamente di sorpresa, non me lo aspettavo.

“Per favore, fammi andare in bagno, la birra … qui sono tutti pieni” e mentre parla, spinge leggermente sulla porta per entrare. Ho la prontezza di mettere il piede dietro la porta e spingere a mia volta, chiudendogli la porta in faccia non prima di avergli detto:

“Mi spiace, qui non entri!”

Questo è stato il massimo raggiunto in questi anni, mai nessuno aveva provato ad entrare in camera in questo modo! Di fronte alla reception poi!

Sono completamente disgustato da questa situazione e complice la stanchezza, mi fermo in albergo per un po’, col timore di ritrovarmelo ancora davanti se fossi uscito subito. Fatto sta che alla fine passa quasi tutto il pomeriggio e la rabbia è grande, perchè sento che è tutto tempo perso, non mi sono certo riposato o rilassato, nè l’ho sfruttato in qualche altra maniera. Buttato … e pagato!

Esco al tramonto.

L’aria è calda, umida, accogliente come un abbraccio. Il cielo è ancora luminoso, di quella luminescenza  blu turchese che ammanta il creato e lo rende affascinante, che attira gli sguardi verso l’alto e fa ammutolire per la bellezza.
Salgo sulle mura antiche, a pochi passi dal mare e guardo il sole scomparire all’orizzonte in ultimi lampi arancioni, poi violetti, bluastri e infine, il nero.

Passeggio per le piccole piazze con gli antichi balconi illuminati. Mi fermo rapito ad ascoltare un anziano mulatto suonare con grazia il clarinetto. Ci sono pochissimi turisti in giro, la piazza è semi deserta e le note rimbalzano sulle mura della piazza, laconiche e malinconiche. Mi fermo a leggere sulla panchina a fianco del suonatore. Sento che mi sto riprendendo, che sto entrando in sintonia con la città e superando la pessima esperienza di poche ore fa.

Proseguo il giro ammirando le diverse vie, poi di nuovo sotto le mura e ancora nelle piazze del centro. Questa città è magnifica.

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Ceno in un piccolo ristorante con un anziano cuoco molto simpatico. Il pesce è il solito guazzabuglio di sapori che tanto piace qui: pescado fritto (e non è dato sapere esattamente che tipo di pesce è), coperto di una salsa con mille spezie che annega pesce e un misto di frutti di mare tagliuzzati. Riso in bianco, insalata di cipolle (tante) e lattuga (tracce) e platano fritto. Domani chiedo tutto alla griglia, senza salse! Pochi sapori e chiari! Da bere, solito succo di frutta fresco, oggi lime.

Torno in albergo molto presto, sono stanchissimo. Rifletto su quello che è accaduto oggi, su Jorge che ha provato ad entrare in camera e decido di parlare con le persone della reception. Esco e non faccio in tempo ad iniziare il discorso, che mi chiedono se davvero conosco la persona che è salita oggi.

“Certo che no e volevo dirvi che assolutamente non desidero più incontrarlo e non fatelo entrare nella mia stanza per nessun motivo! Non lo conosco, non è mio amico per cui qualsiasi cosa vi possa dire domani, se lo fate entrare in stanza la considero completa resposibilità vostra”

Naturalmente mi rassicurano che non faranno entrare nessuno e che volevano avvisarmi sulla natura del soggetto, che avevo già capito.

Bene, tutto chiaro. Già che ci sono, prenoto per domani una gita in una delle isole di fronte a Cartagena.

Domani, riposo totale! O almeno, ci provo!

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Verso il Mar dei Caraibi, minatori permettendo!

La nottata è passata tranquilla. Per la Pollita, intendo: questa è stata la prima notte da quando siamo partiti, che la passa fuori. L’albergo non ha il garage, per cui l’ho parcheggiata a fianco dell’ingresso con il bloccadisco.

Piove, piove, piove. Ancora adesso, tutta la notte, ieri, l’altro ieri, da sempre. Se non altro, parto con la cerata già messa, una rottura in meno da fare.

Come immaginavo, visto che gli ultimi km di ieri erano stati in caduta verticale, oggi sono in ascesa altrettanto verticale. Abbastanza rapidamente, guardo il mondo dall’alto in basso.

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Magnifico panorama, incorniciato da un gran numero di avvoltoi, però inizio ad essere stanco delle montagne e del freddo. Adesso cerco pianura e caldo.

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Ricomincia il valzer della montagna, su e giù per decine di km.

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Pensavo di aver toccato il fondo, come strada rotta e dissestata, nella tratta da Ipiales a Popayan. Ma si sa che al peggio non c’è mai fine, ed eccomi a gustare una saporita Medellin – Puerto Valdivia, 180 km di masochismo, solo per stomaci molto robusti. E’ una sequenza ininterrotta di buche, rattoppi, curve a gomito, lavori in corso con tratti sterrati non segnalati, pezzi franati; il tutto molto stretto. Per cui è anche un continuo evitare i musi spropositati dei TIR che si allargano quel minimo per fare la curva.

Da Puerto Valdivia in poi la strada atterra in una vallata a fianco di un fiume che diventa via via più grande e limaccioso. Atterrare nel vero senso della parole, perchè si passa da quasi 3000 metri a poco più di 100, mentre la temperatura, da freddo gelida diventa calda umida.

Mentre guido, con la coda dell’occhio noto un torrente rosso alla mia sinistra. L’acqua è rossa, impressionante.

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Così come colpisce quando i due flussi di acqua si incontrano, quello del torrente e quello del fiume. Proseguono senza mescolarsi per molti metri, poi lentamente si uniscono. Metafora della vita.

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Fiancheggio il fiume godendomi la vista, la vegetazione e i fiori tropicali, le capanne dipinte e decorate, la gente per strada e la musica, quando entro in un villaggio, uno come tanti incontrati finora.

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Solo che qui la gente è tutta in mezzo alla strada e corre. Nella direzione opposta alla mia, cioè sto andando verso il punto da cui loro scappano. Rallento, poi mi fermo. Nessuno fa caso a me né mi dice nulla. Però vedo tutti, ma proprio tutti, bambini, vecchi, donne, uomini e ragazzi, scappare portando carretti, biciclette e tutto quello che hanno con loro. Chi si infila nelle case, chi corre ancora più indietro, più lontano.

Chiedo informazioni e mi dicono che c’è stato un morto. Ancora non capisco tra chi, se c’è uno scontro tra due gruppi, una rissa o altro.
Chiedo ancora, ma ripetono il fatto del morto, sono sconvolti.

“Non si passa, torna indietro!”

“Ma devo andare a Cartagena!”

“Vai da qualche parte e riprova dopo …”

Prima esplosione, forte.

“Quando?”

“Stasera o domani”

Altra esplosione, come la prima.

Seguo l’esempio di tutti e torno indietro di 500 metri. Ci sono tanti motorini e alcune macchine. Passiamo davanti a dei soldati e poliziotti che non dicono nulla, così come non mi avevano detto o segnalato nulla quando ero passato due minuti fa.

Parcheggio dietro un’auto a lato della strada, scendo e chiedo al signore seduto al posto del passeggero.

“Sono i minatori, stanno protestando”

“C’è stato un morto, mi hanno detto”

“Sì lo so, è un operaio che protestava che è stato travolto da una camionetta della polizia”

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Mi racconta che questa zona è piena di minerali e c’è tanto oro. Ci sono molte miniere artigianali, dove lavora la gente del posto, ci campano da anni, ma ora il governo ha vietato queste miniere, con la scusa che ci sono guerriglieri delle FARC infiltrati che si sovvenzionano in questa maniera.
Il governo vuole distruggere i macchinari che vengono utilizzati per l’estrazione, dicendo che non sono artigianali, ma industriali. E ovviamente ci sono le multinazionali interessate a queste miniere e a fissare i prezzi, vendendo poi l’estratto per conto loro.

Si uniscono le persone di altre auto, c’è uno che ha il fratello che lavora a Fabriano, facciamo tutti amicizia, tutti uniti da questo fuori programma, in attesa che si possa passare di nuovo.

Mentre parliamo, sfrecciano prima molte moto della polizia, tutte con due persone a bordo. Senza casco, il passeggero con uno o due mitragliatori. Poi una camionetta dell’esercito, piena zeppa di militari in tenuta da guerra completamente nera. Inquietanti.
Un elicottero sorvola la zona.

Parliamo del mio viaggio e della mia preoccupazione per il Venezuela e la sicurezza.

“No, ma è tranquillo! Più tranquillo della Colombia! Là queste cose non accadono!”

“Ci sei stato? Quando?”

“Poco tempo fa, qui”, e mi indica un paesino minuscolo a pochi km dal confine.

“E poi?”

“No, solo qua. Ma è tranquillo, non preoccuparti. Evita solo Caracas, lì sì è pericoloso”

Parliamo ancora un po’, poi arrivano due ragazzi su uno scooter. Si rivolgono direttamente a me:

“Vieni, andiamo, si può passare, tu devi proseguire no?”

Li riconosco, ci siamo sorpassati un po’ di volte nei km precedenti, mi fermavo a fare una foto, poi li superavo e così via. Hanno visto che sono straniero e che devo proseguire.

“Ok, saluto e arrivo!”

“Fai in fretta, andiamo insieme e non metterti assolutamente il casco, devono vedere che sei straniero!”

Mi fanno strada, li seguo. Passiamo alle spalle del villaggio, su stradine sterrate e piene di fango. Chiedono informazioni alla gente seduta fuori dalle case, su dove riprendere la strada principale per superare il blocco dei minatori e della polizia.

Proseguiamo così per alcune centinaia di metri, tra case e fango, persone cani e altri animali, poi riprendiamo la principale. Ci giriamo indietro e vediamo i militari e il giallo fluorescente dei poliziotti. Sembrano da soli, ma non guardiamo attentamente, acceleriamo e ci allontaniamo.

RIcomincia la splendida campagna, ignara di tutto. Dopo una quindicina di km, raggiungo Caucasia. Di nuovo vedo una fila di motorini con le persone che guardano tutte dalla stessa parte, così come tutte le altre persone a piedi o in auto. Guardano tutte verso l’altra estremità della strada.

Capisco subito e mi avvicino a un ragazzo col motorino.

“C’è una protesta anche qui?”

“Sì, è bloccato, ma forse piano piano si passa … solo le moto, le macchine no”

“Io vengo dal paesino prima, c’è stato un morto là!”

“Ah sì? Comunque qui se vai piano dovrebbero farti passare”

“Ok”

“E togliti il casco, mi raccomando!”

Messaggio ricevuto.

Vado pian piano, seguendo uno scooter. Scopro così che il blocco della strada l’ha imposto la polizia. Passiamo a fianco di un gruppo di poliziotti e di militari. Non ci filano. Della protesta, vedo solo un mucchietto di cenere fumante.

Sfilo davanti ai militari, poi proseguo sulla strada principale per uscire dal paese. Attorno a me ci sono molti motorini che sfilano e sfrecciano.

Ad un certo punto mi affiancano due ragazzi su un motorino:

“Sì, ma devi sbrigarti! Ci sono altri blocchi dopo! Se hanno fatto passare qui, forse fanno passare anche là, ma devi sbrigarti, altrimenti chiudono e devi aspettare chissà quanto!”

Accelero ed arrivo al secondo blocco della polizia, all’uscita dal paese.

Qui stavolta non si passa, hanno bloccato da parte a parte e poliziotti e militari sono distesi su tutta la larghezza della strada.

Mi fermo a pochi metri dal blocco, affiancando due su un motorino.

“C’è un modo per aggirare il blocco?”, chiedo a uno dei due.

“Sì, seguici, stiamo andando anche noi”

“Mi hanno detto che c’è stato un morto!”

Lei mi guarda con occhio duro e rettifica: “Veramente i morti sono stati 7”

Mi gela e non dico altro.

Appena imbocchiamo la stradina laterale, ovviamente senza casco, sento chiaro e netto uno sparo. Acceleriamo all’unisono sia io che i due sul motorino.

Altra parallela alla strada principale, poi nuova deviazione. Sbuchiamo una trentina di metri dopo il blocco della polizia.

Alla mia altezza, vedo un militare armato e in assetto da assalto a fianco della porta di ingresso di una delle case dei contadini, a una cinquantina di metri dalla strada. In campo aperto, e cioè tra la strada dove mi trovo io e la casa del contadino, c’è un soldato. Senza elmetto nè giubbotto antiproiettoli, solo con un grande mitragliatore in mano. Si sta avvicinando con grande circospezione alla casa

Con i due ci diciamo che è meglio andarsene, quando si sente un altro sparo. Dagli specchietti vedo tre moto della polizia venire a grande velocità verso di noi. Io, per evitare problemi e spiegazioni, accelero e me ne vado. Vedo che si sono fermati dai due ragazzi. Immagino sia per dirgli di andarsene da lì, è pericoloso.

Accelero e mi allontano il più rapidamente possibile. Dopo pochi km, vedo una fila lunghissima di camion e auto. Tutti fermi per il blocco. Da questo lato il blocco è ben organizzato, la polizia ha fermato tutti e dà spiegazioni.
Da dove sono arrivato io, invece, non c’era nessuno e sono potuto arrivare, ignaro, a pochi metri dagli scontri. Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi fatto una foto in meno e foss arrivato cinque minuti prima al primo blocco, dove avevano appena investito e ucciso una persona.

