La Lunga Corsa

Mi sveglio presto come al solito, ma stavolta é inutile.

Infatti prima delle 9, orario di apertura della banca, non posso partire: non ho I soldi per pagare le due notti in posada e la gita di ieri con Washington. 

Alle 9 meno un quarto sono in fila con parecchia altra gente, la moto é già carica.  
Una della banca mi vede:

“Che deve fare lei?”

“Devo cambiare degli euro in reais”. 

“Mi spiace, ma qui non facciamo cambio, può provare in una delle agenzie turistiche in piazza”. 

“Ma come, una banca che non cambia soldi?! E poi in agenzia ho già chiesto, fanno un tasso bassissimo…”

Allarga le braccia e se ne va. 

Piuttosto che regalare il 10% ad un’agenzia, preferisco perdere il 2 e mezzo prelevandoli con la carta di credito.

E intanto, però, ho perso un sacco di tempo prezioso. Infatti il piano di oggi é arrivare a Camamu per prendere la barca che porta a Barra Grande. 

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Peccato che l’ultima corsa é alle 17 e sono quasi 500 km!

Mi metto a testa bassa, nel vero senso della parola, per ridurre al minimo la resistenza aerodinamica e inizio ad andare. 

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Non mi fermo mai, tranne una volta per fare benzina. 

Sono sempre al massimo, anche a livello di riflessi e non appena il motore scende di giri, cambio marcia. 
Sono costantemente in ascolto del motore per capire cosa serve. 

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Ingaggio le solite lotte all’ultimo km orario con gli autotreni. 
A volte, siccome la strada é intasata di camion e auto, sorpasso in velocità sulla corsia di emergenza. 

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Corro corro corro, riflessi a mille, arrivo sulla costa subito a nord di Camamu, molto verde e rigogliosa. 

Per colpa dei centomila dossi di rallentamento, a momenti perdo la borsa a cilindro, devo fermarmi per rimetterla a posto. 
Impreco per I due minuti persi, tutto può contribuire a prendere oppure no la barca. 

Arrivo a Camamu che spacco il minuto. Mi aggancia subito uno per il parcheggio della moto. 
Mi fa cenno di seguirlo, ci fermiamo davanti ad una normale saracinesca abbassata. 

La apre, parcheggio. Mi dico che se facessero sparire la moto, il casco sarebbe solo un peso, quindi lo lascio. 

Torniamo all’imbarco, ce l’ho fatta!!! 🙂

Il viaggio dura una ventina di minuti, passiamo davanti ad isole coperte di mangrovie. 

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Mi torna in mente quando, al tempo dello tsunami in Giappone, dissero che se le mangrovie non fossero stare eliminate, I danni sarebbero stati infinitamente inferiori. 

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Arrivo a Barra Grande, incontro la compagna di Gabriele, mi porta alla posada che avevano prenotato per me.

Il proprietario, Claudio, é molto simpatico. Ha girato il mondo lavorando ogni volta in maniera diversa. 

A cena conosco finalmente Gabriele, posso dare un volto alla “penna” delle decine di mail che ci siamo scambiati negli ultimi due anni. 

Mi fa un regalo bellissimo, mi dice:

“Senti, domani ti sequestro, andiamo a fare un bel giro 🙂

Ottimo programma!!

Immerso nella Natura

Mi sveglio presto, stavolta non solo per il fuso, ma anche per avere il tempo di tornare nella agenzia di ieri sera, per aggregarmi alla loro escursione nel caso qui ci siano dei problemi. 

Scendo e vado alla reception. Non c’è nessuno. 

Sento qualcuno lavorare dalle parti della cucina. É una ragazza che prepara le colazioni. 

“Scusa, non c’è nessuno alla reception?”

Vede che effettivamente é vuota e va a bussare alla porta proprio di fronte al bancone. Una, due volte. 
Da dentro rispondono, si parlano. 

La ragazza torna da me, veloce. 

“La reception apre alle sette e mezzo!”, esclama seccata indicando l’orologio. 
Lo guardo anch’io. Sono le sette e quaranta. 
Torno a guardarla stupito, ma é già svanita dentro la cucina. 

Dopo un po’ arriva il ragazzo, tutto ok, escursione confermata alle otto e mezzo con Washington, la guida. 

Alle otto e mezzo trovo due ragazze sedute fuori dalla posada. Iniziamo a parlare, sono di Santiago del Cile. Finalmente altre persone con cui rinfrescare il mio spagnolo!

Arriva un ragazzo in auto che fa cenno alle ragazze di salire. 

Con un sorriso gli chiedo: “Washington?”

“Tu sei in un altro gruppo, Washington sta arrivando”, risponde chiudendo la portiera e accendendo il motore. 

Il sorriso si spegne. 

Con mezz’ora di ritardo arriva Washington, sgommando a bordo di una piccola cross over, musica reggae a palla. 
A bordo ci sono I miei compagni per la giornata, due ragazzi inglesi. 

Washington canta a squarciagola aggiungendo degli Uuhh! Yeaaahh! qua e là per rafforzare il ritmo della musica. 

Ci fermiamo quasi subito davanti ad una casa, Washington scende. 
Appena chiude la portiera, il ragazzo al mio fianco dice a quello davanti :
“Abbassa questa merda, per favore!” e, sbuffando, mi rivolge uno sguardo di esasperazione.  

Washington é completamente calato nel personaggio del rapper americano figo che vive a mille. E va pure a mille… guida come un pazzo, sfreccia a 120, 140 all’ora sulle strette e trafficate strade della zona. 

Penso all’incredibile ironia della sorte che sarebbe, superare indenne le pericolose strade del Sud America e finire schiantato in auto con un epigono di LL Cool J. 

Per strada c’è un numero impressionante di camion. 

“Portano ricchezza”, spiega, “cacao, caffè…”. 

