Relax ad Amasya

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Oggi é interamente dedicata ad Amasya, per cui me la prendo calma ed esco verso mezzogiorno.

Vista l’ora, decido di andare al museo, immaginando che ci sia l’aria condizionata. 
Per fortuna é così e posso godermi la visita tra bellissimi pezzi risalenti addirittura al Neolitico, poi agli ittiti, romani e infine gli ottomani. Molto interessante!

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(splendida statuina ittita)

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Esco dal museo che fa sempre caldissimo, ma stavolta non ho scampo, non ci sono altri luoghi chiusi da visitare e sono già le due!
Sudo come una fontana, sembra quasi che i miei tessuti e organi non riescano a trattenere i liquidi.

Visito avvio verso una medresa che si trova all’ingresso del centro di Amasya.
Cammino lungo la via principale, tra nuove insegne e lavori di ammodernamento.
Da quello che ho visto fino ad oggi mi chiedo se la Turchia non stia diventando o non sia già, il Giappone del Medio Oriente, ossia un paese che ha abbracciato in toto lo sviluppo, il progresso anche a discapito delle tradizioni che restano relegate nei centri minori.
Vedo molti scooter elettrici, su diversi aspetti sono avanti a noi!

Dopo la medresa, mi decido per la sfacchinata per le tombe pontiache, ahimè in pieno sole.

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Arrivare lassù non sarà semplice. Nel frattempo cammino alla base della collina dove incrocio un paio di coppie di sposi.

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In ogni città dove sono passato finora, ho incrociato più carovane di macchine che partecipavano a un matrimonio.
Spesso la testa della carovana é un furgone scoperto con sopra una banda che suona musica popolare con tamburi, strumenti a fiato, chitarre ecc.
Molto bello! Mi ha fatto tornare in mente il matrimonio di una mia amica alcuni anni fa, che coinvolse alcuni musicisti di musica popolare a Roma, e andammo in un parco vicino al Colosseo.

Inizio la salita da capre sulla collina, su un sentiero ripido, in pieno sole e di pietra consunta e scivolosissima.
La parte finale proprio prima di una tomba per fortuna ha un po di scalini ben fatti.

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Arrivato in cima sotto la tomba, é tutto al sole tranne uno strapuntino dove c’è un tipo con una ragazzina sui 15 anni.
Gli chiedo se posso sedermi, dice di sì.
Per rompere il ghiaccio e perché lo penso veramente, gli dico che somiglia a Schwartzenegger.
Si apre in un sorriso trionfale, dà di gomito alla ragazza e mi chiede di ripetere.

Scopro così di essermi imbattuto in Terminator Turk (su Facebook ha un profilo chiamato così, cercatelo!), fa delle particine in pubblicità e in altri contesti che non ho capito visto che parla solo turco.

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Mi regala anche una sua posa da Terminator.

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Gli racconto il giro che ho fatto finora è quando sente Kars, scuote la testa e continua a ripetere “Kars no good! Istanbul good, Safranbolu good, Trabzon good… Kars no good!”

Proseguo la conversazione chiedendogli se la ragazzina sia sua figlia e mentre li chiedo dentro di me una vocina mi dice che forse sto facendo una figuraccia.
Mi dice che é sua sorella.
Di almeno 30 anni più piccola…

Scendo verso le prossime tombe pensando a Lolita di Nabokov.

Sono più spettacolari viste dal basso, comunque la vista sulla città é molto bella.

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Scendo di nuovo in centro e proseguo la visita.

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(immancabile statua ad Ataturk, qui più complessa e artistica)

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Entro in un’altra antica scuola coranica, riadattata a museo.

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All’interno ospita una interessante esposizione di antichi strumenti chirurgici per dentisti, ostetricia, ortopedici, ecc.
Fa impressione immaginare le operazioni dell’epoca…
Preferisco concentrarmi maggiormente sulla successiva raccolta di strumenti musicali, meno cruenti!

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Proseguo verso l’ennesima moschea.

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Qui incrocio un gruppo di donne con il jilbab, il velo che copre tutto il corpo della donna, occhi inclusi.

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Per quanto queste svergognate abbiano ancora le mani scoperte… Invece i loro compagni sgambettano in pantaloncini corti, maglietta e cappellino.

