Un po’ di riposo tra cormorani, pinguini e leoni marini

Oggi riposo … per modo di dire, perché la sveglia è alle 7, destinazione islas Ballestas!

Perché si parte così presto? Non so, visto anche che a quell’ora il cielo è coperto da una pesante coltre di nubi e cade un pioggerellina finissima, impalpabile.

“E’ la nebbia del mare!”, mi spiega il gestore dell’ostello dove alloggio.

Bel clima, mi dico! Ma dimentico sempre che siamo in inverno …

Il gruppo è nutrito e quando arriviamo al porticciolo di Paracas, scopro che siamo in numerosa compagnia: ci sono almeno altri 3 gruppi di una trentina di persone, ognuno diretto ad un motoscafo. Partiamo tutti insieme. Forse è per una ragione di sicurezza, se a uno succede qualcosa, ci sono altre imbarcazioni pronte a soccorrerle, ma secondo me sarebbe meglio distanziarle un minimo e far fare (l’eventuale) lavoro di sicurezza in mare ad una Guardia Costiera.

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Fatto sta che tutti i motoscafi si avviano più o meno all’unisono, prima tappa, il Candelabro. É una figura creata sul terreno (tecnicamente si chiama geoglifo) come le linee di Nasca, ma mentre queste ultime sono state studiate in tutti i modi, questo invece no, per cui non si nemmeno se è coevo o di altra epoca rispetto alle linee.

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E’ impressionante e incredibile vedere queste figure enormi, pensare alle persone che le hanno ideate e create e, naturalmente, viene da chiedersi … perché? Cosa volevano fare, comunicare?
La guida ci dice che nonostante sia fatta praticamente nella sabbia, ha resistito nei millenni perché qui non piove mai e il vento arriva sempre da terra.

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La prua punta nuovamente in mare aperto e andiamo alle isole Ballestas.

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In pratica sono due scogli disabitati, nel senso che sono piuttosto piccole e letteralmente coperte di uccelli: cormorani di diverse varietà, pinguini di Humboldt e molti altri volatili che non conosco; in più, ci sono i leoni marini. Che passano il tempo, con tutto lo spazio che c’è, a starsi uno addosso all’altro e a cercare di mordersi. Forti!

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Giriamo intorno alle isolette raggiunti dalla fragranza del guano che si raccoglie a tonnellate quando, passando sotto un arco, sento come uno spruzzo d’acqua addosso.
Penso ad un’onda, poi però mi dico che sono al centro della barca e siamo quasi fermi, ma soprattutto mi guardo … sono stato centrato da un simpatico volatile! Ho schizzi molto acquosi e biancastri sul cappello ma soprattutto sulla giacca e un minimo sulla macchina fotografica.
Sulla giacca il guano va ad aggiungersi a:
  – smog e polvere di migliaia di km
  – una parte di una melassa appiccicosa che era un integratore comprato a Roma prima di partire e poi
  – un abbondante bicchiere di Inca Kola che mi sono rovesciato addosso ieri all’aeroporto di Nasca.
Un bel mix saporito!

Torniamo al porto e gli animali ci regalano un ultimo spettacolo: prima un leone marino insegue la barca, esibendosi in acrobazie di salti fuori dall’acqua e immersioni e poi diversi stormi di cormorani e di gabbiani ci seguono a breve distanza, volando velocissimi a pochi cm dall’acqua, alzandosi ed abbassandosi in sincrono sulle onde, una vera danza.

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Dietro al porto faccio colazione con succo di frutta fresca e una fetta di torta, poi vado a riposarmi in ostello.

Nel pomeriggio passeggio sulla spiaggia, praticamente deserta a parte qualche turista, osservando ancora un po’ di uccelli e meduse enormi arenate sulla sabbia, poi proseguo il riposo in ostello, approfittandone di un wifi finalmente decente.

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Esco per cena, ma prima devo comprare qualcosa per il mal di testa. Le mie medicine sono talmente sepolte nella sacca a cilindro che non mi va di prenderle! Chiedo informazioni ad un signore che gentilmente mi accompagna mentre scambiamo quattro chiacchiere.
In farmacia:

“Vorrei qualcosa per il mal di testa, per favore”

“Mal di testa forte?”

“Sì, molto forte …”

“Ok, quante ne vuoi?”

“Prego?”

“Le pastiglie …”, mi dice, prendendo in mano un paio di forbici e una confezione di compresse. Al che capisco e rispondo:

“Una … anzi no, due, non si sa mai”

In molti paesi esteri si trova questa abitudine di darti le compresse che desideri, non per forza tutta la scatola. Magari lo facessero anche in Italia! Mi ricorda una scena epica di “Un giorno di ordinaria follia” 😉
Invece periodicamente mi ritrovo a svuotare i cassetti e buttare molti medicinali (con spreco di soldi, inquinamento, ecc) per via di confezioni irragionevolmente grandi.

Ho deciso di dedicare la serata allo studio dello spagnolo. Non mi porto nulla, né telefono, né cartine o altre distrazioni: solo il dizionario spagnolo con la grammatica in appendice.
Mi siedo nel ristorante fronte mare, faccio in tempo ad aprire il dizionario, quando al tavolo a fianco si siede una coppia con cui avevo scambiato due chiacchiere stamattina sulla barca in gita alle Ballestas. Mi invitano al tavolo, addio spagnolo perché sono inglesi e iniziamo a parlare ovviamente nella loro lingua, che per me è immensamente più facile, però non mi aiuta nel mio obiettivo spagnoleggiante.

Lui si chiama Sanjay, è nato a Londra, ma i suoi sono delle Mauritius:

“Ah, Sanjay, un nome indiano!”

“Sì, per via dei miei genitori …”

E lei: “Ah sì, Sanjay è un nome indiano??”