La prima sosta é in una caverna. Washington ci aspetta fuori. Indossiamo un elmetto, prendiamo una torcia e seguiamo la guida. 
L’interno é immerso nell’oscurità più profonda,  fa molto caldo. Camminiamo seguendo il fascio luminoso delle torce. 

“La temperatura é costante di 27 gradi e quando fuori fa freddo, qui si forma una specie di nebbia per via dell’acqua che evapora. Ecco perché si chiama grotta del fumo”. 

Dentro ci sono delle belle formazioni carsiche candide. Vediamo anche un pipistrello appeso sulla punta di una stalattite. 

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L’ultima parte é molto bassa, camminiamo curvi finché non arriviamo nell’ultima sala, molto piccola tanto da non poter stare in piedi. 

“Qui di solito facciamo un minuto di silenzio, al buio”. 

Per un minuto viviamo come I pipistrelli in grotta: nel buio e nel silenzio più assoluti. Apri e chiudi gli occhi ed é lo stesso. 
Se le torce non si accendessero più, non credo che riusciremmo a ritrovare l’uscita. 

 Riprendiamo la macchina, seconda tappa una piccola laguna azzurra dai bei riflessi. 

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Faccio il bagno, l’acqua non é molto fredda. É pieno di piccoli pesci che mi danno piccoli morsi sulle gambe e sui piedi. 
Sembra che gli piaccio. 

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[NdA : questo bel pappagallino era quasi invisibile, mimetizzato com’era tra le foglie]

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[NdA : lumaca volante… Il guscio galleggiava nell’acqua cristallina]

Dopo un’oretta tra bagno e relax, ripartiamo, stavolta per la grotta azzurra.

É in fondo ad una lunga scalinata, molto nascosta. Pare che il sole riesca ad arrivare fino quaggiù solo in aprile, creando dei riflessi meravigliosi. 

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[NdA : il mitico Washington]

Dopo una lunga corsa in auto su varie piste sterrate completamente sconnesse che Washington prende come se fosse una pista, arriviamo alla meta successiva, il morro do Pai Inácio.

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É una bassa montagna dalla cima piatta. Ci arrampichiamo fino in vetta. La vista spazia tutto intorno, senza ostacoli. 
É spettacolare.

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La vegetazione semplice di cactus e fiori, piccoli specchi d’acqua che sembrano riempire vulcani ormai spenti, la vista di antiche formazioni rocciose, il vento teso e costante. 

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Ho una forte sensazione di origine del mondo, quando l’uomo non era ancora presente. 

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Torniamo a valle ed andiamo nell’ultimo posto previsto nella escursione, due cascate con pausa pranzo nel ristorante alla base della prima. 

L’acqua é scura come quella del Rio Negro in Amazzonia. 

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“Sì ma é pulita e buona”, mi garantiscono I ragazzi inglesi che l’hanno provata nei giorni scorsi, durante una escursione. 

Ci facciamo il bagno, divertendoci a saltare da una roccia. Insieme a noi, una scolaresca di ragazzi e ragazze. É bellissimo vedere come in Brasile ci sia un mix di colori pressoché completo: dal bianco, biondo, occhi azzurri al nero africano!

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Dopo pranzo raggiungiamo a piedi la seconda cascata, che vediamo dall’alto. La stanchezza si fa sentire! 

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La giornata é finita, torniamo in paese. Ovviamente, a tutta velocità e a tutto volume. 

Vago con gli occhi sulle colline coperte di alberi, grazie alla protezione del parco nazionale della Chapada Diamantina. Ripenso alla desolazione di diverse zone attraversate fino ad oggi. 

“Washington, qui in Brasile avere in mano il destino del mondo, ve ne rendete conto??”, esclamo ad un certo punto, toccandolo su un braccio per sottolineare il concetto. 
Prosegue a cantare senza nemmeno rispondermi.  

Rifletto che si continua a parlare di riduzione della CO2, l’anidride carbonica, ma se contestualmente non viene fermata anche la deforestazione selvaggia, é tutto inutile. 
E di quest’ultimo punto, nessuno ne parla né ce l’ha in agenda. 

Chiudo la giornata con una passeggiata nel centro di Lençois. É molto carina, con diversi edifici antichi, colorati, le vie acciottolate. 

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E per domani, tappa a sorpresa!

Se arrivo in tempo a Camamu a prendere l’ultima barca delle 17, vado a Barra Grande a trovare il mio amico Gabriele. 

Altrimenti proseguo più a sud, a Itacaré o fin dove riesco ad arrivare.

Verso la Chapada Diamantina

Mi sveglio dopo poche ore di sonno con il magone.
Ho ancora in ballo una questione di lavoro che é tornata prepotentemente ad occupare la mia mente.

É anche quello che, ne sono convinto, mi ha fatto uscire l’herpes zoster, il famigerato Fuoco di Sant’Antonio.
Anche se qualche giorno fa mi hanno detto che si può “mandare” e, sinceramente, penso che ultimamente più di uno possa avermelo augurato.

Decido quindi di sistemare la questione, non ancora in via definitiva, ma di darle comunque una direzione “forte”, di quelle in cui non resta che aspettare un sì o un no.

Quando vado a pagare le due notti, trovo il proprietario della posada.
É un uomo che avrà la mia età, vestito sportivo.
Si vede che muore dalla voglia di chiedermi della moto, del viaggio. 
Il portiere, quando ero arrivato ieri sera, mi aveva detto che anche lui é motociclista.
Ha l’800 GS della BMW, praticamente un’astronave qui, dove sono onnipresenti moto molto più piccole.

Rompiamo subito il ghiaccio ed inizia a darmi una valanga di dritte su dove andare nei prossimi giorni.

Quando vado a pagare, mi prende un colpo: la taschina del portafoglio dove tengo la carta di credito é desolatamente vuota.
Mantengo la calma e dico al tipo che ho lasciato la carta in camera, che vado a prenderla.

