Dopo l’Isola di Pasqua …

Alle 8 in punto sento bussare alla porta della camera. E’ Ricardo che è passato a prendermi.

Sono ancora intontito dal sonno, stavo dormendo profondamente quando la sveglia mi ha riportato nel mondo dei vivi. Uso questa espressione perchè già chi dorme, lo si può pensare in un regno “di mezzo”, non esattamente quello dei vivi e poi perchè stavo sognando la mia amata nonna di Milano morta molti anni fa. Chissà come mai … speriamo mi protegga.

Salgo sul furgone, andiamo prima dai suoi genitori, dove tutto è iniziato ieri sera, per prendere il computer. Poi andiamo nel suo ufficio, il “regno di Herbalife”.

“Ti preparo una bella colazione, poi mi dirai che ne pensi! Sai che anche Messi prende Herbalife da molto tempo?”

So che è un calciatore, ma non ho la più pallida idea di dove giochi o abbia giocato.

Proseguiamo a parlare dell’Italia, del Venezuela, dei viaggi. Glielo chiedo se stiamo aspettando qualcuno:

“Aspettiamo un attimo, ieri ho visto che (il meccanico) stava bevendo, è inutile andare troppo presto, adesso starà dormendo!”

Sono le 9 e ieri il tipo mi aveva detto che alle 8:30 andava benissimo. Mi rilasso e mi godo l’immersione nello spagnolo venezuelano, molto più veloce e con lettere e parole tagliate rispetto alle versioni ascoltate nelle settimane passate, negli altri paesi.

Arriva una signora, molto simpatica e brillante, Ylva Rinaldi.

“Origini italiane?”, le chiedo.

“Sì, i miei genitori erano de L’Aquila”

“Splendida città, peccato che è stata distrutta dal terremoto!”

“Sì, lo so, terribile …”

E’ molto simpatica e iniziamo a parlare anche con lei di tutto, del mio viaggio, dei piani per il futuro.

“Anch’io sono stata in Italia con il gruppo neo catecumenale, in pellegrinaggio!”

“E ti è piaciuta?”

“Mh, insomma, io preferisco la modernità, la tecnologia, in Italia c’è troppa storia! Invece Dubai … ah, che meraviglia!”

Sicuramente l’Italia non è il posto giusto per lei!

Ricardo inizia a preparare due frullati, è la colazione mia e di Ylva. Cioccolato e non so che altro, buono! Prima però, ci dà un bicchierone di acqua con estratto di aloe vera e poi un tè che contiene anche vitamine e altri principi nutritivi.

Dopo qualche minuto arriva un ragazzo, è l’ultimo che stiamo aspettando, perchè in breve ci salutiamo ed andiamo via.

(Ylva, Ricardo ed io 🙂

Finalmente andiamo dal meccanico, che ovviamente non c’è.

“E’ andato un attimo in centro a comprare dei ricambi per un motorino, torna subito!”

Un “subito” che dura mezz’ora, quando si presenta sulla motoretta cinese che avevo visto anche ieri sera.

“Che olio vuoi?”, mi chiede.

Parliamo dei diversi oli, e mi dice che il migliore, un Motul, costa 500 bolivares.

“Alla faccia, come in Italia!”, esclamo incredulo.

“Sì! Pensa che costava 150, poi è andato a 250 e ancora su, fino a 500! Nel giro di 6 mesi!”

Faccio un po’ di proporzioni, Miguel il vigile ne guadagna 3300 … Al cambio in nero sarebbero poco più di 10 euro, ma a quello ufficiale equivale a 60 euro!! Un litro d’olio!!

“Sì, perchè è importato …”

Il Venezuela si sta rapidamente “cubanizzando”, nel senso di scarsità di pezzi di ricambio, prezzi alti, infrastrutture che cadono a pezzi, ecc e poi per la solita società a due o tre velocità, altro che socialismo egualitario! Ricardo ad esempio mi dice che l’aeroporto di San Carlos da molti anni non funziona più per la gente, ma solo per le persone del governo, ministri, ecc.
Il passo che ancora manca e che spero non venga compiuto, è la limitazione delle libertà personali, come quella d’espressione o di movimento, seguendo l’esempio di Cuba.
Vista la debolezza di Maduro, c’è da preoccuparsi, perchè sono proprio gli uomini deboli, paradossalmente, ad usare la forza, visto che non sanno adoperare altri mezzi (questo vale per gli uomini deboli in generale).

Scelgo un olio di qualità inferiore e mentre il meccanico lavora, Ricardo va in centro per alcune commissioni.

Il tagliando finisce molto rapidamente, Ricardo torna e, come per la cena di ieri sera, paga lui.

(Notare la doppia pedivella per doppio passeggero 🙂 qui le moto si usano anche per 4 persone)

Torniamo in albergo e, di nuovo, ci diamo appuntamento dopo mezz’ora. Facciamo i conti, mi propone di farlo lui il cambio. Alla fine cambio un po’ di dollari e di euro.

Parto all’1 e lo ringrazio molto, mi ha davvero aiutato, spero di rivederlo in Italia l’anno prossimo!

Parto per Dos Caminos. Capisco perchè Ricardo non era contento che facessi questa strada. E’ traforata di buche anche enormi, profondissime.

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Il Venezuela è senz’altro il paese più pericoloso in cui ho viaggiato in Sud America, perchè unisce lo stile di guida privo di qualsiasi regola (già visto in Perù, ad esempio) alle strade spesso in pessime condizioni (anche peggio di quelle del sud della Colombia, a conti fatti).

Quanto meno questa ha uno splendido paesaggio, qualche lago di tanto in tanto e poi della florida vegetazione di montagna.

Proseguo verso Valle de la Pascua, dove arrivo proprio nel momento in cui tramonta il sole, perfetto!

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Mi butto verso la prima insegna motel, salvo poi scoprire troppo in ritardo che il posto è come quello in cui ero stato in Perù prima dell’Ecuador, una serie di bungalow indipendenti dedicato alle coppiette clandestine. Però tutto sommato mi fa comodo perchè posso lasciare la moto  praticamente carica, così domattina parto a razzo!

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A cena conosco il padrone del ristorante pizzeria dove mangio: è stato in Italia, in particolare a Roma, per fare un corso di pizza, vedere come si costruisce il forno a legna e come si usa. Mi mostra orgoglioso il suo forno a legna: è perfetto!

