Il Caribe, finalmente

La nottata non è stat confortevole, il caldo umido appena mitigato dal grosso ventilatore puntato sul letto, unito alla plastica che copriva materasso e cuscino, certo non hanno aiutato.

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Il cielo anche oggi è completamente coperto. Tanto per cambiare non riesco a partire presto come vorrei, in ogni caso noto che al mattino c’è molta più gente per strada che non nelle ore più tarde. Quasi preferisco viaggiare il pomeriggio-sera!

Oggi i km non passano, ma le ore sì! Forse è anche per via della pioggia, che dopo non molto inizia a cadere copiosa. Il paesaggio continua a sembrare un unico immenso giardino, con l’erba verdissima che sembra essere stata appena tosata e gli alberi maestosi che emergono di tanto in tanto, con le chiome a ombrello oppure larghe e piatte.

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Qualche decina di km prima di Cartagena la pioggia cessa, ma le nuvole restano, non hanno intenzione di andarsene.

Il traffico è intenso e la mia voglia di guidare sotto la pioggia scarsa, ma alla fine, dopo molto più tempo di quello che pensavo, arrivo a Cartagena.

La città si presenta in modo pessimo: prima l’orribile zona portuale, con decine di TIR e camion a bloccare le carreggiate e i parcheggi e con una prateria di gru svettanti nel cielo, poi una periferia caotica di camion, motorette, auto e pedoni a riempire ogni interstizio e sfreccianti in ogni direzione. Spazzatura ovunque, anche in mezzo alla strada. Strade e palazzi rotti e sporchi.
Proseguendo verso il mare, la situazione lentamente migliora, si arriva in una largo viale con molti negozi e ditte ai lati.

Continuando a chiedere per il centro, alla fine compaiono le famose mura che racchiudono il centro storico. E il “colpo” è forte, perchè sono davvero suggestive, perfettamente conservate, proprio di fronte al mare. Ed alle spalle occhieggiano, come donne vanitose, splendide dimore coloniali e antiche chiese.
Sono dei bassi bastioni con una serie di cannoni, con delle porte monumentali che si aprono sulla città, ricordandomi un paguro: fuori una corazza dura e inespugnabile, dentro il cuore vulnerabile della città.

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Un tassista a cui chiedo informazioni mi dice che non posso entrare in centro con la moto, è vietato a tutti i veicoli privati. Infatti fuori le mura ci sono ampi parcheggi pieni di auto e moto.
Decido comunque di tentare, facendo finta di nulla.
Pronto e rapido, arriva il fischio di un poliziotto che sbuca alle mie spalle.

Gli dico che sto cercando un albergo e per convincerlo a farmi entrare, gli indico i bagagli, una montagna pesante da portare. Il poliziotto si consulta con il collega, poi parla al walkie talkie con altri poliziotti all’interno della città.

Posso entrare!!

Faccio in tempo a percorrere un vicolo nel centro storico, che un poliziotto mi ferma. E’ obbligatorio indossare il casco. Tutta la Colombia non usa il casco, ma qui dentro pare sia il contrario.

Arrivo all’ostello che mi ha indicato il primo poliziotto, ma è completo. Mentre sto riprendendo la moto, mi ferma un ragazzo sui 25 anni. Mi passa il biglietto di un albergo, gli dico che non mi serve, ma non mi molla.
Mi segue mentre faccio marcia indietro, a piedi perché contromano, per prendere una stradina laterale dove dovrebbe esserci un altro albergo. E’ il classico “jinetero”, termine cubano che ho imparato anni fa e che indica questo genere di persone, assai fastidiose che ti si incollano e non ti mollano più finchè non riescono a ottenere quello che vogliono: più soldi possibile.

Il problema, ed è quello che ti incastra, è che là per là hai convenienza a dargli retta. Perchè ti indicano gli alberghi, li conoscono, poi ti indicano il parcheggio dove mettere la moto, ti danno informazioni però tutto questo lo paghi e molto salato perchè, al di là dei soldi, ti infastidiscono standoti continuamente attaccati e rovinandoti i momenti che avresti voluto trascorrere in pace o comunque in altro modo.

Fatto sta che questo Jorge (“Giorgio in italiano, giusto? Ho molti amicci ittaliani”, segno per riconoscere al volo gli jineteros è che parlano decentemente 3 o 4 lingue) mi porta in un paio di hotel, mi aiuta a chiedere informazioni, mi accompagna – io in moto, lui a piedi perchè non ha il casco – fino al garage, una bella camminata di almeno 20 minuti.

Poi però tutto questo lo pago, perché Jorge mi si incolla gomito a gomito per almeno un’ora e mezzo, si lamenta perchè “sente” che non mi fido, gioca sulla psicologia. Mi fa girare in zone poco interessanti (perchè senza polizia, immagino) e inizia a chiedermi soldi per i motivi più disparati come conquistare una donna e una collezione di euro che sta facendo (es una moneda muy buena, fuerte!). Gli offro una birra e la bevo volentieri perchè sono assetato e accaldato. Dopo aver bevuto si lascia andare e mi racconta che ha vissuto 12 anni negli Stati Uniti, ma che l’hanno espulso dopo aver fatto 3 anni di galera.

“Per narcotraffico! Ma ero innocente! Per il solo fatto che nel momento in cui hanno arrestato un mio amico che aveva una grossa quantità di droga, ero al telefono con lui, automaticamente anch’io sono diventato colpevole! Ma io non c’entravo nulla, portavo solo la droga dalla Colombia agli Stati Uniti, ma non la vendevo, ma non ero spacciatore, la portavo soltanto!”

