Romani in Tunisia

(29/12/2013)

Un romano potrei essere io, anche se non mi sento molto “romano”, più cittadino del mondo. I romani a cui alludo sono gli antichi che hanno occupato un numero incredibile di Paesi, tra cui la Tunisia, lasciando delle rovine meravigliose tra cui Dugga, sosta principale di oggi.

Mi sveglio prima dell’alba ritrovandomi raggomitolato per il freddo. Ieri sera mi sono addormentato subito dopo la doccia, ben caldo, senza badare che sul letto c’era solo un lenzuolo, nessuna coperta.  Accendo la luce e vedo un bel piumone piegato a pochi centimetri da me, lo butto sul letto e mi ci infilo sotto, dormendo fino alle 9 come un pascià.

La colazione alla francese, con croissaint, spremuta, yogurt e caffè, poi mi getto nel caos di Tunisi. In pratica ripercorro le stresse strade di ieri notte, ma adesso, piene di vita e luce, fanno tutt’un altro effetto.
Continuo a vedere, però, immondizia ovunque e, man mano che esco dalla città, quartieri sempre più poveri, devastati da cumuli di macerie e calcinacci, immondizia, piloni e altre costruzioni iniziate e mai finite, mercati improvvisati un po’ ovunque.
Uno di questi praticamente blocca un’arteria da quattro corsie che porta fuori città. Le bancarelle iniziano solo sul lato destro della strada, poi anche sul sinistro. Aggiungendo le persone che passeggiano per acquistare e i venditori che si spostano con carretti e piccoli banchi mobili, ecco che l’ipotetica autostrada s’è trasformata in un vicolo dove fatica a passare una macchina alla volta. Solo che dovrebbero passare autotreni, autobus, camioncini e un’infinità di auto.

Con la moto riesco a svicolare e supero il punto critico. Prendo l’autostrada perché sono in ritardo: mi aspettano quasi 350 km e almeno due soste lungo la strada. Mi stupisco di come, nei lunghi salitoni, non mi fermo come accadeva con la Pollita, ma riesco addirittura ad accelerare!

Punto a Sud, fiancheggiando le montagne che separano la Tunisia dall’Algeria. Il freddo a volte diventa pungente e il vento teso lo amplifica. Il cielo è coperto di un grigio acciaio con venature bianche di nuvole più leggere.

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Arrivo a Dugga intorno all’una, anche oggi non si pranza! Non ci sono molti turisti, però considerando che la giornata è brutta, la stagione sbagliata e il luogo abbastanza fuori mano, direi che c’è abbastanza gente. Tra cui, ovviamente, diversi italiani, scesi tutti da una carovana di fuoristrada.

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Le rovine sono splendide, sparse su alcune colline coperte di ulivi. Alcune donne, tra l’altro, stanno raccogliendo le olive in ampi teli. Tutto a mano, non c’è ombra di mezzo meccanico o strumento per far cadere le olive dai rami.
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Vista l’ampiezza del sito, non è difficile ritrovarsi soli ad aggirarsi tra colonne e resti di antichi templi. In lontananza solo il belato delle pecore e nell’aria il continuo richiamo di decine di uccelli.

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Meraviglioso.

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E’ sempre affascinante osservare come i romani scegliessero sempre posti unici per costruire i propri insediamenti. Così come fa pensare il fatto che sempre, sempre, sempre oltre al tempio costruissero anche uno o più teatri. Va bene pregare le divinità, ma anche l’intrattenimento vuole la sua parte. Non esisteva la televisione, è vero, però nulla e nessuno li obbligava a costruire teatri. Per la collettività, per giunta, non per i singoli nobili. Segno quindi di una cura particolare per la cultura e l’intrattenimento della popolazione. Concetti ormai perduti da tempo.

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Il tempo vola e mi rendo conto che devo rimettermi in moto. Dopo mesi trascorsi a viaggiare con un 125, adesso mi sembra che i km siano più corti. E’ una strana sensazione, ritrovarsi a pensare che i cartelli e il contachilometri siano sbagliati.

