Verso Rio, ultima tappa

Oggi abbiamo pochi programmi, solo un giro per Recife in attesa dell’aereo per Rio de Janeiro che decollerà a metà pomeriggio. Purtroppo rinunciamo Olinda perché per raggiungerla ci vuole un po’ di tempo e abbiamo paura di non farcela.

Prosegue il distacco dalla moto, rifacendo in buona parte i bagagli. Lascio assieme alla Pollita i ricambi che avevo portato dall’Italia e qualche altra cosa che servirà a chi la prenderà.

Andiamo alla Casa della Cultura di Recife. Anticamente era un carcere, adesso nella moltitudine di celle accoglie altrettanti piccoli negozi di artigianato locale e della tradizione del Nord Est come ad esempio il Cangaço (Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampião) e la sua compagna Maria Bonita oppure le maschere tipiche del Carnevale.
La struttura è rimasta inalterata, fa un certo effetto aggirarsi tra le celle distribuite su tre livelli, vedere le finestre chiuse da pesanti sbarre e respirare l’atmosfera claustrofobica.

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Torniamo nel quartiere di Kate, di fronte al mare, passeggiamo prendendo un po’ di sole. Anche volendo non si può fare il bagno, perché il mare di fronte a Recife è infestato dagli squali, peccato!

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Arriva l’ora, torniamo a casa e chiudiamo le valigie.

E’ arrivato il momento dell’addio definitivo alla Pollita. Smonto le ultime cose che erano rimaste sulla moto: la base della borsa da serbatoio, il cavetto d’acciaio con cui legavo il casco, il supporto della telecamera.

Ultime foto: la commozione si fa sentire, forte.

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Separarmi dalla moto che mi ha accompagnato per tre mesi in questa avventura meravigliosa e indimenticabile è molto difficile.
Purtroppo stabilisco sempre un rapporto forte con le mie moto. Dico “purtroppo” perché so che non ci si dovrebbe legare a degli oggetti, ma il punto è che non vedo la moto come un oggetto, ma come un “comunicatore di emozioni”, un tramite. Mi è impossibile restare indifferente a qualcosa che mi ha consentito di vivere delle emozioni così forti che resteranno impresse per sempre nel mio cuore e nella mente.

Prendiamo il taxi fino all’aeroporto e partiamo per Rio.

Spero di riuscire a scacciare la malinconia per riuscire a godere appieno degli ultimi giorni del viaggio!

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A Recife, ultima fermata per la Pollita

Il giorno inizia male, sono investito in pieno dalla realizzazione che il sogno sta per finire e il primo segno evidente, pesante, sarà l’addio alla Pollita, la meravigliosa e coraggiosa piccola moto che mi ha permesso di realizzare un grande sogno.

Oggi arriveremo a Recife, ultima fermata per la Pollita, dove attenderà di essere affidata ancora non si sa a chi, né in quale maniera.

La strada che lascia Pipa è molto bella, tra case tradizionali e natura tropicale, poi raggiungiamo la noiosa autostrada per Recife. Essendo partiti tardi non abbiamo tempo di fare una deviazione sulla strada costiera.

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Più o meno a metà strada, ovviamente dalla corsia più lenta, vediamo un autoarticolato che ci supera a grande velocità. Si avvicina talmente tanto e così velocemente all’auto bianca che lo precede, che sembra voglia tamponarla. L’auto è lenta (ma nemmeno troppo perchè sono più veloci di noi, che procediamo tra i 70 e gli 80) per via di altre auto e camion più avanti.

“Ma quello che vuole fare??”, dico nell’interfono a Caterina, guardando con preoccupazione la manovra così pericolosa.

Poco dopo, l’autoarticolato scarta veloce sulla destra e inizia a sorpassare, appunto, da destra. Ancora pochi metri e si vede un caos di auto che scartano, una fumata di gomme e tutti che iniziano a frenare.
In pochi istanti li raggiungiamo e capiamo cos’è successo: l’autoarticolato ha tamponato un’auto che lo precedeva, che ha perso il controllo, si è intraversata ed è stata trascinata per molti metri dal muso del TIR. La fortuna è stata che non si è ribaltata, né si è andata a schiantare da qualche parte, magari su altre auto.

Ci fermiamo insieme ad altre auto proprio nel momento in cui dall’auto investita scende la famiglia terrorizzata e in lacrime: 4 adulti e 1 bambino. Dall’autotreno scende un giovane in canottiera arancione.

