Un dia en Puno

Ieri sera non ho deciso, la notte ovviamente non ha portato consiglio, ma solo un po’ di sonno rotto dai continui clacson in lontananza, quindi la giornata inizia con lo stesso quesito di ieri, solo più pressante:

“Cosa faccio e dove vado oggi??”

Effettivamente inizia a stancarmi l’assenza di un piano, soprattutto perchè non ho un numero illimitato di giorni, anzi … per cui mi tocca pianificare.

Poi però penso che sono sulle rive del lago Titicaca e che voglio vederlo, piuttosto rinuncio a qualcosa dopo (è sempre facile rinunciare a qualcosa che ancora non c’è, infatti mi convinco molto facilmente), quindi la decisione, almeno per oggi, è presa: faccio una gita sul lago!

Lo dico al mitico Alberto del Totora Inn che mi organizza in un attimo la gita.

“Passano a prenderti qui davanti all’albergo alle 9, hai il tempo di fare colazione con calma”

A metà colazione mi dice che sono in anticipo, quindi mi devo sbrigare. Salgo su un furgoncino dove ci sono già un paio di turisti che, durante il tragitto per Puno, diventeranno una quindicina in tutto, raccogliendone un po’ per volta.

Andiamo al porto e saliamo sulla barca. Xavier, la guida, snocciola dati sul lago, le dimensioni, la profondità, immissari, emissari, altitudine e così via.

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Iniziamo ad addentrarci tra le isole, che sono come delle zattere costruite utilizzando la totora, una pianta lacustre, lunga e sottile, che fuoriesce dall’acqua e che copre il lago a perdita d’occhio. Xavier ci dirà poi che la totora (ora capisco il nome dell’albergo dove dormo!) cresce solo nella baia di Puno e in alcune zone della parte boliviana. Il resto del lago è senza totora.

La barca si incanala prima in una “strada” delimitata tutto intorno dalla totora, poi in uno specchio d’acqua delimitato da decine di isole. Su molte di esse vedo gruppi di turisti, come noi, portati in giro dalle guide. Per fortuna se ne vedono alcune con persone del posto che lavorano normalmente.

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Dico “per fortuna” perchè la sensazione, quasi certezza, è di essere finiti nell’ennesimo trappolone per turisti e presto mi pento di non aver almeno tentato di andare al porto e provare a contrattare un passaggio in barca con qualcuno del posto, senza passare da un’agenzia.

In ogni caso, dopo una ventina di minuti di navigazione attracchiamo sull’isola prescelta per la gita. Ci dicono che fanno a rotazione, tra tutte le isole che ci sono. Così facendo su ogni isola arrivano i turisti due volte a settimana. E di questo campano, ormai.

Camminare sull’isola galleggiante è buffo, sembra di camminare su un enorme cumulo di paglia e in fondo, questo è. Solo che pochi centimetri sotto, c’è l’acqua. Lo stelo di totora è interessante, sembra una specie di spugna, cioè pieno di piccole cavità d’aria e leggerissimo.

La guida fa arrivare il “presidente” dell’isola, così si definisce e ci spiega, in aymara (tradotto in spagnolo dalla guida), come si costruisce un’isola e, soprattutto, come si mantiene nel tempo. Chiedo alla guida, che mi spiega che la costruzione delle isole è nata con l’invasione degli spagnoli, per sfuggirgli.

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Poi arrivano le donne che intonano brevi canti in aymara, quechua e spagnolo.

Segue giro nelle case dell’isola (questa ospita quattro famiglie e le quattro donne agguantano più persone possibile di noi) e, ovviamente, esposizione dell’artigianato che producono. Senza obbligo di acquisto. Mi sento come nelle gite in pullman al santuario di Padre Pio, con interessante dimostrazione di pentole a pressione, pranzo al sacco, 12 euro bevande escluse.

Una volta chiarito che chi doveva comprare ha comprato e che gli altri non compreranno mai (tra cui me, che non ho un soles in tasca, essendo arrivato ieri sera e non avendo cambiato né prelevato nulla), prosegue il programma. Gita, per chi vuole, nella Mercedes Benz: così chiamano per scherzare (e per far contenti noi turisti, ne sono sicuro) le imbarcazioni di totora più grandi.

Il mio imbarazzo raggiunge l’apice quando le quattro donne intonano dei canti mentre la barca si allontana dall’isola, con a bordo quelli che hanno accettato il passaggio in “Mercedes Benz” alla prossima isola. Il primo canto in Aymara passi, ma il secondo “Vamos a la playa” no, non credo alle mie orecchie! I Righeira sono approdati fin sul lago Titicaca! E sento la stessa canzoncina anche dall’isola a fianco, quando un altro gruppetto di turisti si sta allontanando su un’altra “Mercedes Benz”.

Tra i turisti del gruppo c’è un signore che viaggia con la figlia. Lui è peruviano, ma vive da molti anni in Spagna, a Siviglia; la figlia è sivigliana. Il padre mi racconta che era venuto tanti anni fa qui a Puno e a fare una gita per vedere le isole galleggianti, ma che erano tre, non settanta. E ovviamente che non c’era tutto questo circo per turisti.

Andiamo sull’isola successiva prevista nel giro; arriviamo contemporaneamente ai nostri “colleghi” andati con la Mercedes Benz.

Quest’isola è ancora peggio, con un ristorante, un bar, diversi negozi di souvenir e altre strutture per turisti.

Quando iniziamo il rientro sono contento, almeno i paesaggi sono splendidi.

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Tornati sulla terraferma, mi faccio riportare in albergo per riposarmi un attimo, poi esco per un giro in centro.

Non c’è molto da vedere a Puno, diciamo quasi niente. Passata una piazzetta che porta nella strada pedonale piena di negozi, che a sua volta porta nella immancabile Plaza des Armas, non c’è molto altro.

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Quindi, come accade spesso, la cosa più interessante da vedere sono le persone. I bambini e i ragazzi escono da scuola, hanno tutti l’uniforme. Poi le donne, meno colorate rispetto alle boliviane. I moto-taxi, a tre ruote che tanto ricordano i coco-taxi di Cuba.

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Vado anche nel museo della coca. L’esposizione è minuscola, però i due filmati che girano nel televisore sono molto interessanti. Spiegano le origini dell’uso della foglia di coca, le testimonianze più antiche, le proprietà, come è cambiato l’interpretazione e l’uso dopo l’arrivo degli spagnoli con il loro bigottismo cattolico e così via.

Sia questo filmato, che ancor più quello successivo, che descrive le danze folcloristiche locali, gettano una pesante ombra sugli spagnoli e le loro responsabilità sul genocidio indio-americano. Effettivamente è impossibile sfuggire a questo pensiero, alle atrocità commesse, che non si sono limitate al Sud America, ma si sono estese anche all’Africa con la tratta degli schiavi, necessari al lavoro nelle ricche miniere di argento e oro.

Proprio nei giorni scorsi ci pensavo, a come i popoli di questi paesi vedono e cosa pensano degli spagnoli. Vedendo questi due filmati, mi sembra di capire che ovviamente ormai non c’è livore o risentimento, però la memoria di quello che è accaduto rimane.

Posso pensare che se non fossero stati loro, sarebbero stati altri, visto che il colonialismo è proseguito per buona parte del 20° secolo e che in alcuni paesi di fatto ancora esiste, però … è impossibile non pensare alla tragedia vissuta da questi popoli.

E’ emozionante e sorprendente il significato di ciascuna danza tradizionale descritta nel filmato: c’è quella i cui passi lenti e piccoli rappresentano i passi degli schiavi, trattenuti dalle catene  e costrette a muoversi in sincrono a decine e decine; un altro ironizza, con maschere mostruose e passi parossistici e parodistici, le movenze dei nobili spagnoli e della corte reale; un altro ironizza sulle corride e le uccisioni dei tori.

Non avrei mai immaginato tali significati nelle danze popolari e questo mi convince ancor più dell’importanza del preservarle e tramandarle, perchè rappresentano e trasmettono la storia e la cultura dei popoli.

Una volta uscito dal museo, decido di fare una passeggiata fino al porto, che stamattina ho visto troppo di sfuggita. Lungo la strada vedo una scena divertentissima: ero rimasto ai tre vecchietti dei paesini italiani, a guardare per strada i lavori in corso, ma qui si arriva a veri e propri spettacoli, con decine di persone letteralmente a circondare una escavatrice con 4 operai a correre avanti e indietro con sacchi di calce e altri materiali. Tutti incantati a guardare i quattro lavorare, anche i risciò e i moto-taxi, una specie di drive-in.

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Arrivo nei pressi del porto e faccio un “pranzo pomeridiano” con trota fritta accompagnata dalla mitica Inca Kola

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(Jeanell, this is for you 😉

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Mentre pranzo, ho modo di leggere un articolo che ho portato dall’Italia su questa zona di Perù, provare a buttare giù un piano per le prossime settimane e rendermi conto di aver bisogno di 20 giorni in più. Oppure che devo tagliare a più non posso.

Finisco il giro al porto e torno in albergo.

Domani devo arrivare a Cusco, con alcune deviazioni lungo la strada. Vorrei partire alle 8. Non ci credo nemmeno io, adesso che l’ho scritto. Figurarsi domani mattina quando dovrò alzarmi …

E alfine fu: in Perù!

Oggi la sento come giornata campale per il viaggio, sia per la moto, che sembra andare veramente male, sia per l’ingresso in Perù, con tutte le difficoltà per entrare di cui ho letto nei forum. Entrare con moto intestate ad altra persona, intendo.

Chiudo i bagagli, faccio colazione, pago e vado a prendere la moto. Non riesce nemmeno a fare la leggera salita per uscire dal cortile.

Butta male …

Carico la moto e parto.

Il traffico é intenso, impossibile prendere una qualsiasi rincorsa e comunque, anche quando ci riesco, la moto perde tutti i giri nel giro di 10 metri e mi muore tra le mani.

Scendo e spingo: il motore a malapena ce la fa a spingere solo la moto coi bagagli. Con me é impossibile.

Nuova salita, devo di nuovo scendere e spingere.

Nell’ennesima arrampicata, sto riuscendo a salire sui 10/15 km orari, quindi bene per i nuovi standard, quando in piena salita, sulla sinistra c’è il solito micro fermo per far salire delle persone, occupando la sua carreggiata.
Proprio mentre sto affiancando il micro, ne sbuca un altro da dietro per superarlo completamente contromano, chiudendo la mia carreggiata.

Devo fermarmi.

