Relax a Salta

Oggi giornata di puro relax a Salta: ci sono giusto un paio di musei che vorrei visitare più una passeggiata in città che dovrebbe essere molto carina. 

image

Ieri sera scrivendomi con Nicola, ho scoperto che in Argentina é possibile cambiare I soldi in nero.
Nei paesi dove sono stato in cui esiste il cambio in nero, di solito é molto evidente : persone con buste di soldi in giro per strada a vendere la valuta locale comprando quella pregiata, I sempre amatissimi dollari oppure gli euro. 
Invece per ora qui in Argentina, nei pochi posti in cui sono stato, non ho visto nulla del genere, né quando chiedevo informazioni su dove cambiare, mi hanno detto nulla. 

Nemmeno a farlo apposta, quando arrivo sotto I portici della piazza principale, sento prima una persona, poi un’altra pochi passi dopo, che chiedono a bassa voce, “cambio? Dólares, euros”. 

Visto che c’è sempre il rischio della fregatura, mi informo da quello che sembra avere la faccia più onesta. 
Ci pensa un attimo, poi mi dice che cambia un euro per 15 pesos. Il cambio ufficiale é a 10,5 o giù di lì. 
In pratica il 50% in più!

Ci diamo appuntamento per il pomeriggio, adesso non mi va di tornare in albergo a prendere I soldi. 

Inizio una lunga camminata verso un museo privato di arte etnica indigena. 
La strada che faccio non mi colpisce particolarmente, a parte qualche palazzo un po’ più carino, é piuttosto anonima e ordinaria. 
Scene di vita quotidiana, di persone che corrono in ufficio, bambini e ragazzi che escono da scuola, banchetti di frutta e venditori ambulanti. 

image

Sembra Europa, I visi indios sono quasi scomparsi, si intravedono nei tratti di qualcuno che passa, ma sono lontani I paesi come Perú e Colombia dove tocchi con mano il Sud America. 

Arrivo al museo che sono le 12:30 e il museo chiude alle 13, per riaprire tre più tardi. 
Non mi va di tornare fino a quaggiù, mi accontento della mezz’ora di giro. 

La mostra inizia con una piccola vetrina di arte precolombina, una trentina di pezzi che, dopo aver visitato I musei peruviani, mi trattiene pochi istanti.  
Più interessanti sono altri pezzi, come le maschere di legno usate nelle feste di fine raccolto o I vestiti tradizionali, coloratissimi. 
Poi c’è una serie di pezzi a sfondo religioso, sculture di santi in legno, teche e altri oggetti rappresentanti le figure cristiane arrivate qui con l’invasione spagnola. 

image

Il custode del museo mi mostra divertito anche delle rappresentazioni di santi cattolici armati di moschetto.
Sarebbero le prime e uniche rappresentazioni di santi con delle armi. 

Per tornare nel centro percorro un’altra strada, più interessante tra bei palazzi e un paio di piazze alberate, piacevoli. 

image

image

Adesso é il turno del museo più famoso di Salta, quello archeologico di alta montagna. 
Raccoglie I ritrovamenti effettuati nei luoghi di culto Incas che si trovavano nelle vicine Ande a migliaia di metri di altitudine. 
Luoghi incredibili dove gli Incas pregavano ed effettuavano offerte alla Natura, con alcuni oggetti meravigliosi come delle statuine che lasciano a bocca aperta per la precisione e il gusto. 
Sono innamorato degli Incas, per tutto quello che crearono e per la religiosità, imperniata sulla sacralità della Natura e della Terra. 
E a vedere come si comporta l’uomo occidentale nei confronti della Natura, penso che potremmo e dovremmo imparare molto da questi nostri antenati. 

In una delle cartine geografiche mostrate nel museo, vedo che gli spagnoli di Pizarro sono entrati nel 1532 in Perù.
40 anni di vita dopo che il cancro era entrato nel corpo del Sud America. 

Faccio un altro breve giro, poi torno in albergo. 

image

image

Ormai é il 12 dicembre, sono riuscito ad arrivare fino a Salta, molto vicino al Cile. Il 21 ho il volo di rientro da Buenos Aires…. non ho più scuse, devo comprare il volo da Concepción a Buenos Aires! 
Quando concludo l’acquisto, vengo preso dalla malinconia, sta finendo una delle avventure più incredibili che abbia vissuto fino ad oggi. 

Vado ancora a fare un giro per cambiare I soldi dal tipo con cui ho parlato stamattina, poi la giornata si chiude con una piacevolissima serata in compagnia di Maria e di Nora, sua madre, in un locale dove suonano musica tradizionale dal vivo e poi nella zona della movida salteña. 

image

image

Da domani inizia ufficialmente l’ultima parte del viaggio, di rientro verso il Cile. 
Per fortuna ci sono ancora diversi posti bellissimi che vedrò, a mitigare la malinconia che andrà sicuramente crescendo! 

Tutti i colori della roccia

Vengo allegramente svegliato da un paio di bombe carta che esplodono  molto vicino all’hotel. 
I festeggiamenti continuano! 

image

Mi informo e scopro che il River Plate ha vinto la Coppa America. Bene. Adesso basta, però eh!

Faccio un giro veloce in paese, passeggiando fin sotto il Cerro de Siete Colores.

image

image

Ha dei colori incredibili, però é piccolo e parzialmente coperto da alberi e case. 

image

In altri Paesi, avrebbero ripulito tutto e costruito belvederi e bar. 

Vado verso nord, prima di tornare a Salta. Infatti ho cambiato programma e invece di fermarmi un giorno qui, mi avvantaggio e inizio a tornare verso sud, direzione Cile. 