Qualche pensiero sparso del giorno trascorso in traghetto.
Episodio numero uno. Venerdì sera, quando ormai il televisore acceso pochi cm sopra la mia testa, mi aveva abbondantemente stufato e dopo aver visto che le persone sulle poltrone dormivano o erano concentrate su telefoni e videogiochi, mi sono alzato ed ho spento la tv. Mentre premevo il tasto, quasi in contemporanea parte una maledizione in arabo alle mie spalle. Capisco che è per me. Sento che arriva dalle file più indietro, immerse nell’ombra. Mi avvicino, vengo accolto malamente da un tizio seduto sette / otto file più indietro, tutto spostato sulla sinistra. Di sicuro non sente nulla.
“La stava guardando?”, gli chiedo tanto per rompere il ghiaccio.
“SI’!!!”, risponde lui alquanto irritato.
“Mh … ma non si sente nulla da qui!”
Nuove esclamazioni in arabo, che dal tono non credo siano auguri di buon anno.
“Sapete quando la spengono?”
“Mai!”
“Cioè, volete vederla tutta la notte?!”
Non mi rispondono.
Scendo alla reception dove mi rassicurano:
“Le spegniamo alle 23:30, non si preoccupi”
“Ma è quasi mezzanotte!”, osservo allarmato.
Di nuovo, non ricevo risposta.

Episodio numero due. Prima di salire sul traghetto, un vecchietto curvo, con pochi capelli bianco candido e una barbetta rada altrettanto candida, è seduto al volante di una scassatissima auto anni ’70, piena zeppa di bagagli, in attesa, come me, di entrare nella nave.
Un fanale rotto, il paraurti anteriore appeso per pochi, tenaci bulloni, gli ammortizzatori posteriori schiacciati dal peso e dal tempo. Chissà quale è preponderante. Tira fuori il tabacco, una cartina, si arrotola una sigaretta ed inizia a fumare chino sul volante.
Personaggio perfetto di un racconto di Paul Bowles, abita da una vita in Tunisia, ma parla ancora con forte accento veneto. Mi piacerebbe conoscere la sua storia, ma non riesco a parlarci.
Lo incrocio solo una volta il giorno dopo, quando si ferma qualche secondo davanti alla televisione. In onda il telegiornale di Italia 1, il solito necrologio e lista di stupri e altre atrocità illustrate con dovizia di particolari morbosi per spaventare la gente e tenerla buona, “che c’è tanta gente che sta peggio di noi, senti lì che è successo a quella poveretta!”.
Il mio uomo ascolta qualche secondo, poi si volta e, urlando verso l’intera sala poltrone e alle decine di persone sedute, esclama:
“Dittatura e pena di morte! E’ l’unica! Altrimenti non se ne esce!”
E se ne va.

Episodio numero tre. Coi ragazzi che ho conosciuto e con cui forse ci vedremo a Capodanno, durante le ore della traversata chiacchieriamo di un po’ di tutto. Incluso, ovviamente, del viaggio meraviglioso in Sud America che ho finito pochi mesi fa.
“Cavolo, ma come hai fatto a prenderti tre mesi??”
“Bè, in ufficio al capo ho detto che era per i miei 40 anni, una tappa importante della vita, poi avevo dei progetti che probabilmente mi avrebbero cambiato la vita, quindi gli ho chiesto se potevo prendermi questo periodo e mi ha detto sì!”
“Cavolo, che bello …”
“Sì …”
“Senti e … quanti anni fa è stato?”
“Ehm, veramente a giugno … di quest’anno!!”
Silenzio.
Mh, penso, me li porto proprio bene ‘sti 40 anni!!

E a proposito del viaggio, mentre guido, ma in realtà sempre, durante l’intero arco della giornata, la mente proietta delle immagini di paesaggi, di persone, di natura del viaggio. Il dettaglio di una foresta in Colombia, un fiume immenso in Venezuela, le persone sul traghetto sul Rio delle Amazzoni, l’infinito del Salar de Uyuni, la tassista de La Serena, lo stupore delle Linee di Nasca. E’ un continuo, mi sembra di vivere in un film di quelli in cui il protagonista ha continui flash-back. E il cuore sussulta, la testa asseconda, l’occhio viene ingannato e confuso dalle immagini interiori e quelle che scorrono attorno a me.

Proseguo verso sud. Dalle parti di Le Kef il tempo peggiora ulteriormente. Guardando verso l’orizzonte, vedo la classica nebbia da pioggia, nella quale mi trovo immerso un paio di volte.
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La terza volta sembra più seria, decido di fermarmi per indossare la cerata. Non passano nemmeno cinque minuti che si ferma un’auto con due ragazzi a bordo:

“Serve aiuto?”, mi urla dal finestrino aperto.
“No, grazie, mi sto vestendo per la pioggia!”, ma un po’ il mio cattivo francese, un po’ la distanza, un po’ la pioggia e il vento, pare non capirmi. Dopo tre tentativi, decide di scendere. Attraversa la strada, inizia a inzupparsi. Mi dice che è un poliziotto in borghese, io resto sulla difensiva. Chiacchieriamo un po’, anche con l’amico che nel frattempo è sceso anche lui a bagnarsi un po’, poi ci salutiamo.