Mentre torno in camera maledico la mia leggerezza, prendo l’altra carta e pago. Tanto ormai se qualcuno l’ha presa, non fa tanta differenza cinque minuti in più o in meno.

Prima di chiamare in Italia per bloccare la carta, faccio un ultimo tentativo e la cerco nella giacca da moto. Affondo la mano nella tasca interna e la trovo quasi subito.
Sarà scivolata fuori chissà come, per fortuna un problema in meno!

Per quanto l’entrata in città é stata pericolosa e impegnativa per via della guida sbarazzina dei salvadoregni, l’uscita é veloce e lineare.

Mi butto sull’ennesima “BR”, le strade nazionali che attraversano più stati.
É infestata di lavori, supero file epocali di mezzi pesanti e auto ferme sotto il sole a picco.

Ripercorro il tratto fatto di notte l’altro giorno, é una bella parte boscosa e verde di palme e alberi.

In maniera abbastanza rapida il paesaggio si apre in colline che ondeggiano dolci fino all’orizzonte.

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I km passano e, rapidamente come prima, la vegetazione quasi scompare, tramutandosi in una regione semidesertica. Spuntano ovunque le braccia dei cactus e le sagome di altri alberi che vedrei bene nella savana africana.

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Il caldo aumenta a dismisura, la giacca e i pantaloni da moto mi danno fastidio.

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Il viaggio é animato da pochi elementi, tutto é ipnotico e lineare e il caldo stimola il sonno.
Mi perdo a osservare le volute di grandi rapaci nel cielo. Lente, eleganti, dominatrici. Assertive.

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Come nei deserti, di tanto in tanto una piccola oasi spicca verde e rigogliosa sul resto del paesaggio che varia solo sui toni di marrone.

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Finalmente all’orizzonte si vede qualche rilievo che spezza la monotonia delle linee rette.

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L’aspetto che più intristisce é l’assoluta consapevolezza che questo deserto é stato creato dall’uomo.
La terra ormai vuota e morta, é divisa da interminabili recinti che si spezzano di tanto in tanto annunciando una diversa fazenda.
Dietro I reticolati, la desolazione di sterpaglie e cactus.

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É descritto perfettamente nel film “Il sale della terra”, non a caso ambientato proprio qui in Brasile.
Quando si tagliano alberi secolari in queste zone, con questo tipo di terreno e di clima, il risultato é uno solo: il deserto.
La parte consolante é che, come mostra il film, é un processo reversibile, ma costa tempo e dedizione. E tanti soldi… sicuramente più di quelli guadagnati dalla vendita del legname e dallo sfruttamento scriteriato della terra.

Così come improvvisamente era iniziata la parte arida, così altrettanto rapidamente termina e le colline tornano ad essere coperte di alberi.

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Mentre sto viaggiando, pensando alla Vita, al Mondo e alla Moto, la visierina scura del casco si rompe definitivamente e rimane abbassata. Praticamente é come avere gli occhiali da sole perennemente indossati.
Dovrò arrangiare una soluzione col nastro adesivo. 
Mi sento sempre più professionale, con l’attrezzatura all’ultimo grido come I veri motociclisti europei!

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Il sole scende e anche la temperatura si fa più sopportabile. 

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Finalmente raggiungo Lençois, sembrava non arrivasse mai.
L’ultima parte é un’unica discesa tra alte pareti di verde; insieme scende anche la temperatura, fa quasi freddo!

Per la cena voglio regalarmi un pasto ben fatto. Infatti il bilancio dei pasti finora é negativo: per le colazioni ci siamo quasi, a parte quelle saltate a Recife; I pranzi li ho saltati praticamente tutti e le cene, una l’ho rimessa, un’altra l’ho arrangiata con un hamburger e una l’ho saltata; forse una o due sono state regolari.

E quindi, decido che mi merito un bel ristorante chiamato Cucina Aperta.

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E infatti il cuoco lavora a lato della sala, in bella mostra.

Dopo cena faccio due passi nel centro tranquillissimo di Lençois. Mi ricorda I bei paesini delle Alpi piemontesi.

Entro in una grande struttura a lato della piazza centrale. Ci sono alcune bancarelle che vendono artigianato.
Mi colpisce quella di un ragazzo, sono dei gioielli in legno.

“Sono in legno di cocco”, mi spiega.

“Come cocco, mica é spesso il cocco!”

“Quello che normalmente mangiamo no, ma questo é particolare, é un altro tipo di noce. É piccola e durissima, si trova solo in alcune zone del Brasile. Qui, il punto più vicino dove si trova é lungo la costa a sud di Salvador”.

Praticamente a 600 km da qui, non molto comodo.

“É incredibilmente dura e difficile da tagliare”, prosegue, “ti faccio vedere come la lavoro”.

Prende un gioiello che sta creando e inizia a lavorarlo con un seghetto a cui smonta e rimonta la lama sottilissima a seconda di quello che deve fare.

Mi chiede se sono spagnolo, scopro così che é argentino.
Mi sfogo iniziando a parlare in spagnolo, finalmente qualcuno con cui parlare capendosi!

Si chiama Nelson, ha 23 anni.

“Come mai sei qui?”

“Bé, voglio vedere il mondo…”, mi spiega.

“Da quanto tempo sei qui?”

“Cinque anni”

“A Lençois??”

“Sì, ho un figlio…”

Mi viene in mente la canzone di De André, il Testamento di Tito, quando dice “poi la voglia svanisce ed il figlio rimane”.

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Prima di andare a dormire, organizzo l’escursione per domani, ci sono delle agenzie che portano le persone a vedere I luoghi più vicini, visitabili in giornata.

Domani non vedo l’ora di immergermi nella Natura!

Come i giapponesi

La colazione non é sontuosa come quella di ieri, anzi é quasi misera. Però compensa con la Natura, nelle vesti di un colibrì che appare fugacemente.