Seguendo le indicazioni della guida, vado ad una tomba lontana alcuni km dal centro. Dice (la guida) che é l’unica ad avere delle decorazioni, forse perché in passato usata dai monaci bizantini.
Prendo un taxi, ché sono già abbastanza stanco e debilitato e godo nell’essere scarrozzato, una volta tanto.
Arriviamo alla tomba. É identica alle altre, nessuna traccia di decorazione.
Chiedo se é proprio quella, dice (il tassista) che sì, è quella.
L’esterno non ha traccia di decorazione, forse l’interno, peccato che il foro di ingresso sia a almeno 4 metri da terra!

Torno in città molto deluso e la mazzata finale me la dà il tassista: 40 lire turche, 14 euro… manco a Roma costano così i taxi!! Mi sento come quei polli giapponesi a cui gli onesti tassisti romani pelano 200 euro per andare da Fiumicino al centro di Roma.
Per capire le proporzioni, 40 lire é il costo di una stanza di livello medio. A occhio é come se mi avesse chiesto 60 euro.
Comunque mi prende sulla stanchezza e il desiderio di non discutere e di buttarmi subito a letto per riposarmi dalla giornata faticosa.
Pago, lo mando all’inferno e torno in albergo per stendermi un po’ prima di cena.

Esco dopo un paio d’ore per farmi una pide in un locale indicatomi dal tassista. Niente di che, avrei dovuto immaginarlo.

Finisco la serata con una splendida passeggiata sul lungofiume e con un concerto, prima in un parco pubblico, poi di due artisti di strada.

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Domani dovrei andare verso Hattusa, Insciallah!

La bellezza di Amasya

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A colazione incontro due coppie di italiani, viaggiano insieme, ma non mi va di parlare, quindi non gli rivolgo la parola. Loro ovviamente nemmeno salutano, quindi non ho problemi a restare in incognito.

Passeggio per Tokat con la certezza che sarei partito di lì a poco, visto che non c’è molto da vedere: un’antica casa ottomana trasformata in museo, con arredi e ambientazioni originali e una medresa, una scuola coranica.

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(auto in preparazione per un matrimonio)

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Mentre vado dall’una all’altra, passo davanti allo storico hamman della città. Gli giro intorno per fare due foto, poi mi dico, perché no?
Entro e vengo accolto da un uomo che parla qualche parola di inglese. Mi da un asciugamano e mi da accomodare in uno degli stanzini che si affacciano sulla sala principale. Dentro c’è un lettino, un tavolino e un attaccapanni.
Mi spoglio completamente, coprendomi con l’asciugamano che mi ha dato e mi fa entrare nella sauna.
Il caldo e soprattutto l’umidità sono intensi, inizio letteralmente a buttare fuori acqua da ogni poro. Mi sdraio sulla grande parte centrale in marmo, rilassandomi mentre osservo la luce filtrare dai piccoli fori sulla cupola sopra di me.
Dopo una decina di minuti arriva la persona che mi laverà e massaggerà. Mi inizia a lavarmi con acqua bollente, poi a strofinarmi con un guanto molto abrasivo. Toglie via strati su strati di pelle… morta? non so, fino a un secondo fa ce l’avevo ancora addosso! Fatto sta che la sento più morbida e elastica e molto più sottile!
Mi copre con la schiuma di sapone, lavandomi e strofinandomi su tutto il corpo, mentre mi fa un massaggio molto leggero.
Ancora ricordo con terrore l’hamman che feci a Konya nel 2005, quando il massaggio fu così violento, soprattutto quando il massaggiatore, standomi alle spalle, mi prese la testa e la ruota di scatto di 45 gradi a destra e poi a sinistra, facendomi scrocchiare le vertebre del collo. Rimasi con il mal di collo per una settimana…

Questo, invece, a malapena mi massaggia, é più una carezza. Neanche così é piacevole, ci vorrebbe una via di mezzo tra il sadico di Konya e questo svogliato.

Comunque é molto piacevole e mentre torno nello stanzino per asciugarmi e rilassarmi, incrocio i due italiani di stamattina. Sento che stanno chiedendo un telo per sdraiarsi sulla parte in marmo dove mi sono sdraiato poco fa, godendo del contatto con la pietra. Non c’erano dubbi che l’avrebbero chiesto…

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Riemergo lavato e purificato e proseguo il giro nella minuscola parte storica alle spalle della via principale.

