Maremonti

Parlando della Maremonti, non cito la famosa e bellissima strada dell’Etna, ma la tappa di oggi, dallo splendido mare della baia di Paraty alle montagne che circondano Curitiba, lungo la mia strada verso le cascate di Iguazú. 

Parto presto, nella notte ha piovuto, ma ora splende di nuovo il sole. 

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Costeggio la baia, punteggiata di isole,  ancora per un centinaio di km, poi con grande tristezza saluto definitivamente il mare. Lo rivedrò tra un bel po’ di mesi. 

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Supero delle belle montagne che separano la regione di San Paolo dal mare. 

Questo viaggio sta diventando quello delle scoperte, nel senso degli incontri con persone sentite via mail per mesi, ma mai ancora incontrate. 
É sempre bello dare un volto alle persone con cui ci si é scritti decine di volte!
E così, Vera a Recife, Gabriele a Barra Grande e adesso é la volta di Leandro. 
Molto simpatico anche lui, scopro che lavora anche con ditte aeronautiche italiane ed é già stato una volta vicino Roma per lavoro. 

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Purtroppo anche stavolta ho pochissimo tempo e devo salutarlo in fretta. 
Tra l’altro, il cielo dà tempesta, ovviamente nella direzione dove devo andare. 

“Grazie a Dio sta piovendo da un po’ di giorni! Non ha piovuto per mesi e le riserve idriche erano arrivate al 5% e in alcuni casi asciugate! 
Pensa che hanno tagliato l’acqua anche a San Paolo!”. 

D’accordo, ma deve piovere proprio quando passo io?!

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La strada che decido di fare attraversa San Paolo. Le alternative sarebbero state più lunghe di almeno 100 km, che con la Pollita diventano già una bella distanza. 

Solo che San Paolo é una delle megalopoli più grandi del mondo e più popolose, oltre 11 milioni di abitanti.
Il tutto si trasforma presto in un incubo da oltre un’ora tra centinaia di svincoli e complanari di otto corsie per parte. 
Dimenticavo la chicca: tutto sotto una pioggia battente!

É impressionante continuare a muoversi per decine e decine di minuti senza uscire mai dalla città, attraversando nuovi svincoli, superando nuovi quartieri di grattacieli e palazzi. 
Senti che potrebbe non finire mai. 

Ricordo ancora le parole di Leandro :

“Per fortuna arriverai a San Paolo a un’ora buona, intorno alle due, due e mezzo… se fossi arrivato a metà pomeriggio, ti avrei obbligato a fare un’altra strada per evitare gli intasamenti e i blocchi che letteralmente paralizzano la città”. 

Poi, in maniera sommessa e quasi contro voglia, I mega svincoli finiscono e torno su strade a dimensione più umana, poi anche le case diventano più rade, compare di nuovo il verde.
Alla fine torno nella natura.
San Paolo é alle mie spalle. 

Le due cose che non finiscono, però, sono la pioggia e il traffico di autotreni. 

Proseguo verso l’altro incubo annunciato da Leandro, la Serra do Cafezal, un susseguirsi di montagne dove la strada si restringe ad una corsia per parte. 
Si forma così una fila epocale di mezzi pesanti, decine di km fermi o a passo d’uomo che sono costretto a fare sulla corsia di emergenza, quando c’è.  
Sono incastrato tra centinaia di autotreni, l’asfalto é spesso disintegrato. 

Anche l’imbuto della morte, come lo chiamerebbe Verdone, finisce, la strada torna a quattro corsie. 

Attraverso uno splendido parco nazionale. Le montagne si susseguono fino all’orizzonte, una cima dietro l’altra, nessuna che sovrasta le altre. Sembrano le onde di un mare agitato, ma immobile. 

Sono felice di aver cambiato le gomme a Rio. Corro in tutta sicurezza sotto la pioggia tra curve molto accentuate. 
Era dai tempi della Colombia che non mi divertivo così! 

Il freddo é intenso, arriva anche la nebbia. Sembra ovatta adagiata nelle strette valli tra un picco e l’altro o sfilacciata sui fianchi, aggrappata agli alberi. 

Infine, si fa notte. Corro gli ultimi 100 km nell’oscurità, districandomi tra i vari veicoli. 

