Accoglienza turca, tra monasteri e vallate

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Faccio colazione all’ultimo piano dell’albergo, in mezzo a turchi baffuti che non capisco come mai stiano in albergo, visto che chiaramente non sono turisti.

La strada per Erzurum é scorrevole, a parte alcuni lavori in corso. Tutto intorno, colline spoglie o con pochi alberi e, di tanto in tanto, oasi di pioppi verde brillante.

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La strada si arrampica fino a 2400 metri… Sento il fiato più corto e pensare che esattamente un anno fa camminavo a mio agio a 3, 4 e anche 5mila metri!
La moto a iniezione é una grande invenzione, sale senza avere il minimo problema, invece coi carburatori perde potenza molto velocemente.

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Continuo verso Erzurum fino alla deviazione verso nord, direzione Artvin.
La strada é veloce, ma per fortuna continua a regalare degli splendidi scorci.

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Sono deciso a seguire le indicazioni della cartina, che segna due luoghi interessanti sa visitare. Mi fermo ad una locanda poche centinaia di metri dopo il bivio che dovrei prendere per raggiungere il primo di questi due siti.
Vorrei soltanto chiedere un’infornazione, ma mi accolgono così calorosamente che non posso rifiutare un po’ di carne arrostita!

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Mi fanno accomodare in una specie di palafitta vista collina e nel giro di un quarto d’ora mi portano tutto.

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Sfido di nuovo la sorte: pomodori freschi, ma soprattutto acqua non imbottigliata, però freschissima!

Mi faccio tentare, anche se solo per pochi minuti, dai magnifici cuscini che tappezzano i sedili… si sta benissimo!

Quelli che dovevano essere 5 minuti, sono diventati un’ora e mezzo. Saluto e vado verso il primo dei due siti archeologici segnati sulla cartina.

Arrivo a quella che sembra una chiesa armena, ma pare sia invece un monastero con un’origine diversa.

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Nel cortile davanti la chiesa c’è una famiglia molto numerosa che ride scherza e scatta fotografie.
Saluto e inizio anch’io a fare un po di foto.

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Con la mia solita faccia tosta, chiedo al gruppo se posso fotografarli anch’io, ma rifiutano. Ci sono le donne…

“Solo uomini sì però, puoi fotografarci!

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Mi avvicina una ragazza del gruppo e inizia a parlarmi in inglese.
É molto giovane, ha 16 anni.

“Io ne ho 41”, confesso.

“Ah mio padre ne ha 41!”

In Turchia non perdono tempo, si sapeva…

Il tempo di qualche chiacchiera con la ragazza che si chiama Elif e subito la madre le fa tradurre l’invito:
“Ci farebbe enormemente piacere se venissi a casa nostra per bere un té, mangiare qualcosa…”

É già tardi, ma occasioni così non si possono rifiutare, per cui accetto con gioia.
Andiamo a casa del nonno, a due passi. Ha 70 anni e nel giro di pochi minuti si unisce anche lui alla brigata.
Ci mettiamo seduti sui tappeti mentre fanno preparare da mangiare. Non posso rifiutare, penso solo alla bizzaria del fatto che normalmente non pranzo o mangio solo frutta e oggi invece sto per pranzare due volte di fila!!

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Imbandiscono la tavola, ovviamente gli uomini iniziano per primi e mangiano separati dalle donne. Che sono nella stessa stanza, però separate da noi.

Elif mi racconta che lei vive con la famiglia a Izmir, ma che gli altri parenti vivono a Erzurum. Sono venuti in auto da Izmir per passare le ferie tutti insieme.

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Parliamo di tutto, un po con l’inglese di Elif, un po con le mie parole di turco. Passo un’ora piacevolissima, sono tutti allegri e simpatici, ma alle 4 purtroppo inizio a salutare.
Offro le liquirizie che porto sempre con me. Accettano tutti, anche più di una. Elif, dopo averla presa mi chiede se contiene del maiale.

“No non preoccupatevi, é soli una pianta!”

Riparto a malincuore verso il secondo sito segnalato dalla cartina. Lungo la strada passo sotto un castello mimetizzato perfettamente con le rocce circostanti.

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Imbocco la stradina che porta all’altro monastero e, nel giro di un quarto d’ora arrivo sotto.
Questa, al contrario della prima, é semi distrutta e palesemente incendiata, anche se la storia riportata sul tabellone di fronte, non menziona alcun incendio.

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Una specie di Pope sta guidando un gruppo di persone.

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L’interno é del tutto distrutto, sopravvivono a stento alcuni frammenti di affreschi.

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Vado via rapidamente, ormai sono le 5 e mezzo e sono ancora a 150 km da Artvin.

La strada si arrampica su alcune alture di roccia nuda e, in un tornante, si apre un panorama mozzafiato.

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Il primo pensiero che ho avuto é stato che l’Eden, il paradiso terrestre, dovesse essere esattamente così.
Duro e primitivo, ma al contempo dolce e accogliente.
Mi perdo ad ammirarlo a lungo, poi, di nuovo, il raziocinio si risveglia e mi rimette in marcia.

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La strada si incunea in una vallata sempre più stretta e sbattuta, strapazzata da un vento molto potente.
Poi, quello che ormai non mi aspettavo più: stanno rifacendo la strada. Inizio così ad attraversare decine di km di sterrato polveroso e pieno di buche, pericoloso di pietre smosse e brecciolino ovunque; tunnel non illuminati e nemmeno asfaltati, mezzi pesanti che tagliano la strada a tutti e il solito vento che cerca di farmi cadere ad ogni curva. 

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I km passano lentissimi, ma passano e, prima di arrivare ad Artvin, mi regalano un ultimo scorcio incantevole.

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Domani, se Dio vuole vuole, arrivo a Kars!

Ingresso negli altopiani anatolici

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Grazie al cielo nel buffet della colazione trovo del ciambellone; non sono costretto a mangiare formaggio di capra, olive e uova fritte appena sveglio.

