Hic sunt leones

“Qui ci sono i leoni”, così dicevano gli antichi per indicare una zona di cui si sapeva poco o nulla e dalla quale era meglio stare lontani.

Così mi pare il Venezuela, di cui ho sentito le storie più variegate: tutto e il suo contrario, il che equivale (quasi) a non sapere nulla.

Ieri sera, dopo aver ingaggiato una fiera lotta con una robusta blatta di circa 5 cm (ed aver osservato con orrore con quale facilità riusciva ad arrampicarsi fino al materasso), sono sceso per prelevare i soldi per pagare le due notti.

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Ancora non so se in Venezuela o a Bogotà, ma da Santa Marta me ne vado. I giorni passano e il Brasile è ancora maledettamente lontano.

Al ritorno dal bancomat, mi metto a parlare con il portiere notturno dei problemi che ho con i documenti e che ho una mezza idea di vendere la moto.

“Ah sì?? A me interesserebbe, ne stavo parlando giusto ieri con la mia fidanzata … A quanto la venderesti?”

“1000 euro, a cui vanno aggiunte le cose che non posso portarmi dietro: il casco, le valigie laterali, la borsa da serbatoio, ecc. Completissima!”

“Domani mattina chiamo il boss e gli chiedo se può darmi un anticipo di stipendio, alle 11 ti faccio sapere”

“Facciamo alle 10? Se poi non se ne fa nulla, devo partire”

“Ok, alle 10!”

E con questo pensiero mi sono addormentato ieri notte, a questa improvvisa possibilità che si è aperta per puro caso.

Mi sveglio abbastanza riposato, ma sempre con le idee confuse. Davvero non so cosa fare, cosa sia meglio. Ho paura che andando a Bogotà potrei perdere un mare di tempo per poi scoprire che non posso vendere la moto, trovandomi così lontanissimo dal Brasile, con la moto ancora sul groppone ma ormai obbligato a prendere l’aereo per raggiungere Caterina.
Viceversa, andare in Venezuela un po’ mi agita per le voci sulla sicurezza personale, un po’ perchè non so se mi fanno entrare e, più di tutti, perchè vado verso il Brasile che quasi certamente non mi farà entrare.

Negli ultimi giorni ho parlato con Nicola e l’amica di Caterina a Santiago: il documento autenticato dal consolato brasiliano sarà restituito il 22 agosto, fuori tempo massimo. Ed il passaggio di proprietà (la nuova richiesta presentata dopo il rifiuto) è ancora in fase di approvazione e anche se fosse approvato subito, c’è uno sciopero delle Poste cilene in corso da una settimana, quindi altro ritardo. Mancano solo le cavallette e poi il quadro è completo.

In altre parole, posso tranquillamente smettere di pensare ai documenti: non ce l’ho, punto. O meglio, ho i documenti intestati a Nicola e la dichiarazione non autenticata. Se decido di tentare la sorte, o mi fanno entrare così o butto la moto in un fosso e prendo l’aereo.

Scendo alla reception, ma ovviamente il mio uomo non c’è, avendo fatto il turno di notte è a casa a dormire. Mi faccio dare il telefono, lo chiamo:

“Ciao, mi sono  informato e mi hanno detto che nazionalizzare i documenti della moto (che non ho, penso io, visto che è tutto ancora intestato a Nicola, che è lontano esattamente 11mila km) è lungo e costoso …”

“E farlo senza documenti??”

“Come faccio, poi se mi fermano … oppure se me la rubano, è impossibile ritrovarla …”

E invece adesso le ritrovano tutte!, penso malignamente.

“Ok, quindi nulla?”

“No, mi spiace”

Questa conversazione mi fa decidere per il Venezuela. E’ inutile andare fino a Bogotà per sentirmi fare altre volte questo discorso, nè mi va di fare il giro dei meccanici per chiedere se vogliono prendere la moto per i ricambi.
In più sento Raffaele, il ragazzo italo-venezuelano che ho conosciuto nella Valle del Caffè qualche giorno fa: è interessato a comprarla, motivo in più per tentare la carta venezuelana. A Raffaele o al console o qualcun altro, dovrei trovare a chi darla se non mi fanno entrare in Brasile.