Gli ingredienti del cocktail stradale sono: 80 parti di tir e autotreni, 15 parti di camion e furgoni, 4 parti di auto e 1 Pollita! Mai impaurita, sempre agguerrita!

Ogni cosa termina e anche questa non sfugge alla regola. Finalmente, in questo caso. 

Arrivo nella periferia di Curitiba che quasi batto I denti dal freddo. Alla faccia di chi crede all’equazione Brasile uguale caldo. 

Vedo un albergo, entro nel parcheggio e smonto tutti i bagagli. Non accetto obiezioni tipo, non abbiamo più stanze. In caso, dormo anche su un divano, ma non voglio fare un metro di più. 

Per fortuna le stanze ci sono, recupero la temperatura umana grazie a una doccia bollente. 

E domani, ultima tappa verso Iguazú. Speriamo non piova, ne ho abbastanza! 

Un giorno di relax

Oggi non voglio fare nulla. 

Questo é il mantra che continuo a ripetermi, cercando più che altro di convincermi. 

E invece come prima cosa, devo cambiare posada!

Infatti ieri, pensando che sarei arrivato molto prima, ho prenotato solo per una notte e pare che stanotte sia tutto pieno, anche se adesso tutte le stanze sono libere. 

Poco male, il posto non mi piaceva e il wifi non andava. Cambio nella posada esattamente alla porta a fianco, per un prezzo poco più alto. 

Decido di andare sulla spiaggia di Mirim. Pare sia abbastanza vicina e che sia bella. 

Mi avvio sulla Pollita senza bagagli, una sensazione inedita! Con la perfetta erogazione e il tagliando appena fatto, I suoi 11 cavalli si sentono tutti, sembrano quasi 12!

La strada si snoda seguendo la linea della costa. Dei cartelli avvisano che questa é zona di “mata atlantica” ed è protetta. 

Prima di arrivare al cartello per Mirim, vedo la deviazione per la spiaggia di Trinidad, una di quelle che mi aveva menzionato Leandro. 

Ho una fiducia sconfinata nei suoi consigli, quindi svolto e seguo per Trinidad. 

La strada scende a precipizio verso il mare, poi prosegue al suo fianco, a distanza di pochi metri. 

Raggiungo il paesino di Trinidad, triste agglomerato di costruzioni nuove, richieste dal boom turistico. Stranamente sono quasi tutti chiusi, il che rende l’atmosfera ancora più spettrale. 

Arrivo fino in fondo alla strada, parcheggio e mi avvio per una delle spiagge che ci sono qui. Opto per una di quelle con meno gente, per quanto ce ne sia pochissima. 

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[NdA : questo splendido uccello é comparso solo per pochi secondi, durante i quali ha cambiato almeno 10 rami, velocissimo! Per cui non ho potuto fotografarlo meglio]

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La giornata scorre tra qualche bagno, sbattuto dalle onde e dalla corrente molto forte, un po’ di sole e qualche lettura. 

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E poi la cartina stradale, per capire quanto sono messo male coi chilometri da fare e I giorni che mi rimangono. 

Nei prossimi due giorni proverò ad arrivare a Foz de Iguazú, una sgroppata di oltre 1300 km, speriamo di farcela!

Tornando verso Paraty vedo un cartello che indica distilleria di cachaça, la Coqueiro.
Mi torna in mente che anche Leandro me ne aveva parlato, imbocco quindi la stradina sterrata che in pochi km porta davanti all’ingresso.
Purtroppo non produce al momento, se ne riparla a maggio dell’anno prossimo. C’è solo la rivendita, dove compro qualche bottiglia regalo.

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Anche oggi la finisco sulla spiaggia a vedere il giorno finire e a pensare sulla vita.

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[NdA : nel senso che l’amor é terno (al lotto), quasi mai esce]

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Ancora un po’ di mare

Arrivo davanti al meccanico che sono le 8:30. Gli spiego tutto, il tagliando, I controlli. Poi, già che ci sono, gli dico anche del cannotto di sterzo. 
Già dall’anno scorso, infatti, è durissimo, quasi bloccato nella posizione centrale. Molto scomodo da guidare. 