E meno male che stanno insieme …

E domani … Lima!! La terza (e ultima!) capitale sud americana in un mese che sono in viaggio 🙂

A Paracas, nel segno della vigogna

Avrei potuto dedicare questa giornata alle incredibili Linee di Nazca o ad una delle più belle strade che abbia mai percorso, però … le vigogne sono splendide e protette, per cui la dedico a loro.

Mi metto in moto abbastanza presto, con addosso quella sensazione morbida di sonno non ancora passato del tutto. L’aria è fresca e il cielo azzurro brillante. Metto nel casco uno degli album che preferisco di Paolo Conte, Paris Milonga, che inizia con la meravigliosa Alle prese con una verde milonga.

” La vera musica, che sa far ridere,
e all’improvviso ti aiuta a piangere”
(tratto da “La vera musica”, contenuta in Paris Milonga, Paolo Conte)

Uscendo da Puquio la strada si riporta in quota, per non perdere l’abitudine all’alta montagna.

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Percorro altre gole e supero altre montagne, finché non arrivo a un centinaio di km da Nasca, dove si trova l’area protetta Pampa Galeras, santuario delle splendide vigogne. La moto è a pieno carico e oggi mi aspettano diverse cose da fare, però una breve escursione non me la nego.
Già lungo la pista ne incontro diverse, in lontananza ne intravedo molte altre. Sono bellissime e nemmeno troppo spaventate dalla mia presenza, anche se comunque, per sicurezza, si allontanano in tutta fretta.

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Torno sulla strada principale ed inizio la lunga discesa verso Nasca. Mi ritrovo così su una delle strade più belle, scenografiche, emozionanti e divertenti che abbia mai percorso. Inizia prima con il percorrere una stretta gola, con un piccolo torrente sul fondo, poi abbandona la gola e si apre da un lato su una duna di sabbia altissima e dall’altro su una serie di montagne che si rincorrono fin oltre l’orizzonte. La strada prosegue poi con una serie infinita di tornanti, fino ad impegnarsi a superare l’ultima serie di basse ma tortuosissime colline prima della piana dove si trova Nasca.

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Strada spettacolare che mi fa vivere uno di quei momenti di esaltazione in cui ritrovo conferma della superiorità assoluta del viaggio “on the road”, per vivere e scoprire al 100% i posti che si visitano e della moto come IL mezzo per eccellenza, che unisce il divertimento della guida “fisica” alle emozioni dell’immersione totale nel paesaggio circostante.

Atterro a Nasca dopo decine di km di curve e tornanti e passo di fronte al sito archeologico sugli acquedotti. Mi aspetto il classico acquedotto romano ad archi, invece mi trovo davanti a delle buche elicoidali, ricordano il guscio delle lumache, sul cui fondo scorre l’acqua, limpida e cristallina.
Quando arrivo, una giovane insegnante sta cercando di catturare l’attenzione di una quarantina di bambini che pensano a tutto, tranne che all’antico acquedotto di Nasca.

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Dopo un paio di settimane riprendo la Panamericana che avevo abbandonato in Cile e vado verso Lima.

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Purtroppo la cartina è sbagliata e devo tornare a Nasca per andare all’aeroporto e provare a guardare le Linee di Nasca dall’alto. Questo errore mi costa 50 km in più, anche se riesco brevemente a visitare il museo dedicato a Maria Reiche, che studiò le linee per tutta la vita.

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Vado all’aeroporto, non sono nemmeno sceso dalla moto che vengo accalappiato da un impiegato (tra le proteste di quello di un’altra agenzia, arrivato un istante dopo) di una delle 9 agenzie turistiche che organizzano il volo aereo sopra le linee.

“Quanto costa il volo?”, chiedo al tipo.

“250 soles”

“Facciamo 200”

Mi guarda come se l’avessi offeso, poi rilancia:

“230 solo perchè sei tu!”

“Vabbè, 220 …” contropropongo.

“OK … sei un buon contrattatore eh?!”

Insomma … anzi, proprio no.

Sono le 16 e ancora non ho mangiato, mi metto in pari con due empanadas di carne e una Inca Kola.

Finalmente si parte e per la prima volta in vita mia salgo su un trabiccolo mono-elica. L’aereo non mette a proprio agio, è microscopico e leggerissimo, basta uno starnuto e si muove tutto.

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Decolliamo e il pilota, per far vedere bene le figure sia a chi è seduto a sinistra, chi dall’altro lato, vira vorticosamente  e si mette quasi in verticale. Tre o quattro giri ed ecco il mio stomaco chiedere pietà, per poi minacciare di cacciare fuori tutto quello che ho mangiato.

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(la Balena)

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(l’Astronauta)

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(la Scimmia)

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(il Cane, è in verticale, sulla sinistra)

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(il Colibrì)

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(il Ragno)

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(il Condor)

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(l’Albero)

Il mio stomaco è ormai allo stremo quando il pilota propone un fuori programma, sorvolare … li acquedotti di Nasca! Tutti sono entusiasti, tranne me, visto anche che li ho già visitati!

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Comunque, concentrandomi su un punto all’orizzonte riesco a resistere, poi finalmente il volo finisce con un atterraggio perfetto, tra l’altro.

Riprendo la Panamericana che ormai è il tramonto e chiudo la giornata al buio, come al solito.

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La strada è lunga, ma anche questa finisce, arrivo al bivio per Paracas, la strada punta al mare e me ne accorgo dal profumo di salsedine che sento nell’aria. Mi butto nel primo ostello che trovo e, un istante dopo, a letto, sono stanchissimo.

Domani, voglio visitare le isole Ballestas e non so cos’altro, vediamo cosa succede!

Cammina cammina … fino a Puquio

Oggi è il giorno del progetto impossibile, Cusco – Nasca in tappa unica. Però, ci voglio provare lo stesso!