Vado a fare due passi nel centro di Trebisonda a caccia del bazar. Vorrei comprare un po’ di té nero e delle nocciole: sono entrambe specialità della zona.
Purtroppo il bazar é il classico mercato che vende abbigliamento e oggetti per la casa.
Entro in una struttura moderna e scopro che é un centro di cultura.

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All’interno sono esposte alcune tele, forse di allievi, vista la qualità non particolarmente elevata.
Nei vicoli, decine di persone a bighellonare ai tavolini dei bar, leggendo giornali, bevendo té e fumando.

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Torno in albergo per prendere tutto e partire.
Prima tappa, Santa Sofia. É la classica chiesa armena posta su un poggio poco fuori dal centro. Mi fa effetto sentirla chiamare “moschea”, perché non ha nulla dell’architettura islamica.
Dentro di me, ammirando le forme poligonali della costruzione, rivedo i monaci vestiti di nero, con le grandi barbe e le croci d’argento che ciondolano sul petto, mentre escono dalle chiese e dai monasteri in Armenia.

Invece qui hanno sfregiato gli affreschi, in quanto iconoclasti, e hanno nascosto la cupola, che immagino stupenda, con un brutto telo bianco per dare un soffitto basso e piatto all’interno, come in una classica moschea, invece di avere un alto soffitto a cupola, come nelle chiese cristiane.

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Riprendo la moto é vado all’altro posto segnalato come interessante. Si tratta di una villa di Ataturk, oggi tramutata in museo.
É un villino liberty immerso in un parco fiorito, su una delle colline che dominano Trabzon.
É interessante vedere gli arredamenti all’interno, tutti piuttosto sfarzosj ed eleganti.

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Diciotto che il padre della moderna Turchia ci teneva alla bella vita.
Continuo ad incontrare donne con il chador, alcune più castigate, altre più trasgressive, con ricami e gioielli in bea vista. Si fa per dire, ovviamente. 

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Abbandono definitivamente Trebisonda per andare al monastero di Sumela.

La strada si addentra nelle montagne, verdi e spettacolari. Continua a non sembrarmi Turchia, abituato come sono a paesaggi più aridi e desolati.
Cerco di stare attento ai liti di velocità, anche se mi viene in mente che da quando sono entrato in Turchia, continuo a sfrecciare sotto le centinaia di telecamere disseminate lungo le strade. In più, ripenso ai primi giorni quando, entrando in autostrada, non essendoci più alcun casello manuale, sono sempre entrato e uscito dalle porte automatiche senza fermarmi.
Secondo me quando proverò ad uscire dalla Turchia, mi presenteranno un conto lungo un chilometro. Oppure mi getteranno in carcere per fare prima.

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Nel paesino più vicino al monastero, compro il solito melone, con l’idea di pranzarci sotto al monastero.

La stradina che sale fino al monastero é strettissima e senza protezioni a valle. Ci si incastrano decine di auto che salgono e scendono in continuazione.
Il monastero é iper- affollato, comunque é molto affascinante, sembra un presepe.

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Anche qui incontro i soliti fantasmi in nero. Ma a questo punto, contesto quelle borse così frivole e decadenti, dove andremo a finire di questo passo?!

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Anche qui purtroppo le solite devastazioni degli iconoclasti.

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Cerco di immaginare le loro motivazioni, facendo un paragone con una rappresentazione per noi blasfema, ad esempio Cristo sulla croce in bermuda hawaiani, però mi riesce difficile immaginare una reazione così distruttiva come quelle che vedo, dove si intuisco no le pietre tirate per distruggere e i volti grattati via a forza.

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La cupola nella roccia ha degli affreschi splendidi, quelli più difficilmente raggiungibili sono anche in buone condizioni.

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Un mare di aureole 😉

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Un’altra delle coppie che ormai vedo ovunque: lei intabarrata di nero dalla testa ai piedi, lui comodamente in maglietta e calzoncini.

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Mi avvio verso la meta di oggi Bayburt. Riprendo la strada verso Erzurum. Attraverso montagne dall’aspetto alpino: maestose, coperte di abeti. Anche la temperatura scende.

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Mi diverto tra le curve, la strada é ben asfaltata e le curve perfette per divertirsi senza faticare troppo in curve strette o tornanti.

Ad un certo punto, superato l’ultimo passo, il paesaggio cambia improvvisamente e radicalmente. I paesaggi alpini lasciano lo spazio a delle basse colline bionde di fieno tagliato e punteggiate dalle alte sagome di pioppi accarezzati dal vento.

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Tra una curva e l’altra, accade una scena surreale: una mucca con una lunga corda al collo che letteralmente trascina da una parte all’altra della strada una donna e suo figlio che cercano vanamente di trattenerla.
Proprio mentre sto passando, la mucca pazza decide di venire dalla mia parte. Mi attacco ai freni e riesco a fermarmi in tempo, solo che lei non sembra contenta e vuole venirmi addosso anche se sono fermo.
Per fortuna la donna e il bambino, entrambi urlando istericamente mentre vengono trascinate come bambole di pezza, sembrano convincere il bovino a tornare dall’altra parte della carreggiata.

Mi viene in mente la mucca che avevo visto ieri sulla statale a 4 corsie, ferma immobile nella corsia di sorpasso, per fortuna nella direzione opposta alla mia. Secondo me non c’è arrivata a sera, o meglio c’è arrivata sotto forma di Simmenthal.

Sto ancora ridendo della mucca che trascinava due persone, quando stavolta un intero branco di mucche invade completamente la strada. Qui non ho possibilità, devo fermarmi.

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Mi chiedo quanta gente muoia ogni anno in Turchia per colpa delle mucche.

Mentre guido, realizzo che quest’anno ricorre il ventennale del mio primo viaggio in moto, con Valerio. Un mese per le capitali dell’Est Europa, senza la minima esperienza di viaggi all’estero né in moto. Ungheria, Polonia, repubbliche Ceca e Slovacca, Austria.
Bellissimi ricordi… vent’anni in cui molte cose sono cambiate, ma che, se mi guardo intorno, tutto sommato non si sono rivoluzionate come per altre persone, anzi. E, al momento, non é una Sensazione piacevole.

