In gita dal cavalinho marinho

Uscendo dall’albergo ci separiamo: Caterina va a cercare una lavanderia per i panni sporchi che ci stiamo portando dietro da alcuni giorni, io vado a comprare i francobolli per la prossima spedizione di cartoline comprate tramite Indiegogo per sostenere il viaggio (grazie!! 🙂

Ci ritroviamo sotto la posada di Salvatore, nella piazza centrale di Jerì, dove contrattiamo il prezzo per la gita in dune buggy a Mango Seco e altre spiagge verso nord, inclusa l’osservazione dei cavallucci marini in una laguna lungo la strada.

Troviamo il nostro uomo, un ragazzo simpatico che ci fa un buon prezzo e partiamo subito! Usciamo dal paese e iniziamo la pista che … è lungo la spiaggia! La bassa marea ha liberato una fetta di battigia molto ampia, corriamo tra le dune alla nostra sinistra, incorniciate dalle palme e l’oceano sulla destra, stranamente calmo. Anche il vento stamattina ci sta dando tregua!

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Arriviamo ad un piccolo approdo con alcune barche senza motore. Questo è il posto per avvistare i cavallucci marini. Quello che sembra una laguna, in realtà, è un braccio di mare che entra nella terraferma.

Salvatore ci aspetta nell’auto, mentre Caterina ed io saliamo su una barchetta spinta con un lungo bastone dalla nostra guida che ci spiega che il maschio di cavalluccio marino porta avanti la gravidanza, suscitando l’invidia di Caterina.
La guida ne individua facilmente tre o quattro mimetizzati tra le radici delle mangrovie e li raccoglie con una bacinella per vederli da vicino. Sono incredibili, così diversi da tutti gli altri animali! Uno degli scherzi della natura che popolano questo meraviglioso pianeta.

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Ci spiega che purtroppo vengono pescati di frodo per rivenderli agli acquari. L’ideale, in posti poveri come questo, sarebbe che prendesse sempre più piede il turismo “ecologico”, di chi come noi va ad osservare la natura, facendo guadagnare le persone a patto che l’ambiente resti integro e ricco di fauna.

Torniamo al buggy e, dopo un’altra esaltante corsa sulla spiaggia infinita, arriviamo alla foce di un piccolo fiume. Qui ci aspetta una serie di minuscole chiatte, ciascuna con una o due persone che ci chiamano per farci scegliere la sua imbarcazione.

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Anche la chiatta viene spinta con un lungo bastone, facendo leva sul basso fondale. In confronto la chiatta di Barrerinhas è di lusso, spinta da una barca a motore e dotata di pianale in metallo per far salire i veicoli invece delle due assi di legno che abbiamo appena usato!

Approdati sull’altra sponda, passiamo tra le alte e intricate radici di un bosco di mangrovie in gran parte secche, poi dopo un altro tratto di spiaggia entriamo all’interno.

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Iniziano le dune, prima basse poi sempre più alte, finché arriviamo ai piedi di una duna bianca molto alta. Prendiamo la rincorsa e via! Col motore che urla ci arrampichiamo fino in cima!

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La vista dall’alto è meravigliosa, abbraccia tutto l’orizzonte disegnato dalle dune bianche e, in alcuni punti, rosa. Le palme a dare il tocco di verde, l’oceano immenso da un lato e il cielo brillante sopra di noi. Memorabile, sarà una delle tante immagini che da oggi porterò nel cuore.

Scendiamo e dopo altre dune arriviamo su una laguna, dove mangiamo ad uno dei tavolini sulla riva, con i piedi appena immersi nell’acqua a darci refrigerio.

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Incontriamo un altro italiano trasferitosi molti anni fa in California, poi approdato cinque anni fa in Brasile.

Tornando saliamo su altre dune, poi di nuovo la spiaggia. Provo a guidare il buggy, divertente!

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A Jerì ci diamo appuntamento con Salvatore per la sera, poi facciamo qualche giro in paese e finiamo il pomeriggio sulla spiaggia, ad un’altra roda di capoeira. Purtroppo perdiamo il tramonto per pochi minuti, stasera era spettacolare grazie ad un tappeto di nuvole che copriva buona parte del cielo. Vediamo appena la miriade di colori riflessa sulle nubi, poi di nuovo grige a indicare che il sole per oggi è andato.

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In albergo prepariamo i bagagli, poi in serata andiamo a salutare Salvatore, che ci fa conoscere altri due italiani molto simpatici, anche loro espatriati.

Il piano per domani è che Caterina sale su una delle auto che fa avanti e indietro con Jijoca portando i bagagli e io li seguo a moto scarica per vedere la pista, Una volta sull’asfalto, vorremmo arrivare a Morro Branco. Vediamo come andrà!

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Relax sulla Laguna del Paradiso

Oggi vorremmo andare alle lagune qui vicino, la Azul e la Paraiso. Non sappiamo se andarci con la Pollita oppure con una delle auto che fanno quel tragitto più volte al giorno. Volendoci andare con la Pollita, l’idea è di seguire una di queste auto, per vedere quale è la pista, che non conosciamo.

Facciamo appena in tempo ad uscire dall’albergo, sì e no 10 metri e incrociamo un furgonato 4×4 che ci chiede se vogliamo andare alle lagune. Bene, il destino sceglie per noi, mi dico mentre saliamo a bordo!

Carichiamo due signore brasiliane, poi Barbara, una ragazza di Bologna che abbiamo conosciuto ieri sera. Anche lei ha fatto La Scelta, trasferendosi qui alcuni mesi fa, abbandonando il lavoro che aveva in Italia.

La pista è quella per Jijoca, infatti le lagune sono vicino al paesino.

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Barbara ci dice che la laguna Azul è molto bassa per via delle scarse piogge degli ultimi due anni, meglio andare a quella del Paraiso.
Ci facciamo portare là, in una delle posade che si affacciano sulle acque. La laguna è azzurra e sulla sabbia candida il colore risalta ancora di più. Ecco i colori tropicali che cercavo sulla costa colombiana, ma che non sono riuscito a trovare!

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La giornata passa tra il lettino, al riparo del grande ombrellone di foglie di palma e l’amaca sistemata a pelo dell’acqua, tesa tra due pali infilati ad un paio di metri dalla riva. Durante una passeggiata riesco a rimediare un pizzico di un’ape, camminandoci sopra. Vediamo anche un sottile serpente, chissà se è velenoso!

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Alle 16 in punto torna a prenderci, come promesso, la persona di stamattina col fuoristrada. Viene a prelevarci direttamente sull’amaca in acqua, che peccato dover tornare!

A Jerì andiamo a salutare Salvatore per accordarci per la cena, poi torniamo sulla duna per salutare il sole che si tuffa dietro l’oceano. Oggi c’è molta più gente, meno magico di ieri.

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Mentre torniamo, ci fermiamo a lungo a fianco di una “roda” di capoeira, con la musica e le persone che fanno la loro danza – combattimento due alla volta. Molto suggestivo, seguire le acrobazie al ritmo ipnotico della musica nella luce del crepuscolo, a pochi passi dal mare che nel frattempo sta risalendo a grandi ondate per la marea.

Anche stasera ceniamo con Salvatore che ci racconta alcune delle sue mille vite in giro per il mondo, poi finiamo la serata sulla spiaggia, sotto una Via Lattea molto brillante.