Dopo tutte queste attese, telefonate, mail e messaggi, si sono fatte le 12. Orario perfetto per … arrivare di notte!

Riesco ad uscire dalla città abbastanza rapidamente. La strada corre ai confini del parco nazionale di Tayrona. La vegetazione è lussureggiante, incontenibile.

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Di tanto in tanto supero un fiume che dalla sierra si getta nel vicinissimo mare, tanto che a volte vedo fondersi la trasparenza del fiume con il blu del mare e l’azzurro del cielo, tra palme protese sull’acqua e il verde della foresta.

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Con un sospiro passo sotto al cartello che indica l’inizio del sentiero per la Ciudad Perdida. Il mio è solo un “arrivederci”, promesso!

Ancora qualche decina di km e inizio a fiancheggiare il mare da molto vicino. Qui l’acqua è dell'”azzurro Caraibi” che sognavo di trovare tra Cartagena e Santa Marta … ad averlo saputo, sarei venuto direttamente qui!

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I km passano abbastanza velocemente, tra lunghi saliscendi dovuti alla sierra che inizia proprio dal mare, per poi alzarsi nell’entroterra. I villaggi sono sempre più poveri, di baracche di legno e lamiera o completamente in legno. Le solite botteghe che vendono bevande, cibo e ricariche telefoniche. I bambini che corrono e giocano a lato della strada, gli uomini che girano sugli asini o sui cavalli. Le donne che portano carichi improbabili o si occupano dei bambini.

Man mano che mi allontano dal mare, la vegetazione diventa sempre più rada e bassa, meno verde. I cactus prendono il sopravvento e il caldo aumenta notevolmente. Mi ricorda l’anno scorso in Andalusia: sulla costa si stava decentemente, non appena entravi nell’entroterra, si moriva di caldo.

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Penso all’ingresso in Venezuela, al solito documento che non ho. Ormai però ho relativizzato, so di avere alcune carte da giocare, intanto il fatto che sono arrivato fin qui senza documento, poi ho la fotocopia autenticata in Colombia con i timbri peruviani (se l’hanno autenticato loro, vuol dire che è vero!) e infine un po’ di dollari da sganciare al doganiere di turno. In qualche modo passo, o quanto meno vendo cara la pelle e gli faccio perdere qualche ora. Come ai vecchi tempi in Turkmenistan o in Ucraina!

Poco dopo le 17 arrivo alla frontiera colombiana. Trovo i soliti cambiavalute in nero. Se non altro, mi indicano subito dove devo andare, prima per il controllo del passaporto e poi per la moto.

Al controllo passaporti trovo una decina di persone in fila, arriva velocemente il mio turno.

“E’ tardi, sono le 17:30, vuoi che ti timbro l’uscita o torni domani?”

“Perchè?”

“In Venezuela poi devi fare i documenti della moto, non so se sono aperti …”

“A che ora chiudono?”

“Non lo so, ma è tardi”

“Fammi uscire, poi al limite rientro!”

Non sia mai detto che rinuncio senza prima tentare …

Il controllo del documento della moto è ancora più veloce:

“Dov’è il documento che ti hanno dato all’ingresso?”, mi chiede un doganiere gentile, ma sbrigativo.

“Eccolo!”, glielo passo.

“Bene, ciao e buon viaggio!”

30 secondi scarsi.

E ora viene il bello …

Sul lato venezuelano non trovo nemmeno un cambia valute, significa che fanno un buon controllo. La fila per i passaporti è molto più lunga, almeno 30 persone. Faccio in tempo a parlare con un paio di persone davanti a me su quello che devo fare per entrare nel paese e dove sono gli uffici.

Dopo qualche secondo di silenzio, il più anziano dei due, un nero sui 50/60 anni, mi fa:

“Quindi vai a Maracaibo?”

“Sì”

“Certo è tardi … tra poco fa buio”

“Lo so … c’è qualche albergo qui vicino, senza che arrivo a Maracaibo?”

“Per carità! Vai a Maracaibo!”