Lo copro di insulti urlati in romanesco stretto, sfogando tutta la rabbia e la frustrazione per questa situazione che si é creata non ho capito bene come. Il poveretto mi guarda con gli occhi sgranati così come i passanti.

Spingo e riparto.

Il tutto per tre, quattro, cinque volte, col cuore che batte all’impazzata sia per lo sforzo che per l’altitudine. E quando non spingo, sono sulla moto per metà fuori, a spingere con una gamba sola. Pazzesco.

All’ennesima salita con motore che si spegne, mi fermo sul bordo di una rotonda col cuore in gola, la gola secca e il fiato azzerato, con le auto e i micro che mi girano intorno.

Mi rendo conto solo dopo qualche secondo di essermi fermato accanto ad alcuni uomini: sono in quattro, più uno seduto per terra completamente ubriaco.

Gli altri stanno bevendo e mi si fanno subito intorno, incuriositi. Mi vedono in crisi e mi offrono del pisco, la grappa locale. Un bicchierino pieno, porto con un sorriso:

“Quieres?”, vuoi?

Col fiatone che ho, non riesco nemmeno a rispondere e rifiuto a gesti, poi lentamente mi riprendo.

“No grazie, come se avessi accettato!”, rispondo con un sorriso che temo sia più una smorfia, vista la fatica. Sono bagnato di sudore.

“Un po’ di acqua allora, ok?”

“No grazie, davvero, sono a posto!”

Ma non vogliono sentire ragioni, uno di loro va in una bottega e torna con un bicchiere di acqua.

Al che un altro esclama:

“Ma no, non questa, gli fa male!”, poi, rivolgendosi a me, “la vuoi dell’acqua confezionata?”

“Davvero, gentilissimi ma sto bene, devo solo riposarmi un attimo e riparto”

Come se non avessi detto nulla, un altro prende e va in un negozietto di fronte alla rotonda dove mi sono arenato.

Torna con due buste d’acqua, da mezzo litro ciascuna.

Ne ingollo una subito, senza nemmeno prendere fiato.

“Noi siamo indigeni! Li vedi i nostri tratti? Siamo bassi, non alti come te!”, mi dice uno con un sorriso.

Effettivamente i tratti indiani si vedono chiaramente.

“Tranne lui, che é l’unico di colore di tutta La Paz!”, esclama ridendo e indicando la persona che mi ha offerto l’acqua.

Mi sono ripreso, ma mi fermo a parlare con loro del viaggio che sto facendo, della mia età, della loro.

“Quanti anni hai?”

“Quaranta!”

“Ma dai, davvero?? Te ne davo 27, 30 al massimo”

Se, magari, penso tra me e me.

“Sei sposato?”

“Non ancora”

“Ah ecco perchè viaggi, perchè poi sai che la libertà finisce!” E scoppiano a ridere.

Finchè non arriva la domanda:

“Senti, ma perchè stai facendo questo viaggio, cosa stai cercando?”

Ci penso, perchè la domanda é diretta e col poco che conosco la lingua, non sono in grado di fare giri di parole.

“Conoscere persone come voi, capire la cultura dei posti. E poi i paesaggi naturalmente”

La risposta li soddisfa, forse sono io il meno soddisfatto di quello che ho detto. Ci sono tante sfumature, ma già questo mi sembra un giro di parole vuote.

Vanno a comprarmi altre due buste d’acqua. Da quando sono partito non ho mai avuto tanta scorta.

“E ricordati dei paseñi, che sono molto meglio degli alteñi!”, esclama uno per sottolineare come gli abitanti di La Paz, i paseñi, siano più generosi e ospitali di quelli di El Alto, gli alteñi.

É tempo di ripartire, ci scattiamo due foto di gruppo e incredibilmente dimentico di fargliene una a mia volta. Peccato.

Giro la rotonda per prendere la rincorsa, ma nulla da fare, anche col motore freddo e la rincorsa, dopo pochi metri la moto muore nuovamente.

Altra salita ripida, altra spinta a fianco della moto corricchiando per starle dietro sui 10 km / h. Mi fermo a riprendere fiato un paio di volte, poi finalmente la parte peggiore termina, ma sono ancora ben dentro il catino di montagne di La Paz.

Mentre proseguo la salita sui soliti 10/15 km / h, vedo delle ruote e mi fermo. Realizzo dopo che sono solo biciclette.

“C’è un meccanico por favor??”

“É più su, due curve e lo trovi sulla sinistra”

“Ok, grazie!”

E ripartiamo arrancando, la moto ed io.

L’officina é piccola e il meccanico é un giovane che smette di lavorare su una moto e ricomincia la solita girandola di chicler, i getti del carburatore. Scopro che quello che mi avevano messo ieri non era da 90, ma da 98. Più grande dell’originale che era da 95!

Sono stupefatto.

Il nuovo meccanico lavora sulla moto, la proviamo entrambi: migliora, ma ancora non ci siamo.

Toglie il filtro dell’aria.

“Ma non é pericoloso senza filtro??”

“No … E comunque voglio solo fare una prova”

Giusto, mi piace l’approccio.

Migliora decisamente, proseguiamo le prove per un paio d’ore almeno. Il banco di prova é la ripida salita che c’è proprio fuori dell’officina.

A volte migliora, a volte peggiora, é tutto un gioco di getto del carburatore, aria e non so che altre regolazioni sul carburatore di viti e molle.

Mi rilasso perchè non ha fretta, sembra interessato quanto me ad ottenere un motore che va bene e soprattutto perchè sembra che ora il motore vada un pochino meglio. Quanto meno sembra reagire alle regolazioni. Davvero pensavo di averlo danneggiato, ma il meccanico dice di no e i fatti sembrano dargli ragione.
Lo lascio lavorare finchè non é soddisfatto. Tenta, smonta e insiste.

Alla fine, dopo un paio d’ore di tentativi, raggiungiamo un equilibrio soddisfacente con getto da 90, filtro dell’aria rimesso e non so che alchimie di regolazioni sul carburatore e altre parti della moto. Quasi incredibile! Ma voglio vedere con tutti i bagagli come va, però é molto migliorata.

Alla faccia di Nosiglia! Dovrò scriverlo sul forum di Horizons Unlimited.

Alla fine sono le 13:30 quando riesco a ripartire.

Non credo ai miei occhi, Nelinkas si arrampica agevolmente sulle salite dove prima moriva; addirittura riesco a mettere la seconda!

In 10 minuti sono a El Alto. Il peggio é passato.

Oggi é giorno di festa anche per El Alto: vedo (e sento!) bande musicali che marciano e gente che balla, sia in costume che senza.

In uno dei rettilinei di El Alto, incrocio un altro moto-viaggiatore. Si chiama Federico, é argentino di origini italiane (come tutti gli argentini!), la nonna era di Santo Stefano Belbo. Viaggia con una Honda stradale 250. Forti ‘sti argentini, viaggiano un sacco e arrangiandosi.

Proseguo per Copacabana. All’orizzonte nubi scure, ma continuo per fortuna ad evitarle.

Le montagne sono, di nuovo, molto belle, coperte di un verde leggero e dalle forme più bizzarre.

Finalmente appare una propaggine del Titicaca, che emozione!

Inizio a costeggiarlo , finchè non arrivo al confine col Perù.

Supero una lunghissima fila di camion, arrivando alla sbarra chiusa con una poliziotta che scuote la testa e mi dice:

“Non é qui, é solo merci. Devi tornare indietro di qualche km e andare sulla sinistra”

Ok, e mettere un cartello, anche minuscolo??

Seguo le indicazioni e mi infilo in un paesino che ha inglobato la dogana. Chissà chi é nato prima.

Di nuovo cani che mi inseguono in due occasioni. Purtroppo però le strade sono sterrate, quindi devo impegnarmi sia a seminarli che a non cadere.

La polizia boliviana nel giro di un minuto mi timbra l’uscita dal Paese.

“Ora devi passare alla dogana, poi in Perù!”

Rimonto in moto, passo davanti alla dogana che dovrebbe controllare la moto, non vedo nessuno. Per la solita regola che uso da anni, “se non posso proseguire, qualcuno mi fermerà e mi dirà cosa devo fare”, proseguo proseguo finchè non arrivo alla dogana del Perù!

Sono uscito! In meno di 3 minuti!

Ora tocca ai peruviani. Controllo passaporti veloce e senza problemi. Poi la moto.

Entro in un altro stanzino con una guardia immersa nella lettura del giornale. Mi vede, mi chiede i documenti della moto, glieli dò inclusa la dichiarazione notarile.

Appena gli dò quel foglio inatteso, si illumina di interesse e inizia a leggere.

“Quindi la moto non é tua?”

“No”

“E di chi é?”

“Di Nicola”, rispondo indicandogli il nome sul libretto e sulla dichiarazione notarile.

Alza lo sguardo e mi fa:

“… E Nicola dov’è?”, glaciale.

Mi scappa il sangue dalle vene, ma non rispondo, penso sia meglio.

Riprende a leggere la dichiarazione, finchè non entra un altro doganiere, forse superiore in grado. Il tipo con cui stavo parlando gli spiega la situazione e gli passa tutti i fogli.

Sembra molto più affabile e disponibile e nel giro di 20 minuti finisce.

” Bienvenido in Perù!”

Meno male!!!

Esco, sto per rimettermi in moto, quando arrivano altri due poliziotti e un non meglio identificato soggetto che mi vende un tagliando municipale di non so cosa. Pago senza fiatare i 15 boliviani che mi chiede e seguo i poliziotti.

“Ma non ho finito tutti i controlli?”, chiedo.

“Con la dogana … Noi siamo poliziotti”

Ah ecco. Per un attimo temo, poi vedo che in realtà vogliono solo segnare le informazioni della moto.

“L’assicurazione é internazionale”, mi chiede uno.

“Ma certo!”, rispondo mentendo.

Sono dentrooooo!!!

Metto l’orologio indietro di un’ora. La strada costeggia il lago Titicaca, che emozione, che nome mitico e che panorami meravigliosi! Nelinkas compie 4mila km. Auguri!!! 🙂

Mi godo un bellissimo tramonto e crepuscolo mentre viaggio con la moto perfetta! Spinge che é una meraviglia e non ha più la benchè minima incertezza o vuoto di carburazione. Eccezionale!

Si fa buio, arrivo a Puno ammirando le sue luci che si specchiano sulle acque del lago.

Trovo il B&B che mi ha segnalato Aldo.

“Sai che questo B&B mi é stato consigliato da un amico?”, dico cercando di fare “colpo”.

“Chi, Davide Biga??”, mi chiede a sua volta.