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NdA: fotografare un colibrì mentre si ciba é quasi come fotografare una saetta, per quanto é veloce!

Fa molto caldo anche se il sole ancora non si é alzato del tutto. Anzi, da alcune nuvole sgorga qualche lieve goccia di pioggia.

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Inizio a seguire l’itinerario di una rivista che ho portato da Roma, ma mi contatta quasi subito un’amica da Roma il cui fidanzato é di qui.
Ci mettiamo d’accordo sul punto dove lo aspetto, che nel frattempo visito.

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É la chiesa do Carmo, interessante soprattutto per le sculture sacre dalle espressioni altamente tragiche e allo stesso tempo sfarzose, tipiche della religiosità iberica e lusitana.

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Poi altre sculture più curiose, che non sono né tragiche né sfarzose, forse direi grottesche per l’effetto che creano.

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Mi incontro con Acaiah, un ragazzo pieno di vita ed innamorato della sua città.
Mi fa subito mettere via l’articolo:

“Ora segui me!” e iniziamo subito dal vicino quartiere S. Antonio, molto tranquillo e appartato, tanto che molti hanno deciso di mettere in piedi alberghi e posadas.

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Mi da incontrare molti italiani che si sono trasferiti qui. Chi da pochi mesi, come mi racconta un ragazzo marchigiano arrivato a maggio, chi da quasi 20 anni.

“Sì, mi sono trasferito qui nel ’98, da Milano”

“Wow é molto tempo… vabbè immagino il motivo”, gli dico sorridendo.

“Bé sí, innanzi tutto… questo!” esclama con gli occhi al cielo, indicando l’azzurro ma intendendo il caldo, il clima amichevole.

“Scusa, ma se era per il clima allora andavi a Palermo! C’è una donna di mezzo, sicuramente”, gli rispondo forse in modo invadente, ma la risposta mi é sembrata disonesta.

“Sì bé, poi la vita segue il suo corso, si creano occasioni che non pensavo quando ero venuto qui… ma ecco, non ero venuto qui per cercare una donna!”

Sí, ma se ti sei trasferito é perché c’era una donna, non perché il cielo é azzurro e fa caldo, penso tra me e me.

Andiamo per pochi minuti a casa di Acaiah dove conosco il padre. É un pittore con l’animo da filosofo. Quello che mi colpisce in queste persone é l’amore profondo e la consapevolezza che hanno della propria storia, delle proprie origini.
I suoi quadri girano tutti attorno alla vita, all’uomo nella sua interezza, una visione olistica dell’esistenza.

Ammiriamo gli ultimi scorci dall’alto, prima di tornare verso il centro più in basso.

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Proseguiamo nella parte più turistica, caotica di gente e negozi, ma comunque molto bella, colorata, viva.

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Mentre scendiamo verso la parte più bassa del centro, ho una visione: una Teneré come la mia!

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Mi ricorda l’anno scorso, quando – ero partito da poco ed ero ancora in Cile, a La Serena se non sbaglio – andato in un concessionario per il tagliando della Pollita, vidi una Teneré che mi osservava da dietro una vetrina.
Sento il suo spirito che mi segue… benevolo e protettivo… ma forse anche un po’ geloso!
[NdA: mi rendo conto che per un non-motociclista questo é uno sproloquio senza senso, però questo é quello che può passare in testa a persone con questa passionaccia, come qualcuno l’ha definita ;)]

Nel primo pomeriggio saluto Acaiah, deve incontrare delle persone per un progetto di lavoro, ci diamo appuntamento per la serata.

Proseguo la passeggiata, soprattutto tra chiese monumentali, sembra di essere a Roma per quante ce ne sono!

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Nel chiostro di una di queste mi ritrovo in un attimo a migliaia di km di distanza, in Portogallo, circondato dal blu degli azulejos.

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Nel dépliant che mi hanno dato all’ingresso, c’è la storia del luogo e una preghiera francescana.
La leggo nel fresco e nella penombra della chiesa principale.
Mi colpisce un passaggio:
“O maestro,
Fa che io cerchi di più consolare, che essere consolato,
Comprendere che essere compreso,
Amare, che essere amato.
Perché é dando che si riceve,
É perdonando che si é perdonati,
Ed é morendo che si vive per la vita eterna.”

A parte l’ultimo passaggio, tipico della dottrina cristiana della vita come preparazione alla morte, vista come vita eterna, I passaggi precedenti mi fanno riflettere, tanto da chiedermi se sia davvero giusto perdere così tanto di vista il proprio spirito.
Sono più per l’aristotelico “in medio stat virtus”.

Di tanto in tanto dalle strette vie del centro salgono delle esplosioni di musica e ritmo. É pieno di scuole di musica che insegnano ai giovani gli strumenti tradizionali di questa musica così trascinante e vitale.

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Entro in un paio di negozi di artigianato. Vengo colpito da alcuni piccoli quadri, tanto che nel giro di pochi minuti me ne ritrovo cinque per le mani.
E inizio a caricarmi di roba dopo pochi giorni dalla partenza…

Prima di rientrare in albergo, mi godo l’ultima luce del giorno che regala ai monumenti e alla natura delle meravigliose tonalità calde.

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E a proposito di godere, penso alla piscina che c’è in albergo… altrimenti che sono andato a fare in un albergo con piscina, soprattutto con questo caldo?!
In più, dalla piscina dell’albergo godo di una fantastica vista alternativa sul centro storico.

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Mentre mi asciugo su una sedia, mi scrivo con un amico portoghese. Abita vicino San Paolo, ma conosce il Brasile molto bene ed é motociclista anche lui.
Penso di stravolgere completamente il programma che avevo fatto, almeno per quanto riguarda la parte brasiliana.
Il resto, per ora, rimane invariato come l’avevo pensato giorni fa.
Invariato, fino al prossimo ripensamento!