Sicuramente ci sono da cambiare I cuscinetti di sterzo, ma hai visto mai che riesce a risolvere.

Mi preparo a dirgli che sono in viaggio, non ho molto tempo, ecc ecc ma alla domanda “quando é pronta?”, mi fulmina rispondendo “ma perché, dove vai? Tra 40 minuti é pronta!”

Un po’ come a Roma, insomma, dove devi prendere appuntamento giorni prima e te la ridanno giorni dopo!

Torno in albergo a chiudere I bagagli e ancora a fondermi il cervello per la questione di lavoro che continuo ad avere in sospeso. 
Mi innervosisce molto questo fatto, perchè sono partito con l’idea di ricaricare le batterie in questo viaggio e ripartire di slancio a gennaio e invece… non penso ad altro che al lavoro. 

Mentre torno dal meccanico, cambio I soldi. Quando arrivo, la moto é parcheggiata fuori. 

“Tutto ok, I cuscinetti non li ho cambiati, ma adesso é meglio, erano troppo stretti”

“Perfetto, grazie!”

“Sì peró… ste gomme, cambiale!!”

Due volte in tre giorni… effettivamente sono decisamente consumate e piatte. 

“Dove le trovo nuove?”

Nemmeno a farlo apposta, mi indica un negozio a nemmeno 100 metri. 
E di fronte c’è il gommista che le monta. 

Vabbbeeeneee!! Mi piego al Destino e cambio anche le gomme. E la candela, già che ci sono. 

Compro delle fantastiche Michelin Sirac per meno di 150 euro, più una ventina di euro per montarle. 
Il gommista già che c’è tira anche la catena, che in 21mila km non era mai stato fatto. 

Adesso é un’altra moto! Con le gomme nuove e il cannotto di sterzo finalmente a posto, é fantastica!
Considerando anche il tagliando appena fatto e l’erogazione perfetta fatta dall’Angelo di Santa Cruz… direi che la Pollita non é mai stata così in forma!!

Saluto Rio dal lungomare di Copacabana. 

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L’uscita da Rio é eterna, impiego 40 minuti sotto un sole cocente, poi guadagno nuovamente la BR101 che mi ricorda l’Aurelia: attraversa una buona fetta del Paese e cambia da stradina tra I monti a autostrada a quattro corsie. 

Vado verso Parati, come consigliato dal mio amico Leandro, un motociclista di San Paolo. 
Il caldo é intenso, soffro l’abbigliamento tecnico, ma penso che senza sia ancora peggio. L’unica é l’aria condizionata, che per le moto ancora non é stata inventata. 

Dopo aver raggiunto la costa, la strada diventa stupenda, costeggia una grande baia punteggiata di isole. 

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A metà pomeriggio arrivo a Parati. Il centro é splendido, antiche case coloniali perfettamente restaurate, un’atmosfera calma e rilassata da villaggio sperduto. 

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Mi rilasso con un altro splendido tramonto e una passeggiata per il meraviglioso centro storico. 

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A cena, poi, mi regalo un bel piatto di frutti di mare e pesce. 

“É grande?”, chiedo al cameriere per capire se é meglio aggiungere anche un antipasto. 

“Sì é grande, tanto che per questo che ha scelto lei, facciamo la mezza porzione che costa il 60%”

Dopo una mezz’ora torna con un trionfo di frutti di mare e pesce, accompagnato da una ciotola di riso e una di parate al forno. 

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Fatico a finire tutto e al momento del conto scopro che quella era la mezza porzione! 
In Italia l’avrebbero spacciata minimo per due persone…

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Domani, giornata di relax al mare! Infatti sarà l’ultimo giorno che lo vedrò… non so cosa dovrò tagliare, perché sono in drammatico ritardo, ma non mi importa: domani voglio oziare!

La Pollita a Rio

Mi sveglio alle 3 e mezzo del mattino, sempre in preda all’ansia del lavoro. Ancora non so cosa farò a gennaio, dove andrò. 

Resto a letto ancora un po’, poi ne approfitto per partire presto. 

Record dei record, sono in moto alle 6:45!! Ma in moto pronto per partire, con tutto fatto, colazione inclusa che qui, essendo lungo la BR101 e ospitando solo gente che viaggia, iniziano a servire presto . 