Percorro una gola lunga decine di km e larga qualche centinaio di metri. É piena di colori e formazioni rocciose spettacolari, sembrano le fantasie di un pittore. 

image

image

image

image

image

Arrivo a Tilcara e mi rendo conto che, da Rio de Janeiro, ho fatto quasi 4mila km e il tagliando devo farlo ogni 3mila! 
Mi informo da un meccanico d’auto:

“Sì te lo faccio, ma non prima delle 15 eh!” e rituffa la testa nel cofano del camion che sta riparando. 

Sono le 12, ho tre ore per fare un bel giro fino alla quebrada di Humahuaca. 

Arrivato, dopo un’ottantina di km all’incrocio con l’ingresso nel paesino, mi fermo a parlare con un ragazzo delle informazioni turistiche che aspetta in mezzo alla strada. 

“Guarda, ci sono questi monumenti da vedere in città”, indica dei punti su una cartina che tiene in mano, “poi c’è il Cerro multicolore”. 

“Ah sì, bello, ho visto il Cerro de Siete Colores a Purmamarca”. 

Mi guarda come se avessi detto che, bello Eurodisney, una volta sono stato al calcinculo di Frattocchie e mi sono molto divertito!

“Il Cerro multicolore ha quattordici colori, non sette!”, precisa quasi offeso, “ed é molto più grande!”

Esta bien, ci vado allora…

“Quanto ci vuole?”

“Un’ora per andare, mezz’ora per tornare”

“La pista é buona?”, chiedo ancora. 

“Sì, é ben battuta, dura”

“Meglio della Ruta 40??”, chiedo tanto per capire di cosa parliamo. 

“Ma siiiiì!!”, risponde con un sorriso, come se avessi nominato il peggio del peggio.  

Dopo aver superato il paesino, imbocco una strada sterrata abbastanza buona. Non é come la Ruta 40, ma nemmeno quest’autostrada di terra che voleva farmi credere. 

Il panorama é spettacolare. Passo in mezzo a rocce colorate, punteggiate di cardones in fiore. 
Attorno ad uno di questi si aggira, velocissimo, un colibrì o beija flor, bacia fiori, come si chiama molto più romanticamente in spagnolo. 

image

image

Inizia una salita molto ripida per superare una catena di montagne ed arrivare, finalmente, al Cerro multicolore. 

Dopo una mezz’ora di faticosa e durissima salita a 10/15 km orari, sento un odore di bruciato venire dal motore. 

Riecheggiano improvvise le parole di Nicola di questa mattina: “Rabbocca l’olio almeno!”

Non l’ho rabboccato ovviamente e l’idea di fondere il motore in mezzo al nulla, non mi attira per niente.  

Mi fermo per far raffreddare il motore.

Nel frattempo dò un’occhiata alla cartina approssimativa che mi ha dato il tipo all’ingresso del paese. 

Caccio quasi un grido di orrore quando leggo la distanza di un paesino ben prima del cerro: 55 km!!!

A quest’andatura impiegherei almeno altre due ore, sempre che non fonda il motore. 

A darmi un ulteriore spinta a tornare indietro, ci pensa il tempo. Un forte tuono arriva dalla vallata, mi giro e vedo un massa nera come la notte che scende dalle montagne che chiudono la piana. 

image

É un tutt’uno, mi rimetto in casco e giro la moto: torno indietro!
In discesa faccio fatica a non esaltarmi, la Pollita va alla grande, la pista é splendida. 
Devi far ricorso a tutto il mio buon senso per evitare problemi su una pista isolata, in un paese straniero. 

Lungo il ritorno passo di nuovo davanti ad un cimitero coloratissimo.

image

Dentro ci sono delle persone che sembrano amici. Lavorano ad un paio di tombe, scavando e sistemando le pietre. 

image

image

Riesco ad evitare la pioggia sulla pista di terra, però sull’asfalto non sfuggo!
Torno a Tilcara per il cambio dell’olio. Il tipo di stamattina, sempre agitato, la inizia subito. Alla fine prende 95 pesos per l’olio, quasi 10 euro per un litro e 25 pesos per la manodopera, meno di 3 euro!

Torno a Salta sotto l’acqua, tanto per cambiare! 

image

image

image

Domani per fortuna resto qui, così posso riposarmi un po’!

Dal deserto alle nuvole

Mi sveglio prima della 6, ne approfitto per farmi un’idea di questa zona leggendo la guida. 

Visto che oggi mi aspetta poca strada, ne approfitto per andare a visitare un museo archeologico che pare sia molto interessante. 

image

image

Uscendo dall’albergo, scopro che il check out é alle 10… Un po’ prestino!
Corro al museo perché sono già le 9 e scopro che apre alle 11… Un po’ tardino!

image

image

Con le pive nel sacco, torno in albergo per partire. Destinazione Purmamarca e il Cerro de Siete Colores. 

Ovviamente scelgo la strada lunga. Punto su San Antonio de los Cobres. 

La parte iniziale della strada é sterrata, si snoda in una gola accidentata punteggiata di cardones, I classici cactus dei cartoni animati della Warner Bros. 
Molti sono in fiore. É sempre emozionante vedere come dalla apparente durezza e ostilità di queste piante possono nascere dei fiori così delicati e preziosi. 

image

image

image

[NdA : mani in alto!!! ]

Inizio dopo migliaia di km a tornare in alta montagna. Avevo dimenticato quant’é duro affrontare le salite quando il motore si svuota della poca potenza che ha. 

image

image

Arrivo a 4080 metri, non male! 

image

image

Rivedo anche I lama, una splendida presenza che avevo dimenticato dai tempi del Perú.

image

Rido osservando come somiglino a me sulla Pollita: il corpo basso, dove si concentra la forza e il collo lungo a sporgere. 

Anche la parte finale della strada per San Antonio é sterrata, in tutto avrò fatto una settantina di km in fuoristrada, spesso mal ridotto con buche e sabbia.  

A San Antonio faccio il pieno di benzina. 

“La Ruta 40 é per di là?”, chiedo tanto per chiacchierare un po’. 

“Sì, di là”, risponde senza nemmeno alzare la testa. 

