Adesso però basta pioggia!

A colazione mi metto a parlare con il ragazzo della reception,ha la faccia simpatica. 

“Oggi vorrei arrivare a Villa Union, vicino al parco nazionale di Talampaya, dovrebbe essere bello, vorrei visitarlo domani”, gli dico mentre addento un piccolo cornetto (altra similitudine con l’Italia, le colazioni prevalentemente dolci). 

“Non ci sono mai stato… ma quanti km sono?”, mi chiede. 

“Sui 600 credo, verso sud.”

“Sulla Ruta 40?”

“Non so…”, rispondo mentre apro la cartina e gli mostro dov’é Villa Union. 

“Eh, quella é tutta Ruta 40”, osserva guardandomi come se gli avessi detto che volevo arrivare su un’isola solcano il mare con la moto. 

“E quindi??”, gli chiedo temendo la risposta. 

“E quindi è tutta sterrata! E anche in pessimo stato: più o meno a metà di dove devi arrivare c’è una miniera di non so cosa e c’è un via vai di camion enormi che corrono come I pazzi, hanno creato delle buche enormi!”

Ottimo.  

Guardo la cartina.

Di nuovo, come nei giorni scorsi, mi sento in un vicolo cieco, sterrati in tutte le direzioni e centinaia di km da fare, con I giorni contatissimi. 

Lo obbligo a stare al computer per vedere strade alternative. 

C’è una strada asfaltata che va verso Tafì del Valle e prosegue verso sud est, allontanandosi da dove dovrei andare, ma almeno é tutto asfalto e quello che perdo in km lo guadagno in velocità. 

Studiamo a lungo tutte le alternative e le distanze. Dopo un’ora abbondante arrivo ad un piano alternativo: oggi arrivo fino a La Rioja, a poco più di 500 km e domani fino a Mendoza, altri 600 km.
Poi, visto che cambio anche il passo per entrare in Cile, la tappa successiva sarà Valparaíso, che l’anno scorso non sono riuscito a vedere e, infine, Concepción. 

Così facendo guadagno un giorno, arrivando prima a Concepción per provare a vendere la moto con più calma e evito qualsiasi sterrato. 
Faccio però molti più km e dovrò fare 4 giorni di fuoco per oltre duemila km. 

Sempre meglio di mille e passa km di sterrato, mi dico, e parto. 

Sono 11:30. 

Parto attraversando di nuovo vigne e tratti quasi desertici.

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Dopo più di un’ora arrivo alle rovine di Quilmes. 

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Nel parcheggio inizio a parlare con un ragazzo, attratto dalla moto carica. 
Gli racconto un po’del viaggio e del poco che ancora rimane. 

“E quindi quando arrivo a Concepción dal mio amico, vendo la moto”, gli dico chiudendo il racconto. 

“Ah, quindi la vuoi vendere?”, mi chiede con aria interessata. 

“Perché, la vuoi comprare?”, gli domando di rimando. 

“A quanto la vendi??”

“Non so, l’ho pagata 2000 euro”, gli traduco poi il prezzo in pesos. 

Sembra molto interessato.

“700 mila pesos andrebbero bene?”, mi chiede a bruciapelo. 

Mi prende in contropiede, inizio a pensare. 

Mi vede titubante, rilancia: “800 mila!”

Sarebbero circa 800 euro. 

Ho un’immagine di me lì, sperduto a più di 50 km da Cafayate a trascinare borse e valigie tra un bus e l’altro. 

“Facciamo così: mentre faccio il giro del sito, io ci penso e pure tu, poi quando esco tra mezz’ora, ne riparliamo”. 

“Ok, va bene!”

Il sito non é nulla di eccezionale, comunque fa sempre un bell’effetto vedere I cardones spuntare in mezzo ai bassi muri a secco che seguono le antiche abitazioni della città.

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Quando esco, il tipo non c’è più. Meglio così. 

Metto in cuffia l’ultimo di Daniele Silvestri, inizia con la bellissima Le Navi.

Che salpino le navi,
si levino le ancore e si gonfino le vele,
verrano giorni limpidi e dobbiamo approfittare
di questi venti gelidi del greco e del maestrale,
lasciamo che ci spingano al di là di questo mare,
non c’è più niente per cui piangere e tornare.
Si perdano i rumori,
presto si allontanino i ricordi e questi odori,
verranno giorni vergini e comunque giorni nuovi,
(…)

Ricordo ancora tutte le volte che l’ho ascoltata l’anno scorso,  interpretavo il cambiamento come quello che mi aspettava e per cui non vedevo l’ora di tornare: il matrimonio, un figlio. 
E invece no, aveva ragione lui, la mia era una lettura forzata: il cambiamento sarebbe stato  più profondo, un distacco vero e completo. 

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Vado verso Tafì del Valle. La strada va verso delle montagne coperte di nuvole, il tempo diventa pessimo. 