Vado a letto prestissimo, anche oggi.

Domani, ancora missione “verso il Brasile più rapidamente possibile!”, mi addormento sotto un temporale molto forte, con raffiche di vento che smuovono e scuotono gli alberi intorno, lampi che squarciano il cielo e tuoni che rombano sopra la mia testa. Speriamo che si sfoghi stanotte e che domani sia bello!

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La lunga marcia

Che non è quella di Mao durante la rivoluzione cinese, ma la mia attraverso il Venezuela per arrivare il prima possibile in Brasile.

La notte è funestata da una scolaresca in gita che fa un casino del diavolo non so fino a che ora. Non gli dico nulla perchè alla loro età ero anche peggio e ora che sono passato dall’altro “lato della barricata”, anagraficamente parlando, mi rendo conto di quanto fossi fastidioso per il prossimo. Ma a quell’età non ci si pensa.

Il risveglio poi è ancora peggiore: tirando la tenda per far entrare la luce nella stanza, si sgancia il bastone di metallo che la sostiene, finendomi sulla fronte. Nulla di meglio per svegliarsi che una robusta randellata!

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(sì, è sangue quello in fronte, ne uscirà altro e si formeranno due bei “ficozzi” dolorosi. Non so se sono più intontito dal sonno o dalla botta in testa!)

Decido di partire subito, senza aspettare la colazione dell’albergo che inizia alle 8.
Mi fermo nel primo benzinaio che incrocio, con l’addetto alla pompa che è di una simpatia incredibile: scortese, arrogante e maleducato. Per circa 15 litri di benzina, pago un bolivar e mezzo, qualcosa come 2 centesimi di euro. Quella monetina inutile che tutti abbiamo in tasca e che se cade nemmeno raccogliamo, qui vale 15 litri di benzina.

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Sulle strade ci sono diversi tombini scoperchiati e i buchi neri si affacciano, ampi e minacciosamente neri, vere e proprie trappole. Non oso pensare cosa succederebbe se ci finissi dentro con la moto.
E quando non sono tombini scoperchiati, sono delle buche apocalittiche, enormi e improvvise!

Prendo l’autostrada ed in breve mi ritrovo sul lungo ponte che scavalca lo stretto che unisce il lago di Maracaibo e il Golfo del Venezuela. E’ molto lungo ed è spettacolare per la vista ampissima che offre sui due lati, sui diversi blu del mare e del lago e per l’imponente opera di ingegneria.

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In Venezuela l’autostrada non si paga. Ci sono ancora i caselli e anche alcuni casellanti che passano la giornata seduti su una sedia di plastica a guardare l’infinito, però non si paga. Diversi caselli sono parzialmente smontati, ma non li hanno tolti del tutto perchè la polizia li usa come punti di controllo.

Poco dopo il ponte mi fermo per un’agua di coco: questa è la mia colazione. Parlo con la signora, che dopo i convenevoli iniziali, mi chiede diretta:

“Bè, hai visitato tanti paesi qui in Sud America: che ne pensi del Venezuela?”

Non so quanto sbilanciarmi, non vorrei offenderla quindi resto sul vago:

“Bè è un paese particolare …”

“Sì, la situazione è molto complicata … molto!”

“Non c’è molta sicurezza …”

“Per niente! E l’economia va malissimo!”

“Ma Maduro, che fa?”

“Uhf! Maduro è il peggio che potesse capitarci dopo la morte di Chavez!”

“Pensavo che la Colombia fosse pericolosa, ma qui è molto peggio!”

“Una volta la Colombia era molto pericolosa e i colombiani si trasferivano qui. Adesso è il contrario, una pena terribile!”

Parliamo ancora un po’, poi finiamo di nuovo sul mio viaggio:

“Non arrivare fino a El Tigre, è molto lontano, troppo! Non viaggiare di notte … adesso fermati a Barquisimeto, poi domani parti per El Tigre”

Ok, non viaggio di notte, ma Barquisimeto è troppo vicina! Punto a Acarigua o a San Carlos.

Il caldo aumenta di nuovo a dismisura, la vegetazione cambia rapidamente, per lunghi tratti è di nuovo bassa, ricorda la savana, poi torna boscosa. Lungo la strada, decine di commerci di ogni tipo, mentre continuano a sorpassarmi questi macchinoni stravecchi e scassatissimi. Ora che ci penso, a Cuba sono tenuti molto meglio, meno arrugginiti e in decomposizione rispetto a quelli che vedo qui.

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Penso a come tutti, prima o poi, siano finiti a parlarmi del prezzo della benzina:

“E’ praticamente gratis!”, mi dicono con un sorriso di felicità.

Mica tanto gratis, il prezzo che pagano è quello di avere infrastrutture e servizi che cadono a pezzi, un sistema produttivo paralizzato, una disoccupazione molto elevata, la povertà diffusa, la violenza fuori controllo. Non che tutto ciò derivi dal non far pagare la benzina, ma è il tipo di economia adottata, quindi inclusa la benzina praticamente gratuita, ad aver prodotto questo sfacelo.

Le strade sono funestate di dossi di rallentamento, quasi tutti molto alti e verticali. Sono ovunque: in corrispondenza degli incroci, degli svincoli, delle curve pericolose e così via, indipendentemente dal tipo di strada, anche in pieno rettilineo di una strada a 6 corsie ce ne possono essere 3 di fila, perchè magari c’è l’ingresso di una caserma. Sono sempre in sequenza, almeno 3; in più occasioni ne ho contati 8 di fila, a distanza di 100 metri l’uno dall’altro. In un paio di occasioni erano 10. Una tortura!

La strada tra Barquisimeto e Acarigua è molto bella, di campagna dai colori brillanti e alcuni gruppi di palme che ondeggiano al vento.

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Sono le due passate da poco quando allo svincolo per San Carlos mi fermo per un’altra agua de coco. Il mio pranzo, praticamente.

Arrivo a San Carlos presto, intorno alle 16:30. Potrei tranquillamente guidare per un’altra ora, ma le città successive sono minuscole, ho paura di non trovare il meccanico per il tagliando dei 12mila km alla Pollita o che quello che c’è sia troppo impegnato per darmi retta.

Un albergo è chiuso, la città è deserta. Per fortuna ne trovo un altro, ovviamente ha posto.

“400 bolivar”, meno di 10 euro.