La strada scorre bene, ma tra strada pessima di stamattina per uscire da Medellin, blocchi e altre soste, sono ancora molto lontano da Cartagena.

Mi godo il tramonto, poi con l’ultima luce del giorno entro a Sahagun.

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Sono in stanza ad asciugarmi dalla doccia, quando sento una sequenza di esplosioni. Poi dopo qualche secondo, una nuova esplosione, secca, forte. Sarà la suggestione della giornata, ma mi preoccupo. Ok, basta restare chiusi in camera, però non è tranquillizzante.

Dopo un quarto d’ora dalle esplosioni, vado a chiedere al ragazzo della reception;

“Che è successo, cos’erano quelle esplosioni??”

“Nulla, dei fuochi artificiali, qui è tranquillo, non preoccuparti!

Vado in piazza a mangiare una cosa, è da stamattina che sono a digiuno. Attacco bottone con due signori al tavolo a fianco. Gli racconto il viaggio e tutto il resto. Quando gli dico che pensavo che le esplosioni fossero proiettili, a momenti cadono dalle sedie per le risate!!

“Nooo qui è tranquillo!”

“Ok, però oggi ci sono stati 7 morti …”

“Otto”, precisa, “però a Caucasia, Antioquia …” e fa un gesto con la mano come a dire a Pechino.

Chiacchieriamo per un’oretta, poi torno in camera a riposare.

Domani, mar dei Caraibi!! Minatori permettendo …

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Le palme, la cera e l’acqua

Il proverbio “Rosso di sera, bel tempo si spera” in Colombia non funziona. Ha piovuto tutta notte e anche stamattina promette.

Faccio colazione con autentico caffè colombiano (“Non Nescafè!”, come precisa la signora dell’albergo … e vorrei vedere!).

Riprendo la moto dal garage, che poi era la prima “camera” che mi avevano proposto ieri, monto i bagagli e parto verso la valle del Cocora.

Passo anche dal mirador di Salento, una bella vista dall’alto della vallata, ovviamente verdissima, con tutto quello che piove!

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La strada verso la Valle del Cocora corre, ovviamente, sul fondo di una vallata, a fianco di un torrente.

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Anche qui, a metà strada tra Salento e l’ingresso al parco naturale, c’è un posto di blocco dei militari. Mi guardano sfilare, tra bandiere colombiane sventolanti.

Arrivo contemporaneamente a tre pullman che scaricano decine e decine di persone vocianti. La guida urla come un ossesso, ma nessuno lo ascolta, c’è il caos più totale. Mi pare giusto, in un posto tanto tranquillo, portare un po’ d vita!

Chiedo ad un ragazzo dove posso trovare informazioni per fare una passeggiata nel parco. Inizia a spiegarmi senza mostrare alcun secondo fine. Mi parla anche di passeggiate a cavallo e gli chiedo se sa dove posso prenderne uno.

“Sì, se vuoi ti faccio vedere!”

“Ma sono tuoi?”

“No, però sono una guida, se vuoi ti accompagno!”

“Ok!”, rispondo dopo aver contrattato il prezzo per due ore di cavalcata.

Salgo su Canelo, un cavallo di 8 anni molto mansueto, invece la guida, un ragazzo di 22 anni di nome Fabian, mi segue a piedi.

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Mi racconta la storia del parco, che piante e animali si possono trovare, ovviamente nelle zone remote dove ci va poca gente, non qui dove c’è tutto questo casino.
La palma da cera è la grande star di questo parco, l’albero nazionale della Colombia e unico al mondo, sia per l’altezza che raggiunge, che per l’altitudine alla quale cresce. E’ chiamata così perchè secerne una cera che i contadini usavano per impermeabilizzare i tetti delle case, le mantelle ed altri usi tradizionali, ma ormai essendo in pericolo di estinzione, Fabian mi dice che ci sono pene dagli 8 ai 10 anni per chi le taglia o le utilizza. Solo quelle cadute o morte in maniera naturale, si possono utilizzare.
Oltre alla palma da cera ci sono altre specie endemiche, come il pino colombiano. Poi altri tipi di piante, come il pino spatola e l’elenco prosegue ancora a lungo.
Come uccelli, ci sono il tucano, il colibrì, il martin pescatore, l’aquila e moltissimi altri.

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Mi diverto molto a cavallo, effettivamente dovrei andarci più spesso. Soprattutto quando è così mansueto e obbedisce bene agli ordini!

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Ad un certo punto il tempo peggiora, inizia a piovigginare e si alza una nebbia densa, con in più dei piccoli banchi che si spostano col vento e donano un’aura di mistero al paesaggio, con i ciuffi delle palme che sembrano galleggiare nel nulla , in mezzo al cielo.
Ci sono molte vacche che pascolano, ma qui non fanno formaggio, perchè lo danno tutto ad una ditta che lo viene a prendere ogni giorno.

Le due ore volano e dobbiamo tornare.

Dopo aver lasciato Canelo e Fabian, vado ad un banchetto che vende insalate di frutta. Immagino una macedonia, invece mi serve sì della frutta tagliata a pezzi, ma immersa in una crema che non capisco di cosa sia fatta, poi sopra ci schiaffa, oltre a cocco tritato, anche delle creme non identificate e un’altra mistura salata che sembra formaggio grattuggiato. Come rovinare un’ottima macedonia.

E’ ormai l’1 e la pioggerellina si è trasformata in una pioggia fitta, con tuoni che rimbombano forte nella vallata e saette che squarciano il cielo. Il mariposario lo vedrò in un’altra vita, ora punto dritto verso Medellin e arrivo fin dove riesco.

La pioggia prosegue intensa per decine di km. Andando verso Pereira, scopro che i suoi dintorni sono la vera valle del caffè. Si scorgono colline su colline coperte delle basse piante di caffè, quasi tutte ancora con i fiori, ma già con molte bacche, quasi tutte verdi e alcune già rosse.

Aggiungo un cartello alla collezione di “stranezze” fatta fin qui, ossia quello che avvisa dell’attraversamento di armadilli! Faccio appena in tempo a pensare che dovrei fermarmi a fotografarlo, ma non mi va per via della pioggia, che scorgo con la coda dell’occhio due ragazzi sull’altro lato della strada che ne hanno preso uno. Inverto e li raggiungo.

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“Stava attraversando, lo avrebbe ammazzato qualche macchina!”, mi spiega il ragazzo che lo tiene in mano. Anch’io lo faccio quando capita, con i ricci o i rospi.
Gli scattiamo qualche foto, poi lo liberano nella radura e lo guardiamo allontanarsi a razzo. Speriamo che in futuro si ricordi la paura di quella striscia nera piena di veicoli sfreccianti, forse riuscirà a morire di vecchiaia.

La vallata si increspa in colline per poi impennarsi sempre più in alto. Si ricomincia con il valzer delle montagne, mille metri su e mille metri giù! Venti minuti a 40 all’ora e 5 minuti a 90 all’ora!
Anche l’asfalto peggiora molto, diventa pieno di buche e sconnessioni.

Rifletto che, finora, la Colombia è il paese dove è più difficile guidare, per via dei frequenti lavori in corso che buttano per aria km e km di strada, del fondo sconnesso, dei milioni di curve con pendenze e contropendenze.
Il Perù invece è quello dove è più pericoloso guidare, per via dello stile di guida sbarazzino dei guidatori.

Supero un fiume enorme, poi la strada affronta la parte più dura del tragitto, curve sempre più strette, in montagna, con i soliti mezzi pesanti che occupano entrambe le carreggiate.
Il tempo minaccia di nuovo pioggia, davvero non vedo l’ora di uscire dalle montagne e riposarmi un po’ al mare!

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Poco prima di arrivare a Medellin, la Pollita compie i suoi primi 10mila km. AUGURI!!! Dovrò farle un regalo 🙂

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Medellin ha una periferia moderna e molto estesa. Chiedo informazioni ad un paio di persone in moto per il centro, poi mi indicano la zona del Poblado come la più sicura in città. Per quanto mi sforzi di guardare, non vedo nessuna insegna di hotel, finchè non ne vedo uno, peccato sia un cinque stelle!
Alla reception chiedo gentilmente se mi segnalano un albergo che costa meno e una signora prende a cuore la mia causa. E’ in taxi e dice al tassista dove andare, io li seguo.
Dopo qualche km ci fermiamo in un albergo molto carino, ad un prezzo accessibile.

“Perfetto, allora fermati qui, buon riposo e benvenuto in Colombia!” e se ne va, sempre in taxi.

Domani devo arrivare il più vicino possibile a Cartagena, ormai ho il miraggio del Mar dei Caraibi!

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Valle del caffè e orgoglio colombiano

Pessimo risveglio. Emergo dal sonno per colpa dell’odioso chiacchiericcio della televisione.

Guardo l’ora: le 5:30. Già ieri notte all’1 ancora sentivo la tv e non ho detto nulla perchè ero stanchissimo, ma adesso è davvero troppo.

Indosso i pantaloni da moto e una maglia. Le scarpe non le trovo, ma esco scalzo tanto sono imbestialito. Mi ritrovo immerso nella nebbia, tutto è ovattato. Sento la televisione rimbombare nell’aria. Origlio alla porta della stanza a fianco, ma non sento nulla, viene da un’altra parte.
Cammino nell’oscurità nebbiosa e dopo poco capisco che viene dal padiglione a fianco dell’edificio principale. E’ una grande sala aperta, con tanti tavoli e un maxi schermo al fondo.
Mi aspetto che i due cani da guardia mi aggrediscano da un momento all’altro, perchè mi sto aggirando senza far rumore, nel buio. Ma sono talmente arrabbiato che sarei io ad aggredire loro.
Uno dei cani, il pastore tedesco, è sdraiato all’ingresso del padiglione. Gli mando un fischio per svegliarlo, ma il rumore della tv è talmente forte che non mi sente. Pazienza. Quando gli passo a fianco, se ne accorge e si tira su all’improvviso. Gli dico di stare buono e mi fiondo verso la tv.
Non vedo nessuno, ma quando sono a pochi passi, mi accorgo che c’è una persona in piedi, di fronte al mega schermo, a non più di tre passi. Con il volume altissimo.
Lo prendo a male parole che, data il sonno e l’arrabbiatura, sono tutte in romanesco stretto, incomprensibili fuori dal Raccordo Anulare. Però il tipo è sagace e intuisce che il problema è la TV e la spegne.

Mi allontano continuando a imprecare in dialetto romanesco intramezzato da poche parole di spagnolo. Proprio di fronte alla mia stanza incrocio il proprietario, già sveglio. Me la prendo anche con lui, stavolta riuscendo a usare più parole di spagnolo e meno di romanesco.

Il sonno ormai è andato. Mi riaddormento con grande difficoltà, per poi svegliarmi alle 8:30, dopo aver sentito altri rumori di motori meccanici e non so che altro.

Vado a fare colazione e mi rendo conto che il posto è molto bello, ieri arrivando di notte non avevo visto: è un’architettura tradizionale, tutta in legno vivacemente dipinto, c’è la piscina, i cavalli, molte piante e fiori. Purtroppo però il posto mi è andato di traverso e ho deciso di andarmene.

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Solito uovo per colazione, con la novità di un pezzo di formaggio, simile al nostro primo sale. Ha deciso per la cioccolata calda, mentre ovviamente avrei voluto del caffè.

La valle del caffè è molto bella e ben curata, con ville eleganti a fianco delle tradizionali finca, come quella in cui ho dormito. Sono colline molto dolci, mi ricordano le Langhe piemontesi o il Chianti toscano, per l’eleganza delle abitazioni, gli ampi panorami sulla vallata e la pulizia e precisione del tutto. La vegetazione naturalmente è diversa da quella italiana: banani, palme, piante e fiori tropicali. Ed effettivamente non vedo piante di caffè.

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Arrivo in un paesino e sento il bisogno di integrare la colazione con un bel succo di frutta fresco e un dolce di panetteria.

Dopo qualche km raggiungo il Parco del Caffè, un parco tematico. Mentre sto per entrare, arrivano tre moto “occidentali”: un BMW GS e altre due che non ricordo, tutte attrezzate di bauli, borse e loro vestiti di tutto punto con tute in cordura, caschi, stivali e tutto il resto. Penso a dei motociclisti europei in viaggio in Sud America e grandissima è la mia sorpresa quando vedo la targa: Venezuela!!

Li raggiungo nel parcheggio e le sorprese non finiscono: mi lascio sfuggire un paio di parole in italiano mentre parcheggio e una ragazza del gruppo dice:

“E’ italiano!”

“Ah, anche voi siete italiani??”

“No, siamo venezuelani, ma figli di italiani emigrati”

Lei e il marito parlano un italiano perfetto. Lui, Raffaele, tra l’altro è appena tornato dall’Abruzzo, dove sono il fratello e i genitori che nel frattempo sono rientrati.

Leghiamo immediatamente e mi aggrego al gruppo.

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Il parco è molto ben fatto e organizzato con tante attrazioni e percorsi per soddisfare tutte le esigenze, sia culturali che di divertimento, dai più piccoli ai più grandi.

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C’è un grande bosco di bamboo, bellissimo, dove posso ammirare da vicino dei possenti esemplari. E’ una pianta incredibilmente robusta che può essere alta molti metri, incappucciata da un ombrello di foglie sottili, verdissime.