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Il tempo per fortuna é bello. La pioggia si é sfogata tutta notte e adesso c’è un bel sole. 
I fiumi gonfi di acqua e fango sono gli unici a ricordare le piogge di ieri. 

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Ieri sera mi sono addormentato pensando che oggi sarei andato ad Ouro Preto. 
Stamattina invece decido di andare a Rio. Mi emoziona tropo l’idea di arrivare a Rio con la Pollita!

Proseguo quindi sulla BR101, che corre tra basse colline rocciose. Ricordano molto quelle che circondano Rio e che sono anche al suo interno. 

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Questa parte del Brasile é splendida, peccato che lungo la strada non posso rilassarmi come vorrei, perché il traffico é molto intenso. 

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Gli oltre 500 km passano lentamente, ma la cosa bella del partire presto, é che é ancora presto anche dopo aver fatto 3/400 km. 

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L’ingresso a Rio é lento, si fa desiderare.

Lento per il traffico, congestionatissimo. Lento per l’architettura, attraverso molte favelas. Lento per le dimensioni, immensa. 

Costeggio per parecchi km una baia inquinata e deturpata da molti impianti industriali. 

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Poi inizio ad intravedere il Cristo Redentore. Che emozione! 

Ed é ancora più incredibile quando percorro il lunghissimo ponte che porta dentro la città. 

Ricordo perfettamente quando l’anno scorso lo guardai, dal taxi che mi portava in aeroporto per tornare a Roma e mi dissi: “Prima o poi lo farò in moto…”

Mai avrei immaginato che quel momento sarebbe arrivato così presto!

Seguo le indicazioni per Copacabana, la posada che ho prenotato stamattina prima di partire si trova lì. 

Arrivo a metà pomeriggio, trovo Il meccanico, visto che ho già percorso 3500 km da Recife e l’olio va cambiato ogni 3mila. 

E poi… Mi godo il tramonto sulla spiaggia di Copacabana! 

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Domani proseguo a sud godendomi ancora un po’ di mare, prima di entrare definitivamente nell’entroterra, verso le cascate di Iguazú e I deserti del nord dell’Argentina. 

Sempre se mi faranno uscire dal Brasile, visto che c’è la spada di Damocle della legge brasiliana, che vieta la permanenza per più di 6 mesi ai veicoli stranieri! 

La tappa impossibile

Mi sveglio poco prima della 6, ma non avendo avvisato nessuno in reception, il garage é chiuso e non posso partire. 

Con tristezza scopro che la città dove vorrei arrivare, Ouro Preto, é a una distanza impossibile, 850 km. 

Purtroppo però non ho I giorni sufficienti per fermarmi lungo la strada, mi chiedo com’é possibile che sia già così in ritardo, pur essendo partito da pochi giorni! 

Preparo I bagagli e parto alle 8, vediamo fin dove riesco ad arrivare. 

Ho lasciato Porto Seguro da una trentina di km, quando l'(im)prevedibile accade: il motore mi si spegne tra le mani. 

Senza un balbettio, senza un segnale. Morto. 

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Il primo pensiero é: perché c..o ho lasciato in albergo senza segnarlo il numero di Paolo, il ragazzo venezuelano che parla italiano?!?

I pensieri successivi sono: ecco a voler fare il giro del Sud America con una 125 … però, bel motore dimmerda st’Honda, se si fonde dopo ventimila km … compro un trolley e ci metto tutto dentro … e ora, devo imparare tutte le tratte e gli orari dei pullman brasiliani … ma non mi va di viaggiare in pullman!!!
E poi ricomincio dal primo, da Paolo in poi. 

Si ferma un ciclista, mi chiede se c’è l’olio motore. C’è, ho appena controllato. 
Anche la benzina c’è e poi ho fatto solo 270 km e di solito la riserva entra sui 350 km. 

Aspetto qualche minuto e il motore riparte. Sembra andare alla grande, ma non mi fido.  
E infatti, tempo pochi km e si spegne di nuovo. Stavolta dà qualche balbettio prima di fermarsi. 

Di nuovo, aspetto un po’ e riparte. 

