Relax sulle rive del Mekong

Mi sveglio alle 4 coperto di sudore per il mio solito errore di voler spegnere l’aria condizionata. 

Peccato perché proprio oggi ho la sveglia alle 5 per andare a vedere il rituale delle offerte ai monaci, quindi sarò ancora più distrutto del previsto.

Arrivo nella strada dove dovrebbero sfilare i monaci che sono ancora solo.

O meglio, solo con la “fabbrica delle offerte”, ossia una serie di persone che ha allestito degli sgabellini su dei tappeti da preghiera,  dove gli offerenti si siedono con davanti dei cestini composti in maniera diversa a seconda di quanto si vuole spendere.

Il kit più ricco include un cestino pieno di confezioni monodose di biscotti e crackers e un contenitore di bambù pieno di riso (lo sticky rice, come lo chiamano, riso colloso, per via di come i chicchi rimangono attaccati tra loro, tanto che é possibile mangiarlo staccandolo a pezzetti, come si fa con la mollica del pane).

Una signora mi aggancia offrendomi il kit “intermedio” a 30mila kip. 
“10mila?”, ribatto senza troppa convinzione. 
“20mila”, chiude lei.
Ma comunque non ho intenzione di restare su uno sgabellino tutto il tempo, per cui la saluto e vado verso il tempio più vicino. 

Dopo qualche minuto iniziano ad arrivare decine di persone, chi sui furgoni, chi coi tuk-tuk, chi a piedi.
Mi ritrovo a fare un pensiero blasfemo: ho ‎una fame bestia e le offerte per i monaci le mangerei in un boccone!

Ormai é l’alba: si spengono i lampioni, iniziano a risuonare i tamburi e lunghe file di monaci scalzi sfilano per la strada, fermandosi davanti a ciascun offerente l’istante necessario affinché questo possa infilare la sua offerta nella sporta appena aperta che il monaco gli porge.

Ciascun monaco per le decine e decine di offerenti. Ciascun offerente per le decine e decine di monaci.
Finisce tutto abbastanza rapidamente, 10/15 minuti.

Mi soffermo a pensare ancora un po’ sul rituale che ho appena visto, a metà tra la ragione e il sonno. Poi mi incammino verso la guesthouse per dormire ancora un paio d’ore, prima di dover cambiare posto per la notte, visto che mi hanno buttato fuori.
Mentre torno, incrocio una stradina secondaria dove, con mio grande stupore, vedo i monaci tornare. E stavolta, a fare le offerte, ci sono le persone del luogo.

L’emozione adesso é molto più forte, la cerimonia più autentica. Si vedono donne anziane, ma anche più giovani, fare l’offerta con più trasporto, vivono il momento più intensamente. 

E questo, mi viene da pensare, tutte le mattine. Come chi fa meditazione ogni giorno, loro iniziano la loro giornata con 30/40 minuti di rituale dedicato ai monaci della loro religione, offrendo un piccolo canestro di riso.

Ci sono anche dei cestini molto più grandi, dove i monaci lasciano parte del riso che hanno ricevuto. Forse é per i bisognosi.

Alle 6:30 é davvero finita, i  monaci sono tutti rientrati nei rispettivi templi.

Dormo ancora un paio d’ore, poi lo strazio del cambio albergo.

Riprendo le cose che avevo lasciato da lavare: alcune sono ancora bagnate, altre puzzano perché sono state lavate, ma asciugate male, altre ancora puzzano perché non sono mai state lavate. Pessimi.

Esco lasciandogli i bagagli. Così leggero, voglio cercare da dormire e una lavanderia. Oltre a vedere le ultime cose in città e godermi  l’ultima giornata.

Incredibilmente risolvo tutto in 5 minuti d’orologio. La guesthouse a fianco ha posto a 20 dollari a notte, con stanza più grande e colazione (!) e a fianco ancora c’è una lavanderia.