Incredibile, anche lui lo conosce! É il ragazzo che ha fatto di recente il giro del mondo su una Supertenere 1200.

Mi fa parcheggiare la moto a fianco della recepcion (!).

Mi sistemo e vado a cenare, ottimi anticucho de corazon e morcilla. Tutto buonissimo!

Ancora non ho deciso cosa fare domani, se restare qui o andare a Cuzco. Spero che la notte porti consiglio!

Un altro giorno a La Paz

Il primo pensiero della giornata è: portare Nelinkas dal meccanico!

Memore dei tempi rilassati dell’Honda di Calama, faccio colazione con calma ed esco per le 9:30. Vado al garage per prendere la moto.

“Cosa devi prendere?”, mi chiede la tipa all’ingresso.

“La moto, è la dietro”, rispondo indicando la tettoia in fondo al cortile.

“Ahi ahi ahi!!”, mi fa, come nella pubblicità.

“Perché, che problema c’è??”

Vado a vedere ed è tutto a posto, va solo spostata di poco una macchina e posso uscire.

“Basta spostare questa ed esco”

“La sposti tu??”, mi chiede spiazzandomi.

Mi dà le chiavi, mi infilo nel macchinone e lo sposto un po’ avanti. Mi ringrazia.

Certo che tenere un garage e non saper guidare, è un po’ limitante …

Prendo la moto e la porto dal mitico Nosiglia. Mitico perchè su internet si trovano diversi messaggi di moto-viaggiatori che ne parlano entusiasticamente.

La persona all’ingresso mi dirotta in officina dove parlo con un ragazzo che sembra essere il responsabile.

Inizia una trattativa su quando posso riavere la moto.

“Mercoledì?”, propone.

“No, mercoledì è troppo, devo partire, per favore!”, rispondo implorando in spagnitaliano.

“Domani?”

“Oggi?”, provo a rilanciare come al mercato.

“Ok, alle 17”

“Va bene, a dopo, ciao!”

Torno in albergo. Il cielo è grigio e il mio umore vi si adegua rapidamente. Rimango a poltrire in camera fino alle 12, poi per fortuna bussano alla porta.

“Chi è?”

“Pulizie! Servono?”

“Sì, esco subito!”

E così finalmente esco, cacciato dal personale delle pulizie. Confermo la camera anche per questa notte. Quindi Copacabana salta e domani provo ad andare direttamente a Puno, in Perù.

Durante le ore di ozio, dove in realtà ho parlato con Caterina e guardato la cartina per decidere la tappa di domani, Caterina mi ha segnalato un museo di arte contemporanea, il Museo Plaza, che si trova lungo il cosiddetto Prado, lo stradone ampio ed elegante pieno di grattacieli, uffici e negozi.

Esco, inizia a piovigginare. Il Prado ha un suo fascino, aiutato anche dalle belle aiuole al centro, con fiori e alberi; il primo cenno di verde che vedo da giorni.

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Vi si affacciano non solo grattacieli e palazzoni ma anche eleganti e decadenti palazzi coloniali. Uno di questi ospita il museo che cerco.

Molte opere esposte sono interessanti, effettivamente è il museo più bello visto finora. Sia arte astratta che figurativa, dipinti, collage e sculture e molte altre tecniche. Tematiche tradizionali, sociali, politiche, astratte.
Davvero stimolante ed il contrasto con le strutture e decorazioni tradizionali dell’edificio che lo ospita, esalta ulteriormente le opere.

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Terminata la visita, vado a visitare l’ultimo grande museo che ieri non avevo visto: il Museo Archeologico. Dopo una breve camminata, arrivo davanti al cancello. Chiuso.

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Chiedo al militare fermo immobile dietro la cancellata.

“E’ chiuso?”

“Sì!”

“E quando apre?”

“Non apre?”

“Domani?”

“No, è chiuso, non si sa quando riapre!”

E due, dopo quello di Santiago … Visto che non c’è due senza tre, mi aspetto che anche quello di Lima sia chiuso!

Torno sul Prado e vedo, per puro caso, la prima sfilata della festa di oggi. Dovrebbe essere la Virgen del Carmen, la santa protettrice della città. E’ una banda musicale formata da militari in uniforme di gala.

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Dopo qualche minuto che li osservo, iniziano a suonare e marciare. Li guardo andar via, continuando a bighellonare sul Prado.

Poi si fa tardi, inizia ad essere ora di tornare dal meccanico. Allargo la strada del rientro per passare da plaza Murillo. Anche qui hanno allestito un palco, come nella piazza di fronte alla chiesa di San Francesco, solo che gli striscioni parlano di “204mo anniversario della liberazione”. Dagli spagnoli, evidentemente.

Entro nella cattedrale, immensa. Lo sguardo si perde nel seguire l’altezza esagerata delle colonne e di tutta la struttura, pensando al contrasto incredibile con quello che la circondava nel 1835, anno della sua costruzione. E’ sterminata adesso, figurarsi all’epoca!

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Torno verso plaza San Francisco e incrocio nuovamente il battaglione suonante. Li supero, torno in albergo per prendere i documenti e la giacca da moto e vado dal meccanico.

Arrivo alle 16:55, perfetto. Stanno finendo di lavarla e dentro di me gioisco perchè mi hanno tolto un bel fastidio.

Tutto sorridente, pago la cifra irrisoria di 25 euro per il tagliando dei 4mila, conosco Xavier che, come avevo letto nei forum, parla un buon inglese, glielo dico, ridiamo e ci stringiamo la mano, pago il dovuto, prendo la moto, saluto, suerte adios, esco e me ne vado.

Solo che … la moto non va.

Forse è fredda, mi dico, e proseguo tra mille difficoltà, col motore che non sale di giri ed è veramente vuoto di potenza.

Arrivo fino all’albergo, proseguo, ma nulla, la moto non va.

OKKKKKEEEEIII gliela riporto, molto bene!!

Si sorprendono un po’ nel vedermi, gli dico il problema che ha, glielo mostro provando a fare la semplice salita dove si trova l’officina, vedono che annaspa e mi dicono di riportarla dentro.

“E’ il getto!”, sentenzia il meccanico anziano che affianca il ragazzo con cui avevo parlato stamattina.

“Ok, ma comunque andava con il getto originale, ci sono arrivato dal Cile! Ollague a 3700 metri, Potosì a più di 4000 …”

“E’ il getto”, insiste.

Si mettono al lavoro, cambiano il getto (85 al posto dell’originale da 95) e nel giro di 10 minuti sono di nuovo a fare un giro di prova.

Poco meglio di prima, ma sempre male. In salita perde velocemente velocità, non c’è verso di farla salire di giri, rallenta fino a fermarsi e a spegnersi. E’ inguidabile.

Gliela riporto. Sono perplessi, vecchio, giovane e aiutante.

“Guarda che è normale, abbiamo cambiato l’olio, la candela, pulito il filtro, si deve adattare!”, il penoso ma anche irritante tentativo del meccanico anziano di convincermi che adesso va male, ma migliorerà.

“Avete chiuso bene tutto, filtro dell’aria, ecc?”, gli chiedo, perchè al mio orecchio sembra proprio che non arrivi aria al motore.

“Sì”, la risposta scontata.

Fatto sta che la riportano dentro e … smontano le fiancate … poi la sella … finchè non vedo che smontano anche il serbatoio (!) e iniziano a trafficare sopra il motore.

Purtroppo dal mio punto di osservazione non riesco a vedere bene cosa smontano. Comunque, sono in tre a lavorarci alacremente.

Dopo un lavoro che dura parecchio tempo a fare non so cosa, la rimontano e me la portano:

“Provala!”

“Ma perchè non la provate voi, così vi rendete meglio conto?”

“No, è a te che deve andare bene”, la loro giustificazione insensata.

Niente, continua ad andare male.

Terzo tentativo. Rimettono il getto originale e regolano non so cosa nel gas.

Il tempo passa, nel frattempo si sono fatte quasi le 19. Tra me e me, mi dico che per fortuna ho deciso di restare e confermare la camera, invece di fare la mattata di partire subito alla volta di Copacabana. Sarei arrivato là tardissimo, ben dopo la fine del servizio del traghetto che collega Copacabana alla terraferma.

Nel frattempo arriva Xavier, che evidentemente è il capo. E’ cordiale, ma visibilmente contrariato da questo straniero che continua a dire che il lavoro non va bene.

Finiscono di montarla per la terza volta. Grandi accelerate e fumate, con mia grande sofferenza. A Roma avrei già abbandonato un meccanico che si comporta così. I motori non si accelerano in quella maniera in folle!! Si stressano enormemente le parti mobili del motore: bielle, cuscinetti, valvole, ecc. Le accelerate che si effettuano durante la marcia sono più progressive e meno estreme.

Fatto sta che, dopo grandi sgassate, Xavier mi dice:

“Vai, provala!”

Vado, la provo, peggio di prima.

Gliela riporto. Xavier inizia visibilmente  innervosirsi. La prende, vuole provarla lui. A momenti gli si spegne al primo accenno di salita. Però prosegue e torna dopo qualche minuto.

Senza dirmi nulla, va dai tre meccanici e li cazzia. Sento il tono teso, di domande aggressive e risposte dimesse, per chiudere con ordini precisi. Sempre senza dirmi nulla, Xavier entra nell’officina e sparisce. I tre riprendono la moto e ricominciano a smontarla.

Quarto tentativo. Cambiano il getto del carburatore, nè 95, nè 85, ma 90.

Per primo la prova Xavier. Ci fa un giro, torna e mi chiede di farci un giro. Come prima, che avevano cambiato il getto, va un pochino meglio, ma sempre male, in salita continua a morire lentamente fino a spegnersi o quasi.

Però sono stanco, sono le 19:30, se ne sono andati tutti nel concessionario Honda e capisco che per Xavier adesso la moto va bene o, più precisamente, meglio di così non può andare.

“Non so, spero di arrivare in Perù …”, gli dico salutandolo.

“C’arrivi, non ti preoccupare e ricordati di rimettere il getto originale quando scendi sotto i 1500”

Torno al garage con la moto che proprio non va. Spero solo di uscire da La Paz, magari provo un meccanico a Puno o Cuzco.

Mi cambio in albergo ed esco per la festa di La Paz. Le vie del centro sono affollate e plaza San Francisco è gremita, come tutto il Prado.

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Mi sarei aspettato migliaia di sigarette e di spinelli a girare tra i ragazzi, come sarebbe accaduto in Italia, invece sono tutti tranquilli, al più bevono birra o da bottiglioni che, immagino, contengono cocktail più o meno alcolici, come si vedeva in Spagna nelle varie feria, dove i ragazzi andavano in giro con il bottiglione di mistura alcolica preparata in casa.