Domani forse facciamo un’altra gita in una zona dove ci sono i cavallucci marini, lontana memoria di quand’ero bambino e si potevano ancora vedere nel mare della Croazia, all’epoca Jugoslavia.

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L’esperienza insegna?

Intendo dire: si impara dai propri errori? Dopo essersi scottati una volta, ci si scotta ancora?

Se lo si chiede a qualcuno, quasi certamente risponderà, “certo che imparo dai miei errori, non ci casco più!”

La risposta reale però è, “dipende”. Dipende dall’errore, dal tipo di esperienza coinvolta, da quanto ci si è scottati in precedenza e quando ma, soprattutto, dipende dal carattere e dall’attitudine di ciascuno di noi. Banalmente, se si è ottimisti o pessimisti, entusiasti o prudenti.

Fatto sta che nel giro di 24 ore mi sono ritrovato nuovamente con le ruote nella sabbia.

Partiamo abbastanza presto da Parnaiba sotto un cielo azzurro brillante. La temperatura è gradevole, abbiamo voglia di arrivare sul mare, a Jericoacoara per rilassarci alcuni giorni.

Prendiamo la strada costiera verso Luis Correia, fino a Coqueira. Ci affacciamo sulla spiaggia, ampissima sia come lunghezza, praticamente fino all’orizzonte, che come larghezza.
Stanno facendo un incontro di capoeira a pochi metri dall’acqua. Quattro musicisti e gli alunni di una scuola che si battono a turno, due massimo tre alla volta.

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Proseguiamo lungo la strada che si infila tra le dune, che si allungano sull’asfalto con lingue di sabbia come a volerne prendere possesso, poi puntiamo decisi nell’entroterra. Il caldo aumenta.

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Verso Chaval inizia una zona di rocce tonde, levigate. Ricordano le Meteore greche, ma in miniatura.

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Ci fermiamo per bere qualcosa, ma il profumo che arriva dalla griglia dei churrasco mi cattura, ordino una “spada” con tre pezzi di carne. Il mitico Hermes mi fa gustare il mio primo churrasco in terra brasiliana.

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Uno degli avventori ci accompagna nel centro della cittadina alla roccia che ospita un piccolo santuario dedicato alla Madonna di Lourdes.

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Finalmente arriviamo a Jijoca de Jericoacoara, dove ci fermano alcuni ragazzi che lavorano come guide. Ci dicono che sulla costa, a Jericoacoara, si arriva o in jeep lasciando la moto in uno dei parcheggi, oppure con la Pollita, seguendo uno di loro.

Provo a chiedere com’è la pista:

“Solo 20 km, tutti di sabbia battuta, non c’è problema!”

Mi lascio convincere dalla breve lunghezza della pista, spero che almeno su questo non mentano! E così, in 24 ore nette, dopo tutti i buoni propositi di non cedere più a false promesse e soprattutto a dedicarmi esclusivamente al relax, eccomi di nuovo sulla sabbia!

L’inizio è sui sanpietrini di Jijoca, poi usciamo nella campagna, su una sabbia rossa effettivamente compatta, facile. Poi finisce e la guida, sulla cui moto è salita Caterina, si ferma per sgonfiarmi le gomme. Brutto segno, mi dico.

E infatti inizia la pista vera, di sabbia bianca.

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Corriamo, si fa per dire, in una pianura vasta, circondata da dune candide. La sabbia non è molto compatta, ma con le ruote sgonfie vado meglio di ieri.
Poi iniziano le parti più profonde, ma vado avanti spinto soprattutto dall’idea che mancano soli 10 km.

Superiamo un punto impegnativo dove anche la guida si insabbia parzialmente:

“C’è ancora un punto brutto davanti, poi tutto tranquillo fino a Jericoacoara”

Proseguiamo nella sabbia, poi lo vedo fermo a lato della pista, mi fermo anch’io. Sono così concentrato nella guida da non essermi accorto di essere ai piedi di una grande duna che taglia la pista.

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“Se vuoi te la porto io sopra, non ci sono problemi!”

Lì per lì il mio orgoglio di maschio motociclista con 20 anni di esperienza si ribella, poi mi dico che se mi dice così deve esserci un motivo, lui ha senz’altro più capacità ed esperienza di me sulla sabbia e sono già abbastanza stanco.

“Ok, tieni, mi raccomando!”, gli dico mentre gli passo il manubrio della Pollita.

Inizio a salire a piedi sulla duna e scopro il motivo. Non si tratta solo di salire sulla duna, ma anche di proseguire su un lungo “campo” di soffice sabbia fino a raggiungere nuovamente, un centinaio di metri dopo, la pista.
Mi sarei insabbiato certamente, anche perché da sotto non si vedeva quanto era estesa la duna.

La guida ingrana la prima e scondizolando vistosamente si inerpica sulla duna e prosegue fino a raggiungere nuovamente la pista.

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“Vado a riprendere la mia e proseguiamo, ma ormai è tranquilla!”

Dopo un paio di minuti lo vediamo tornare spingendo la sua moto:

“Ho le gomme troppo gonfie!”, ci spiega. Non capisco perché non le sgonfia come ha fatto con me.

La pista non è tranquilla per niente, la sabbia è abbastanza profonda, ma ormai mancano pochissimi km e arriviamo rapidamente. Mi chiedo come farò quando dovremo tornare, ma non voglio pensarci adesso.

Ci infiliamo in una posada che conosce la guida, molliamo tutto e corriamo a vedere il tramonto dalla duna altissima che si affaccia sul mare, a fianco del paesino. Splendido!

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Trascorriamo una serata molto piacevole con Salvatore, il cugino di una nostra amica, che si è trasferito qui alcuni anni fa. Parliamo della vita a Jerì, in Brasile e della vita in generale.

Crolliamo a letto presto, domani ci aspetta un’intensa giornata di riposo 🙂

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Sulla relatività

Lungi da me disquisire sulla teoria sviluppata da Einstein all’inizio del ‘900. Faccio piuttosto riferimento a come giudizi, opinioni e impressioni siano tutti relativi al punto di vista, alle esperienze ed alle conoscenze di chi li esprime.

Tutto è relativo. L’ho sentito dire e a mia volta l’ho detto un’infinità di volte, ma spesso il concetto e le sue implicazioni continuano a sfuggirmi.

Come ad esempio con la pista di oggi.

Arrivando a Barreirinhas avevo notato che la terra aveva lasciato il posto alla sabbia alcune decine di km prima; avevo anche visto alcune piste di sabbia profonda, con i classici morbidi solchi che si allontanano serpeggiando nell’entroterra. Infine sapevo che la pista “diretta” che porta a Paulino Neves è di sabbia profonda.

Tutto questo è da tenere in considerazione quando qualcuno del posto dice “c’è un’altra pista per Paulino Neves che è facile! Più lunga, ma non c’è sabbia”

Ma questo non l’avevo pensato e prima di partire per questa pista, ancora penso che tutto sia come mi hanno assicurato almeno dieci volte, tre persone diverse, ossia “tutta pietra, una pista dura!”

Questo è quello che so, oltre alla lunghezza, 90 km. Più lunga, ma se è tutta dura, che problema c’è?

“Non sono 90 km, ma 100!”, precisa la nuova guida mandata da Michael, visto che lui ha un altro impegno. Ottimo!