Arrivo a Bayburt, sembra carina. Chiedo informazioni per un albergo, il tipo che fermo soffre atrocemente in un inglese approssimato. Mi chiede se parlo francese. Certo, faccio io!
Tira un sospiro di sollievo e si lancia in j. Francese perfetto che mi fa pensare che sicuramente si tratta di uno dei espatriati tornati a casa per le ferie estive. Le targhe che vedo, infatti, quasi per la metà sono di stati europei: Germania in primis, ma anche Francia, Belgio.

Mi sistemo in albergo e vado a fare un giro in centro.

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Anche qui la furia edificatrice turca.

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In attesa della cena mi siedo ad uno dei tavolini lungo il fiume.

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Noto che anche qui hanno l’abitudine di salutarsi, invece che dandosi un bacio sulle guance, toccandosi le tempie. Tempia sinistra su tempia sinistra, destra su destra. Vedendolo da lontano, sembra si stiano dando delle grandi testate.

A cena inizio a chiacchierare con il cameriere. Si chiama Musep, ha 23 anni (!!), studia ingegneria elettronica a Istanbul, ma d’estate torna qui per lavorare e mettere un po’ di soldi da parte.

Quando mi porta il doner kebab, mi vede in difficoltà e si sente in dovere di aiutarmi. Prende quindi con le mani un pezzo della focaccia che mi ha portato un secondo fa, ci mette della carne sopra, chiude tutto tra le dita e me lo porge.
Alla faccia dell’igiene insomma!

Domani non so bene dove arriverò, mi farò guidare dall’istinto e dal fato.

A Trebisonda, cercando di non perderla

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Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: ho dormito poco, le mie 6 ore canoniche, ma stavolta perché ieri notte sono rimasto sveglio a scrivere e leggere fino le 2 e mezzo!

Faccio colazione affacciato sul porto, una bella vista ampia e ventilata.

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Parto aspettandomi un centinaio di chilometri brutti come quelli di ieri e invece no: strada perfetta, ampia e circondata da bei paesaggi.
( v. foto a inizio articolo 😉

Incrocio un paio di moto occidentali. Ne ho viste 6 o 7 da quando sono in Turchia, e ho notato che il numero minimo é due: o due motociclisti su due moto o due persone su una moto. Mai di meno. Per ora, sono l’unico solitario.
Mi chiedo se non vanno da soli per prudenza o per carattere.

La strada é fin troppo bella. Come ieri, corro lungo la costa, solo che sembra di stare su un’autostrada. Faccio più attenzione e noto che, se da un lato é vero che l’orografia é meno tormentata rispetto alla costa di ieri, é anche vero che lunghi pezzi di montagna sono stati fatti saltare per costruire le carreggiate!

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Penso con terrore a quando metteranno le mani sulla splendida costa che ho percorso ieri, quando la faranno brillare a colpi di dinamite e la stupreranno con viadotti e gallerie.

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Non hanno vie di mezzo: o le ore di taglio, saltando da una buca all’altra, o le strade che manco la nostra autostrada del Sole.

D’altronde l’ho già visto in questi anni, dal 2001 che l’ho visitata per la prima volta, é cambiata incredibilmente.

Per fortuna ci sono ancora begli scorci e ampie vedute sul mare.

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Trabzon, in italiano Trebisonda é molto lontana, 500 km tondi. La strada larga e invitante, inizio ad andare sui 110/120 nonostante il limite sia di 90.
In un punto coi lavori in corso, la carreggiata si restringe da due a una. Faccio in tempo a superare un furgone, per non farmi “tappare” che, appena concluso il sorpasso, mi accorgo che poco più avanti c’è una volante della polizia.
Mi fanno ampi segni di fermarmi, ma ho auto davanti e dietro, ho la scusa buona per fermarmi al volo.
Ne approfitto per adottare la tecnica della testuggine: lento a capire, lento a reagire, immobile nel suo guscio una volta fermo.
E quindi, faccio finta di non capire, ci scambiamo dei segni per dirci “ok, dici davvero a me, ora mi fermo” e nel frattempo ho messo almeno 300 metri tra me e loro.
Poi l’ultima fase della tecnica. Resto immobile come se sia normale che uno mi ferma e non fa nulla. Casco chiuso in testa, mi fischiano, urlano, ma faccio finta di non sentirli.
La testa guarda fissa in avanti, mani sul serbatoio, ma gli occhi guardano negli specchietti quello che fanno i poliziotti.
Alla fine rinunciano, la camminata sotto al sole per raggiungermi deve averli dissuasi. Mi fanno ampi cenni che posso andare.

Bene!

La strada prosegue sempre più noiosa, perché oltre a non avere stimoli di guida, anche il paesaggio diventa più brutto: case e palazzoni, capannoni e costruzioni, qualche campo coltivato. Anche il mare é decisamente più brutto e sporco.

Pranzo con un bel melone comprato lungo la strada.

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Dopo qualche altra decina di km, c’è una nuova strettoia con i lavori. Altra pattuglia, ma stavolta sono solo e il poliziotto si mette letteralmente in mezzo alla strada. Impossibile non fermarsi, a meno di investire e fuggire, ma non mi sembra il caso.
Non posso far altro che cadere nella rete come un bel pesce grasso.

Inizia a parlare via radio con altri poliziotti, sicuramente quelli di prima. Capisco Yamaha, motor, Italia.

Sono io. Mi chiedono i documenti e subito iniziano a compilare un verbale di multa.

“Per cosa scusi? ” chiedo, calmo.

“Speed limit!” e scrive su un foglio 90, il limite e poi 111, la mia velocità.

“Eh seee mò so bboni tutti a sparare una cifra, perché non 150!?”, esclamo in romanesco stretto.

“Laser laser!”

“E dov’é sto laser??”

Chiama un suo collega al telefono e me lo passa. Parla inglese.

Mi dice che sono quelli di prima, mi hanno pizzicato, devo pagare.

“Se non vedo il radar non ci credo, non pago al buio”.