Mi riposo un pò in camera, poi sistemo I bagagli ed esco per incontrare di nuovo Acaiah.
Stasera serata di musica!

Ed effettivamente mantiene la promessa. Prima andiamo ad assistere alle prove dell’orchestra dove suona anche il maestro di percussioni di Acaiah.
Sono bravissimi ed interpretano una sorta di latin jazz-rock.

Poi proseguiamo con il pezzo forte serata.

“Loro li puoi vedere solo durante il Carnevale e… stasera!”

Sfilano suonando una musica energica, travolgente, trascinante di percussioni che entrano nella pancia e scuotono l’anima.
E vedendo questo spettacolo, capisco quanto possa essere incredibile il Carnevale brasiliano, dove tutto questo é moltiplicato all’ennesima potenza ed occupa le città in ogni vicolo.

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Mi colpisce che le percussioni, con un ritmo e un’intensità di grande potenza, siano suonate quasi tutte da ragazze.

Il corte entra in un grande locale e la serata prosegue come un concerto, dove tutti di tutte le età, ballano felici al ritmo della musica.

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Usciamo prima della fine del concerto. Io ancora non ho assorbito del tutto il fuso orario e, invece delle 11 di sera, sento che sono le 3 del mattino. É Acaiah deve fare dei documenti.

“Bé hai visto molte cose… però peccato, un solo giorno! “, mi dice Acaiah salutandomi.

“Eh sì, ho fatto come I giapponesi, che arrivano, scattano mille foto e se ne vanno il giorno dopo”.

Rientrato in albergo decido definitivamente di cambiare itinerario. Domani non più Porto Seguro, ma Chapada Diamantina!

Sei preoccupato?

La colazione é di quelle che mi mandano in estasi, semplicemente perfetta: frutta tropicale, dolci fatti in casa e succo fresco.

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L’albergo, come molte case e negozi, sono addobbati per Natale. Ammetto che, in riva al mare a 30 gradi, mi fanno sorridere tutti questi fiocchi e pupazzi di neve!

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Siccome ho poca strada da fare, meno di 600 km che in sella alla Pollita sono almeno 10 ore di moto, mi concedo una sosta alla praia do Gunga.
Prima di arrivare, la strada supera la grande laguna di Roteiro.

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Nella mia testa questa spiaggia, piuttosto famosa e rinomata a quanto ho capito, é un luogo selvaggio, isolato, da pochi avventurosi che riescono ad arrivare fin qui.
Quando arrivo, trovo un grande ristorante che ha allestito una torre di osservazione per ammirare il panorama e, mentre parcheggio, vengo superato da un pullman carico di bagnanti.
Ok, credo che avrò parecchia compagnia.

La vista che si gode dall’alto é notevole, un mare verde ondeggiante di palme che fronteggiano l’oceano.

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Pago l’ingresso e scendo la ripida strada che porta alla spiaggia. Le ultime centinaia di metri sono di sabbia, poi mi trovo in un’immensa spianata di sabbia dove, alle 9 del mattino, sono già parcheggiati 5 pullman e numerose auto.

Mi svesto subito, sotto ho il costume da bagno.
Quindi, in piedi a fianco alla moto, mi tolgo nell’ordine: casco, guanti, giacca e pantaloni tecnici, paraschiena, stivali, calzini e, per finire, gli immancabili e indispensabili pantaloncini da ciclista con fondoschiena imbottito.
Con questa ventina di kg di roba in mano, più la borsa da serbatoio, mi avvio comodamente verso la spiaggia.

Prima di entrare in spiaggia passo di fronte ad un casottino con dentro un ragazzo. Affitta i malefici dune buggy.

Gli chiedo la cortesia di tenermi le cose. Dopo che riesce ad interpretare il mio spagnolo, esclama:
“No no, non voglio niente, niente soldi! Soli resto qui fino alle 4, poi me ne vado.”

“Non preoccuparti, resto una o due ore, poi devo partire, grazie!”

In uno dei miei atti di fiducia immensi e tutto sommato immotivati (una “nelikkata”, direbbe qualche mio amico) gli lascio tutto, senza iniziare ad aprire giacca, tasche e taschine. Quindi tutti I soldi, documenti miei e della moto, telefono, chiavi della moto … tutto.

Mi allontano dal gabbiotto solo con pareo, maglietta, costume e macchina fotografica.

La spiaggia sarebbe selvaggia isolata eccetera, se non fosse per gli stabilimenti che la affollano, per fortuna solo da un lato della spiaggia.
Mi incammino nella direzione opposta e in breve mi trovo a camminare da solo tra palme e oceano. Molto bello.

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Presto mi ritrovo completamente solo, tranne I malefici dune buggy che rompono il silenzio e non solo quello, sfrecciando a tutta velocità a pochi metri dall’acqua e da me.
Mi chiedo il senso, ma cerco di non dare il moralista bacchettone e proseguo.

WwwRRrROoooOOAAAaaaAmmmm!!!

Alla decima macchinetta in pochi minuti inizio ad insultarli. Poi per fortuna il flusso rallenta. Forse era un’infornata di un altro pullman.

Dopo una buona mezz’ora di camminata, inizio a tornare. Non tanto per la roba abbandonata, ormai se volevano rubarla, l’hanno bella che rubata, quanto per tutta la strada che ancora manca per arrivare a Salvador.
Certo, se ho ancora una moto!

C’è un pescatore nella parte ancora isolata della lunghissima spiaggia.
Gli chiedo se si può fare il bagno.

“Certo!”, risponde.

“Sì ok, intendevo, ci sono squali??” preciso, soli che non capisce la parola in spagnolo, italiano e inglese.

Mimo qualcosa che ti aggredisce e morde una bella coscia saporita.

Scoppia a ridere e fa segno di no, non ci sono.

“Però é meglio se fai il bagno là”, prosegue indicando gli stabilimenti, “qui la corrente é molto forte”.