“C’è la colazione?”, provo a chiedere immaginando la risposta.

“Non c’è personale, siamo solo io e il guardiano del parcheggio in tutto l’albergo!”, esclama quasi disperato.

Pago la notte e mi accorgo di essere rimasto solo con 8 bolivar. Non ci pago nemmeno un’agua di coco, ma comunque non la vorrei come terza della giornata, passata praticamente digiuno.

Nè il portiere, nè il guardiano cambiano i dollari. Vado a fare un giro. Tutto è chiuso, sembra una città fantasma. Non solo tutte le saracinesche sono abbassate, ma in giro non c’è anima viva. Le strade sono deserte in tutta la loro lunghezza, nulla si muove.
Trovo solo tre panetterie aperte: anche loro non cambiano.

Mi rassegno a restare digiuno e vado a fare una passeggiata nel centro per fare qualche foto. Molte mura sono coperte di scritte inneggianti a Chavez e Maduro.
Da quando sono entrato nel Paese vedo la loro immagine ovunque: negli uffici pubblici, lungo le strade su dei cartelloni immensi oppure nei murales. Un discreto culto della personalità.
Mai come Turkmenbashi in Turkmenistan, però la strada è quella giusta, con un po’ di impegno possono arrivarci.

Le rime degli slogan sono imbarazzanti: Maduro seguro e simili.

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Mi aggiro per i vicoli deserti del centro, a caccia di manifesti e murales, quando vedo una famiglia fuori dalla porta di casa: moglie e marito e due donne che sembrerebbero le figlie. Chiedo all’uomo se sa chi potrebbe cambiare dollari. Non lo sanno.
Pensavo fosse un’attività più diffusa, invece pare che sia roba da gente poco pulita. Il fatto è che il tasso ufficiale in banca è 4 volte più basso, troppo!

Mi dicono quindi che non sanno chi può cambiare i soldi, poi mi chiedono:

“Ma che ci fai qui a quest’ora? Non sai che ti possono rapinare?? Torna subito il albergo e resta lì!”

Non riesco a rilassarmi, ogni due secondi c’è uno che mi terrorizza con rapine e aggressioni. E giù di nuovo a fare un elenco delle disgrazie accadute per la strada ad amici e parenti.

“In periferia no perchè è isolata, qui che è il centro no, perchè non c’è nessuno … terribile!”

“Il problema è che oggi non c’è nessuno per strada e tu sei anche da solo! Ti rapinano sicuramente, torna in albergo! Sennò ascolta, chiamo mio fratello, lui è stato anche in Italia, conosce tutti in città, può darti una mano!”

Lo chiama e iniziamo ad aspettarlo, sempre sul marciapiede.

Parliamo un po’ della situazione del Venezuela, “molto complicata”, riconosce. Anche lei non sopporta Maduro, è un ignorante incapace.

Dopo una decina di minuti arrivano i suoi due fratelli su una specie di furgone. Le sorelle gli spiegano che non ho soldi, devo mangiare perchè da stamattina sto con solo due aguas de coco, devo cambiare dei dollari e che domani mi serve un’officina per fare il tagliando alla moto.
Lasciano ai familiari molti polli appena uccisi e spennati (“abbiamo un allevamento in campagna!”), per fortuna la Pollita è in albergo e non può vedere la mattanza 😉

Salgo in auto con loro, mi portano in un fast food dove compro un bel panino con le patate fritte e da bere, una specie di Inca Kola. Un altro nome, ma il sapore è molto simile.
Però non mangio lì, mi portano nel negozio del fratello maggiore, Ricardo. Ha una rivendita di Herbalife in un piccolo prefabbricato che ha costruito lui stesso, mi confida orgoglioso:

“Uso Herbalife da sette anni, guarda qua!” e si gira facendomi vedere quanto sta bene ed è in forma, “ed ho appena compiuto 40 anni!”. Siamo praticamente coetanei, ma effettivamente sembra molto più giovane.

Sia lui che il fratello sono cattolici,del cammino neo catecumenale e sono stati in pellegrinaggio a Roma due volte, mi fanno vedere le foto.

Riprendiamo a parlare di politica, entrambi non sopportano Maduro. Si lamentano anche del costo della vita. Miguel, il fratello, è vigile del fuoco:

“Qui in Venezuela lo stipendio minimo è di 2900 bolivares al mese. Io ne guadagno 3300 perchè ho un grado un po’ più alto”, praticamente l’equivalente di 110 dollari, cioè 80 euro, “sai quanto costa ad esempio quell’aria condizionata?” e indica il condizionatore sopra la porta, che provvidenzialmente manda un po’ di frescura per dissipare il caldo umido che attanaglia tutto.

“No, quanto?”

“15mila bolivares, lo stipendio di 5 mesi!”

Considerando che lui prende poco più dello stipendio minimo, più o meno è come se in Italia costasse 6mila euro.

“In Italia quant’è lo stipendio minimo?”

“Non esiste un vero stipendio minimo …”

“Quello minimo che di solito guadagna la gente … 3000 euro al mese?”. Mi è già capitato diverse volte in passato, che la gente nei paesi molto poveri favoleggi su guadagni esorbitanti.

“Quanto?!? No, è molto meno, diciamo 1000 euro, ma c’è tanta gente che guadagna anche meno, tipo 800 euro al mese”

“Qua sarei un re con 800 euro al mese!”

“In Italia riesci a stento a sopravvivere, se poi devi pagarti l’alloggio allora non sono sufficienti”

Mangio il panino nel suo negozio mentre proseguiamo a parlare, poi andiamo a cercare il meccanico. Lo troviamo, ci diamo appuntamento domani per le 8:30. Speriamo bene!

Vado a letto presto, sono a pezzi. Domani arrivo fin dove riesco, dipende dall’orario a cui mi restituisce la moto!

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Hic sunt leones

“Qui ci sono i leoni”, così dicevano gli antichi per indicare una zona di cui si sapeva poco o nulla e dalla quale era meglio stare lontani.

Così mi pare il Venezuela, di cui ho sentito le storie più variegate: tutto e il suo contrario, il che equivale (quasi) a non sapere nulla.

Ieri sera, dopo aver ingaggiato una fiera lotta con una robusta blatta di circa 5 cm (ed aver osservato con orrore con quale facilità riusciva ad arrampicarsi fino al materasso), sono sceso per prelevare i soldi per pagare le due notti.

