La lunga cavalcata verso La Paz (parte II)

“(…) verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare
di questi venti gelidi
del Greco e del Maestrale,
lasciamo che ci spingano al di là di questo mare (…)”

(Le Navi, di Daniele Silvestri, tratta da S.C.O.T.C.H.)

Non mi viene in mente un modo migliore di iniziare una giornata, in moto, sotto un cielo terso, l’aria frizzante e una strada da esplorare.

In realtà la giornata é iniziata prima. Mi sveglio alle 5 per andare in bagno e le persone della stanza a fianco stanno guardando la televisione.
In un’altra stanza parlano. Ma non dormono??

Alle 6 scatta una sorta di sveglia generale, si chiamano l’un l’altro, picchiano sulle porte delle camere, cantano e parlano a voce alta. Poco prima delle 7 sono tutti usciti e torna il silenzio.

Mi riappisolo fino alle 8, quando il tipo della locanda viene a bussarmi per ricordarmi che alle 9 chiudono.

Chiudo i bagagli, monto tutto e parto. Anche quando mi cacciano dall’albergo, comunque, non riesco a partire prima delle 9:30/10!

Vado a fare benzina all’ingresso del paese. Stavolta mi fanno attendere, ma solo perchè aspettano uno dei benzinai in particolare.
Che evidentemente conosce la procedura, perchè mi chiede il passaporto ed inizia a compilare vari moduli.
Capisco così che il solerte e gentile ragazzo di Uyuni, dove ho comprato almeno una trentina di litri di benzina, s’è intascato un bel gruzzoletto, la differenza tra il prezzo boliviano e quello per stranieri.
Dopo cinque minuti buoni, finisce di compilare, devo anche firmare. Una copia la tengono loro, una io.

Parto e … Avevo fatto appena in tempo ieri a dire che pensavo la Bolivia interna fosse di altipiani ed ecco aprirsi davanti a me una pianura a perdita d’occhio.

Fa ancora freddo, una coltre di brina ghiacciata imbianca i campi.

In pianura riesco a tenere i 60 senza troppi problemi, mi va già bene. Di più no, sarà l’altitudine e il filtro dell’aria intasato di polvere.

I km passano così come tanti paesini dispersi nel nulla, poche case di mattoni di fango in cui ti chiedi di cosa campino, visto che coltivare non si può e altro non si vede.

Arriva Oruro. Come immaginavo, ha una periferia orribile, di palazzi non finiti, macerie, strade rotte e polverose, cani ovunque e altre brutture.
La supero dopo non poche giravolte e deviazioni, tornando sulla statale.

Da qui inizia un calvario di 200 km di lavori in corso per il raddoppio delle carreggiate.

Ci sono paesi, tra cui l’Italia, che per fare o rifare un’opera, la chiudono un po’ per volta e la finiscono, per poi passare alla tratta successiva. In questo modo, chi circola ha solo dei fastidi limitati alla parte effettivamente in lavorazione.

Ci sono altri paesi, tra cui la Bolivia e molti altri, che invece iniziano i lavori sull’intera tratta, fosse anche di 200 km come in questo caso. Stavolta chi circola vivrà un calvario di deviazioni, tratti sterrati, tonnellate di polvere, buche, curve improvvise, pericolo di frontali con auto e camion che hanno sbagliato sentiero invadendo il tuo (successo oggi con almeno 2 camion e 3 macchine!!).

I km e le ore passano, spero sempre che i lavori finiscano, ma arrivo fin dentro El Alto a cantiere aperto.

La Paz é costituita da due parti: una in alto (El Alto, appunto), sull’altopiano a 4000 metri d’altezza e una (La Paz vera e propria) qualche centinaio di metri più in basso.

La discesa da El Alto a La Paz é molto ripida e suggestiva per la visione che offre sulla cornice di montagne che la racchiudono. Emozionante.
Una specie di Sarajevo, ma molto più ampia e possente.

Provo a cercare il meccanico Honda che mi hanno segnalato, ma mi perdo quasi subito. Torno verso il centro e chiedo informazioni in un concessionario d’auto. Conosce quel meccanico, ma mi dice che ce n’è un altro della stessa catena proprio vicino il mio albergo, mi consiglia di andare lì.
Vado verso il centro, che mi ricorda una Napoli gigante per il caos, i colori, le voci, ma con delle salite e discese incredibilmente ripide.

In una di queste, l’ennesima, la moto si pianta, non vuole più partire. Finalmente il motore riprende vita, ma non spinge. Spero si sia solo surriscaldato, che non si sia bruciato nulla. Praticamente la spingo io e superiamo la parte peggiore della salita.

Arrivo all’albergo ricavato in un antico palazzo coloniale, molto bello

Doccia per togliermi la polvere che é entrata ovunque, cena in albergo e poi a dormire.

Domani La Paz mi aspetta!

10 thoughts on “La lunga cavalcata verso La Paz (parte II)

  1. Troppo bella ‘sta cosa (ma non la potevi fare qualche anno prima, mi chiedo) di scrivere quasi in tempo reale, sì perchè mi dà l’impressione di condividere… di condividere… mmh…? sto pensando… mmm? Tutto!
    Pure i cani che mordono.
    Ciaooo.

    • Non so, forse perchè questo lo vedo come un viaggio particolare, più degli altri e quindi m’è venuta in mente questa cosa

      E dire che non ero nemmeno convinto di farlo il blog … Sarebbe stato un gran peccato!

  2. Davvero!! 😉
    Per arrivare ad Uyuni hai sicuramente passato i 5000 metri.. ricordo che vicino a dei Gaiger, nel nulla, in mezzo alle lagune, il mio altimetro segnò la quota massima, 5120 metri slm… 😉

    • Ma dici il passo di Ollagüe o l’altro molto più alto che passa dalla laguna colorada? Perchè geyser non ne ho visti , mi spiacerebbe essermeli persi!

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