“Bene… e com’è, spero meglio della parte finale di quest’altra”, dico indicando la pista da cui sono arrivato. 

Sí ferma e alza la testa, mi guarda negli occhi con un’aria come se avessi detto che spero di volare, prima o poi. 

“É MOLTO peggio!”, esclama sottolineando il “molto”. 

Effettivamente mi prende in contropiede, perché davvero credevo che fosse in condizioni migliori. 
Ho letto da più parti che é un buon ripio.

“Davvero?? Ma dico, dell’ULTIMA parte di quella strada”, insisto e sottolineo anch’io che parlo dell’ultima parte, quella messa peggio. 

“Sì, MOLTO peggio”, ribadisce, “piena di buche profonde”. 

Mi sento come in un vicolo cieco: davanti 100 km di pessima strada sterrata e dietro 70 in discrete condizioni, ma con un giro infinitamente più lungo. 

Mi rassegno e vado avanti. Per lo meno il paesaggio é molto bello. 

image

Scopro che le buche sono del toulee ondulee molto profondo, da smontare moto e vertebre. 

Nel pieno delle scosse e degli scuotimenti, ripenso a quello che mi ha scritto Gabriele, di non correre più veloce del mio angelo custode. 
Sorrido, constatando come sia improbabile riuscire ad andare più veloce di qualsiasi altro essere terreno o ultraterreno, ma vai a sapere il mio angelo custode come va sullo sterrato…

Attraverso di nuovo, dopo mesi, spazi che sembrano infiniti, chiusi dalle montagne solo in lontananza, all’orizzonte. 
Mi accorgo che tutto sommato sono questi I paesaggi che preferisco, rispetto a quelli della foresta brasiliana o di altri paesi. 
Qui mi sento espandere in tutte le direzioni, il mio spirito si libra e corre veloce, libero, ovunque guardi c’è luce, spazio. 

image

Nella foresta invece, per quanto affascinante e impressionante, avverto più l’oppressione, la chiusura. 

image

Mentre ragiono così, I km passano. Alla fine, in 100 km, conto una macchina. Una. 
Ripenso ai 35 km di bosco in Brasile, dove comunque incontravo qualcuno ogni 15, 20 minuti. 

image

Verso la fine della parte sterrata, prima che la 40 che incroci la strada asfaltata che devo prendere per andare a Purmamarca, si inizia a vedere in lontananza la Salina Grande. 
Nulla a che vedere con il Salar de Uyuni, però é bello. 

image

image

image

Inizio ad andare verso Purmamarca, arrampicandomi su una strada molto ripida che va a infilarsi dritto nelle nuvole. 

image

image

Fa molto freddo. Resisto per una mezz’ora, poi vedo che la Pollita non va a più di 20/30 km orari, il tempo rimane sul pessimo e il freddo aumenta. 

Mi fermo per prendere il pile e scopro quello che avevo già immaginato: le piogge dei giorni scorsi sono entrate fin dentro le borse e le buste di plastica che proteggevano I vestiti e adesso il pile é umido e puzza di cadavere putrefatto. 

 Comunque, meglio questo che il freddo! 

In cima al passo scopro perché la povera Pollita stava soffrendo così : sono arrivato a 4170 metri! Per un 125 a carburatori, non c’è male. 

image

image

Lungo la discesa a precipizio, vedo in lontananza una piccola casa in mattoni di terra, gli adobe. A fianco, piccoli campi coltivati tanto verdi da sembrare finti, in confronto al grigio e marrone predominante. 

image

Mentre sono lì, a motore spento sistemando l’inquadratura, la luce e tutto il resto, vedo che escono due persone e due cani dalla casa. 
Nel silenzio più assoluto, finora rotto solo dal sibilo del vento, arrivano chiare le loro voci, le risate . 
Camminano verso I campi, ciascuno con una zappa in mano. I cani si rincorrono mentre gli girano attorno. 
Trasmettono pace e serenità. 
Che sia questa la felicità? 

Scatto qualche foto, ascolto ancora le loro voci tra le folate di vento, riparto. 

image

image

Arrivo finalmente a Purmamarca. Vado, esausto, nell’ostello che mi ha indicato la madre di Maria. 
Scopro con desolazione che é chiuso. 

Inizio a girare per il paese a caccia di una sistemazione, finalmente dopo mezz’ora di questue, trovo un alberghetto carino.  
Per fortuna le stanze sono ben calde, sto morendo di freddo!

Sul tardi esco a cena e mentre guardo le splendide foto della giornata, si scatena il diluvio universale, con tuoni fulmini e cascate d’acqua. 
Penso con un brivido cosa sarebbe accaduto se mi avesse colto   nel mezzo della Ruta 40…

La TV trasmette una partita di calcio, sono tutti incollati a vedere tirarsi la palla da una parte quando, alla fine della partita, esplodono tutti in grida di gioia che, in pochi minuti, si trasformano in esplosioni vere e proprie! 
Inizia un lancio di bombe carta che dura fino a notte fonda, con caroselli di auto, canti e urla. 

Mi addormento, pensando ai colori che dovrei vedere domani, nelle varie quebradas e cerri (montagne) che dovrei vedere domani. 

Verso le quebradas del nord

Sono ancora senza soldi, per cui alle 8 sono già in banca. 
É già aperta e sta servendo il numero 40. Io sono il 54. 

Dopo un giro di giostra in cui devo tornare in albergo a prendere il passaporto, torno e mi blocca un responsabile, in giacca e cravatta, arrivato con comodo alle 8:30. 

“Prima ho sentito che devi vendere degli euro, vieni che ne parliamo di là”, mi dice sottovoce, con aria da cospiratore. 

Mi porta nel suo ufficio:

“Vedi, il mese prossimo devo andare a Londra, secondo te cosa mi conviene portare, gli euro o i dollari?”