(matrici in legno usate per la decorazione dei tessuti)

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Si vede qualche abitazione carina, ma in generale non sono molto interessanti.

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Finisco il giro in una zona del centro storico dove sono concentrati alcuni monumenti e, come sempre, mi incuriosisco e faccio affascinare dalle persone.

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Sto tornando in albergo con l’idea di andarmene il prima possibile, quando passo davanti al museo della città. Per fortuna entro, perché si rivela essere di gran lunga la visita più interessante della città, con reperti dalla preistoria fino al secolo scorso.

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(piccola anfora in vetro soffiato di epoca romana)

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Anche qui, come avevo notato l’anno scorso in diversi musei del Sud America, noto lo stacco pesante tra l’arte antica, più essenziale, legata alla natura e alla vita quotidiana e quella cristiana, pesante e angosciante.

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Via, si parte! Destinazione Amasya. Un ragazzo dell’albergo mi aiuta a recuperare la moto dal garage dove l’avevamo parcheggiata ieri, monto le valigie e parto.
I km sono poco più di 100, per cui la prendo con molta calma. Mi sento anche meglio, una tonsilla non mi fa più male e in generale sento che sto recuperando.

Passo davanti all’indicazione di una grotta carsica a pochi km. Perché no?
Mi infilo così in una delle stradine più belle percorse finora, che si eleva sulla grande pianura dove correvo fino a pochi minuti prima ed entra tra le montagne.

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La grotta é interessante anche se non eccezionale per chi ha visto Frasassi o altre grotte che ci sono in Italia, però vale sicuramente la pena visitarla.

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Soprattutto per un tipo di formazione che non avevo mai visto prima: sono sferiche, purtroppo non ho capito di che minerale, visto che la guida parla esclusivamente turco, minerale trasparente color miele che si scopre quando le si illumina.

(qui le illumino con il flash del telefono)

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Quando torno alla moto, ho la maglietta fradicia di sudore. Sento distintamente la voce di mia madre che esclama: “ma Fabio, non ce l’hai una maglietta asciutta?!”. Ecco, ora la prendo…
Dopo averla presa dal baule, mentre sto per indossarla, accade una cosa divertente: arriva un gruppo di turchi, tutti più o meno giovani. Quando capiscono che sto per togliermi la maglietta restando a torso nudo, c’è lo scompiglio, il parapiglia. Tutti i maschi che cercano più o meno esplicitamente di far girare le donne e le ragazze dall’altra parte, mentre loro mi guardano incuriosite che, con un po’ di esibizionismo, rimango a torso nudo. E su, fatele vedere questo fisicaccio scolpito nella soppressata e nella mozzarella di bufala!

Mentre torno sulla statale per Amasya, passo davanti ad un caravanserraglio perfettamente restaurato.

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Quando esco trovo padre e figlio in estasi intorno alla moto, mi chiedono di farci una foto insieme.

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Qui in Turchia la Tenerella riscuote un certo successo, mentre in Italia la gente si danneggia il cervello e la vista arrovellandosi che ha un solo cilindro, ha pochi cavalli e altri onanismi simili.

Proseguo la strada attraverso una bella campagna coltivata. La parte centro-nord della Turchia continua a stupirmi per la sua fertilità, non pensavo ci fosse così tanta acqua e fosse così intensamente coltivata.

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Arrivo ad Amasya e rimango folgorato. Passo subito davanti ad alcuni bei monumenti e intravedo uno splendido lungofiume.
L’albergo, poi, é spettacolare. Finalmente un esempio della grande eleganza e raffinatezza orientale, che fino ad oggi avevo trovato in Siria, in Tunisia, in Marocco.

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Ceno in albergo, non ho voglia di cercare in giro e poi, se tanto mi da tanto, dev’essere ottima anche la cucina che, infatti, lo é.
Mangio un kebab “alla Tokat” con verdure grigliate (soprattutto melanzane, ma anche pomodori, patate, peperoni, cipolle) e agnello, il tutto in un ottimo sughetto e con il loro pane non lievitato.

Faccio una passeggiata notturna preparandomi alla giornata di domani.

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Sto quasi pensando di fermarmi per tre notti!

Mentre torno in albergo passo davanti ad una scena curiosa: uno scooter elettrico lasciato per strada, sella alzata, mentre si ricarica da una presa di corrente penzoloni da un albero e alimentata da un filo volante che arriva da non si sa dove.