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Assisto allo “Show del Caffè”, uno spettacolo con danze in vestiti tradizionali, interessante e piacevole. Mi colpisce il gran numero di omaggi e inneggiamenti alla Colombia, alla sua cultura e tradizione, con il pubblico, in buona parte colombiano, che rispondeva entusiasta. Grande orgoglio colombiano!

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All’uscita trascorro ancora un po’ di tempo con i motociclisti venezuelani che mi mettono in guardia dai pericoli del loro Paese:

“Il Venezuela è molto pericoloso, non è tranquillo come la Colombia! Cerchiamo di non far sapere nulla di quello che abbiamo, altrimenti corriamo il rischio di venir rapiti per avere un riscatto. Ti rovinano la vita! Negli ultimi anni hanno distrutto il paese, Chavez quanto meno aveva un ideale, ma Maduro è un ignorante, figurati cosa può fare un ex autista! A noi hanno requisito dei terreni, hanno nazionalizzato quasi tutte le imprese private del Paese. Il sostegno ce l’hanno grazie ai sussidi che danno alla povera gente, che quindi li vota anche se comunque alla fine fanno la fame”

Insomma, un quadro desolante, che in parte già conoscevo per sentito dire e avere la conferma da persone che ci vivono, è ancora meno incoraggiante. Comunque, mi dico, cerco di stare attento e di evitare le città più grandi, di solito calamita di criminali vari.
Raffaele mi regala anche un po’ di bolivar per avere qualcosa in tasca quando entro, mitico!! 🙂

Esco dal parco dopo averli salutati e proseguo il giro nella valle del caffè, infilandomi in una stradina senza segnalazioni, tornando poi sulla principale. I nomi sono tutti evocativi di luoghi geografici nel mondo: Montenegro, Armenia, Circassia, qualche km indietro c’è Palmira, poi Andalusia e così via, per finire con il paesino dove vorrei fermarmi per la notte, Salento.

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A Montenegro vorrei fare la piccola strada che prosegue per la valle del Caffè, fino a Circassia. Purtroppo non è percorribile perchè la stanno rifacendo. Un ragazzo mi dice però che con la moto, di lato, riesco a passare.

Seguo le sue indicazioni e alcuni lungo la strada mi danno delle voci:

“E’ chiusa, stanno facendo i lavori!”

E dall’altro lato della strada uno sente e risponde: “No, ma di lato riesce a passare!”

E il primo risponde che no, non ce la faccio. Proseguo lasciandoli a discutere se sì o se no.

Un ragazzo in bicicletta mi precede e mi mostra la strada fino all’inizio del lavori. La strada è completamente scavata, incorniciata da teli di plastica bianca, lasciando liberi solo due passaggi strettissimi ai lati, per i pedoni.

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Il ragazzo che mi ha accompagnato mi chiede dei soldi, in maniera gentile, ma insistente. Gli do qualche pesos e ancora non sono andato che anche lui inizia a discutere con un altro:

“Ma guarda che non ce la fa a passare!”

“Sì, di lato ci passa!”

“Non credo … comunque non da destra, lì stanno scavando anche di lato, passa da sinistra”

“Ok”, rispondo io, “grazie!”

Il passaggio è strettissimo, ci passo per pochi centimetri. I pedoni mi fanno passare, nessuno dice nulla. Proseguo per un po’ di metri finchè trovo un punto troppo stretto. Impossibile, nemmeno volendo perdere tempo a smontare le valigie laterali.

Mi fermo perplesso, pensando a cosa posso fare. Uno mi dice che devo passare per Armenia, un altro risponde che dal lato opposto della strada ce la faccio. Gli rispondo che uno poco fa mi ha detto che stanno scavando anche a lato. Un terzo però dice che c’è un sentiero dietro una siepe e posso passare di là, superando il pezzo che stanno scavando.

Riesco ad invertire sul prato di una casa, per fortuna senza nessuno dentro ad insultarmi.
Mi infilo nel sentiero che mi hanno indicato e sbuco sullo strettissimo marciapiede poco più sopra. Ricomincio lo slalom tra i pali della luce e i teli dei lavori, finchè anche qui non raggiungo un punto troppo stretto. Non si passa. Di nuovo, uno che cammina sul marciapiede si ferma e cerca di capire con me come si può fare.
Il palo di sostegno dei teli bianchi che coprono i lavori si può spostare. Allora scende nella buca dei lavori, gli passo il palo inclinato e lui da lì sotto lo mantiene inclinato.
Ci passo!! I successivi punti sono larghi a sufficienza, anche se strisciando con le valigie sia a destra che a sinistra. Finalmente il tratto con i lavori finisce e sbuco sulla strada che porta a Circassia.

Spero di non dover tornare indietro per un motivo qualsiasi, perchè non so se riuscirei a rifarlo!

Però ho la soddisfazione di avercela fatta e di percorrere una bellissima stradina di campagna che attraversa ancora la valle del caffè, invece di aver preso l’alternativa per tutti gli altri, una strada più larga e trafficata, sicuramente meno affascinante.

Fiancheggio per molti km enormi bananeti e altre colture, splendide finca in legno dai colori vivaci e una natura esplosiva.

Raggiungo la strada principale, tra Armenia e Pereira. Provo a cercare per una ventina di minuti buoni l’albergo dove andavano a dormire i ragazzi venezuelani, ma non riesco a trovarlo, anche chiedendo a diverse persone del posto.

Lascio perdere e vado a Salento. Ormai la giornata è finita e mi godo uno splendido tramonto, con mille sfumature di rosso e di rosa. Speriamo che il famoso proverbio abbia ragione!

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Arrivo a Salento e trovo un albergo con wifi, anche se troppo tardi scopro che è pessimo, per cui non riesco a caricare nulla sul blog.
La ragazza alla reception inizialmente mi propone quello che scopro essere il garage. In pratica nel box auto (ben impregnato anche della caratteristica puzza) hanno messo un letto e uno scaffale. Per il resto, c’è ancora tutta la roba tipica di un garage: dell’olio motore, qualche attrezzo e altra roba.
Non commento e mi limito a dire che preferirei altro. Allora mi mostra una camera, stavolta dentro l’albergo, molto carina. Solo che c’è solo per stanotte:

“Ma non è un problema, domani parto!”

Parlo a lungo con il signore che gestisce l’albergo, su cosa posso fare domani tra Valle del Cocora e paesini circostanti.

Nell’albergo incontro anche un colombiano, ma dai tratti assolutamente europei, che parla un ottimo italiano: molti anni fa è stato per 10 mesi a Verona, ha imparato l’italiano e non l’ha più dimenticato.
Iniziamo a parlare per caso del Venezuela e della situazione là, ma lui ha un punto di vista totalmente diverso dai ragazzi di oggi:

“Il Venezuela è MOLTO più tranquillo della Colombia! Chavez ha fatto tanto per il popolo, ora hanno scuola, sanità e molte altre cose. Vedrai che lo troverai molto più tranquillo che qui”

Da una parte una classe media venezuelana colpita duramente dall’economia “chavista”, dall’altra un colombiano socialista. Forse la realtà è nel mezzo. Lo spero, perchè le esperienze raccontatemi dai ragazzi erano davvero inquietanti.

Domani farò una passeggiata nella valle del Cocora, poi andrò a vedere un mariposario (un vivaio di farfalle) e poi inizierò la mia salita verso Cartagena, arrivando fin dove riesco.

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Al centro del caffè

Oggi si preannuncia intensa: devo fare la copia autenticata del documento, inviare il documento con corriere espresso e raggiungere la valle del caffè.

Quando esco sono sorpresissimo: mi trovo davanti una città piena di vita e di gente che corre e scorre da tutte le parti. Che contrasto con ieri sera! Quando ero arrivato, nonostante non fosse particolarmente tardi, era tutto chiuso. Ma in maniera diversa, ossia normalmente quando è sera, ci sono tante serrande abbassate, negozi chiusi, però c’è anche qualcosa aperto, un bar, un ristorante, un locale e c’è gente in giro, anche poca, ma qualcuno si vede.
Invece ieri sera era tutto chiuso, ma proprio tutto. E nessuno in giro. Sembrava ci fosse il coprifuoco; avevo avuto l’inquietante sensazione di una guerra o un’epidemia in corso, tanto era irreale quel vuoto.

Oggi invece la vita esplode. Il centro è molto carino, tutto di eleganti e candidi edifici coloniali. E’ una città bianca, per lo meno il centro.

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Vado dal notaio. Come avevo già visto a Concepcion con Nicola, i notai non sono quei templi sacri che ci sono in Italia, con il notaio che è una sorta di essere mitologico che appare solo ad alcuni eletti e che, soprattutto, ha delle tariffe degne di un sacrificio rituale richiesto da un capriccioso semi-dio.
Per non parlare delle banche, che restano aperte fino alle 18:30/19 …

Qui i notai sono uffici normali, con tanti sportelli ognuno che effettua un’operazione differente: autentiche, duplicati, certificati, ecc. Sono molto rapidi e costano non “poco”, bensì “il giusto”.
La mia copia autenticata consiste nel fare una fotocopia del documento, mostrarla al notaio che verifica che fotocopia e documento siano identici, mette un timbro e una firma. Due minuti di lavoro, meno di 1,5 euro il costo (un euro e mezzo). A voler fare il rapporto con il costo della vita, è come se fosse costato 10 euro. Come in Italia!
Tra parentesi, la fotocopia l’ho fatta nel negozio a fianco, che è un interessantissimo parrucchiere / negozio di fotocopie. Evidentemente ha fiutato l’affare e, mantenendo il lavoro di parrucchiere, ha comprato una fotocopiatrice e la usa in continuazione grazie al notaio a fianco.

Vado a cercare il corriere per spedire il documento e passo davanti a una golosa bancarella coperta di ananas. Non posso resistere e me ne faccio due belle fette dolci e succose.

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Il corriere è un affiliato UPS e mi chiede l’equivalente di 30 euro per mandare il documento da qui a Santiago del Cile.

“Quanti giorni ci vogliono?”

“Cinque, festivi esclusi”

“Non c’è modo di farlo arrivare prima?”

“No, perchè oggi pomeriggio da qui va a Cali, poi domani da Cali va a Bogotà e dopodomani parte per Santiago”

“Ah! Quindi se vado a Cali potrei risparmiare un giorno?”

“Penso di sì”

Ringrazio e torno in albergo: tra un paio d’ore dovrei essere a Cali, lo mando da lì! Anche se questo significa entrare in città e perdere un mare di tempo.

Pago il conto dell’albergo e ho una sorpresa. Ieri avevo tirato sul prezzo della camera (ben 117mila pesos colombiani, pari a circa 46 euro, una cifra esorbitante per la Colombia) provando ad abbassarlo a 100mila

“No Señor, mi spiace, il prezzo è già ridotto, durante il week end costa 156mila pesos”

Avevo insistito ancora un paio di volte, ma la ragazza era inflessibile, il prezzo era quello e non si discuteva.

E invece oggi scopro che devo pagare 100mila pesos! Purtroppo non c’è, per poterla ringraziare.
Ho anche una consumazione e, altra cosa che ho notato anche in altri paesi, il costo degli articoli è molto simile a quello che si può trovare fuori, non sono dei furti a mano armata come in Italia!

E’ ormai mezzogiorno quando riesco a partire. Terribilmente tardi!

Riesco a trovare l’uscita da Popayan abbastanza rapidamente, dopo un paio di contromani ad-hoc per evitare un ingorgo pauroso e per riprendere un bivio mancato.

La strada per Cali per fortuna ha il fondo in condizioni molto migliori rispetto alla strada di ieri. Le montagne si trasformano rapidamente in colline e con lo scendere dell’altitudine la vegetazione da montana si trasforma in tropicale. Fiori ovunque, banani e altre piante tropicali. Uno spettacolo.

Arrivo a Cali, piuttosto caotica ed inizio il non facile compito di andare verso il centro. Finisco su un grande viale, pieno di attività commerciali, concessionari d’auto, banche e dopo poche centinaia di metri vedo anche un bel centro spedizioni Fedex. Tra i tanti documenti che mi fa riempire e informazioni che mi chiede, ce n’è uno curioso, dove devo indicare almeno due persone che conosco in Colombia.

“Lo richiede il ministero come controllo anti-droga.”
Non indago ulteriormente, però  mi sembra una misura singolare. Faccio notare al commesso che sono senza fissa dimore 😉 visto che cambio albergo praticamente tutti i giorni. Mi fa lasciare quella parte del modulo in bianco, chissà poi se aggiungerà due nomi di fantasia.

Spedisco il documento a Santiago e riparto. Anche uscire da Cali non è particolarmente complicato, a parte l’ultimo svincolo per prendere una tangenziale che, a poche decine di metri dallo svincolo stesso, da 4 corsie asfaltate si trasforma in pista sterrata. Pista occupata da una specie di grande laguna che tutti si affannano ad evitare, preferendo andare contromano sull’altra corsia, piuttosto che affrontare l’enorme pozzanghera.
Faccio caso per la prima volta che tutte le persone che guidano uno scooter, hanno la targa scritta sul casco con lettere adesive. Se c’è un passeggero, anche lui deve avere la targa del veicolo scritto sul casco. E se uno per una volta va dietro un’altra persona???

Piove quasi ininterrottamente da stamattina, a parte brevi pause, da quando ho lasciato Popayan. Fortuna che non ho lasciato la cerata a Lima! Per un attimo ci avevo pure pensato!!