Visto che devo cambiare euro e non dollari, gli rispondo con convinzione : “certamente gli euro, scherzi?! Gli inglesi li usano moltissimo”. 

“Bene, grazie. Allora ti faccio il cambio ufficiale, senza commissioni, ok? Te li compro io privatamente, perché sai com’è, qui sono un funzionario di banca, se mi metto a chiedere ufficialmente degli euro…”

“Sì, capisco”, rispondo ansioso di avere I miei soldi per partire verso il Monte Bruciato, il Fiume Morto e tutti gli altri bei posti che mi aspettano.

Prende I soldi, li guarda e mi chiede:

“Sì, ma come si distinguono I falsi dai veri?”

Se anche glieli avessi dati falsi, non starei certo a dirglielo…

Si informa del mio viaggio, mi racconta che anche lui é motociclista, viaggia con gli amici, con le GoPro sul casco per filmarsi e tutto il resto. 
Non so perché, ma penso a tutta la povertà che ho visto finora e poi vedo lui che salta con la telecamera in testa. 

Nonostante I nomi terribili, la strada é piacevolmente verde come quella di ieri.

image

Una miriade di farfalle volano da una parte all’altra della strada, mai viste così tante!

L’unica cosa inquietante é che c’è il nulla tra un paese e l’altro: 60, 70, 80 km di vuoto tra un paese e l’altro. 
Pensando ai nomi, immagino le sofferenze sofferte dai primi pionieri, venuti a installarsi qui, iniziando da zero. 

image

Nelle ore di guida nel vuoto, la mente come sempre corre. Stavolta ripercorre tutto il viaggio, dai tre mesi dell’anno scorso a quello di adesso. 
L’inizio in Cile, l’ingresso in Bolivia, il Salar, La Paz e le sue salite, il lago Titicaca, il Machu Picchu e la Valle Sacra e tutto il resto del Perú e delle sue meraviglie archeologiche. 
L’Ecuador e la Colombia, con la loro natura esplosiva e le bellezze coloniali, l’atmosfera tesissima in Venezuela, l’ingresso in Brasile dell’Amazzonia e I cinque giorni in barca sul Rio delle Amazzoni. 
E poi il resto del viaggio con Caterina, le spiagge, le Lençois Marañais, Jericoacoara e tutte le altre tappe fino a Recife. 

E poi le ultime settimane di questa seconda parte, Salvador de Bahia, Barra Grande, le altre spiagge e posti di mare, Rio, le cascate di Iguazú.
E tutte le persone incontrate per caso, così come quelle finalmente  conosciute dopo tanto tempo. 

Ricordo tutto e lo ricorderò per tutta la vita. É stato ed é ancora un viaggio incredibile, di cambiamenti, di rivoluzione direi.
Alcuni prevedibili, anzi imprevisti, ma così é la vita. 

Sto pensando a tutto questo, quando incrocio tre astronavi che viaggiano a velocità warp, missili terra terra. 
Saluto dal basso della Pollita, felice di tutto il tempo che mi lascia per pensare e godermi il paesaggio 😉

Già dopo Sáenz Peña la strada si era ristretta, dopo Pampa del Infierno ancora di più, tanto che avevo pensato di aver sbagliato strada, senza riflettere che non ci sono altre strade!

image

Ma dopo Monte Quemado peggiora drasticamente. Un cartello avvisa che ci saranno buche per… 50 km!

image

Mi ritrovo così su uno dei classici asfalti esplosi e sbriciolati su cui mi sono trovato a viaggiare diverse volte, dal Turkmenistan, al Kazakistan, Siria, Albania ecc.

image

Sono costretto a legare meglio la tanica, che in una buca particolarmente dura si sfila e cade a terra, per fortuna senza rompersi. 

Proseguo tra slalom e frenate improvvise, poi anche questi 50 km finiscono. 
Peccato che quando finiscono, iniziano dei lavori in corso. Per I prossimi… 43 km!!

Totale, quindi, più di 90 km di buche e imprecazioni. 

Dopo altre ore di guida, come un miraggio, si iniziano a vedere delle montagne all’orizzonte. Le Ande!!! 
Mi verrebbe da gridare Terraaaaa!!! Tanto é incredibile vederle dopo così tanta pianura. 

image

image

image

Affronto gli ultimi 150 km per Salta, quando a lato della strada vedo una macchina ferma. Due donne, madre e figlia, mi fanno cenno di fermarmi, con le mani giunte in preghiera. 

Mi fermo, le aiuto a cambiare una gomma bucata. Pare che gli argentini non si fermino ad aiutare, anche quando sono delle donne sole!
Molto galanti…

Ci ripromettiamo di vederci nei prossimi giorni, vogliono sdebitarsi. 

Proseguo la mia cavalcata solitaria verso Salta, che accolgo con un sospiro profondo: sono a pezzi ed é molto tardi.  

Dopo aver trovato un albergo, vado a fare un giro a piedi nella piazza centrale, per allentare la tensione e far scorrere via l’adrenalina. 

image

image

Sembra bella, la vedrò meglio domani o quando ci ripasserò nei prossimi giorni, lungo la via per il Cile!

Nel mezzo della pampa

La vicinanza dell’Argentina all’Italia é evidenziata da un oggetto presente in pochissime parti del mondo: il bidet!

Già di primo mattino il caldo é notevole. Per scambiare due chiacchiere, lo dico al portiere dell’albergo, che con noncuranza risponde: 

“Perché, hai caldo?”

Forza dell’abitudine…

Affronto la prima delle due tappe in cui dovrei attraversare la pampa da qui alle Ande. 

La monocoltura di abeti continua a perdita d’occhio.

image

Il resto che non é coltivato a pini, é ridotto a un immenso prato rasato quasi a zero e pronti per la desertificazione.  

image

image

I km trascorrono tutti uguali, ma comunque affascinanti per questa pianura che potrebbe continuare all’infinito. 
Le tracce dell’uomo sono sporadiche, più o meno ogni 40 / 50 km. 
Per il resto, il nulla : prati e abeti. 