Incredibile ma vero, alle 8:30 sono in sella, lavato mangiato e bagaglio montato: da segnare sul calendario!

La strada inizialmente corre su una pianura circondata dalle montagne, poi inizia ad addentrarsi nelle alture. Più mi avvicino ad Abancay, più le curve si stringono fino a diventare una sfilza di tornanti.
Ad un certo punto ci sono i lavori stradali a fiaccare le mie deboli speranze di arrivare in serata a Nasca. Sono tutti fermi, sembra da parecchio. Senso unico alternato.

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L’attesa dura 40 minuti, durante i quali parlo con un tipo simpatico alla guida di un SUV. Dice che lavora per una grande miniera di Ayacucho. Estraggono argento e oro, rispettivamente, 3 tonnellate e 240 kg al giorno e ci lavorano 3mila persone. Niente male!
Mi dice che il peggio non sono i 40 minuti che stiamo aspettando, ma è il fermo programmato di 2 ore della circolazione poco più avanti. Sempre per la consuetudine di buttare all’aria tutto per fare i lavori, invece di finirne un pezzo alla volta.

Finalmente passiamo e capisco perchè il senso unico alternato è durato così tanto: inglobava il casello per il pagamento del pedaggio stradale! Quindi di mezzo c’era pure il tempo della coda per pagare, cercare i soldi, il resto, ecc. Geni!

Arrivo alla zona del blocco. Si riconosce facilmente, perchè la strada è sbarrata e la gente sta bivaccando fuori dalle macchine e dai camion. Chi improvvisa un pic-nic, chi si sdraia a prendere il sole, i più parlano. Se in Italia bloccasero, che so, la Cassia per due ore, credo che salterebbero fuori le armi pesanti!

Mi avvicino alla barriera, guardando un operaio. Questi capisce il mio sguardo e mi dice:

“Puoi passare, però vai piano e stai attento ai mezzi pesanti”

Ringrazio e passo, ritrovandomi in mezzo ad un cantiere con enormi camion che fanno poco caso a me, anzi, sembra più che vogliano spiattellarmi sotto al rullo compressore o schiacciare con uno dei caterpillar in azione.
Riesco a dribblare tutti e a non cadere sul fondo di pietre e torno finalmente sulla strada. Il paesaggio adesso è molto più “canonico” ossia con alberi e vegetazione e campi coltivati.

Dopo diversi km, la strada era in una gola. A causa delle frane, molti pezzi di asfalto non ci sono più e procedo su pista. Passo anche attraverso alcuni piccoli guadi. Il tutto non fa che rallentare la marcia ed allontanare sempre l’idea di arrivare fino a Nasca. La vegetazione è folta e fa molto caldo. Me l’ero dimenticata questa sensazione. Sembra impossibile che sia partito dal freddo di Cusco solo poche ore fa!

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Dopo Abancay la strada si distende in una profonda gola. Corro a fianco di un piccolo fiume impetuoso intorno ai 3200 metri sul livello del mare. Poi evidentemente il corso del fiume segue una direzione diversa e la strada inizia ad arrampicarsi sulle montagne, iniziando un continuo di salite e discese fino a Chalhualpa.

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E’ ancora presto e non mi va di fermarmi qui per la notte. Inizio a parlare con un tizio sulla sessantina ad un distributore di benzina. Secondo lui se parto adesso, posso raggiungere la prossima cittadina, Puquio, intorno alle 18/18:30.

Confesso che non ho ancora abbandonato l’idea di raggiungere Nasca entro oggi, fosse anche in nottata.

La strada, se possibile, si arrampica ancora di più. Raggiungo i 4500 metri e ci resto per un bel po’. Il sole tramonta ed il freddo aumenta terribilmente, diventando pungente e doloroso sulle mani e sui piedi. Il GPS dice che sono arrivato a 4560 metri. Ai lati della strada la neve, nei campi molti lama che brucano.

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Il tramonto è splendido, rosso e arancio sulle nuvole in cielo e riflesso sui laghetti d’alta montagna che circondano la strada. La luna sorge alle mie spalle, piena, luminosissima.

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Continuo la corsa notturna, pensando al tipo che mi aveva detto che alle 18:30 al massimo sarei arrivato. Passo un paio di punti di controllo sulla strada. Per fortuna nessuno controlla nulla, vogliono solo scambiare due chiacchiere.

Finalmente Puquio si manifesta dietro una cresta di montagne.

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Nel giro di mezz’ora arrivo, sono stanchissimo.

Trovo un albergo nella plaza de Armas e vado a farmi un ottimo pollo allo spiedo, innaffiato dall’ormai consueta Inca Kola. Sarà la fame, ma mi sembra uno dei migliori polli allo spiedo mangiati negli ultimi mesi … che dico, anni!

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E domani … linee di Nazca e, credo forse chissà, Paracas!

La meraviglia di Machu Picchu

La sveglia urla alla massima potenza già da qualche minuto quando riesce a farmi emergere dal sonno. Sono le 4 appena passate. Doccia e colazione, sono fuori all’ora prevista, le 5. Caso più unico che raro.

Mi accompagna il tipo dell’albergo per aiutarmi a trovare il biglietto d’ingresso a Machu Picchu. Arriviamo di fronte all’ufficio, ci sono già una ventina di persone in attesa.

“AHI!!” esclama il mio accompagnatore.

Mi metto in fila nel momento in cui l’ufficio apre.

“Aspetta un attimo”, mi dice mentre si infila all’interno.

Esce dopo poco, dicendomi con aria non troppo convincente:

“I biglietti ce li hanno: lo fai, poi vai a comprare l’autobus per salire al sito”

Speriamo!