Mi affretto per andare alla biglietteria del museo nazionale. Chiude alle 11 e le visite alle 11:30, ma almeno vorrei togliermi di mezzo il fastidio di fare il biglietto.

Arrivo alle 10:50, ma la biglietteria é già chiusa.
Mi innervosisco, c’è il classico militare comunista arrogante che ho visto mille volte nei vari paesi dell’ex Unione Sovietica che a malapena mi rivolge lo sguardo dicendo “Close”, mentre gli faccio segno che é ancora presto.

Vorrei insistere, come facevo ai tempi dei viaggi in Russia, in cui li prendevo letteralmente a male parole, ma poi mi trattengo. Non cambierebbe né lui, né la situazione. E probabilmente cambierebbe la mia giornata. In peggio. 

Mi chiedo come sia possibile aprire un museo nazionale in un città patrimonio Unesco con valanghe di turisti, ma poi penso alle varie situazioni assurde che ho vissuto durante il  mio recente giro in Campania, con musei chiusi o aperti mezza giornata o solo in alcuni giorni della settimana, con le chiavi affidate a privati.

Ne approfitto per fare il punto della situazione seduto sulle belle panchine vista tempio alla base della collina sacra.

Cerco di pianificare i prossimi giorni, sempre sperando che le strade e il tempo siano decenti.
Decido di andare a vedere qualche altro tempio che ancora non ho visitato.

Noto che i monaci stanno riparando in alcuni casi, costruendo ex novo in altri, delle decorazioni a forma di drago e altri animali, poi delle lanterne, delle stelle e così via.

Sicuramente si tratta della festa di cui ho letto sulle guide, che cambia di giorno ogni anno, ma cade comunque a ottobre.

Purtroppo però, a chiunque chiedo, non riesco ad avere risposta, perché non parla inglese.

Pranzo con una montagna di frutta, sempre con la guida sottomano per sbrogliare la matassa dei prossimi giorni.


Altro giro, altri templi, altri pezzi di città che mi cattura sempre più con la sua atmosfera rilassata e magica di mille elementi: i due fiumi che la abbracciano, la vegetazione tropicale che la abbellisce e la profuma, le eleganti abitazioni, il misticismo dei monaci, la tranquillità dei templi, la varietà e bontà del cibo, i sorrisi della gente, la magia delle tradizioni.


In un tempio, trovo una ragazza inglese che tiene una lezione di lingua a 5 giovani monaci. Ne approfitto per chiedere informazioni sulla festività che stanno preparando. Purtroppo ci sarà tra due settimane, che peccato!

Si è fatto tardi e vorrei prendere un tuk-tuk per tornare al museo nazionale, ma anche con i guidatori, che teoricamente tre parole di inglese dovrebbero conoscerlo, é impossibile.

Ripeto dieci volte “National museum”, indicando il nome in lao scritto sulla guida e provando a pronunciarlo io, nel caso non sapessero leggere i caratteri latini, ma niente.

Al decimo tentativo, dice “Aah ok!” e parte.
Prende la direzione giusta, poi quando é quasi arrivato, si ferma e chiede a un passante, che chiede di nuovo a me “dove vuoi andare?”
“National museum” e ripeto anche il nome lao. Il tizio dice qualcosa al guidatore che esclama “Aaaahh !!” e riparte, depositandomi finalmente davanti al museo.

Tutto questo in una città dove, che io sappia, c’è un solo museo, questo.

Poco prima dell’ingresso, sento una guida del posto spiegare in francese la storia del museo a un gruppo di turisti.

Incredibile quanto mi manchi sentire parlare francese. Mi fermo ad ascoltarlo per puro piacere … e accidentalmente vengo a sapere che anche in Laos gli elefanti sono praticamente estinti e che sono rimasti in pochi esemplari solo in una zona molto remota del paese.

Il museo nazionale non è altro che la ex residenza del re, destituito quando i comunisti hanno preso il potere negli anni ’70. 

La sala del trono é riccamente decorata in mosaici come una delle pagode del tempio Xieng Thong.