Non mi va di fare il bagno in mezzo alla folla, quindi faccio pochi metri, mi tolgo la maglietta e faccio un mucchio con il pareo, proteggendo il tutto con un mattone e una noce di cocco che trovo a pochi metri.
Vorrei evitare che una simpatica macchinetta distruggesse quello che al momento é il mio unico avere.

Entro in acqua lentamente, in effetti la corrente é davvero forte. Sembra di essere costantemente nel forte riflusso di un cavallone, quelli che troviamo da noi dopo il classico temporale di fine stagione che agita il mare con onde anche di tre, quattro metri.
Visto che comunque la corrente porta verso la riva, per curiosità provo a nuotare contro corrente.
Guardando verso la riva, mi accorgo che non ce la farei. Anche a tutta forza, verrei portato via.

Finiti gli esperimenti, decido di riprovare più in là. Così non é rilassante, é una lotta!
Mi immergo ancora, mentre penso al dermatologo che prima di partire mi aveva tassativamente sconsigliato di prendere il sole sulle bolle dello zoster.
Penso anche al sole a picco che mi sta cuocendo e alle creme solari infilate nelle borse, da qualche parte.

Mi proteggo alla bene e meglio con il pareo. 

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Dopo il secondo bagno, decido che é ora di mettermi in moto. Mancano sempre le famose dieci ore.

Prima però, un’agua de coco!

Torno al gabbiotto, il ragazzo mi saluta con un grande sorriso che ricambio.
Prendo I soldi, c’è tutto.

In una capanna lì vicino, un ragazzino apre le noci di cocco a colpi di martello e un punteruolo auto costruito. É bello vedere come la gente si ingegna in mille modi diversi per aprire questi frutti meravigliosi.

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Ammiro ancora per qualche minuto l’oceano, il tempo di finire il cocco.

Torno nel gabbiotto e mi rivesto di tutto punto.
Sono entrato bagnante ed esco marziano.
Saluto il ragazzo e riparto o, sarebbe più corretto dire, parto! Visto che finora ho fatto solo pochi km e ne mancano ancora più di 500.

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Ieri é stato il primo contatto con la Pollita dopo un anno di separazione, ho preferito farlo in silenzio per ascoltare tutti I rumori e vibrazioni.
Visto che sembra essere tutto a posto, oggi ascolto un po’ di musica.

La scelta cade su Max Gazzé, che inizia guarda caso con una canzone adatta a questo viaggio, a dove l’avevo interrotto. Un chiudere un cerchio iniziato uno… o dieci anni fa.

La musica mi tiene sveglio, mi serve per le ore di guida che ancora mancano e per una medicina che sto prendendo per lo zoster che dà sonnolenza.

I km passano tra paesaggi abbastanza simili di colline e pianure coltivate a canna da zucchero, tranne pochi ciuffi tropicali che adornano sporadicamente la cima di qualche rilievo.

Attraverso piccoli villaggi e case sparse. Sono tutte dignitose e ben tenute, spesso decorate con piante e fiori.

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Ingaggio nuovamente le solite lotte con pullman e autotreni. Sono I più ostici, perché  le auto passano rapidamente, mentre questi, molto più grandi, o mi schiacciano o mi spingono.
In più di un caso, credo di essere arrivato a un passo da una delle due.

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Il tempo é più veloce dello spazio, almeno nel mio caso.
É ormai assodato che arriverò con il buio. Per cercare di ridurre il più possibile il tempo che dovrò guidare di notte, inizio a guidare senza troppi scrupoli.

Nell’ennesimo rallentamento per un furgone che procede a passo d’uomo, inizio a superare una fila di macchine bloccate dal fatto che siamo in piena curva. Ma io vedo, quindi passo.

Inizio a superare l’ostacolo principale, il motivo della lunga coda, quando mi accorgo troppo tardi del vero motivo del rallentamento…

Un bel posto di blocco della polizia!

Ci finisco dentro di slancio, ancora quasi in piega mentre finisco il sorpasso!

É davvero troppo quelli che ho fatto, sorpasso in curva con doppia striscia, proprio di fronte alla polizia.

Accenno comunque uno sguardo stupito quando mi fa cenno di accostare.

Vai, primo controllo di documenti, vediamo che mi dicono della moto.

Gira intorno, controlla la targa, la patente e tutto il resto, poi mi fa cenno di entrare in ufficio.

Butta I documenti sul tavolo e inizia la ramanzina.

“E qui devo farti la multa” e mi elenca tutti I delitti che ho appena commesso.

Inizio la solita scena del pentimento più totale, invento che il pullman ha frenato improvvisamente e che sono riuscito ad evitarlo eroicamente solo scartando all’ultimo e quindi commettendo quell’orribile gesto di infrangere la doppia striscia, che assolutamente rispetto come Sacra ed Inviolabile. 

Non sembro convincerlo, continua a ripetermi che deve farmi la multa.
Però, mentre I turchi ka scorsa estate, ad esempio, avevano iniziato a scrivere senza tanti giri di parole, questo gira e rigira il blocchetto delle multe senza decidersi.

Strano…

“No multa! Devo multarti, la doppia striscia, capisci?! É molto grave, la multa é cara…”

“Quanto cara?”

Dallo sguardo che fa, capisco che era la domanda che si aspettava da almeno 10 minuti.

“…1000 reais”, spara, più di 300 euro.

Scoppio in una risata sincera, gli garantisco che non ho quei soldi e che posso restare lì a dormire negli uffici I anche una settimana.

Provo la scena di quello senza soldi, che poi é abbastanza vicino alla realtà.

“Ma guarda, lo vedi come viaggio?? Con una moto piccola, delle sacche appese come bagaglio, dormo negli ostelli, salto I pasti…”

Mi interrompe: “Va bene dai… 500?”

