La meraviglia di Machu Picchu

La sveglia urla alla massima potenza già da qualche minuto quando riesce a farmi emergere dal sonno. Sono le 4 appena passate. Doccia e colazione, sono fuori all’ora prevista, le 5. Caso più unico che raro.

Mi accompagna il tipo dell’albergo per aiutarmi a trovare il biglietto d’ingresso a Machu Picchu. Arriviamo di fronte all’ufficio, ci sono già una ventina di persone in attesa.

“AHI!!” esclama il mio accompagnatore.

Mi metto in fila nel momento in cui l’ufficio apre.

“Aspetta un attimo”, mi dice mentre si infila all’interno.

Esce dopo poco, dicendomi con aria non troppo convincente:

“I biglietti ce li hanno: lo fai, poi vai a comprare l’autobus per salire al sito”

Speriamo!

La fila scorre abbastanza velocemente, arriva il mio turno. Pago 128 soles (più o meno 35 euro) e mi ritrovo col biglietto per Machu Picchu. Non mi è sembrato così difficile, non capisco tutta questa incertezza e mistero e soprattutto ieri sera la tipa delle ferrovie, che non voleva farmi il biglietto del treno se non avevo l’ingresso per Machu Picchu! Forse hanno un numero limitato di biglietti, non mi dò altra spiegazione né la cerco, mi va bene così!

E’ ancora buio quando ho in  mano anche il biglietto andata e ritorno in autobus. La salita è veloce, prima sul fondo della gola a fianco del torrente, poi sul fianco di una montagna, tornante dopo tornante sfiorando i pulmini che nel frattempo ridiscendono.

Alle 7 sono su.

Entro e l’impatto è forte, perchè si ha già una visione d’insieme dell’intero sito con le montagne alle spalle. La tentazione di iniziare a girare tra le rovine è forte, ma resisto e mi arrampico a casaccio lungo un sentiero sulla sinistra. Più per istinto che altro. Provo a chiedere a una coppia di francesi dove si va per dove stiamo salendo, ma non mi rispondono nemmeno.

Per fortuna è il punto che speravo, panoramico dall’alto su tutto il sito. Mi siedo ed inizio a concentrarmi, mentre il sole sale da dietro le montagne e appare intorno alle 7:15.

E’ difficile esprimere a parole sia le emozioni che la loro intensità. Se si riesce a isolarsi dal resto ed entrare in contatto con il luogo, l’insieme diventa commovente. Forse è talmente la bellezza o la sua ancestralità o la commistione così perfetta tra bellezza naturale e opera dell’uomo, fatto sta che il cuore e la mente non riescono a contenere un’emozione così forte che finisce per sfogarsi e allentarsi nelle lacrime. Lacrime di gioia, con il sorriso incredulo per quanto il cuore trabocca di bellezza e felicità.

Il sole sorge e illumina prima le montagne alle spalle della cittadella, poi la cittadella stessa, un po’ alla volta. E questa cambia, cambia in continuazione col passare delle ore e l’evoluzione delle ombre e della luce.

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Rimango più di un’ora e mezzo seduto ad ammirare quello che ho davanti agli occhi. Le persone vanno e vengono, si chiamano, urlano oppure stanno in silenzio come me, ma nulla più importa, perché non entrano nella mia visione. Può essere difficile raggiungere la piena consapevolezza di essere “qui e ora”, soprattutto quando le emozioni sono così intense.

Quando sento di essere pronto, soddisfatto, mi alzo e mi avvio verso la Porta del Sole, un altro punto panoramico lontano alcuni chilometri. Voglio ancora ammirare dall’alto le rovine di Machu Picchu, perché sento che la bellezza principale è nella comunione tra roccia e montagna, tra natura e uomo e si può coglierla solo guardandola nella sua interezza. Entrandoci e girando al suo interno, perderei la prospettiva d’insieme.

Passo accanto ad alcuni lama che non sono particolarmente spaventati dall’uomo e si fanno toccare senza problemi. Morbidi!