Sul palco si alterna un gruppo di musica tipo salsa, ballabile. Divertente, moderatamente applaudito dal pubblico.

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Poi arriva un balletto accompagnato da jazz elettronico. Bellissimo, fischiatissimo dal pubblico.

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Poi un artista andino con chitarra a 12 corde, divise in 4 gruppi di 3 corde ciascuno, a fare un suono particolare. Palloso, fischiato dal pubblico.

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I presentatori cercano di scaldare il pubblico, con scarsi risultati.

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Al successivo artista, anche questo con poco mordente, inizio a tornare in albergo. Provo a risalire la solita stradina che porta a quella del mio albergo, ma il flusso di gente che scende è incredibile, non riusciamo a risalire la corrente. Siamo anche noi a decine a cercare di salire, ma chi scende vince. Ad un certo punto, come un unico corpo, quelli che scendono spingono quelli che provano a salire, respingendoli. Mi ritrovo quindi a camminare all’indietro.

Alla fine l’empasse viene superata, risalgo la corrente come un salmone e torno in albergo, mentre si susseguono petardi ed esplosioni, anche violente, per i festeggiamenti della città.

Domani è il giorno della verità, anzi, della duplice verità!

Primo, se riuscirò ad uscire dalla terribile ripida conca de La Paz, con la moto in quelle condizioni.

E secondo, se riuscirò ad entrare in Perù! Pare che sia il Paese più restrittivo e rigido del Sud America, in fatto di importazione di veicoli. Soprattutto quando sono guidati da persone diverse dal proprietario.

Speriamo bene! 🙂

Eccomi a La Paz

Non so se La Paz mi fa venire in mente più la Pazzia o Andrea Pazienza, che si firmava Paz. Forse più il mitico Paz, anche se è solo per assonanza che per analogia.

La giornata scorre senza sorprese o colpi di scena, solo una bella passeggiata per La Paz che, come ho scritto ieri, mi ricorda Napoli (città che adoro, detto per inciso) per il caos, i bei palazzi maltenuti, i colori, i profumi, le puzze, il flusso continuo di gente e di traffico. E forse l’affinità è più che concreta, visto che entrambe le città hanno avuto a che fare per lungo tempo con gli spagnoli.

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Scendo subito verso la chiesa di San Francesco visto che i negozietti del mercato delle Streghe sono ancora chiusi, evidentemente aprono con calma, anche se di turisti in giro ce ne sono già parecchi.

Lungo la strada, contratto lungamente il prezzo di alcuni quadretti con disegno in lana realizzato a mano; poi, da bravo turista con sacchetto di souvenir in mano fin da inizio mattinata, entro nella chiesa di San Francesco.

E’ in corso la messa e mi stupisce sentire una persona cantare al microfono mentre suona la chitarra. Il rito mi sembra meno serioso e ingessato di quelli italiani.

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Mi arrampico verso calle Jaen, passando in strade i cui palazzi un tempo fastosi, sono in pesante degrado. Sporchi, scrostati, con vetri rotti.

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Passo accanto ad una chiesa meno turistica di San Francesco e frequentata dalla gente del luogo vestita a festa. Giusto, è domenica!

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Arrivo a calle Jaen e inizio a visitare i vari musei che ospita. Il primo è quello degli strumenti musicali, molto interessante per i tanti esemplari presenti e per la storia degli strumenti stessi, dove e quando furono inventati, a cosa servivano e così via. C’è anche una sorta di voliera con due pappagalli che stanno facendo fuori una zucca.

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Poi è il turno del museo dei gioielli, dove sono esposti alcuni diademi in oro usati dagli inca e da altre popolazioni pre-incaiche.

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Concludo il giro dei musei di calle Jaen con un museo di costumi dove alcune maschere ricordano moltissimo quelle di Bali.

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Proseguo il giro in una piazzetta e mi accorgo che non ho più il bellissimo cappello di lana che avevo comprato a San Pedro de Atacama, morbidissimo che dal giorno in cui l’ho comprato, mi accompagna ogni notte tenendomi calda la testa durante le gelide notti cilene e boliviane.

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Torno indietro e la guardia del museo dei gioielli mi conferma di aver visto un signore raccogliere da terra un cappello e portarselo via.

Bene, andato! Fuori uno, il primo oggetto smarrito del viaggio.

Proseguo la passeggiata verso piazza Murillo, grande, brillante, piena di persone di tutte le età che si godono il sole caldo e il tempo libero.

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Visito di corsa il museo dell’arte boliviana, è quasi orario di chiusura. Le antiche pitture le guardo quasi correndo, alla fine si somigliano tutte nei loro temi religiosi o nei ritratti di personaggi ormai sconosciuti. La piccola parte di arte moderna, invece, è molto interessante e originale, almeno al mio occhio profano.

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Torno in albergo per posare i quadretti e altri regali; nel giro di un’ora sono di nuovo fuori. Stavolta la Calle de las Brujas è nel pieno dello splendore di … negozietti turistici con souvenir di ogni tipo. Mi perdo a guardare i vari amuleti in ceramica, ciascuno con la sua “specialità”: la porta del Sole che protegge la casa, la rana porta soldi, poi l’amuleto per l’amore, quello per l’intelligenza, la salute, la famiglia e così via in decine di statuette differenti.

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Concludo la passeggiata perdendomi tra le mille bancarelle srotolate lungo tutte le strade.

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Domani devo portare Nelinkas dal dottore, è arrivato il momento del tagliando dei 4mila km e già che ci sono gli chiedo se può controllare la frizione per capire se si è danneggiata con lo sforzo che gli ho fatto fare ieri in cima ad una salita molto ripida.

A seconda di quando il meccanico mi restituirà la moto (sempre che sia aperto il lunedì mattina!!) deciderò dove andare: se per caso me la ridà in tarda mattinata / primo pomeriggio, allora andrei a Copacabana, sulle rive del lago Titicaca, che è molto vicino a La Paz. Se invece me la ridà nel tardo pomeriggio, dovrò fermarmi un’altra notte a La Paz e quindi il giorno dopo, svegliandomi presto, potrei puntare a Puno, guidando, tanto per cambiare, per l’intera giornata.

Bello avere certezze nella vita! 😉

La lunga cavalcata verso La Paz (parte II)

“(…) verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare
di questi venti gelidi
del Greco e del Maestrale,
lasciamo che ci spingano al di là di questo mare (…)”

(Le Navi, di Daniele Silvestri, tratta da S.C.O.T.C.H.)

Non mi viene in mente un modo migliore di iniziare una giornata, in moto, sotto un cielo terso, l’aria frizzante e una strada da esplorare.

In realtà la giornata é iniziata prima. Mi sveglio alle 5 per andare in bagno e le persone della stanza a fianco stanno guardando la televisione.
In un’altra stanza parlano. Ma non dormono??

Alle 6 scatta una sorta di sveglia generale, si chiamano l’un l’altro, picchiano sulle porte delle camere, cantano e parlano a voce alta. Poco prima delle 7 sono tutti usciti e torna il silenzio.

Mi riappisolo fino alle 8, quando il tipo della locanda viene a bussarmi per ricordarmi che alle 9 chiudono.

Chiudo i bagagli, monto tutto e parto. Anche quando mi cacciano dall’albergo, comunque, non riesco a partire prima delle 9:30/10!

Vado a fare benzina all’ingresso del paese. Stavolta mi fanno attendere, ma solo perchè aspettano uno dei benzinai in particolare.
Che evidentemente conosce la procedura, perchè mi chiede il passaporto ed inizia a compilare vari moduli.
Capisco così che il solerte e gentile ragazzo di Uyuni, dove ho comprato almeno una trentina di litri di benzina, s’è intascato un bel gruzzoletto, la differenza tra il prezzo boliviano e quello per stranieri.
Dopo cinque minuti buoni, finisce di compilare, devo anche firmare. Una copia la tengono loro, una io.

Parto e … Avevo fatto appena in tempo ieri a dire che pensavo la Bolivia interna fosse di altipiani ed ecco aprirsi davanti a me una pianura a perdita d’occhio.

Fa ancora freddo, una coltre di brina ghiacciata imbianca i campi.

In pianura riesco a tenere i 60 senza troppi problemi, mi va già bene. Di più no, sarà l’altitudine e il filtro dell’aria intasato di polvere.

I km passano così come tanti paesini dispersi nel nulla, poche case di mattoni di fango in cui ti chiedi di cosa campino, visto che coltivare non si può e altro non si vede.

Arriva Oruro. Come immaginavo, ha una periferia orribile, di palazzi non finiti, macerie, strade rotte e polverose, cani ovunque e altre brutture.
La supero dopo non poche giravolte e deviazioni, tornando sulla statale.

Da qui inizia un calvario di 200 km di lavori in corso per il raddoppio delle carreggiate.

Ci sono paesi, tra cui l’Italia, che per fare o rifare un’opera, la chiudono un po’ per volta e la finiscono, per poi passare alla tratta successiva. In questo modo, chi circola ha solo dei fastidi limitati alla parte effettivamente in lavorazione.

Ci sono altri paesi, tra cui la Bolivia e molti altri, che invece iniziano i lavori sull’intera tratta, fosse anche di 200 km come in questo caso. Stavolta chi circola vivrà un calvario di deviazioni, tratti sterrati, tonnellate di polvere, buche, curve improvvise, pericolo di frontali con auto e camion che hanno sbagliato sentiero invadendo il tuo (successo oggi con almeno 2 camion e 3 macchine!!).

I km e le ore passano, spero sempre che i lavori finiscano, ma arrivo fin dentro El Alto a cantiere aperto.

La Paz é costituita da due parti: una in alto (El Alto, appunto), sull’altopiano a 4000 metri d’altezza e una (La Paz vera e propria) qualche centinaio di metri più in basso.

La discesa da El Alto a La Paz é molto ripida e suggestiva per la visione che offre sulla cornice di montagne che la racchiudono. Emozionante.
Una specie di Sarajevo, ma molto più ampia e possente.

Provo a cercare il meccanico Honda che mi hanno segnalato, ma mi perdo quasi subito. Torno verso il centro e chiedo informazioni in un concessionario d’auto. Conosce quel meccanico, ma mi dice che ce n’è un altro della stessa catena proprio vicino il mio albergo, mi consiglia di andare lì.
Vado verso il centro, che mi ricorda una Napoli gigante per il caos, i colori, le voci, ma con delle salite e discese incredibilmente ripide.