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Una bella palina di ricarica, non c’è che dire!

Domani vorrei fare una specie di piano per i prossimi piani, con tutte le allergie che in vacanza mi provoca il concetto di “piano”!

Fino a Tokat, faticosamente

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La notte passa come quella a Kars: mi addormento intorno a mezzanotte, poi mi sveglio ogni due ore. Molto stancante. 
Ne approfitto che alla reception c’è il tipo che parla inglese, caso più unico che raro.

“Ho le tonsille ingrossate, mi serve un medico per farmi fare la ricetta per l’antibiotico”

Per tutta risposta, fa una faccia come a dire, so io cosa ci vuole per te, altro che medico e tira una scatola di caramelle per la gola alla vitamina C.

NooOOooo!! L’antibiotico mi serve, lo sto già prendendo.

Insiste ancora un paio di volte, poi con una faccia da “boh contento tu”, chiede a un ragazzo che lavora anche lui in albergo di accompagnarmi in farmacia.

Ok, tentiamo la farmacia anche se serve la ricetta.

E invece no, due parole di spiegazione è la farmacista tira fuori una scarola di… Augmentin! Proprio quello che mi serve!

Soddisfatto, faccio colazione e, dopo un paio d’ore di riposo, parto per Tokat, 150 km.

Mi sento abbastanza bene a livello di energie, anche se le tonsille sono gonfie come quando ho iniziato a prendere l’antibiotico.

La strada é facile e, a parte alcuni pezzi malmessi, scorre bene.

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La Turchia é piena di dighe! In generale stanno facendo un lavoro immane di ammodernamento delle strade, anche eccessivo, viste le distruzioni che ho visto in giro, ma a parte le strade, ho incrociate anche molte dighe e altre infrastrutture di grande portata.

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In più, stanno costruendo a ritmi elevatissimi, oltre che nelle periferie delle città e questo é ancora comprensibile, anche se mi chiedo chi ci andrà ad abitare, dato che vedo interi quartieri fantasma, ma costruiscono anche letteralmente in mezzo al nulla!
Con questa tecnica loro poi, che sarebbe di buttare palazzi in cima a colline pelate e brulle, come fossero mattoncini di un gioco. Una manciata di palazzi qui, una lì, senza strade, cortili, giardini, aiuole o altro: solo dei parallelepipedi buttati lì a casaccio.

Proseguo a guidare, i km sono pochi e me li godo.
Mi rendo conto che da quando sono partito, avrò ascoltato sì e no cinque minuti di musica. Questi la dice lunga del bisogno di silenzio che ho…

Arriva il bivio per Tokat, gli ultimi 40 km. A pochi km dalla città mi fermo per comprare della frutta, visto che mangiare cose solide é fonte di grande dolore ad ogni boccone.
Mi fermo contemporaneamente ad un macchinone da cui scende un signore alto, dall’aria distinta, avvolto in un lungo caftano bianco candido.
Tempo un minuto e scende anche la moglie, avvolta dalla testa ai piedi nel chador. Sembrano lo yin e lo yang!
Purtroppo non sono riuscito a fotografare bene come al solito, perché dal fruttivendolo non avevo motivo di tirare fuori la macchina fotografica e in 4 persone ero immediatamente riconoscibile. Però uno scatto sono riuscito a farlo comunque!

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Entro in città, trovo l’albergo è soffro a letto a far nulla dalle 15 alle 20, quando decido di andare a mangiare.

Mangio solo per sostentarmi, perché ogni boccone é un dolore atroce, sembra mi stringono forte la carotide.

Non so se domani mi fermerò ancora o proseguirò per Amasya che é a soli 100 km da qui. Pensavo fosse più carina Tokat, invece mi sembra solo una città cresciuta troppo in fretta e troppo occidentalizzata.

Quando torno in albergo, l’ultima sorpresa.
Come sempre, la persona alla reception non parla una parola di inglese.
Appena mi vede, mi dice che non ci sono stanze.
Faccio un’espressione tra il divertito e il killer che sta puntando la nuova vittima. 

Provo a spiegarmi nelle poche parole di turco che conosco che ho già la stanza, la 304, mi chiamo Fabio ecc e vorrei solo la chiave.
Niente, tutto esaurito, completo!