Le altre stanze sono lussuose, ma nemmeno troppo. Ovviamente, rapportato alla condizione di povertà del Laos, sono sontuose di lusso sfrenato.
Anche qui vige il divieto di foto e ci sono molti guardiani a vigilare, ma essendo molto vasto, riesco a sfuggire ogni tanto e scattare di nascosto.

Il colmo é raggiunto quando trovo il divieto di fotografare anche nel piccolo museo delle auto storiche della  casa reale !

Dopo il museo, prendo un altro tuk-tuk per andare alla Croce Rossa. Pare sia famosa per i massaggi!

E in effetti la signora mi distende con decisione ogni singola fibra muscolare, favoloso! É madre di due bambini pestiferi che non fanno altro che entrare e uscire tra le varie tende che separano i materassi dove si stendono le persone. 
A una certo punto, ci mettiamo a parlare:

‎”Sei in viaggio?”

“Sì.”

“Da solo?”

“Sì.”

“Buona fortuna. Quanti giorni ti sei fermato a Luang Prabang?”

“Tre.”

“Domani parti?”

“Sì.”

“Per dove?”

“Ancora non lo so, sto viaggiando in moto.”

“Buona fortuna per il tuo viaggio.”

“Grazie, ne ho bisogno!”

Stavolta per tornare voglio vedere il crepuscolo sull’altro fiume, il Khan. Mi soffermo a guardare in lontananza dei bambini che giocano su un tronco caduto in acqua. Si arrampicano per tuffarsi, si siedono sopra per ridere e scherzare. Una bella immagine di serenità. 

Ci sono lunghe file di auto con targa cinese. Probabilmente una di queste carovane é quella che ha affittato tutte le nove stanze della pensione dove stavo.

Prima di arrivare, incrocio una coppia di sposi sul lungofiume del Mekong. Sono abbigliati alla occidentale. Sarei curioso di vedere, invece, un rito tradizionale di qui.

A proposito, vado a prendere le mie cose per spostare nella nuova guesthouse, sognando di bere, appena finito,  un cocco godendomi l’ultimo tramonto a Luang Prabang. 

Porto i centomila sacchetti e borse, il casco e tutto il resto sul marciapiede, prendo la moto dal retro della guesthouse e… non parte !

Batteria completamente a terra! E in quell’istante inizia anche a piovere a dirotto ! 

In pochi secondi i miei sogni di relax e bellezza svaniscono.

Inizio ad accanirmi sulla pedivella, alla fine parte. Ma la pedivella, con la frequenza con cui si spegne moto, non é praticabile. Perderei ore e litri di sudore!
Con la moto accesa, porto tutto nella nuova guesthouse e mi tuffo sotto la doccia.

Prima di andare a cena però, voglio sapere ‎se la batteria si ricarica. Così domani mattina saprò già se devo cercare un meccanico oppure se posso partire.  Siccome ha smesso di piovere, voglio fare un giro per vedere controllare.

Corro in camicia e pantaloni di lino, sandali, senza casco e ovviamente a luci spente lungo il Mekong. Un fulgido esempio di motociclista maniaco della sicurezza.  

A un incrocio la moto si spegne con il classico “CIUFF!” dei monocilindrici. Ho fatto troppa poca strada, forse tre km. Con un brivido premo il pulsante dell’avviamento elettrico e… con molta poca forza, ma riesce a partire!
Quindi la batteria si carica, perfetto! Era quello che volevo sapere.

Ne approfitto per andare a cena e tornare in albergo abbastanza presto.

E domani… non ho ancora deciso la meta finale, ma vorrei prima visitare un villaggio qui vicino dove lavorano la seta e poi delle grotte sacre. 

Dal fiume alle cascate

Mi sveglio sentendo il rumore delle auto sull’acqua. 
Apro la finestra e ho la triste conferma : non é per via della pioggia di stanotte, ma… sta piovendo – adesso – a dirotto!
Aveva ragione il tipo di ieri del giro in barca, che oggi avrebbe piovuto. Che sia la sua vendetta per averlo abbandonato ieri?