Mi sale una rabbia tremenda per quell’idiota assassino che ha messo in pericolo la vita di molte persone. Penso sempre che potrei finirci io davanti alle ruote di pazzi simili. E la rabbia è anche per la futilità dei motivi: superare un veicolo che ti precede.

Dopo qualche minuto parcheggiamo a lato della strada per bere un’agua de coco. Come sempre, mi assicuro che la moto sia stabile, ma evidentemente mi sbaglio. Mentre siamo entrambi girati, il vortice di un TIR che passa a grande velocità, le fa perdere l’equilibrio. Vediamo la Pollita cadere, senza riuscire a fermarla in tempo.
Se da qualche parte era scritto che doveva cadere e sinceramente anch’io avevo messo in conto delle cadute, sono felice che questo sia il modo. I danni sono praticamente nulli, solo la leva del freno un po’ storta.

Arriviamo a Olinda, molto bella di case coloniali coloratissime e vie acciottolate.

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Ci fermiamo dal maestro Henry, il pittore che ha tenuto un po’ di lezioni a Caterina nella settimana in cui ha atteso il mio arrivo da Manaus a Sao Luis.

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Recuperiamo i due bellissimi quadri che ha dipinto, li portiamo avvolti all’interno di un tubo di plastica.

Facciamo una brevissima passeggiata, poi andiamo a Recife dove ci aspetta Kate, l’amica di Caterina che ci ospiterà per questa notte e che, soprattutto, custodirà la Pollita per un periodo indefinito.

Recife è molto trafficata e impieghiamo un’ora per arrivare a casa di Kate, per fortuna seguendo un motociclista che ha preso a cuore il nostro destino e che ci guida fin quasi a destinazione.

Passiamo buona parte della serata a parlare della Pollita, di come si può fare per venderla: se come donazione a Kate, se nazionalizzandola, se illegalmente senza documenti e il relativo prezzo da chiedere a seconda della soluzione.
Alla fine decidiamo che, se la nazionalizzazione non costa troppo, opteremo per quella soluzione, altrimenti rimane l’offerta di Antonio di Jericoacoara.

Domani mattina gireremo un po’ per Recife, poi nel pomeriggio avremo l’aereo per Rio, vera ultima tappa del viaggio.

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Sulla Praia do Amor

Alle 7 i miei timori di ieri si materializzano: il cielo è coperto come in un novembre romano e piove fitto.
Mi ributto a letto e alle 8 la sorpresa: il cielo si è aperto e il sole ha iniziato a scaldare. La giornata può iniziare!

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Andiamo sulla spiaggia del centro di Pipa, minuscola quando la marea è alta. Da lì si può andare nella praia do Amor, dopo una bella passeggiata sulla battigia, ammirando come sempre gli spazi così ampi, grazie anche alla bassa marea.

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La spiaggia sembra essere poco più ampia di quella do Madeiro dove siamo andati ieri e ci sono alcune palme a pochi metri dall’acqua a donare il classico e suggestivo profilo da “spiaggia tropicale”.

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Ci piazziamo su due sdraio. Molti le offrono gratuitamente, ovviamente è opportuno consumare qualcosa e i prezzi sono solo leggermente più alti del normale. Il pensiero vola veloce alle spiagge italiane, dove tutto costa un occhio della testa, per poi tornare qui, nel presente, per godere di queste ultime ore di mare e, in definitiva, del viaggio.

Anche oggi la giornata trascorre velocemente, fin troppo, tra bagni, letture e ozio. Quando il sole sparisce dietro la montagna, passeggiamo fino alla fine della spiaggia affacciandoci oltre la punta di roccia che separa gli arenili.

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La malinconia prende corpo, la tristezza per la fine imminente di questo viaggio da sogno, che tanto mi ha regalato e di cui devo ancora capire gli effetti.

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A cena ci incontriamo con Hans, parlando nuovamente del mondo, di sogni e prospettive. E’ sempre bello incontrare persone così!

Dopo cena ci separiamo: lui rimane a Pipa, mentre noi andiamo alla festa di chiusura di un torneo di vacqueros. Prendiamo la moto ed andiamo nel villaggio a una decina di chilometri da Pipa, nell’entroterra.
Ci immergiamo in un attimo nella realtà contadina e tradizionale brasiliana: decine di cavalli che gironzolano nel parcheggio e una piccola folla a seguire la gara che non riusciamo a capire del tutto. Due persone a cavallo affiancano e stringono tra loro una giovane mucca, correndo a perdifiato fino alla fine del rettilineo, lungo un centinaio di metri, facendo poi cadere la mucca entro due righe bianche segnate col gesso sulla terra. Questo quello che forse ho capito vedendo alcune gare, ma non sono sicuro di aver interpretato correttamente.
Alle spalle dei vaqueros che si esibiscono a rotazione, sempre diversi, un palco con un gruppo di forrò, musica tradizionale brasiliana molto divertente. Il volume è esageratamente alto. Tutti o quasi sono ubriachi e ballano senza sosta, l’atmosfera è di festa, risate e scherzi.
Balliamo fino a mezzanotte, poi torniamo alla posada.

