Verso Cafayate

La tappa verso Cafayate é molto breve, me la prendo con comodo. 
E poi mi accorgo, o meglio, l’albergo che ho prenotato ieri sera mi scrive per dirmi che non mi sono presentato e quindi devo pagare la penale del “No show”. 
Controllo ed hanno ragione, ieri sera ho prenotato per… ieri notte!
Gli rispondo scusandomi per l’errore e prenoto un altro albergo. 

In tarda mattinata riesco a muovermi, inizio a scendere lungo la Ruta 68. 
La strada che esce da Cafayate é fiancheggiata da entrambi I lati da vigne. 
Questa é una delle zone di maggiore produzione di vino. 

La cosa più incredibile é che il terreno é sabbioso, praticamente desertico. Ci sono alcune vigne abbandonate e colpisce vedere I pali solitari, quelli di sostegno delle piante e dei tralci, piantati dritti nella sabbia. 

Lungo la strada vedo I cartelli turistici che indicano diversi luoghi da visitare. 
Visto che non ho fretta, a La Viña devio verso Guachipas. Pare ci sia una chiesa interessante. 

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Dopo una quindicina di km la trovo. Effettivamente é carina, niente di speciale, però fa la sua figura.

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Sto per tornare verso la Ruta, quando vedo l’ennesimo cartello turistico.
Da Guachipas parte un percorso, chiamato Sendero Gaucho, che pare tocchi, il cartello lo garantisce, diversi punti interessanti. 
Il nome di uno di questi in particolare, attira la mia attenzione: Cueva Pintada, ossia la grotta dipinta. 
Una piccola foto mostra un’immagine molto colorata. 

Una vocina dice, non hai fretta, vai! Dovrebbero essere 35 km, ovviamente di ripio. 

Inizio così il Sendero Gaucho, un buono sterrato che si arrampica rapidamente alle spalle del paesino. 

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In pochi km mi ritrovo in mezzo alle montagne ed ai boschi, il paesaggio é splendido, si allarga fino all’orizzonte. 
La solitudine é completa, solo qualche animale al pascolo. Tra questi, un piccolo branco di 3 o 4 tori che camminano lungo la pista. 
Gli passo a fianco trattenendo il respiro. Mi guardano, ma per fortuna evidentemente non indosso nulla di rosso e restano tranquilli. 

Mi addentro sempre più nelle montagne, poi finalmente trovo il bivio per le grotte.

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Arrivo sotto una piccola formazione rocciosa traforata di cavità abbastanza piccole. 
É curioso, perché é l’unica roccia così fatta che ho visto qui intorno. 

Un cartello avvisa che l’ingresso é consentito solo accompagnato da una guida. 
Mi guardo intorno, I pascoli, le montagne, I boschi. La casa più vicina, a qualche decina di km. 
Sciolgo il nodo della piccola corda, come un laccio delle scarpe, che tiene chiuso il cancello di metallo che dà l’ingresso ad una delle grotte, l’unica protetta in questa maniera. 

Entro in un mondo antico di figure evocative di animali, volti ed altre forme che non riesco ad interpretare. 

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Alzo lo sguardo, fuori dalla grotta. 

Si vede parte della vallata, lo sguardo spazia fino all’orizzonte. 
Immagino le persone che qui, secoli fa, a fianco di un fuoco a riscaldare la notte, si lasciavano ispirare dalla natura circostante, dalla religiosità e dalle esperienze mentre disegnavano forme e figure sulla roccia. 
Senza immaginare che un giorno ci sarebbe stato un esile filo di connessione da un mondo futuro, distante nel tempo e altrettanto distante nelle credenze. 

Torno indietro rapidamente. La vocina adesso dice che é tardi, che mi devo sbrigare!

Al ritorno la pista é più veloce, perché é tutta in discesa e la Pollita si scatena facilmente. 

Mi fermo solo un attimo sulla cima più alta che domina questo pezzo di vallata, a fianco ad una statua della Vergine.  