Questo Nord meno piovoso mi convince poco… devo decidere cosa fare per i prossimi giorni, dove andare.
Comunque, ho in programma la visita al museo nazionale, quale giornata migliore. ‎
Quando esco, piovviggina. Faccio colazione in uno dei mille ristorantini lungo il Mekong.  

Distendo sul tavolo le cartine, apro le guide e  comincio a guardare dove potrei passare.


Le strade del Laos non offrono molte possibilità. O sono cattive o sono pessime.
‎ Nei giorni scorsi ha piovuto, probabilmente piove da giorni o settimane, le piste sono senz’altro uno scivoloso incubo di fango.

Inizio a propendere di cassare tutta la parte più a est, difficilmente raggiungibile se non su piste.

Forse vado ancora un po’ a nord verso la Cina, poi piego a est verso il Vietnam e poi scendo.


Anche se piove, se la strada ha un po’ d’asfalto, si riesce a fare senza troppi problemi. Di sicuro devo calcolare bene i tempi e prevedere medie di 40 km/h, non di più.
Vado al museo nazionale, ma lo trovo chiuso. Ha degli orari assurdi, peggiori di quelli belgi! Dalle 8:30 alle 11:30 e dalle 13:30 alle 16:30. Carpe diem!

Anche il teatro nazionale che dovrebbe dare gli spettacoli ogni due giorni, non si sa perché in questi giorni é chiuso.
Decido di arrampicarmi sulla collina sacra che si erge proprio di fronte al museo nazionale.

All’inizio della ripida scalinata, vedo una freccia che indica verso destra. Senza capire cosa indica, la seguo e mi trovo di fronte al più bel tempio visto fino a oggi. 



Decrepito, intarsiato con misura, senza sfarzi eccessivi e con l’interno magnificamente affrescato.


Su un tavolo ci sono, lasciati a sé stessi, degli acquarelli su carta artigianale, con il prezzo e una casetta dove depositare i soldi. 

La salita sulla collina sacra é dura: ripida, lunga, soffocata dal caldo umido. Quando arrivo in cima, mi asciugo il sudore dal collo e dal viso scuotendo poi le mani, come quando si toglie con le mani dell’acqua versata sulla tavola.

In cima alla collina c’è una vista molto ampia sulla città e sui due fiumi che si uniscono a nord della penisola dove sorge il centro storico.


Naturalmente c’é anche un tempio.


Quello che mi stupisce, rispetto al rigore dei luoghi di culto cristiani, musulmani e penso anche ebraici, é l’atmosfera rilassata che regna: le persone, se non meditano o pregano, parlano tra loro, se capita ridono… come una casa, praticamente. 

A fianco della parte principale dove sono disposti tutti i Buddha del tempio, si trova un altarino con  una serie di cassetti numerati con dei biglietti all’interno. 

Funziona così : il fedele prega, esprimendo un desiderio o un dubbio, poi agita un recipiente con dentro dei bastoncini numerati e dopo qualche secondo ne pesca uno e legge il biglietto corrispondente al numero.


Purtroppo non ho modo di sapere cosa c’è scritto sui biglietti, ma immagino una qualche ispirazione per il fedele, per capire cosa fare o attendersi.
Dopo aver letto il biglietto, il fedele ringrazia pregando e lascia un’offerta.
Scendo dalla collina e passaggio per il viale centrale, tappezzato di botteghe di souvenir, in genere di buona qualità. 


Entro in un paio di negozi, finché non mi fermo nel negozio di un tipo che si lamenta del fatto che non ci sono turisti : 
“Solo cinesi ! Ma quelli non comprano niente ! ”
Forse niente di quello che ha lui e poi ci sono tanti altri turisti. Comunque, per incoraggiarlo, gli compro una cosina.