Torniamo indietro per qualche km sulla strada fatta arrivando da Sao Luis, poi deviamo sulla sinistra. Un cartello indica un parco nazionale o qualcosa del genere, non faccio in tempo a leggere, qualcosa con “rosso”.
E effettivamente la terra è rossa, come quella dell’Amazzonia. Peccato che lasci il posto quasi subito alla sabbia!

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Inizio a “remare” nella sabbia, che cattura la ruota anteriore e la fa andare dove vuole lei, a seconda di come è disegnato il solco più profondo. E tutta la moto dietro che, se non è in asse con la direzione presa dalla ruota anteriore, si inclina e sembra volermi sbalzare via.

Dopo le prime sbandate forti in cui dò grandi zampate a terra per restare in piedi, la guida acconsente a portare Caterina, per alleggerire il carico.

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Continuo però ad avere grandi difficoltà, c’è ancora troppo peso che grava sulla ruota anteriore. Mi fermo nuovamente e lego la borsa da serbatoio sulla sella lasciata libera da Caterina.

La situazione migliora leggermente, ma la sabbia è troppa e continuo a fare una fatica enorme per restare in piedi. La pista attanaglia la ruota anteriore e la sposta, la trattiene, la afferra. E io dietro, a cercare di restare dritto, a non dargliela vinta, a voler comandare.

Dopo 35 km ci fermiamo in un paesino. Abbiamo impiegato 2 ore, ottima media. Di questo passo gli altri 75 km li faremo in più di 4 ore.

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La guida continua a dirmi che tra poco la pista migliorerà:

“Diventa più dura, non preoccuparti! Anzi, dimmi: sul duro a quanto riesci ad andare?”

Quasi mi ci fa credere e gli dico che se il fondo è duro, vado veloce senza problemi, anche a 60 o 70, dipende!

La guida sembra sollevata, ci crede anche lui: “bene, vedrai che migliora, perché fino a qui passano molte macchine e rovinano la pista, dopo invece ci passa molta meno gente e la pista è migliore”.

Bene, anche se in realtà mi dà due notizie: una sulla pista che migliora, buona notizia. L’altra sul numero inferiore di auto che, aggiungo io, potrebbero darci una mano in caso di difficoltà o problemi! Cattiva notizia.

Ripartiamo ed effettivamente la pista migliora. Delle pietre si affacciano dalla sabbia a dare una consistenza maggiore al fondo. Attraversiamo dei ruscelli su piccoli ponti di legno. Devo fare attenzione ai chiodi che sporgono dalle assi, ci manca solo che buchi qui!

Poi, inevitabilmente, la pista peggiora nuovamente. Sempre più sabbia, fino a invertire la situazione: da pista dura con qualche parentesi di sabbia, a pista di sabbia con qualche parentesi di pietra.

In una delle soste la guida mi propone uno scambio di moto. A momenti si cappotta anche lui (“è molto pesante con tutti questi bagagli!” … eh già, non me n’ero accorto …) e io non riesco a guidare la sua moto, completamente storta per vari incidenti, la leva del freno rotta (!) e la frizione con una corsa utile di uno o due centimetri.
Torniamo ognuno alla sua moto.

Impreco e maledico Michael e l’altro tipo dell’agenzia che mi hanno mandato a cuor leggero su questa pista lunghissima e impestata di sabbia. Tutto è relativo per me, ma anche per loro, diamine! Devono pensare che una persona che viaggia con un 125 carico con un passeggero e qualche decina di kg di bagaglio, potrebbe avere delle difficoltà.

La situazione peggiora progressivamente ed inizio a pregare per un’auto che possa portare anche i bagagli. Solo che la pista è molto meno trafficata, finora non abbiamo incrociato che tre o quattro moto, nessuna auto.

Passeranno sì e no cinque minuti da quando prego per incontrare un’auto, che guardo nello specchietto e vedo il muso di una macchina in lontananza, alle mie spalle!
Un nuovo miracolo!!!

Mi piazzo al centro della pista, devono fermarsi! E’ una coppia di giovani brasiliani.

“Anche noi dobbiamo andare a Paulino Neves e stiamo imprecando su questa pista maledetta, ci avevano detto che era tutta dura, senza problemi! Invece non faccio altro che toccare sotto e rischiare di insabbiarmi. Ho già spaccato la marmitta!

Gli mollo tutto tranne la tanica che tengo per non intossicarli. La guida mi chiede qualche litro. Anche Caterina sale in auto, molto più comodo e sicuro che non in moto con la guida.

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“Bè, ora che Caterina e bagagli sono nell’auto, io torno indietro!”, esclama la guida provando a svincolarsi.

“Eh no, ti ho pagato, né noi né loro conosciamo la pista, ci accompagni fino in fondo!”

La situazione migliora, ma non radicalmente, continuo ad avere paura della sabbia. Non mi piace, il mio istinto di conservazione non mi fa guidare come dovrei, ossia col peso indietro, stringendo la moto tra le gambe e dando gas! Va anche detto che non è facile farlo con soli 11 cavalli.

Comunque sono più tranquillo e vado meglio e ringrazio nuovamente Dio quando vedo che la pista peggiora e peggiora. Arriva una salita e l’auto si insabbia. Caterina e la moglie del guidatore scendono, io e la guida proviamo a spingere, nulla.
Cambiamo approccio, facendo scendere l’auto, che prende la rincorsa, ma si insabbia nuovamente.
La guida propone di guidare l’auto. Nulla, insabbiato! Ci riprova, nuova ricorsa ancora più lunga: botte violente, sterzate e controsterzate, ma di nuovo si insabbia a metà salita.

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Terzo tentativo, prova un altro lato della salita di sabbia e … riesce!

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Joao, il ragazzo dell’auto, torna al volante, e la guida alla sua moto. Joao e Tatiana sono arrabbiati quanto noi per la situazione, e altrettanto felici perchè non ce l’avrebbero fatta senza di noi. Lo stesso vale per noi. L’unione fa la forza!!

Nuovi paesini dispersi nelle sabbie del Maranhao, collegati dalla pista di sabbia. Nuova lunga salita di sabbia profonda. Mi insabbio anch’io. Scendo e spingo la moto che, senza niente e nessuno a bordo, fatica comunque ad andare su. Terribile!

Anche l’auto ha grandi difficoltà, ma dopo qualche tentativo fatto dalla guida, riusciamo.

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Questa è una delle situazioni in cui i km non passano. Ogni tanto l’occhio va veloce al contakm, ma vede sempre la stessa cifra o poco diversa. Inizi a pensare che si sia rotto il tachimetro, ma no, funziona regolarmente. Sono i km che durano molto di più e l’unico appiglio è la forza di volontà.

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Continuo a ripetermi di non mollare, che prima o poi finirà. I 70 km diventano 60. Dopo un tempo infinito 50, poi 40, 30, 20. Non posso mai rilassarmi, perchè quando meno me l’aspetto, la moto affonda nella sabbia, la ruota anteriore si piega terribilmente e la moto vuole sbalzarmi fuori, cadendo a destra o sinistra.

Nuovi paesini prigionieri della sabbia, i km nonostante tutto passano e finalmente il momento che aspettavo da ore: sento l’auto che suona il clacson con Joao che tira fuori il braccio in segno di vittoria. L’asfalto!!!!!

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Con Joao e Tatiana i salutiamo calorosamente dandoci appuntamento a Jericoacoara. L guida invece si lancia in proclami battaglieri:

“Torno dalla pista breve di sabbia profonda (e indica un’altezza fino al ginocchio)”

“Ma perchè, visto che è tanto peggiore?”, chiede Caterina.