La fila scorre abbastanza velocemente, arriva il mio turno. Pago 128 soles (più o meno 35 euro) e mi ritrovo col biglietto per Machu Picchu. Non mi è sembrato così difficile, non capisco tutta questa incertezza e mistero e soprattutto ieri sera la tipa delle ferrovie, che non voleva farmi il biglietto del treno se non avevo l’ingresso per Machu Picchu! Forse hanno un numero limitato di biglietti, non mi dò altra spiegazione né la cerco, mi va bene così!

E’ ancora buio quando ho in  mano anche il biglietto andata e ritorno in autobus. La salita è veloce, prima sul fondo della gola a fianco del torrente, poi sul fianco di una montagna, tornante dopo tornante sfiorando i pulmini che nel frattempo ridiscendono.

Alle 7 sono su.

Entro e l’impatto è forte, perchè si ha già una visione d’insieme dell’intero sito con le montagne alle spalle. La tentazione di iniziare a girare tra le rovine è forte, ma resisto e mi arrampico a casaccio lungo un sentiero sulla sinistra. Più per istinto che altro. Provo a chiedere a una coppia di francesi dove si va per dove stiamo salendo, ma non mi rispondono nemmeno.

Per fortuna è il punto che speravo, panoramico dall’alto su tutto il sito. Mi siedo ed inizio a concentrarmi, mentre il sole sale da dietro le montagne e appare intorno alle 7:15.

E’ difficile esprimere a parole sia le emozioni che la loro intensità. Se si riesce a isolarsi dal resto ed entrare in contatto con il luogo, l’insieme diventa commovente. Forse è talmente la bellezza o la sua ancestralità o la commistione così perfetta tra bellezza naturale e opera dell’uomo, fatto sta che il cuore e la mente non riescono a contenere un’emozione così forte che finisce per sfogarsi e allentarsi nelle lacrime. Lacrime di gioia, con il sorriso incredulo per quanto il cuore trabocca di bellezza e felicità.

Il sole sorge e illumina prima le montagne alle spalle della cittadella, poi la cittadella stessa, un po’ alla volta. E questa cambia, cambia in continuazione col passare delle ore e l’evoluzione delle ombre e della luce.

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Rimango più di un’ora e mezzo seduto ad ammirare quello che ho davanti agli occhi. Le persone vanno e vengono, si chiamano, urlano oppure stanno in silenzio come me, ma nulla più importa, perché non entrano nella mia visione. Può essere difficile raggiungere la piena consapevolezza di essere “qui e ora”, soprattutto quando le emozioni sono così intense.

Quando sento di essere pronto, soddisfatto, mi alzo e mi avvio verso la Porta del Sole, un altro punto panoramico lontano alcuni chilometri. Voglio ancora ammirare dall’alto le rovine di Machu Picchu, perché sento che la bellezza principale è nella comunione tra roccia e montagna, tra natura e uomo e si può coglierla solo guardandola nella sua interezza. Entrandoci e girando al suo interno, perderei la prospettiva d’insieme.

Passo accanto ad alcuni lama che non sono particolarmente spaventati dall’uomo e si fanno toccare senza problemi. Morbidi!

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La salita è lunga e abbastanza faticosa, ma ogni scusa è buona per fermarsi e ammirare la cittadella o le montagne circostanti da un’angolazione leggermente diversa.

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Arrivo finalmente alla Puerta del Sol e svanisce la cognizione del tempo, perdendomi prima ad immaginare come dovevano vivere gli Inca in un luogo del genere, le sensazioni che vivevano le persone che, arrivando dal fitto della foresta, si ritrovavano a superare questa porta, avviandosi nella discesa al villaggio. E poi ad immaginare la gioia incredibile vissuta da Hiram Bingham quando si accorse che sotto la foresta si trovava una cittadella perduta e sconosciuta. Scoprirla pezzo a pezzo, pulirla, ricostruire quello che vi si svolgeva, restituirla alla vita, seppur diversissima dall’originale.

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Trascorro un altro lungo tempo, poi, nuovamente, mi sento pronto. Stavolta per entrare nella cittadella, girarla dall’interno. La discesa è veloce e in breve mi aggiraro tra le antiche mura, intuendo quelle che dovevano essere templi e quelle che erano abitazioni.

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Il tempo vola e arriva il momento, purtroppo, di mettermi in fila per l’autobus in discesa. Sembra destino, ma come per il treno di ritorno di oggi, dove era rimasto solo un posto, mentre manca ancora un bel po’ per il mio turno, iniziano a chiedere ad alta voce se c’è qualcuno che viaggia solo, è rimasto solo un posto sull’autobus in partenza per Aguas Calientes.

Mi infilo e finisco a fianco di una signora statunitense, con cui inizio a parlare di Machu Picchu, degli USA, dell’Europa.

Arrivato a Aguas Calientes, ho il dubbio di riuscire a ritrovare l’albergo! Non so il nome nè tantomeno l’indirizzo perchè me l’hanno prenotato da Cusco e ovviamente non ho chiesto informazioni; ieri sono arrivato col buio e mi sono venuti a prendere e stamattina alle 5 ero del tutto incosciente e, di nuovo, col buio.
Per fortuna riesco ad orientarmi e dopo un paio di tentativi a vuoto, ritrovo il vicolo giusto.

Recupero la roba in albergo e vado alla stazione. Inizia a piovere forte lungo il tragitto del treno, ma per fortuna a Ollantaytambo non piove.

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Mangio nell’ottimo ristorante di un albergo di fronte alla stazione, recupero la moto e inizio il rientro a Cusco, in notturna.

E così, penso, eccomi di nuovo a guidare col buio. Mi piace perché sei concentrato sulla guida: solo tu e la moto. Il mondo circostante è irreale, fatto di ombre e profili tagliati dalla luce dei fari e nel buio, di tanto in tanto, emergono le luci di un villaggio o il lampo di una stella cometa che taglia il cielo.