Raggiungo la fine del tratto pedonale con tutti i negozi di artigianato e i ristoranti, quando vedo dei furgoncini con scritto “Servizio cascate Kuang Si”.

Ho voglia di andarci, ma non ho voglia di guidare. Un servizio così é l’ideale.
Contrattiamo sul prezzo, che parte da 250.000 kip. Una follia. Riesco a scendere a 180, ma é sempre troppo. Vorrei pagare 120 o poco più.
“Tra 20 minuti vengono tre persone. Con loro, tutti insieme, ti faccio 100”.
“Ok!”, e vado a mangiare. 
Quando torno, dei tre non c’è traccia e il tipo ricomincia:
“Dai andiamo ! ”
Riesco a tirare fino a 150mila. 

​Usciamo dalla città dopo aver fiancheggiato il fiume per un lungo tratto.
La strada é abbastanza rovinata, ma niente di drammatico. Dopo aver visto la nazionale un paio di giorni fa, continuo a interrogarmi sullo stato delle altre strade.
Arriviamo alle cascate, il tipo mi aspetta nel parcheggio mentre mi arrampico nel bosco vedendo in sequenza delle cascate via via più grandi, fino al grande salto iniziale, quella più spettacolare. 




É molto più abbondante del solito per via delle piogge. Si capisce dal fatto che molte zone dell’area di visita sono allagate: tavolini e sedie nell’acqua, passerelle e ponticelli sommersi, acqua ovunque, anche nel sottobosco.

All’inizio della salita verso la cascata c’è un’area dove tengono (i cartelli dicono, proteggono) degli orsi. Sono diversi da quelli che avevo visto nello zoo.



Lungo la strada del ritorno ci fermiamo per qualche minuto nell’elephant camp, un’area di protezione dell’elefante. Almeno si propongono così, non capisco quanto invece non li sfruttino a scopo turistico.
Quello che mi stupisce é che, vedendoli nel loro ambiente naturale, in un’area aperta molto vasta, non sembrano nemmeno tanto grandi.

​(ci sono, ci sono… vicino agli alberi. Ma sembrano minuscoli!)


Mentre torniamo, vedo di nuovo, stavolta dentro l’abitacolo del furgone, dei sorpassi completamente pazzi. Siccome andiamo lentamente, due o tre auto ci superano in piena curva senza alcuna visibilità su chi sta arrivando. 
In una curva, arriva un motorino che schiva l’auto per un soffio. 
“Cinesi”, dice la mia guida scuotendo la testa. 
“Ah sì ? “, chiedo incuriosito. 
“Sì, sono loro che guidano così male”
In effetti, quello che ho visto in questi primi giorni é che apparentemente non ci sono vie di mezzo: la stragrande maggioranza, guida lentamente e molto prudentemente, sembra di stare in Belgio per quanto vanno piano.

E poi ci sono le schegge impazzite, nemmeno tanto in termini di velocità, quanto di manovre omicide.
Mi lascia all’inizio della via pedonale, dal lato opposto rispetto a dove mi ha preso tre ore fa. 

Si sta riempiendo di venditori di souvenir, un paradiso per i turisti. 


Compro un paio di acquerelli su carta artigianale e, quando do le banconote alla ragazza, questa le sbatte su tutti gli oggetti in vendita. Un gesto scaramantico per attirare altri soldi.
Quando rientro in albergo pregustando un po’ di riposo, ho una brutta sorpresa. Incontrando il ragazzo della reception, gli confermo che voglio fermarmi una notte in più. 
“Eh ma purtroppo non c’è posto. Abbiamo ricevuto una prenotazione da domani per tutte e nove le stanze”.
Provo a capire e insistere, ma non c’è verso: tutto pieno.
Quindi adesso, invece di riposarmi, devo iniziare a rifare i bagagli e domani devo trovare una guesthouse per una sola notte. Non ne ho molta voglia…
Domani decido, intanto punto la sveglia alle 5 perché voglio vedere la questua dei monaci.

