Verso il cuore della Colombia

La nottata è travagliata, mi sveglio molte volte e spesso faccio dei profondi respiri. Siccome li conosco bene avendoli avuti per alcuni giorni quando ero salito in quota in Cile, controllo l’altitudine di Ipiales. Caspita, 3000 metri! Non credevo.

Ormai sono entrato in Colombia, devo attivarmi per il Brasile!
Il piano è di fare un duplicato della dichiarazione che ho con me, con i due timbri richiesti dal consolato brasiliano. Il duplicato lo tengo io, per sicurezza. L’originale lo mando via corriere a Santiago, ad un’amica di Caterina che lo porta al consolato brasiliano, lo fa autenticare e me lo rimanda nella città in cui mi troverò. Spero ancora in Colombia, altrimenti in Venezuela.

Facile no?

Peccato che non riesco nemmeno ad iniziarlo il piano: oggi è tutto chiuso, festa nazionale, ricorrenza della battaglia di Boyacà che fu cruciale per la Liberazione della Colombia dagli spagnoli.

L’idea perchè i prossimi giorni però è di andare in piccoli paesi di campagna, dove sicuramente non ci sarà il corriere espresso, quindi dovrò rimandare di alcuni giorni. Non ci voleva questa festa.

Mentre cerco un notaio aperto, vedo uscire una ragazza dal portone di una casa. Ha in mano due ceste credo di dolci. Sono piccoli barattoli trasparenti, pieni di quella che sembra una crema di latte. Appena uscita, posa le due ceste a terra, si fa il segno della croce, poi riprende le ceste ed inizia la giornata di lavoro.

Nella piazza principale incontro dei motociclisti dell’Ecuador, di Quito. Hanno un Multistrada, una Ducati tipo Monster e un’altra moto. Stanno andando a Medellin, poi torneranno indietro.

Mi avvio verso il santuario della Vergine di Las Lajas. E’ vicinissimo a Ipiales, la strada si distende sul fianco di una collina, offrendo un panorama spettacolare sui rilievi che circondano la città e il santuario. Approfitto del sole e mi concedo un piacere proibito: andare in moto senza casco! Sono pochi km fino al santuario e quant’è bello sentire il vento tra i capelli e l’aria tiepida sul viso.

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La discesa al santuario, prima in moto e poi, soprattutto, a piedi, è molto ripida. La parte a piedi è in buona parte di scale.
Prima di arrivare al santuario, si vedono le mura coperte di ex voto. Sono centinaia, forse migliaia. Una famiglia ne sta mettendo una proprio adesso: una piccola lastra di marmo con inciso l’ex voto e un po’ di cemento per fissarla sulla roccia, assieme a tutte le altre.

E’ in corso la messa, con il prete che sottolinea come la fede non sia un concetto acquisito di diritto, ma va coltivata giorno per giorno, ricercata.
Per ora non c’è la musica; nelle messe che ho incrociato nei giorni scorsi, c’era sempre qualcuno che cantava e suonava la chitarra o la tastiera, canzoni quasi pop direi. Forse é la risposta sudamericana ai gospel nordamericani.

La risalita verso la moto, con centinaia di gradini e complice l’altitudine, è sfiancante.

Finalmente sono in sella, parto verso Pasto. Il nome di questa cittadina mi ricorda il libro “Il pasto nudo”, di William Burroughs, una cronaca folle e visionaria dell’esperienza della droga, scritta ovviamente sotto i suoi effetti. Nonchè il blog di Sonia, una mia cara amica.

L’idea è di arrivare in quella città, prendere una strada secondaria per vedere la laguna de la Cocha e proseguire per San Agustin, dove si trova un’area archeologica interessante.

La parte iniziale di quella che si chiama ancora Panamericana, ma ormai del carattere grandioso che aveva in precedenza, ha perso tutto, essendo ridotta come una nostra strada statale infestata di curve, dicevo, la parte iniziale è stretta in una gola di montagne non troppo alte, prima verdi, poi pian piano sempre più brulle e spoglie.

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La strada, come ormai mi ha abituato da parecchio tempo, scende a quota 0, per poi risalire di centinaia e centinaia di metri, in una continua altalena in cui passo dal caldo umido della parte bassa, dove inizio a sudare, al freddo secco della parte alta, dove devo chiudermi e coprirmi completamente per evitare colpi di freddo.

Arrivo a Pasto e mi metto a parlare con un motociclista del luogo. Per prima cosa, mi dice che per arrivare alla laguna servono almeno 40 minuti (ed è già tardi) e poi che da una certa cittadina in poi, diventa una pista di terra.
Non ho voglia di fare nè l’uno nè l’altra, per cui rinuncio alla laguna e punto a Popayan. Ne ho già viste tante di lagune, mi dico cercando di consolarmi.

Non è facile riprendere la Panamericana, alla fine varie deviazioni e perdite di tempo, ci riesco.
La Panamericana é solo un nome, non é garanzia che sia una strada grande e in buone condizioni. Cambia in continuazione, da strada di montagna incredibilmente intricata, a morbida linea che si snoda tra i boschi, dal fondo liscio e immacolato ad un inferno di buche e rattoppi che la rendono peggiore di tante piste sterrate.
Purtroppo, poco dopo Pasto, quindi con ancora tanti km da fare, è quasi sempre butterata di buche che fanno sobbalzare vistosamente me e la povera Pollita, che strizzo a più non posso per tirarmi fuori da questo taboga.

In queste condizioni, i km passano lentamente, molto più lentamente del tempo.
Un cartello annuncia “Popayan – 90 km”. D’accordo, ma se in quei 90 km ci sono 90 milioni di curve, vuol dire poco come informazione.
Ed ecco la ragione del perchè qui si esprimono solo ed unicamente in termini di tempo, non di km. Perché è vero che i km sono misurabili e precisi, però non danno il senso della difficoltà della strada. Il tempo impiegato, invece, sì. E a conti fatti, quello che a uno importa, è il tempo che manca per potersi riposare, non quanti km mancano.