“Va bene, arriviamo”, la sua risposta spiazzante.

Nel tempo che aspetto, provo a prenderli sull’orgoglio: “ah questa é l’accoglienza per i turisti eh?! Bel benvenuto, complimenti!”

Ma non sembra avere molto effetto, mi guarda con espressione bovina, immutabile.

Finalmente arrivano i tipi. Sono in borghese. In auto hanno un macchinario per riprendere i veicoli e calcolare la velocità. Un’auto civetta.
Nel monitor mi fa vedere una moto. Si vede piccola, é un po’ lontana.

“Eh, ma questo mica sono io!!”, esclamo sicuro e determinato.

“Ah non sei tu?!?” risponde quasi gridando, col tono che dice, ma tu guarda che faccia tosta questo qui!

Ordina al suo collega di avviare il filmato. Infatti, quella che inizialmente sembrava una foto, in realtà é il fotogramma di un video.
Mi si vede con una chiarezza e una definizione imbarazzanti mentre da piccolo divento via via più grande e passo a fianco dell’auto civetta.

Mi guarda con aria di trionfo e anche a me viene quasi da ridere e dirgli come quei mafiosi e camorristi quando vengono arrestati, che fanno i complimenti a quelli che li hanno catturati.

Ma mi trattengo, mi arrendo e chiedo quant’è la multa. 172 lire turche, 60 euro. Buttati dalla finestra.
Non prendono contanti, pagherò al momento di uscire, un po’ come nel 2001, quando avevano segnato la multa sul passaporto e in frontiera non mi facevano uscire finché non ho pagato fino all’ultimo centesimo.

Riparto con la multa in tasca e l’umore un po’ nero.

Attraverso ancora qualche paesone, tagliato in due dalla superstrada. 

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Finalmente arrivo a Trebisonda, annunciata da un larghissimo lungomare delineato da eleganti palazzi e bei giardini.

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Cercando l’albergo finisco nella zona del porto, molto brutta e con parecchi brutti ceffi che mi guardano interessati.

Capisco subito che mi sto infilando in vicoli uno peggio dell’altro, ripidi e pericolosi. Torno indietro e, prima di ributtarmi sulla circonvallazione, chiedo a quelli che sembra avere la faccia meno preoccupante.
Risponde in un inglese faticosissimo, quando dice, indicando il vicino incrocio, “svet”.

“Parli russo??”, gli chiedo speranzoso.

“Sì”, esclama con sollievo, come se si fosse tolto un peso dallo stomaco.

Mi dice dove devo andare e riparto. Rifletto che giusto ieri dicevo che avrei usato presto il russo, ma avevo altro in testa!

Arrivo all’albergo e va in scena una nuova tragedia: “completo”, sentenzia il portiere. 
“Come completo, ho la prenotazione! ”

Inizia a scartabellare un’agenda e a dare un po’ di telefonate.
Dopo una ventina di minuti… Mi dice che la stanza c’è. Probabilmente darà la fregatura al prossimo che arriverà.

Mi riposo e cerco di fare un piano per i prossimi giorni.
Per quanto giri e rigiri la cartina, non trovo un giro che mi soddisfa. Cerco di incastrarci dentro anche un pezzetto di Georgia, ma tra confini chiusi con la Turchia e gli altri chiusi tra Armenia e Turchia, non trovo la quadra.

Alla fine rinuncio alla Georgia e trovo un anello che copre i luoghi che vorrei vedere da qui a Kars.

Il muezzin intona la sua melodia, bellissima e affascinante.

Esco per cena che sono le 9 passate. Memore di quello che ho visto poco fa, esco senza portarmi dietro nulla, solo qualche soldo per mangiare.

Mi rendo conto subito, però, di aver sbagliato impressione. Il posto é assolutamente tranquillo, anche se noto subito un cambiamento con le città viste finora.
Nei locali ci sono molte meno donne, spesso nemmeno una.
E soprattutto in giro vedo molte più donne con il chador integrale, che lascia scoperta solo una striscia sottile per gli occhi. Tutto il resto, nero pece, perfettamente coperto.
Ne vedo moltissime, azzardo un 5%, tutte ovviamente col marito che, ovviamente, é in maglietta e pantaloncini. Assurdo. Per quanto mi sforzi, questo proprio non lo concepisco. Capisco il velo, ma la coperta nera totale e integrale no.
Ho anche una curiosità più spiritosa: ma i bambini come fanno a riconoscere qual é la madre?? Sembra come nella barzelletta dei pinguini…

Mentre mi aggiro tra insegne poco attraenti di kofte e kebab, vedo in lontananza un simbolo ben noto… Burger King!!! Non ci penso due volte e mi ci butto dentro.

Che Allah mi perdoni!!

Faccio ancora due passi, poi torno in albergo. L’idea per domani é svegliarmi presto, vedere le due cose interessanti che ci sono in città e poi andare al monastero di Sumela, finendo la giornata non so ancora bene dove.

Domani lo scoprirò, Insciallah!

Lungo la costa del Mar Nero

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Mi sono reso conto che ho iniziato tutti gli articoli con il segnale orario a cui mi sono svegliato… e quindi non posso esimermi nemmeno stavolta. Signori, seconda volta in due giorni, ho dormito 8 ore… che ci stia prendendo gusto??
Anche se più di un amico mi criticherebbe, perché si dorme a casa… in viaggio si approfitta di ogni secondo, poi quando ci ritorni in certi posti?

Ma tant’è, festeggio la dormita e lo stomaco ritrovato con una bella colazione.

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Saluto Safranbolu alle 11.

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La strada fino ad Amasra scorre veloce, la classica arteria a quattro corsie che si snoda tra colline coperte di boschi. La parte finale diventa davvero bella, scorre lenta in mezzo a dei boschi che lasciano appena filtrare la luce del sole.

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Una di quelle strade che vorresti non finissero mai.

Arrivo allo svincolo per Amasra, mi fermo a guardarla dall’alto, quando vengo avvicinato da cinque ragazzi che iniziano a chiacchierare chiedendomi da dove vengo, della moto ecc.