In una di queste, l’ennesima, la moto si pianta, non vuole più partire. Finalmente il motore riprende vita, ma non spinge. Spero si sia solo surriscaldato, che non si sia bruciato nulla. Praticamente la spingo io e superiamo la parte peggiore della salita.

Arrivo all’albergo ricavato in un antico palazzo coloniale, molto bello

Doccia per togliermi la polvere che é entrata ovunque, cena in albergo e poi a dormire.

Domani La Paz mi aspetta!

La lunga cavalcata verso La Paz (parte I)

L’unico compito che ho oggi, é avvicinarmi il più possibile a La Paz. Da Uyuni, passando per Potosì, sono più di 750 km, non é possibile farli in giornata. Non con questa moto, per lo meno.

Parto non troppo presto, tanto per cambiare, ma stavolta c’è un motivo: ieri alle 10 del mattino, nei punti in ombra c’era ancora il ghiaccio. Saluto David e Marie, suerte anche a voi ragazzi, che fate un giro molto più lungo!

Appena fuori Uyuni, la strada inizia a salire

Prima, però, c’è un casello. Evidentemente le poche strade asfaltate che ci sono, se le fanno pagare. Arrivo, mi fermo, nessuno mi fila, me ne vado senza pagare.
Dopo pochi km, con Uyuni ancora in vista, c’è un mirador sul salar. Si vede in lontananza, una striscia bianca accecante ai piedi delle montagne.

Le montagne sono splendide, selvagge, di mille colori e incastonate tra loro a formare valli, canyon e quinte di roccia alla spettacolare scenografia di Madre Natura, la Pachamama.

Immaginavo l’entroterra boliviano come piatta terra di altipiani, invece é tormentato di montagne che si susseguono ininterrottamente.

Percorro larghe vallate alluvionali, tra le quali serpeggia un sottilissimo rivolo d’acqua, memoria di quello che un tempo doveva essere un fiume potente che ha scavato la roccia attorno a me.
Ai bordi della vallata e verso il centro, alti e possenti alberi, tutti inesorabilmente secchi, di rami spogli svettanti al cielo e tronchi grigi. Una visione spettrale.

Tra una vallata e l’altra la strada continua a salire senza pietà, la moto va sempre peggio.
Tossisce, sbuffa, accelera e si blocca nel giro di pochi istanti, é come cavalcare un cavallo imbizzarrito, mi scuote in continuazione come in una sorta di vendetta per quello a cui la sto costringendo.
La media si abbassa drasticamente, nonostante le discese le faccia alla massima velocità possibile.
Sento di essere sempre in credito di discese.

Incrocio spesso dei branchi di lama, quasi non mi stupiscono più, però mi piacciono sempre nella loro varietà di colori.

Arrivo a Potosì, 4070 metri di altitudine. Sono le 15, ma non mi va assolutamente di fermarmi, proseguo verso Oruro che dista 320 km.
Esco da Potosì dopo aver fatto il pieno, anche stavolta senza problemi e pagando la tariffa per stranieri.

La strada si incunea sul fondo di una stretta e alta gola, molto scenografica.
Sul fondo, un rivolo d’acqua al quale si affidano decine, centinaia di case sparse sulle sue rive per km, circondate da alberi e campi coltivati.

Poi di nuovo salgo e salgo, sulla cartina vedo proprio a fianco della strada una cima di oltre 5mila metri!

Le ore passano, ma lo stesso non si può dire dei km.

Lungo la strada che unisce Potosì a La Paz i paesini si susseguono abbastanza frequenti ed il timore che qualche cane in vena di scherzi sia in agguato é molto alto. Spesso li attraverso a 20/30 km orari per via della forte pendenza e già mi vedo comodamente inseguito e morso dal quadrupede di turno. Per fortuna, o hanno pietà di me o non gli va, fatto sta che i pochi che incrocio mi guardano disinteressati.

Il crepuscolo si avvicina e sono ancora in mezzo alle montagne a oltre 4mila metri d’altezza. In molti punti d’ombra vedo cascatelle d’acqua gelata e macchie di neve, a ricordarmi dove mi trovo e in quale stagione!

Ormai anche Oruro é lontana, decido di fermarmi a Challapata.

Quando vedo in lontananza le luci del paese, vivo l’emozione di un lago che si colora del tramonto e mi dà il benvenuto.

Mentre fiancheggio lo specchio d’acqua, improvvisamente il mio sguardo é attratto da una luce che solca il cielo. É molto intensa, penso ad un aereo, ma no, troppo veloce e poi dopo pochi secondi scompare: una stella cadente!
Per i desideri, c’è l’imbarazzo della scelta …

Entro in paese, sporco e disordinato. Chiedo di un alojamento, seguo le indicazioni ed arrivo ad una piccola porta con scritto residence. Busso, mi apre una signora che, alla mia domanda di una stanza sembra pensarci un po’, poi dice:

“Sì, ce l’ho, vuoi vederla?”

“Ok”, anche se già so che la prenderò.

Mi avvisa che però domani mattina alle 9 chiude, devo andare via prima. Ottimo, magari riesco a partire per un’ora decente!

É una piccola stanza senza finestre, ma almeno ho un tetto sopra la testa. Per 4 euro. Ho il coraggio di chiedere se c’è la colazione, o forse é l’abitudine: ovviamente non c’è.

Il bagno é in comune e l’acqua calda della doccia é fornita (come anche nell’albergo ben più bello di Uyuni) da un apparecchio elettrico montato proprio sopra il getto d’acqua. Mi insapono guardando i fili elettrici sopra la mia testa, a pochi cm dall’acqua e dal corto circuito fulminante che potrebbe facilmente accadere.

Vado a mangiare nella tavola calda proprio a fianco dell’ostello. Dico alla signora al banco che vorrei mangiare e mi fa:

“Una cena?”, usando proprio il termine italiano.

“Sì!”

Si rivolge quindi ad una ragazza poco più in là e conferma l’ordine:

“Una cena per il signore”

Non faccio in tempo a sedermi che la ragazza mi ha portato un piatto di zuppa. La finisco e torna subito con un piatto di riso e carne. Il menu evidentemente é fisso.
Chiedo da bere. Acqua, non c’è. Coca Cola nemmeno.

Altro?

La ragazza mi guarda smarrita, dice di no a tutto. Insisto, una Coca Cola?

“Ho solo quella popular!”

“Va bene!”, rispondo immaginando una Coca alternativa, tipo la Zam Zam iraniana.

Invece torna con una bottiglia di vetro da 0,6 litri di normale Coca Cola.

Il conto finale é di 16 bolivianos, meno di 2 euro.

Torno in stanza e vedo che sono quasi tutte occupate, forse da operai.

Alle 21:30 crollo esausto.

E domani La Paz, anche se il meccanico sarà chiuso e dovrò aspettare lunedì.

Festa grande a Uyuni

Oggi è l’anniversario di Uyuni, il 124mo dalla fondazione. Da quello che sono riuscito a capire parlando con alcune persone, è prevista una sfilata in costumi tradizionali e poi vari festeggiamenti.

Mi vedo con David e Marie a colazione ed usciamo insieme, carichi di aspettative. Le strade principali sono occupate da bancarelle e persone che vendono di tutto per la casa, abbigliamento, erbe e spezie, cibi e bevande e così via, ma anche giochi come il tiro a segno, una specie di roulette, carte e altro, come ad una fiera.

Quasi tutti, le donne in particolare, sono vestite a festa e sfoggiano scarpe lucide, calze di lana, gonne con i lustrini, scialle dai colori cangianti, pettinature con le trecce, chiuse da decorazioni elaborate e l’immancabile cappello, che può essere una semplice bombetta o un cappello a tesa larga con fiocchi, fiori e colori. Questo le persone più agiate. Le altre, meno appariscenti o meno nuovi i vestiti, ma sempre a festa. Il tutto, intendo ciascun capo, molto colorato. L’insieme è estremamente esotico al mio occhio, nel senso di diverso dalla nostra cultura e senso estetico.

Trovandomi da solo in mezzo a tanta gente, non posso prendere come scusa di fare le foto ad un’altra persona, per “rubare” scatti alle persone del luogo, quindi finisco per girare con la macchina fotografica costantemente in mano, accesa, all’altezza della pancia, scattando foto “alla cieca”. Più o meno so dove e come scatta, però quasi tutte le foto sono decentrate o con una luce non perfetta.

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In alcuni casi, comunque, ho chiesto il permesso oppure in altri erano talmente lontani da non accorgersi che li stavo fotografando.

La famosa sfilata in realtà si è svolta in diverse fasi: prima una piccola parata militare, a ricordare la natura principale di Uyuni, di base militare. Non sono molto marziali, ma se la cavano.

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Poi è il turno dei discorsi di vari politici e rappresentanti locali.

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E infine una sequenza letteralmente infinita di gruppi che sfilano tra la folla, gruppi come l’associazione dei minatori della miniera XYZ, la lega degli operai della regione di …, la rappresentanza del sindacato dei contadini … e così via.

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Ciascun gruppo sfila con le proprie insegne, mentre la banda militare continua ad eseguire lo stesso accompagnamento per ore e i gruppi si susseguono l’uno dietro l’altro, ininterrottamente. Nonostante Che Guevara sia stato ucciso proprio in Bolivia, va ancora per la maggiore nelle associazioni politiche.

Io mollo il colpo due o tre volte, andando a fare dei giri nelle altre strade e poi tornando al punto di partenza, mentre David e Marie sono più tenaci, sperano nel colpo di scena. Che non arriva.

Alla fine non dico di essere pentito di essere rimasto, perchè comunque l’aver visto le persone locali vestite a festa è stata un’occasione probabilmente unica, però se l’avessi persa per avvicinarmi a La Paz, ad esempio, non mi sarei strappato i capelli (anche perchè, coi pochi che mi rimangono, tocca scegliere con cura le occasioni per cui strapparseli!)

Dopo un paio d’ore così, anche David e Marie decidono di lasciare al loro destino le altre decine (centinaia??) di gruppi rimanenti, per andare a bere qualcosa. Al sole fa caldo, ma all’ombra fa freddo e stamattina, uscendo alle 10, nei punti d’ombra c’era il ghiaccio.

Andiamo nella plaza de Armas, sedendoci su una panchina. Giusto a fianco a me si siede una donna con un grande fagotto di mille colori sulla schiena, come se ne vedono a decine tutto intorno.
Inizia a svolgerlo, un vero bozzolo fatto di molti strati di coperte e teli, finchè non compare un neonato minuscolo, ha due mesi. Gli fa prendere un po’ d’aria e di luce, poi lo riavvolge completamente, senza far uscire nemmeno la testa o il naso, se lo rimette sulla schiena e se ne va.