Fa caldissimo, soffro con l’abbigliamento tecnico. Me lo da notare anche un ragazzo a una stazione di servizio. 

“Devi essere pazzo per metterti tutta quella roba con questo caldo”, mi dice mentre passa, senza salutare o sorridere. 
Lo guardo e, nemmeno a farlo apposta, ha un braccio completamente abraso da una caduta, sicuramente in motorino mentre era in T-shirt, come adesso. 

Vorrei farglielo notare, ma lascio perdere, anche perché non sono sicuramente uno di quelli fissati con l’abbigliamento tecnico. 

Mentre mi riposo, leggo I nomi sulla cartina dei posti che attraverserò domani. Sono tutti molto inquietanti: Pampa del Infierno (non serve traduzione, direi…), Rio Meurto (Fiume Morto), Monte Quemado (Monte Bruciato). 
Speriamo bene!!

Arrivo a Sáenz Peña, cerco un bancomat perché non ho più contanti. 
Come temevo, o non funzionano o hanno esaurito I contanti. 

Mi torna in mente la terribile crisi dei primi anni del 2000, quando il governo vietò il prelievo dei soldi dalle banche, per evitare un tracollo ancora più massiccio. Così la gente guardava impotente lo svalutarsi irrimediabile dei propri soldi, svaniti in una nuvola di fumo. 

Mentre sono alla caccia di un bancomat che funziona, vedo materializzarsi delle nuvole orribili.
Inizia a piovere a grandi gocce. 

image

Fuggo dalla città, per fortuna in direzione opposta al Nero Che Avanza. 
Poi guardo la cartina. Sto andando nella direzione sbagliata. 

Devo andare verso la bufera. 

image

Ne approfitto dell’errore per vestirmi ancora all’asciutto, poi affronto la bufera.

image

Il vento é incredibilmente forte, la pioggia una cascata sulla testa. 

Dura una decina di minuti in cui vorrei fermarmi, ma non so dove, non ci sono tettoie o rifugi del genere. 

Attraverso e supero la tempesta, torno all’asciutto. 

Cerco l’albergo che ho prenotato su internet, ma non lo trovo. O meglio, trovo un cartello che indica ancora 5 km di distanza, su un sentieraccio sterrato. 

Chiedo conferma a delle persone ferme proprio vicino al sentiero. 

“Sì, dovrebbe essere lì, mon ci sono mai stato però… ma perché non vai a Pampa del Infierno, ci sono degli alberghi là”

“Ah sì?”

“Sì, c’è tutto, così ti porti avanti di 50 km visto che devi arrivare a Salta”

Aggiudicato! 

Mi rimetto in sella e percorro altri 50 km piacevolissimi, con una temperatura meravigliosa e la luce soffusa del crepuscolo. 

image

image

A Pampa del Infierno trovo subito un albergo dignitoso.

image

Peccato che anche il bancomat di qui, non funzioni con la mia carta. 

Ceno nella tavola calda del benzinaio a fianco: é un self service dove vendono il cibo a peso. Si riempie il piatto con quello che si vuole, da antipasto a secondo, si mette il piatto sulla bilancia e si paga un prezzo fisso al kg. 

Buona idea! 

E domani… Il resto della pampa, tra monti bruciati e fiumi secchi!

I foglietti

Il grande interrogativo di oggi é: mi faranno entrare in Argentina???
L’ostacolo é la legge brasiliana che vieta ai veicoli stranieri di restare in patria per più di 6 mesi. 
E di mesi nel mio caso ne sono passati 14 o 15…

Arrivo al volo alla frontiera con l’Argentina, é veramente a due passi. 
Passo una prima serie di casotti, stile casello autostradale. Non c’è nessuno e passo. 

Seconda file di casotti, sempre il deserto. 

Passo ancora, come al solito mi dico: senza che perdo tempo a girare e chiedere a 100 persone, quando passerò un punto critico, ci sarà qualcuno che me lo dirà con un fischio o un urlo!

Proseguo e mi rendo conto che la frontiera brasiliana é passata…
Per qualche secondo mi faccio prendere dalla tentazione di non dire nulla e andare dalla parte argentina. 
Poi mi dico che potrebbe non essere una buona idea uscire illegalmente dal Brasile. 

Tiro un sospiro e a malincuore torno indietro. 

Scopro così che, ovviamente, devo seguire una trafila di controlli. 

Mentre sono in cosa, scambio due chiacchiere con un automobilista argentino. 
A un certo punto mi fa: ” ma qui é veloce, basta che hai il foglietto che ti hanno dato all’ingresso nel Paese”. 

Panico. Buio. 

“Foglietto?”, gli chiedo. 

“Sì, come questo”, e mi mostra un foglietto con i classici dati anagrafici, dove viaggi, perché e come e tutto il resto. 

Qualcosa si muove, I neuroni reagiscono, ma non hanno una neppure vaga idea di dove possa essere. 

Ringrazio e saluto, torno alla moto. 

Apro tutte le possibili tasche e taschine della borsa da serbatoio e della giacca, guardo in tutte le buste e bustine che ho con me. 
Del foglietto nessuna traccia. 
Apro e riapro, nulla. 
Inizio a maledire prima me, poi il foglietto brasiliano. Poi tutti I foglietti che mi hanno dato in questi anni alle frontiere. 
Poi tutte le frontiere. 
Ma del foglietto nessuna traccia. 
Mi dico che forse in una delle varie inzuppate che ho preso, l’ho buttato involontariamente. 

Inizio a ripassare tutto il solito campionario di “non sapevo, non ricordo, non lo so, non capisco, non volevo, abbiate pietà, io povero turista innamorato di vostro splendido paese” e gli altri grandi classici da esibire coi doganieri, quando apro la garanzia della batteria che ho comprato a Recife e il foglietto cade per terra, quasi spazzato via dal vento. 