Anche lui si sta spazientendo alla terza richiesta da parte mia.
Chiama un collega, uno di quelli che c’era anche il pomeriggio. Mi riconoscerà, mi dico! Niente! Tutto completo, prova in un altro albergo.

Vedo che ha il PC acceso. Prima di mettergli le mani addosso provo un ultimo tentativo. Apro Google Translator e scrivo che sono ospite, ho la 304, mi chiamo così è cosà, ecc.

Niente, mi guarda con la faccia come se stessi cercando di convincerlo che fuori ci sono gli alieni parcheggiati in seconda fila, se mi da una mano a trovargli un parcheggio per la navicella spaziale.

Sto veramente perdendo la pazienza, quando vedo a fianco del computer le chiavi delle stanze.

Ovviamente (anzi, direi fortunatamente, visto il soggetto) c’è la 304.
La afferro e gli dico, in perfetto turco di Istanbul, “aho é mezz’ora che te sto a dì che c’ho la 304!!” e tralascio gli insulti a corredo con cui ho condito la mia esclamazione.
In tutta risposta, mi guarda facendo uno sguardo furbo e annuendo  a dire, ecco cosa volevi dirmi…

Buonanotte, genio della lampada!

Fuga da Kars

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Sarà per il romanzo di Orhan Pamuk che sto leggendo, “Neve”, che parla di Kars in maniera molto triste, sarà che comunque la città non mi piace e ancor meno mi piace l’idea, stando nelle mie condizioni, di sentirmi così lontano,  praticamente più lontano, in Turchia, non si può, ma é anche e soprattutto un discorso psicologico più che geografico.

Sarà anche l’albergatore che mi ha detto che massimo alle 13 devo ridargli la stanza!

Fatto sta, decido di partire.

Ma prima mi faccio accompagnare dal tipo della reception in una farmacia per prendere qualcosa di più efficace delle aspirine che ho con me.

Quando sente che ho le tonsille gonfie, il farmacista dice che ci vuole un medico che faccia la ricetta, tale e quale in Italia.

All’alba dell’una e mezzo mi metto in moto, coperto come non mai, incluso un micropile che adopero di solito da dicembre in poi.

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Però mi sento bene, non ho particolarmente caldo, anzi. Come insegnano i tuareg, ma c’è anche un proverbio piemontese a proposito 😉 quel che ripara dal freddo, protegge anche dal caldo.
Mi sento asciutto e soprattutto non sento nessun filo d’aria da nessuna parte, che nelle mie condizioni sicuramente mi darebbe fastidio.

I km passano e come ormai sono abituato, anche i paesaggi cambiano quasi con la stessa frequenza.

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Le strette gole dove la strada si annoda in curve e controcurve, si alternano agli altopiani piatti dalla strada dritta come un fuso.

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(effetto Allah)

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In 550 km mi fermo solo due volte: per un pieno dopo 350 km e quando arrivo alla destinazione che mi ero prefissato, Sushehri. Non perché abbia qualcosa di interessante, anzi, però è a una buona distanza da Kars e molto vicino alle prossime città dove voglio andare, Tokat e Amasya.

Dopo la quinta ora in sella inizio a non farcela più, ma tengo duro.

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Gli ultimi km sono spesso sterrati, a dare il colpo di grazia alle mie poche forze.

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Finalmente arrivo, la cittadina ha addirittura tre alberghi!
Mi accorgo che ho anche finito le lire turche. Eviterei anche di mangiare, ma devo tenermi in forze e soprattutto devo prendere le medicine!

Raggiungo un accordo col ragazzo della reception : mangio nel caffè che c’è sulla terrazza all’ultimo piano dell’albergo è pago tutto domani.

Peccato che il menu sia orribile, ma non ho alternative. Prendo una disgustosa pizza surgelata che il tipo mi mostra con orgoglio dopo averla tirata fuori dal congelatore:
“Superfresh”! Come se fosse un aspetto da evidenziare che sia fresca e la cosa mi mette ancora di più in agitazione.

Ogni boccone é una tortura, non solo per il sapore purtroppo. Le tonsille sono molto gonfie e deglutire mi provoca dei dolori lancinanti.
Alla fine riesco a finire quella specie di disco gommoso con formaggio peperoni e un wurstel rosa shocking.

Torno in camera e chiamo i miei per avere conferma della cura: antibiotico e paracetamolo.

E domani si vedrà…