“Perchè mi piace l’avventura …”

Joao e Tatiana se ne vanno, io lego lentamente i bagagli, ancora provato dalla pista appena finita. La guida rimane lì a fissare il vuoto.

Poi evidentemente capisce che impiego ancora diversi minuti, si stufa e imbocca la pista “facile” per tornare a Barrerinhas.

Puntiamo a Parnaiba, a 120 km da qui. Ci fermiamo per bere e mangiare un boccone, poi riprendiamo la strada, di lunghi saliscendi in mezzo ad un bosco di basse piante che arrivano all’orizzonte. Provo a immaginare come dovevano essere quelle lunghe salite e discese quando c’era ancora la pista di sabbia.

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Superiamo il Rio Parnaiba, molto grande ma dopo aver visto il Rio delle Amazzoni non mi impressiona. Tutto è relativo, dicevamo.

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La città di Parnaiba si presenta deserta. Probabilmente è per via della festa di indipendenza. Troviamo una bella posada nei pressi dell’antico porto sul fiume.

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Sono a pezzi e anche Caterina è molto provata dalla giornata, ci limitiamo ad una cena minima ed una breve passeggiata.

E domani, diretti a Jericoacoara! Entrambi abbiamo perso ogni velleità di pista sulla battigia del mare, desideriamo solo raggiungere una sdraio ed un ombrellone il prima possibile!!

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Le Piccole Lenzuola sul fiume

La gita di oggi si svolgerà interamente sul fiume Preguiças , passando dalle Piccole Lençois per arrivare a Caburé, sul mare.

Subito dopo colazione andiamo alla precedente pensione, visto che abbiamo già pagato le escursioni, ma non abbiamo avvisato del cambio di alloggio. Anche oggi troviamo un taxi ad attenderci, un bel trattamento!

Ci porta fino al molo di Barrerinhas dove troviamo altre persone a formare un gruppo di una ventina di persone. Saliamo su un bel motoscafo spinto da un fuoribordo da 200 CV e iniziamo la gita sul fiume.
A differenza del Rio delle Amazzoni, le sponde di questo sono del tutto disabitate, solo distese di mangrovie affacciate sull’acqua e, dietro, palme e altri alberi molto fitti.

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Ci infiliamo in un canale dove si affacciano vecchie case ormai semi distrutte dalle acque e dall’abbandono. Il ragazzo che guida il motoscafo si ferma per spiegarci qualcosa, ma sono troppo lontano e non ho voglia di impegnarmi a capirlo, mi limito a guardarmi intorno riempiendomi gli occhi di questa natura incontaminata.

Dopo una ventina di minuti di navigazione vediamo estendersi sul fiume alte dune. Sono le Piccole Lençois! A differenza delle altre che abbiamo esplorato ieri, sono meno estese, da qui il nome, è di colore ocra anzichè candide.

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La barca approda direttamente sulla sabbia, abbiamo 40 minuti di tempo libero. Ci spariamo subito un’agua de coco, poi iniziamo ad arrampicarci sulle dune.
Presto ci troviamo completamente soli, gli altri restano nel ristorante oppure nei pressi del fiume. Anche queste sono magiche, irreali. Iniziano improvvisamente ed altrettanto improvvisamente terminano in una distesa di verde e, da questo lato, sul fiume. Come nelle Grandi Lençois, anche queste accolgono piccole lagune tra una duna e l’altra.
Giochiamo a rotolarci, scivolare, camminare sulla sabbia fine come farina; ci lasciamo catturare dal silenzio, rotto solo dal vento che ci avvolge, incessantemente e che ci ricopre di sabbia.

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Il tempo vola e torniamo giusto in tempo per giocare con alcuni macachi che, a fianco del ristorante, vengono a mangiare dalle nostre mani. E’ sempre affascinante e per certi versi inquietante, vedere quanto ci somigliano! O quanto noi somigliamo a loro, dipende dai punti di vista.

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Ripartiamo aggirando la duna che si estende ormai per molti metri sul fiume, prossima fermata un piccolo villaggio con un faro dal quale è possibile osservare dall’alto le Piccole Lençois e il fiume che si getta in mare.

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Ultima sosta, stavolta a Caburé, dove vado a gettarmi nelle acque molto mosse dell’oceano.

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Pranziamo con un bel piatto di gamberi e riso, poi ci godiamo il tepore, il vento e la pace dondolandoci sulle amache.

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Il ritorno è veloce, senza soste, finché, dopo una ventina di minuti di navigazione, il motore del motoscafo muore improvvisamente. Silenzio. Mi giro e vedo il ragazzo al volante già con il cellulare in mano. E subito chiede chi di noi prende il segnale. E’ chiaro che c’è un problema! Va sul retro della barca a trafficare e riesce ad accendere il motore. Penso ad un serbatoio di riserva, invece forse si tratta solo di una piccola riserva, perché non facciamo altro che arrivare sull’altra sponda del fiume dove si affaccia la casa di un pescatore.
Irrompiamo così nella tranquilla vita di questa famiglia, piena di galline e galli, anatre e altri animali da cortile, inclusi una splendida coppia di inseparabili di cui sia Caterina che io ci innamoriamo all’istante, piante da frutto, qualche campo coltivato e probabilmente anche una barca per pescare, visto che ci sono diverse reti da pesca.

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Restiamo sulla riva per un po’ di tempo, chi a chiacchierare con la famiglia, chi a guardarsi intorno, chi a fare conoscenza approfittando di questo imprevisto, quando finalmente arriva da Barrerinhas la barca di soccorso.
Alcuni salgono con loro, il resto rimane sul motoscafo adesso rifornito di benzina.

Torniamo in città, facciamo una breve passeggiata, poi finiamo la giornata e la serata nella pensione.

Telefoniamo a Michael che domani ci accompagnerà lungo una pista fino a Paulino Neves. Dovrebbe essere una alternativa “pietrosa” rispetto alla pista “diretta”, piena di sabbia profonda.
Speriamo bene, perchè in due carichi su una moto da 11 CV sarebbe piuttosto faticoso se non impossibile superare dei banchi di sabbia.

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Lenzuola brasiliane

La sveglia arriva con delle martellate tipiche del muratore che sta spaccando un muro. Esattamente dietro la nostra testa, alle 7:30.

Caterina si affaccia dal balconcino borbottando qualcosa che fa smettere all’istante il tipo. Continuiamo a pensare che ci sia una macumba, una cattiva sorte che ci perseguiti: le nostre malattie, l’aereo e la nave perse più tutta una serie di fastidi che stiamo avendo.

La colazione è ricca, il mio ideale: torta di ananas, succhi di frutta tropicale e frutta fresca (ananas, anguria, melone e papaya). E un po’ di caffè amaro.

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Alle 9:30 in punto si presenta un incrocio tra un furgone aperto e un fuoristrada: in pratica l’auto è una potente jeep 4×4 che dietro ha montato tre serie di sedili sopraelevati, coperti da un tettuccio.
Con questo andremo a vedere alcune lagune nel parco delle Lençois, le lenzuola per via delle dune candide che si stendono fino al mare.

Andiamo fino al porticciolo di Barreirinhas, dove una piccola chiatta fa la spola tra una sponda e l’altra portando persone, auto, moto e furgoni. E’ senza motore, viene spinta da una piccola barca in legno, che la spinge quasi come un cane pastore farebbe con una pecora indisciplinata.