Insomma, un bravo ragazzo purtroppo incompreso. Tre anni a lui e dieci al suo amico, il vero spacciatore. Poi l’espulsione. Per dimostrarmelo, inizia a parlare un americano molto stretto ed effettivamente parla molto bene, fluente.
Continua a non mollarmi e a chiedermi soldi. Alla fine mi stressa talmente che acconsento a dargli 20 euro. Il problema è che li ho in albergo, per cui torniamo al punto di partenza.
Sale anche lui, la mia stanza è di fronte alla reception. Entro, prendo i soldi, esco e glieli dò. Lui mi giura e spergiura che domani me li restituirà, gli servono solo adesso. So perfettamente che non lo vedrò più e di questo sono assolutamente contento. In questo momento la cosa più importante e urgente è liberarmi di lui e tornare padrone del mio tempo e del mio spazio.
Gli dò i soldi, mi ringrazia e giurando per domani, se ne va.

Tiro un sospiro di sollievo e mi butto sul letto quando dopo due minuti sento bussare alla porta. Apro ed è ancora lui! Mi coglie assolutamente di sorpresa, non me lo aspettavo.

“Per favore, fammi andare in bagno, la birra … qui sono tutti pieni” e mentre parla, spinge leggermente sulla porta per entrare. Ho la prontezza di mettere il piede dietro la porta e spingere a mia volta, chiudendogli la porta in faccia non prima di avergli detto:

“Mi spiace, qui non entri!”

Questo è stato il massimo raggiunto in questi anni, mai nessuno aveva provato ad entrare in camera in questo modo! Di fronte alla reception poi!

Sono completamente disgustato da questa situazione e complice la stanchezza, mi fermo in albergo per un po’, col timore di ritrovarmelo ancora davanti se fossi uscito subito. Fatto sta che alla fine passa quasi tutto il pomeriggio e la rabbia è grande, perchè sento che è tutto tempo perso, non mi sono certo riposato o rilassato, nè l’ho sfruttato in qualche altra maniera. Buttato … e pagato!

Esco al tramonto.

L’aria è calda, umida, accogliente come un abbraccio. Il cielo è ancora luminoso, di quella luminescenza  blu turchese che ammanta il creato e lo rende affascinante, che attira gli sguardi verso l’alto e fa ammutolire per la bellezza.
Salgo sulle mura antiche, a pochi passi dal mare e guardo il sole scomparire all’orizzonte in ultimi lampi arancioni, poi violetti, bluastri e infine, il nero.

Passeggio per le piccole piazze con gli antichi balconi illuminati. Mi fermo rapito ad ascoltare un anziano mulatto suonare con grazia il clarinetto. Ci sono pochissimi turisti in giro, la piazza è semi deserta e le note rimbalzano sulle mura della piazza, laconiche e malinconiche. Mi fermo a leggere sulla panchina a fianco del suonatore. Sento che mi sto riprendendo, che sto entrando in sintonia con la città e superando la pessima esperienza di poche ore fa.

Proseguo il giro ammirando le diverse vie, poi di nuovo sotto le mura e ancora nelle piazze del centro. Questa città è magnifica.

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Ceno in un piccolo ristorante con un anziano cuoco molto simpatico. Il pesce è il solito guazzabuglio di sapori che tanto piace qui: pescado fritto (e non è dato sapere esattamente che tipo di pesce è), coperto di una salsa con mille spezie che annega pesce e un misto di frutti di mare tagliuzzati. Riso in bianco, insalata di cipolle (tante) e lattuga (tracce) e platano fritto. Domani chiedo tutto alla griglia, senza salse! Pochi sapori e chiari! Da bere, solito succo di frutta fresco, oggi lime.

Torno in albergo molto presto, sono stanchissimo. Rifletto su quello che è accaduto oggi, su Jorge che ha provato ad entrare in camera e decido di parlare con le persone della reception. Esco e non faccio in tempo ad iniziare il discorso, che mi chiedono se davvero conosco la persona che è salita oggi.

“Certo che no e volevo dirvi che assolutamente non desidero più incontrarlo e non fatelo entrare nella mia stanza per nessun motivo! Non lo conosco, non è mio amico per cui qualsiasi cosa vi possa dire domani, se lo fate entrare in stanza la considero completa resposibilità vostra”

Naturalmente mi rassicurano che non faranno entrare nessuno e che volevano avvisarmi sulla natura del soggetto, che avevo già capito.

Bene, tutto chiaro. Già che ci sono, prenoto per domani una gita in una delle isole di fronte a Cartagena.

Domani, riposo totale! O almeno, ci provo!

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8 thoughts on “Il Caribe, finalmente

  1. Questa è la prima volta che ho un certo timore…. molto di più dei colpi di fucile dell’altro giorno. Chiudi bene tutto e non lasciare documenti e cose importanti lontano da te!
    Per il resto, buona passeggiata. Relax yourself 🙂

  2. Tranquillo, queste cose succedono ovunque. Solo con c’è da dare corda a questi individui!!!
    Come ti dicevo Cartagena è la città più bella di tutto il sudamerica, gustatela fino in fondo.
    Ricordati di contattare quel mio amico e fare un salto a Casa Italia, in Calle Portobello.
    Buon proseguo ;¬)

  3. Esatto, chiudi la porta, magari mettici anche una sedia attaccata, così senti sbattere se entra qualcuno, chè quel tizio lì vuole rubare.

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