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Il più intraprendente é Tugrul, mi chiede tutti i riferimenti email, Facebook, ecc.
Mi chiedono anche l’età. Quando rispondo “41”, quattro-uno con le mani per essere sicuro che abbiano capito, si guardano e fanno delle esclamazioni che non riesco a capire se sono “ammazza che vecchio, che stai a fa’ ancora in giro, vatte a ripone” oppure “wow che figo, te li porti alla grande, un giorno vorrò essere come te”.
Per il mio benessere interiore opto per la seconda interpretazione.

La strada che scende ad Amasra é senza uscita, cioè precipita nella cittadina e finisce lì.

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Sono le 12:30. Una persona giudiziosa con più di 300 km da fare, saluterebbe Amasra dall’alto e si incamminerebbe verso Sinop.
Io ingrano la prima e inizio la discesa a precipizio. Sfortuna vuole che raggiungo subito un autoarticolato che scende a passo di lumaca.
Mi accorgo troppo tardi che perde gasolio, ci finisco sopra con le ruote, che slittano simultaneamente. Non so come, riesco a restare in piedi!
Vista la pendenza e le mille curve é impossibile superarlo, quindi devo continuare ad evitare la striscia di gasolio che continua a lasciare per terra.

In una curva particolarmente stretta, incrocia un’auto che sale. Ci fermiamo tutti per permettere la manovra. Ho appena messo un piede a terra, che mi sento colpire con una certa violenza da dietro. Un’auto ha preso la valigia destra. L’istinto mi fa mollare subito i freni, altrimenti sarei immediatamente a terra. Do’ una prima zampata, più per terra che in piedi, mentre continuo a scendere do’ la seconda zampata, un po’ più dritto stavolta; la terza zampata é quella che mi rimette in equilibrio.
Per lo spavento e la paura di cadere, mi giro e grido: “MA DOVE CAZZO GUARDI QUANDO GUIDI?!?!?!?”
Mi accorgo così che al volante c’è una ragazza che non sa più dove nascondersi dalla vergogna e mi chiede scusa con la mano.
Non mi fermo nemmeno, continuiamo a scendere. Dallo specchietto vedo che adesso tiene una distanza di almeno 10 metri. Mi viene da ridere e vorrei chiederle scusa per la reazione forse esagerata, ma non mi va di fermarmi.

Al porto prendo un caffè turco e un succo di frutta e riparto.

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Bilancio della sosta: due incidenti rischiati, un’ora persa, due foto. Il ragazzo giudizioso aveva ragione.

La strada é ancora più brutta di quello che temevo. Stretta, piena di buche come nel centro di Roma (e chi la conosce sa di che parlo, sampietrini mon amour), con tratti sterrati e altri pieni di brecciolino e terra oppure il buon vecchio gasolio a dare quel brivido di “finirò giù dalla scarpata o finirò la curva? Chissà!”. In tutto questo, la variabile impazzita, il tocco di imprevedibilità lo danno i guidatori turchi, che hanno un concetto molto vago di “corsia” e ignorano del tutto quello di “precedenza”.

Per fortuna i paesaggi sono splendidi, montani come non te li aspetteresti.

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Proseguo la cavalcata, i km passano lentissimi. Prendendo dei rischi, riesco a tenere una media di 50/55 km orari. Significa che ho davanti sei ore di guida molto impegnativa… non é incoraggiante.

Mi fermo in una curva per scattare una foto e mi accorgo di un angolo di paradiso qualche decina di metri più in basso.

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Riparto pensando a quanto sarebbe bello fermarmi lì per la notte, peccato che devo arrivare fino a Sinop. “Devo??”. Inizia così una lotta epocale tra gli elementi, una battaglia tra la prenotazione che ho fatto stamattina via internet e l’anarchia di una scelta improvvisa. Sento le voci di Nicola e Carlo che mi dicono “ma ‘ndo vai, so’ le tre e mezzo, arrivi col buio… fermati, te fai un bagno e domani riparti in grazia di Dio”.
Tutta questa manfrina mentre intanto ho ripreso a guidare e, finché non mi decido per tornare, ho percorso svariati km.
Li conto, sono 11 dal punto in cui ho deciso di tornare indietro fino alla spiaggia.
Chiedo se c’è un albergo, si mettono a ridere. Una pensione? Niente, sempre più comico.
Mi chiedono se ho una tenda. Niente da fare.
Torno sulla statale impestata di curve, mentre mi dico che non ho insistito abbastanza, che ho mollato subito, che potevo provare a chiedere nell’altro grande edificio dall’altro lato della spiaggia. Che potevo dire che ho il materassino, mi sarebbe bastato un tetto sopra la testa e forse nemmeno quello.
Niente, nonostante sia tornato indietro sento ancora il biasimo dei miei due amici davvero liberi che conosco, però mi attacco al fatto che almeno c’ho provato.

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Le curve continuano imperterrite, impietose. Ogni tanto mi fermo per fotografare scorci particolarmente belli.

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La giornata volge al termine e anche le curve per fortuna. Giungo in vista di Sinop, finalmente!

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Arrivo alle 19:30, esattamente 6 ore per percorrere poco più di 300 km… avevo fatto bene le previsioni!

Arrivo in albergo. Tutto sommato sono contento di averlo prenotato stamattina, adesso non avrei avuto voglia di sbattermi a cercarlo.
Quando il portiere legge sul passaporto  che sono nato a Parigi si allarga in un sorriso e mi chiede se possiamo parlare in francese. Ma certo! Mi fa sempre piacere usare le lingue, ora non mi resta che trovare qualcuno che parla in spagnolo. Per il russo… ho un’ideuzza che forse metterò in pratica nei prossimi gironi, vedremo!

In stanza controllo la valigia. Un bel colpo, effettivamente!

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Esco per fare un giro. Non mi va di sedermi ad un ristorante, per cui arrangia la cena con quello che trovo nelle bancarelle per strada: 10 cozze ripiene di riso, una pannocchia arrostita, un gelato.