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Al di là del fiume, il paesaggio cambia immediatamente: la vegetazione più desertica e sabbia ovunque, profonda. Il villaggio è costruito sulla sabbia e le strade ricordano i canali di Venezia, solo che qui si naviga, invece che sull’acqua, sulla sabbia.
Sorrido pensando a tutti quei viaggiatori e turisti “avventurosi” che imprecano quando una strada in qualche paese remoto viene asfaltata, maledicendo il progresso che rende accessibili tutti i posti unici, rovinandoli. Forse dovrebbero passare qualche mese in un paesino del genere, dove anche andare dall’altro capo dell’abitato è complicato e la sabbia invade tutto.

Usciti dal paesino, ci infiliamo in un sentiero largo appena quanto l’auto, iniziando una serie di scosse, salti e scuotimenti che nulla hanno da invidiare ai luna park più riusciti.

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Dopo una mezz’ora di salti da canguro, arriviamo alla base di un’alta duna candida. Alle spalle vediamo stendersi la prima laguna azzurra. Meravigliosa! Le dune candide si inseguono fino all’orizzonte e spesso, nella cavità tra una duna e la successiva, si trova una laguna, più o meno grande a seconda delle dune che la racchiudono.
Il luogo è magico, si passa in pochi metri da una bassa vegetazione di tipo mediterraneo ad una distesa di dune che proseguono per chilometri, fino al mare.

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(con sabbia sollevata dal forte vento)

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La guida ci porta a vedere quattro o cinque lagune, in due faccio anche il bagno, non resisto ad immergermi nelle acque azzurre circondate dalla sabbia candida come neve!

Dopo qualche ora facciamo la strada o meglio, la pista inversa: fino al traghetto, poi dall’altra parte del fiume.

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Torniamo in albergo. Anche se stamattina abbiamo trovato una posada alternativa, chiediamo di poter stare in piscina fino alle 16, quando verranno a prenderci per il volo aereo sopra le dune delle Lençois.

Riposiamo sulle amache all’ombra di alti alberi, cullati dallo sciabordio delle piccole onde del fiume. Una pace meravigliosa!

Alle 16 arriva il taxi, inviato dall’agenzia, a prenderci per portarci all’aeroporto. Dentro ci sono già mamma e figlia di Manaus.

L’aereo che ci aspetta è abbastanza piccolo, forse non come quello che presi a Nasca. Il decollo è veloce e in pochi minuti fiancheggiamo le piccole Lençois, dette così perché sono meno estese delle altre ed il colore non è candido, ma sul giallo.

Arriviamo fino al mare sorvolando Caburé e Atins, ammirando dall’alto il fiume Preguisa che sembra non volersi gettare nell’oceano: disegna delle ampie volute che si avvicinano fino a pochi metri dall’oceano, ma senza rompere del tutto la lingua di sabbia che li separa.

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Infine si arrende all’incontro inevitabile, opponendo un’ultima resistenza di alte onde per ritardare il più possibile l’abbraccio tra l’acqua dolce che arriva dalle immense foreste e quella salata dell’immenso mare.

Dal mare, dove finiscono le Lençois, torniamo verso l’interno, sorvolando la lunga serie di dune che disegnano curve e spigoli di sabbia. Molte accolgono delle lagune tra una duna e l’altra. A volte azzurra, quando sul fondo non ci sono alghe; molto più spesso verde chiaro e più scuro quando le piante acquatiche hanno iniziato a svilupparsi.

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Il piccolo aereo torna fino a Barreirinhas. In men che non si dica inizia l’atterraggio. E’ molto veloce, sembra quasi lo abbia deciso all’ultimo secondo, senza esserne convinto.
Arriviamo a terra molto velocemente e storti, non paralleli al terreno. Prima botta, con forte sobbalzo di tutto l’aereo e noi dentro, sulla ruota destra, poi sinistra. Siamo storti e molto veloci, non riusciamo a frenare. In men che non si dica, il pilota decide di decollare nuovamente.
Eccoci di nuovo per aria, con me che impreco sia per questa manovra pericolosa del pilota, sia per lo stomaco che nel frattempo mi è arrivato in gola.

Al secondo tentativo, più ragionato e preparato del primo, tutto fila liscio.

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Torniamo in albergo, cambiamo di posada, ci sistemiamo ed andiamo a cena. E’ presto, ma praticamente non abbiamo pranzato. Ennesimo ristorante di un francese.

Domani gita fino a Caburè, non so bene cosa andremo a visitare, chissà!

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Pollita a pieno carico

Oggi vogliamo entrare nel parco del Lençois Maranhenses. Almeno l’idea è quella, perché c’è ancora la grande incognita della moto.

E’ la prima volta che ci viaggio in due e a pieno carico. Non voglio ancora mollare la tanica, perché non so quanto consumerà viaggiando in due e forse passeremo in zone isolate.

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Prima di partire, dopo aver montato i bagagli, iniziamo a parlare con un gruppo di italiani che dorme nel nostro stesso albergo. Non credono che ho fatto tutto il viaggio che ho fatto … “con quel motorino!”
Uno in particolare definisce “motorino” la Pollita per ben due volte. Lei è superiore e lascia correre, ma io sono già pronto a rispondere per le rime se lo ripete una terza volta. Motorino! Mi ha fatto viaggiare nei più bei posti del Sud America: portare rispetto per questo magnifico mezzo, grazie!

Magnifico, ma pur sempre con 11 cavalli. Che comunque sembrano sufficienti alle prime battute per uscire da Sao Luis e anche sulla statale non va per niente male. Ottimo lavoro il meccanico di ieri!

La statale che porta alla deviazione per Lençois Maranhenses è intasata di camion: la stanno raddoppiando e i lavori fervono. Fortunatamente, la piccola strada che porta al parco è molto meno trafficata e con paesaggi decisamente più interessanti.

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Superiamo un paio di fiumi e altre che sembrano piccole oasi.

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Il caldo aumenta e, allo stesso tempo, la vegetazione si fa più rada, desertica. La terra su cui cresce la vegetazione, non è più terra, ma sabbia candida.

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Questo per molti km proseguendo verso Barreirinhas; poi, senza motivo apparente, da una curva all’altra tornano alberi a profusione.

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Caterina non si sente bene, per cui ci fermiamo diverse volte e anche a me fa piacere, per via del caldo, ma i tempi si allungano.

Arriviamo finalmente a Barreirinhas e veniamo subito agganciati da Michael, una guida locale che prova a venderci una pousada, poi qualche gita sul fiume qui vicino. Alla fine scegliamo una gita verso le lagune, il volo aereo sulle dune e una gita in barca fino ad Atins. Tutto questo in due giorni.

Ceniamo in un ristorante in riva al mare, cercando di pianificare i prossimi giorni, accompagnati da una bella orchestrina di forrò.

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Domani, volo aereo! Stavolta non farò come a Nazca, non mangerò nulla prima di partire!

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A Sao Luis, preparando la vacanza

Il “non incontro” di ieri è stato leggendario: una perfetta combinazione di incertezza da parte mia dovuta alla febbre di ieri e di anticipo nell’atterraggio dell’aereo di Caterina, con consegna immediata del bagaglio e taxi pronto all’uscita.
Risultato: io ero agli arrivi in aeroporto mentre Caterina era in albergo a chiedersi dove fossi.