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Al nuovo stop, si ferma un ragazzo in bicicletta. Mi dice che tra una decina di km c’è il posto di Santa Cruz e che, anche se é domenica, dovrebbe esserci un meccanico aperto.

Nuova partenza dopo qualche minuto che il motore si raffredda, nuovo stop dopo pochi km. 

Sí ferma un signore che viaggia su una di queste motorette Honda 100. 

Lui é più operativo, inizia a mettere le mani sul carburatore. Traffica un po’, poi riprova e parte!

“É affogata, non lo senti quanto é affogata??”, mi chiede tra il serio e il divertito, come se fosse assurdo che non lo sento. 

“E lo sento che é affogata, che faccio, gli lancio un salvagente??”, quest’ultima parte la penso soltanto. 

Vorrei spiegargli che mi lamento dall’anno scorso, che questa moto va male, dai meccanici cileni, a quello di La Paz quando gliel’ho fatta rivedere quattro volte e a tutti quelli dopo. 

Secondo lui c’era l’aria tirata. Mi sembra strano che abbia camminato fin qui da Porto Seguro con l’aria tirata, comunque tolta l’aria, la moto riparte.  

Mette ancora le mani nel carburatore, dando delle grandi sgasate per sentire come va. 

Riparto. Il motore sembra andare bene, ma, di nuovo, fatti pochi km, si ferma. 

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Il tipo mi ha seguito, si ferma di nuovo a darmi una mano. Rimette le mani nel carburatore. 
Guarda anche lui la benzina, c’è. 
Poi stacca il tubicino dal rubinetto della benzina : non scende. Mette il rubinetto in riserva. Scende. 

Mi guarda e scoppia a ridere: “Sei in riserva!!!”

Sento che arrossisco dalla vergogna… ma com’è possibile che sia entrato in riserva così presto?? A 270 km invece dei soliti 320/350?

Metto in riserva e la moto va. 

Supero il posto di Santa Cruz senza fermarmi, sperando che sia davvero questo il problema, la riserva.  
Il tipo per sicurezza mi segue, davvero gentile!

All’incrocio con la BR101, faccio il pieno. Ero quasi a secco, ero davvero in riserva!

Ringrazio il tipo, ci salutiamo tra grandi sorrisi, anzi lui ride ancora per la storia della riserva!

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Inizia a piovere, mi metto la cerata. 

Il cielo non promette niente di buono, fino all’orizzonte. 

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Piove sempre più forte, la classica pioggia tropicale: intensa, abbondante, continua.  

La Pollita raggiunge un traguardo importante : compie 20mila km!

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Non smette. Passano decine e decine di km, sempre sotto l’acqua. 

Mi piego sulla borsa da serbatoio per proteggerla, é la parte meno protetta, ma non posso restare piegato per ore. 

Nel frattempo mi accorgo che il motore va benissimo. Non si affoga più come ha sempre fatto: anche ruotando tutta la manopola del gas, il motore non si affoga più tendendo a spegnersi, ma continua ad accelerare!
Fantastico!!! 

Evidentemente il tipo di prima ha regolato qualcosa, qualche vite del carburatore, migliorando notevolmente la situazione. 
Mi viene da ridere perché lui a mani nude, senza cacciaviti e chiavi, ha sistemato la carburazione. 
Tanti altri meccanici, invece, nulla!!

Quindi, dopo il Mago di La Paz, il ragazzo che l’anno scorso mi ha consentito di uscire dal catino di La Paz cambiando I getti e regolando la carburazione, adesso c’è l’Angelo di Santa Cruz,  che ha sistemato la carburazione a mani nude!

Percorro qualcosa come 200 km sotto la pioggia. Passo davanti a diverse posada, ma non voglio fermarmi, mancano ancora troppi km!

Finalmente una tregua. Mi asciugo, ma non mi tolgo nulla, il cielo é ancora carico di pioggia 

E infatti ricomincia a piovere, ancora più forte di prima. 

Per fortuna non fa freddo, però sto viaggiando bagnato. 

Percorro un altro centinaio di km sotto la pioggia, poi finalmente smette di nuovo. 