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Ancora non so se in Venezuela o a Bogotà, ma da Santa Marta me ne vado. I giorni passano e il Brasile è ancora maledettamente lontano.

Al ritorno dal bancomat, mi metto a parlare con il portiere notturno dei problemi che ho con i documenti e che ho una mezza idea di vendere la moto.

“Ah sì?? A me interesserebbe, ne stavo parlando giusto ieri con la mia fidanzata … A quanto la venderesti?”

“1000 euro, a cui vanno aggiunte le cose che non posso portarmi dietro: il casco, le valigie laterali, la borsa da serbatoio, ecc. Completissima!”

“Domani mattina chiamo il boss e gli chiedo se può darmi un anticipo di stipendio, alle 11 ti faccio sapere”

“Facciamo alle 10? Se poi non se ne fa nulla, devo partire”

“Ok, alle 10!”

E con questo pensiero mi sono addormentato ieri notte, a questa improvvisa possibilità che si è aperta per puro caso.

Mi sveglio abbastanza riposato, ma sempre con le idee confuse. Davvero non so cosa fare, cosa sia meglio. Ho paura che andando a Bogotà potrei perdere un mare di tempo per poi scoprire che non posso vendere la moto, trovandomi così lontanissimo dal Brasile, con la moto ancora sul groppone ma ormai obbligato a prendere l’aereo per raggiungere Caterina.
Viceversa, andare in Venezuela un po’ mi agita per le voci sulla sicurezza personale, un po’ perchè non so se mi fanno entrare e, più di tutti, perchè vado verso il Brasile che quasi certamente non mi farà entrare.

Negli ultimi giorni ho parlato con Nicola e l’amica di Caterina a Santiago: il documento autenticato dal consolato brasiliano sarà restituito il 22 agosto, fuori tempo massimo. Ed il passaggio di proprietà (la nuova richiesta presentata dopo il rifiuto) è ancora in fase di approvazione e anche se fosse approvato subito, c’è uno sciopero delle Poste cilene in corso da una settimana, quindi altro ritardo. Mancano solo le cavallette e poi il quadro è completo.

In altre parole, posso tranquillamente smettere di pensare ai documenti: non ce l’ho, punto. O meglio, ho i documenti intestati a Nicola e la dichiarazione non autenticata. Se decido di tentare la sorte, o mi fanno entrare così o butto la moto in un fosso e prendo l’aereo.

Scendo alla reception, ma ovviamente il mio uomo non c’è, avendo fatto il turno di notte è a casa a dormire. Mi faccio dare il telefono, lo chiamo:

“Ciao, mi sono  informato e mi hanno detto che nazionalizzare i documenti della moto (che non ho, penso io, visto che è tutto ancora intestato a Nicola, che è lontano esattamente 11mila km) è lungo e costoso …”

“E farlo senza documenti??”

“Come faccio, poi se mi fermano … oppure se me la rubano, è impossibile ritrovarla …”

E invece adesso le ritrovano tutte!, penso malignamente.

“Ok, quindi nulla?”

“No, mi spiace”

Questa conversazione mi fa decidere per il Venezuela. E’ inutile andare fino a Bogotà per sentirmi fare altre volte questo discorso, nè mi va di fare il giro dei meccanici per chiedere se vogliono prendere la moto per i ricambi.
In più sento Raffaele, il ragazzo italo-venezuelano che ho conosciuto nella Valle del Caffè qualche giorno fa: è interessato a comprarla, motivo in più per tentare la carta venezuelana. A Raffaele o al console o qualcun altro, dovrei trovare a chi darla se non mi fanno entrare in Brasile.

Dopo tutte queste attese, telefonate, mail e messaggi, si sono fatte le 12. Orario perfetto per … arrivare di notte!

Riesco ad uscire dalla città abbastanza rapidamente. La strada corre ai confini del parco nazionale di Tayrona. La vegetazione è lussureggiante, incontenibile.

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Di tanto in tanto supero un fiume che dalla sierra si getta nel vicinissimo mare, tanto che a volte vedo fondersi la trasparenza del fiume con il blu del mare e l’azzurro del cielo, tra palme protese sull’acqua e il verde della foresta.

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Con un sospiro passo sotto al cartello che indica l’inizio del sentiero per la Ciudad Perdida. Il mio è solo un “arrivederci”, promesso!

Ancora qualche decina di km e inizio a fiancheggiare il mare da molto vicino. Qui l’acqua è dell'”azzurro Caraibi” che sognavo di trovare tra Cartagena e Santa Marta … ad averlo saputo, sarei venuto direttamente qui!

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I km passano abbastanza velocemente, tra lunghi saliscendi dovuti alla sierra che inizia proprio dal mare, per poi alzarsi nell’entroterra. I villaggi sono sempre più poveri, di baracche di legno e lamiera o completamente in legno. Le solite botteghe che vendono bevande, cibo e ricariche telefoniche. I bambini che corrono e giocano a lato della strada, gli uomini che girano sugli asini o sui cavalli. Le donne che portano carichi improbabili o si occupano dei bambini.

Man mano che mi allontano dal mare, la vegetazione diventa sempre più rada e bassa, meno verde. I cactus prendono il sopravvento e il caldo aumenta notevolmente. Mi ricorda l’anno scorso in Andalusia: sulla costa si stava decentemente, non appena entravi nell’entroterra, si moriva di caldo.

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Penso all’ingresso in Venezuela, al solito documento che non ho. Ormai però ho relativizzato, so di avere alcune carte da giocare, intanto il fatto che sono arrivato fin qui senza documento, poi ho la fotocopia autenticata in Colombia con i timbri peruviani (se l’hanno autenticato loro, vuol dire che è vero!) e infine un po’ di dollari da sganciare al doganiere di turno. In qualche modo passo, o quanto meno vendo cara la pelle e gli faccio perdere qualche ora. Come ai vecchi tempi in Turkmenistan o in Ucraina!

Poco dopo le 17 arrivo alla frontiera colombiana. Trovo i soliti cambiavalute in nero. Se non altro, mi indicano subito dove devo andare, prima per il controllo del passaporto e poi per la moto.

Al controllo passaporti trovo una decina di persone in fila, arriva velocemente il mio turno.

“E’ tardi, sono le 17:30, vuoi che ti timbro l’uscita o torni domani?”

