Proxima estacion, Ecuador … esperamos!!!

Zanzare e in più durante la notte sudo, una sensazione che non ricordavo più. Inizio a pensare che si stava meglio quando si stava peggio.
Però voglio aspettare a mettere via i pile, potrei essere costretto ad usarli ancora per parecchi giorni, se mi respingono alla frontiera con l’Ecuador.

Tiro fuori la moto dal “garage”, ossia un corridoio strettissimo a fianco dell’albergo, scatto un paio di foto nella Plaza de Armas di Lambayeque e mi metto sulla via per Ferreñafe, dove dovrebbe esserci un bel museo sulla cultura Moche.

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Prendo una strada regionale, poi arriva la deviazione per Ferreñafe, l’asfalto si disintegra e finisco su una pista sterrata in cattive condizioni, solo di tanto in tanto migliore.

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L’asfalto ogni tanto compare, ma è molto meglio quando non c’è, perché le buche nei fazzoletti di asfalto sopravvissuto sono molto più dure e secche. Mi fa tornare in mente l’infinita pista in Kazakistan, a nord del lago di Aral, che percorsi nel 2001 … strada completamente disintegrata con rari fazzoletti di asfalto con buche orrende, il resto si divideva tra terra e sabbia. Qui la situazione non è così tragica, anzi, però penso a come potrebbe essere la strada tra Boa Vista e Manaus, in Brasile.
Ma sto già correndo con la fantasia, devo ancora entrare in Ecuador. Solo la fantasia corre, perché su questa pista non supero i 30 km/h, per evitare di spaccare qualcosa.

Finalmente dopo una ventina di km arrivo a Ferreñafe e al suo museo. Lo giro rapidamente: dopo El Brujo e le tombe reali di Sipan, è davvero poca cosa, però qualche notevole pezzo di pregio, in particolare la gioielleria, c’è.

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All’uscita scambio due chiacchiere col venditore ambulante di gelati. In giro se ne vedono tanti, col banchetto giallo di gelati D’Onofrio (nome italiano, ma proprietà Nestlé, mentre la Inca Kola è Coca Cola … sempre i soliti nomi, insomma) che funge da parte anteriore di una bicicletta: il frigorifero con due ruote che guidano, il retro invece è una bicicletta normale, sellino, catena, una ruota.

Prossima fermata, la valle delle piramidi di Túcume. Di nuovo i 20 km di sterrato, dove passo a fianco di povere case, dove l’unica ricchezza sono gli animali che razzolano e pascolano per strada: oche, galline, tacchini, qualche rara mucca.

Tornato sulla regionale, arrivo in pochi km a Túcume e alle sue piramidi. Il sito è molto esteso, sono disponibili due alternative, opto per la più breve perché il tempo inizia a stringere. Il giro che ho scelto prevede una passeggiata nella valle delle piramidi e una arrampicata fino a un mirador, un punto panoramico.

La vallata raccoglie più di 200 piramidi, anche se quelle riconoscibili sono molte meno, a occhio una ventina. Passo sotto ad alberi tipici degli ambienti semi desertici, con poche foglie più sul grigio che sul verde e molto dure. Gli alberi finiscono e mi ritrovo nella piana, circondato dalle piramidi.

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Inizio l’arrampicata verso il mirador, una salita che si trasforma in scalinata molto ripida.
Dall’alto la vista è magnifica ed abbraccia tutto l’orizzonte. Le piramidi sono state e continuano ad essere, letteralmente sciolte dalle piogge, essendo fatte di argilla mista a conchiglie, escrementi ed altri ingredienti naturali, non cotti. Anzi, si sono conservate fin troppo bene.

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La fantasia, la mia compagna di viaggio e di vita, mi aiuta a svuotare la vallata delle case, delle strade, dei serbatoi dell’acqua che svettano in lontananza, dei pali della luce, di tutto. E ricostruisce le piramidi, che tornano nuove fiammanti di adobe appena posati, geometrici e regolari nelle loro forme a piramide tronca. E compaiono anche gli uomini e le donne in tunica, i carretti trainati dagli animali, i fuochi delle botteghe artigiane e delle osterie. Il verde è più intenso, tutto intorno è coltivato.
E mi godo la scena, dall’alto del mirador, con le orecchie accarezzate solo dal fruscio del vento, davanti a un mondo scomparso, di artigiani eccezionali e dalla sensibilità spiccata, in una società che adorava e pregava la Natura e i suoi elementi. I quali non sono stati loro grati se, come pare, la cultura Moche sia caduta in disgrazia a causa degli effetti disastrosi del Niño, che provocò gravi inondazioni e distruzioni, obbligandoli ad abbandonare molte delle città costruite e costruirne di nuove, senza però riuscire a riprendersi, lasciando il potere alla cultura successiva, i Chimù.