Intorno alle 17 mi fermo. Sono stanchissimo per la tensione della guida sotto la pioggia, con gli autotreni che mi superano senza farsi il minimo scrupolo, sommergendomi d’acqua dalla testa ai piedi. 

Ci ripenso, provo a proseguire ancora. Mi infilo in una stradina meravigliosa che taglia verso una cittadina a un centinaio di km da qui. 

Ci sono bassi picchi di roccia scura, orlati di erba verdissima. Palme e altri alberi tropicali, poi mucche e cavalli che brucano placidi, immobili. Non una casa, né altro di umano. 
Un paesaggio idilliaco. 

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Ricomincia a piovere. 

Alle prime gocce, giro la moto e torno al paesino dov’ero poco fa. 

Mi fermo in una posada chiamata California. Dopo Hotel California, c’è Posada California! 

Stendo tutto ad asciugare, mangio in una tavola calda sotto l’albergo e mi metto a letto, stanchissimo.  

Ricomincia a piovere a dirotto. 

Domani devo arrivare a Ouro Preto, spero non piova come oggi!

Lungo la Costa del Cacao

Riesco a prendere la barca delle 9, mi riporta da Barra Grande a Camamu per proseguire il viaggio. 
Chiedo aiuto a un ragazzo per I bagagli. Essendo tutto il paesino con le strade in sabbia, si è sviluppato un business di persone che portano i bagagli con i mezzi più particolari. Questo ha una carriola.

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Parto a malincuore perché il posto é magnifico e perché sento di lasciare un amico, Gabriele che sono riuscito a conoscere dopo mesi e mesi di email e messaggi. 

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Mi chiedo quanto sarà complicato ritrovare il ragazzo del parcheggio e se la moto c’è ancora!

Sul motoscafo, come all’andata, viaggia una madre con I due figli e altri due signori che, dai pacchi che portano, sembrano aver a che fare col mercato. 

Il viaggio é veloce, dopo una ventina di minuti attracchiamo al molo di Camamu. 

Mi carico la tonnellata di borse, sacca e abbigliamento tecnico, che stavolta non ho indossato e torno nel posto da cui mi ero imbarcato l’altro giorno. 
Mostro al tipo dietro al bancone il biglietto da visita che il parcheggiatore mi aveva lasciato.
Questo lo legge, fa per prendere il telefono, poi ci ripensa e mi accompagna a piedi nel posto in cui lavora.

Lo ritrovo e ritrovo pure la moto, incredibile!

Alla 10 e mezzo riesco a mettermi in viaggio, neanche male, considerato da dove partivo!

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Raggiungo la BR101 che corre all’interno, tra colline e distese verdi. 

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Ad un certo punto, dopo un centinaio di km, vedo I cartelli che indicano la Costa del Cacao.
Mi faccio prendere dalla curiosità, rimproverandomi che sto viaggiando per il Brasile solo su statali, senza esplorare le strade minori e la costa. 

Seguo quindi I cartelli e arrivo a Itacaré, poi proseguo a sud lungo la costa. 

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Mi pento subito della scelta.
La costa é bella, ma non eccezionale e sto perdendo un mare di tempo nel traffico di cittadine caotiche e per nulla interessanti. 

Come se non bastasse, chiedendo alle persone del posto, scopro che la strada che la cartina segna per tornare sulla BR101, in realtà non esiste!

Arrivo a Una, un paesino dal nome buffo
Non so che fare.
Soprattutto perché non capisco le dettagliatissime informazioni che mi danno, per via dell’incomprensibile portoghese.
Non riesco a capire quali strade devo evitare in quanto in pessime condizioni né da dove le devo prendere. 
Tornare indietro non posso, allungherei di 200 km e più.
Devo tornare sulla BR101 in qualche modo, da qui.

Mi perdo, finendo nella favela di Una. In più, la strada che stavo seguendo, una di quelle che mi avevano indicato, diventa sterrata. 
Ritenta e sarai più fortunato. Torno al punto di partenza. 

Decido di chiedere in un altro benzinaio. 

“La strada per Santa Lucia é più avanti, sulla destra”

“Ok… é tutta asfaltata?”

“Sì, tutto asfalto, sono 75 km…”. Fa una pausa. “Sennò c’è quella”, e indica col mento dietro le mie spalle, “diretta, 35 km!”