Lo maledico, poi riparto col giro di maledizioni di prima mentre torno all’ufficietto dove devo consegnarlo. 

C’è una tipa che sfoglia e risfoglia il passaporto a caccia di un buco libero dove mettere il timbro. 
Alla fine lo trova, lo mette e mi saluta. 
Il foglietto nemmeno lo apre, lo butta in un cassetto e dice “avanti il prossimo”. 
Sto quasi per dirle, ma non lo guardi nemmeno quel c..o di foglietto?!? ma mi dico che é meglio lasciar perdere.

Arrivo al lato argentino dove mi accoglie un tipo dalla faccia simpatica. 

“Bene, senti, mi dai il foglietto di ingresso della moto?”

Aridaje co’sti foglietti!!

“Non ho nessun foglietto…”, rispondo, sapendo che sto forse entrando in un tunnel. 

“Come no, quello che dice dove sei entrato, I dati della moto e tutto il resto” 

“E ma non ce l’ho”

“Scusa ma… da dove sei entrato in Brasile??”

Gli spiego il giro, dal Cile al Venezuela e poi in Brasile e adesso qui. 
Sgrana gli occhi e mi guarda tra lo scettico, l’ammirato e il compatito, poi dice, con tono rassegnato:

“Ho capito… e allora dobbiamo farlo”. 

Mentre lo compila mi racconta che il nonno era italiano, del lago di Como. 
Ne incontrerò molti di discendenti italiani…

Cambio al volo 45 reais che mi erano avanzati da un ragazzo. Il cambio infatti è chiuso, essendo domenica. Mi dà 150 pesos, almeno ho un minimo di gruzzoletto . 

Il paesaggio cambia completamente : la vegetazione diventa una monocoltura di abeti. 
Strade larghe, cielo alto e azzurro, pini ovunque. Sembra nord Europa! 

image

E poi non c’è nessuno, né sulla strada, né nelle rare case che incrocio. 
Mi ricorda molto I paesaggi dell’Eternauta, che forse non a caso é stato concepito e disegnato da due argentini. 

image

Supero un piccolo armadillo morto investito a lato della strada e ripenso a quello che vidi lo scorso anno in Colombia. 

Dopo parecchie decine di km passo davanti ad un distributore con una fila di decine di auto, moto e motorini. 
Le prime sensazioni non sono molto incoraggianti. 

Proseguo perché ho il pieno finché, dopo un centinaio di km mi fermo, attirato da un benzinaio senza fila. 
Dopo pochi minuti arriva un’astronave : un BMW GS 1200 acchittato di tutto punto, secondo il manuale del Perfetto Motociclista Avventuroso. 
Intero catalogo Touratech montato sulla moto, una filiera di luci e faretti che manco l’albero di Natale, casse d’alluminio, sacche impermeabili, taniche e sacchette appese per ogni dove, navigatore satellitare a dominare il cruscotto. 

Sono tedeschi. 

Mi guardano con un sorriso di simpatia, come a dire, ma guarda che esemplare esotico di motociclista, che caruccio!

Poi mi chiedono il giro che sto facendo, glielo racconto è sgranano gli occhi. 
Poi arriva la parte più divertente:
“Ma di dove sei?”, mi chiede lei, l’unica dei due a parlare uno straccio di inglese. 

“Italiano”

“Sei italiano?!?”, mi chiede a bocca aperta e occhi increduli. 

“Sì!”

“Sei italiano?!?”, mi chiede tre volte e tre volte rispondo che sì, sono proprio italiano. 

Non riescono a credere che un italiano, membro a tutti gli effetti del Club dei Motociclisti Avventurosi, dove tutti si attrezzano di tutto punto come loro, vada in giro con un minuscolo 125, le borse morbide tenute da un elastico e, da qualche minuto, una tanica di plastica leggera, tenuta ferma con un giro di nastro isolante. 

Ci salutiamo e ci auguriamo buona strada. Ripartono a tutto gas sull’astronave larga e pesante quanto un’auto. 

Scopro che la ruta che sto percorrendo si paga, ma che le moto non pagano. Come in altri paesi in Sud America, mentre in Brasile (e nei restanti paesi che ho girato in questo viaggio) , pagano il 50% rispetto alle auto. 
Rivolgo un pensiero pieno di gratitudine all’Italia dove invece le moto pagano come le auto. 

Passo davanti ad un cartello che annuncia a pochi km un orchideario.

Mi lascio tentare ed entro così in un tranquillo paesino di provincia. Tutto ricorda l’Italia degli anni ’50: lo stile e I colori delle insegne, le case, le auto. 

Arrivo all’orchideario. Mi guida nel piccolo parco un anziano arzillo e brillante, che mi racconta e mi mostra decine di tipi diverse di orchidee. Purtroppo pochissime sono fiorite. 

image

image

image

Mi racconta brevemente la storia di questa parte di Argentina, dello sfruttamento da parte degli europei. 

image

Quando hanno tagliato tutta la selva nativa, poi quando hanno piantato nuove piante pregiato e successivamente tagliato anche quelle. 

Sfruttamento passato, ma anche presente:

“Il legname degli abeti é quasi tutto per l’Europa! Qui li coltiviamo, perché da voi non si può più fare, con pesticidi e tutto il resto! I fiumi qui sono inquinati, tutti gli animali morti. Il colonialismo continua!”

La casa al centro del parco é un museo. É stato l’ultimo posto dove ha vissuto il poeta, pittore e scrittore argentino Juan Carlos Martínez Alva. 

image

Lo saluto e proseguo verso Posadas. I paesini che attraverso sono tutti agghindati per il Natale ormai prossimo.

image

image

[NdA : questo se ne andava in giro così, da solo, a cavallo, con una grande bandiera argentina in mano. Intorno, almeno apparentemente, non c’era nulla: case, capanne, tende. Nulla, ma lui andava]

image

Arrivo alla prima missione gesuita, Sant’Ignazio. 
Molto bella, circondata dal verde. 
 

image

image

image

Mi é inevitabile pensare a quando arrivarono qui, nel pieno della foresta vergine, con le loro convinzioni da inculcare agli indios che vivevano in pace con la Natura da tempo immemorabile.
 