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Torniamo in albergo, ci salutiamo. Io vado in camera a riposarmi, senza riuscirci. Decido di provare ad andare a vedere il cimitero dei treni e a lavare la moto da tutto il sale rimediato ieri.
Seguo i binari, come mi dice il ragazzo alla reception, finchè non esco dal centro abitato in mezzo a parecchia spazzatura volante ed all’orizzonte vedo una serie di vagoni e altre attrezzature ferroviarie arrugginite. La pista non sembra arrivarci, ma non mi impegno più di tanto a cercarne una. Mi pare un posto lugubre e ormai non sono più attratto particolarmente dalla decadenza o dai vari fallimenti umani. Una volta sicuramente ci sarei andato volentieri, ma adesso no.

Vado a caccia del lavaggio moto, ma ovviamente essendo festa cittadina è chiuso. Lo stesso dei benzinai e dei gommisti per controllare la pressione delle gomme. Torno in albergo e incontro nuovamente David e Marie che erano andati a fare un altro giro tra le bancarelle.

Hanno comprato una coperta per proteggere il motore durante le gelate notturne. Mi presta il suo compressore e riduco la pressione delle gomme ai valori consigliati da Mamma Honda, 22 all’anteriore e 29 al posteriore.

Passo il resto del pomeriggio ad organizzare l’arrivo a La Paz, cercando un albergo e il meccanico Honda per il secondo tagliando dei 4mila km e a rifare i bagagli, come al solito letteralmente esplosi

Vado a cena con David e Marie, ormai mi sono “accozzato” a loro, e mangio un hamburger colossale, che mi stronca.

Tornato in albergo, finisco i bagagli, chiedendomi dove mai arriverò domani, visto che La Paz è troppo lontana, ma Potosì è troppo vicina. Forse Oruro, ma non mi attira molto. Magari un hostal lungo la strada, senza complicazioni di entrare e uscire da una città.

Chissà.

Farò fare, come al solito, al Fato.

La bellezza del sale

Il Salar di Uyuni è un tormentone che mi segue da molte settimane, da quando ho iniziato a parlare del viaggio con altre persone, a chiedere consigli, a leggere racconti.

Il Salar, devi andare! Opinione pressoché unanime.

E posso dire che, sì, è proprio così, un posto unico e irripetibile. Anche oggi, come ieri, arrivato a fine giornata ho la sensazione di aver appena vissuto un’esperienza straordinaria, memorabile.

Verso metà mattinata esco. Vado a fare il pieno, con in testa quello letto e sentito più volte nei mesi passati, e cioè che spesso nei distributori non vogliono metterti benzina, perché poi devono riempire non so quanti moduli, visto che il prezzo per i boliviani e per gli stranieri sono diversi, così come altre esperienze negative di benzina negata per le ragioni più disparate. Fortunatamente, almeno questo benzinaio di Uyuni è cordialissimo. Mi avverte immediatamente che il prezzo è diverso da quello per i boliviani.

“Sì lo so, c’è possibilità di avere lo stesso prezzo dei boliviani?”, provo a chiedere biecamente.

“No”, la risposta secca che non lascia spazio a ulteriori tentativi.

Il prezzo per stranieri è qualcosina più di un euro al litro; quello per boliviani la metà.

Compro qualcosa da mangiare ed eccomi pronto a partire verso Colchani, punto di ingresso al salar.

La pista verso Colchani è semplicemente tremenda: infestata di toulee ondulee, sabbiosa con sabbia a tratti profonda quanto lo pneumatico, piena di buche.

E’ talmente orribile che ad un certo punto, sento toccarmi la giacca da qualcosa. Per fortuna capisco immediatamente che ho perso qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Guardo la moto e mi accorgo che la telecamera è saltata! Si è rotto il supporto. Mi giro indietro e la vedo in mezzo alla sabbia. Stanno arrivando tre grossi fuoristrada a tutta velocità. Faccio ampi segni con le braccia di rallentare e deviare. Il primo non capisce e liscia la telecamera per non più di 10 cm; il secondo un pochino più lontano. Solo il terzo, forse perché ha avuto modo di vedere meglio la scena, la aggira per bene.

Corro a raccoglierla, sembra integra, anche se piena di polvere e sabbia.

Arrivo a Colchani, un agglomerato di baracche con delle viuzze che sembrano essere state bombardate con particolare sadismo e tenacia. Tutto è coperto di polvere e il caos di auto, persone, camion, fuoristrada e quant’altro, è totale.

Trovo la pista che conduce al salar e, finalmente, entro nella distesa bianca.

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Nello specchietto retrovisore vedo un’altra moto, incredibile!

Rallento e faccio la conoscenza di Francisco e Bruno, di 26 e 18 anni, argentini. Viaggiano su una Yamaha da fuoristrada, sono al termine di un bel giro tra Argentina, Bolivia e Cile.

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Tiro un sospirone quando sento che Bruno ha 18 anni … che esperienza incredibile e bellissima che sta vivendo! Torno con la memoria ai miei primi viaggi in moto, rifarei tutto km per km.

Ci mettiamo d’accordo per entrare insieme nel salar; poi loro ad un certo punto torneranno indietro perché devono proseguire il viaggio.

E’ difficile descrivere le sensazioni che trasmette il salar, perché sono tante e diverse: intanto la sua unicità, un qualcosa di mai visto prima. Poi l’emozione della vastità che ti annienta e deride la tua minuscola insignificanza. Quando sei riuscito ad assorbire questi due impatti, ti rapisce per la bellezza geometrica delle concrezioni saline, apparentemente simili, ma sempre diverse. E il colore, così abbacinante, perfetto e assoluto. Per non parlare dell’incredulo stupore: tutta questa immensità è fatta di … sale?!

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Il cuore e la mente sono ricolme di queste sensazioni e intanto vai, vai, VAI! sulla superficie piatta e invitante.

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Ci fermiamo un paio di volte per scattare delle fotografie, poi ad un certo punto mi affiancano, mi fanno segno che tornano indietro. Ci salutiamo e ci auguriamo suerte!

Controllo sul GPS e vedo che l’isola dista ancora 50 km. Ne ho fatti già 25. Non so se ho voglia di fare 150 km tra andata e ritorno in mezzo all’immensità di sale, ma intanto vado.

Proseguo rapito e felice della corsa nel sale, mentre mi guardo intorno, le montagne lontanissime, i disegni del sale sulla superficie, la mia ombra, la genesi di questo posto incredibile.

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Di tanto in tanto si aprono dei buchi nel sale e mi sembra che sul fondo ci sia acqua.

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Dopo un tempo che sembra infinito, inizio a intuire quale dovrebbe essere la Isla Incahuasi che sto puntando da più di un’ora. Ormai ci sono, non posso tornare indietro!

Ed accade un fenomeno tipico dei deserti e cioè lo stravolgimento delle distanze. La isla sembra ad un passo, ma passano i km e il tempo e non si avvicina mai. Solo diventa appena più definita e ti rendi conto che ti stai avvicinando, ma è impossibile capire quanti km mancano.
Da quando mi sembrava di essere ad un passo, ad esempio 5 km, sono già passati quasi 30 km. Incredibile. Mi ricorda le sensazioni che vivevo in Kazakistan, viaggiando di notte, quando vedevo le luci tremule della cittadina successiva e non arrivavano mai, anche dopo un’ora erano nello stesso punto.

La corsa finisce: arrivo all’isola, punteggiata di cactus altissimi, multi-braccia e con lunghe spine per mantenere le distanze dal prossimo.

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Scatto un po’ di foto a questo luogo così magico, in totale solitudine, poi torno alla moto e, per curiosità, giro l’angolo dell’isola. Vi trovo addensate decine e decine di persone, con altrettante jeep, furgoncini e auto di tutti i tour organizzati che confluiscono, nessuno escluso, qui.

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Inizio il ritorno, seguendo la traccia che avevo seguito all’andata.

Ma dopo pochi km, la mente si perde, le certezze crollano di fronte all’impossibilità di capire quale traccia, tra le decine, avevo seguito all’inizio. Inizia a prendermi un minimo di ansia di perdermi, ma poi penso che al limite è sufficiente puntare ad una montagna all’orizzonte ed arrivarci. Qui non è come nel deserto, dove puoi paradossalmente finire in un vicolo cieco di dune insormontabili. Qui è tutto piatto, puoi seguire qualsiasi direzione tu decida.

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E’ incredibile anche il freddo che fa. Sicuramente è perchè il bianco respinge la totalità dei raggi solari, inclusa quindi la parte riscaldante. Le mani e i piedi sono gelati, sul corpo sono al limite.

Dopo un’ora abbondante passata a seguire varie tracce ed a divertirmi in alcuni “fuori pista”, arrivo di nuovo in vista di una rotonda carica di bandiere di ogni nazionalità che avevo superato anche all’andata.

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Esco così dal salar e torno sulla pista per Uyuni e gioisco nuovamente per la sua atrocità di salti e botte e sabbia traditrice.

Ad Uyuni vado nuovamente a fare benzina. Il ragazzo è stupito di vedermi rifare il pieno così presto, gli dico che sono andato al salar. Gli chiedo alcune informazioni:

“Domani vorrei andare a La Paz, qual è la strada migliore?”

“Quella per Potosì, è tutta asfaltata”

“Tutta?”

“Tutta.”

Da che ero deciso ad andare a La Paz, cambio programma e decido di fermarmi a Potosì e poi andare a La Paz da lì.

Torno in albergo e, mentre parcheggio la moto, mi saluta da un ragazzo alto, un europeo. Iniziamo a chiacchierare, si chiama David e con la moglie Marie, entrambi svizzeri, stanno facendo il giro del mondo da quasi un anno. E’ del cantone francese e parla poco l’inglese. Finiamo così a parlare in francese, con mia grande gioia perchè è una lingua che amo e che parlo troppo poco spesso.

Parlando del più e del meno, salta fuori che domani è l’anniversario della fondazione di Uyuni, ci sarà festa grande in paese!

E così cambio nuovamente idea nel giro di pochi minuti: domani mi fermo qui per la festa, poi dopodomani Potosì e il giorno dopo ancora a La Paz.

Evviva i viaggi programmati al millimetro!

Ascesa a Uyuni

In realtà non è una vera e propria ascesa, perchè da 3700 sono partito da Ollague e a 3700 sono finito, però ho salito tante di quelle montagne, che mi è parsa una vera e propria ascesa nella Repubblica Boliviana.

Ma andiamo in ordine.