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Incredibilmente, da Cali parte verso nord una splendida e perfetta autostrada. Questo aumenta drasticamente la media, riesco ad andare senza problemi a 75/80 km/h. Le carreggiate sono incorniciate da splendidi ed enormi alberi tropicali e palme. Residuo di quello che c’era qui prima dell’asfalto.

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I km scorrono veloci e tra un acquazzone e l’altro arrivo prima al bivio che porta verso Armenia e la valle del caffè. La strada torna a due corsie, anche se nuova e ben fatta.
Compaiono di nuovo i posti di blocco dell’esercito. La novità rispetto ai giorni scorsi, sono delle trincee e delle protezioni costruite con dei sacchetti di sabbia, esattamente come in guerra.
Incrocio un altro posto di blocco e dal mio lato della strada, il destro, parte a tutta manetta uno scooter con due militari a bordo, entrambi senza casco. Il passeggero porta a tracolla un mitragliatore la cui canna finisce ben oltre la sua testa. Impressionante!

Ormai sono a poche decine di km da Armenia, non posso fermarmi adesso, per cui anche oggi finirò per guidare al buio.

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Sto puntando Armenia per proseguire fino a Salento, sono ormai a meno di 15 km da Armenia, quando vedo la deviazione per il parco del caffè. Che vado a fare a Salento se poi dovrò tornare qui?

Chiedo informazioni se nel parco ci sono degli hotel o alloggi di altro tipo e, dopo aver ricevuto risposta affermativa, mi inoltro nel parco. Il buio è totale e la strada senza segnalazioni. Praticamente mi pare di galleggiare nella foresta, vedo vegetazione da ogni parte, illuminata dal piccolo faro della Pollita.

Dopo una decina di minuti arrivo ad una finca che lavora anche come ostello. Mi fermo perchè sono stanchissimo, non voglio proseguire oltre.

A cena, inizio a chiacchierare con il tipo che la gestisce. Scopro così che la finca non produce più caffè da molto tempo:

“I prezzi si sono abbassati troppo, non conviene più! Adesso tutti qui coltivano altre cose: banane, ananas, ecc

Prosegue poi la delusione con la cena: il tipo mi mostra il menu, poi dopo un po’ arrivano due in motorino con un pacchetto di plastica in mano. E’ una scatola di polistirolo e contiene la mia cena. Per di più la carne sembra una suola di scarpe e le patatine sono dure come il marmo.

Realizzo anche che quello che voglio vedere io, il Parco della Cocora, è proprio a Salento! Domani mi tocca andare là allora … e io che speravo di riposarmi almeno un giorno!

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Verso il cuore della Colombia

La nottata è travagliata, mi sveglio molte volte e spesso faccio dei profondi respiri. Siccome li conosco bene avendoli avuti per alcuni giorni quando ero salito in quota in Cile, controllo l’altitudine di Ipiales. Caspita, 3000 metri! Non credevo.

Ormai sono entrato in Colombia, devo attivarmi per il Brasile!
Il piano è di fare un duplicato della dichiarazione che ho con me, con i due timbri richiesti dal consolato brasiliano. Il duplicato lo tengo io, per sicurezza. L’originale lo mando via corriere a Santiago, ad un’amica di Caterina che lo porta al consolato brasiliano, lo fa autenticare e me lo rimanda nella città in cui mi troverò. Spero ancora in Colombia, altrimenti in Venezuela.

Facile no?

Peccato che non riesco nemmeno ad iniziarlo il piano: oggi è tutto chiuso, festa nazionale, ricorrenza della battaglia di Boyacà che fu cruciale per la Liberazione della Colombia dagli spagnoli.

L’idea perchè i prossimi giorni però è di andare in piccoli paesi di campagna, dove sicuramente non ci sarà il corriere espresso, quindi dovrò rimandare di alcuni giorni. Non ci voleva questa festa.

Mentre cerco un notaio aperto, vedo uscire una ragazza dal portone di una casa. Ha in mano due ceste credo di dolci. Sono piccoli barattoli trasparenti, pieni di quella che sembra una crema di latte. Appena uscita, posa le due ceste a terra, si fa il segno della croce, poi riprende le ceste ed inizia la giornata di lavoro.

Nella piazza principale incontro dei motociclisti dell’Ecuador, di Quito. Hanno un Multistrada, una Ducati tipo Monster e un’altra moto. Stanno andando a Medellin, poi torneranno indietro.

Mi avvio verso il santuario della Vergine di Las Lajas. E’ vicinissimo a Ipiales, la strada si distende sul fianco di una collina, offrendo un panorama spettacolare sui rilievi che circondano la città e il santuario. Approfitto del sole e mi concedo un piacere proibito: andare in moto senza casco! Sono pochi km fino al santuario e quant’è bello sentire il vento tra i capelli e l’aria tiepida sul viso.

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La discesa al santuario, prima in moto e poi, soprattutto, a piedi, è molto ripida. La parte a piedi è in buona parte di scale.
Prima di arrivare al santuario, si vedono le mura coperte di ex voto. Sono centinaia, forse migliaia. Una famiglia ne sta mettendo una proprio adesso: una piccola lastra di marmo con inciso l’ex voto e un po’ di cemento per fissarla sulla roccia, assieme a tutte le altre.

E’ in corso la messa, con il prete che sottolinea come la fede non sia un concetto acquisito di diritto, ma va coltivata giorno per giorno, ricercata.
Per ora non c’è la musica; nelle messe che ho incrociato nei giorni scorsi, c’era sempre qualcuno che cantava e suonava la chitarra o la tastiera, canzoni quasi pop direi. Forse é la risposta sudamericana ai gospel nordamericani.

La risalita verso la moto, con centinaia di gradini e complice l’altitudine, è sfiancante.

Finalmente sono in sella, parto verso Pasto. Il nome di questa cittadina mi ricorda il libro “Il pasto nudo”, di William Burroughs, una cronaca folle e visionaria dell’esperienza della droga, scritta ovviamente sotto i suoi effetti. Nonchè il blog di Sonia, una mia cara amica.

L’idea è di arrivare in quella città, prendere una strada secondaria per vedere la laguna de la Cocha e proseguire per San Agustin, dove si trova un’area archeologica interessante.

La parte iniziale di quella che si chiama ancora Panamericana, ma ormai del carattere grandioso che aveva in precedenza, ha perso tutto, essendo ridotta come una nostra strada statale infestata di curve, dicevo, la parte iniziale è stretta in una gola di montagne non troppo alte, prima verdi, poi pian piano sempre più brulle e spoglie.

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La strada, come ormai mi ha abituato da parecchio tempo, scende a quota 0, per poi risalire di centinaia e centinaia di metri, in una continua altalena in cui passo dal caldo umido della parte bassa, dove inizio a sudare, al freddo secco della parte alta, dove devo chiudermi e coprirmi completamente per evitare colpi di freddo.

Arrivo a Pasto e mi metto a parlare con un motociclista del luogo. Per prima cosa, mi dice che per arrivare alla laguna servono almeno 40 minuti (ed è già tardi) e poi che da una certa cittadina in poi, diventa una pista di terra.
Non ho voglia di fare nè l’uno nè l’altra, per cui rinuncio alla laguna e punto a Popayan. Ne ho già viste tante di lagune, mi dico cercando di consolarmi.

Non è facile riprendere la Panamericana, alla fine varie deviazioni e perdite di tempo, ci riesco.
La Panamericana é solo un nome, non é garanzia che sia una strada grande e in buone condizioni. Cambia in continuazione, da strada di montagna incredibilmente intricata, a morbida linea che si snoda tra i boschi, dal fondo liscio e immacolato ad un inferno di buche e rattoppi che la rendono peggiore di tante piste sterrate.
Purtroppo, poco dopo Pasto, quindi con ancora tanti km da fare, è quasi sempre butterata di buche che fanno sobbalzare vistosamente me e la povera Pollita, che strizzo a più non posso per tirarmi fuori da questo taboga.

In queste condizioni, i km passano lentamente, molto più lentamente del tempo.
Un cartello annuncia “Popayan – 90 km”. D’accordo, ma se in quei 90 km ci sono 90 milioni di curve, vuol dire poco come informazione.
Ed ecco la ragione del perchè qui si esprimono solo ed unicamente in termini di tempo, non di km. Perché è vero che i km sono misurabili e precisi, però non danno il senso della difficoltà della strada. Il tempo impiegato, invece, sì. E a conti fatti, quello che a uno importa, è il tempo che manca per potersi riposare, non quanti km mancano.

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Quando sento che sto per addormentarmi, metto in cuffia un po’ di canzoni italiane anni ’90, come le bellissime Senza Pietà e Stiamo Come Stiamo (piccolo inciso, che voce incredibile che aveva Mia Martini!). Ascoltandole nelle sequenze ininterrotte di curve, danno una bella scarica di adrenalina!

Verso la fine del pomeriggio, sono ancora a una sessantina di km da Popayan. Questo significa che certamente finirò al buio. Mi riprometto di fermarmi alla prima posada carina.
Lungo la strada se ne trovano tante, ogni pochi km c’è un ostello, una posada o un piccolo albergo.
Incrocio molti paesini e quando non sono paesini, sono case isolate, ognuna col suo campicello da coltivare e qualche animale che pascola.

Da Ipiales in poi, si susseguono i punti di controllo che possono essere della Polizia, in normale tenuta in divisa oppure dell’esercito, in pieno assetto da guerra, con armi ben in vista.

Nonostante le pessime condizioni stradali, hanno pure il coraggio di chiedere dei soldi in un paio di caselli.
Stavolta mi informo prima, per evitare la figuraccia che ho fatto in Ecuador, dove mi sono infilato tranquillo e allegro in una corsia chiusa, per fare come in Perù e passare senza pagare, quando una guardia armata di fucile a pompa mi ha indicato la corsia aperta. Devo pagare!

Qui in Colombia invece non si paga. Riepilogando: in Cile e Ecuador, le moto pagano tariffa ridotta rispetto a quella piena. Bolivia, Perù e Colombia invece non fanno pagare. In entrambi i casi, la situazione è migliore di quella italiana, dove si paga sempre la tariffa massima, quella delle auto.

Supero l’ultimo paesino prima di Popayan e chiedo ad un signore:

“Quanto tempo per Popayan?” (alla fine anch’io ho imparato a chiedere il tempo, non più i km).

“No, poco, solo 25 km!”, e stavolta è lui a fregarmi rispondendomi!

“Mh, ma come sono? Così – e indico la strada, che qui è piena di buche e fango, molto scivoloso – o é meglio?”

“Buoni, tutto asfalto!”

Sì, ma non ha risposto alla domanda, se asfalto buono o distruttivo.

La luce è quella debole del crepuscolo, si indovina la strada, ma è sempre più buio. In giro ci sono biciclette, persone, oltre ovviamente a camion e camionette che continuano a tenere fissi gli abbaglianti anche quando li incroci.

Decido di fidarmi del tipo e proseguire, niente posada lungo la strada.

La parte iniziale effettivamente è stata appena rifatta ed è perfetta. Ma dura solo pochi km, poi torna la strada rovinata di sempre, oltre a parecchi cantieri in cui mi ritrovo a passare su ghiaia e fango.
Maledico il tipo che mi ha detto di proseguire, che mancava poco.

Dopo una quarantina di faticosissimi minuti arrivo a Popayan.

Chiedo informazioni per il centro ad una giovane coppia in moto. Provano a darmi delle indizioni, ma si accorgono che è troppo complicato e decidono di accompagnarmi.
Arrivano fino a un fabbricato della polizia, a fianco del parco di una piazza. La ragazza deve chiedere il permesso per proseguire. Infatti, dopo le 18 è vietato entrare nel centro in due su moto e motorini.

“Per via degli scippi e delle rapine”, mi dice. Sarebbe da fare anche in qualche città italiana …
Il poliziotto esce dalla casupola e viene a verificare che davvero sia straniero, poi ci fa proseguire.

Mi portano ad un hotel molto bello, con il garage.

Come ieri, ceno al volo e studio su dove posso proseguire il giro in Colombia, poi crollo a letto esausto.

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Oltre l’Equatore, fino a …

Il piano di oggi prevede di andare a Otavalo. Ma nella notte mi chiedo cosa vado a farci: è comunque lontano dalla Colombia e l’unica attrattiva è il mercato del sabato. E oggi è martedì.

Meglio sarebbe, a questo punto, andare direttamente in Colombia. Sulla cartina vedo che c’è una cittadina, Ipiales, proprio attaccata al confine. Se mi fanno entrare, dormo lì. Se non mi fanno entrare, torno indietro fino a Tulcan, anche questa molto vicina al confine, lato Ecuador. In qualsiasi caso, dovrei trovare da dormire facilmente.

E via allora, verso la Colombia! O almeno ci provo, come sempre.

Ha piovuto tutta notte e alle 6:30, quando mi sveglio, ancora piove. Per fortuna, per le 8 quando parto, ha smesso. Il paesaggio, però, è ancora immerso nelle nubi, a dare un tocco mistico e misterioso alle montagne.

