Ingresso negli altopiani anatolici

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Grazie al cielo nel buffet della colazione trovo del ciambellone; non sono costretto a mangiare formaggio di capra, olive e uova fritte appena sveglio.

Vado a fare due passi nel centro di Trebisonda a caccia del bazar. Vorrei comprare un po’ di té nero e delle nocciole: sono entrambe specialità della zona.
Purtroppo il bazar é il classico mercato che vende abbigliamento e oggetti per la casa.
Entro in una struttura moderna e scopro che é un centro di cultura.

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All’interno sono esposte alcune tele, forse di allievi, vista la qualità non particolarmente elevata.
Nei vicoli, decine di persone a bighellonare ai tavolini dei bar, leggendo giornali, bevendo té e fumando.

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Torno in albergo per prendere tutto e partire.
Prima tappa, Santa Sofia. É la classica chiesa armena posta su un poggio poco fuori dal centro. Mi fa effetto sentirla chiamare “moschea”, perché non ha nulla dell’architettura islamica.
Dentro di me, ammirando le forme poligonali della costruzione, rivedo i monaci vestiti di nero, con le grandi barbe e le croci d’argento che ciondolano sul petto, mentre escono dalle chiese e dai monasteri in Armenia.

Invece qui hanno sfregiato gli affreschi, in quanto iconoclasti, e hanno nascosto la cupola, che immagino stupenda, con un brutto telo bianco per dare un soffitto basso e piatto all’interno, come in una classica moschea, invece di avere un alto soffitto a cupola, come nelle chiese cristiane.

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Riprendo la moto é vado all’altro posto segnalato come interessante. Si tratta di una villa di Ataturk, oggi tramutata in museo.
É un villino liberty immerso in un parco fiorito, su una delle colline che dominano Trabzon.
É interessante vedere gli arredamenti all’interno, tutti piuttosto sfarzosj ed eleganti.

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Diciotto che il padre della moderna Turchia ci teneva alla bella vita.
Continuo ad incontrare donne con il chador, alcune più castigate, altre più trasgressive, con ricami e gioielli in bea vista. Si fa per dire, ovviamente. 

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Abbandono definitivamente Trebisonda per andare al monastero di Sumela.

La strada si addentra nelle montagne, verdi e spettacolari. Continua a non sembrarmi Turchia, abituato come sono a paesaggi più aridi e desolati.
Cerco di stare attento ai liti di velocità, anche se mi viene in mente che da quando sono entrato in Turchia, continuo a sfrecciare sotto le centinaia di telecamere disseminate lungo le strade. In più, ripenso ai primi giorni quando, entrando in autostrada, non essendoci più alcun casello manuale, sono sempre entrato e uscito dalle porte automatiche senza fermarmi.
Secondo me quando proverò ad uscire dalla Turchia, mi presenteranno un conto lungo un chilometro. Oppure mi getteranno in carcere per fare prima.

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Nel paesino più vicino al monastero, compro il solito melone, con l’idea di pranzarci sotto al monastero.

La stradina che sale fino al monastero é strettissima e senza protezioni a valle. Ci si incastrano decine di auto che salgono e scendono in continuazione.
Il monastero é iper- affollato, comunque é molto affascinante, sembra un presepe.

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Anche qui incontro i soliti fantasmi in nero. Ma a questo punto, contesto quelle borse così frivole e decadenti, dove andremo a finire di questo passo?!

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Anche qui purtroppo le solite devastazioni degli iconoclasti.

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Cerco di immaginare le loro motivazioni, facendo un paragone con una rappresentazione per noi blasfema, ad esempio Cristo sulla croce in bermuda hawaiani, però mi riesce difficile immaginare una reazione così distruttiva come quelle che vedo, dove si intuisco no le pietre tirate per distruggere e i volti grattati via a forza.

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La cupola nella roccia ha degli affreschi splendidi, quelli più difficilmente raggiungibili sono anche in buone condizioni.

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Un mare di aureole 😉

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Un’altra delle coppie che ormai vedo ovunque: lei intabarrata di nero dalla testa ai piedi, lui comodamente in maglietta e calzoncini.

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Mi avvio verso la meta di oggi Bayburt. Riprendo la strada verso Erzurum. Attraverso montagne dall’aspetto alpino: maestose, coperte di abeti. Anche la temperatura scende.

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Mi diverto tra le curve, la strada é ben asfaltata e le curve perfette per divertirsi senza faticare troppo in curve strette o tornanti.