“Perchè?”

“In Venezuela poi devi fare i documenti della moto, non so se sono aperti …”

“A che ora chiudono?”

“Non lo so, ma è tardi”

“Fammi uscire, poi al limite rientro!”

Non sia mai detto che rinuncio senza prima tentare …

Il controllo del documento della moto è ancora più veloce:

“Dov’è il documento che ti hanno dato all’ingresso?”, mi chiede un doganiere gentile, ma sbrigativo.

“Eccolo!”, glielo passo.

“Bene, ciao e buon viaggio!”

30 secondi scarsi.

E ora viene il bello …

Sul lato venezuelano non trovo nemmeno un cambia valute, significa che fanno un buon controllo. La fila per i passaporti è molto più lunga, almeno 30 persone. Faccio in tempo a parlare con un paio di persone davanti a me su quello che devo fare per entrare nel paese e dove sono gli uffici.

Dopo qualche secondo di silenzio, il più anziano dei due, un nero sui 50/60 anni, mi fa:

“Quindi vai a Maracaibo?”

“Sì”

“Certo è tardi … tra poco fa buio”

“Lo so … c’è qualche albergo qui vicino, senza che arrivo a Maracaibo?”

“Per carità! Vai a Maracaibo!”

“Ma mi hanno detto che è molto pericolosa!”

“Sì, ma qui è ancora più pericoloso!”

“Ti ammazzano e buttano il corpo nel bosco, la polizia nemmeno se ne accorge”, aggiunge l’altro, fino a questo momento in silenzio. Non mi piace l’esempio che ha fatto.

“Ascoltami”, riprende il nero, “dopo che hai fatto i documenti e tutto il resto alla dogana, bevi, fai quello che devi fare, mettiti il casco e ppsssiaawww!”, fischia come un missile, “corri di filato a Maracaibo! NON fermarti MAI lungo la strada! Dritto fino a Maracaibo, capito?”

“Qui è pieno di indios locos, matti!”, aggiunge l’altro col classico gesto della pazzia, l’indice che gira sulla tempia.

Bene, messaggio registrato.

“Certo che inizia pure a fare buio …”, riprende il nero, come parlando tra sé e sé.

Passaporto velocissimo, ora tocca alla moto. Tra il controllo passaporti e la dogana per il veicolo, ci sono 5 o 6 km dove l’asfalto sembra sia stato bombardato, da quanto sono frequenti e profonde le buche. Attorno il nulla, solo gli alberi bassi e modellati dal vento che ho visto finora.

Dogana. Un militare mi indica l’ufficio dove devo fare i documenti per la moto. Vado, chiuso. C’è un foglio attaccato alla porta con un numero da chiamare. Vado da un poliziotto, che mi liquida in un secondo:

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

“Ma come chiuso, non sono nemmeno le 18! E poi c’è un numero di telefono da chiamare”

“E chiamalo, prova a sentire che ti rispondono”

Capisco che con questo c’è poco da insistere. Vedo un altro militare, ha appena chiuso una telefonata al cellulare.

“Per favore, può aiutarmi, il mio cellulare italiano non prende, può fare uno squillo veloce al numero segnato su quel foglio?”

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

Lascio perdere e lo ringrazio moltissimo, chiaramente con tono polemico perchè inizio ad innervosirmi. Se è chiuso, non mettete un numero di telefono e se c’è il numero di telefono, gentilmente chiamatelo, ce l’avrete un telefono di servizio o no?!
Questo quello che mi viene da dirgli, ma ancora mi trattengo per non creare tensioni.

Torno dal primo doganiere, gentile al contrario dei poliziotti con cui ho appena finito di parlare.

“Dammi il numero che lo chiamo!”

“Lo andiamo a leggere sulla porta?”, gli chiedo, non avendolo segnato.

“Vai tu, non posso allontanarmi da qui”

Torno all’ufficio, segno il numero e, già grondante di sudore sto tornando dal doganiere, quando sento un fischio che immagino sia rivolto a me. Mi giro e vedo che dall’ufficio della dogana, chiuso fino a un secondo fa, si è affacciato un uomo.

“Devo fare i documenti della moto!”, gli urlo andandogli incontro.

Fa un gesto molto italiano, toccando ripetutamente e platealmente l’orologio a dire che è tardi, sono fuori tempo massimo.
Nemmeno lo ascolto, quando lo raggiungo mi infilo nell’ufficio, quasi spostandolo dal’ingresso.

“Grazie, gentilissimo!”

Mi chiede tutti i documenti (“dammi tutto quello che hai, tuo e della moto!”), poi mentre va a fare le fotocopie, mi dice:

“Fanno duecento dollari!”

“Quanto?!?”, esclamo, incredulo e pronto a dare battaglia.

“Duecento”, ripete senza fare una piega.

Intanto fammi entrare, poi se ne parla, penso tra me e me.

Stavolta mi faccio furbo e la dichiarazione di Nicola la tengo da parte.

Inizia a riempire il solito modulo con i dati della moto ed i miei. Fortunatamente il libretto cileno è microscopico rispetto al lenzuolo italiano ed il nome del proprietario è su un lato, mentre tutte le informazioni importanti (numero di telaio, targa, ecc) sono sull’altro. Quindi finisce che lo piegano sempre tenendo il nome del proprietario sul lato nascosto.

Riempie tutto, intanto gli faccio qualche battuta sul Venezuela, il Sud America, gli chiedo se la strada fino a Maracaibo è pericolosa (“ma quando mai!”, la sua risposta immediata) e altro ancora. Si crea un’atmosfera cordiale, quasi di complicità, visto che siamo solo io e lui nell’ufficio deserto, con lui che sta lavorando fuori orario di ufficio.

Ormai è tutto stampato e devo solo firmare. Il discorso di Nicola e Fabio è rimasto nella mia testa. Firmo i fogli e ringrazio.

Lui mi guarda con gli occhioni da cane San Bernardo che aspetta il biscottino: se non proprio 200 dollari, almeno 2!

“Bè ciao e grazie, scappo che sta diventando buio!” e sgattaiolo fuori.

Sono da poco passate le 18, ora locale, quando entro ufficialmente nella repubblica bolivariana del Venezuela. Sono felice che l’esplorazione ed il viaggio continuino, ora però ho l’assillo di arrivare il prima possibile a Maracaibo.