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Stavolta la strada è tutta una salita praticamente ininterrotta fino alla Panamericana. Il freddo diventa via via più intenso, poi prima di Quito, la strada si impenna non so fino a quanti metri, sicuramente più di 3000. Mani e piedi sono doloranti e il resto del corpo è alla soglia della temperatura minima di comfort. Come già è accaduto nei giorni scorsi, vengo inghiottito dalle nuvole, bassissime. Mi ritrovo nella nebbia, con pioggerellina costante e freddo intenso.
Poi per fortuna la strada scende e recupero tutto: visibilità e un po’ di calore.

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Cerco di circumnavigare Quito, ma i cartelli sono del tutto assenti e quindi ci finisco dentro, perdendo una mezz’ora buona, forse anche di più.

A nord di Quito c’è un posto chiamato Metà del Mondo e segna il punto in cui passa l’equatore. Però non vedo il cartello o banalmente non c’è. Me ne accorgo che ormai sono parecchio distante, non ho voglia di tornare indietro e aggiungere altri km alla già lunga giornata. Spero in una qualche monumento o targa sulla Panamericana, la principale strada dell’Ecuador, ma nulla. Peccato, sarebbe stato un bel ricordo, il passaggio dell’equatore!

I km passano e, come sempre, supero decine di montagne, più o meno alte. Nelle discese sfreccio fino a 80/90 km/h; sulle salite, dipende dall’inclinazione, posso andare sui 50, ma anche a velocità inferiori, fino a 20 km/h nelle salite più ripide. Certo che un ponte o un tunnel ogni tanto, potrebbero farlo!

La vegetazione passa in poche ore da quella tropicale di Baños, a quella alpina di Quito e dintorni, alla semi-arida della parte più a nord, verso il confine con la Colombia, dove si possono vedere colline coperte del giallo del grano tagliato. Per finire con paesaggio collinare che ricorda le regioni dell’Italia Centrale.

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Prima di arrivare a Tulcan, attraverso alcuni piccoli paesi, dove la maggioranza della popolazione è nera. Sembra una piccola enclave, perchè tra loro non vedo altri tratti, né indio né meticci né caucasici.

A Tulcan, ultima cittadina dell’Ecuador di una certa dimensione, situata a 10 km dal confine, decido di fare il pieno, visto che qui la benzina costa molto meno che in Colombia, Il benzinaio, però, sotto l’occhio vigile di un militare a pochi passi da lui, mi avvisa che per legge non può farmi più di 3 dollari di benzina, questo perchè dalla Colombia arrivavano frotte di persone per fare il pieno.

Arrivo finalmente al ponte internazionale di confine. E’ molto diverso dai precedenti confini: c’è un gran caos di camion in attesa di controllo, venditori ambulanti, cambia valute abusivi. Tutti uno sull’altro.

Passo davanti al militare che sta controllando l’uscita dall’Ecuador e mi dice di proseguire. Gli chiedo dove devo far controllare il passaporto, e quello come risposta, mi indica un edificio grande, in metallo e muratura.

Arrivo fin là, entro scansando 3 cambiavalute abusivi e scopro che questo è il controllo passaporti …. della Colombia!

Torno indietro abbastanza innervosito. Nell’ufficio del controllo passaporti c’è una fila incredibile, alla fine impiego 45 minuti.

Controllo della moto, con l’impiegato che esce dall’ufficio e la fotografa da tutte le parti con una compatta digitale.

Posso andare, ciao Ecuador!

Torno al controllo passaporti della Colombia. Incredibile il contrasto tra l’Ecuador che ha una fila di decine di persone, penso per entrare, mentre gli uffici della Colombia sono desolatamente vuoti.

Il controllo passaporti è veloce, ora tocca alla moto. Altro esame!

Vengo accolto da un impiegato che mi elenca le fotocopie che devo fare e di quali documenti. Le faccio in un ufficio dall’altro lato della strada (sempre con frotte di persone a chiedermi se voglio cambiare dollari in pesos colombiani) e per sicurezza fotocopio anche la dichiarazione di Nicola, anche se l’impiegato non me l’ha elencata, sicuramente perchè pensa che la moto sia intestata a me.
Compro anche una bottiglia d’acqua. E’ la prima cosa che bevo da stamattina, mentre è da ieri sera che non mangio. Come cantavano i Massimo Volume in Atto Definitivo, Ho cominciato una specie di Ramadan involontario”.

Torno nell’ufficio, l’impiegato senza alzare la testa mi dice di sedermi su una sedia verso il fondo dell’ufficio. Accetto volentieri e i minuti iniziano a passare. Dopo una ventina di minuti vado a chiedere chi stiamo aspettando:

“La persona che deve controllarti la moto!”

“Ah! E dov’è?”

“Fuori”

Capisco che non vuole parlare o spiegarmi di più e vado a rimettermi seduto.
Passano altri 20 minuti, fuori ormai è diventato buio e della persona che deve controllarmi la moto, ancora nessuna traccia.

Finalmente l’impiegato si decide a controllarmi almeno i documenti. La moto poi la controllerà chi vogliono loro.

Prende tutto, fotocopie e originali e inizia a leggerli e riempire un modulo sul computer. Pare non si stia accorgendo che è intestata a Nicola e non a me. Mi chiede anno, colore, modello, telaio, ecc ma nemmeno una parola sul proprietario.

Visto come si stanno mettendo le cose, sfilo con noncuranza la fotocopia della dichiarazione e la appoggio vicino agli originali dei documenti.

Riempie tutto, mi restituisce gli originali e … si accorge del foglio:

“Questo cos’è?”

Mi prenderei a schiaffi, avevo intuito che non si stava accorgendo del proprietario, ho tolto bene la fotocopia, ho nascosto bene l’originale … e gli ho lasciato la fotocopia sotto al naso?!?

“E’ l’autorizzazione a portare la moto nei Paesi del Sud America”

Apre velocemente il libretto della moto, con lo sguardo allarmato. Rilegge il libretto, legge attentamente la dichiarazione, mentre penso che adesso sono fritto e iniziano i problemi.

Invece la ripiega e me la restituisce con uno sguardo del tipo “e chi se ne frega?”

Stampa il modulo che aveva riempito al computer, senza cambiare una virgola. Lo firmo e mi congeda:

“Buon viaggio e benvenuto!” e anche la collega accanto a lui, mi dà il benvenuto.

Sono in Colombia!!! Sono troppo contento, ancora non riesco a crederci.

Ormai si è fatto buio, ma per fortuna sono a 2 km dalla città. Entro e chiedo informazioni, tutti mi sembrano incredibilmente gentili e disponibili.

Trovo l’albergo con tanto di ristorante, dove ceno perchè sono stanco morto e non ho intenzione di cercare altro e prelevo un po’ di pesos ad un bancomat.

Adesso devo studiare un giro da fare in Colombia con i giorni che ho a disposizione!

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Tra cascate e foresta

Oggi voglio fare una gita fino a Puyo e, se la strada è buona, incamminarmi verso Tena, che comunque dovrebbe essere troppo lontana per poterci arrivare senza poi fare tardi. Infatti vorrei anche farmi un bel bagno nelle piscine termali.

Vediamo cosa riuscirò a fare di tutto ciò.

Nel frattempo, vanno avanti le grandi manovre per farmi proseguire il viaggio. Per la Colombia ormai è tardi per fare qualsiasi cosa, quindi proverò a entrare come ho fatto qui in Ecuador, col metodo S&P (si legge SEP: Spera E Prega). Invece in Venezuela e soprattutto Brasile, vorrei avere i documenti in regola. Il Venezuela perchè li vedo molto rompiscatole. Il Brasile, invece, perchè parlano un’altra lingua, quindi immagino che il documento in spagnolo gli interessi fino a un certo punto.
Caterina ha avviato altri canali a Santiago, di amici e colleghi, per raccogliere informazioni e decidere il da farsi.

Parto e, quando mi accorgo che il cielo è minaccioso e che la cerata l’ho lasciata in albergo, sono ormai troppo lontano. Speriamo regga.

La strada si snoda in una valle stretta da due catene di montagne. Da entrambi i lati, si vedono cascate e salti d’acqua. Prendo la deviazione che indica una cascata, a pochi km da Baños. La strada si impenna fino ad arrivare letteralmente sotto la parete di roccia, a fianco della cascata.

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Torno sulla strada principale, proseguendo per Puyo. C’è acqua ovunque e vegetazione, tanta.

Mi torna in mente la conversazione avuta l’altro giorno con un ragazzo di Guayaquil in gita a Cuenca con la famiglia.

“Eh, il Perù e il Cile sono aridi, vero? Qui in Ecuador, invece, butti un seme e quello cresce”

Sì, ma state sempre con l’ombrello in mano!

Di tanto in tanto, quando la fitta vegetazione lo consente, sulla destra, cioè verso la vallata, si aprono degli scorci spettacolari sulle montagne ed il fiume che scorre impetuoso.

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La strada si infila alcune gallerie, nelle quali piove dentro a secchiate, a volte passo sotto autentiche cortine d’acqua, ma non posso evitarle perchè la galleria è strettissima e l’altra corsia è sempre frequentata, sarebbe da folli azzardare un sorpasso.

Mi fermo ad un mirador per l’ennesima cascata. A fianco del punto panoramico, c’è una casa di legno e una vecchina seduta davanti ad una griglia, con alcune canne da zucchero sopra. Le chiedo se ha succhi naturali, mi risponde con l’elenco della frutta con cui può farmelo. Scelgo un ottimo ananas.
Visto che sto morendo di caldo, le chiedo la cortesia se posso appartarmi un secondo per smontare l’imbottitura. Detto,fatto, mi spoglio nella cucina dell’abitazione.

Quando sto per arrivare a Puyo, in uno dei frequenti punti di controllo della polizia mi fermano per chiedermi patente e libretto .In un mese e mezzo di viaggio, questa è la seconda volta che mi fermano. La prima fu all’ingresso in Ecuador, quindi entrambe le volte qui,

Appena passato il controllo, le solite goccioline sparse si infittiscono e in breve si scatena una pioggia che, stavolta a pieno titolo, posso definire tropicale. Cerco disperatamente un posto dove ripararmi e lo trovo in un ristorante con tavoli all’esterno (sotto una tettoia), poche centinaia di metri dopo.

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ll cielo è diventato color del piombo e il muro di pioggia è impenetrabile. Entro tra i tavolini e mi siedo. I minuti passano: 10, 20, 30 …  40!
Mestamente prendo lo zaino e inizio a rimontare l’imbottitura appena tolta. Per farlo, devo togliermi i pantaloni. Rimango in mutande a trafficare con l’imbottitura, quando dalla casa a fianco, da cui non davano segni di vita da quando sono arrivato, esce una signora. Mi ritrovo in mutande davanti casa loro, ma non posso far altro che ignorarla e proseguire quello che sto facendo. Anche lei mi ignora, perfetto!

Nell’attesa, accendo il telefono e scarico le mail. Una è dell’amica di Caterina a Santiago. Ha telefonato al consolato brasiliano. Pessime notizie. Pare che per fare l’autentica, sulla dichiarazione serva sia il timbro del ministero della Giustizia cileno che di quello degli Esteri. Tempo medio di attesa per ciascun timbro, a detta sua, una ventina di giorni. In pratica, quando atterrerò a Roma, probabilmente sarà arrivato il documento con tutti i timbri e autenticato.
Di nuovo, non vedo vie d’uscita, se non mollare la moto e proseguire in qualche modo.

Dopo un’ora d’orologio di nubifragio, il cielo finalmente sembra aprirsi.

Riprendo la moto e in un baleno arrivo a Puyo. La cittadina non è niente di che, quindi imbocco subito  la strada per Tena.

Secondo la cartina, da qui inizia la foresta vera, quella amazzonica. In realtà, invece, i paesini si susseguono in continuazione e la foresta la vedo solo in lontananza, bella, selvaggia. I paesini sono tutti ben tenuti e anche qui, nell’anticamera della foresta amazzonica, le case sono tutte o in muratura o tradizionali, in legno.

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Dopo 30 km verso Tena, faccio inversione ed inizio il rientro verso Baños. Dopo una cinquantina di km, prendo una deviazione verso sinistra. Scavalca il fiume e si inerpica sulla montagna dall’altro lato della vallata.
Ancora non riesco a credere che, oltre ai clacson, siano spariti anche i cani! Questo mi permette di avventurarmi con molta più tranquillità in stradine sterrate come questa.
Vedo uno splendido uccello dalla coda blu e poi un piccolo stormo di uccelli dalla coda di un giallo canarino intenso e quasi incredibile.

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E’ bellissimo vedere molte delle piante che si trovano nei nostri vivai, proliferare a dismisura nel loro habitat naturale.

Arrivo a Baños e corro subito in albergo per vedere che timbri ho sul documento. Infatti, l’amico di Caterina, di sua iniziativa aveva fatto mettere il timbro in due ministeri dove conosceva delle persone.
Prendo il documento e lo apro. Mi sembra una lotteria, anzi no, meglio: una mano di poker, dove non ho possibilità di cambiare le carte, ma posso giocare solo con quello che ho in mano.
Servono i timbri del ministero degli Esteri e di quello della Giustizia.
Apro e “leggo”, come a poker.

Primo timbro, Esteri.
Olè!!

Secondo timbro: Giustizia!

POKEEER!!!

Sono esattamente i due timbri che mi servono! Non mi resta altro che spedire via corriere il documento a Santiago per farlo autenticare anche dal consolato brasiliano.
Lo comunico ai miei amici e insieme decidiamo di far avere il documento a Santiago dopo che sono entrato in Colombia.