Scendo di nuovo nella valle delle piramidi, concedendomi una breve deviazione nella parte vietata ai visitatori, arrivando fin sotto una piramide e toccandola, cercando di sentire l’energia del popolo estinto che l’ha costruita con tanta fatica migliaia di anni fa.

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Torno alla moto e parto, da adesso non sono previste soste fino a Piura o, se riesco, a Sullana, un poco più vicino al confine con l’Ecuador.

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I km e le ore passano, tutte uguali ma sempre diverse tra steppe, piane aride e desertiche piatte fino all’orizzonte, brevi oasi di verde rigoglioso che lasciano rapidamente il posto nuovamente alle dune e alla sabbia. Spesso soffia un forte vento che porta sull’asfalto lingue di sabbia che scompaiono immediatamente come serpenti evanescenti.

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Raggiungo Piura alle 17:30 e Sullana alle 18. Orario perfetto.

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Potrei continuare ancora un’oretta, ma la cartina segna i paesini successivi come minuscoli, non vorrei trovarmi senza un tetto sulla testa e dover tornare indietro.

Chiedo informazioni e mi sconsigliano vivamente il centro come posto per trovare da dormire:

“Tutti palazzi vecchi, cadenti, è meglio fuori dal centro, qui sulla Panamericana.”

“Ok, conosci un albergo che ha anche il wifi?”

“Vai al Coco Switch, lì hanno tutto, anche Internet”

“Coco Switch?”

“Sì, Coco Switch, torna indietro all’arco che dice benvenuti a Sullana e lo vedi sulla sinistra”

“Ah, l’ho visto, è uno o due km indietro, giusto?”

“Noooooo … sarà un km e mezzo!”

E vabbè, che ho detto …

Inverto e trovo l’albergo, che in realtà si chiama Coco’s Suite.

L’ingresso sempre elegante, con guardia armata che mi ferma.

“Vorrei una camera singola”

“Sì, aspetta qui”

Tira fuori di tasca un fischietto e lancia un richiamo abbastanza lungo. Parcheggio di lato, dubbioso, quando si materializza un ragazzo sui 25 anni. Gli dico che voglio una camera singola, lui mi fa cenno di seguirlo e mi precede corricchiando.

Andiamo di fronte a una serie di box auto o questo sembrano. Apre il cancello di uno di questi e mi dice di entrare. Effettivamente sono posti auto. La porta della camera è aperta, sono tipo dei bungalow, molto carini.

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Ho un flashback incredibile al film colombiano che ho visto qualche sera prima di partire, in un circola Arci a Roma. Identico spiccicato! Una serie di bungalow eleganti dove le coppiette andavano ad appartarsi per qualche ora.

“Quanto viene?”

“20 soles all’ora”

“…”

“80 soles la notte”, aggiunge dopo aver visto la mia aria interrogativa.

“Ah, ok”

Per i prezzi medi peruviani è una cifra medio- alta, intorno ai 22 euro, ma la stanza è carina e non mi va di cercare un altro posto.

Il ragazzo ha una gran fretta di andarsene, faccio in tempo a fargli un paio di domande mentre mi chiude dietro il cancello del parcheggio del bungalow.

Vado in bagno e cerco il rotolo della carta igienica. Non lo trovo. Guardo ovunque, ma nulla. Poi penso a dove mi trovo e infatti è … sul comodino!

La doccia ha solo l’acqua tiepida, ma fuori fa quel caldo che non ti fa soffrire.

Si fa ora di cena e vorrei andare in centro. Provo ad uscire, ma sono chiuso dentro. A chiave. Chiamo la recepcion e dico che vorrei uscire.

“Mando subito il ragazzo”, che arriva nel giro di un minuto. Non è molto comodo alloggiare in un albergo a ore, penso.

Mi libera e gli dico che vorrei andare in centro a mangiare e prelevare i soldi.