Perfettamente in linea col nostro stile!

Oggi dobbiamo sbrigare due faccende: il tagliando alla moto dove soprattutto voglio far controllare la carburazione e spedire tutta la roba invernale che porto dietro dall’inizio del viaggio e che ho usato fino in Ecuador, per far spazio ai bagagli di Caterina.

Mi sveglio presto e vado alla Honda, proprio di fronte all’aeroporto. Parlo col meccanico che ieri pomeriggio, al mio arrivo da Santa Ines, mi aveva assicurato poteva fare il tagliando in mattinata. Arrivo che sono le 8.

“Mi spiace, sono arrivate due moto alle 7:30, tu sei il terzo. Riesco a dartela per stasera, anzi no, per domani”

Me ne vado all’istante molto innervosito, quando passo di fronte a un altro meccanico piuttosto grande. In due ore me la fanno, con tanto di piastra di legno montata per fissare la sacca a cilindro. Ottimo!

Torno in albergo, sistemo i bagagli con Caterina, le valigie immancabilmente si devono aprire nella posizione massima. Sono davvero curioso di vedere se e come riusciremo a viaggiare in due sulla Pollita! Studiamo anche la strada e le piste da fare nei prossimi giorni, per percorrere la costa da qui fino a Recife. Almeno l’idea è quella.

Verso l’ora di pranzo portiamo alla posta lo zaino di Caterina riempito dei vestiti invernali, destinazione Rio de Janeiro! Otto chili di bagaglio in meno.

Torno a prendere la moto e mi fermo qualche minuto a parlare del viaggio al meccanico, incuriosito dalla targa cilena.

“E poi, quando arrivo a Recife, la vendo …”, dico concludendo la sintesi del viaggio.

“Ah e a quanto la vuoi vendere?”, si informa il meccanico.

“Pensavo 4000”, rispondo pensando all’idea – ribassandola di 1000 reais – di Tom a Manaus.

Scoppia in risata irrefrenabile, manco gli avessi raccontato la barzelletta del secolo!

“Forse riesci a venderla a 2000, non ha i documenti e nemmeno la vendono qui in Brasile! Qui la fanno 150, non l’avevo mai vista 125”

Ha ragione …

“Vedrai che adesso andrà molto meglio, aveva una guarnizione del carburatore rovinata!”

Effettivamente la moto non è mai andata così bene! Gonfio le gomme per la prima volta da quando le avevo regolate a mano a Uyuni, in Bolivia, con i due ragazzi svizzeri in viaggio per il mondo.

Torno in albergo e faccio un giro in centro con Caterina.

Sao Luis è bella, con il fascino coloniale decadente. Non ci sono particolari luoghi da vedere, ma solo l’atmosfera tranquilla da assaporare tra bei palazzi da restaurare, qualche tranquilla piazza ben tenuta e ampi panorami sul mare.

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Tornando in albergo compriamo un cuscino per addolcire la dura sella della Pollita.

Usciamo di nuovo che sono le 18:30. In ritardo di 30 minuti sull’appuntamento preso con Francisco, avvocato brasiliano sulla 50ina con cui ci siamo messi a chiacchierare ieri notte, nell’uscita notturna fatta prima di andare a dormire, per assaporare la città.

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E’ seduto che ci aspetta al ristorante, come promesso. Parla con Arnaud, francese trasferitosi qui da molti anni. Ci racconta che il ristorante dove siamo seduti fino a due anni fa era suo. Poi ha divorziato dalla moglie brasiliana che si è tenuta tutto.

Chiacchieriamo del viaggio, del Brasile, dell’Europa e di molto altro, alternando francese, portoghese e spagnolo. Nel frattempo ceniamo e chiudiamo la serata con un breve passeggiata.

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Domani si parte, inizia la nostra vacanza insieme! 🙂

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L’incontro (?)

Mi sveglio presto, in un lago di sudore. La medicina almeno da questo punto di vista ha fatto effetto.

Faccio colazione con frutta e succo di guayaba. Una cosa che ho notato in Brasile è che più o meno in tutti gli alberghi danno la colazione, a prescindere dal costo e l’acqua potabile si trova gratuita quasi ovunque: nei corridoi degli alberghi, negli uffici, sulla barca, ecc. Molto civile.

Prendo una nuova dose di medicina e resto un paio d’ore a riposarmi, a far lavorare il medicinale e ad aggiornare il blog, poi parto.

Mancano ancora 250 km per Sao Luis, speravo meno!!

La strada è più interessante di ieri, che era solo campagna molto simile alla nostra. Oggi ci sono più palme e spazi ampi, coinvolgenti.

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Sarà l’influenza che ancora porto addosso, sarà l’impazienza di rivedere Caterina, sarà la Pollita che oggi sembra andare male, ma sono insofferente, mi muovo in continuazione facendo acrobazie sulla sella, non vedo l’ora di arrivare!

Pranzo verso le 15, quando trovo il chiosco che fa per me, cioè con pannocchie abbrustolite e agua de coco! Una bella pannocchia e due agua belle fresche e sono di nuovo in sella per gli ultimi km prima di Sao Luis.

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L’ingresso in città è veloce, trovo l’aeroporto dove più tardi andrò a prendere Caterina e a due passi la Honda, dove domani mattina vorrei portare la Pollita per il tagliando dei 16mila, un po’ in anticipo, ma voglio farle rivedere la carburazione e mettere una piastra sul portapacchi dove poter legare la sacca a cilindro. Sono davvero curioso di vedere come si comporterà con due passeggeri!!

Trovo la posada che ha prenotato Caterina nei giorni scorsi e rivedo profondamente il bagaglio. Finalmente posso liberarmi dei vestiti invernali e qualcosa d’inutile che non avevo lasciato a Lima! Domani li spedisco a Rio da dei nostri amici, per far spazio ai vestiti di Caterina. Mi accorgo che tutti i documenti e i fogli che porto dietro da due mesi, proprio adesso che mi servono, si sono rovinati con l’acqua terribile che ho preso ieri, bene!

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Doccia, barba, lenti a contatto, tutto come se fosse il primo appuntamento … ora manca solo lei! 🙂

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Sulla nave per Belem, TERRAAAA!! (giorno 5)

Risveglio pessimo, sto male. Ai sintomi dell’influenza, iniziati ieri pomeriggio, si aggiunge il mal di mare. Da alcune ore la nave si muove molto, il fiume è mosso, probabilmente siamo nella baia che precede Belem.

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Non riesco ad alzarmi, tra l’altro ieri ho saltato pranzo e cena. Per fortuna verso le 7 viene a bussare Luz, una donna brasiliana con cui ho parlato un po’ ieri pomeriggio. In spagnolo, fortunatamente, visto che ha vissuto per cinque anni in Venezuela; il portoghese continua a restare incomprensibile, ma non mi sto impegnando molto a dire la verità.
Aveva visto che stavo poco bene e, non vedendomi, è venuta a sentire come sto. MALE, la risposta!
Rimedia delle medicine da Jan, uno dei due australiani e va a prendermi qualcosa da mangiare e dell’acqua.

Dopo un paio d’ore mi sento meglio per l’effetto delle medicine, ho un’influenza in corso, sicuramente colpa dell’aria condizionata fissa a 18 gradi che alla fine mi ha stroncato.