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Entro di nuovo dentro un mondo ovattato di nebbia. Gelida. Bagnata. Avvolgente. 
Senza rendermene conto, mi inzuppo completamente. 

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La strada dovrebbe essere molto bella, di montagna, tra pini e baite che ricordano quelle italiane. 
Però, sempre avvolto dalla nebbia fitta e sotto una pioggia fine e costante. 

Quando mi accorgo di essere completamente bagnato, inizio a dirmi di aspettare per vedere se sarebbe migliorato. 
In fondo, a valle era abbastanza bello e caldo ed é peggiorato quando sono salito di quota. Quando scendo, magari migliora. 

Questo quello che mi dico, ma il tempo non migliora, anzi peggiora. 
Alla fine, quando ormai anche le mutande si sono bagnate, rinuncio, decido di fermarmi. 

Per cercare un posto al coperto, per non dover aprire le borse sotto l’acqua, passano altri km, ma ormai, come si dice, piove sul bagnato.  

Alla fine trovo il piccolo portico di una casa abbandonata. 
Inizio ad aprire la giacca, sono in condizioni disastrose. 
Tolgo la borsa da serbatoio perché anche lì ho delle cose da proteggere. 
Ho già parecchia roba per aria, sto per iniziare a smontare la sacca legata dietro, dove tengo la cerata, quando mi accorgo che un cane piuttosto grande é a pochi passi da me. 
Immobile in mezzo alla strada, mi fissa. Non dà nessun segno né amichevole, né di voler andare via. 
La coda, tipico specchio delle sue intenzioni, é immobile. 
Continua a fissarmi. 
A malincuore, imprecando e maledicendolo con tutte le mie forze, raccolgo le cose, le metto a piramide tra me e il serbatoio e riparto. 
Adesso mi bagno ancora di più, perché é tutto aperto, però non importa, meglio questo che essere aggredito da un cane randagio. 

Trovo un portico simile un paio di km più a valle. 
Mi metto finalmente la cerata anche se tutti I vestiti sono completamente inzuppati d’acqua. 
Quando mi tolgo gli stivali e li rovescio, esce una cascata d’acqua, come bei cartoni animati. 

Riparto, sento un po’ meno freddo. 

Peccato perché la strada sarebbe bellissima, piena di curve che si contorcono in una valle stretta e profonda, coperta di abeti. 

Finalmente torno a valle. Il miraggio del sole che tornava é del tutto svanito, lavato via dalla pioggia che prosegue fitta come prima. 
Molte zone sono allagate, la strada ogni tanto viene invasa da dei torrenti improvvisati che scorrono ai lati della strada. 

Sono senza cartina, l’ho chiusa in una busta dentro la borsa da serbatoio per non distruggerla. 
Vado un po’ a caso o, più elegantemente, a intuito. Qualche nome di città lo ricordo e chiedo conferma quando di tanto in tanto mi fermo a fare benzina. 

In una di queste soste non resisto più, ho troppo freddo e continuo a viaggiare con I vestiti fradici addosso. 
Tiro fuori dei vestiti asciutti, dalle mutande in su, mi cambio in una stazione di servizio, in quella che una volta funzionava come doccia, ma che adesso era solo un piccolo locale in disuso. 
La giacca e I pantaloni tecnici bagneranno di nuovo I vestiti, ma almeno per qualche minuto avrò addosso qualcosa di asciutto. 
Infilo I piedi, con le calze asciutte, dentro due buste di plastica e poi rimetto gli stivali grondanti acqua. 

Ormai é buio, mancano ancora 150 km per la La Rioja. 
Mangio un panino in una squallida tavola calda, sotto le urla del cronista dell’immancabile partita di calcio che ipnotizza le due o tre persone che riempiono la sala. 

Riparto. Ho freddo da tremare, ma non posso fermarmi, non c’è nulla intorno a me, anzi, come cantava Paolo Conte, “tutto intorno è solamente pioggia e Francia…“, a parte la location direi che ci siamo. 

Nel buio, il faro illumina l’oscurità, gli insetti sembrano tante stelle comete che mi sfrecciano attorno, a volte colpendomi. 

Spesso resto nel buio completo, nessun faro che mi precede né alle mie spalle, né luci ai lati della strada. Decine e decine di km di vuoto. 

Finalmente appaiono le luci della città in lontananza. Sembra un miraggio, mancano ancora 40 km. 

Resisto, ormai ci sono, poi, come una liberazione, entro nella periferia e poi fin dentro la città. 
Cerco l’hostal che ho prenotato, una coppia di ragazzi in moto mi guida per un tratto, poi mi salutano tra mille sorrisi e auguri. 

Per fortuna l’hostal ha tenuto la stanza nonostante siano le 23 passate. 

Mi riprendo sotto una doccia bollente e mi infilo nel letto, adesso non voglio pensare a nulla, tanto meno a quello che mi aspetta domani.

Voglio solo riposare. 

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