“Sì, ma non puoi lasciare la stanza, devi pagare per il tempo che sei rimasto!”

“Ma vado a mangiare e torno!”

“Almeno metà notte”

“Ho lasciato la roba dentro!”

Vuole vedere con i suoi occhi ed entra nella stanza. Dopo che ha visto un paio di mucchi di bagagli, si tranquillizza.

“Posso avere la chiave della stanza?!?”

“Sì, vado a prenderla”

Sparisce per un altro minuto, poi torna con la chiave numero 225. Mi sento quasi indipendente, adesso magari la smette di chiudermi dentro a chiave!!

Vado in centro a Sullana ed effettivamente è il caos più completo, polveroso e pieno di motorette strombazzanti. La Plaza de Armas è interdetta alle moto, che qui sono davvero in numero esorbitante.

La moto è ancora completamente carica, a parte la borsa da serbatoio e un sacchetto con le cose per la notte che ho tolto da una borsa laterale. Per il resto ho lasciato tutto montato, ne approfitto di avere il garage personale per partire domani mattina il prima possibile.
Però adesso ho la moto carica, da lasciare per strada.
In una traversa a fianco della Plaza de Armas trovo una parcheggiatrice abusiva.

“Te la guardo io, non preoccuparti!”

“E quanto vuoi?”

“Un soles!”

“Sta bene”

“Vuoi lasciarmi anche il casco?”

“Sì” e glielo mollo, ragionando che se mi sparisce la moto, il casco diventerebbe solo un peso.

Faccio un giro per la piazza, carina anche se meno particolare di quella di Lambayeque. In una traversa trovo una polleria, autentica ossessione dei peruviani, che hanno più braserie (dove cuociono i polli alla brasa, la brace) che bar. E per di più, altra caratteristica, le varie specialità culinarie locali (cheviche di pesce, anatra e tutto il resto) lo preparano solo a pranzo.
A cena, non si sfugge: pollo alla brace, oppure ristoranti turistici o cinesi oppure pizzerie.

Dopo una mezz’oretta che sono via, mentre sto gustando l’ottimo pollo (che viene sempre servito da una abbondante porzione di patate fritte e un’insalata, il tutto per un prezzo dai 2 ai 3 euro, per il quarto di pollo) annaffiato dall’immancabile Inca Kola, realizzo che ho la moto completamente carica, in mano ad una parcheggiatrice abusiva in un vicolo semibuio di Sullana.
Mi sbrigo a finire e, mentre ingoio gli ultimi bocconi, leggo gli ingredientri della Inca Kola e scopro con orrore che contiene CAFFEINA!!! Alle 9 di sera, ho appena finito di bere 650 cc (perchè in Perù le lattine non esistono, si parte minimo dal mezzo litro, ma questo è un cosiddetto mezzo litro gigante) di bevanda con caffeina. La nottata è andata, chissà quando riuscirò ad addormentarmi …

Pago e torno alla moto. Per fortuna è tutto al suo posto, dó il soles alla signora e torno in albergo. Stesso gioco di prima: guardia armata che mi ferma, ragazzetto che arriva di corsa e mi accompagna al bungalow.
Ormai ho finito completamente i soles: pago 70 soles e aggiungo la differenza in dollari.

“Bè, allora … vuoi una coperta per la notte?”, mi propone premuroso.

Fortuna che ci ha pensato lui! Non essendo pensati per passarci la nottata, faccio caso solo adesso che il letto ha soltanto il lenzuolo.

Mi porta una coperta con l’augurio di una buonanotte. Lo spero, penso! Temo infatti che ci sarà un gran via vai di auto.

Concludo la serata preparando i documenti per domani. Leggo la Lonely Planet e trovo un trafiletto dedicato al punto di frontiera dove dovrei andare domani. Dice testualmente:

Formalities are relaxed as long as your documents are all in order.” Lapalissiano, però – ho controllato – lo dice solo per il posto di frontiera dove vorrei passare domani. Interessante coincidenza, no?

Sono preoccupato, lo confesso, spero davvero di riuscire ad entrare, in un modo o nell’altro.

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2 thoughts on “Proxima estacion, Ecuador … esperamos!!!

  1. sto recuperando con la lettura di un po’ di arretrati degli ultimi giorni…. e ddai alla fine sta andando tutto liscio!!! 😉
    I gioielli sono meravigliosi wow!!!

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