Nella foresta, tra delfini e piantagioni

Mi sveglio nel cuore della notte, madido di sudore. Non si respira.

Dalla finestra spalancata vedo dei bagliori, mi affaccio. All’orizzonte, all’altezza di Manaus, c’è un enorme cumulo di nubi dentro le quali rilucono continuamente dei lampi. Il tutto, nel più completo silenzio, non un singolo tuono.

Ammiro lo spettacolo per qualche minuto, poi rientro nel forno.

Mi alzo alle 7 per una veloce colazione, poi usciamo per andare dai delfini. Scherzo con Joshua dicendo che i delfini rosa non esistono e sta inventando tutto, bombe comprese!

Prima di lasciare il lodge, Joshua ci chiede se preferiamo andare in un villaggio tradizionale per vedere le colture, lo stile di vita e tutto il resto, oppure in una piccola comunità indio, dove possiamo conoscere la vita dei discendenti dei primi abitanti della foresta. Esperienza, a suo dire, molto più interessante e unica.
La prima visita è quella inclusa nel pacchetto, per la seconda invece c’è un piccolo extra di 25 reais (8 euro scarsi), “che viene versato interamente agli indio per aiutarli”, precisa Joshua.
Richard, Joel ed io siamo per gli indio, le quattro francesi per il villaggio tradizionale. Le menerei.

Arriviamo alla piattaforma dei delfini che è ancora molto presto, svegliamo tutti. Lo stesso ragazzo di ieri si immerge nell’acqua e comincia ad agitare l’acqua con le mani ed a fare altri rumori.
Oggi però nel giro di pochi minuti l’acqua inizia ad incresparsi. Stanno arrivando!

Inizia a giocarci tenendo in mano, fuori dall’acqua, dei tranci di pesce, per farli saltare.
Ci immergiamo e nuotiamo intorno al ragazzo, cercando di toccare i delfini. Sono lisci e morbidi, per nulla spaventati dall’uomo. Uno in particolare è davvero docile, si lascia praticamente abbracciare!

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Ci dice Joshua che in questa parte di fiume ci sono una quindicina di delfini e quattro di questi sono docili come quello che stiamo accarezzando.

“Oggi ce n’è solo uno, ma di solito sono quattro. Qui portano anche dei bambini, per fare la terapia con i delfini, sono buonissimi!”

E’ emozionante vedere questi cetacei così grande nuotarci intorno, giocare tra le nostre gambe, farsi toccare senza la minima paura! Restiamo in acqua a lungo, mi sento come uno dei bambini che viene a fare la terapia!
Arriva una coppia di brasiliani di mezza età su un’altra barca e Joshua ci chiede di uscire perché siamo rimasti in acqua più del dovuto e ora tocca ai nuovi arrivati.

Risaliamo in barca per andare nel villaggio tradizionale. Che poi è il villaggio in cui vive Joshua e dove sta costruendo una casetta che dovrebbe essere finita per dicembre; andrà a viverci con la sua fidanzata. Ci sono anche una chiesa e una scuola.

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Ci mostra molte piante da frutto, ora senza frutti perché non è stagione, ci spiega da cosa e come si ricava la farina di manioca e ci illustra la semplice vita del villaggio, in completa comunione con la natura ed i suoi ritmi e cambiamenti.

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A proposito di cambiamenti, ci dice che fino al 2009 l’acqua non era mai arrivata così in alto. Prima del 2009, dove siamo appena passati con la barca, era sempre asciutto, tranne un piccolo torrente e il livello dell’acqua non cambiava di molto tra il periodo secco e quello delle piogge.
Dal 2009 in poi, invece, ogni anno l’acqua sale di molti metri, allagando tutto, per poi scendere di molti metri, facendo essiccare la terra.

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“Il cambiamento climatico è arrivato anche qui e ora le gente deve adattarsi a queste variazioni di livello! Infatti tutti stanno costruendo nuove case su palafitte, perché le vecchie vengono sommerse e distrutte!”

Anche il clima è globalizzato, nel senso che ovunque sta cambiando, portando sempre tragiche conseguenze.

Torniamo verso il lodge e Joshua ci chiede se vogliamo fare un bagno nel fiume aperto oppure tornare direttamente nel lodge. Joel ed io vorremmo fare un bagno, perché dal lodge è complicato scendere in acqua. Le quattro francesi vogliono tornare al lodge a far nulla. Le menerei sempre più.

