Nel (mio) punto più a sud

Mi sveglio presto, ma parto tardi. Un grande classico, che si spiega con mille cose che avrei dovuto fare ieri e che invece faccio stamattina. 

Così mi viene l’ansia da ritardo, per via della corsa delle barche di cui mi ha parlato la signora del ristorante e finisco per non fare colazione, partendo a stomaco vuoto.

Un cocco lungo la strada mi salverà.

Per il momento, mi avvio verso la Grande Muraglia, nome pomposo dato ad un tratto di muro lungo una quindicina di km (almeno il tratto ancora oggi esistente) a pochi km da Thakhek. ‎

Pare sia stato costruito nell’800, ma se ne sa molto poco.

Il nome mi attira per cui, nonostante sia nella direzione opposta e sia già tardi… ci vado!

In meno di mezz’ora trovo la deviazione, mi addentro nella boscaglia sul solito sentiero allagato di fango. 

Arrivo ad uno spiazzo dove parcheggio. Si intravede un muro molto alto, imponente. Ricorda le mura megalitiche presenti in diverse località del Sud del Lazio. 

Mi avventuro a piedi tra gli alberi, cercando di capire se sto incrociando qualche essere volante, strisciante o camminante.

Il muro é imponente, i singoli blocchi enormi.

Seguo il muro tra la vegetazione fino a quando, con mia grande sorpresa, raggiungo quella che sembra essere una zona picnic, se non fosse che c’è una statua della Madonna con bambino. 

Tutto mi sarei aspettato, tranne un luogo di culto cristiano. 

Torno sul sentiero più grande che raggiunge direttamente il punto in cui mi trovo. Prima non l’avevo fatto, perché sembrava si allontanasse dal muro e non mi andava di fare strada inutile. 

Tornando verso Thakhek, mi fermo in un altro punto dove é ancora presente un altro pezzo di muro.

Peccato che tutto il resto o buona parte di esso, sia sparito. Presumibilmente distrutto dall’uomo, visto come le parti ancora in piedi hanno resistito bene. 

La strada per Savannakhet é facile e veloce, ma é tardi e soprattutto non ho mangiato nulla, per cui non mi rilasso. 

Ogni villaggio che incontro, cerco con lo sguardo le noci di cocco da bere, poi divento meno esigente e cerco della frutta in generale. 

Niente. 

Solo ristoranti di noodle e baracche dove vendono olio motore e pneumatici. 

Mi rassegno, dopo un’ora abbondante di strada e una gran sete, a bere l’acqua minerale che ho con me, quando incontro 5 baracche con noci di cocco una dietro l’altra.

Sebbene non abbia più sete, mi fermo. Ho la consapevolezza che tra pochi giorni tutto questo sarà un sogno ed entrerà nel mito del viaggio… per cui ne approfitto, finché posso.

C’è una ragazza nella capanna con qualche decina di cocchi. I più piccoli (già grandi, secondo la tipica dimensione media) costano 8000 kip, cioè 80 centesimi di euro. Quelli più grandi, delle autentiche bombe, 10000 kip, 1 euro. 

Opto per la versione piccola e riparto per Savannakhet, che raggiungo in pochi minuti. 

Sono le 13, ma non c’è traccia di festa, corsa o ricorrenza. Nulla. 

Faccio un giro sul lungofiume, poi trovo da dormire. 

E in effetti ne approfitto subito. Non so perché, ma mi cade addosso una stanchezza improvvisa che mi fa perdere i sensi per quasi un’ora. 

Esco nel primo pomeriggio, visitando alcuni templi buddisti e la chiesa cattolica di Santa Teresa. 







Vado anche nel museo dei dinosauri. La ragazza che vende i biglietti deve annoiarsi a morte, visto che, pur non parlando inglese,  mi accompagna nella visita leggendomi il titolo di ogni vetrina dove sono esposti i reperti.

Ma soprattutto, aprendo meticolosamente e sistematicamente tutti i cassetti al di sotto delle teche con scritto grande “No open” e istigandomi con “photo photo!” accompagnato da una risata eccitata.