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Quando sento che sto per addormentarmi, metto in cuffia un po’ di canzoni italiane anni ’90, come le bellissime Senza Pietà e Stiamo Come Stiamo (piccolo inciso, che voce incredibile che aveva Mia Martini!). Ascoltandole nelle sequenze ininterrotte di curve, danno una bella scarica di adrenalina!

Verso la fine del pomeriggio, sono ancora a una sessantina di km da Popayan. Questo significa che certamente finirò al buio. Mi riprometto di fermarmi alla prima posada carina.
Lungo la strada se ne trovano tante, ogni pochi km c’è un ostello, una posada o un piccolo albergo.
Incrocio molti paesini e quando non sono paesini, sono case isolate, ognuna col suo campicello da coltivare e qualche animale che pascola.

Da Ipiales in poi, si susseguono i punti di controllo che possono essere della Polizia, in normale tenuta in divisa oppure dell’esercito, in pieno assetto da guerra, con armi ben in vista.

Nonostante le pessime condizioni stradali, hanno pure il coraggio di chiedere dei soldi in un paio di caselli.
Stavolta mi informo prima, per evitare la figuraccia che ho fatto in Ecuador, dove mi sono infilato tranquillo e allegro in una corsia chiusa, per fare come in Perù e passare senza pagare, quando una guardia armata di fucile a pompa mi ha indicato la corsia aperta. Devo pagare!

Qui in Colombia invece non si paga. Riepilogando: in Cile e Ecuador, le moto pagano tariffa ridotta rispetto a quella piena. Bolivia, Perù e Colombia invece non fanno pagare. In entrambi i casi, la situazione è migliore di quella italiana, dove si paga sempre la tariffa massima, quella delle auto.

Supero l’ultimo paesino prima di Popayan e chiedo ad un signore:

“Quanto tempo per Popayan?” (alla fine anch’io ho imparato a chiedere il tempo, non più i km).

“No, poco, solo 25 km!”, e stavolta è lui a fregarmi rispondendomi!

“Mh, ma come sono? Così – e indico la strada, che qui è piena di buche e fango, molto scivoloso – o é meglio?”

“Buoni, tutto asfalto!”

Sì, ma non ha risposto alla domanda, se asfalto buono o distruttivo.

La luce è quella debole del crepuscolo, si indovina la strada, ma è sempre più buio. In giro ci sono biciclette, persone, oltre ovviamente a camion e camionette che continuano a tenere fissi gli abbaglianti anche quando li incroci.

Decido di fidarmi del tipo e proseguire, niente posada lungo la strada.

La parte iniziale effettivamente è stata appena rifatta ed è perfetta. Ma dura solo pochi km, poi torna la strada rovinata di sempre, oltre a parecchi cantieri in cui mi ritrovo a passare su ghiaia e fango.
Maledico il tipo che mi ha detto di proseguire, che mancava poco.

Dopo una quarantina di faticosissimi minuti arrivo a Popayan.

Chiedo informazioni per il centro ad una giovane coppia in moto. Provano a darmi delle indizioni, ma si accorgono che è troppo complicato e decidono di accompagnarmi.
Arrivano fino a un fabbricato della polizia, a fianco del parco di una piazza. La ragazza deve chiedere il permesso per proseguire. Infatti, dopo le 18 è vietato entrare nel centro in due su moto e motorini.

“Per via degli scippi e delle rapine”, mi dice. Sarebbe da fare anche in qualche città italiana …
Il poliziotto esce dalla casupola e viene a verificare che davvero sia straniero, poi ci fa proseguire.

Mi portano ad un hotel molto bello, con il garage.

Come ieri, ceno al volo e studio su dove posso proseguire il giro in Colombia, poi crollo a letto esausto.

– – – – –

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10 thoughts on “Verso il cuore della Colombia

  1. Bello sentire il vento fra i capelli vero?… Bei ricordi 😦
    E bella anche l’idea di linkare le musiche, sembra di essere in moto insieme a te, senza la scocciatura delle buche, eh! 😉
    Piuttosto, ma sei tornato ad Ipiales, o hai solo sbagliato nome? Guarda che ti controllo, qui si lavora, ci sono migliaia di persone che vogliono sapere dove sei! 😀

    • Grande Remo, grazie! 🙂
      Ieri non l’ho riletto perchè ero stanchissimo e mi sono sfuggiti degli errori. L’ho corretto, modificato e integrato 🙂

      Saluti da … Popayan 😉

  2. Me la rido.
    San Agustin, Popayan e mille altre piste che troverai… Perfida e bellissima Colombia.
    PS. Non dimenticarti della zona Caffettera, ciau ;¬)

    • Eh ormai San Agustin é andata … Tu c’eri stato, é bella?

      Tierradentro?

      Oggi da Popayan vorrei andare proprio nella zona del caffè, se hai dritte dimmi pure 🙂

      • Tierradentro… Diciamo che dopo ORE E ORE E ORE (attento, non dico km) di piste da KTM e incontri stralunati mi sono rotto e tornato indietro. Non basta una giornata (per andare)…
        Mentre nella zona caffettera cazzeggia fra le piantagioni e fermati nei paesini a bere caffè da sballo che non berrai mai più in sudamerica. (Caffè è una cosa, tinto o tinto negro è acqua sporca…)
        Buona continuazione!! ;¬)

  3. Ciao Fabio,
    sono felice di leggere i reportage sulla tua bella avventura !!!!!! Mi sembra a volte di stare li’…un abbraccio !!!!

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