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La salita è lunga e abbastanza faticosa, ma ogni scusa è buona per fermarsi e ammirare la cittadella o le montagne circostanti da un’angolazione leggermente diversa.

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Arrivo finalmente alla Puerta del Sol e svanisce la cognizione del tempo, perdendomi prima ad immaginare come dovevano vivere gli Inca in un luogo del genere, le sensazioni che vivevano le persone che, arrivando dal fitto della foresta, si ritrovavano a superare questa porta, avviandosi nella discesa al villaggio. E poi ad immaginare la gioia incredibile vissuta da Hiram Bingham quando si accorse che sotto la foresta si trovava una cittadella perduta e sconosciuta. Scoprirla pezzo a pezzo, pulirla, ricostruire quello che vi si svolgeva, restituirla alla vita, seppur diversissima dall’originale.

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Trascorro un altro lungo tempo, poi, nuovamente, mi sento pronto. Stavolta per entrare nella cittadella, girarla dall’interno. La discesa è veloce e in breve mi aggiraro tra le antiche mura, intuendo quelle che dovevano essere templi e quelle che erano abitazioni.

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Il tempo vola e arriva il momento, purtroppo, di mettermi in fila per l’autobus in discesa. Sembra destino, ma come per il treno di ritorno di oggi, dove era rimasto solo un posto, mentre manca ancora un bel po’ per il mio turno, iniziano a chiedere ad alta voce se c’è qualcuno che viaggia solo, è rimasto solo un posto sull’autobus in partenza per Aguas Calientes.

Mi infilo e finisco a fianco di una signora statunitense, con cui inizio a parlare di Machu Picchu, degli USA, dell’Europa.

Arrivato a Aguas Calientes, ho il dubbio di riuscire a ritrovare l’albergo! Non so il nome nè tantomeno l’indirizzo perchè me l’hanno prenotato da Cusco e ovviamente non ho chiesto informazioni; ieri sono arrivato col buio e mi sono venuti a prendere e stamattina alle 5 ero del tutto incosciente e, di nuovo, col buio.
Per fortuna riesco ad orientarmi e dopo un paio di tentativi a vuoto, ritrovo il vicolo giusto.

Recupero la roba in albergo e vado alla stazione. Inizia a piovere forte lungo il tragitto del treno, ma per fortuna a Ollantaytambo non piove.

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Mangio nell’ottimo ristorante di un albergo di fronte alla stazione, recupero la moto e inizio il rientro a Cusco, in notturna.

E così, penso, eccomi di nuovo a guidare col buio. Mi piace perché sei concentrato sulla guida: solo tu e la moto. Il mondo circostante è irreale, fatto di ombre e profili tagliati dalla luce dei fari e nel buio, di tanto in tanto, emergono le luci di un villaggio o il lampo di una stella cometa che taglia il cielo.

Arrivo a Cusco, piombando sulla città dall’alto. Nella discesa al centro, conto 3 cani che mi inseguono convinti, desiderosi di addentarmi. Al prossimo che mi insegue, gli tiro un calcio, promesso! Affronto i folli pedoni attraversatori di Cusco al grido di: “ATTENTI … Che ne ho già messo sotto uno!!!”

Arrivo in albergo e preparo i bagagli per domani. L’ideale sarebbe arrivare a Nasca in giornata, per non perdere un giorno lungo la strada, ma sono troppi km, non ce la farò mai!

2 thoughts on “La meraviglia di Machu Picchu

  1. Fabietto, noi appassionati lettori siamo rimasti tutto il giorno chiedendoci se saresti riuscito a entrare a Machu Picchu e tu… ce lo sveli nel titolo?!? Magari buon giornalista ma sicuramente pessimo giallista!!!

    • Avrei dovuto intitolare “Il mistero di Machu Picchu”!

      Comunque anche aver visto la foto che ho caricato due giorni fa su Facebook, avrebbe dovuto insospettirti 😉

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