Oggi, é un luogo di pace e distanza dal mondo moderno. 
Allora, era un mondo alieno di annientamento della cultura indigena.

image

image

image

Passo anche da Loreto, poche pietre sparse in un bellissimo bosco.

image

image

Infine a Santa Ana, con rovine un poco più spettacolari e anch’essa immersa nella natura. 

image

image

image

image

Arrivo finalmente a Posadas, rovente. 

Ceno in un pessimo ristorante italiano, tutto il resto a portata delle mie stanche gambe é già chiuso. 
Non essendoci I succhi di frutta naturali di cui mi sono nutrito per tutto il Brasile, chiedo una birra:

“Grande!”, mi fa precisare la sete. 

Torna con una bottiglia da un litro.

image

Scopro così che qui la misura standard é da mezzo litro e la grande da un litro. 
E mi ricordo ancora una volta che non bisogna mai dare nulla per scontato! 
Comunque tra caldo e sete, non fatico troppo a finirla.

Prima di crollare a letto faccio una breve passeggiata nella vicina piazza, adornata da grandi decorazioni natalizie. 

image

Mi fa sorridere come possano esserci, a 35 gradi all’ombra, immagini di pupazzi di neve, alberi coperti da una spessa coltre bianca e tutte le altre simbologie tipiche del Natale. 

La bellezza della Natura

Foz é all’incrocio di tre nazioni: Brasile, Paraguay e Argentina. 
Voglio evitare tour organizzati: da quello che leggo sulla guida, quello che fanno posso farlo benissimo da solo. 

Vado con la Pollita verso il Marco das Tres Fronteiras, il punto in cui i due fiumi Iguaçu e Paraná dividono queste tre nazioni. 

Ancora ricordo il giorno in cui, mesi fa, vidi la foto di una T immensa: erano i due fiumi che si incrociavano. 
Sotto una didascalia spiegava che le tre coste che si vedevano, appartenevano a tre nazioni diverse. 
Ricordo che mi dissi: “Che posto fantastico… voglio andarci un giorno! ”

E adesso sono qui, ad ammirare questo angolo di mondo dal vero, ancora non riesco a crederci! 

image

Sotto l’obelisco turistico si trova una struttura rotonda abbandonata. Si chiama Espaço das Américas ed é in completo abbandono da anni. 
Almeno lo buttassero giù, visto che é proprio in mezzo al panorama!

Dopo é la volta delle famose, immense cascate.
Mentre sto andando, sbaglio una rotonda e finisco quasi in Paraguay!
Me ne fa accorgere un ragazzo fermo in mezzo alla strada a distribuire volantini del negozio Monnalisa, di cui ho visto decine di cartelloni venendo qui. 
Pare che in Paraguay si facciano affari d’oro un po’ su tutto: tecnologia, musica, motori, ecc. 

Un paio di km prima dell’ingresso , passo davanti all’eliporto che fa un servizio turistico di volo sopra alle cascate. Quasi quasi…

Dopo aver fatto il biglietto, mi informo per l’elicottero. Sono circa 100 euro per 10 minuti di volo. 
É tanto, ma ripenso alla meraviglia del volo dell’anno scorso sulle linee di Nasca per cui accetto. E in fondo, quando mi ricapita?

Essendo da solo é facile trovare posto, vado subito col primo gruppo. 
Arriva l’elicottero, purtroppo essendo arrivato ultimo, mi becco un posto in mezzo e per fare le foto devo praticamente salire sopra gli altri. 
I posti sono due davanti e quattro dietro. Pilota una donna!

image

La veduta dall’alto é spettacolare, ti rendi conto dell’immensità della foresta e del fiume che si fa strada sinuosamente dentro di essa. 
Poi, come se un Dio scherzoso avesse voluto fare un esperimento, a questo fiume immenso gli ha improvvisamente tolto la terra da sotto facendogli fare un salto di decine di metri!
Dall’alto si vede l’area di foresta allagata dall’acqua in attesa di cadere e la nuvola nebulizzata di quella già precipitata. 

image

image

Come l’anno scorso, nonostante guardi l’infinito quando fa le virate decise e veloci, mi viene il mal d’aria. Però sopporto, sono solo dieci minuti! 
Che infatti finiscono subito, purtroppo. 

Adesso c’è la camminata vera e propria fin sotto le cascate! Si arriva vicino alle cascate con un pullman, percorrendo una strada che, chissà quanti anni fa, era aperta a tutti. La foresta ai lati é intatta, completamente impenetrabile! Alberi di tutte le altezze, fitti e poi liane, piante più piccole a chiudere ogni minimo passaggio. 
Provo a immaginare quando tutto era così é solo gli Indios la vivevano con rispetto e amore. 

Il pullman si ferma in una serie di punti dove si posso fare diverse attività : trekking, bicicletta e altro.
Poi si arriva all’ultima fermata, quella che aspettano tutti, da dove parte il percorso a piedi di un chilometro e mezzo che piano piano si avvicina. 

image

Vedi sempre più da vicino l’immensità e la forza dell’acqua. Le cascate in realtà sono tante, tutte quelle che l’acqua forma dove trova dei punti per cadere. 

image

image

image

Nonostante la quantità di persone, si riesce comunque a isolarsi e concentrarsi, aiutati dal frastuono che sovrasta tutto. 

image

Mentre mi avvicino al clou, proprio sotto uno dei getti principali, un quati passa tranquillamente tra i piedi di decine di persone, prima di rituffarsi tra gli alberi. 

image

E poi, finalmente, la passerella che porta proprio in mezzo alle cascate. Passi sopra le acque e sei attorniato, frastornato da mille getti. 
Fantastico!

image

Mi inzuppo dalla testa ai piedi mentre mi perdo a pensare alla bellezza della Natura, delle sue infinite forme e di quanto l’uomo si impegni a distruggerla, tranne nei punti – come questo – in cui anche lui si inchina di fronte alla sua grandezza. 
Osservo delle rondini che giocano tra i flutti: si inseguono, sembrano passare in mezzo all’acqua!

image

Mangio un panino per far passare la sensazione di nausea che ho dal volo di prima. 