Ah ma allora é trattabile… avevo ancora un minimo dubbio che stesse facendo sul serio, invece si tratta solo di avere un po’ di soldi.
E qui vieni sul mio campo allora, caro mio… Ne ho trovati tanti come te nei miei viaggi!

Inizia la trattativa e dai 1000 iniziali arrivo a 100.
Stavolta gli va bene perché sta diventando notte e mancano ancora almeno due ore di strada.
Chiudo in fretta e gli mollo 100 reais. Solo che lo faccio platealmente, tirando i fuori I soldi dal portafoglio e dandoglieli

Mi fulmina con lo sguardo e vedo che guarda fuori. Il collega ci ha visto, torna dentro.

“Capisci, devo farti la multa, doppia striscia!”, ricomincia a ripetere.

Il collega esce, gli allungo I 100 reais che appallottola e intasca.

Il collega rientra.

“É troppo grave, doppia striscia!”, il disco ricomincia.

Mi sto innervosendo, il sole ormai é calato quasi del tutto.

“Sei preoccupato?”, mi chiede ad un certo punto.
La scena é surreale, lui seduto dietro la scrivania, ancora col blocchetto delle multe aperto davanti a lui.
Il collega é di fianco alla scrivania, adesso entra ed esce in continuazione, evidentemente deve lavorare, ma non vuole perdere il momento clou di quando do I soldi al collega. Probabilmente vuole qualcosa anche lui.

“Sei preoccupato?”, chiede di nuovo.

“Sì, sono preoccupato…”

“Non mi sembri preoccupato… Sei preoccupato?”, mi chiede nuovamente, calcando le parole.

“Sì, sono sinceramente preoccupato” 

“No, non ti vedo preoccupato… non sei preoccupato abbastanza! ”

Inizio ad innervosirmi, gli rispondo rapido, teso: “Sì, sono molto preoccupato, perché sta facendo notte e io sono ancora qui a discutere con voi!”

“Ok, così va bene…” É mi allunga un riquadrino di carta piegato in mille parti. sono 50 reais.

Osservo stupito la banconota, lo guardo. Mi fa un cenno d’intesa e mi dice che posso andare.

Mi rivesto, chiedendomi ancora il senso di quest’ultimo scambio di battute, comunque soddisfatto per aver contenuto la perdita a soli 50 reais.

Approfitto dell’ultima luce, poi l’oscurità diventa totale. Anche la notte ha il suo fascino, amo viaggiare di notte, con le luci lontane che creano illusioni, con il profilo misterioso di piante e montagne, con l’ultima luce che si spegne all’orizzonte.

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Finalmente arrivo a Salvador!

Mi accorgo immediatamente che guidano molto pericolosamente. Cambi di corsia improvvisi, nessuna distanza di sicurezza, grandi velocità, sorpassi a tutta birra sulla corsia di emergenza.

Perdo un paio di bivi perché mi ritrovo incastrato tra pullman e auto a pochi centimetri che ignorano le mie frecce e segnalazioni.
Mi ritrovo quindi a fare grandi giri, ma alla fine riesco ad arrivare all’albergo.

Sono quasi le 9, sono stanchissimo e a digiuno da molte ore.

Mi riposo sul letto qualche minuto, mi butto in doccia ed esco con pochi spiccioli addosso. Mi hanno detto che la città non è sicura e il numero di poliziotti che vedo in pochi metri me lo conferma.

Nonostante la polizia, ci sono molti mendicanti che chiedono soldi e cibo.

Arrivo in una piazza monumentale, molto bella. Non vedo l’ora di girare la città domani.

I ristoranti sono chiusi, mi accontento di un paio di spiedini cotti sulla griglia di un carretto ambulante.
Mentre li addento vorace, ricordo l’ultima volta che avevo cenato così, lungo la strada. Era a Manaus, l’anno scorso, ma quello era quasi un ristorantino all’aperto, aveva anche le sedie e I tavolini.

Purtroppo non ho da bere e, come mi accade da un po’ di tempo ormai, mi si forma un blocco duro e doloroso nell’esofago.
Di solito mi fermo prima e cerco qualcosa da bere e la sensazione é sempre quella di mandare giù un tappo, che scende graffiando le pareti dello stomaco.

Stavolta per la fame non mi sono fermato in tempo e sento che il tappo é molto duro e grande. Tengo in bocca l’ultimo boccone per non sputarlo a terra e cerco immediatamente un venditore ambulante che abbia dell’acqua.

Torno nella piazza, trovo un’anziana che sonnecchia davanti a una cesta piena di noci di cocco.
Ne chiedo una. Sento il blocco farmi sempre più male, devo assolutamente mandarlo giù.
Sta ancora finendo di aprire la noce che quasi gliela strappo di mano.

Bevo una prima sorsata, ma sento che é tutto bloccato. Una sensazione strana di rigetto, come un vulcano che erutta.

Un primo fiotto di cibo schizza dalla bocca, poi un secondo e un terzo.
La vecchia mi guarda con gli occhi sgranati, é stupefatta.

Sento che é quella la strada, infatti per quanto faccia forza a mandare giù il liquido, questo torna su con la forza dei conati di vomito.

Mi ritrovo in breve a fianco del banchetto della vecchia a  rigettare come un alcolizzato.
Mi ritrovo tra I piedi un cane che pulisce tutto e aspetta il fiotto successivo.

Accade una cosa singolare, mentre continuo a bere e vomitare.
Un mendicante che poco prima mi aveva chiesto l’elemosina, mi viene incontro, mi sorride rivolgendomi uno sguardo comprensivo e dà una carezza al cane, poi si allontana. 

Finalmente riesco di nuovo a deglutire, ho liberato tutto.

Mi allontano tornando verso l’albergo e rivivo la sensazione di dieci anni fa a Marrakech, quando avevo avuto un incidente e poi ero stato male e intossicato per alcuni giorni.
I mendicanti mi ignorano completamente e anche gli altri che fino a poco fa cercavano di vendermi qualcosa.

