Al Norte, fino a Trujillo

Il nome di questa città mi mette a disagio perché mi ricorda quello del dittatore di Santo Domingo, la cui vita è descritta magnificamente nel libro “La festa del caprone” di Mario Vargas Llosa. Comunque sia, è la destinazione che mi sono prefissato per oggi.

Parto all’alba delle 10:30 e mi butto sulla Panamericana. Ho letto un po’ la guida e non c’è nulla di rilevante lungo la strada, quindi oggi guido e scruto il paesaggio. Che varia pur restando prettamente desertico, da vere e proprie montagne di sabbia, ad altre nere e antracite, fino a colline ocra e rosso ruggine. Incredibile la varietà di colori che può assumere il deserto!

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(duna “a schiena d’armadillo”)

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La strada a volte fiancheggia l’oceano, che si mostra da lontano con alti spruzzi di schiuma sollevati quando le onde si infrangono sulla costa. Per vedere delle colonne di schiuma così alte, stando ad almeno 3 km di distanza, immagino che le onde debbano essere davvero imponenti.

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Il cielo si schiarisce dalla solita cappa grigia, ad un azzurro timido e nascosto da alcune nubi, fino al sereno caldo e deciso. Gli avvoltoi, che da parecchio sono una costante nel cielo, dopo un certo paesino di cui non ricordo il nome, diventano un vero e proprio stormo. A lato della strada, un cartello indica “cimitero” e l’aria improvvisamente diventa satura del fetore di carne putrefatta. Mi giro e vedo, sulla sinistra, una oscura e piccola valle, completamente nera, con un fuoco che arde al centro, ma senza fiamma, solo fumo. Che razza di cimitero è e perché volteggiano tutti questi avvoltoi?

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(gli uccelli che si vedono, sono tutti avvoltoi che volteggiano in continuazione)

Proseguo la corsa, ovviamente in senso metaforico, visto anche che adesso la carburazione della Pollita è completamente sballata, visto che è ancora tarata su La Paz, a 4000 metri di altitudine e ora mi trovo sì e no a 300 metri. Per andare va, però tutti (meccanici, amici, ecc) mi dicono che rovino il motore e sto andando avanti così da Cusco, da esattamente 1000 km!

Inizio la giornata con l’allegria dei giapponesi Pizzicato Five, poi proseguo con il caro vecchio Bob Marley. Inizialmente penso che sia fuori luogo, vista la bruma che sovrasta tutto, a perdita d’occhio e la malinconia che ne deriva. Invece è vero il contrario, grazie a Bob, l’interno del mio casco si trasforma in un giardino tropicale pieno di verde, pappagalli e gente che balla con camicie a fiori.

“Don’t worry ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right.”

(tratto da Three Little Birds, Bob Marley)

Speriamo Bob, intanto vado a nord, poi vediamo se mi fanno entrare in Ecuador!

Durante l’ennesima sequenza di saliscendi su alte dune di sabbia, sotto il cielo terso e l’oceano in lontananza che si infrange sulla costa, metto l’esaltante cavalcata elettronica K-Pax dei Kirlian Camera: credo che questa sarà un’altra di quelle combinazioni di suoni, immagini ed emozioni che mi resteranno dentro.

Come in ogni deserto che si rispetti, di tanto in tanto appaiono, inaspettate e magiche, delle oasi, ma non con le palme e le capanne di paglia, ma con la vegetazione ed i campi coltivati e le abitazioni.

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(questo è il ristorante di mio padre 😉

Finalmente arrivo a Trujillo. E’ tardi ma non troppo, c’è almeno un’ora di luce. Quindi, quando vedo il cartello Huaca del Sol y Luna che indica verso destra, imbocco senza pensarci due volte. Dopo aver svoltato, vedo un sentiero in terra battuta ed un cartello con scritto a vernice rossa, Huacas con una freccia che indica il sentiero.
Dopo l’esperienza di ieri, non mi stupisco che l’accesso al sito sia sterrato. Quello che inizia a stupirmi sono i km che passano sul sentiero che diventa via via più piccolo e distrutto di buche e pietre e sabbia. Ma possibile che per accedere alla huacas tocca fare tutto questo giro assurdo? Non ci passerebbe nemmeno un pulmino, a malapena le auto!
Però le frecce che indicano le huacas continuano, su un muro, su una porta di una casa abbandonata, su un cartello appeso a un palo, quindi continuo anch’io. Chiedo anche informazioni un paio di volte e il sentiero viene confermato.
In tutto questo, conto almeno 5 cani che mi inseguono, di cui 2 che provano a mordermi con un certo zelo.

Basta! mi dico, adesso torno indietro, all’inferno le huacas e i cani, quando arrivo al termine del sentiero, che sbuca su una strada più grande, lastricata di mattoni. Vengo letteralmente accerchiato da un gruppo di una decina di bambini, bambine e ragazze. Vendono dei cioccolatini e delle frittelle. Non aspettavo altro che una scusa per fermarmi e me ne offrono una fantastica! Compro due cioccolatini e una frittella e iniziamo a parlare, di dove vivono loro, di cosa fanno, di me, del mio viaggio.

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Ovviamente sono in ritardo clamoroso e il sito è chiuso, me lo indicano in lontananza, vedo le strutture bianche sulla collina di fronte a me, a poche centinaia di metri.
Però ho la conferma che tutto serve, nulla è inutile. Già stavo maledicendo di essermi addentrato nel sentiero, facendomi perdere tempo inutilmente, mentre invece alla fine ho conosciuto un gruppo bellissimo di persone con cui ho chiacchierato e mi sono fatto un po’ di risate. Che mi serva di lezione.

Dopo un po’ li devo salutare:

“Per dove devo andare, per la plaza de Armas di Trujillo?”

“Meglio di qua, segui la strada!” e mi indicano la strada lastricata, verso destra.

La seguo nella sua sinuosità di serpente, con curve morbide destra-sinistra tra le basse case con giardino della periferia.

Ad un certo punto, la strada che sto seguendo sbuca niente meno che … sulla Panamericana, nello stesso identico punto dove ero entrato circa un’ora fa. E di colpo capisco l’errore clamoroso, il cartello stradale indicava la strada lastricata, non il sentiero che ho preso, che è per i locali!

Nessun problema, imbocco la Panamericana, arrivo a Trujillo e trovo da dormire vicino la plaza de Armas.

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Inizio a informarmi su dove portare la Pollita domani. E poi teoricamente, vorrei andare a visitare le huacas e Chan Chan. Vediamo quanto riuscirò a realizzare di questo ambizioso piano!

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