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Respiro qualche minuto riempiendomi gli occhi del mondo, poi riparto, di nuovo al galoppo. 

Come qualche giorno fa vicino Humahuaca, devo trattenermi dal guidare a ruota libera, adesso la vocina ha cambiato ritornello e mi ricorda che sono solo, su una pista isolata, a decine di km dal primo abitato. 

Arrivo a Guachipas e da lì riguadagno la Ruta 68 per Cafayate. 

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La strada dopo qualche decina di km viene stretta dalle montagne, che si avvicinano possenti. 

Inizia la Quebrada de las Conchas, la gola delle conchiglie. Chissà perché si chiama così. 

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Dei cartelli a lato della strada indicano le formazioni più spettacolari. 

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Inizio dalla Garganta del Diablo, la Gola del Diavolo. É uno stretto canyon che taglia la montagna in due.

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Le linee della roccia sedimentaria hanno un’inclinazione che dà le vertigini, quasi verticali, a dare l’idea dei tormenti e delle rivoluzioni che hanno subito nelle ere geologiche. 

Sono da solo.

Il silenzio é assoluto, tranne il vento che sibila tra le foglie dei pochi arbusti che sono riusciti a crescere in questa desolazione di roccia.  

Un avvoltoio gira in circolo, solitario, sopra la mia testa. Lo guardo contro il cielo azzurro. 

In una delle sue circonvoluzioni si abbassa molto. 
Passa a pochi metri dalla mia testa. 
Mi colpisce il silenzio, che rimane assoluto. Intatto. 
 
Vola oltre, non gli interesso per fortuna. 

Proseguo nella quebrada, la tappa successiva é l’anfiteatro. Qui c’è più gente, sia turisti che due persone, una a vendere oggetti di artigianato, l’altra che suona la chitarra e il flauto dei gruppi tradizionali peruviani. 

L’anfiteatro é un grande ambiente perfettamente circolare al quale si entra attraversando una apertura piuttosto angusta. 

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La musica che suona il tipo dona una bella atmosfera, ma il silenzio é sempre la condizione migliore per godere al massimo questi luoghi. 

Aspetto che se ne vadano tutti e mi lascio cullare dalla musica per qualche minuto. 

Uscendo passo davanti al lenzuolo steso a terra della persona che vende oggetti di artigianato. 
Alcune cose sono molto belle, mi fermo a parlare. 
Ovviamente del viaggio, ma anche di lui. Fino a qualche anno fa abitava a un km da qui, in una casa di mattoni di terra a fianco del fiume. 

“Poi ho fatto due figli, adesso vivo a Cafayate, é più facile per la scuola, I negozi e tutto il resto, però mi manca questo posto…”

Finalmente trovo un portachiavi per il viaggio, visto che il pollo dell’anno scorso non lo trovo più, sparito. 
É un condor, uno degli animali simbolo del Sud America e sacro agli Incas. 
Che dal pollo che ero l’anno scorso, sia diventato un condor? Ho I miei dubbi, ma chissà. 

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Proseguo tra altre formazioni, il rospo, la casa dei loro, rumorosissimi pappagalli, I castelli e tante forme dai colori incredibili. 

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In più, quando vedo una pista che entra tra le montagne, magari seguendo il letto di un torrente stagionale, lo seguo per qualche centinaio di metri verso l’interno per ammirare ancora altre forme e altri colori. 

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Proseguo verso Cafayate a bocca aperta, é una delle strade più belle che abbia mai percorso, emozionante come la Cappadocia in Turchia o come la strada tra Cuzco e Nazca, in Perù. 

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Finalmente arrivo a Cafayate, mi rilasso nella piscina dell’albergo mentre il giorno finisce, colorando il cielo. 

Domani mi aspetta una lunga tappa verso sud, proseguendo la triste strada del rientro verso il Cile e, ai miei occhi, verso l’Europa. 

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