Ricordo che all’epoca, nel souk della piazza in centro, la Djema el-Fna, chiesi a un venditore perché fino a pochi giorni prima mi tormentavano e adesso mi ignoravano tutti.
La risposta fu semplice e lapidaria :
“Perché sei povero, sei come un marocchino”.
Avevo un aspetto orribile…

Torno in albergo e, visto che sono ancora a digiuno, chiedo un pò di frutta.

Ammiro la bellezza di alcune antiche abitazioni illuminate.

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Domani mi immergo nella città e soprattutto rivedo il piano per I prossimi giorni!
Infatti un mio amico brasiliano a cui ho raccontato cosa vorrei fare, mi ha cassato quasi tutte le idee che avevo, proponendomene altre.
Vedremo!

Inizia l’avventura

Ormai non ho più nulla da fare qui a Recife… o meglio, ho più cose da fare verso Sud: Salvador, qualche spiaggia e poi le altre meraviglie che mi attendono ancora più a sud.

Con questo pensiero finisco di preparare i bagagli, anche con una certa fretta per evitare i miei soliti orari “allungati”.

Vado con Kate a caccia di un cambio per finire di restituirle i soldi che ha dato a Sandro. 150 reais, praticamente 50 euro, per aver lavato la moto e trovato un meccanico.
Troppi, ma dopo la ferita di ieri non me la sento di discutere. Tanto più che devo ridare a Kate anche 60 reais che ieri ha deciso di aggiungere come “indennizzo ferita”.
In tutto quasi 70 euro… Li prendo come pagamento per l’anno di parcheggio che Kate mi ha concesso.

Fa molto caldo, mi chiedo se ho voglia di mettermi addosso venti chili di giacca e pantaloni tecnici, ma poi rifletto che ho ancora meno voglia di perdere mezz’ora per legarli sulla moto!

Saluto Kate e scendo in garage… ormai ci siamo!
Mi accorgo che non ricordo più come l’anno scorso legavo le borse laterali e quella a cilindro.
D’altronde non ricordo più nulla in generale: dove e come si tira l’aria, ogni quanti km dovrei cambiare l’olio, qual é l’autonomia della moto.

In meno di mezz’ora me la cavo: la Pollita é pronta!

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E anch’io ci sono!

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Esco rapidamente da Recife.

Il paesaggio cambia velocemente e la città lascia posto a dolci colline che si susseguono fino all’orizzonte.
La coltivazione onnipresente é la canna da zucchero, che lungo la strada vendono in tutte le sue forme: panetti dolci preparati in vari modi, succo ricavato dalla spremitura della canna, rondelle da masticare fino al caldo de caña, ossia un brodo di canna. Chissà com’è!
I resti delle canne schiacciate, invece, li portano via su immensi camion, lunghissimi e altissimi.

Ogni tanto la cima di una collina é stata risparmiata dal disboscamento e si vede quanto una volta era folta e fitta la foresta.
É evidentissimo anche quando attraverso una zona indigena: la natura arriva a bordo strada, fitta, straripante, incontenibile.
E ti rendi conto in pieno di quanto l’uomo abbia distrutto tutto.

Il tempo é incerto, poi si decide… per la pioggia!
Mi metto la cerata, mentre ringrazio sia di aver indossato giacca e pantaloni tecnici stamattina, sia soprattutto di averli portati dall’Italia! Fa quasi freddo e chiudo con gusto una decina di prese d’aria.

Rivedo anche un’altra cara presenza del Sud America, gli avvoltoi!
Anche stavolta, non andando mai a più di 80 km orari, hanno agio di girarmi sopra la testa e puntare con calma… ma non mi avrete, maledetti!

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Ricomincio le lotte epiche con gli autotreni nelle lunghe salite dove sia la Pollita che il loro motore enorme si spengono per lo sforzo.
Ma in realtà é una lotta per la sopravvivenza, la mia! Perchè questi TIR vanno a delle velocità pazzesche e spessissimo devo guardarmi indietro per vedere che non ce ne sia attaccato uno a pochi centimetri dal mio didietro.

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Attraverso molti cantieri, tutta la strada é interessata da grandi lavori di allargamento, effettivamente indispensabili visto il traffico.

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Quello che mi da più fastidio é che mi sorpassano a grande velocità anche le moto piccole come la mia… Eppure ormai tra l’anno scorso e questo, l’hanno avuta tra le mani parecchi meccanici, ma nessuno tranne un paio, nessuno é mai riuscito a sistemarla bene.
Degli 11 cavalli a disposizione, per come e quanto riesco ad accelerare, penso di starne usando 7 o 8…

I km passano veloci fino ad un ingorgo micidiale, paralizzato. Con la moto riesco a svicolare passando anche dentro ad una canalina di scarico dell’acqua piuttosto profonda, vantaggi di avere una moto ultra leggera e bassa! Ma non ho intenzione di farmi km di coda…
Dopo qualche km, scopro il motivo: un autoarticolato ha allargato la curva finendo contromano e andando contro un TIR che veniva dall’altra direzione.
In poche parole, un bel frontale! Con l’investitore distrutto in mezzo alla strada e l’investito ancora più distrutto, essendo finito giù da una piccola scarpata.

Il giorno volge al termine, I colori sono ancora più caldi e intensi.

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Prima di arrivare sulla costa, passo a fianco di uno di quegli imponenti fiumi che solo qui in Brasile ho visto così numerosi.

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E poi, finalmente, il mare! Arrivo veloce alla meta finale, Barra de São Miguel.

Mi precipito nell’albergo, proprio a pochi metri dal mare e approfitto dell’ultima luce del giorno per fare un bel bagno.

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Mi asciugo osservando le ultime luci del giorno, sorseggiando un’agua de coco appena aperta a colpi di machete… L’avventura é iniziata!