“Ma mi hanno detto che è molto pericolosa!”

“Sì, ma qui è ancora più pericoloso!”

“Ti ammazzano e buttano il corpo nel bosco, la polizia nemmeno se ne accorge”, aggiunge l’altro, fino a questo momento in silenzio. Non mi piace l’esempio che ha fatto.

“Ascoltami”, riprende il nero, “dopo che hai fatto i documenti e tutto il resto alla dogana, bevi, fai quello che devi fare, mettiti il casco e ppsssiaawww!”, fischia come un missile, “corri di filato a Maracaibo! NON fermarti MAI lungo la strada! Dritto fino a Maracaibo, capito?”

“Qui è pieno di indios locos, matti!”, aggiunge l’altro col classico gesto della pazzia, l’indice che gira sulla tempia.

Bene, messaggio registrato.

“Certo che inizia pure a fare buio …”, riprende il nero, come parlando tra sé e sé.

Passaporto velocissimo, ora tocca alla moto. Tra il controllo passaporti e la dogana per il veicolo, ci sono 5 o 6 km dove l’asfalto sembra sia stato bombardato, da quanto sono frequenti e profonde le buche. Attorno il nulla, solo gli alberi bassi e modellati dal vento che ho visto finora.

Dogana. Un militare mi indica l’ufficio dove devo fare i documenti per la moto. Vado, chiuso. C’è un foglio attaccato alla porta con un numero da chiamare. Vado da un poliziotto, che mi liquida in un secondo:

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

“Ma come chiuso, non sono nemmeno le 18! E poi c’è un numero di telefono da chiamare”

“E chiamalo, prova a sentire che ti rispondono”

Capisco che con questo c’è poco da insistere. Vedo un altro militare, ha appena chiuso una telefonata al cellulare.

“Per favore, può aiutarmi, il mio cellulare italiano non prende, può fare uno squillo veloce al numero segnato su quel foglio?”

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

Lascio perdere e lo ringrazio moltissimo, chiaramente con tono polemico perchè inizio ad innervosirmi. Se è chiuso, non mettete un numero di telefono e se c’è il numero di telefono, gentilmente chiamatelo, ce l’avrete un telefono di servizio o no?!
Questo quello che mi viene da dirgli, ma ancora mi trattengo per non creare tensioni.

Torno dal primo doganiere, gentile al contrario dei poliziotti con cui ho appena finito di parlare.

“Dammi il numero che lo chiamo!”

“Lo andiamo a leggere sulla porta?”, gli chiedo, non avendolo segnato.

“Vai tu, non posso allontanarmi da qui”

Torno all’ufficio, segno il numero e, già grondante di sudore sto tornando dal doganiere, quando sento un fischio che immagino sia rivolto a me. Mi giro e vedo che dall’ufficio della dogana, chiuso fino a un secondo fa, si è affacciato un uomo.

“Devo fare i documenti della moto!”, gli urlo andandogli incontro.

Fa un gesto molto italiano, toccando ripetutamente e platealmente l’orologio a dire che è tardi, sono fuori tempo massimo.
Nemmeno lo ascolto, quando lo raggiungo mi infilo nell’ufficio, quasi spostandolo dal’ingresso.

“Grazie, gentilissimo!”

Mi chiede tutti i documenti (“dammi tutto quello che hai, tuo e della moto!”), poi mentre va a fare le fotocopie, mi dice:

“Fanno duecento dollari!”

“Quanto?!?”, esclamo, incredulo e pronto a dare battaglia.

“Duecento”, ripete senza fare una piega.

Intanto fammi entrare, poi se ne parla, penso tra me e me.

Stavolta mi faccio furbo e la dichiarazione di Nicola la tengo da parte.

Inizia a riempire il solito modulo con i dati della moto ed i miei. Fortunatamente il libretto cileno è microscopico rispetto al lenzuolo italiano ed il nome del proprietario è su un lato, mentre tutte le informazioni importanti (numero di telaio, targa, ecc) sono sull’altro. Quindi finisce che lo piegano sempre tenendo il nome del proprietario sul lato nascosto.