La nottata è stata molto pesante, ho la sensazione di non aver dormito. Soffro l’altitudine, nei giorni scorsi ero arrivato fino a 2700 metri, ma qui sono mille metri in più e si sentono tutti. Basta anche solo girarsi nel letto e mi viene un fiatone come se avessi salito una rampa di scale. Poi, anche non facendo nulla, semplicemente sdraiato, ogni 20/30 secondi mi viene spontaneo tirare un sospirone. Dev’essere il mio fisico che cerca ossigeno.

Questo, unito ai 12 kg di coperte che mi gravano addosso, non hanno giovato al riposo.

La colazione consiste in una fetta sottilissima di formaggio stantio, una cofana di burro e due panini piatti e rotondi. Decido di fare come quando ero ragazzino: pane burro e zucchero.

Finisco di prepararmi e parto

Prima a caccia della benzina, qui a Ollague dovrebbe esserci. Mi dicono di provare in un ostello – ristorante, l’unico altro che c’è ad Ollague. Dall’aspetto sembra molto migliore di quello dove ho dormito. Faccio la prova, c’è anche il wifi! Che peccato!

Busso a oltranza, ma non risponde nessuno. Faccio i conti della benzina che mi è rimasta: almeno 350 km e da fare ce ne sono circa 200. Parto.

La frontiera cilena è a poche centinaia di metri da dove ho dormito. Nel giro di una decina di minuti ho finito. Prendono i documenti, la dichiarazione notarile, il libretto, ecc, poi il doganiere mi chiede:

“Ma questa moto torna in Cile?”

E io: “Sì!” e mentre lo dico inizio ad arrovellarmi su cosa potrebbe succedere se invece non torna in Cile, come al 99% sarà. Là per là mi è sembrato molto più facile rispondere sì, piuttosto che iniziare a spiegare nel mio pessimo spagnolo, che la moto l’ho comprata e resterà con me.

Speriamo bene.

Supero i pochi km di terra di nessuno con un po’ di trepidazione per quello che potrebbe accadere alla frontiera boliviana.

Arrivo e inizio una girandola di uffici, in tutto saranno quattro. Ma nessuno fa una piega nè per il fatto che la moto non sia intestata a me, nè per la dichiarazione notarile. In 40 minuti scarsi sono fuori!

Boliviaaaaa!!! La gioia è tanta e inizio ad affrontare la pista di slancio. Non un solo cartello che indico Uyuni. Per fortuna ho chiesto ad un signore prima di ripartire dalla dogana:

“Devi prendere la pista di destra, non quella dritta!”

Inizio così una serie di salite lunghissime, l’ultima delle quali non si spreca nemmeno più a darmi tregua: continua ininterrotta per km e km. Mi spiace non avere dietro un altimetro. Sono partito da 3700 metri, ma per quanto sono salito, sicuramente ho superato i 4000, però sono curioso di sapere di quanto.

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E’ buffo sentire la moto come all’inizio regge la terza, poi inizia a tossire, ma tiene la seconda. Sull’ultimo salitone infinito, davvero un’ascesa al cielo, metto la prima. Dopo qualche km anche con la prima, la moto inizia a scalciare e tossire. Rallenta.

Bene, mi dico, se nemmeno la prima ce la fa, che faccio, spingo?? Però prosegue, tra un borbottio, uno scalcio e un scoppio, è una sfida tra chi resiste: la salita che non vuole finire e Nelinkas che non vuole fermarsi.

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Dopo minuti interminabili, la salita si addolcisce e si trasforma in altipiano. Nelinkas ce l’ha fatta e festeggia riuscendo di nuovo ad allungare in seconda e terza.

Altra cosa buffa che sto sviluppando in questo viaggio, considerare i 50 km/h una Signora Velocità, che ti permette di andare un po’ ovunque. Dopo ore e ore passate in questi giorni a 40, 30 e 20 all’ora, finisci per pensare che a 50 stai sfrecciando e puoi pensare di fare una bella tappa.

Il paesaggio è meraviglioso, immenso, sotto montagne imponenti, immense distese di piante dai colori verde e giallo e poi rocce dalle forme più strane.

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Mi spiace quando finiscono le montagne. La pista diventa più facile, ma è anche meno affascinante.

In realtà dopo una lunga e noiosa pianura, riprendono delle piccole alture sulle quali avvisto parecchi lama e in un paio di occasioni mi tagliano la strada.

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Ricomincia la pianura, per sicurezza guardo il navigatore e scopro di essere totalmente fuori pista. Poco fa ho superato un paesino e c’era una deviazione, ma mi pare impossibile fosse quella la pista. Il problema è che non c’è nessuno a cui chiedere.

Passano i km, ma il navigatore mostra sempre una freccina blu, la mia posizione, nel mezzo del nulla. Sono su una pista non segnata. Nello specchietto vedo che mi sta raggiungendo un’auto. Mi fermo e faccio cenno di fermarsi. Per fortuna rallentano e poi si fermano un poco più avanti.

Tiro un sospiro di sollievo quando mi confermano che la pista è giusta. Però un cartello non dico ogni tanto, ma ogni 100 km potrebbero metterlo!

I km passano, nonostante l’altitudine e il falso piano, riesco a mantenere i 50 all’ora e intorno alle 16 arrivo in vista di Uyuni.

La pista corre in mezzo ad una distesa immensa di terra spaccata dall’aridità. Il colore farebbe pensare ad una terra fertile, peccato la totale assenza d’acqua.

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Uyuni e albergo subito trovati e domani la dedico interamente al salar, non vedo l’ora!

Verso Uyuni

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Nel frattempo che ritrovo un wifi decente, carico questa foto scattata col telefono, che si fa molti meno problemi se la connessione é lenta (invece il tablet é pretenzioso).

Qui sono sulla pista tra Ollagüe a Uyuni, stupenda. In lontananza si vedono delle rocce dalle forme particolari.

Un pollo in alta quota

Il pollo ovviamente è la moto-pollo o moto-tablet o moto-chica, ormai ha più nomignoli lei che una diva del cinema.

Volevo partire alle 9, quindi alle 10:30 riesco a mettermi in marcia.

La strada verso Calama affronta diversi passi, sui quali la povera pollita arranca e sbuffa, strattona e si impunta, a volte inchiodandosi sui 40, altre volte a 60, poi quando vuole fare la pazza allunga a 90.

Finalmente arriva Calama, dove ho in mente di fare alcune cose: intanto il pieno, poi gonfiare le gomme, controllare l’olio e comprare qualche soldo boliviano.

Mi butto in un distributore, il pieno viene facile, poi arriva l’ostacolo delle gomme. Non c’è come da noi un tubo col manometro, se la pressione è bassa gonfi, altrimenti lasci così. No, qui c’è un totem alto quanto un uomo, con un piccolo display al centro e 4 tasti attorno al display e il tubo che porta l’aria.

Da quello che capisco guardando un altro, si imposta la pressione che si desidera nel display (usando i due tasti + e -), si infila il tubo che gonfia nella valvola e quello fa tutto: se è bassa gonfia, se è alta sgonfia. Il quarto tasto rimane un mistero.

Il tipo prima di me, però, dopo aver trafficato un po’, desiste:

“Non funziona”, sentenzia.

Lo guardo con aria interrogativa, poi mi dice qualcosa che non capisco e alla fine mi chiede se voglio vedere a quanto stanno le mie gomme.

“Ok, grazie!”

Prende un manometro di quelli tascabili, misura dietro:

“28”

Poi davanti, un altro 28.

Bene, il punto però è un altro: il tipo così come il totem-gonfiatore, parlano di numeri del tipo 20, 25, 30, ecc. Sul libretto della moto, invece, parla di PSI e atmosfere, che sono numeri del tipo, rispettivamente, 150 e 1,5. Nulla che somigli ai numeri del display.

Mentre continuo a sfogliare il libretto a caccia di altri numeri, il tipo se ne va e ne arriva un altro. Gentilmente faccio notare che non funziona, lui mi ignora e gonfia. Ah! Sta già risalendo in macchina, che gli chiedo al volo:

“Ecco il libretto della moto dice questi numeri, cosa devo mettere??”

“35!”, spara con sicurezza.

“Davanti o dietro??”, chiedo, visto che davanti parla di 150 e dietro di 200.

“Dietro!”

“E davanti??”

“… 32!”

Un po’ scettico lo guardo allontanarsi, poi torno al totem. Imposto il numero che mi ha detto, infilo il tubo nella valvola, ma non succede nulla. Inizio a innervosirmi, vado dal benzinaio che sta servendo auto e camion e non intende darmi retta, e mi metto in mezzo ai piedi.

Alla fine mi ascolta e andiamo insieme dal totem.

Per giustificarmi dell’incapacità, dico:

“In Italia sono completamente diversi, questo non ho capito come si usa”

Quando capisce che sono italiano, mi guarda con più simpatia e, mentre inizia a gonfiare, mi chiede dove sto andando.

Prima che inizio a rispondere, mi dice che dietro stava a 22. Conferma ulteriore che i manometri da tasca non servono a nulla, anzi, sono pure dannosi.

Gli spiego a grandi linee il viaggio e che domani dovrei entrare in Bolivia.

“Stai attento ai boliviani …”

“Perchè?”

“Perchè odiano i cileni e se vedono la targa cilena potrebbero essere guai”

“Vabbè ma io sono italiano, basta che spiccico due parole si capisce che non sono cileno!”

“Peggio, che sei italiano! Dopo il problema che ha avuto Morales, hanno bruciato le bandiere di Francia, Italia, Germania e altri”

Moto cilena con guidatore italiano … un mix perfetto! Non mi resta che sperare che i doganieri non facciano caso a queste cose, anche perchè penso di avere magagne ben peggiori, se penso ai documenti della moto, intestata a Nicola ed io che viaggio con la dichiarazione notarile.

Ringrazio per l’avviso e mi rimetto in strada dopo aver controllato l’olio.

Niente moneta boliviana, sto morendo di caldo e voglio andare, mi arrangerò in qualche modo.

Prendo la strada per Ollague, dopo un po’ faccio sosta a Chiu Chiu (pronuncia Ciù Ciù, che mi fa tornare in mente uno squilibrato che incontrai anni e anni fa in Russia, che continuava a ripetere a mitraglietta “ciai ciai ciai ciai ciù ciù ciù ciù”, per dire che voleva offrirci un po’ (ciù ciù) di tè (ciai).

Chiu Chiu ha una bella chiesa, peccato che è chiusa. Il portone, il cancello e altre parti in legno, sono fatte con legno di cactus, si vede dalla miriade di fori.

