Sulla nave per Belem, a Santarem (giorno 3)

La nave sobbalza, sembra sbattere contro qualcosa. Tre, quattro, cinque volte, chissà forse dieci e alla fine mi sveglio.

Siamo fermi, è notte ma non so l’ora perché il telefono è fuori uso e non ho un altro orologio sotto mano.

Mi riaddormento, ma nuovi colpi, stavolta alle porte delle cabine, mi svegliano.

Sono le 5:30, siamo fermi nel porto di Santarem. Torno a letto, non ce la faccio ad alzarmi.

Alle 8 dichiaro iniziata la giornata. Incontro gli altri, cioè i due franco-belgi e la coppia australiana e scendiamo a terra, è prevista una sosta di 3 ore.

Santarem è pulita e ordinata con qualche palazzo coloniale per lo più in condizioni precarie. Ma è piacevole con un bel lungofiume con dei locali dove bere qualcosa. Ne approfitto per farmi un bel succo energetico di guaranà.

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Cerco prima un internet cafè da cui mandare un’email per avvisare che non ho più il telefono, poi vado a caccia della batteria, hai visto mai che la trovo e il telefono riprende a funzionare!
Faccio un giro nella bella piazza con alcuni alberi monumentali sotto i quali sono allineate decine di bancarelle e su cui si affaccia la chiesa di un improbabile azzurro.

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Giro diversi negozi di cellulari senza trovare nulla, poi trovo un’assistenza di iPhone, Blackberry e Android e … bingo!! Hanno la batteria. Non ho pensato a portare il telefono per provarla subito, comunque la compro a scatola chiusa, la spesa è minima,15 euro.

Torno di corsa alla nave, non manca molto alla ripartenza fissata alle 11.

Il paesaggio cambia aspetto, diventa in un certo senso più tropicale, selvaggio, la vegetazione sembra più verde, o forse è solo un effetto della luce. I piccoli villaggi che si incontrano sono poveri, ma dignitosi, non si vede mai la miseria che toglie il fiato. Lungo le sponde si vedono molte barche di pescatori.

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Il pomeriggio trascorre lentamente fino al crepuscolo, quando la luce diventa più calda, intima. Per quanto il concetto di “intimo” mal si addica ad una vastità così incredibile.
Mi siedo ad osservare il paesaggio che lentamente mi entra dentro, mi cattura. Per chi, come me, ha una formazione scientifica e razionale, non è facile credere in Dio. Ma è altrettanto o forse più difficile non crederci soprattutto di fronte a spettacoli unici e grandiosi come questo.

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Sento anche che la prima parte del viaggio, quella più avventurosa, è ormai finita. Ripercorro con nostalgia i giorni della Bolivia, molto duri ma incredibilmente emozionanti e memorabili, così come ripenso al Perù, che ho amato moltissimo e che vorrei ancora girare per conoscerlo meglio, ma con più calma.

Con questo viaggio ho avuto la determinazione e la fortuna di poter vivere una breve parentesi di libertà dalla normale vita quotidiana, anche se ovviamente si tratta di una libertà “limitata”, avendo comunque i pensieri alle persone care che costellano la mia vita (amore, famiglia, amici), al lavoro, all’amata casa.
Ma una libertà “completa” implicherebbe l’assenza di questi legami e non la vorrei per nulla al mondo.
Penso ad esempio ad Hans, che sta viaggiando per il mondo da alcuni anni. Fantastico, ma l’essere sempre straniero in terra straniera, non aver nessuno non dico con cui condividere, ma quanto meno comunicare le proprie emozioni né qualcuno che ti aspetta a casa, non mi sembra attraente.

Rifletto e ammiro il tramonto seduto accanto a due ragazze che giocano con i loro figli; sono giovanissime, intorno ai 20 anni. In Brasile è molto comune avere figli in giovanissima età, dai 16 anni in poi.

Scivoliamo su un mondo di acqua e alberi, schivando le isole galleggianti che si trovano un po’ ovunque, fatte di piante acquatiche che si aggregano fino a formare veri e propri isolotti. Il “componente base” è una pianta acquatica che si stabilizza con le radici ma soprattutto con le foglie morte, lasciando quelle vive a prendere la luce e l’aria. Si uniscono tra loro, poi sopra si deposita un po’ di terra, cresce l’erba e altre piante fino a formare degli isolotti dall’aspetto resistente.

Il giorno termina lasciando intuire un nuovo nubifragio nell’entroterra, si vedono fulmini saettare nelle tenebre.

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2 thoughts on “Sulla nave per Belem, a Santarem (giorno 3)

    • Siiiì 🙂

      Era solo la batteria, incredibile!! Lo schermo aveva delle macchie sullo sfondo, ma ora sono sparite anche quelle, perfetto! Grande Blackberry 🙂

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