Vado a fare il bagno nelle piscine termali. Arrivo alla biglietteria e il gruppo di 6 persone prima di me, viene respinto perchè non c’è più posto.

Iniziamo bene, penso! Però a me che son solo, fanno il biglietto.
Ci sono due vasche calde, la prima, la più calda, è in basso, quasi allo stesso livello dell’entrata nel centro. La seconda invece è in alto, proprio sotto la cascata. Come posto è splendido, peccato che la piscina sia piena in modo imbarazzante, praticamente si sta solo in piedi, tanta gente c’è.

Doccia, cena, poi via in albergo dove crollo di stanchezza. Fuori, piove a dirotto. Speriamo domani faccia bello o che almeno non piova.

Domani, cerco di avvicinarmi il più possibile alla Colombia!

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Verso la giungla

Parto con tutta calma, intorno alle 11. La strada non è poca, ma nemmeno tantissima, avendo deciso di fermarmi non più a Quito, ma quasi 200 km prima, a Baños.

Porto fuori la moto, che anche qui, nell’elegante hostal Ines Maria, ha preso possesso della hall e la carico.

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In una Cuenca semivuota, immagino perchè domenica, mi avvio sulla Panamericana. Che a me, questo nome ormai fa venire in mente le pianure infinite prima cilene e poi peruviane, aride e piatte, dai rettilinei ostinatamente lunghi. Questa Panamericana, invece, attraversa boschi e campi e scavalca montagne tra mille curve.

Il cielo è plumbeo e fa freddo. Stamattina, mestamente, ho tirato fuori l’imbottitura dei pantaloni e l’ho montata di nuovo. Ormai sono vicinissimo all’Equatore: quando inizierà il caldo?

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Le montagne si susseguono senza soluzione di continuità, in una girandola di curve che mi sta facendo recuperare tutte quelle mancate nelle settimane passate.
Il paesaggio sembra alpino, familiare: boschi di conifere, case dai tetti spioventi, mucche al pascolo, prati verdissimi. Preferivo la prima parte dell’Ecuador, quella subito dopo il confine col Perù, più tropicale e insolita, per me.
Le montagne sono imponenti e le innumerevoli suddisioni in campi coltivati le rendono particolari, sembrano un patchwork di tessuti coi colori della Natura, il verde brillante e quello opaco, il giallo, il marrone e il rosso.

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Le ore passano, accompagnate sia dai magniloquenti e solenni Dead Can Dance, che trovo adattissimi a questi paesaggi grandiosi, sia dagli energici Cicada, con un album di un paio d’anni fa, quando sento calarmi il sonno addosso. Basta una Magnetic o una Fast Cars per farmi risvegliare anche l’ultimo neurone, da provare in una bella sequenza di curve destra sinistra da pennellare tra splendide montagne sotto un cielo intarsiato di nuvole.

Arrivo a Riobamba, la cartina indica una strada da qui che porta a Baños, ma per quanto chieda, tutti mi dicono di arrivare fino a un altro paesino 30 km più a nord, ancora sulla Panamericana. Mi fido e proseguo, non vorrei che insistendo a trovarla, vada a finire come l’altro giorno su una pista di fango sul fondo di una vallata.
Non c’è uno straccio di cartello, devo chiedere in continuazione: viaggiare con una cartina 1 a 4 milioni e il GPS inutilizzabile, complica parecchio le cose. Mi fanno uscire su una strada secondaria, con alcuni che dicono che va bene così, altri che mi suggeriscono di tornare sulla Panamericana.
Proseguo sulla secondaria, mi piace di più come paesaggio ed è meno stressante, non devo tenere costantemente gli occhi sugli specchietti per vedere se qualche pullman o autotreno mi arriva a pochi centimetri per sorpassarmi.

Finalmente imbocco la strada per Baños; ho la sensazione di avere allungato di parecchi km, ma ormai non fa nulla, voglio arrivare, sono già 6 ore che sto in sella senza fermarmi.
La strada per Baños è una discesa continua che si snoda ininterrotta per molti km sui fianchi di diverse montagne. Me lo aspettavo, visto che dovrebbe essere una sorta di “porta” per la foresta amazzonica.

Arrivo a Baños e vado nell’ostello suggerito da un amico. Sembra carino, ma voglio vederlo meglio con la luce del giorno.

Domani, giro verso la foresta, a moto scarica e soprattutto … un bel bagno termale!!

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Nella Cuenca coloniale

Stamattina il primo pensiero è per la Pollita, che è arrivata a 8000 km. Tempo di tagliando!
Ieri il cameriere del ristorante dove ho cenato mi ha dato un nome. Non ho altro in mano, per cui mi affido a lui.

Prima di uscire dall’albergo, perdo una buona ventina di minuti con la direttrice dell’albergo e due collaboratori per cercare di trovare il numero di telefono di una SIM dell’Ecuador che mi ha dato un’amica prima di partire. Dopo aver provato codici, scambiato la SIM su tre telefoni, cercando una funzione che mostrasse il numero e tutti gli altri tentativi possibili, rinuncio e penso alla moto, che è più urgente.

Vado a prendere la moto nel garage e raggiungo il meccanico. Per fortuna è in centro!

Mi aspettavo l’ennesimo antro nero di grasso, e invece scopro che è una officina ufficiale Honda, ma lavora tutte le marche, ovviamente. Gli spiego che sono in viaggio, domani che è domenica vorrei partire e quindi se sono così gentili e disponibili da fare subito il tagliando.

“Ma certo, non preoccuparti, ti aiutiamo noi!”

Mi sento in dovere di scusarmi per la condizioni penose di sporcizia in cui consegno la moto. Tutto, ma il motore in particolare, ha uno strato di fango spesso un paio di millimetri.

“E’ lo stesso, tanto le laviamo sempre!”

Ottimo! Poi mi fa una domanda che là per là non capisco:

“Che olio vuoi?”

“Non so, uno buono”

Inizia a farmi l’elenco degli olii che ci sono e mi dice che devo andare a comprarli.

“E dove?? Non conosco la città!”

“Qui sopra, hanno tutto”

L’officina ha un negozio di ricambi moto proprio a fianco. Mi fanno scegliere che olio devono mettere a Nelinkas.

“Semi sintetico, 100% sintetico, abbiamo Repsol, Motul, …” e prosegue un lungo elenco.

“Non ne ho idea, uno buono”

“Questo Repsol è il migliore, costa 14 dollari al litro!”

“Va bene!”

Poi il ragazzo dell’officina che mi ha accompagnato, chiede un’altra cosa e il tipo del negozio sparisce nel retro e torna con un flacone spray piuttosto grande.

“In tutto sono 19 dollari e 75 cents”

In pratica, qui funziona che scegli i ricambi, così sai cosa metti e poi li porti al meccanico. Fantastico! Perchè non lo fanno anche in Italia, dove invece c’è sempre il dubbio amletico su cosa ti abbiano messo ( dubbio sia sulla qualità che sul prezzo effettivo)??

Saluto e ci diamo appuntamento per le 15.

Vado verso la piazza centrale ed inizio un lungo giro per il centro. Mi getto su un carretto che vende frutta fresca e i cocchi verdi di cui si può bere il succo all’interno. Che meraviglia questi posti dove puoi trovare la frutta ad ogni angolo e da consumarsi in tanti modi diversi!

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(C’è anche il mio negozio!!!)

Ancora non ci credo che non c’è più il sottofondo costante di clacson, poi sono sparite i puzzolenti e rumorosi mototaxi a tre ruote, non ci sono più dossi ogni 100 metri, non ci sono più ingorghi, ma le auto aspettano senza ammucchiarsi in orge di lamiere, ti fanno passare sulle strisce e tanti altri comportamenti di civile convivenza e rispetto.
Mi sembra un misto tra la precisione del Cile e l'”esotismo” della Bolivia. Entrambi edulcorati, però ancora ben marcati. E con una natura esplosiva.

Mangio in una tavola calda fuori dal centro storico, stordito da una televisione ad un volume oltre la soglia del fastidio, ma nessuno sembra curarsene.

Faccio il giro della piazza, poi vado verso il museo d’arte contemporanea, visto che continua a fare scrosci improvvisi di pioggia.

Arrivo in Calle Larga, su cui pare si affaccino molti edifici coloniali. Sarà il tempo con la pioggia intermittente, sarà il grigio del cielo che uniforma tutti i colori, ma non mi sembra una città più che “piacevole”. Il titolo di World Heritage dell’Unesco mi lascia un po’ perplesso.

Proseguo la passeggiata fino ad un mercato. Ci sono molti banchi di carne poi di frutta, verdure e penso anche di tutto il resto. Come al solito, faccio le foto tenendo la macchina fotografica schiacciata contro la pancia, senza vedere dove punto.

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Esco e vado in un altro punto che la guida definiva come mercato dei fiori. Questi sono 5 o 6 bancarelle che vendono fiori e composizioni floreali.

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Nel frattempo si fanno le 15, vado dal meccanico a prendere la moto. Mi dice che è tutto a posto, la manodopera sono 20 dollari.

Torno in albergo a riposare e parlando con un amico, mi rendo conto che non ho voglia di infilarmi in un’altra grande città, Quito, la cui attrattiva principale sono le molte chiese coloniali e quindi, per me che sono di Roma, dove ci sono più chiese che case, non sembra essere di grande interesse. Decido che mi fermerò in un paesino all’inizio della foresta e poi dopo uno o due giorni, in un altro paesino prima del confine con la Colombia.

Trascorro il pomeriggio leggendo la guida e vari articoli, scrivendo mail e messaggi: insomma, relax, visto il ritmo degli ultimi giorni. Esco solo pochi minuti per risolvere l’enigma del numero di telefono e caricarci qualche dollaro.

Cena e poi a letto, non ho voglia di fare adesso i bagagli, rimando a domani!

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Incognita Ecuador

Sono riuscito a dormire solo con la copertina, senza bisogno di vestirmi, incredibile! Peccato queste zanzare che hanno approfittato di me senza ritegno.

Realizzo che pur avendo la chiave, sono chiuso dentro, perchè il box, unica uscita del bungalow, si chiude dall’esterno. Geniale.

Carico la moto e alle 7:30 sono pronto. Inizio a scaldare la moto e mi accorgo che il ragazzetto ieri ha lasciato il cancello del box socchiuso, quindi sono libero, che bella sensazione!

Saluto la guardia (carceraria) e mi avvio verso il confine con l’Ecuador.

Il paesaggio cambia radicalmente nel giro di pochi km, si passa dal semi desertico al desertico, al tropicale, poi di nuovo al desertico, poi ancora al tropicale. Mi sembra di fare zapping tra diverse scenografie!
Fiancheggio per alcune centinaia di metri quelle che sembrano delle viti da uva. Il terreno sottostante è pura sabbia, eppure i filari sono piantati in perfetto ordine, anche se dalla mia visuale, sembrano tutti secchi. Penso a come siamo fortunati, in Italia e tutto sommato in Europa, ad avere un clima e dei terreni tanto favorevoli all’agricoltura. Sono stati lavorati, ripuliti e adeguati, però di sicuro non ci sono (Spagna a parte) dei deserti così ampi di sabbia o di pietre.

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Per fortuna mi sono fermato a Sullana, è l’ultimo centro prima di una serie di paesini più o meno piccoli. Lungo la strada, anche se cerco di distrarmi guardando il paesaggio e ascoltando un po’ di musica, il pensiero va sempre a quello che tra poco mi aspetta.

Mi manca l’autentica, da farsi necessariamente al consolato dell’Ecuador a Santiago del Cile, dell’autorizzazione a condurre la moto di Nicola. Ho solo la copia non autenticata e questo potrebbe essere bloccante, nei mesi passati ho letto alcune esperienze di persone, in una situazione come la mia, che sono state respinte in frontiera.
Cerco di relativizzare, in fondo che succederebbe? Tornerei indietro e troverei un altro modo per proseguire il viaggio!

Nelle parti più fertili e ricche di alberi, noto per la prima volta un albero di frangipane, splendido! Nonchè tanti altri fiori a colorare le baracche altrimenti molto misere che fiancheggiano la strada.

I km passano e finalmente arrivo alla frontiera. Un fiume divide i due Paesi. Il lato peruviano è molto rapido. Mentre il doganiere registra l’uscita della moto, in tv vanno le immagini di una partita di pallavolo. Chiedo se è in diretta, ma un altro doganiere quasi grida:

“Il Perù ha sbattuto fuori l’Italia!” e ride soddisfatto. Sapessi quanto me ne importa!

Ormai siamo in confidenza e visto che col Perù sono in regola, mi confido:

“Mi manca l’autentica dell’autorizzazione …”

“Uuuh!” esclama, col viso in una smorfia come di dolore improvviso.

“Spero mi facciano entrare, altrimenti ci rivediamo qui tra mezz’ora per registrare di nuovo la moto!”

“Speriamo di no”

Nel giro di un quarto d’ora ho finito, inforco la moto e attraverso il ponte. Ora si fa sul serio.

Vado al controllo passaporti. Il militare inizia a sfogliarlo e pian piano inizia a sorridere vedendo tutti i visti e i timbri dei paesi più diversi. Questo sarà l’ultimo viaggio in cui userò questo passaporto, ormai è pieno!
Per fortuna c’è ancora una mezza pagina col bordo superiore libero: infila il passaporto in una mini-stampante che ci scrive sopra il visto temporaneo.