Arrivo a Cusco, piombando sulla città dall’alto. Nella discesa al centro, conto 3 cani che mi inseguono convinti, desiderosi di addentarmi. Al prossimo che mi insegue, gli tiro un calcio, promesso! Affronto i folli pedoni attraversatori di Cusco al grido di: “ATTENTI … Che ne ho già messo sotto uno!!!”

Arrivo in albergo e preparo i bagagli per domani. L’ideale sarebbe arrivare a Nasca in giornata, per non perdere un giorno lungo la strada, ma sono troppi km, non ce la farò mai!

Alla scoperta della Valle Sacra

Stato

Oggi è dedicata interamente alla Valle Sacra di Cusco, una specie di anello ricco di siti archeologici. Come sempre, non so cosa aspettarmi perchè non ho visto nulla prima di partire, nè in Italia, nè qui.

Esco da Cusco e inizio ad arrampicarmi sulla ripida ed alta collina alle spalle della città. Arrivo con sorpresa sotto al Cristo di Cusco che ieri sera vedevo dalla Plaza de Armas.

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A poca distanza dalla statua, si entra nel primo sito, Saqsayhuaman.
Era composto da diverse linee difensive, costruite dagli Inca con la maestri già vista a Cusco: massi enormi, intagliati e incastrati con una precisione ed una perizia che ha dell’incredibile. Anche in questo caso, il sito fu praticamente smantellato dagli spagnoli per costruire case, chiese e altri edifici.

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Si gode anche di uno splendido paesaggio su Cusco.

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Già arrivando qui, ma soprattutto proseguendo verso Pisac, mi ritrovo sempre più immerso negli alberi. Amo i deserti per le sensazioni che trasmettono, ma confesso che passare tra gli alberi, riposare la vista con il verde e assaporare i profumi dell’eucalipto e il familiare odore del pino, della resina scaldata al sole e della sua essenza, tutto questo mi piace e vorrei continuasse.
Invece pare che gli alberi, nonostante l’altitudine, siano l’eccezione e passo da una macchia verde all’altra, attraverso le consuete montagne e colline spoglie.

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Dopo pochi km arrivo a Qénqo, dove si può girare in alcuni cunicoli e sale che sembrano essere state dedicate alla preghiera. Dovrò studiarlo con calma sulla guida.

Qualche altro km e arrivo a Pukapukara, costituito da un paio di piccole piattaforme proiettate su una vallata meravigliosa. Si visita velocemente, il tempo di ammirare il panorama e sentirsi per un attimo un uccello che può ammirare la terra dall’alto.

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Quasi di fronte c’è Tambomachay. Lì per lì non si capisce in cosa consista il sito, visto che ci sono solo due serie di nicchie molto grandi e delle fontane. Mi metto a riprendere fiato accanto ad una guida che racconta ai suoi clienti che le fonti servivano per purificare l’anima e il corpo e che l’acqua era sacra per gli Inca, come fonte di vita.

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Mi arrampico sulla collina di fronte alle nicchie, sperando di raggiungere altri resti, ma trovo solo un ruscello che inizio a seguire. Ha scavato un piccolo solco nel terreno e scorrendo crea il suono così rilassante e così noto nelle culture ad esempio giapponese e araba.
Lo seguo per diverso tempo, poi mi rendo conto che è inutile proseguire, mi sto solo addentrando nelle montagne e quello che cerco è proprio davanti a me. Mi sdraio e mi lascio prendere dalla pace e dalla tranquillità del luogo. Scaldato dal sole, a contatto con la terra, cullato dal gorgoglio dell’acqua che scorre a pochi passi da me.
Inizio a respirare al ritmo della terra, ma purtroppo devo riprendere la strada. Mi avvio verso valle, mentre cerco un fazzoletto in tasca. Possibile, non ne avevo uno? Non sarà caduto mentre ero sdraiato? Mi giro che ero già lontano e vedo, nera, a terra, la macchina fotografica. C’è mancato poco che la perdessi!

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Riprendo la strada, stavolta ci sono un po’ di km prima di fermarmi a Pisac, con un altro sito archeologico. La strada che percorro rimane in quota e segue sinuosa la vallata, la Valle Sacra, appunto. Mi diverto nelle curve, fino ad arrivare a Pisac, sul fondo della valle, all’altezza del fiume che ha creato nei secoli quello che mi circonda.

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Per raggiungere il sito archeologico di Pisac devo salire nuovamente sulla montagna dall’altro lato della vallata. Rimango senza parole quando vedo una serie di terrazzamenti enormi, sia per altezza che per estensione e numero. La strada termina all’ingresso del sito, che giro velocemente perchè inizia ad essere tardi. E’ davvero spettacolare e a sapere che era così bello, sarei arrivato prima. Le terrazze sono enormi, molto alte e lunghissime. Un lavoro incredibile, gli Inca non finiscono di stupirmi. Come molti popoli antichi, hanno realizzato delle opere che anche oggi, migliaia di anni dopo, ci si chiede come ci siano riusciti.

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Oltre ad essere tardi, il cielo è minaccioso. Se inizia a piovere sicuramente dovrò rallentare molto perchè le strade sono sempre unte di gasolio perso dai camion.

Torno a Pisac e proseguo sul fondovalle verso Urubamba. Si alza un vendo caldo e potente. Arrivo al bivio per Chinchero. Lo prendo, anche se il mio obiettivo è molto prima, a Maras e le sue saline di cui ho sentito parlare.
La strada è splendida, di campi dorati incorniciati da montagne possenti e, quelle più arretrate, coperte di neve. Il cielo è scuro e drammatico di nuvole, con squarci di sole a illuminare con fasci di luce il grano e la roccia.

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La strada che conduce alle saline è una pista, che punta alle montagne e precipita poi in una stretta valle.