“Benvenuto in Tunisia!”

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Devio dalla strada principale per andare a vedere la tavola di Jugurtha. Dovrebbe essere una roccia molto grande e piatta che emerge dalla pianura circostante.
Attraverso un paesino dove mi guardano ancora più stupiti che altrove, poi mi trovo a correre su una stretta lingua di asfalto che punta verso l’Algeria. Prima o poi viaggerò anche in Algeria, assolutamente!
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Dopo una quindicina di km la vedo chiaramente, ma mi rendo conto che per arrivarci sotto dovrei fare una pista argillosa che passa in mezzo alle abitazioni di un piccolo villaggio.
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Già mi vedo inseguito da una muta di cani randagi, evitando galline e pozzanghere fangose. Sta anche per tramontare, inverto la rotta e torno sui miei passi.

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Gli ultimi km volano e in un lampo arrivo a Kasserine. Giusto all’ingresso del paese vedo quattro BMW acchittate avventura. Sono italiani.

“Ciao, tutto ok??”, chiedo mentre gli passo a fianco a passo d’uomo.

“Veramente no, ho rotto il cambio!”

“Azz!” esclamo fermandomi.

Uno di loro sta consultando il tablet e aggiunge: “E qui non ci sono nemmeno alberghi!”

“Ah, avete chiesto?”, gli faccio.

“No, ma su Booking.com non dà nulla … e nemmeno la guida!”

“Bè, io chiederei!”, esclamo e fermo subito un tipo che passa. Non parla francese, ma hotel lo capisce e indica il centro della città.

“Ok, vado a chiedere, se trovo torno indietro e vi faccio sapere!”

Uno di loro viene con me, troviamo un alberghetto decrepito che ricorda quello in cui dormii nel paesino sulle montagne tra Cusco e Nasca.

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Mi fermo a scaricare la moto, mentre il tipo torna a prendere gli amici. Nel frattempo arriva un fuoristrada con una coppia lui italo-americana e lei spagnola. Catalana, per la precisione, di Barcellona. Ormai il mio cervello salta dal francese allo spagnolo all’inglese come una lepre epilettica! Mi scopro a francesizzare delle parole spagnole e viceversa, tranne i casi in cui non mi vengono le parole nè in spagnolo nè in francese e allora riemerge il russo. roba da schizofrenia istantanea!

Doccia bollente, sistemo il letto e scopro che una delle coperte puzza di cane. Non l’odore della biancheria asciugata male, ma proprio di cane, come se fosse stata usata per una cuccia. La cambio, poi scendo a cenare con i motociclisti appena conosciuti in una saletta ristorante satura di fumo e assordante delle urla dei commensali, quasi tutti tunisini.
Sono veneti e stanno andando verso sud, ma il problema al cambio del loro amico complica un po’ i piani. Domani proveranno a proseguire, poi decideranno cosa fare. Chiacchieriamo di viaggi per tutta la serata e mi offrono anche la cena, mitici!

Ci disintossichiamo dal fumo e dal frastuono parlando ancora un po’ nel freddo del marciapiede. Si fermano anche tre ragazzi tunisini che attaccano bottone. Parlano un po’ di italiano perché lavorano a Trento, Milano e Torino. Uno di loro sembra avere molta fretta e cerca di trascinare gli altri due. Dopo due o tre strattoni, ne convince uno. Resta l’ultimo a parlare ancora un po’ con noi. Tornano di nuovo gli altri due a cercare di trascinare via il terzo.

“Dai su, vai che gli amici tuoi hanno fretta!”, gli dico ridendo.

“Ma dove andate che avete tutta ‘sta fretta??”, chiedo curioso.

Risponde il secondo: “A troie!!” e scoppia a ridere.

“Aaaaahh, ecco perché!” e iniziamo tutti a ridere.

Salutiamo i tre ragazzi tunisini e anche noi ci diamo la buonanotte, per oggi abbiamo fatto il pieno di emozioni e ricordi!

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