“Tutto a posto, vai!”

“E la registrazione della moto?”

“Porta a fianco”

Entro, dico che sto entrando con una moto. Mi segue all’esterno un tipo sui 45 anni, ben vestito, in camicia, seguito da un militare tracagnotto con una pancia a forma di pallone e la divisa mimetica troppo stretta.

“Ecco allora, in questo caso devi chiedere: patente, libretto e passaporto”, dice il tipo in borghese al militare.

“Controlli tutti i dati …”, continua a spiegargli.

Occa..o penso io, adesso più che mai sono fregato, vorrà fargli vedere quanto bisogna essere inflessibili con chi non ha i documenti a posto!

“Targa …” e va dietro la moto, confrontando attentamente la targa della moto con quella riportata sul veicolo.

“Telaio … dov’è il numero di telaio?”, mi chiede gentile.

Glielo mostro, il militare si prende la briga di pulirlo col dito, che si ricopre di uno spesso strato di grasso.

Lo confrontano numero a numero, tutto.

“Modello …”

“E poi controlli che sia intestato alla stessa persona, ecco, qui c’è Nicola …”, declama leggendo il libretto della moto, “e qui c’è …”, ma si blocca, leggendo il mio passaporto.
A me vien da ridere per tutta la situazione da film comico, ormai non sono più io la persona coinvolta, ma sto guardando la scena dall’esterno, curioso di sapere come andrà a finire!

“Ah sì, devo darle l’autorizzazione!”

“Ecco bravo”, risponde quasi sollevato.

Gliela passo e si immerge nella lettura e nell’analisi di tutti i numeri, date e nomi riportati.

Fa un cenno al militare e tornano dentro l’ufficio.

Ecco, ora ci siamo, penso mentre li seguo. Il tipo elegante si siede al tavolo e inizia a scrivere al computer, il tipo tracagnotto in piedi, a seguire tutto alle sue spalle.
Compilano dei moduli al computer, insomma, pare vada bene! Ovviamente non chiedo e resto in attesa. Chiedo quanti km ci sono per Cuenca, mi rispondono 7 ore. Ancora non ho imparato che in Sud America ci si esprime in tempi, non in distanze!
Ma quindi, va bene?? Pian piano mi tranquillizzo perché continua a compilare moduli e a chiedermi informazioni.

Alla fine, mi congeda con un “Benvenuto in Ecuador!”

Sono dentro!!! Sono troppo felice!

Mentre salgo in moto, due militari si alternano sparando un razzo ciascuno, che esplode in cielo. Dopo il quarto o quinto, gli chiedo se è una festa, lui risponde annuendo.
Mi vesto, parto e … mi viene incontro una processione! Molto festosa, vengo inglobato dalla folla marciante. Che accoglienza magnifica, se non è un segno questo …

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Da subito l’Ecuador mi sembra messo meglio del Perù: case più rifinite e grandi, tutte in muratura, strada perfetta, nessun cane in giro (incredibile!!). E io che pensavo che avessero un’economia più debole di quella del Perù.

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Noto anche che praticamente non suonano il clacson, se non in casi di effettiva necessità. Incredibile!!

La natura esplode, onnipotente e onnipresente con alberi e fiori mai visti prima. Ricominciano le montagne, con la differenza che qui, rispetto al Perù, sono coperte di vegetazione.
Un’iguana cerca di attraversare la strada, poi ci rinuncia.

Ricominciano le montagne e sono contento, perchè non ne potevo più di rettilinei. Mi diverto tra le curve, alla fine pur avendo delle gomme cinesi, non sembrano male.
Tengo un buon ritmo, ho ingranato bene e gioco tra le curve come al luna park.

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In una cittadina, sbaglio bivio e finisco su una strada molto piccola. Controllo il GPS, che mi dice che sono sulla strada giusta. Quando l’asfalto sparisce, fermo uno, l’unico che vedo in giro. E’ vistosamente ubriaco, ma mi conferma che la strada porta a Cuenca.
La pista diventa un cumulo di fango, ovunque. Procedo con molta cautela per paura di cadere. La strada è sul fondo di una valle, prende tutta l’acqua che arriva sia dal cielo che dalla montagna. Ai lati, alcune casette, deserte.
Non so a chi chiedere, il navigatore dice sempre dritto. Per fortuna incrocio un camion, mi metto davanti a lui per farlo fermare.
Mi dice che questa pista sì, arriva a Cuenca, ma ci sono almeno altri 20 km di fango.
Decido di tornare indietro e, finalmente, prendo la strada corretta.

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Continuo a salire, sono convinto di essere massimo a 1000 metri, quando leggo sul GPS 1600 metri. Accidenti! E poi ancora più su. Dopo i 3000 smetto di leggere le informazioni sul display del GPS, anche perchè fa sempre più freddo. La strada si infila nella nebbia fitta, poi inizia a piovigginare.
Continua a salire e  a piovere, fa sempre più freddo. Per fortuna non ho messo via la roba invernale che ho portato!
Il paesaggio diventa alpino, non sembra più di essere in Sud America, ma sulle Alpi: prati verdi, abeti, case dai tetti spioventi e … acqua ovunque!

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Trascorrono le ore e finalmente arrivo a Cuenca, ancora con la luce! Quasi 550 km di cui oltre la metà di curve strette e faticose!

Giro qualche minuto nei pressi del centro, alla fine mi fermo davanti a un albergo che sembra molto carino.

“Quanto viene una singola?”

“48 dollari colazione inclusa”

“Eh … troppo …”

“Ok, ultimo prezzo della casa, 42 dollari a notte!”

“Mmmh è sempre tanto, cercavo qualcosa di più economico!”

“Quanto volevi spendere?”

Ci penso un attimo, poi dico 30 dollari.

“Dai, posso farti 35 dollari”

“Ok!” accetto senza nemmeno aver visto le stanze, ma sono troppo stanco e non vedo l’ora di infilarmi sotto la doccia.

Domani devo trovare un meccanico per la Pollita, ormai è ora! Cambio di olio, filtro aria e tutto quello che serve. E un giro per Cuenca, naturalmente.

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Proxima estacion, Ecuador … esperamos!!!

Zanzare e in più durante la notte sudo, una sensazione che non ricordavo più. Inizio a pensare che si stava meglio quando si stava peggio.
Però voglio aspettare a mettere via i pile, potrei essere costretto ad usarli ancora per parecchi giorni, se mi respingono alla frontiera con l’Ecuador.

Tiro fuori la moto dal “garage”, ossia un corridoio strettissimo a fianco dell’albergo, scatto un paio di foto nella Plaza de Armas di Lambayeque e mi metto sulla via per Ferreñafe, dove dovrebbe esserci un bel museo sulla cultura Moche.

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Prendo una strada regionale, poi arriva la deviazione per Ferreñafe, l’asfalto si disintegra e finisco su una pista sterrata in cattive condizioni, solo di tanto in tanto migliore.

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L’asfalto ogni tanto compare, ma è molto meglio quando non c’è, perché le buche nei fazzoletti di asfalto sopravvissuto sono molto più dure e secche. Mi fa tornare in mente l’infinita pista in Kazakistan, a nord del lago di Aral, che percorsi nel 2001 … strada completamente disintegrata con rari fazzoletti di asfalto con buche orrende, il resto si divideva tra terra e sabbia. Qui la situazione non è così tragica, anzi, però penso a come potrebbe essere la strada tra Boa Vista e Manaus, in Brasile.
Ma sto già correndo con la fantasia, devo ancora entrare in Ecuador. Solo la fantasia corre, perché su questa pista non supero i 30 km/h, per evitare di spaccare qualcosa.

Finalmente dopo una ventina di km arrivo a Ferreñafe e al suo museo. Lo giro rapidamente: dopo El Brujo e le tombe reali di Sipan, è davvero poca cosa, però qualche notevole pezzo di pregio, in particolare la gioielleria, c’è.

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All’uscita scambio due chiacchiere col venditore ambulante di gelati. In giro se ne vedono tanti, col banchetto giallo di gelati D’Onofrio (nome italiano, ma proprietà Nestlé, mentre la Inca Kola è Coca Cola … sempre i soliti nomi, insomma) che funge da parte anteriore di una bicicletta: il frigorifero con due ruote che guidano, il retro invece è una bicicletta normale, sellino, catena, una ruota.

Prossima fermata, la valle delle piramidi di Túcume. Di nuovo i 20 km di sterrato, dove passo a fianco di povere case, dove l’unica ricchezza sono gli animali che razzolano e pascolano per strada: oche, galline, tacchini, qualche rara mucca.

Tornato sulla regionale, arrivo in pochi km a Túcume e alle sue piramidi. Il sito è molto esteso, sono disponibili due alternative, opto per la più breve perché il tempo inizia a stringere. Il giro che ho scelto prevede una passeggiata nella valle delle piramidi e una arrampicata fino a un mirador, un punto panoramico.

La vallata raccoglie più di 200 piramidi, anche se quelle riconoscibili sono molte meno, a occhio una ventina. Passo sotto ad alberi tipici degli ambienti semi desertici, con poche foglie più sul grigio che sul verde e molto dure. Gli alberi finiscono e mi ritrovo nella piana, circondato dalle piramidi.

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Inizio l’arrampicata verso il mirador, una salita che si trasforma in scalinata molto ripida.
Dall’alto la vista è magnifica ed abbraccia tutto l’orizzonte. Le piramidi sono state e continuano ad essere, letteralmente sciolte dalle piogge, essendo fatte di argilla mista a conchiglie, escrementi ed altri ingredienti naturali, non cotti. Anzi, si sono conservate fin troppo bene.

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La fantasia, la mia compagna di viaggio e di vita, mi aiuta a svuotare la vallata delle case, delle strade, dei serbatoi dell’acqua che svettano in lontananza, dei pali della luce, di tutto. E ricostruisce le piramidi, che tornano nuove fiammanti di adobe appena posati, geometrici e regolari nelle loro forme a piramide tronca. E compaiono anche gli uomini e le donne in tunica, i carretti trainati dagli animali, i fuochi delle botteghe artigiane e delle osterie. Il verde è più intenso, tutto intorno è coltivato.
E mi godo la scena, dall’alto del mirador, con le orecchie accarezzate solo dal fruscio del vento, davanti a un mondo scomparso, di artigiani eccezionali e dalla sensibilità spiccata, in una società che adorava e pregava la Natura e i suoi elementi. I quali non sono stati loro grati se, come pare, la cultura Moche sia caduta in disgrazia a causa degli effetti disastrosi del Niño, che provocò gravi inondazioni e distruzioni, obbligandoli ad abbandonare molte delle città costruite e costruirne di nuove, senza però riuscire a riprendersi, lasciando il potere alla cultura successiva, i Chimù.

Scendo di nuovo nella valle delle piramidi, concedendomi una breve deviazione nella parte vietata ai visitatori, arrivando fin sotto una piramide e toccandola, cercando di sentire l’energia del popolo estinto che l’ha costruita con tanta fatica migliaia di anni fa.

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Torno alla moto e parto, da adesso non sono previste soste fino a Piura o, se riesco, a Sullana, un poco più vicino al confine con l’Ecuador.

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I km e le ore passano, tutte uguali ma sempre diverse tra steppe, piane aride e desertiche piatte fino all’orizzonte, brevi oasi di verde rigoglioso che lasciano rapidamente il posto nuovamente alle dune e alla sabbia. Spesso soffia un forte vento che porta sull’asfalto lingue di sabbia che scompaiono immediatamente come serpenti evanescenti.

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Raggiungo Piura alle 17:30 e Sullana alle 18. Orario perfetto.

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Potrei continuare ancora un’oretta, ma la cartina segna i paesini successivi come minuscoli, non vorrei trovarmi senza un tetto sulla testa e dover tornare indietro.

Chiedo informazioni e mi sconsigliano vivamente il centro come posto per trovare da dormire:

“Tutti palazzi vecchi, cadenti, è meglio fuori dal centro, qui sulla Panamericana.”

“Ok, conosci un albergo che ha anche il wifi?”

“Vai al Coco Switch, lì hanno tutto, anche Internet”

“Coco Switch?”

“Sì, Coco Switch, torna indietro all’arco che dice benvenuti a Sullana e lo vedi sulla sinistra”

“Ah, l’ho visto, è uno o due km indietro, giusto?”

“Noooooo … sarà un km e mezzo!”

E vabbè, che ho detto …

Inverto e trovo l’albergo, che in realtà si chiama Coco’s Suite.

L’ingresso sempre elegante, con guardia armata che mi ferma.

“Vorrei una camera singola”

“Sì, aspetta qui”

Tira fuori di tasca un fischietto e lancia un richiamo abbastanza lungo. Parcheggio di lato, dubbioso, quando si materializza un ragazzo sui 25 anni. Gli dico che voglio una camera singola, lui mi fa cenno di seguirlo e mi precede corricchiando.

Andiamo di fronte a una serie di box auto o questo sembrano. Apre il cancello di uno di questi e mi dice di entrare. Effettivamente sono posti auto. La porta della camera è aperta, sono tipo dei bungalow, molto carini.

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Ho un flashback incredibile al film colombiano che ho visto qualche sera prima di partire, in un circola Arci a Roma. Identico spiccicato! Una serie di bungalow eleganti dove le coppiette andavano ad appartarsi per qualche ora.