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Resto letteralmente a bocca aperta per la meraviglia quando le saline appaiono. Meravigliose. Ricordano le vasche della lavorazione delle pelli che ho visto in Marocco, ma senza quell’odore nauseabondo.
Formano un mosaico di vasche di varie dimensioni e poste a diversi livelli sul fianco della montagna. Il cielo scuro, trafitto da raggi di luce che vanno a illuminare come spot alcune vasche e parte delle montagne circostanti, donano un’aura sacra e mistica.

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Delle gocce di pioggia mi risvegliano, tra poco inizierà a far buio e ancora non ho il biglietto del treno per Aguas Calientes.

Risalgo dalla vallata in cui ero sceso per le saline, ripercorro all’indietro la pista e torno sulla strada principale.

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Ollantaytambo è graziosa anche se molto turistica. Prelevo un po’ di soldi, mangio al volo degli anticucho cucinati in un banchetto a bordo strada, parcheggio la moto e vado alla biglietteria del treno.

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Avevo capito che c’era un treno ogni ora, invece gli orari variano molto, con parecchi buchi di diverse ore. Finalmente arriva il mio turno, trovo un buco sia per oggi (sono le 18 ma trovo posto solo sul treno che parte alle 21) e domani è rimasto un unico posto alle 16.
Pago il biglietto con la carta di credito (120 dollari l’andata e ritorno!), poi la ragazza allo sportello mi chiede:

“Ma ce l’hai l’ingresso per domani??”

“Sì, cioè no … ma dici a Wayna Picchu? Non importa, lì non voglio andarci”

“No no, proprio al sito di Machu Picchu”

“Cioè??”

“Cioè è tutto pieno domani, se non hai già il biglietto non puoi entrare, è inutile che vai a Aguas Calientes”

“E quando c’è posto per entrare a Machu Picchu?”

“Lunedì”

Oggi è sabato … non so cosa fare.

“E comunque lunedì sul treno c’è posto solo per l’andata, non per il ritorno.

“Ah, e quindi??”

“Non so, tieni, questo è l’indirizzo del sito delle ferrovie e questo del sito per prenotare l’ingresso a Machu Picchu, prenota e torna quando hai tutto”

Mi tolgo dalla fila, che ho bloccato da parecchi minuti e mi attacco al telefono con la tipa dell’hotel di Cusco, il Cusi Wasi. Stamattina nè nei giorni scorsi mi avevano detto nulla!

Le chiedo subito se per favore sente le persone che conosce a Aguas Calientes per vedere se si riesce a trovare un biglietto.

Dopo qualche minuto mi richiama:

“Non preoccuparti, c’è un ufficio, la Direccion de Cultura, che dovrebbe avere un biglietto. Gli fai vedere il biglietto del treno, gli dici che non hai alternative di tornare nei prossimi giorni, vedrai che ti fanno entrare.”

Sento che è adesso che non ho alternative. Non posso far altro che fidarmi.

Mi rimetto in fila, molto più lunga di prima. Arriva il mio turno e la tipa mi guarda con aria di scherno e con sarcasmo mi chiede:

“Hai visto su internet e hai prenotato tutto?”

“No, veramente dall’albergo mi hanno detto che riescono a trovare il biglietto”

“Ma non è possibile, non c’è posto!”

Continuiamo nel botta e risposta, non vuole farmi il biglietto. Molto probabilmente ha ragione lei e me ne pentirò amaramente, ma decido di fidarmi dell’albergo e insisto per avere il biglietto.

Alla fine me lo fa e vado alla stazione, dove mi parcheggio per un paio d’ore in un bar con wifi.

Arriva il momento di partire, a bordo ci offrono anche una bibita e uno snack. Il treno viaggia lentamente, sono curioso di vedere il tragitto che fa con la luce del sole!

Vengo accolto a Aguas Calientes con un cartello col mio nome, credo sia la prima volta in via mia!

Gli orari di domani sono: 4:00 sveglia, 4:30 colazione, 5:00 uscita, 5:20 preghiera in spagnitaliano per avere un biglietto in non so quale ufficio e poi il resto della giornata sarà tutto da scoprire.

Ieri scrivevo che non ci credevo che stavo per andare a Machu Picchu e oggi, ancora più di ieri, lo dico nuovamente. Riuscirò ad entrare a Machu Picchu???

A passeggio nella capitale degli Inca

Oggi è dedicata interamente a Cusco, anche se trascorro parte della mattinata a conversare con il portiere dell’albergo, sia per esercitare lo spagnolo, sia soprattutto per avere dritte sui prossimi giorni.

Chiarito a grandi linee cosa vedere e dove andare nella Valle Sacra, mi avvio verso il centro storico.

Tutti mi avevano detto che Cusco è una città meravigliosa, piena di monumenti e musei, ed effettivamente è vero. Potrei definirla una Firenze peruviana. Perché Firenze e non Roma, ad esempio? Perché la trovo per certi versi signorile e monumentale, con poche o nessuna parte di vicoli popolani e intrecciati.

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(Vana speranza)

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Plazas de Armas è inaspettatamente grande, circondata da portici su tre lati e raccoglie molti edifici religiosi. Di nuovo, mi è impossibile non pensare a cosa c’era qui quando gli spagnoli non erano ancora arrivati ad imporre la religione cattolica. Molti monumenti religiosi e civili inca sono stati distrutti o utilizzati come fondamenta per costruire analoghi edifici ma di matrice spagnola.

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Le mura inca sono impressionanti, costituite da massi immani ma allo stesso minutamente intagliati in modo da combaciare alla perfezione, micrometricamente.

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Dopo aver seguito l’itinerario suggerito dalla guida ed essere entrato anche in un mercato coperto, dove vendono principalmente da mangiare, inizio a passeggiare a caso.