La magia del Mekong

Mi sveglio all’improvviso. Sento dei rumori in lontananza. É ancora notte profonda, si capisce dal buio assoluto nel quale sono immerso.Poi realizzo, sono tuoni. Sempre più frequenti, sempre più forti.

In breve il mondo attorno a me viene squassato da una tempesta di fulmini e tuoni, potenti come esplosioni. Evidentemente cadono molto vicino.

Guardo l’ora. Le 5:45. Troppo presto per svegliarmi, troppo sveglio per riaddormentarmi.

Mi viene da ridere pensando che avevo deciso di iniziare dal nord, perché a sud pioveva… e invece da quando mi sono mosso verso nord, sto prendendo acqua. 

Finalmente mi riaddormento cullato da una piove scrosciante che non accenna a diminuire. 

Quando mi risveglio più tardi, però, é tutto finito ed è tornato il sole. 

Scendo tardi, oggi come colazione solo un cocco a bordo fiume. Sotto di me, un barcone ormeggiato da cui viene una musica ad alto volume. Cantano.

Ne approfitto per dare un’occhiata alla guida e capire cosa c’è da vedere. 

Alla fine vado verso la fine della penisola su cui sorge il centro storico di Luang Prabang, vicino al punto in cui il fiume Nom Khan finisce nel Mekong. 

Lì sorge uno dei templi più conosciuti della città, il Xien Thong. 


Mi aggiro tra la miriade di templi e tempietti, con decorazioni le più diverse: mosaici di pietre riflettenti, affreschi, incisioni. 


All’interno le immancabili statue del Buddha nelle posizioni più diverse, con sotto cataste di offerte e donazioni.


In uno di questi si trova un grande gong. Un gruppo di giapponesi lo osserva da vicino, poi mentre stanno per andare via, il custode si avvicina e, semplicemente accarezzando la parte rigonfia centrale, provoca un suono e una vibrazione sempre più forti, quasi assordante.  
Siamo tutti stupefatti. 

I giapponesi si mettono in fila per provare, io con loro. A turno provano ad accarezzare il gong, ma nessuno riesce a tirare fuori il minimo suono.

Arriva il mio turno. Non so bene come, dopo qualche secondo la vibrazione ed il suono partono e si amplificano. I giapponesi lanciano gridolini di stupore e ammirazione, come se avessi fatto chissà cosa.

Uscendo vengo fermato da un tipo che mi propone un giro in barca sul Mekong. 

“Mah non so, quanto costa ? “, chiedo poco convinto della cosa. 

“150.000 kip”, risponde, pari quasi a 20 euro, una follia visti i prezzi di qui.

“Ma no, troppo ! “, esclamo ricominciando a leggere la guida. 

“Oggi é un giorno buono per vedere il tramonto, domani piove ! ”

“D’accordo, ma é sempre troppo ! ”

“120.000 allora… con birra Lao inclusa nel prezzo ! “, rilancia. 

Contratto ancora un po’ e arriviamo a 100.000.

“Allora ci vediamo più tardi, alle 17 qui”, mi dice. 

“Ok! A più tardi ! “, ci stringiamo la mano e proseguo la passeggiata.

Passeggio per il centro storico, é meraviglioso. Una delle città più belle dove sia mai stato, per la bellezza delle abitazioni, la magia dei templi, la suggestione del luogo, sulle rive del Mekong, così evocativo.

Entro in alcune botteghe artigiane, dove producono in una oggetti con carta di riso fatta a mano, nell’altra vestiti, arredi per la casa, zaini e altro riutilizzando delle tele tradizionali delle minoranze del nord del paese. In quest’ultimo, purtroppo, i prezzi sono più che europei: un “runner” da tavola 85 dollari, un copricuscino 30, uno zaino 60 e così via. 

Passo da un tempio all’altro, sono tutti simili, ma tutti diversi e la bellezza delle case, dei templi, l’aria profumata per gli onnipresenti frangipani, la natura tropicale donano all’insieme un’atmosfera da favola.