Arrivati al lodge, faccio un bagno veloce sfilando tra le piante che crescono vicino la riva, poi pranziamo, tanto per cambiare con pesce fritto, riso in bianco e fagioli.
Arriva con una barca la persona che mi era venuto a prendere due giorni fa in albergo per venire qui, è con due signore sulla cinquantina.

Inizio a parlare con una, la saluto in spagnolo perché ancora non ho imparato nulla di portoghese (e nemmeno ho provato) e anche lei risponde in spagnolo. E’ di Lima! Sono così felice di parlare nuovamente in spagnolo, anche lei è contenta di poter parlare nella sua lingua. Lavora qui da molti anni, è venuta a seguito della sua famiglia quando in Perù c’era la crisi. E si è fermata anche se non ama il posto, è stufa. Però c’è lavoro e soprattutto è elastico, quando vuole fermarsi per uno o più mesi, può farlo senza problemi.

Parliamo del più e del meno sia al lodge che durante il tragitto per tornare a Manaus, prima in barca poi in macchina. Infatti torna anche lei con me e Joel. Saluto le simpatiche francesi, rimaste sole visto che Richard è ripartito in mattinata.

Il ritorno riserva una sorpresa. Il passaggio in auto è solo fino ad un molo:

“Salite su quella barca, tra 10 minuti parte e in 20 minuti arriva nel porto di Manaus. E’ molto più veloce dell’auto, il biglietto è già pagato e trovate Tom ad aspettarvi fuori dal porto.”

Nell’attesa che la barca, più un motoscafo in realtà, parta, osservo la vita in questa parte di città.

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Ci sono alcuni bambini che pescano e bighellonano vicino ai pescatori, altre persone sul molo. Una vita lenta, tranquilla.
Il bambino che pesca a fianco della nostra barca cattura un pesce! Condivide la gioia con un amichetto, fanno qualche tuffo dal molo, provano ancora un paio di volte a pescare, poi arriva un sorveglianti a cacciarli.

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Il motoscafo parte e ci porta fin nel cuore di Manaus, al porto galleggiante.
Entrando nel porto, vedo una barca abbastanza malconcia e piccola. Leggo il nome sulla prua: Nelio Correa, una delle barche che va a Belem.

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Fuori però non troviamo Tom, ma il fratello. Gli chiedo come torniamo in albergo, che è vicino ma non troppo. Io ho due piaghe sotto i piedi e Joel un bagaglio molto pesante. L’unica possibilità è in taxi.

Chiedo per tre volte al fratello di Tom di farsi dire quanto viene il tragitto fino all’albergo, ma non mi risponde, pensa solo a prendere il primo taxi libero. Evidentemente anche lui non vuole tornare a piedi.

Finalmente ne trova uno, saliamo mentre Joel dice che vuole farla a piedi. So che mi sto infilando in un problema, ma non mi va di tornare a piedi.

Arrivati di fronte alla pensione, il fratello di Tom scende e mi dice di pagare la corsa, 10 reais. Reagisco dicendo che non voglio pagare, che ho preso un tour di 3 giorni da 450 reais e vorrei essere riportato dove sono stato prelevato il primo giorno. Ne nasce una discussione, come immaginavo, che alla fine tronchiamo facendo a metà, 5 lui, 5 io.

Vedo Tom, allegro come sempre, che mi dice che ha trovato la cabina.

“Allora, 700 la cabina …”

“Mi avevi detto 600 … e ho trovato molti lungo il molo che mi offrivano la cabina a 600!”

“No 700 ti avevo detto!”, prova a ribattere.

Continuiamo così per un paio di volte, poi accetta 600.

“Quindi, 600 la cabina e 150 la moto, totale 750”

“Ok, ma devo prelevare, non ho tutti questi soldi”

Mi accompagna di nuovo il fratello che nel frattempo si è calmato; prelevo e pago Tom che mi dà il biglietto, leggo il nome della nave: Nelio Correa! Mi metto d’accordo con Tom per andare domani mattina al porto, poi vado a riposarmi in albergo e a preparare i bagagli.

Esco verso le 21 per cenare, ma trovo tutto chiuso. L’unica è mangiare ad uno dei banchetti che la sera popolano gli angoli delle strade, che cuoce spiedini sopra una piccola brace.

E domani, se Dio vuole, prendo il traghetto per Belem!

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