Riempie tutto, intanto gli faccio qualche battuta sul Venezuela, il Sud America, gli chiedo se la strada fino a Maracaibo è pericolosa (“ma quando mai!”, la sua risposta immediata) e altro ancora. Si crea un’atmosfera cordiale, quasi di complicità, visto che siamo solo io e lui nell’ufficio deserto, con lui che sta lavorando fuori orario di ufficio.

Ormai è tutto stampato e devo solo firmare. Il discorso di Nicola e Fabio è rimasto nella mia testa. Firmo i fogli e ringrazio.

Lui mi guarda con gli occhioni da cane San Bernardo che aspetta il biscottino: se non proprio 200 dollari, almeno 2!

“Bè ciao e grazie, scappo che sta diventando buio!” e sgattaiolo fuori.

Sono da poco passate le 18, ora locale, quando entro ufficialmente nella repubblica bolivariana del Venezuela. Sono felice che l’esplorazione ed il viaggio continuino, ora però ho l’assillo di arrivare il prima possibile a Maracaibo.

Mentre indosso il casco, un ragazzo attacca bottone:

“Fin dal Cile con questa moto?!”

“Sì!”, confermo mentre continuo a vestirmi.

“Che l’ombra di Dio ti accompagni!”

“Grazie”, rispondo mentre penso che l’immagine dell’ombra non mi piace, avrei preferito un “che la luce di Dio illumini il tuo cammino” o una benedizione del genere.

Maracaibo … se penso che nella mia testa è legata indissolubilmente ad una vecchia e allegra canzone e invece adesso pare sia una sorta di girone dantesco violento e fuori controllo! Così come la Guajira, il dipartimento colombiano che ho appena attraversato, mi fa pensare ad una splendida vecchia canzone di Santana, mentre adesso è una zona da evitare se non si vuole finire rapinati o peggio ancora.

Appena entrato in Venezuela, il paesaggio è sconfortante: la strada è una striscia sottile, piena di crateri da evitare con cura per non cadere rovinosamente. Attorno, baracche di una povertà estrema. Ovunque spazzatura, soprattutto sacchetti di plastica che penzolano a centinaia dai rami degli alberi, sollevati dal vento che soffia potente dall’orizzonte illuminato dal crepuscolo. Sembrano foglie, tanto sono numerosi. Foglie azzurre, bianche, rosa, gialle, nere. Lacere ed angoscianti, nella loro eternità.

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Il buio cala e ripenso anche all’altro aspetto divertente di poco fa. Ho chiesto ad alcune persone, almeno 4, quanto dista Maracaibo. Chi mi ha detto 100 km, chi 200, chi un’ora, chi quattro (!). La cartina dice 80 km e mi chiedo come facciano a darmi risposte tanto diverse.

Senza mai uscire dalla baraccopoli iniziata dalla dogana, entro nel primo paesino. Il caos, come immaginabile, aumenta ulteriormente. Un ragazzetto su una rumorosissima moto cinese 100 di cilindrata (che va il doppio della Pollita, NdR) inizia a superarmi per poi rallentare subito, suonandomi. Mi fa anche dei gesti che non capisco. Preferisco tirar dritto, ma insiste. Quando sono fuori dal paesino, vedo che cerca di affiancarmi, rallento e sento cosa mi sta urlando:

“Di qua si va alla spiaggia!”

“E Maracaibo??”

“Devi tornare indietro!”, ha la faccia che dice, è mezz’ora che cerco di dirtelo!

Mentre torniamo indietro, urla a diverse persone, sedute per strada di fronte alle loro case, che mi sta riportando sulla strada per Maracaibo. Impossibile passare inosservati. Ovviamente.
E prima lezione imparata: non tutti i venezuelani vogliono ammazzarti e buttare il cadavere nel bosco.
Chissà, spero si riveli come la Russia di 15 anni fa, quando tutti mi raccontavano le storie più spaventose e poi invece, viaggiandoci, scoprii un popolo molto ospitale e aperto. Per il momento l’attenzione comunque rimane alta.