C’è molta vita: famigliole con figli, coppiette giovani e meno giovani, gruppi di ragazzi e ragazze. Ci sono bancarelle di ogni tipo e giochi come il tiro a segno ai palloncini in acqua. Non ho capito cosa si vince, però.

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Rintraccio non senza fatica l’antica torre dell’orologio, poi capisco perché non la trovavo. Hanno costruito davanti, a nasconderla in gran parte, un orribile edificio che ospita orribili negozi di orribili vestiti. Complimenti!

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Avevo dimenticato la pasticceria turca, in grado di partorire torte dall’aspetto inquietante. Nei prossimi giorni mi ci dedicherò con più attenzione.

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Finisco la passeggiata e torno in albergo.

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Devo ancora decidere dove andare domani!

Puntuale, il morbo!

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Mi sveglio poco prima dell’alba, con la tempia sinistra trapanata da un mal di testa pulsante, molto doloroso.

Non so dove sbattere la testa, i medicinali sono nella moto, con me ho solo un’aspirina. Meglio di niente, lenisce in minima parte il dolore.
Riprendo il dormiveglia, dopo mezz’ora Riprendo coscienza che sono mai do di sudore freddo. Il mal di testa sempre più forte.

La mente corre alla cena di ieri… forse l’insalata che ho mangiato!

Tra un’aspirina e una mezza dormita arrivo alle 8 che sto malissimo. Devo prendere le medicine ad ogni costo!

Mi vesto e scendo. Barcollo, ma riesco ad arrivare alla moto. Scopro così che ha piovuto, per questo fa fresco.

Torno in camera, ho l’impulso di rigettare, ma non ci riesco. Ora non ho più dubbi che sia stato qualcosa che ho mangiato ieri sera.
Prendo medici medicina più indicata rispetto all’aspirina e mi rimetto a dormire. Altre due cicli di veglia e sonno e intorno alle 3 del pomeriggio inizio a sentirmi nuovamente un essere umano.

Aspetto ancora un po’, poi verso le 4 prendo il coraggio ed esco.

Vado in banca a cambiare un po’ di soldi e, durante l’attesa, una signora offre a tutti un te. Come nelle nostre banche…

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Faccio un lungo giro tra i vicoli di Safranbolu, affascinato dalle abitazioni e dalle finestre. Mi ricordano le abitazioni storiche di Berat e Girocastro in Albania ed effettivamente l’architettura é la stessa, lo stile ottomano che si era diffuso nelle province dell’impero.

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Anche le persone offrono mille spunti di riflessione, con il loro abbigliamento, le loro abitudini.

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Mi arrampico sulla collina alle spalle dell’abitato per ammirare la visita dall’alto e vedere più da vicino la sede del museo della città.

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Vedo all’orizzonte delle nuvole molto nere che minacciano con lampi e sordi tuoni che rimbombano tra le vallate.

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Seduto a un tavolino, mentre sorseggio una dolcissima limonata, provo a stendere un itinerario per i prossimi tre o quattro giorni. Vediamo se lo rispetterò, intanto vado a cena e poi a letto presto!

In Asia, in Asia!

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Mi sveglio alle 7:30, significa che ho dormito 8 ore! Un evento epocale, non ricordo quand’é stata l’ultima volta…

Mi scontro con la prima colazione turca: olive di tutti i tipi e preparazioni, formaggi, carne e così via.
L’unica cosa per me, sembrano essere dei corn flakes della Nestlé e del pane con una specie di Nutella. E un’anguria insapore.

Mentre sto uscendo dalla città, vedo da una traversa uscire un’auto. Con una manovra tipica romana, il tipo si butta in mezzo alla strada per riuscire a passare prima di me, in un attacco di fretta di cui solo lui conosce le cause.
Mi taglia completamente la strada, ma essendo abituato non mi sorprendo anzi, avevo già rallentato per farlo passare. Peccato che dall’altra direzione arrivi un’altra macchina che non si aspetta una manovra tanto veloce e scorretta. Breve frenata dell’auto che scende, poi lo scontro.

Li lascio che stanno litigando, dopo pochi km imbocco l’autostrada per Istanbul. Passo a fianco di campi sterminati di girasoli, doveva essere uno spettacolo vederli nel pieno della fioritura!

Me ne vado da Edirne con il pensiero che  sarebbe stato un buon posto dove fermarsi un giorno. Il fatto é che non avendo un piano, non so valutare se sono in ritardo oppure no.
Inizio a riflettere sulla mia volontà di non pianificare le ferie, perché di volontà si tratta, mi sembra evidente.
Probabilmente é una reazione al mio lavoro, dove invece devo pianificare tutto, verificare che tutto stia andando secondo i piani e correggere ogni scostamento dal piano. Troppi piani!
É la reazione degli opposti.  
Quando vivo le mie esperienze fuori dall’ufficio, voglio farlo in piena libertà! Con tutti i problemi che questo può comportare, pazienza.

Man mano che mi avvicino a Istanbul, il traffico aumenta. La città é annunciata da una serie di quartieri satellite iper-moderni.

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Il traffico rallenta fino praticamente a fermarsi. Mentre mi stiro mettendomi in piedi sulle pedane, realizzo che probabilmente ho perso il guanto che mi ero tolto per fare le foto e che tenevo incastrato tra il serbatoio e la gamba.
Mi giro e vedo che é a terra. Le auto gli passano sopra.
Per fortuna sono in un punto in cui le auto sono quasi ferme. Sono nella corsia più a sinistra, lo spazio per fermarmi é pochissimo, ma ci riesco appoggiando la valigia della moto al guardrail. Cammino verso il punto in cui é caduto, fermo le auto con un cenno e riesco a recuperarlo.

Riprendo la galoppata verso Est, finalmente passo sul meraviglioso ponte che supera il Bosforo.

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Sono ufficialmente in Asia.