Domani purtroppo lasceremo il mare, direzione Recife, dove abbandonerò la Pollita. Sarà un giorno estremamente triste.

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Nella baia dei delfini

Oggi abbiamo la scelta se andare nella praia do Madeiro, dove si vedono i delfini oppure nella praia de Amor, la più bella dei dintorni, a quanto ci dicono.

Optiamo per la prima, i delfini ci incuriosiscono molto!

Usciamo intorno alle 9 e nel giro di una decina di minuti arriviamo all’inizio della scalinata in legno che scende alla spiaggia, lunga e ampia, incorniciata da una bassa collina verdissima.

Purtroppo il tempo è coperto; stanotte la pioggia ci ha svegliato intorno alle 4 per la potenza con cui tambureggiava violentemente sul tetto della stanza. Prendiamo un ombrellone, giusto prima di un rovescio abbastanza intenso a cui ne seguiranno altri, a intermittenza.

Ci sono molti delfini che nuotano a poca distanza dalla riva, è bellissimo vedere la pinna che entra ed esce dall’acqua; qualcuno fa anche qualche piccolo salto.

Si ferma una coppia di venditori ambulanti con orecchini, collanine e bracciali fatti a mano. Parliamo a lungo di tutto, storia e politica, cultura e tradizioni. Le classiche persone a metà tra il filosofo e l’hippie con cui ci ritroviamo spesso a parlare piacevolmente.

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La giornata vola, tra qualche bagno nel pomeriggio, quando il tempo migliora e passeggiate sul lungo arenile.

Il sole purtroppo sparisce abbastanza presto dietro la collina, non è come a Jerì che ti accompagnava fino alla fine della giornata!

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Facciamo un’ultima passeggiata approfittando della bassa marea che ha liberato un tratto di spiaggia, normalmente sommerso, che ci consente di arrivare fino alla baia a fianco, la baia de Golfinhos, dei delfini.

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E’ completamente deserta e immensa, molto bella.

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Torniamo in paese e per la sera ci vediamo con il mitico Hans, anche lui a Pipa per alcuni giorni. I suoi tempi, però, sono molto più lunghi dei nostri: andrà con calma verso nord, fino in Guyana, cercando di andare con una nave fino a Panama. Se non trova nulla, dovrà tornare sulla strada che avevamo fatto, attraverso la foresta amazzonica fino in Venezuela, partendo da là. Girerà ancora per il centro America, poi su negli Stati Uniti, il suo orizzonte temporale è di due o tre anni, poi deciderà se tornare in Svizzera o fermarsi nel paese che, in questi anni, l’ha colpito di più.

Purtroppo inizia a piovere molto; oltre a bagnarci tornando in albergo, siamo preoccupati per domani. Speriamo di riuscire a goderci l’ultimo giorno di spiaggia del viaggio!!

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Verso Pipa, obiettivo riposo!

Oggi ci aspetta una tappa molto dura, 500 km fino a Pipa, sotto Natal.
Con un’altra moto sarebbe routine, ma con la Pollita è dura: la moto è piccola per due persone e i ben noti limiti di assenza di protezione dall’aria e scarsa velocità sono ancora più accentuati.

Partiamo alle 9 dopo le ultime chiacchiere con Stefan, il proprietario svizzero della bellissima posada Ibitu che si è trasferito in Brasile molti anni fa. Un bel personaggio!

Anche oggi il panorama cambia mille volte, da verde e fertile a grigio-verde e arido; quello che non cambia è il vento: forte, costante e perennemente contro, a parte rari momenti.

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La moto non riesce quasi mai a tenere la quinta, è un continuo passare dalla quarta a pieni giri alla quinta che si “sgonfia” rapidamente, costringendomi a scalare. Velocità, tra i 60 e i 70. Nelle discese senza troppo vento, tocchiamo gli 80, in piena ebbrezza adrenalinica da velocità.

Deviamo per Canoa Quebrada per toglierci la curiosità di vederla. E’ carina, anche se le falesie sono decisamente meno spettacolari di quelle di Morro Branco.