Mentre indosso il casco, un ragazzo attacca bottone:

“Fin dal Cile con questa moto?!”

“Sì!”, confermo mentre continuo a vestirmi.

“Che l’ombra di Dio ti accompagni!”

“Grazie”, rispondo mentre penso che l’immagine dell’ombra non mi piace, avrei preferito un “che la luce di Dio illumini il tuo cammino” o una benedizione del genere.

Maracaibo … se penso che nella mia testa è legata indissolubilmente ad una vecchia e allegra canzone e invece adesso pare sia una sorta di girone dantesco violento e fuori controllo! Così come la Guajira, il dipartimento colombiano che ho appena attraversato, mi fa pensare ad una splendida vecchia canzone di Santana, mentre adesso è una zona da evitare se non si vuole finire rapinati o peggio ancora.

Appena entrato in Venezuela, il paesaggio è sconfortante: la strada è una striscia sottile, piena di crateri da evitare con cura per non cadere rovinosamente. Attorno, baracche di una povertà estrema. Ovunque spazzatura, soprattutto sacchetti di plastica che penzolano a centinaia dai rami degli alberi, sollevati dal vento che soffia potente dall’orizzonte illuminato dal crepuscolo. Sembrano foglie, tanto sono numerosi. Foglie azzurre, bianche, rosa, gialle, nere. Lacere ed angoscianti, nella loro eternità.

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Il buio cala e ripenso anche all’altro aspetto divertente di poco fa. Ho chiesto ad alcune persone, almeno 4, quanto dista Maracaibo. Chi mi ha detto 100 km, chi 200, chi un’ora, chi quattro (!). La cartina dice 80 km e mi chiedo come facciano a darmi risposte tanto diverse.

Senza mai uscire dalla baraccopoli iniziata dalla dogana, entro nel primo paesino. Il caos, come immaginabile, aumenta ulteriormente. Un ragazzetto su una rumorosissima moto cinese 100 di cilindrata (che va il doppio della Pollita, NdR) inizia a superarmi per poi rallentare subito, suonandomi. Mi fa anche dei gesti che non capisco. Preferisco tirar dritto, ma insiste. Quando sono fuori dal paesino, vedo che cerca di affiancarmi, rallento e sento cosa mi sta urlando:

“Di qua si va alla spiaggia!”

“E Maracaibo??”

“Devi tornare indietro!”, ha la faccia che dice, è mezz’ora che cerco di dirtelo!

Mentre torniamo indietro, urla a diverse persone, sedute per strada di fronte alle loro case, che mi sta riportando sulla strada per Maracaibo. Impossibile passare inosservati. Ovviamente.
E prima lezione imparata: non tutti i venezuelani vogliono ammazzarti e buttare il cadavere nel bosco.
Chissà, spero si riveli come la Russia di 15 anni fa, quando tutti mi raccontavano le storie più spaventose e poi invece, viaggiandoci, scoprii un popolo molto ospitale e aperto. Per il momento l’attenzione comunque rimane alta.

Devo farmi un’idea precisa, ma da quello che vedo, i venezuelani guidano ancora peggio dei peruviani. Forse arrivano al livello dei siriani, lo saprò meglio nei prossimi giorni. Sorpassano senza pensarci su né mollare il colpo, sei tu che devi inchiodare per evitare il frontale o buttarti nel fosso per non farti investire alle spalle; abbaglianti puntati contro sempre e comunque; velocità da missili terra – aria, sulle loro scassatissime macchine.

Non ho capito che modello e marca sono, in ogni caso la macchina ufficiale del Venezuela è un modello americano anni ’60/’70, in condizioni più o meno rovinose di ruggine con tracce di vernice, ammaccature spaventose, finestrini e lunotti mancanti, portiere sostituite alla meno peggio, ruote storte e così via.

Mi fa sorridere che tanti paesi fieramente anti-americani (Venezuela, Cuba, Iran, ecc), siano poi altrettanto fermamente dipendenti dagli statunitensi: letteralmente stravedono per i dollari e per il Made in U.S.A. in generale. Un bel contrappasso che dimostra anche lo scollamento totale esistente tra la classe politica e la gente comune.

L’ultima ora la guido al buio. Nel secondo paesino supero una banda che suona uno specie di samba, con alcune decine di persone che ballano. Mi ricorda l’ingresso in Ecuador!

Sulla sinistra fiancheggio quello che sembra un lago salato, poi l’oscurità finisce per avvolgere tutto.

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Ora è solo guidare, evitare le buche apocalittiche che di tanto in tanto si aprono sull’asfalto, rallentare sugli onnipresenti dossi e salutare i poliziotti ai posti di blocco, molto frequenti.

Finalmente arriva Maracaibo. Vado verso il centro e al terzo tentativo trovo l’albergo.

Domani non so se andare verso il mare, a Morrocoy oppure puntare subito all’interno. Domattina decido.

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L’indecisione regna sovrana

Mi sveglio alle 4, vuoi per lo stomaco ancora pesante per la cena, vuoi per il caldo soffocante per l’aria condizionata che avevo lasciato troppo bassa, ma soprattutto sono i pensieri su come proseguire il viaggio.

Ieri pomeriggio ho contato i km, ideato diverse alternative e itinerari, alcune ipotesi. Ci vogliono, senza fermarsi, 13 giorni per arrivare sulla costa del Brasile. 6 in Venezuela e 7 in Brasile.
Le incognite sono tante: l’ingresso in Venezuela che possono sempre rifiutarmi (anche se dopo Ecuador e Colombia sono abbastanza fiducioso), la sicurezza in Venezuela (ho sentito tutte le sfumature comprese tra uno scenario quasi iracheno e quello della tranquillità più totale), soprattutto l’ingresso in Brasile che penso sia molto difficile senza il documento autenticato in Cile e poi il tempo: un qualsiasi contrattempo farebbe perdere ulteriori giorni di quelli da trascorrere in Brasile con Caterina.