Finisco le visite “di rito” al museo cittadino, una semplice raccolta di fotografie dei tempi della guerra del Vietnam, di vari compagni notevoli del partito e degli impianti industriali odierni, più qualche altro reperto e memorabilia dei tempi del protettorato francese.

Passeggio un poco sul lungofiume, dove trovo la solita sfilata di banchi dove si gioca a bucare i palloncini con le freccette per vincere dei peluche.  

Solo che qui vanno un po’ oltre e in alcuni banchi ci sono delle ragazze in ginocchio su dei piedistalli, dietro delle reti di metallo. 

Qui, invece che far scoppiare i palloncini, si deve cercare di colpire con una pallina da tennis una piccola lastra di metallo sulla destra della gabbia. Se si riesce a colpire il bersaglio, la panca dove la ragazza é inginocchiata si apre e la ragazza precipita in una tinozza piena d’acqua. 

Assurdo. E forse ancora più assurdo é che a questo gioco umiliante e stupido, giochino anche le ragazze.  

Mi rilasso aspettando il tramonto a bordo fiume, sedendomi a un tavolino di un ristorante e ordinando una birra. L’onnipresente Beer Lao. Osservo il grande fiume scorrere lento. 

La cameriera mi guarda come se fossi matto quando scelgo uno dei tavoli al sole. Ma, di nuovo, so che tra pochi giorni tornerò nel freddo nord-europeo, per cui ne approfitto finché posso. 

Sono con l’umore da fine delle vacanze. Avevo paura fossero troppi giorni; in realtà sono volati. É sempre così.

In questo tipo di viaggi, indipendenti con la moto, si vive spesso il paradosso di ricevere una quantità enorme di stimoli, che ti danno la sensazione che il tempo si moltiplichi (in uno stesso giorno si possono vedere tantissime cose diverse anche in punti molto lontani tra loro), ma, allo stesso tempo, una compressione del tempo, che ti dà la certezza che il tempo sia volato più  rapidamente del dovuto.

Il tramonto é tra le nuvole thailandesi.

Il forte vento che si solleva improvviso mi fa pensare al nubifragio di ieri. Forse anche oggi sarà così.

Sono tranquillamente seduto a guardare il fiume, quando dal tavolo a fianco dei signori che stanno cenando mi invitano. Declino, ma insistono per offrirmi almeno un bicchiere di birra per un brindisi, visto che la mia è finita.
Facciamo qualche brindisi, poi li saluto.

A cena rivivo la sensazione di questi ultimi giorni, visto che vado in un ristorante pieno di giovani e mi sento osservato in ogni momento.

Faccio un’ultima passeggiata sul lungofiume.

Osservo come, almeno qui, la parte thailandese sembri meno appariscente e movimentata di quella laotiana.

Mi torna in mente quello che scriveva vent’anni fa Tiziano Terzani, sul contrasto tra le luci thailandesi e la tranquillità laotiana. 

Torno verso la guesthouse. Sono le 23, é tardi secondo le abitudini di qui. Molti stand sul lungofiume sono chiusi con dei teloni; le persone dormono dentro per essere subito pronti domani per un’altra giornata di lavoro. 

Sul fiume scuro, qualche rara barca naviga lentamente.  

Domani avrò una lunga tappa di rientro in direzione di Vientiane.  Ormai ci siamo.

6 thoughts on “Nel (mio) punto più a sud

  1. Ma come torni? E noi che leggiamo poi?
    Io propongo una petizione più raccolta fondi per farti rimanere in vacanza per almeno altri 3 mesi!!! che ne pensi? 😉
    Perfettamente concorde sulla riflessione che hai fatto sulla sensazione del tempo quando si è in viaggio “indipendenti” in moto!
    Buon rientro…

  2. Davvero un bel Diario! Difficile fare meglio.

    E “…sul contrasto tra le luci thailandesi e la tranquillità laotiana. ” che diceva Tiziano Terzani, tu cosa sceglieresti, cosa preferisci al momento?
    Ciao.

Commenta l'articolo

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...