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I km, come sempre passano, nemmeno troppo lentamente grazie all’interfono che ieri ho montato sul casco di Caterina. Chiacchierando e tra una sosta e l’altra, trascorre il pomeriggio.

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La mitica Pollita compie 17mila km, l’ultimo compleanno “da mille” che celebrerò personalmente, che tristezza!

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Intorno al crepuscolo arriviamo a Natal, dove veniamo avvolti da un intenso traffico. Con la stanchezza della giornata di guida, sono insofferente, non ci voleva quest’ultima parte così stressante.

Gli ultimi km sono al buio, ma pesano soprattutto gli ultimi 30 tortuosi per arrivare a Pipa che, come un miraggio, finalmente si materializza.

Troviamo rapidamente una posada molto carina appena fuori il villaggio e, dopo una doccia rapida, andiamo a caccia della cena. Il paese è completamente turistico, ancora più di Canoa Quebrada. Mi sento schizofrenico, siamo passati dalla tranquillità turistica di Jericoacoacara, alla pace assoluta di Morro Branco, al delirio di musica ad alto volume e ai locali notturni di Pipa.

Comunque sia, ci aspettano due giorni di assoluto riposo, non vediamo l’ora!!

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Sulle falesie di Morro Branco

Apriamo le tende e finalmente vediamo quello che ieri avevamo solo immaginato: la piscina sotto la stanza ed il mare in lontananza, orlato di bianche onde!

Ci esaltiamo e scendiamo immediatamente dopo colazione per andare a vedere le falesie, il fiore all’occhiello di questa località.

Il tempo di comprare un paio di bottigliette d’acqua ed un’agua de coco che veniamo accerchiati, sommersi da decine di persone in gruppi organizzati. Sicuramente arrivano da Fortaleza nelle classiche escursioni da fare in giornata. Decidiamo di aspettare che passi la buriana di gente per goderci in piena tranquillità la magia del luogo.

Ci addentriamo nei canali scavati dall’acqua, le pareti di arenaria spaziano dal rosso al giallo, al bianco. Tutto intorno la sabbia, qualche palma ed altre piante a dare un tocco di verde. Il mare immenso e il cielo sullo sfondo, a chiudere questo scenario maestoso.
Mi sembra che il mare abbia un colore diverso dal Mediterraneo, un blu più chiaro rispetto al nostro.

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Proseguiamo la passeggiata sopra le falesie, guardando il mare dall’alto. Ben presto ci ritroviamo completamente soli, i gruppi organizzati si sono fermati molto prima.
Camminiamo a lungo, scendendo e salendo sulle coste delle rocce, respirando e interiorizzando gli spazi, la luce, l’energia.

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Quando diventa troppo complicato proseguire, per via della sabbia che ostruisce completamente il sentiero, scendiamo fino alla spiaggia. Sbuchiamo all’altezza di due baracche costruite a pochi metri dall’acqua. Sono disabitate, ma entrambe chiuse con un lucchetto, forse qualcuno viene ad abitarci di tanto in tanto.

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Dalla spiaggia notiamo che sgorgano molte sorgenti d’acqua dolce, alcune di poche gocce, altre più abbondanti. E’ stupefacente, perché alle spalle della falesia non c’è una montagna, quindi resta un mistero da dove arrivi l’acqua.

Dalla spiaggia possiamo ammirare le falesie nella loro interezza e nella bellezza delle impossibili sfumature che vanno dal rosso, al giallo, al beige, al bianco.

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Ci fermiamo ad una di queste sorgenti, più bella e particolare delle altre e facciamo un bagno, sperando che uno dei tanti buggy che fanno avanti e indietro sulla riva non ci investa.

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Dopo alcuni chilometri decidiamo di tornare indietro, anche per evitare la risalita della marea.

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Arrivati di nuovo a Morro Branco, vediamo tornare a riva diverse barchette di pescatori, molto insolite. Infatti sono completamente piatte sotto, senza deriva e senza fiancate. Davvero viene da chiedersi come facciano a galleggiare.
Hanno catturato una manta, alcune murene ed altri pesci che non riconosco. Iniziano a pulirli per venderli ai ristoranti del villaggio.

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Mentre torniamo verso l’albergo, ci mettiamo a parlare con un altro espatriato di Cesena. Si lamenta della situazione in Italia e che ormai il fisco ti segue ovunque, “non puoi più mettere quei 40, 50mila euro in una cassetta di sicurezza, perché poi ti chiedono da dove arrivano! E se sono in nero, sono guai!”

Mangiamo un’ananas per bloccare la fame, poi dopo altri giri inclusa una sosta-doccia in albergo, andiamo a cena. Sono le 18:30, nemmeno i nordeuropei mangiano così presto!