Recupero una mail di qualche settimana fa di Dino, un caro amico che conosce il console in Venezuela. Poi parlo con Maria, la mia nuova amica spagnola che conosce alcune persone a Bogotà. Dopo aver sentito anche Nicola e ovviamente Caterina, alla fine le alternative sono, in ordine di preferenza:

1) vendo la moto a Bogotà e proseguo in aereo e bus

2) porto la moto in Venezuela e la lascio a qualche contatto del console e, anche in questo caso, proseguo in aereo e bus

3) provo ad andare comunque alla frontiera con il Brasile per vedere se mi fanno entrare come è accaduto finora. Se sì, proseguo la sgroppata fino alla costa Est del Brasile. Se no, vendo (o abbandono!) la moto in Venezuela e proseguo in aereo più bus

Ogni alternativa ha pro e contro, ma soprattutto la tristezza che mi assale se penso che a breve potrei dovermi separare dalla Pollita. Mi dispiace perchè comunque è il modo di viaggiare che preferisco e perchè mi sono affezionato, tanto che stavo già pensando a portarla in Italia. Poi perchè il piano è naufragato per motivi futili: se il passaggio di proprietà fosse andato a buon fine, non avrei avuto problemi. Ed è stato rifiutato per un errore, perchè non hanno trovato i dati del mio visto, senza considerare che gli italiani non hanno bisogno del visto per il Cile.

Dopo aver lanciato messaggi ai diversi angoli del globo, dai più vicini in Colombia e Cile alla più lontana Italia, mestamente e nonostante il cielo compattamente grigio, mi avvio anche oggi verso baia Concha. La spiaggia davanti alla città non mi piace e ora che ho questi pensieri di separazione dalla moto, voglio usarla ancora un po’.

Sulla spiaggia c’è meno gente ed il cielo è intonato al mio umore. Come accade ormai abitualmente, non pranzo, mi è sufficiente un’agua de coco che il tipo estrae ben fredda da una scatola di polistirolo, il frigorifero portatile universalmente diffuso tra i venditori ambulanti.

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Mentre scrivo si avvicina un bambino. Ha 7 anni. Inizialmente è silenzioso, osserva lo schermo del tablet. Poi prende confidenza, vuole provare a scrivere, a interagire. Inizia un gioco di numeri e lettere (“Ti metto il 7, tu che metti?” “Ecco un bel 4, ora che fai?”) che prosegue per un po’, poi il pesce scaricato da una barca appena rientrata poco più in là, rapisce la sua attenzione e corre via.

Oggi spendo, anzi, è da ieri lo faccio, dalla cena: ho il mio frigo personale, con solo rigorosamente acqua, poi faccio un massaggio rilassante e ho preso l’ombrellone, nonostante il sole sia un lontano miraggio. Oltre all’agua de coco ed un mango cosparso di sale e limone, come lo mangiano qua.

Uno stormo di pellicani dà spettacolo grazie a dei pescatori che, tornati dalla giornata in mare, gettano via un po’ di pesci.

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In lontananza la musica ad alto volume che arriva da alcuni yacht.

“Un matrimonio di gente con un mucchio di soldi!”, mi dice un ambulante.

La giornata trascorre velocemente e decido di tornare in albergo un po’ prima per trovare Caterina ancora sveglia e parlare al telefono. Anche oggi porto indietro una persona, la zia del ragazzo di ieri, con una sporta di dolci fatti da lei, che vende lungo la spiaggia.

Anche dopo la chiacchierata con Caterina e varie mail inviate, i dubbi restano e continuo a oscillare tra il provare a vendere la moto a Bogotà e il proseguire verso il Venezuela. E’ impressionante come mi convinco di una scelta e dopo non più di 10 minuti sono assolutamente deciso per l’opposto.

Credo che deciderò domattina quando mi sveglio. Bogotà o Venezuela?

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Nella baia della Concha

La “concha” in spagnolo è la conchiglia ed effettivamente la baia ha una forma che ricorda una tonda conchiglia, ma è anche vero che buona parte delle baie al mondo hanno questa forma.

Passo metà mattinata a cercare informazioni riguardo la frontiera brasiliana: il documento che ho spedito qualche giorno fa da Cali, pare impiegherà molti giorni per essere autenticato e timbrato; poi c’è da considerare il tempo della nuova spedizione, stavolta in Venezuela.

Le alternative a questo punto sono fondamentalmente due: vendo la moto qui in Colombia e proseguo in aereo e poi con i mezzi locali. Oppure, provo ad andare fino alla frontiera con il Brasile, sperando mi facciano entrare come è accaduto finora (sempre che il Venezuela mi faccia passare).

Con questi pensieri esco dall’albergo, faccio colazione con un ottimo (quando si è in astinenza tutto lo diventa) croissant al cioccolato ed un succo fresco, oggi di tomate de arbol, pomodoro d’albero. Non è molto dolce, è cremoso ed effettivamente ha un retrogusto che ricorda il pomodoro.

Mi metto a caccia della strada che porta alla baia della Concha. Questa baia dovrebbe ospitare una bella spiaggia e si trova già nell’area del Parco Naturale Tayrona. Tra deviazioni ed errori, finisco nella zona industriale del porto di Santa Marta, incastrato tra decine di TIR che si contendono la stretta carreggiata.

Finalmente raggiungo la strada di cemento. In molti punti è coperta di terra, portata da vecchie alluvioni e mai ripulita. La strada. faticosamente, si divincola dalla periferia di casette di mattoni e baracche e si inoltra nella montagna, non prima di ricevere un’ultima offesa con la discarica della città, posta proprio sotto la montagna che separa dal mare ed una serie di scarichi abusivi di rifiuti proprio lungo la pista che porta al mare.

Questa prosegue per alcuni km su terra e su pietra, fino ad arrivare all’ingresso della spiaggia. E’ tutto privato, quindi si paga un ingresso. Qualche altro km, ormai in piano e si sbuca proprio di fronte alla spiaggia.

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Vengo accolto da una serie di persone che mi propongono di tutto, bevande, cibo, dolci, massaggi, ombrellone, braccialetti, occhiali. Alla fine non sono nemmeno tanti, ma battendo in continuazione la spiaggia alla fine ce n’è sempre uno che passa.

Il sole dopo non molto viene nascosto dalle nubi, mi rilasso tra bagni, pennichelle e letture varie. La spiaggia è bella, ma ancora lontana dall’idea tipica che uno ha dei Caraibi, popolata di spiagge candide con palme che si protendono sull’acqua. Qui non sono così, mi dicono che nei punti più nascosti del Parco di Tayrona ci sono, ma l’idea di camminare ore per arrivarci non mi attira per nulla.