Ripenso ai ponti spettacolari che ho attraversato l’anno scorso, i due che ricordo più intensamente sono quelli di Maracaibo e quello sull’Orinoco, entrambi in Venezuela.
Questo non é da meno, anzi, trasmette in pieno la simbologia che rappresenta, il collegamento tra due continenti, un segno di unione che fa trattenere il fiato per l’emozione quando lo si attraversa.

Inizio una deviazione che avevo visto ieri sulla cartina, verso Sile, ma mi rendo conto che non ha molto senso. Quella che doveva essere una strada panoramica in una zona verde, si rivela essere una super strada veloce a 3 corsie per parte, trafficata di mezzi pesanti.
La parte veloce finisce e diventa più interessante, anche se cosparsa di mucche in libertà, molto pericolose per chi va in moto.

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I paesaggi diventano sempre più belli, sono contento di aver seguito questa deviazione, quanto meno faccio un po’ di curve, non c’è la facevo più con l’autostrada!

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L’ultimo tratto di 70 km prima di riprendere l’autostrada a Izmit lo faccio seguendo un’auto con dei ragazzi. Hanno un buon passo e il guidatore ci tiene a farmi vedere quanto guida bene, correndo tra le curve mentre tiene il braccio sinistro fuori dal finestrino, gesticolando mentre discute con il passeggero.

Le ore passano, oggi ho meno sonno di ieri, anche se dopo 6/7 ore la stanchezza torna a farsi sentire.
Riprendo a riflettere sulla mia vita, cambiata così tanto nell’ultimo anno.

Dov’ero, dove sono, dove avrei dovuto essere, dove avrei potuto essere… e qui le alternative si aprono.
Per ultimo, dove avrei voluto essere. No, in realtà per ultimo é, dove vorrei essere.
Molte domande, poche risposte.

Arrivo a Safranbolu al crepuscolo, che regala alle tante case storiche in legno una luce calda e avvolgente.

(vedi foto a inizio articolo 😉

Trovo al volo in alberghetto, tiro sul prezzo il giusto, mi sistemo ed esco per la cena.

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Un po’ l’abbigliamento, un po’ le poche parole di turco che conosco, mi scambiano per turco sia al ristorante che per strada in un paio di occasioni.

Dopo cena scatto qualche foto in notturna e vado a dormire.

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Domani la voglio dedicare interamente a Safranbolu, anche se per quelli che ho visto, é già troppo turistica per i miei gusti, troppi negozietti di souvenir e altre trappole per turisti.

Fino in Turchia, volando attraverso la Grecia

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Mi sveglio alle 4:30, ma in realtà non mi sono mai addormentato, tra urla dalle cabine, persone che corrono nei corridoi e braccia e gambe addormentate in posizioni impossibili.

Dopo pochi minuti uno dell’equipaggio inizia a bussare alle cabine urlando Corfù. Scopro così che fermiamo anche lì. Praticamente un interregionale!
Appena mi vede mi intima di andarmene. Farfuglio che va bene, ha ragione, aspetto che giri le spalle e mi rimetto giù.

Dura poco però, perché parecchio prima delle 6 arriva il turno di Igoumenitsa. Mi vede che sono ancora esattamente dove mi ha lasciato nemmeno un’ora prima, ma non dice nulla.

Mi preparo e ammiro l’ingresso in porto, nella morbida ed eterea luce dell’alba.

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Pochi minuti dopo le 7 inizio ad arrampicarmi sulle montagne alle spalle di Igoumenitsa. Il pensiero corre subito alla Pollita, a quanto avrei faticato con lei su salite ripide così… però quanto mi manca!! La sua semplicità e naïveté e naturalmente tutta l’atmosfera dell’anno scorso, l’esperienza che, in questo periodo, stavo facendo già da un mese e mezzo e ne avrei avuto per un altro mese e mezzo.

La mente si perde nel passato prossimo del viaggio in Sud America e in quello remoto della memoria di bambino prima e adolescente poi, risvegliata dai profumi meravigliosi e dolci di macchia mediterranea e pini. Rivivo i viaggi in Jugoslavia, in Calabria che hanno segnato la mia gioventù fino ai 18 anni.

Le ore passano lente e i km anche. Il caldo aumenta esponenzialmente e ho un sonno tremendo. A volte mi accorgo che sto iniziando veri e propri sogni, mi ritrovo a pronunciare frasi sconnesse dalla realtà, ma legate a quelle che la mia mente inizia a creare non appena l’attenzione cala.
Però voglio arrivare ad ogni costo, tengo duro e mi fermo un paio di volte per riposarmi e mangiare qualcosa.

I paesaggi cambiano, esco dalle montagne ed entro in pianure oppresse da un caldo soffocante.
Nonostante il caldo, però, il verde resiste. I colori sono rari e il più comune é quello dei girasoli, ormai secchi, ma ancora con quelle belle tonalità gialle.

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Finalmente arriva il bivio che sale lungo il confine turco per arrivare a Edirne. I paesini che attraverso sono deserti, non un’anima in giro. Chissà se é per il caldo o per il “progresso” che li ha svuotati.

Fiancheggio un grande fiume, l’Evros. Noto anche diversi campi allagati e altri danni. Non capisco se sono ancora le conseguenze dell’alluvione che ha colpito la Bulgaria qualche settimana fa oppure se sono più recenti.

Imbocco l’ultimo bivio che mi porta alla dogana, tra villette con giardino, tutte disabitate e campi coltivati. Inizio anche a chiedermi se é aperta, perché non ho preso informazioni da nessuna parte e negli anni mi sono trovato davanti a dogane chiuse per gli stranieri o altre aperte solo per scambio merci. Ormai ci sono e non mi resta che provarci!

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Il posto di frontiera é minuscolo, la parte greca velocissima. Dal lato turco, un ragazzo quando vede dal passaporto che sono italiano si apre in un sorriso e mi dice che la squadra di calcio del Livorno é passata di lì qualche tempo prima.
“Forza Livorno!!” grida ridendo, mentre la ragazza che sta registrando la moto é più dura, accigliata.
“Mi trova il suo nome, qui sopra?”, con l’aria di dire, “Furbetto, dov’é il tuo nome, di chi é questa moto?!”.
Ma sono tranquillo, sono lontani ormai i tempi di quando viaggiano con Nelik, intestata a mio padre e regolarmente dovevo discutere perché non avevo nessuna dichiarazione del notaio che dichiarasse che me la dava.
“Ecco, sono qui”, le dico girando il libretto e indicando l’adesivo col cambio di proprietà.