Belem si presenta con un profilo di grattacieli moderni che svettano sullo sfondo, mentre in primo piano si affacciano case più piccole e le tipiche strutture del porto.

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Per fortuna il piano della nave dove sono caricate le merci, tra cui la Pollita, è a livello del molo, riesco ad uscire senza l’aiuto di nessuno, a parte due che mettono una pedana di fronte ad un gradino altissimo.

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Non so se si aspettano qualche reais, ma per aver messo a terra una pedana, che dovrei dargli? Con questa domanda in testa, ringrazio, saluto e prendo il volo con la Pollita.

Prendo la statale che porta verso Sao Luis. L’obiettivo è fare più km possibile, per arrivare presto domani a Sao Luis e sbrigare un po’ di faccende: tagliando alla moto, montare una tavoletta di legno sul portapacchi per sistemare la sacca a cilindro, visto che da adesso saremo in due, spedire i vestiti invernali dai nostri amici a Rio per far spazio alle cose di Caterina ecc.

In una sosta per agua de coco, vedo sfrecciare una moto carica, sono sicuro che era Hans.

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Il cielo è pessimo. Attraverso tre muri d’acqua, con valanghe di piogge che mi inzuppano e un temporale normale. Quattro bagnate e asciugate consecutive. Non l’ideale per uno che sta male. Per la giacca sono a posto, visto che ho la cerata, ma i pantaloni non li ho più dal Venezuela, sento l’acqua che entra ovunque, dalle mutande agli stivali.

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Le ore passano, soffro ma non voglio fermarmi perchè so che domani starò ancora peggio e voglio arrivare a Sao Luis. Mi sento il viso in fiamme, soprattutto le guance, gli occhi mi bruciano e ho dolori a collo e schiena. Sicuramente ho la febbre.

Lungo la strada infinita, per occupare la mente fantastico su quello che vorrei trovare: un albergo con internet per mandare qualche messaggio, un ristorante per mangiare qualcosa, visto che di nuovo sono digiuno da stamattina ed una farmacia per prendere qualche medicina, visto che le mie sono sepolte nella sacca a cilindro e la sola idea di doverla aprire mi deprime ulteriormente.

Poco prima di arrivare, la Pollita compie i 15mila km. Ripenso agli inizi, ai primi 1000 km in Cile e a tutta la strada fatta!

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Resisto fino a Santa Ines a 200 km da Sao Luis. Arrivo verso le 20, l’ultima ora la guido al buio. Questa prima esperienza è positiva, i brasiliani sono assolutamente normali con gli abbaglianti: li usano solo se servono e li tolgono quando ti incrociano e in giro trovi solo qualche bicicletta, auto e camion, niente veicoli esotici come carretti, animali o altro.

Entro dentro Santa Ines e dopo un paio di km vedo: un albergo con ben pubblicizzato il wifi, un chiosco per i panini alla sua sinistra e una farmacia alla sua destra. I miracoli esistono, mi dico. Grazie Signore!!!

Salgo in camera e mi provo la febbre. Il termometro misura un robusto 38,4, ottimo!! Scendo per un panino poi mi sparo una specie di Tachiflu che ho comprato in farmacia e inizio la mia sudata infilandomi nel letto alle 22.

Chissà se domani riuscirò ad arrivare a Sao Luis da Caterina!

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Sulla nave per Belem, in attesa (giorno 4)

Oggi faccio colazione nella mensa della nave. Le mie scorte per il mattino sono sufficienti per una sola colazione e se domani arriviamo presto, preferisco usarle in quel momento, in modo da scendere il prima possibile dalla nave.

Nella mensa incontro i due australiani e poco dopo arrivano i belgi. Tutti abbiamo la mente rivolta a Belem. La navigazione è bella, il paesaggio vario, abbiamo fatto diverse conoscenze, ma dopo tre giorni tutti desideriamo scendere a terra.

Sulla nave, villaggio in miniatura, non poteva mancare il pazzerello. Il nostro è un uomo di circa 40 anni, magrissimo, che parla da solo in continuazione e che prova ad attaccare bottone con tutti, senza ricevere attenzione. In linea di massima mi piacciono queste persone perché spesso dicono cose non banali, però questo è piuttosto molesto e soprattutto non capisco una parola di quello che borbotta per cui di solito lo evito senza farmi problemi.
Durante la colazione uno dei passeggeri che dorme nelle amache ci racconta che ieri notte il pazzerello pare abbia provato a buttare nell’acqua uno dei bambini che scorazzano sulla nave e che quindi sia stato legato ad una ringhiera del traghetto. Stamattina è in giro come se niente fosse, parlando da solo come sempre.

Verso metà mattinata raggiungiamo una zona del fiume dove si vedono delle case, per lo più baracche, sparse sulle sponde. Non un vero villaggio, solo case a dividersi la terra. Di fronte, molte barchette e canoe con, prevalentemente, donne e bambini. I bambini agitano le braccia tutti nella stessa maniera: braccia leggermente piegate che alzano e abbassano molto velocemente mentre lanciano delle brevi grida.
Dalla nave qualcuno lancia in direzione delle canoe dei sacchetti con dentro dei viveri. Gli australiani mi dicono che in albergo a Manaus li avevano avvisati di portare cioccolata, caramelle ed altri cibi da dare in questa zona molto povera.

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Oggi siamo oggetto di frequenti abbordaggi: piccole imbarcazioni, a volte a motore, a volte solo a remi, si avvicinano alla nave, vengono legate agli pneumatici sulle fiancate e i bambini e i ragazzi salgono velocemente a bordo. A volte a vendere qualcosa, molto più spesso semplicemente a chiedere soldi. Dopo un po’, si slegano e tornano alle loro abitazioni.

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Le capanne e le case sulle rive spesso sfoggiano delle parabole satellitari, alimentate molto probabilmente con dei generatori visto che di corrente elettrica non c’è traccia.

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Verso metà giornata inizio a peggiorare con il raffreddore: l’aria condizionata della cabina e le docce senza asciugarmi i capelli hanno fatto effetto. Rimedio un paio di pastiglie per l’influenza e torno in cabina, uscendo solo per scattare qualche fotografia e prendere un po’ d’aria. Ecco cosa poteva ancora accadere prima dell’incontro con Caterina: ammalarmi!!

Il tramonto arriva mentre siamo fermi nell’ennesima cittadina. Anche oggi, l’oscurità è squarciata da frequenti lampi, chissà se ci sarà tempesta stanotte.

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Il quarto giorno ormai è passato, non resta che sperare di arrivare presto domani mattina per avvicinarmi il più possibile a São Luis!

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Sulla nave per Belem, a Santarem (giorno 3)

La nave sobbalza, sembra sbattere contro qualcosa. Tre, quattro, cinque volte, chissà forse dieci e alla fine mi sveglio.

Siamo fermi, è notte ma non so l’ora perché il telefono è fuori uso e non ho un altro orologio sotto mano.

Mi riaddormento, ma nuovi colpi, stavolta alle porte delle cabine, mi svegliano.

Sono le 5:30, siamo fermi nel porto di Santarem. Torno a letto, non ce la faccio ad alzarmi.

Alle 8 dichiaro iniziata la giornata. Incontro gli altri, cioè i due franco-belgi e la coppia australiana e scendiamo a terra, è prevista una sosta di 3 ore.