Domani ci aspetta una tappa lunghissima, 500 km fino a Pipa, spero che ci riusciremo!

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Bye bye Jerì

L’idea per lasciare Jericoacoara è che Caterina vada con una delle auto che servono regolarmente Jijoca, portando i bagagli, così che io possa seguirla con la moto scarica, sia per vedere la pista, visto che ce ne sono molte, sia per guidare più facilmente con la moto scarica.

Durante la colazione vediamo gironzolare davanti la reception il ragazzo che ci ha guidato qui due giorni fa. Le coincidenze!
Deve portare una famiglia a Jijoca, parte tra mezz’ora. Ci dice che possiamo unirci a lui mettendo i bagagli nell’auto della famiglia e pagando una cifra molto più bassa di quella che aveva chiesto all’andata.

Andiamo di corsa in camera per chiudere i bagagli, poi Caterina scende per pagare la stanza. Il tempo di scendere anch’io, che non vedo più la guida:

“Se n’è andato, il programma è completamente cambiato!”, mi annuncia Caterina, “vado con Antonio nel dune buggy portando i bagagli e passiamo dalla spiaggia!”

Ottimo, il nuovo programma mi piace molto di più: desideravo guidare sulla spiaggia durante la bassa marea!

Antonio tra l’altro è interessato a comprare la moto anche senza documenti.

“Però noi arriviamo fino a Recife, la lasciamo là …”, gli diciamo per fargli il quadro completo della situazione.

“Non c’è problema, se trovate da vendere fatelo pure, sentitevi liberi; ma se non la vendete, chiamatemi che mi organizzo e vengo a prenderla!”

Caterina sale sul buggy caricato di quasi tutti i bagagli e partono; li seguo a breve distanza. Con la moto scarica e le gomme sgonfie, vado molto meglio, anzi, mi diverto proprio! 🙂

Attraversiamo le dune puntando verso il mare, finché non sbuchiamo sul lunghissimo arenile che prosegue oltre l’orizzonte.

Gli spazi immensi, il vento che spazza la spiaggia e trascina la sabbia disegnando vortici e curve, correre a filo delle onde che lambiscono la battigia. Un insieme di sensazioni che si arricchiscono e rinforzano le une con le altre a creare un momento che non dimenticherò facilmente.

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Arriviamo a Jijoca dalla spiaggia, ci fermiamo al primo distributore per gonfiare nuovamente gli pneumatici.

“Sai che prima, quando eravamo a Jerì, ero pronto a comprartela al volo la moto?”, mi dice Antonio mentre regola la pressione.

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“Ah sì??”, esclamo incredulo, non avendo capito che fosse così seriamente intenzionato.

“Sì, avevo anche pronta l’auto per portarvi all’aeroporto di Fortaleza …”

“Dai, facciamo che se non trovo nessuno a cui venderla a Recife, ti avviso e la prendi tu!”

“Ok, grazie!”

Ci salutiamo e proseguiamo verso l’asfalto, che dista ancora una ventina di km, stavolta di sterrato pietroso con pochi punti sabbiosi.

Seguiamo le indicazioni per Fortaleza, i km sono tanti e mi sembra di viaggiare perennemente controvento, con la povera Pollita che fatica più del solito a portare due persone cariche di bagagli.

Il paesaggio cambia mille volte, da fertile e coltivato a desertico punteggiato di palme e cactus.

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A proposito di palme, superiamo un ampio territorio fitto di palme morte. Sono drammaticamente tristi le palme morte, con il loro tronco sottile e alto, che termina in un moncherino oppure in un ciuffo secco e spelacchiato.

Facciamo un paio di soste, poi perdiamo tempo perchè non riesco ad evitare Fortaleza e ci finiamo in mezzo. La periferia è moderna e fitta di alti grattacieli, sembrano boschi di cemento. I palazzi sembrano comunque curati e costruiti con un minimo di ricercatezza e gusto.

Prendiamo la litoranea Est, il tramonto ci coglie a pochi km dalla meta di oggi, Morro Branco.

Arriviamo a Beberibe affamati come lupi. Ci gettiamo su degli spiedini che una signora sta cuocendo nella piazza principale, poi percorriamo gli ultimi 4 km per Morro Branco. Troviamo una posada meravigliosa, ci sistemiamo in una stanza vista mare da un lato e montagna dall’altro.

Domani, relax totale sulla spiaggia, dobbiamo riposare i fondoschiena per la mega tappa che ci aspetta dopodomani, fino a Pipa!

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