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Passeggio sulla spiaggia, osservando un paio di pellicani che fanno la ronda sull’acqua a caccia di cibo ed un cormorano che di tanto in tanto si tuffa nell’acqua. Un pescatore con lenza e canna si lamenta che da stamattina non ha preso nulla.

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Quando il cielo alle spalle della baia diventa nero ed inizio a sentire potenti tuoni che echeggiano in lontananza, decido di tornare in città.

“Questo è “sol de agua”, sole di acqua, che scalda tanto, è normale che poi viene un temporale”

“Tra quanto piove, ce la faccio a tornare in città senza bagnarmi?”, chiedo preoccupato per le nuvole nere che ormai sono sopra di noi.

“Sì, non preoccuparti, piove tardi, alle 10 di stanotte o più tardi, ma adesso no.”

Mentre risalgo sulla pista sterrata per tornare in città, supero una vecchia moto scassatissima, la classica 125 cinese che sbuffa e arranca sotto il peso di 3 persone. Faccio un cenno di invito e accettano subito. Sale un ragazzo col quale scambio due chiacchiere fino alla prima periferia, dove scende.

Arrivato in città, mi scolo una bella agua de coco, ossia un cocco fresco tagliato in cima da cui si beve l’acqua con una cannuccia e passeggio sul bel lungomare.

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La città, ma soprattutto a quest’ora il lungomare, è popolato di una variegata umanità che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena con i commerci più differenti, dal cibo (empanadas, pannocchie, spiedini, gelati, dolci di riso al latte, granite, limonate e succhi vari, frutta, caffè, birra e bevande varie, dolci artigianali, fritture di tutti i tipi e molto altro ancora), abbigliamento (occhiali, magliette, camicette, ciabatte, cappelli e così via), souvenir di vario tipo (conchiglie e stelle marine, braccialetti, orecchini, cornici portafoto e ancora un’incredibile varietà di oggetti fabbricati artigianalmente con i ricordi del mare), bar ambulanti con sigarette gomme da masticare, patatine, e sicuramente ne dimentico altri.

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Sono tutti coinvolti, a tutte le età, dai bambini ai più anziani. L’unica tipologia forse assente è quella delle ragazze giovani, probabilmente perchè impegnate con i figli, che qui iniziano ad avere molto giovani, tra i 15 e i 20 anni. Le bambine e le signore fino all’età più avanzata si incontrano facilmente. I maschi invece ci sono dall’età più giovane a quella più anziana.

Trascorrono l’intera giornata e parte della notte con i loro commerci, alcuni statici nelle loro bancarelle fisse; la maggior parte con mezzi mobili, il più delle volte una declinazione della bicicletta, con sellino e ruota posteriore “tradizionale” e parte anteriore modificata a seconda delle esigenze del commercio. Oppure i classici carretti, con le ruote e i manici per trasportarli.
I commerci mobili si spostano in continuazione, si fermano per poco in un punto, perchè hanno venduto qualcosa o sperano di farlo, oppure per stanchezza. Mi ricordano i pescatori, che vanno a intuito, a sensazione, a volte a caso. E come pescatori, lanciano la loro esca di annunci, inviti, descrizioni, ammiccamenti, sorrisi, silenzi.
Perennemente in attesa, fiduciosi e gentili, sempre e comunque e questo mi stupisce e mi fa pensare a quanto siamo diversi e quanto dovremmo imparare da questo approccio alla vita.

Il pomeriggio finisce mentre sgranocchio una pannocchia alla brace davanti ad un tramonto impreziosito dai colori incredibili delle nuvole che coprono l’orizzonte.

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A cena mi tratto bene, con un piatto di polpo e aragosta, con riso e fagioli.

Mi addormento molto presto, col pensiero di cosa fare nei prossimi giorni, se andare subito in Venezuela e tentare l’ingresso oppure vendere qui. Di sicuro ogni giorno passato a non viaggiare, allontana sempre più l’idea di arrivare in Brasile con la moto.

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Lungo la costa nord

Oggi voglio andare a Santa Marta. Obiettivi dichiarati sono: riuscire a trovare finalmente il mare azzurro dei Caraibi ed andare alla Ciudad Perdida.

Parto con la solita calma, soffocato da un caldo umido al quale ancora non riesco a credere. Forse finalmente riesco a togliere tutti i pile!

La strada che porta a Barranquilla e poi oltre, fino a Santa Marta, il parco nazionale Tayrona e ancora più a Est, in Venezuela, costeggia il mare senza praticamente mai abbandonarlo.
Nella parte iniziale, quella più vicina a Cartagena, è piena di grattacieli moderni e tutto sommato piacevoli, ben fatti. La vegetazione tropicale poi fa il resto, per renderli più accattivanti ed esotici.
Inizialmente è solo il lato destro della strada, quello più lontano dal mare, ad essere occupato da baracche in lamiera. Poi, allontanandosi ulteriormente dalla città, i palazzi moderni finiscono ed inizia anche sul lato sinistro una bidonville molto estesa che si dipana ai bordi delle lagune che occupano la piana fino all’orizzonte.

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Finalmente anche questo strascico di città, di estrema povertà e degrado, termina, lasciando lo spazio ad una fitta boscaglia tropicale.

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Aggiungo alla collezione dei cartelli più strani, anche quello che avvisa del possibile attraversamento di formichieri. Dopo l’esperienza dell’armadillo ora mi aspetto che un formichiere mi si pari innanzi chiedendo di essere fotografato. E invece niente, si vede che è timido.

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Arrivo alla deviazione per il vulcano di Totuma, una curiosità che mi aveva segnalato un amico nei giorni scorsi. Si tratta di un cono alto una ventina di metri, alla cui sommità c’è una specie di cratere, sul fondo del quale si trova del fango caldo, che si dice avere degli effetti curativi.

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La strada per un lungo tratto è stretta (anzi, diciamo strettissima!) dall’oceano da un lato e dalle lagune dall’altro. Spettacolo molto bello!

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Santa Marta sembra carina, sicuramente molto più tranquilla di Cartagena!

Parlando con la persona alla reception, raccolgo una buona e una cattiva notizia.
La buona è che le spiagge dentro al Parco Tayrona sono molto belle. Speriamo

La cattiva invece  è che non vedrò la Ciudad Perdida. Le escursioni che ci vanno, partono da un minimo di 5 gg e 4 notti. Che peccato!

Domani, quindi mare mare mare!

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