Ad un certo punto, superato l’ultimo passo, il paesaggio cambia improvvisamente e radicalmente. I paesaggi alpini lasciano lo spazio a delle basse colline bionde di fieno tagliato e punteggiate dalle alte sagome di pioppi accarezzati dal vento.

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Tra una curva e l’altra, accade una scena surreale: una mucca con una lunga corda al collo che letteralmente trascina da una parte all’altra della strada una donna e suo figlio che cercano vanamente di trattenerla.
Proprio mentre sto passando, la mucca pazza decide di venire dalla mia parte. Mi attacco ai freni e riesco a fermarmi in tempo, solo che lei non sembra contenta e vuole venirmi addosso anche se sono fermo.
Per fortuna la donna e il bambino, entrambi urlando istericamente mentre vengono trascinate come bambole di pezza, sembrano convincere il bovino a tornare dall’altra parte della carreggiata.

Mi viene in mente la mucca che avevo visto ieri sulla statale a 4 corsie, ferma immobile nella corsia di sorpasso, per fortuna nella direzione opposta alla mia. Secondo me non c’è arrivata a sera, o meglio c’è arrivata sotto forma di Simmenthal.

Sto ancora ridendo della mucca che trascinava due persone, quando stavolta un intero branco di mucche invade completamente la strada. Qui non ho possibilità, devo fermarmi.

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Mi chiedo quanta gente muoia ogni anno in Turchia per colpa delle mucche.

Mentre guido, realizzo che quest’anno ricorre il ventennale del mio primo viaggio in moto, con Valerio. Un mese per le capitali dell’Est Europa, senza la minima esperienza di viaggi all’estero né in moto. Ungheria, Polonia, repubbliche Ceca e Slovacca, Austria.
Bellissimi ricordi… vent’anni in cui molte cose sono cambiate, ma che, se mi guardo intorno, tutto sommato non si sono rivoluzionate come per altre persone, anzi. E, al momento, non é una Sensazione piacevole.

Arrivo a Bayburt, sembra carina. Chiedo informazioni per un albergo, il tipo che fermo soffre atrocemente in un inglese approssimato. Mi chiede se parlo francese. Certo, faccio io!
Tira un sospiro di sollievo e si lancia in j. Francese perfetto che mi fa pensare che sicuramente si tratta di uno dei espatriati tornati a casa per le ferie estive. Le targhe che vedo, infatti, quasi per la metà sono di stati europei: Germania in primis, ma anche Francia, Belgio.

Mi sistemo in albergo e vado a fare un giro in centro.

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Anche qui la furia edificatrice turca.

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In attesa della cena mi siedo ad uno dei tavolini lungo il fiume.

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Noto che anche qui hanno l’abitudine di salutarsi, invece che dandosi un bacio sulle guance, toccandosi le tempie. Tempia sinistra su tempia sinistra, destra su destra. Vedendolo da lontano, sembra si stiano dando delle grandi testate.

A cena inizio a chiacchierare con il cameriere. Si chiama Musep, ha 23 anni (!!), studia ingegneria elettronica a Istanbul, ma d’estate torna qui per lavorare e mettere un po’ di soldi da parte.

Quando mi porta il doner kebab, mi vede in difficoltà e si sente in dovere di aiutarmi. Prende quindi con le mani un pezzo della focaccia che mi ha portato un secondo fa, ci mette della carne sopra, chiude tutto tra le dita e me lo porge.
Alla faccia dell’igiene insomma!

Domani non so bene dove arriverò, mi farò guidare dall’istinto e dal fato.

3 thoughts on “Ingresso negli altopiani anatolici

  1. Sembra che tu sia un pò giù. O no?
    Cmq èsempre un piacere leggere quello che pubblichi qua, oggi per esempio mi hai fatto compagnia a colazione 🙂

  2. Punto 1) Il Presepio incastonato è Stu-pe-ndo ! ! ! (foto 13 dall’alto in basso)

    Punto 2) Poi una di quelle tipe tutte bardate di nero (foto 14 dall’alto in basso) per mortificare la propria femminilità… va be’, oltre la borsa frivola che tu descrivi, nella mano sinistra c’ha uno Smartphone pure.

    punto 3) La mucca tutta a destra (nella foto boh) vicina al ragazzotto col bastone e col cappellino rosso era da mungere.

    punto 4) Il suggeritore del tuo Blackberry z30 fa alcuni casini.

    Punto 5) Vai Nelicco !

    Devo inviare ora.
    Vado ma devo tornare.

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