Entro a Edirne da un ingresso secondario, piccole strade pavimentate di porfido.
Trovo subito l’albergo, il tempo di una doccia e di riposare qualche minuto ed esco. Voglio approfittare di essere arrivato alle 5 del pomeriggio!

Il centro é molto carino, pieno di localini in piccole piazze ben tenute, l’atmosfera é rilassata.

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Vado subito nella famosa moschea di Sinan, il famoso architetto della splendida Moschea Blu di Istanbul. Dicono, anzi lui diceva che questa era più bella, la più bella che avesse costruito.

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Mi fermo all’interno, ad ammirare la splendida cupola. Con me poche altre persone, alcune pregano, altre curiosano come me. Turisti, nessuno. Fantastico.

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Faccio il giro della parte esterna, la linea é elegante, le forme si richiamano l’una con l’altra come in una sinfonia.

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Colgo qualche scorcio e dettaglio interessante e proseguo la passeggiata nel resto del centro.

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Esco dal bazar subito sotto la moschea

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Pieno di venditori di lukum e altri dolci, ceramiche e altri souvenir e artigianato.

Un’ultima visione d’insieme alla splendida Moschea

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E mi reimmergo nei vicoli del centro.

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Ci sono molte abitazioni in legno, splendide. Nel centro di Istanbul sono sopravvissute solo in una piccola zona alle spalle di Santa Sofia.

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Qui invece c’è ne sono molte, ovunque, alcune cadenti, altre ristrutturate di fresco.

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(se lo dice da sola!! 😉

Torno fino ai due splendidi ponti che ho superato quando sono entrato in città. Uno in particolare, il più antico e spettacolare, ricorda moltissimo il meraviglioso ponte sulla Drina   decantato da Ivo Andrić. Sinceramente mi é piaciuto di più quello a Višegrad, ma anche questo é splendido.

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Torno in albergo prima che faccia buio. In città girano due caroselli di macchine, incluso un furgone con una banda a bordo che suona a tutto andare. Sono due matrimoni e passo davanti ad un locale addobbato a festa, sicuramente li sta aspettando.
Purtroppo però inizia a girarmi la testa, sicuramente la stanchezza e l’arretrato di sonno.

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Torno in albergo e finisco i panini che ho portato dall’Italia… sembrano ancora buoni!
Domani vorrei arrivare sul mar Nero, é lontano, ma spero di farcela…

Insciallah, ovviamente!

E così…

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E così… sono riuscito a partire!

Non dove avevo pensato inizialmente, in Brasile, ma alla fine spendere tanti soldi per tornare fuori stagione in Sud America per poche settimane, non mi ha convinto. 

L’idea della Turchia non ricordo nemmeno bene com’è uscita, inizialmente pensavo alla Bulgaria e alla Grecia, poi quando inizi a buttare l’occhio verso Est e incontri la terra sterminata della Turchia, dentro di te si risveglia l’amore per quel popolo e i suoi paesaggi… e lì diventa un attimo comprare il biglietto per il traghetto e iniziare a sognare i paesaggi sterminati dell’Anatolia. 

Come ormai accade puntualmente da alcuni anni, non ho avuto il tempo di organizzare nulla, né di staccare mentalmente per prepararmi al viaggio.
Anzi, la scena tipica che si é ripetuta nelle ultime sere era che tornavo a casa stremato dalla giornata di lavoro, preparavo i bagagli finché non crollavo dalla stanchezza e dopo 4 o5 ore di sonno ricominciavo una nuova giornata infinita. 

Fatto sta che oggi mi sono sentito come catapultato in moto sulla Roma Napoli senza ancora aver ben presente in mente dove stessi andando… ma conto di capirlo nei prossimi giorni!!

Superato il traffico in uscita da Roma, ho proseguito tra mille telefonate a amici e parenti che non sentivo sa una vita finché non sono arrivato a Bari. 

Check in e entro nella pancia della nave. Stavolta però più nell’intestino, perché mi fanno scendere di due piani, sotto il livello dell’acqua! Di tutti i traghetti che ho preso, mi sembra che sia la prima volta che mi capita. 

Trovo un posticino dove piazzare il materassino in un pianerottolo minuscolo e incredibilmente caldo. Come se non bastasse, una famiglia di tre persone decide che quello é un ottimo posto dove fermarsi e ammucchiarsi uno sull’altro. 

Il tempo di abbandonare Bari e di mangiare un boccone e vado a prendere una boccata d’aria all’esterno.

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Il venticello fresco mi convince che é meglio cercare un posto migliore dove passare la notte. 

Trovo un corridoio cabine che finisce in un vicolo cieco, una porta riservata al personale. Mi butto e gonfio il materassino… ho trovato la mia suite!

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Mentre inizio a prepararmi per la notte, faccio un pensiero malsano: mi sembra di aver sentito che la nave prosegue… forse fino al Pireo. Se così fosse, potrei restare a bordo e scendere là, risparmiando parecchi km! Tanto chi mi direbbe qualcosa? Non ho mai visto nessuno chiedere il biglietto ai passeggeri una volta a bordo…
Quando scenderò, poi, sarà sufficiente togliere il cartellino Igoumenitsa che ho sul cupolino e il gioco é fatto!

Dopo aver aperto la cartina per vedere meglio la strada che risparmierei scendendo al Pireo, vedo Patrasso… e mi assale il dubbio che forse non ho sentito Pireo ma Patrasso… e cambierebbe molto!
Questo dubbio mi fa decidere di lasciare tutto così com’è e di aspettare Igoumenitsa domani mattina!

Arrivo previsto alle 6:30… poi l’idea é di fare una sgroppata unica fino a Edirne, in Turchia. 

Vedremo cosa succederà!