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( Un ottimo succo di mango)

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Faccio la scoperta più interessante dell’intero giro: è il quartiere di San Blas, abbarbicato su una delle colline che dominano il centro storico. Qui si possono ancora trovare case basse e storte, con i segni evidenti del tempo a donare fascino e rispetto, molto più suggestive delle ricostruzioni asettiche e uniformi del centro.

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Arrampicandosi sulla collina si arriva ad un mirador.

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Qui incontro Hernan, fotografo colombiano che sta esponendo in questi giorni, la sua fidanzata Katia, del Salvador in America Centrale, Lucio e un altro ragazzo. Bevono tutti allegramente, mi agganciano ed iniziamo a parlare di arte. La scusa sono delle cartoline che Katia, la PR di Hernan, mi mette in mano regalandomele.

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Sono foto che ha fatto Hernan durante un viaggio in Sud America di 6/7 mesi a bordo di un vecchio Maggiolone VW. Dalla Terra del Fuoco alla Colombia, tutto “on the road”. Quando viene a sapere che sto facendo un viaggio simile, anche se in molto meno tempo e su una moto 125, impazzisce di entusiasmo e inizia a propormi alloggi e appoggi in Colombia, a Calì dove c’è sua zia e a Bogotà, dove ha casa.

Chiacchieriamo una mezz’ora, poi li saluto dandoci un appuntamento per stasera alle 21.

Entro nel museo Inca, con ceramiche, tessuti e la storia del popolo inca, poi nel museo precolombiano, di gran lunga più emozionante ed interessante. Mesi fa ero convinto che in Sud America ci fossero stati principalmente gli Inca e che le altre popolazioni fossero state minori, senza particolari espressioni artistiche e culturali. Poco prima di partire, avevo già iniziato a scoprire che c’era molto di più, le popolazioni che precedettero gli Inca erano numerose ed alcune molto complesse ed evolute.
Durante questo viaggio sto arricchendo la mia conoscenza e il museo precolombiano di Cusco è fondamentale, perché raccoglie delle testimonianze significative della cultura e dell’arte di queste popolazioni: ceramiche, manufatti, sculture, gioielli.

Trovo questi manufatti più emozionanti di quelle degli inca, perché sono ancora più incentrate sulla natura e sugli animali. Per certi versi mi ricorda la religione greca, profondamente legata alla terra ed alla natura, con le divinità a rappresentare gli elementi fondamentali nei quali l’uomo si inseriva, consapevole dei suoi limiti e della superiorità della Natura.
Il passaggio dai manufatti preincaici a quelli incaici segna un cambiamento di punto di vista, più astratto quest’ultimo. Il passaggio dalla cultura incaica a quella spagnola dei conquistadores è scioccante. Nel giro di una curva di corridoio mi ritrovo attorniato da immagini di santi feriti in ogni maniera e sofferenti, crocifissioni, santi emaciati a guardare imploranti verso il cielo, in attesa di un qualche tipo di liberazione.
Si passa dalla rappresentazione della sacralità della terra, quella che ci dà da vivere e ci accoglie, ad una rappresentazione emotiva della sofferenza e del martirio in nome di una divinità astratta e invisibile. Dalla concretezza degli animali e della natura all’astrattezza dei miracoli e dei dogmi. Da una forma di rispetto positivo ad una di timorosa sottomissione.

Esco dal museo che è quasi buio; mi prendo il tempo di scattare alcune fotografie al crepuscolo, di un’ultima passeggiata e poi torno in albergo a preparare i prossimi due giorni.

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Mi attendono domani la Valle Sacra e dopodomani Machu Picchu! Non vedo l’ora!!

Attraversando le montagne fino a Cusco

E’ inutile, perciò non dico né mi propongo più un orario di partenza: tanto prima delle 9:30 non mi muovo!

Saluto Alberto, incredibilmente disponibile e gentile ed esco da Puno. La strada si arrampica sulla collina alle spalle della città e in breve iniziano ad aprirsi degli splendidi paesaggi sul lago Titicaca (anche se la guida ieri ha tenuto a dire che si dovrebbe scrivere Titikaka con la k e che il suono è aspirato e in lingua aymara significa puma grigio; bene, fine del ripasso della lezione di ieri).

Mi fermo al primo benzinaio, da El Alto non l’ho più fatta. Mi metto davanti alla pompa e la ragazza afferra la pistola della 84 ottani.

“No, la 95 por favor!”, indico allarmato.

“Ma che ce devi fà, c’a 95!” o almeno il senso della sua risposta è questo oppure vuole dirmi che la 95 è terminata, fatto sta che prosegue con la 84.

Vabbè, penso tra me e me, che sarà mai.

Appena finisce di riempire il serbatoio mi torna in mente il ticchettio angosciante, quasi un urlo di dolore del Guzzi di Adriano in Kazakistan, quando batteva in testa in continuazione e così mi ricordo a cosa servono gli ottani.

Vabbè, penso tra me e me, ormai è fatta.

Riparto.

La strada corre su un altopiano reso interessante dagli scorsi sul lago alla mia destra, poi arriva il bivio per Sillustani. Ho fatto ben 20 km da Puno e ne mancano almeno 400 per Cusco, ma non è ancora tardi e poi mica posso passare le giornate soltanto a guidare! Decido di girare per il sito archeologico.

La strada si incunea nella pianura, puntando alle montagne ma senza raggiungerle.

Vedo un nuovo tipo di architettura rurale, stupenda. Sono abbastanza simili ai nostri casali di campagna, solo che sono fatti interamente in pietra, con degli archi come ingresso e decorazioni varie. I tetti in paglia chiudono il quadro agreste, senza dimenticare i piccoli gruppi (greggi?) di lama nei pressi dell’abitazione.

