A Trebisonda, cercando di non perderla

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Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: ho dormito poco, le mie 6 ore canoniche, ma stavolta perché ieri notte sono rimasto sveglio a scrivere e leggere fino le 2 e mezzo!

Faccio colazione affacciato sul porto, una bella vista ampia e ventilata.

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Parto aspettandomi un centinaio di chilometri brutti come quelli di ieri e invece no: strada perfetta, ampia e circondata da bei paesaggi.
( v. foto a inizio articolo 😉

Incrocio un paio di moto occidentali. Ne ho viste 6 o 7 da quando sono in Turchia, e ho notato che il numero minimo é due: o due motociclisti su due moto o due persone su una moto. Mai di meno. Per ora, sono l’unico solitario.
Mi chiedo se non vanno da soli per prudenza o per carattere.

La strada é fin troppo bella. Come ieri, corro lungo la costa, solo che sembra di stare su un’autostrada. Faccio più attenzione e noto che, se da un lato é vero che l’orografia é meno tormentata rispetto alla costa di ieri, é anche vero che lunghi pezzi di montagna sono stati fatti saltare per costruire le carreggiate!

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Penso con terrore a quando metteranno le mani sulla splendida costa che ho percorso ieri, quando la faranno brillare a colpi di dinamite e la stupreranno con viadotti e gallerie.

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Non hanno vie di mezzo: o le ore di taglio, saltando da una buca all’altra, o le strade che manco la nostra autostrada del Sole.

D’altronde l’ho già visto in questi anni, dal 2001 che l’ho visitata per la prima volta, é cambiata incredibilmente.

Per fortuna ci sono ancora begli scorci e ampie vedute sul mare.

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Trabzon, in italiano Trebisonda é molto lontana, 500 km tondi. La strada larga e invitante, inizio ad andare sui 110/120 nonostante il limite sia di 90.
In un punto coi lavori in corso, la carreggiata si restringe da due a una. Faccio in tempo a superare un furgone, per non farmi “tappare” che, appena concluso il sorpasso, mi accorgo che poco più avanti c’è una volante della polizia.
Mi fanno ampi segni di fermarmi, ma ho auto davanti e dietro, ho la scusa buona per fermarmi al volo.
Ne approfitto per adottare la tecnica della testuggine: lento a capire, lento a reagire, immobile nel suo guscio una volta fermo.
E quindi, faccio finta di non capire, ci scambiamo dei segni per dirci “ok, dici davvero a me, ora mi fermo” e nel frattempo ho messo almeno 300 metri tra me e loro.
Poi l’ultima fase della tecnica. Resto immobile come se sia normale che uno mi ferma e non fa nulla. Casco chiuso in testa, mi fischiano, urlano, ma faccio finta di non sentirli.
La testa guarda fissa in avanti, mani sul serbatoio, ma gli occhi guardano negli specchietti quello che fanno i poliziotti.
Alla fine rinunciano, la camminata sotto al sole per raggiungermi deve averli dissuasi. Mi fanno ampi cenni che posso andare.

Bene!

La strada prosegue sempre più noiosa, perché oltre a non avere stimoli di guida, anche il paesaggio diventa più brutto: case e palazzoni, capannoni e costruzioni, qualche campo coltivato. Anche il mare é decisamente più brutto e sporco.

Pranzo con un bel melone comprato lungo la strada.

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Dopo qualche altra decina di km, c’è una nuova strettoia con i lavori. Altra pattuglia, ma stavolta sono solo e il poliziotto si mette letteralmente in mezzo alla strada. Impossibile non fermarsi, a meno di investire e fuggire, ma non mi sembra il caso.
Non posso far altro che cadere nella rete come un bel pesce grasso.

Inizia a parlare via radio con altri poliziotti, sicuramente quelli di prima. Capisco Yamaha, motor, Italia.

Sono io. Mi chiedono i documenti e subito iniziano a compilare un verbale di multa.

“Per cosa scusi? ” chiedo, calmo.

“Speed limit!” e scrive su un foglio 90, il limite e poi 111, la mia velocità.

“Eh seee mò so bboni tutti a sparare una cifra, perché non 150!?”, esclamo in romanesco stretto.

“Laser laser!”

“E dov’é sto laser??”

Chiama un suo collega al telefono e me lo passa. Parla inglese.

Mi dice che sono quelli di prima, mi hanno pizzicato, devo pagare.

“Se non vedo il radar non ci credo, non pago al buio”.

“Va bene, arriviamo”, la sua risposta spiazzante.

Nel tempo che aspetto, provo a prenderli sull’orgoglio: “ah questa é l’accoglienza per i turisti eh?! Bel benvenuto, complimenti!”

Ma non sembra avere molto effetto, mi guarda con espressione bovina, immutabile.

Finalmente arrivano i tipi. Sono in borghese. In auto hanno un macchinario per riprendere i veicoli e calcolare la velocità. Un’auto civetta.
Nel monitor mi fa vedere una moto. Si vede piccola, é un po’ lontana.

“Eh, ma questo mica sono io!!”, esclamo sicuro e determinato.

“Ah non sei tu?!?” risponde quasi gridando, col tono che dice, ma tu guarda che faccia tosta questo qui!

