La lunga marcia

L’aereo tarda ad arrivare.

Alla fine vengo a sapere il motivo ufficiale del ritardo: é stato l’aereo in partenza ieri da Bangkok ad essersi rotto ed essere stato sostituito e siamo in attesa che questo arrivi. 

Quindi noi lamentiamo un ritardo di (almeno) tre ore, ma le persone che stanno arrivando da Bangkok, invece, ne stanno avendo uno di otto!

Tutto é relativo, per cui: relax.

Soprattutto perché la coincidenza per Vientiane é dopo 6 ore, me ne restano ancora 3 da passare nell’aeroporto di Bangkok.

Molti passeggeri nel frattempo si mettono in fila al desk per chiedere informazioni. Vanno in Vietnam e perderanno sicuramente la coincidenza. Però nessuno alza la voce o dà in escandescenze. Si informano, annuiscono e parlano tra loro.

Finalmente arriva l’aereo e dopo un’altra attesa per la pulizia, il carico della benzina e dei bagagli e per i controlli vari, ci fanno salire accogliendoci ciascuno con un inchino, un sorriso e le mani giunte. Bellissimo.


Ma continuiamo a non muoverci. 

Alla fine, le ore di ritardo diventano quattro.

Finalmente decolliamo sotto un cielo magnifico e una temperatura da autunno romano, meraviglioso.

Ovviamente non mi dispiace partire, ma mi dispiace perdere un week end così gradevole e così raro, a Bruxelles.

Per fortuna l’aereo non è molto pieno, ho un posto libero a fianco e riesco a mettermi a fianco del finestrino. Vengo graziato anche con i bambini: incredibilmente, non si sente nessun urlo di neonato.

Per il resto, solita vita da volo intercontinentale, con il tempo scandito dai pasti: aperitivo, cena e così via.

Il tipo seduto nella mia stessa fila, dopo il salvifico posto vuoto, puzza d’alcool in maniera imbarazzante. E quello che ordina durante il volo non fa che confermare quello che l’olfatto non può nascondere. Per aperitivo un gin tonic e svariati bis di vino rosso durante i pasti.

La cosa mi lascerebbe indifferente, se attorno a sé non spandesse un forte odore da ubriacone che avverto, pungente, anche mentre provo a dormire.
Come al solito, non chiudo occhio. Non so in che posizione mettermi, mi giro in continuazione.

Il mattino e, con lui, una hostess insistente nel passarmi una salvietta bollente, arrivano a togliermi d’impaccio. É ora di mangiare nuovamente, anche se per il mio corpo sono le 2 del mattino.

Poco prima di arrivare a Bangkok, il vicino che continua a puzzare d’alcool mi rivolge la parola :
“Dove stai andando?”
“Laos”
“Ah… io mi fermo in Thailandia invece, ho la fidanzata”, mi dice soddisfatto.
Mi ricorda una persona che ho conosciuto anni fa a Roma, un ultra sessantenne con una fidanzata ventenne in Thailandia. Lui di anni ne ha 53.
“Ma perché il Laos?”, mi chiede con un mezzo sorriso.
Niente, continua a perseguitarmi questa domanda.
“Così, mi incuriosisce …”
“E il Vietnam, la Thailandia, la Cambogia… ti sono piaciute? Dove sei andato?”
“Mai stato, é la mia prima volta nel sud-est asiatico”
“La prima volta nel sud-est asiatico … e vai in Laos?!” mi chiede guardandomi con un’espressione come se uno gli avesse detto che, dopo aver attraversato mezzo mondo per andare in Europa, come primo paese da visitare in esclusiva per tre settimane avesse scelto, non so… il Kosovo.
“Eh…”
“Ma poi vai in Thailandia o in Vietnam!”, mi chiede con un tono praticamente affermativo.
“No, solo Laos”
“Solo Laos?!”, mi guarda sempre più incredulo, “e per quanto tempo?”
“Tre settimane”
“Tre settimane?!”
Ormai sembra di parlare davanti a uno specchio… però mi vengono i dubbi, se non siano troppe tre settimane… ma alla fine ho i libri, mi trovo un posto tranquillo e ci passo anche una settimana a far nulla.
“Ma tu sei mai stato in Laos?”
“No, mai… Prima o poi ci andrò”
Chiudo la conversazione che ormai é diventata paradossale…
Arriviamo nell’immenso aeroporto di Bangkok , in un corridoio passo a fianco a un’incredibile struttura con decine di orchidee fiorite.