Esco dalla struttura delle cascate, adesso é la volta di un altro posto che mi aspetto meraviglioso, il Parque das Aves, il parco degli uccelli. 
Si cammina nella foresta, ovviamente “addomesticata”, altrimenti non si riuscirebbe a fare un metro, tra gabbie e grandi voliere dove si trovano centinaia di uccelli meravigliosi. 

É incredibile pensare alla varietà e ai colori che la Natura é in grado di creare. 

Trascorro un paio d’ore tra tucani, mille varietà di pappagalli e tantissimi altri uccelli mai visti prima. 

image

image

image

image

image

Sarebbe meraviglioso ammirarli nel loro habitat, ma ricordo che l’anno scorso non ci ero riuscito nemmeno nella foresta amazzonica vicino Manaus. 

image

image

Ormai sono pochi e quei pochi stanno giustamente ben lontani dall’uomo!

image

image

image

Durante il percorso, passo davanti al bar ristorante. Nel piccolo spiazzo di fronte, un gruppo di discendenti degli indios suona da ore la stessa breve melodia. 

La gente passa, gli scatta una foto e se ne va. Come si fa con gli animali. Mi mette molta tristezza, tristezza che leggo anche nei loro occhi. 

image

Uno di loro tra l’altro suona un violino, tipico strumento degli indios della foresta!

 Alle sei mi cacciano, si chiude! 

image

image

image

Fuori dal parco, torno da un gruppetto di indios vicino al punto di partenza dell’elicottero. Vendono piccoli zaini e borse di lana dai mille colori. 

Vicino a loro c’è anche un ragazzo che vende dei braccialetti, sempre di lana colorata. 
Iniziamo a parlare, é colombiano, si chiama Felipe. Finalmente qualcuno con cui posso comunicare decentemente, senza bisogno del mio orribile port-ita-ñol.
Sta viaggiando per il Sud America e si guadagna da vivere con dei lavoretti, tra cui questo dei braccialetti. Mi racconta delle difficoltà che ha, delle volte che l’hanno già cacciato dal Brasile perché qui li vedono male, gli altri sud americani. 
 
É di Medellin e si emoziona quando gli dico che l’anno scorso ci sono passato. 
A un certo punto mi chiede:
“Ma viaggi solo?”

“Sì”

“Bé hai una sella bella grande, stai comodo…”

“No, magari! Sono pieno di bagagli, é un inferno!”

“Ah peccato… sennò ti chiedevo se mi davi un passaggio in Argentina! ”

E l’avevo capito, caro Felipe… Mi ci manca solo il colombiano clandestino da portarmi appresso!

É da stamattina che non bevo, sto morendo di sete. Trovo un venditore di agua di coco poco più in là, a lato della strada. 
Anche lui per fortuna parla spagnolo. Ma un po’ tutti, in questa cifra di confine lo parlano. 
Il cartello recita, come sempre “coco gelado”. 

“É ben gelato, sì?!”, gli chiedo scherzando, visto che il contenitore dove li tiene é sotto al sole da chissà quante ore. 

“Gelato che nemmeno al Polo Nord!”, risponde ridendo. 

Finiamo a parlare del mio viaggio, mi chiede il motivo. Gli racconto del passaggio ai 40 anni, dell’amore che ho per i viaggi, la moto eccetera. 
Poi continua a chiedere, a interessarsi e allora gli racconto che c’era altro, oltre al semplice passaggio di età. 

Mi ascolta, poi dice, come tra sé e sé :

“La vita é un’illusione…”

“L’amore é un’illusione!”, aggiungo.

Riprende: “Guarda me: io ho 54 anni, lei 42”, mi indica una donna seduta più indietro, “ci siamo incontrati due anni fa, siamo felici!”

Ci salutiamo e ci auguriamo il meglio per le nostre vite. Torno in città. 

Come immaginavo, la lavanderia dove stamattina avevo portato un bel pacco di vestiti pronti per l’inceneritore, é chiusa. 
Chiedo al negozio vicino: “Riapre lunedì, domani é domenica ed é chiusa!”

“Come lunedì, io domani devo partire per l’Argentina!”

“Eeehh…”

Chiedo dall’altro vicino, una lavanderia anche questo. Mi dice subito che hanno pessimi rapporti :

“Hanno aperto dopo di noi, ci fanno concorrenza sleale, sono persone molto scorrette! Se li portavi da noi, adesso li avevi e stavi tranquillo”

“Non vi avevo visto, non immaginavo…”

“Comunque ti aiuto, risolviamo, non ti preoccupare!”

Parte un giro micidiale prima di telefonate, poi con un tipo che va in bicicletta fino a un albergo dove conoscono la padrona della lavanderia, per avere il numero di cellulare, poi chiama, poi chiama un altro numero….
Insomma, mezz’ora di delirio, alla fine della quale la signora esclama, con un sorriso di trionfo:

“Tra poco viene uno che lavora nella lavanderia e ti restituisce tutto”. 

Non so come ringraziarla. 

“E la prossima volta, portali da noi!”

Sicuro…

Torno in albergo a prepararmi, domani dovrei entrare in Argentina. Il condizionale é d’obbligo, visto che la legge brasiliana vieta la permanenza per più di 6 mesi ai veicoli stranieri. 
Vediamo come va a finire…