Santarem è pulita e ordinata con qualche palazzo coloniale per lo più in condizioni precarie. Ma è piacevole con un bel lungofiume con dei locali dove bere qualcosa. Ne approfitto per farmi un bel succo energetico di guaranà.

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Cerco prima un internet cafè da cui mandare un’email per avvisare che non ho più il telefono, poi vado a caccia della batteria, hai visto mai che la trovo e il telefono riprende a funzionare!
Faccio un giro nella bella piazza con alcuni alberi monumentali sotto i quali sono allineate decine di bancarelle e su cui si affaccia la chiesa di un improbabile azzurro.

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Giro diversi negozi di cellulari senza trovare nulla, poi trovo un’assistenza di iPhone, Blackberry e Android e … bingo!! Hanno la batteria. Non ho pensato a portare il telefono per provarla subito, comunque la compro a scatola chiusa, la spesa è minima,15 euro.

Torno di corsa alla nave, non manca molto alla ripartenza fissata alle 11.

Il paesaggio cambia aspetto, diventa in un certo senso più tropicale, selvaggio, la vegetazione sembra più verde, o forse è solo un effetto della luce. I piccoli villaggi che si incontrano sono poveri, ma dignitosi, non si vede mai la miseria che toglie il fiato. Lungo le sponde si vedono molte barche di pescatori.

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Il pomeriggio trascorre lentamente fino al crepuscolo, quando la luce diventa più calda, intima. Per quanto il concetto di “intimo” mal si addica ad una vastità così incredibile.
Mi siedo ad osservare il paesaggio che lentamente mi entra dentro, mi cattura. Per chi, come me, ha una formazione scientifica e razionale, non è facile credere in Dio. Ma è altrettanto o forse più difficile non crederci soprattutto di fronte a spettacoli unici e grandiosi come questo.

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Sento anche che la prima parte del viaggio, quella più avventurosa, è ormai finita. Ripercorro con nostalgia i giorni della Bolivia, molto duri ma incredibilmente emozionanti e memorabili, così come ripenso al Perù, che ho amato moltissimo e che vorrei ancora girare per conoscerlo meglio, ma con più calma.

Con questo viaggio ho avuto la determinazione e la fortuna di poter vivere una breve parentesi di libertà dalla normale vita quotidiana, anche se ovviamente si tratta di una libertà “limitata”, avendo comunque i pensieri alle persone care che costellano la mia vita (amore, famiglia, amici), al lavoro, all’amata casa.
Ma una libertà “completa” implicherebbe l’assenza di questi legami e non la vorrei per nulla al mondo.
Penso ad esempio ad Hans, che sta viaggiando per il mondo da alcuni anni. Fantastico, ma l’essere sempre straniero in terra straniera, non aver nessuno non dico con cui condividere, ma quanto meno comunicare le proprie emozioni né qualcuno che ti aspetta a casa, non mi sembra attraente.

Rifletto e ammiro il tramonto seduto accanto a due ragazze che giocano con i loro figli; sono giovanissime, intorno ai 20 anni. In Brasile è molto comune avere figli in giovanissima età, dai 16 anni in poi.

Scivoliamo su un mondo di acqua e alberi, schivando le isole galleggianti che si trovano un po’ ovunque, fatte di piante acquatiche che si aggregano fino a formare veri e propri isolotti. Il “componente base” è una pianta acquatica che si stabilizza con le radici ma soprattutto con le foglie morte, lasciando quelle vive a prendere la luce e l’aria. Si uniscono tra loro, poi sopra si deposita un po’ di terra, cresce l’erba e altre piante fino a formare degli isolotti dall’aspetto resistente.

Il giorno termina lasciando intuire un nuovo nubifragio nell’entroterra, si vedono fulmini saettare nelle tenebre.

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Sulla nave per Belem, senza telefono (giorno 2)

E’ un classico: se la sera prima vado a letto presto, poi mi sveglio nel cuore della notte.

Sono le 3 quando apro gli occhi. Accendo la luce della cabina e trovo il telefono che nuota in due dita d’acqua. Non ho capito se arriva dal condizionatore o da qualche altra parte.
Ieri avevo visto che gocciolava e non gli avevo dato importanza, comunque sia ora ho un problema. Con Caterina non ci siamo messi d’accordo sull’albergo in cui incontrarci a Sao Louis né sull’orario o se devo andare a prenderla all’aeroporto. E adesso che sono senza telefono, le cose si complicano.

Lo smonto per il poco che si riesce e lo asciugo. Tiro fuori la bustina di sale anti-umidità che è in fondo alla borsa da serbatoio e lo appoggio sopra.
Non provo ad accenderlo perché so che è peggio, bisogna prima farlo asciugare alla perfezione.

Mi rimetto a letto, ma ormai il sonno è andato! Alla fine comunque mi riaddormento.

Mi risveglio poco prima delle 6, con la nave scossa dalle onde e il frastuono di un temporale tropicale, con tanto di tuoni che sembrano circondare la nave da tanto sono vicini e potenti. La pioggia entra dalle fessure della porta.
Mi affaccio dalla cabina e vedo che hanno tirato giù i tendoni, ma l’acqua è ovunque, anche perché tira un vento molto forte. Ringrazio una volta di più di aver preso la cabina invece dell’amaca.
L’orizzonte si perde nella nebbia creata dalla pioggia che cade. Torno in stanza e mi rimetto a letto.

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La terza sveglia è alle 8. Stavolta è abbastanza tardi per fare rumore: accendo l’asciugacapelli che per fortuna ho portato in cabina e lo punto sul telefono per almeno due ore. Vedo la condensa che si forma poi lentamente sparisce.

A metà mattina provo ad accenderlo. Nulla, però sullo schermo compare il simbolo della batteria con una croce rossa sopra. Forse è solo la batteria, speriamo!
Rimango a poltrire e a scrivere in cabina, poi vado a pranzo.
Mentre mangio, attracchiamo in una cittadina che sembra carina, con una piccola chiesa e le case abbastanza curate.

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Incontro i due francesi che vivono in Belgio, gli racconto la disavventura e mi propongono di usare il loro telefono, visto che la SIM non si dovrebbe essere rovinata con l’acqua.
Invio un messaggio a Caterina chiedendole di mandarmi le indicazioni e l’orario, poi poltrisco di nuovo in cabina.

A metà pomeriggio ci fermiamo in un’altra città.

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Il molo è affollato di venditori che propongono in gran parte cibo.

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Il fiume è immenso, continua a stupirmi la sua vastità.

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E’ solcato da ogni tipo di imbarcazione: dal mercantile carico di container, alla nave passeggeri, all’aliscafo, alle tante, minuscole barche di pescatori che restano sottocosta.

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Torno in stanza, deciso a non cenare per smaltire i biscotti che ho mangiato nel pomeggio.

Verso le 19 attracchiamo a Obidos. Piove e in breve si trasforma in un nubifragio, con un vento fortissimo.
E’ incredibile la quantità d’acqua rovesciata dal cielo! Questo lampeggia in continuazione lungo tutto l’orizzonte, siamo sovrastati dalle nubi. Solo lampi che si susseguono veloci, senza tuoni, tranne qualche raro rombo che rotola sopra le nostre teste e si perde lontano.
Improvvisamente un lampo cade vicinissimo alla nave, in un’esplosione incredibilmente forte che fa sobbalzare metà dei passeggeri. Peccato non aver visto il punto in cui è caduto.

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E il secondo giorno di navigazione è passato, ne mancano tre!

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