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Le torri funebri di Sillustani sono allo stesso tempo semplici e solenni, svettano massicce su un paesaggio intatto. Non si può far altro che ammirarle in silenzio, cercando di integrarsi per un breve attimo spazio-temporale in questa terra, in questo tempo e con la civiltà che le ha costruite, a dominare un lago che si addentra con gole e curve nelle montagne circostanti.

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Se si ha la pazienza di attendere che i pochi turisti si allontanino, ci si ritrova nel silenzio più assoluto, con le orecchie accarezzate da un vento sottile, costante, la vista che si perde nell’azzurro del lago e del cielo e la mente che cerca di capire vanamente una cultura che ha ideato dei monumenti funebri così assoluti. La complessità nell’apparente semplicità.

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Torno sulla strada per Cusco e proseguo la corsa. Di nuovo mi stupisco di come giri bene e lineare il motore della Pollita, peccato non aver incontrato il meccanico giusto a Calama, quando provai a farmela sistemare per le alte quote. Avrei patito molto meno nel tratto San Pedro de Atacama – Uyuni.

Supero il caos di Juliaca e la strada inizia ad addentrarsi tra le montagne. Il cielo diventa sempre più cupo e minaccioso, basso di nuvole sfilacciate nelle quali finisco, mio malgrado, per infilarmi.

Per fortuna la pioggia vera e propria dura pochi minuti. Più duraturo è il pulviscolo d’acqua nel quale mi trovo immerso e il freddo, che aumenta sempre più, come la quota alla quale viaggio. 3900, 4000, fino a oltre 4300 metri.

Il freddo è intenso, le mani sono quelle che soffrono di più, poi i piedi. Il corpo è ben coperto, ma dopo un po’ accusa, soprattutto perchè, non so il motivo, il giubbino elettrico da quando sono andato via da La Paz, ha smesso di funzionare bene. Se ci penso, a La Paz hanno avuto problemi o smesso di funzionare: moto, GPS, giubbino elettrico. Tre componenti fondamentali!

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Superato il passo a quota 4338 metri slm, la strada inizia a scendere e, di conseguenza, la moto ad andare a velocità di tutto rispetto (90 all’ora!).

Torna la pioggia, poi smette e mi asciugo, mentre la montagna si addolcisce trasformandosi in colline e creando una vallata dove corre un fiume, le cui sponde sono coltivate. Era da parecchio che non vedevo campi coltivati e alberi!

Il verde fa la sua apparizione e stupisce, perchè l’occhio si era ormai abituato alle sole variazioni di marrone, il verde era escluso, relegato nella memoria come i superstiti dell’Eternauta ricordano la città com’era un tempo, prima dell’attacco degli alieni.

Dopo altre decine di km, quando ormai mancano un paio d’ore a Cusco, arrivo all’area archeologica di Raqchi. Decido di fermarmi. Per fortuna, aggiungo, vista la bellezza del luogo.
Stavolta sono completamente solo e mi aggiro tra strutture di difficile comprensione, se abitazioni o strutture comuni, religiose o con altra finalità. Anche ora, il silenzio completo, rotto solo da qualche uccello in lontananza e dall’immancabile vento, cammino tra i resti delle costruzioni e pensando a che posto incredibile sia il Perù, che ha ospitato decine di culture differenti che, soprattutto, hanno prodotto opere uniche e eterne.

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( Non posso allontanarmi che subito la Pollita rimorchia due galletti …)

Riprendo la strada e mi godo, anche oggi, un bel tramonto sulle montagne.

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Finalmente arrivo a Cusco, inizio ad attraversare una periferia infinita.

Ad un certo punto, mi trovo su una strada a 6 carreggiate, 3 per parte, un uomo di bassa statura inizia ad attraversare lentamente. Io sono lanciato, la strada è larga e libera, sono l’unico in quel momento e il semaforo è verde. Sarò ad almeno 70 km/h. Quando lo vedo, capisco che è in traiettoria piena. Mi attacco ai freni, il tizio non fa il minimo cenno per evitarmi, rallento il più possibile ma alla fine gli sono addosso. Lo colpisco con lo specchietto destro e non so con cos’altro, è questione di attimi. Io non perdo nemmeno l’equilibrio, è come se qualcuno mi avesse dato una botta alla spalla, cosa che probabilmente è accaduta.

Mi fermo dopo pochi metri, mi giro e vedo che il tipo è ruzzolato a terra e si sta rialzando. Zoppica. Nessuna delle persone che ha assistito alla scena, a bordo strada, fila né me né lui. Cammina, quindi penso che non si sia fatto male e soprattutto non credo di avere un’assicurazione valida e non ho intenzione di infilarmi in un vespaio peruviano. Accelero e me ne vado.

Arrivo in centro e sono nei pressi dell’albergo che ho prenotato tramite Alberto da Puno, quando mi infilo in un vicolo strettissimo, largo quanto una macchina. Che, guarda caso, è parcheggiata con le 4 frecce lampeggianti. Abituato ormai ai costumi peruviani, suono e gli arrivo dietro. Un po’ troppo dietro. Sarà la stanchezza, ma prendo male le misure e lo tocco leggermente, la mia ruota anteriore sul suo paraurti posteriore.

Non la prende bene nè si mette a ridere, esce, ma rientra in auto senza cercare eventuali danni. Non credo mi stia dando il benvenuto a Cusco, nelle parole che mi rivolge. Arriva l’amico dopo pochi secondi e evidentemente si innervosisce di nuovo. In ogni caso l’amico, una volta saputo l’accaduto, vede che non c’è il minimo danno e convince l’altro ad andarsene.

Riparto, so giusto pensando che finalmente fa caldo quando leggo un termometro che segna 7 gradi! Mi era successo anche ad Uyuni, con 8 gradi.

Finalmente l’albergo! Che mi fornisce anche di pizza in camera e parcheggio in una parte del cortile.

Domani, interamente dedicata a Cusco, speriamo non piova!