Mi giro. É una pista sterrata di terra rossa. 

“75 di asfalto e 35 di terra?”, chiedo per conferma. 

“Issu!”, a dire, esatto! 

“Ma é bella, é tutta così come questo pezzo che si vede?”

“Iiiissu!”

“Sicuri, niente buche o altri problemi???”

“Iiiissu!!!”

“Ci sono deviazioni o bivi strani???”

“Direita!!”, tutta dritta, confermano in coro.  
Ok, ci provo… 40 km in meno é quasi un’ora risparmiata. 

L’inizio é bello, mi godo la Pollita che si diverte sul suo terreno più congeniale e I bei panorami che vengono ancora più valorizzati dall’assenza di asfalto, guard rail e tutto il resto che si trova sulle strade normali. 

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Poi il primo bivio, da dove partono due piste identiche, indistinguibili per dimensioni e stato. 

A intuito scelgo quella che va a sinistra, visto che Santa Lucía dovrebbe essere in quella direzione. 

Seguono altri bivi, più facilmente identificabili. Per sicurezza però chiedo alle sporadiche persone che incrocio. 

In una decina di km incontro tre persone. Tutte confermano la direzione per Santa Lucia, ma sui km si perdono. 

“Mancano 20 km!”, dice sicuro il primo. 

“12 km”, sentenzia il secondo, incontrato qualche km dopo. 

“35 km!”, esclama il terzo, incrociato ancora più avanti. 

Una sicurezza, direi. 

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All’ennesimo bivio, la pista si restringe e diventa decisamente più brutta, con canaloni creati dalla pioggia a solcare profondamente la pista, pietre aguzze, buche profonde. 

In più, oltre a procedere decisamente piano, la pista si addentra anche in piccoli boschi. 
Iniziano a palesarsi in me dei timori: se cado? Se buco? Se si rompe il motore??

Proseguo tra una buca e l’altra e attraversando di slancio I canaloni. 

Mi distraggo con I paesaggi, molto selvaggi.

Finalmente torno sull’asfalto che, come sempre in queste situazioni di tensione, saluto come una liberazione. 

Raggiungo finalmente di nuovo la BR101 che avevo abbandonato ore e ore fa.
Chi me l’ha fatto fare! , dico tra me e me.

Nonostante tutte le deviazioni e I ritardi, una parte di me vorrebbe ancora puntare a Prado, a 200 km da dove mi trovo. 

Dopo un po’ di km e qualche decina di dossi di rallentamento, sento la moto che scivola al posteriore. 
Forse é il bagaglio che si é allentato con tutti questi salti. 

Mi riprometto anche di controllare la pressione delle gomme. Non l’ho mai controllata da quando sono partito duemila km fa. 

Cerco di resistere, ma la moto è inguidabile. Mi fermo in uno slargo di un paesino per legare meglio la sacca. 

Riparto. 

Meno di un km, il tempo di un paio di curve dove quasi esco fuori strada e mi fermo di nuovo. 
La gomma posteriore é molto sgonfia. 
Ho bucato!!

Torno indietro immediatamente verso il paesino che ho appena superato, per sfruttare l’aria ancora nel copertone. 

Scopro così che il gommista é esattamente di fronte a dove mi ero fermato cinque minuti fa a legare la borsa. 

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Inizia a chiedermi un mucchio di cose, ma non capisco una parola o quasi. 
Tra le cose che capisco c’è che la camera d’aria é molto rovinata, va cambiata. 

“Fermo, non prenderne una nuova, ce l’ho io!”, e mi metto ad aprire la sacca a cilindro. 

Poi mi chiede qualcosa sulle gomme. Quando capisce che in quasi ventimila km non le ho mai cambiate, si sorprende. 

“A quanto la tieni la pressione?”, mi chiede quando finisce di rimontare la gomma. 

“Ma che ne so, non ne ho idea, fai tu!”, la mia risposta dettagliata, motivata anche dal fatto che qui usano un’unità di misura diversa da quella che abbiamo in Italia. 

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Rimonta tutta la moto. 

“Senti, dai un’occhiata a quella anteriore, per favore?”