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Mi rimetto in moto, la strada si dirige verso la cornice di montagne che fino a oggi ho ammirato da lontano. Dopo altri km, alla mia sinistra si apre una spaccatura enorme nella terra. Mi avvicino e scopro che si tratta di un canyon, come quelli che si vedono nei film western.

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La strada sale sempre più di quota, poi l’asfalto sparisce e si trasforma in “duro”.

I km sono tanti e lenti, la moto avanza con molta difficoltà a causa della scarsità d’ossigeno. Perde colpi in continuazione, non posso dare troppo gas altrimenti si affoga. Se ne dò poco, non cammina.

Anche il “duro” finisce lasciando il posto ad un pista più accidentata, con parecchie buche e sassi. Cerco sempre di non scendere sotto i 40/50, ma a volte è impossibile e arranco a 30 fino alla fine del salitone di turno.

Mi addentro tra le montagne, i pianori sono coperti di licheni e altre piante di colore giallo o verde, le montagne variano dall’ocra al nero. In alto, le venature bianche della neve.

A volte la pista è pessima, sabbiosa e distrutta, come quando supera il canyon che avevo fotografato molti km fa. Oppure quando la pista scende a capofitto verso un salar che occupa l’intero bacino alla base di alcune montagne che lo circondano.

Lungo questa discesa, un cartello avvisa che sia a sinistra, sia a destra, ci sono campi minati. Per 600 metri. Attenzione!

Mentre mi chiedo perchè mai abbiano minato questo tratto di pista, ecco che appare magicamente l’asfalto. Che miraggio! Improvvisamente scompaiono tutti gli scuotimenti e slittamenti e colpi e ricomincio ad andare sul liscio.

Mentre fiancheggio una pianura, vedo dei lama o forse sono delle vigogne. Bellissime! Non le avevo mai viste in libertà.

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Proseguo, km e km dopo costeggio una laguna punteggiata da decine di fenicotteri.

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Vedo un treno che procede a 10, forse 15 km orari arrancando sul fianco di una collina. Quanto impiegherà per arrivare a destinazione?

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Nuove difficoltà sulla pista, che a volte diventa sabbiosa, a volte per lunghi tratti ha il tremendo toulee ondulee, delle piccole onde, perpendicolari alla pista, molto dure. Andandoci sopra, si ha l’effetto terremoto. Con una moto potente, la soluzione sarebbe accelerare, magari a 90/100 e volarci sopra. Io invece le prendo una per una, sempre col terrore che si rompa qualche supporto della moto.
Per fortuna che stamattina ho tolto la tanica dal portapacchi. A parte sbilanciare molto il peso fuori dall’asse della moto, gravava completamente, con i suoi 10 kg di peso, sul portapacchi. Con buona probabilità si sarebbe rotto o avrei rischiato molto, così invece la moto è equilibrata e caricata meglio.

Ultimo pezzo a fianco di un altro salar, andando così piano i km sembrano non passare mai, poi finalmente Ollague che si annuncia con vari numeri, tra cui l’altitudine: 3660 metri. Non credo di essere mai arrivato così in alto.

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Il paesino sembra essere disabitato, poi vedo alcuni operai e chiedo informazioni su dove dormire. Mi indicano una locanda nella quale entro di corsa.

Ovviamente hanno posto, anche se sembrano doverci pensare. La signora mi fa parcheggiare sul retro della casa.

Prendo la moto, faccio il giro dell’isolato e subito un cane si getta al mio inseguimento. Abbaia forte e mi corre a fianco, anche perchè non posso accelerare troppo, visto che devo entrare in un cancello. Però sono tutti chiusi, la signora ancora non ha aperto, non so dove andare. Il cane sempre a fianco abbaiando a più non posso, ma non mi preoccupo perchè ho gli stivali e i pantaloni tecnici.

Alla fine la signora si decide ad aprire, imbocco il cancello e il cane scompare.

Sono le 17, ho impiegato 6 ore e mezzo per fare 300 km, metà dei quali in fuoristrada. Tutto sommato non è andata male.

La camera è tutta per me, mi butto in doccia, ma l’acqua è gelida. Vado dalla signora e gli chiedo se c’è l’acqua calda.

“Sì che c’è, vieni!”, mentre dentro di me mi dico, eppure, l’ho fatta scorrere parecchio …

La seguo nel salone principale, dove c’è la caldaia a gas (all’interno della casa! alla faccia della sicurezza), la accende ed esclama:

“Ecco l’acqua calda!”

Ah ecco!

Mi scambio qualche sms con Caterina per avvisarla, lei mi chiede se non c’è il wifi. Le rispondo che a malapena c’è la luce. Mai battuta fu più appropriata. Di lì a poco si susseguono una serie di black out uno dietro l’altro, da pochi minuti a mezz’ore intere.

La cena consiste in una zuppa non bene identificata

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e in una fetta di carne con contorno di … spaghetti!

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Alla luce del cellulare, controllo i documenti della moto ed i miei in previsione della frontiera di domani.

Speriamo mi facciano entrare in Bolivia! E, se mi fanno entrare, speriamo che la pista fino a Uyuni non mi faccia faticare troppo!!

Dove osano i fenicotteri

La mattinata passa un po’ dormendo, un po’ sistemando i bagagli che in questi tre giorni erano “esplosi” e un po’ facendo le prove con la telecamera, dove montarla e come usarla.

Nel pomeriggio decido di fare una gita al Salar de Atacama, qui vicino.

Solo dopo essere partito, però, mi accorgo che l’estremità più a sud del salar dista 90 km. Totale andata e ritorno, 180 km. E da Calama non ho più fatto il pieno ed ho percorso già 170 km. Rapido calcolo, non ce la faccio con la benzina! Ma allora lo faccio apposta, mi dico.

Il punto è che ogni volta prendo la moto come se stessi per andare al lago di Bracciano, a 40 km da Roma, anche se invece magari ne devo fare 400. Tutto sommato anche per questo viaggio sono partito con la stessa predisposizione d’animo: so che saranno tanti km, ma non ho idea esattamente quanti e li vivo giorno per giorno.

Penso tutto questo e anche a quanto sono … disattento, mentre procedo verso il Salar. Inizio di nuovo la girandola di somme e sottrazioni, fermandomi a scattare qualche fotografia alle montagne circostanti che continuano a stupirmi per la loro bellezza.

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Supero un osservatorio astronomico; pare che qui ci sia uno dei cieli più limpidi del pianeta. Da quello che ho visto in queste sere, posso confermare.

Mentre guido ipnotizzato dalla strada dritta che ondeggia tra lunghe salite e discese, all’orizzonte appare una striscia scura. Man mano che mi avvicino, mi accorgo che sono alberi. Un’oasi in piena regola! Solo che invece delle palme da dattero che si vedono nelle oasi africane, qui sono altri tipi di albero.

Arrivo infine a Toconao. Un signore di mezza età mi dice che il Salar inizia tra 25 km. Faccio i conti, potrei farcela.

Mi avvio nella direzione indicatami dal tipo e imbocco un cosiddetto “duro”, ossia una strada sterrata larga e ben tenuta. La moto si comporta bene, ma senza bagagli son capaci tutti!

Dopo qualche km, appare un cartello che annuncia: “Reserva Nacional Los Flamencos”. Sembra promettente! Faccio un patto con me stesso: se vedo i fenicotteri bene, altrimenti torno a San Pedro senza altre deviazioni, non mi va di restare senza benzina.

Dacchè il “duro” costeggiava il salar, questa pista punta dritta nel centro. Mi ritrovo in mezzo ad una pianura con zolle brillanti di cristalli di sale a perdita d’occhio. Sembra che un immane aratro abbia divelto l’intera pianura, invece è soltanto uno degli effetti singolari dell’evaporazione.

Arrivo al gabbiotto che controlla l’ingresso all’area naturale, c’è un biglietto da pagare. Dopo aver preso il resto, sto già andando via quando la cassiera mi grida dietro:

“Perdona, de che pais?”

“Italia!”

“Un italiano qui, incredibile …” esclama in perfetto italiano il ragazzo, l’unico altro in fila, dietro di me.

Iniziamo a parlare, è spagnolo. Ha imparato l’italiano nella scuola del suo paesino, vicino Madrid. Si è trasferito a Calama con la moglie e la figlia piccola lo scorso febbraio.

“In Spagna non c’è lavoro, è terribile …”, mi dice sospirando.

“Lo so, anche dei miei amici di Madrid stavano pensando di andare all’estero … ma voi come vi trovate a Calama?”

Prima di rispondere, mi rivolge un lungo sguardo malinconico, velato di tristezza, che è già una risposta.

“Calama è tremenda”

“Dai, non è così male, sicuramente è la città più carina nel raggio di centinaia di km”, provo a consolarlo.

“Fidati, è tremenda … ma almeno c’è lavoro e poi mia moglie sta aspettando un’altra bambina e questo ci dà una grande forza”.

Mi colpiscono le sue parole, una “grande forza”. Quella che facilmente poteva essere vissuta come una “tegola” in testa, per loro è una spinta ad andare avanti. Mi ricorda quello che mi disse un istruttore di immersioni a Bali, che i figli portano soldi e fortuna, perchè quando uno ha figli, mette la testa a posto, si dedica di più al lavoro, smette di fare fesserie, ed ecco che il risultato arriva, più soldi e le cose girano per il verso giusto.

Inizio la visita addentrandomi nel sentiero che è stato ricavato all’interno del salar, con tanto di pannelli esplicativi che spiegano l’origine della laguna, come viene alimentata, quali organismi la popolano, dando da mangiare a migliaia di uccelli. E’ molto interessante e stupefacente come un ecosistema con un equilibrio così delicato, dia da vivere a così tanti esseri.

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Il paesaggio è incredibile, di una bellezza primordiale e il silenzio assoluto contribuisce a creare un’atmosfera magica.

Ma il meglio deve ancora venire!

Alla fine il sentiero piega verso la laguna e la costeggia, a pochi metri dai fenicotteri che zampettano nell’acqua a caccia di cibo. Ci sono anche altri tipi di uccelli, tutti nutriti da questo specchio d’acqua perennemente a rischio di evaporazione e quindi di estinzione.

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Ormai appagato ritorno verso San Pedro, godendomi la strada in tutta tranquillità visto che la moto non è ancora entrata in riserva.

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Una volta in paese, vado di nuovo in cerca di Gonzalo. Ci diamo appuntamento alle 21, e per fortuna non finisce come ieri sera.

Rapida cena e a letto presto. Domani, Ollague! Almeno, ci provo.