Ordina al suo collega di avviare il filmato. Infatti, quella che inizialmente sembrava una foto, in realtà é il fotogramma di un video.
Mi si vede con una chiarezza e una definizione imbarazzanti mentre da piccolo divento via via più grande e passo a fianco dell’auto civetta.

Mi guarda con aria di trionfo e anche a me viene quasi da ridere e dirgli come quei mafiosi e camorristi quando vengono arrestati, che fanno i complimenti a quelli che li hanno catturati.

Ma mi trattengo, mi arrendo e chiedo quant’è la multa. 172 lire turche, 60 euro. Buttati dalla finestra.
Non prendono contanti, pagherò al momento di uscire, un po’ come nel 2001, quando avevano segnato la multa sul passaporto e in frontiera non mi facevano uscire finché non ho pagato fino all’ultimo centesimo.

Riparto con la multa in tasca e l’umore un po’ nero.

Attraverso ancora qualche paesone, tagliato in due dalla superstrada. 

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Finalmente arrivo a Trebisonda, annunciata da un larghissimo lungomare delineato da eleganti palazzi e bei giardini.

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Cercando l’albergo finisco nella zona del porto, molto brutta e con parecchi brutti ceffi che mi guardano interessati.

Capisco subito che mi sto infilando in vicoli uno peggio dell’altro, ripidi e pericolosi. Torno indietro e, prima di ributtarmi sulla circonvallazione, chiedo a quelli che sembra avere la faccia meno preoccupante.
Risponde in un inglese faticosissimo, quando dice, indicando il vicino incrocio, “svet”.

“Parli russo??”, gli chiedo speranzoso.

“Sì”, esclama con sollievo, come se si fosse tolto un peso dallo stomaco.

Mi dice dove devo andare e riparto. Rifletto che giusto ieri dicevo che avrei usato presto il russo, ma avevo altro in testa!

Arrivo all’albergo e va in scena una nuova tragedia: “completo”, sentenzia il portiere. 
“Come completo, ho la prenotazione! ”

Inizia a scartabellare un’agenda e a dare un po’ di telefonate.
Dopo una ventina di minuti… Mi dice che la stanza c’è. Probabilmente darà la fregatura al prossimo che arriverà.

Mi riposo e cerco di fare un piano per i prossimi giorni.
Per quanto giri e rigiri la cartina, non trovo un giro che mi soddisfa. Cerco di incastrarci dentro anche un pezzetto di Georgia, ma tra confini chiusi con la Turchia e gli altri chiusi tra Armenia e Turchia, non trovo la quadra.

Alla fine rinuncio alla Georgia e trovo un anello che copre i luoghi che vorrei vedere da qui a Kars.

Il muezzin intona la sua melodia, bellissima e affascinante.

Esco per cena che sono le 9 passate. Memore di quello che ho visto poco fa, esco senza portarmi dietro nulla, solo qualche soldo per mangiare.

Mi rendo conto subito, però, di aver sbagliato impressione. Il posto é assolutamente tranquillo, anche se noto subito un cambiamento con le città viste finora.
Nei locali ci sono molte meno donne, spesso nemmeno una.
E soprattutto in giro vedo molte più donne con il chador integrale, che lascia scoperta solo una striscia sottile per gli occhi. Tutto il resto, nero pece, perfettamente coperto.
Ne vedo moltissime, azzardo un 5%, tutte ovviamente col marito che, ovviamente, é in maglietta e pantaloncini. Assurdo. Per quanto mi sforzi, questo proprio non lo concepisco. Capisco il velo, ma la coperta nera totale e integrale no.
Ho anche una curiosità più spiritosa: ma i bambini come fanno a riconoscere qual é la madre?? Sembra come nella barzelletta dei pinguini…

Mentre mi aggiro tra insegne poco attraenti di kofte e kebab, vedo in lontananza un simbolo ben noto… Burger King!!! Non ci penso due volte e mi ci butto dentro.

Che Allah mi perdoni!!

Faccio ancora due passi, poi torno in albergo. L’idea per domani é svegliarmi presto, vedere le due cose interessanti che ci sono in città e poi andare al monastero di Sumela, finendo la giornata non so ancora bene dove.

Domani lo scoprirò, Insciallah!

6 thoughts on “A Trebisonda, cercando di non perderla

  1. Hai intotolato così questo articolo :

    A Trebisonda, cercando di non perderla

    E io ho capito il senso del Titolo solo ora che ho finito di leggere. Sono tonto quindi.
    Ma sono pure coraggioso (forse) di ammetterlo! sai ?
    Già.
    Ma lo ammetterò del tutto soltanto se anche tu ammettessi che sono tonto, altrimenti ritirerò la mia ammissione di essere un tonto, e subito !
    E tu dunque, ammetteresti mai che sono un tonto, come penso d’essere?
    Allora: sono tonto o no?
    No… dici?
    Ah, forse lo capisco.
    Certo perchè ammettendo che tu ammettessi, comunque tu non ammetteresti con sincerità quel che vorrei farti ammettere. E’ tutto qui. Lo ammetteresti solo per mettere a tacere un tonto e farlo contento.
    Giusto, ammetto che è difficile, lasciamo stare allora.

  2. Pingback: Cercando il sole nella Valle della Luna | Nelinkas

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