“Quanto viene?”

“20 soles all’ora”

“…”

“80 soles la notte”, aggiunge dopo aver visto la mia aria interrogativa.

“Ah, ok”

Per i prezzi medi peruviani è una cifra medio- alta, intorno ai 22 euro, ma la stanza è carina e non mi va di cercare un altro posto.

Il ragazzo ha una gran fretta di andarsene, faccio in tempo a fargli un paio di domande mentre mi chiude dietro il cancello del parcheggio del bungalow.

Vado in bagno e cerco il rotolo della carta igienica. Non lo trovo. Guardo ovunque, ma nulla. Poi penso a dove mi trovo e infatti è … sul comodino!

La doccia ha solo l’acqua tiepida, ma fuori fa quel caldo che non ti fa soffrire.

Si fa ora di cena e vorrei andare in centro. Provo ad uscire, ma sono chiuso dentro. A chiave. Chiamo la recepcion e dico che vorrei uscire.

“Mando subito il ragazzo”, che arriva nel giro di un minuto. Non è molto comodo alloggiare in un albergo a ore, penso.

Mi libera e gli dico che vorrei andare in centro a mangiare e prelevare i soldi.

“Sì, ma non puoi lasciare la stanza, devi pagare per il tempo che sei rimasto!”

“Ma vado a mangiare e torno!”

“Almeno metà notte”

“Ho lasciato la roba dentro!”

Vuole vedere con i suoi occhi ed entra nella stanza. Dopo che ha visto un paio di mucchi di bagagli, si tranquillizza.

“Posso avere la chiave della stanza?!?”

“Sì, vado a prenderla”

Sparisce per un altro minuto, poi torna con la chiave numero 225. Mi sento quasi indipendente, adesso magari la smette di chiudermi dentro a chiave!!

Vado in centro a Sullana ed effettivamente è il caos più completo, polveroso e pieno di motorette strombazzanti. La Plaza de Armas è interdetta alle moto, che qui sono davvero in numero esorbitante.

La moto è ancora completamente carica, a parte la borsa da serbatoio e un sacchetto con le cose per la notte che ho tolto da una borsa laterale. Per il resto ho lasciato tutto montato, ne approfitto di avere il garage personale per partire domani mattina il prima possibile.
Però adesso ho la moto carica, da lasciare per strada.
In una traversa a fianco della Plaza de Armas trovo una parcheggiatrice abusiva.

“Te la guardo io, non preoccuparti!”

“E quanto vuoi?”

“Un soles!”

“Sta bene”

“Vuoi lasciarmi anche il casco?”

“Sì” e glielo mollo, ragionando che se mi sparisce la moto, il casco diventerebbe solo un peso.

Faccio un giro per la piazza, carina anche se meno particolare di quella di Lambayeque. In una traversa trovo una polleria, autentica ossessione dei peruviani, che hanno più braserie (dove cuociono i polli alla brasa, la brace) che bar. E per di più, altra caratteristica, le varie specialità culinarie locali (cheviche di pesce, anatra e tutto il resto) lo preparano solo a pranzo.
A cena, non si sfugge: pollo alla brace, oppure ristoranti turistici o cinesi oppure pizzerie.

Dopo una mezz’oretta che sono via, mentre sto gustando l’ottimo pollo (che viene sempre servito da una abbondante porzione di patate fritte e un’insalata, il tutto per un prezzo dai 2 ai 3 euro, per il quarto di pollo) annaffiato dall’immancabile Inca Kola, realizzo che ho la moto completamente carica, in mano ad una parcheggiatrice abusiva in un vicolo semibuio di Sullana.
Mi sbrigo a finire e, mentre ingoio gli ultimi bocconi, leggo gli ingredientri della Inca Kola e scopro con orrore che contiene CAFFEINA!!! Alle 9 di sera, ho appena finito di bere 650 cc (perchè in Perù le lattine non esistono, si parte minimo dal mezzo litro, ma questo è un cosiddetto mezzo litro gigante) di bevanda con caffeina. La nottata è andata, chissà quando riuscirò ad addormentarmi …

Pago e torno alla moto. Per fortuna è tutto al suo posto, dó il soles alla signora e torno in albergo. Stesso gioco di prima: guardia armata che mi ferma, ragazzetto che arriva di corsa e mi accompagna al bungalow.
Ormai ho finito completamente i soles: pago 70 soles e aggiungo la differenza in dollari.

“Bè, allora … vuoi una coperta per la notte?”, mi propone premuroso.

Fortuna che ci ha pensato lui! Non essendo pensati per passarci la nottata, faccio caso solo adesso che il letto ha soltanto il lenzuolo.

Mi porta una coperta con l’augurio di una buonanotte. Lo spero, penso! Temo infatti che ci sarà un gran via vai di auto.

Concludo la serata preparando i documenti per domani. Leggo la Lonely Planet e trovo un trafiletto dedicato al punto di frontiera dove dovrei andare domani. Dice testualmente:

Formalities are relaxed as long as your documents are all in order.” Lapalissiano, però – ho controllato – lo dice solo per il posto di frontiera dove vorrei passare domani. Interessante coincidenza, no?

Sono preoccupato, lo confesso, spero davvero di riuscire ad entrare, in un modo o nell’altro.

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Tra re e regine Moche

Appena inizio a montare i bagagli, mi rendo conto di essere nervoso. Sono teso, pronto a scattare su quello che normalmente ignorerei. Dopo diversi giorni di permanenza in Perù, direi che qui ci sono due problemi di ordine sociale urgenti, risolvendo i quali si migliorerebbe la qualità della vita.

Primo, ovvio: i cani. Sono ovunque, sempre pronti ad inseguirti e, in caso, ad attaccare. Parlandone giorni fa con i genitori della mia amica a Lima, sono venuti fuori diversi casi di uccisione di bambini da parte di cani randagi.

Secondo, i tassisti con i loro clacson. Suonano sempre, ovunque e comunque. Due tre colpetti di clacson, continuamente, sembra che abbiano il singhiozzo: ogni pochi secondi, BI-BIIP! Oppure quelli più esotici, hanno montato delle sirene e quindi emettono la parte iniziale della “melodia”.
Il loro intento è attirare l’attenzione dei potenziali clienti. I tassisti guardano le persone che camminano a lato della strada con la stessa bramosia delle prostitute: cercano i tuoi occhi e se per caso li trovano, cercano di capire se sei disponibile a salire sulla loro auto ed eventualmente provano a tentarti con occhiate languide e cenni della testa e delle mani.
E bisogna considerare che il numero di taxi è enorme, il doppio delle auto normali. Per cui la città ha un tappeto sonoro di clacson, colpi brevi, insistenti, snervanti.

Mi rendo conto di essere nervoso quando all’ennesimo BI-BIP alle mie spalle, mentre sto legando i bagagli sulla Pollita a bordo strada, sbotto con la guardia armata a pochi passi da me:

“Ma basta con questi clacson, è un tormento!!!”

La guardia sorride e annuisce, mi dice che ho ragione. Ma allora, li sentono i rumori! Gli danno fastidio! Infatti girando per le città peruviane, ti viene il dubbio che il rumore non gli dia fastidio, che forse il silenzio e la tranquillità siano spaventosi come l’horror vacui.

Inizio a dirigermi verso Huanchaco, ma dopo qualche km lascio perdere: che vado a fare su una spiaggia col mare freddo e con la fretta di arrivare a Lambayeque il prima possibile?

Riprendo la Panamericana, come al solito oppressa da una cappa di nuvole grigie e circondata da un paesaggio desolato di dune di sabbia e deserto pietroso.

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Dopo qualche decina di km, imbocco il bivio per El Brujo, quel sito non voglio perdermelo.

La strada corre per una ventina di km dritta verso il mare. Arrivo a Magdalena di Cao, un paesino rimesso a nuovo penso dopo la costruzione del museodi El Brujo.
Dopo alcuni km, raggiungo un bivio a poche centinaia di metri dal mare. Da un lato indica la playa e una huaca, dall’altro il museo. Vengo attirato dal mare e giro verso destra. La pista corre a lato della spiaggia, fino ad arrivare ad un agglomerato di case abbandonate. Scatto qualche foto, tra un paio di uccelli che cerco di identificare ed un cane che, da lontano, inizia a correre verso di me.

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(l’ingegnoso sistema per evitare che le mareggiate mangino la spiaggia)

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Torno alla moto e vado al museo. Anche qui, guida obbligatoria e controllo rigido: niente foto. Mi mangio le mani a vedere tali meraviglie e non poterle fotografare per ricordarmene una volta in Italia. Il museo raccoglie le vestigia, gli ornamenti e i doni contenuti nella tomba della Signora di Cao, una regina dell’epoca Moche la cui tomba è rimasta inviolata per secoli e secoli.
Ad accompagnarla, doni di ogni tipo: bottiglie in ceramica nello stile Moche, sempre sorprendenti per fattura e realismo, gioielli a decine, bastoni, diademi, collane, emblemi e un’infinità di oggetti da lasciare a bocca aperta.

La visita si conclude all’esterno, nella piramide di adobe che conteneva la tomba. Dall’alto si vede l’incredibile gruviera di fori praticati negli anni dagli huaqueros, i saccheggiatori di huacas, le piramidi Moche e, in generale, i siti archeologici peruviani. Lo huaquero è il nostro tombarolo, che per recuperare oggetti preziosi da vendere al mercato nero, non si fa scupolo di distruggere le tombe e le strutture antiche.

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(Tutti i fori circolari che si vedono, sono i “carotaggi” degli huaqueros)

Rientro nel museo per riprendere il casco e la giacca che avevo lasciato quando sono entrato. Il custode non c’è, in una sala c’è un gruppo, ma quelle successive sono vuote. Di corsa, scatto foto a destra e sinistra, ai gioielli, alle ceramiche, alle collane. Tutto. Col gruppo che mi “insegue” sala dopo sala e con quello successivo che cerco di non riprendere, arrivo fino alla sala buia dove viene conservata la mummia della Dama di Cao e i gioielli più belli. Aspetto che esca il gruppo, mentre sento che sta arrivando il gruppo successivo.
Devo sbrigarmi, scatto foto a raffica a tutto quello che riesco, finché non entra la guida seguita dal gruppo.
Fine della ricreazione, esco dalla sala della mummia e mi ritrovo davanti la guida che, secondo me, mi sta cercando, perché arriva di corsa e quando mi vede si ferma e mi accompagna all’uscita.
Visto però quanto ci tengono alla segretezza, ho deciso di non pubblicare le foto più particolari, magari le invio a chi sceglierà la foto su IndieGoGo, penso sia una bella idea.

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Riprendo la Panamericana, prossima fermata Lambayeque. Dalle parti di San Pedro de Lloc si alza un potente vento dal mare. Guido con la moto inclinata verso destra, verso il mare, per controbilanciare la forza del vento. La forma delle piante, completamente modellate dal vento, mi fa pensare che il vento sia una costante. Peccato non ci sia nemmeno una pala eolica! La strada è bordata da centinaia di metri di rete per trattenere la sabbia portata dal vento, ma in alcuni punti è completamente sommersa di sabbia.

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Arrivo a Lambayeque e cerco subito il museo delle tombe reali di Sipan. Il museo è particolare sin dalla forma, a piramide tronca come quelle costruite dai Moche.

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Stavolta mi fregano: bisogna lasciare necessariamente tutto. Non ti perquisiscono, è vero, ma decido per una volta di fare la persona corretta e lascio davvero tutto: telefono, macchina fotografica.
Il museo è eccezionale, come quello di El Brujo, raccoglie i ritrovamenti in una tomba, anche questa reale e incredibilmente ricca di gioielli, ceramiche e tutto il corredo già visto, ma ancora più prezioso e particolare. Sono stupefacenti gli orecchini di rame dorato e turchese incastonato, a raffigurare uccelli e divinità, poi degli stendardi di oro e rame dorato, la corona, i coltelli votivi (il tumi), i pettorali di conchiglie e molto altro. Non solo del Re, ma anche di un gran sacerdote nonché, più sotto, di un governante precedente di 4 generazioni al Signore di Sipan. Un trisavolo anch’esso molto importante.
Questo è il secondo museo più bello ed emozionante che ho visto, dopo quello delle tombe reali di Filippo II a Verghina, in Grecia.

Si è fatto tardi e Tucume, come immaginavo, salta. Lo vedrò domani, per ora trovo un albergo vicino la bella plaza de Armas, con alberi potati in forme bizzare. Parcheggio in un corridoio strettissimo dell’albergo, esco per cenare, passo davanti alla cattedrale e vedo che è aperta. Stanno officiando la messa, è il momento della comunione e mi viene un sorriso per il tipo che sta suonando e cantando, una specie di pianobar.

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Ceno e torno in camera, sono molto stanco. Faccio in tempo a pensare che finalmente l’aria si è scaldata che in camera mi ritrovo tre … zanzare!! Che si concentrano sulla caviglia e piede destro. Iniziamo bene …
Prendo una decisione storica: tolgo l’imbottitura ai pantaloni e metto via il gilet elettrico che fino a oggi mi hanno accompagnato. Vediamo se è ancora troppo presto oppure no.

Domani mi avvicino più possibile al confine con l’Ecuador e dopodomani, se i piani non cambiano, sarà il grande giorno di tentativo di ingresso in Ecuador! La tensione c’è … speriamo bene!

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