Camminando verso il mio terminal, lontano circa 700 metri (!) passo velocemente a fianco di un americano che sta aggredendo verbalmente una hostess:

“It’s YOUR problem, not mine!” Le dice ad alta voce, indice puntato contro la sua figura. Quanta arroganza qui, nel paese del sorriso. Effettivamente sorridono tutti.

Attendo il volo per Vientiane, carico di dubbi e stanchezza.
Arriva l’ora e saliamo su un bus che deve portarci all’aereo. Ho la conferma che l’aeroporto di Bangkok é immenso! E, incredibilmente, ci sono ingorghi tra i vari mezzi di servizio. Mi domando come sia il traffico fuori di qui!
Sull’aereo prendo il tagliando dell’immigrazione.
Come temevo, chiede dove pernotterò… Decido di mettere il nome di una guesthouse che ho letto qualche ora fa sulla guida, anche se loro nemmeno sanno della mia esistenza. Speriamo bene.
Cado addormentato in continui micro-sonni, quando una mano mi scuote vigorosamente il braccio: c’è un nuovo pasto!

Sono felice perché avevo fame. Il menù é molto più semplice e orientale, almeno nella portata principale.

Finalmente atterriamo nel piccolo aeroporto di Vientiane. 
Sono in fila assieme ad altre decine di persone quando accade qualcosa che mi fa sudare molto freddo.

Tutti i passaporti vengono ispezionati velocemente da un poliziotto per  ‎venire poi indirizzati al giusto sportello. Arriva un gruppo di tre uomini con passaporto inglese. Due vanno bene, il terzo no:
“Non ha pagine libere, non può fare il visto!”, esclama il poliziotto restituendo il passaporto al tipo.
“Come, cosa?!”
Glielo spiega nuovamente, intanto si avvicinano dei colleghi.
“Ma io non lo sapevo, non é possibile, mi scusi, ma non c’è un modo?”
Intanto viene interpellato anche uno dei poliziotti agli sportelli che emettono I visti. Vedo da lontano che scuote la testa.
Ormai attorno al tipo ci sono una decina di poliziotti, chi parla con lui, chi al telefono chiamando qualche responsabile, chi parla l’uno con l’altro.

É un continuo esclamare “you cannot!” finché non viene riaccompagnato fuori, verso il terminal per tornare da dove era venuto. Thailandia anche lui, in questo caso .
Tiro un enorme sospiro si sollievo per il rischio che ho corso… Mi rendo conto che quello che ho letto su internet é impraticabile, i poliziotti sono sempre due o tre e praticamente in mezzo alle persone. 
Alla fine faccio due ore di ritardo, per fortuna Jean Louis mi ha aspettato e mi aiuta anche a prendere una scheda GSM e a cambiare un po’ di soldi.
Mi accompagna in albergo in macchina, raccontandomi quanto si sta bene in Laos:

“Sì sta bene, siamo liberi di parlare, telefonare, guidare e tutto il resto, si sta benissimo! Solo la politica, non la possiamo fare”

Mangiamo un boccone in un ristorante belga (!!)  e mi spiega un po’ di itinerari sulla cartina.

Vive qui da 25 anni, é motociclista da una vita e fa la guida per gruppi di moto. Oltre ad affittare a singoli come me.
Faccio un giro in città. ‎ Ci sono alcuni templi interessanti, faccio il mio incontro con dei monaci buddisti in tonaca arancione.

Parlano, puliscono gli spazi comuni, meditano. 

Sul lungofiume si alternano senza soluzione di continuità una serie di banchi che, su una vasta parete alle loro spalle, hanno decine e decine di palloncini con cui fare il tiro a segno. É il divertimento della città, tutti provano e l’aria è continuamente rotta da queste esplosioni.
Sulle rive del Mekong (il Mekong ! Che nome magico! Quanti libri, quanti scrittori…) si assiepano contadini che vendono le loro poche verdure.

La mania per i selfie e gli stick per riprendersi, qui ha raggiunto un livello di mania inquietante. 

Il mercatino serale, invece, é un concentrato di robaccia cinese.
Mi godo la notte sulle rive del fiume, contemplando la sponda thailandese che viene illuminata in lontananza da grandi lampi rossastri che fiammeggiano bassi  sull’orizzonte!

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