Devo farmi un’idea precisa, ma da quello che vedo, i venezuelani guidano ancora peggio dei peruviani. Forse arrivano al livello dei siriani, lo saprò meglio nei prossimi giorni. Sorpassano senza pensarci su né mollare il colpo, sei tu che devi inchiodare per evitare il frontale o buttarti nel fosso per non farti investire alle spalle; abbaglianti puntati contro sempre e comunque; velocità da missili terra – aria, sulle loro scassatissime macchine.

Non ho capito che modello e marca sono, in ogni caso la macchina ufficiale del Venezuela è un modello americano anni ’60/’70, in condizioni più o meno rovinose di ruggine con tracce di vernice, ammaccature spaventose, finestrini e lunotti mancanti, portiere sostituite alla meno peggio, ruote storte e così via.

Mi fa sorridere che tanti paesi fieramente anti-americani (Venezuela, Cuba, Iran, ecc), siano poi altrettanto fermamente dipendenti dagli statunitensi: letteralmente stravedono per i dollari e per il Made in U.S.A. in generale. Un bel contrappasso che dimostra anche lo scollamento totale esistente tra la classe politica e la gente comune.

L’ultima ora la guido al buio. Nel secondo paesino supero una banda che suona uno specie di samba, con alcune decine di persone che ballano. Mi ricorda l’ingresso in Ecuador!

Sulla sinistra fiancheggio quello che sembra un lago salato, poi l’oscurità finisce per avvolgere tutto.

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Ora è solo guidare, evitare le buche apocalittiche che di tanto in tanto si aprono sull’asfalto, rallentare sugli onnipresenti dossi e salutare i poliziotti ai posti di blocco, molto frequenti.

Finalmente arriva Maracaibo. Vado verso il centro e al terzo tentativo trovo l’albergo.

Domani non so se andare verso il mare, a Morrocoy oppure puntare subito all’interno. Domattina decido.

– – – – –

Anche tu puoi sostenere la Pollita in questa avventura! Viaggia con noi sulle ali della Pollita, con una cartolina, una foto, una t-shirt e altro ancora!

Usted también puede apoyar la Pollita en esta aventura! Viaje con nosotros en las alas de Pollita, con una tarjeta, una foto, camisetas y mucho más!

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17 thoughts on “Hic sunt leones

  1. Prova a chiamare Pierfranco Gramaglia (Pier). Abita a Chichiriviche, ai confini del Morrocoy, ha una locanda e una piccola agenzia viaggi, probabilmente saprà darti qualche consiglio giusto. Se è in sede almeno dormi tranquillo: +584168010850. Digli che sei amico di Emanuele di Castelnuovo don Bosco, Pizzeria Cassiopea 😉

    • Ok grazie!! Almeno per un consiglio lo vorrei chiamare

      Stasera se riesco compro una scheda e lo chiamo

      La pizzeria … Ho un’immagine vaga, ma qualcosa ricordo ancora!! 😉

  2. Hai visto, che ci voleva. Tutti quei pensieri per poi entrare in Venezuela di notte, dove ti uccidono e buttano il cadavere a bordo strada, hahahahh…
    Visto che sei in zona la cittadina di Coro non è male e la sua penisola deliziosa e tranquilla con delle belle dune da cavalcare.
    Poi ricordati che in brasile mio cognato ti aspetta, potrebbe anche riuscire a venderti la moto, se ti fanno entrare!!!

    Ciauuuuuuuuu ;¬)

    • Ricordarmi, hai detto bene, questo é il mio problema!! 😦

      Qui faccio una corsa verso il Brasile, sennò é Caterina che mi uccide e fa sparire il corpo!!! 😉

      Cavalcherò le dune in Brasile …

  3. A Barquisimeto ci sono i nipoti di un mio caro Esposito Alberto(Gennaro) di Scisciano(NA) che allevano e macellano polliti.

    • Purtroppo anche se mi facessero entrare, di sicuro la Pollita si fermerà prima … a Olinda abbiamo un po’ di amici, sarà molto più facile trovarle una nuova casa da quelle parti, piuttosto che arrivare fino a Rio dove non abbiamo contatti

      Ma già Olinda sarebbe un GRANDE traguardo!!! 🙂

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