Mette il manometro e misura. Scoppia a ridere. 

“É a 40!”, esclama con aria divertita, che si aspetta di vedere anche in me. 

“E quindi? Tanto o poco?”, la mia domanda che lo delude.

“Il posteriore te l’ho appena messo a 35!”

Ok, adesso capisco… e capisco pure che capra che era il meccanico di Recife che mi aveva detto di averle controllate. 

“E vabbè, sistema…” 

Sgonfia un po’ la gomma, poi gli viene uno scrupolo per la posteriore. 

“Quanto pesano I bagagli che hai?”

“Ma che ne so?! Pesano poco, toh senti anche tu!” e gli passo le due borse laterali. 

Appena le prende esplode in un “Carajo!!!”, guardandomi con gli occhi sgranati e scoppiando a ridere con l’aria incredula. Scuote la testa. 

Non so esattamente cosa voglia dire carajo, ma dal contesto direi qualcosa tipo, Accidentaccio quanto pesano, Fulmini e saette!

Gonfia ancora un po’ la gomma posteriore, poi mi fa due o tre raccomandazioni che non capisco. 
Sarà qualcosa del tipo, cambia le gomme quando puoi.

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Riparto. 

Ormai tra deviazioni, sterrati e bucature, anche Porto Seguro é diventato un miraggio. 

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Mentre guido nell’oscurità ormai fitta, mi dico quanto sono stato fortunato a non bucare nella pista in mezzo al bosco o anche in uno dei tanti punti dove per decine di km non c’è nemmeno una casa. 

Arrivo a Porto Seguro, un orribile affastellamento di negozi, bancarelle e caos. 

Trovo un albergo carino e, mentre vado a cambiare i soldi, faccio la conoscenza di Paolo, di origini italiane, di Avellino. 
Di cognome fa Troisi!

Domani sarà un’altra tappa incognita, andrò più avanti possibile, spero di riuscire a coprire una bella distanza!

Un giorno in paradiso

Le zanzare mi torturano per l’intera notte : tutte le parti del viso, orecchie, collo, braccia e sul resto del corpo. 
Non li conto, ma saranno una trentina di pizzichi. 
E le zanzare fanno parte del paradiso… perché anche la cosa più dolce e buona, per essere completa deve avere le sue due gocce di amaro (cit.)

Per fortuna arriva l’alba, vado a fare colazione vicino la posada, dove mi raggiunge Gabriele, sorriso aperto e casco in mano. 

Iniziamo un giro splendido nella penisola, tra lagune, dune e palme che arrivano fin sull’oceano, piccole piste di sabbia che costeggiano il mare per poi inoltrarsi nell’entroterra. 

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Per una volta tanto faccio il passeggero in moto! Ha una bella Yamaha 250 a cui ha cambiato e migliorato molte parti. 
E io mi godo il paesaggio seduto dietro, tranquillamente seduto a scattare fotografie. 

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Saliamo sulla collina di un faro ad ammirare il paesaggio dall’alto.
Qui la natura, per quanto modificata dall’uomo presente ovunque, ha ancora l’aspetto di essere preponderante, in cui l’uomo é solo un ospite. 

Gli scorci sono spettacolari, in quadri di colori tropicali tra il verde della vegetazione, I toni del blu di oceano e cielo, la sabbia bianca luminosa. 

Ci fermiamo sulla spiaggia più bella, Taipu de Fora per qualche bagno e una bella mangiata di gamberi. Oltre al l’immancabile agua de coco, naturalmente! 

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Torniamo a Barra Grande, io per riposarmi e sistemare un paio di cose per il lavoro, Gabriele per commissioni varie. 

Torno sulla spiaggia in tempo per uno spettacolare tramonto. É sempre un momento magico, anche se con una vena malinconica.

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L’appuntamento é per cena, andiamo nella pizzeria di Claudio che questa sera fa un “all you can eat” di pizza. Niente male, tra parentesi!

Finiamo la serata chiacchierando, tutti con la reciproca e bellissima sensazione di aver trovato degli amici. 

Domani tappa a incognita: devo tornare sulla terraferma, vedere se c’è la moto è recuperarla, fare più strada possibile. 

Chissà fin dove riuscirò ad arrivare…