In quello che si definisce un centro di meditazione, vedo un monaco che parla affabilmente con una ragazza dall’accento americano. Lei é carina e mi sembra lo guardi con interesse… non proprio spirituale. Il monaco parla in un inglese piuttosto buono.


Entro nell’ennesimo tempio, mi trovo davanti a una scena quasi macabra. Una statua di cera di un monaco sotto una teca trasparente con delle anziane che lo pregano inginocchiandosi fronte a terra. 


Subito a fianco, invece, il non plus ultra del prosaico, l’ennesima selfie maniaca che si riprende in tutte le pose possibili di fronte alla schiera di Buddha e offerte.


Poco lontano, in uno degli edifici inclusi nei templi, dove ci sono sempre diverse strutture (la pagoda sacra, chiamata sim, che ospita la statua principale del Buddha, poi altre pagode, poi uno o più reliquiari chiamato stupa, le case dei monaci, librerie, scuole… sono delle piccole comunità nella comunità) , scoppio a ridere vedendo una lavagna da scuola con delle frasi in inglese tradotte in Lao:
“Non sono abbastanza per te”, “ho intenzioni serie con te”, “non vedo nessun altro”.




Forse queste conversazioni non sono solo platoniche. E d’altronde il celibato degli officianti é una caratteristica solo di alcuni riti della religione cristiana, nemmeno di tutti.
In un’altra pagoda, a conferma del movimento che c’è, trovo un altro monaco che parla con un’altra ragazza. Lei le chiede cosa mangia, quali verdure. Esco subito perché il tempio é molto raccolto e da come si parlano e guardano, mi sento di troppo. 

Sento una serie di piccole campane che suonano, poi dei colpi di gong regolari che provengono da un tempio vicino. Sono le 16, probabilmente un rito di fine giornata. 

Vado e trovo dei giovani monaci che suonano il grande tamburo sospeso che si trova sempre in una piccola torre in tutti i templi, a fianco un altro monaco che suona due gong e un terzo che suona dei piatti.



Il risultato é un ritmo coinvolgente, una musica “ambient” che si potrebbe tranquillamente ballare in un club europeo!
Girando trovo un istituto francese, finanziato dalla Repubblica francese. Il primo segno tangibile di quello che fu il paese colonizzatore del Laos tra l’800 e il ‘900.

Tengono corsi di lingua e cultura francese. Sono le 16 passare da poco e una ventina di ragazzi sui 10/12 anni stanno ancora facendo lezione.

Inizio a tornare verso il tempio di stamattina per il giro in barca sul Mekong, ormai ho dato la parola.

Raggiungo il fiume per tornare guardando questo imponente nastro scuro, limaccioso che si snoda per migliaia di km.

Vengo fermato da un tipo:

“Giro in barca?”

“Sì, ma ho dato la parola con un altro vicino al tempio Xieng Thong!”

“Ok, ma puoi farlo con me”, ribatte.

“Ma no, ho preso l’impegno… quanto chiedi?”

Parte subito da 100.000 con birra, sa che deve giocare il tutto per tutto. 

“Ah, come l’altro! Dai, devo andare, altrimenti arrivo tardi ”

“Ok, 80mila, sempre con birra ”

“Ho dato la parola, sarebbe scorretto ! ”

“Saresti il primo della giornata, ho quella grande barca là “, e mi indica una delle tipiche imbarcazioni che si vedono qui, strette e lunghissime. 

Proseguiamo ancora un po’, poi me ne vado, tra mezz’ora ho l’appuntamento e vorrei passeggiare ancora un po’. 

Entro ancora in altri templi, sono numerosi quasi quanto le chiese a Roma !





Alla fine mi avvio deciso verso il luogo dell’appuntamento, sono in ritardo e il sole scende velocemente, il tramonto é vicino. 
Il tipo di prima mi affianca in scooter, mi ha seguito!

“Allora, vieni ?!”

É tardi, sono lontano da dove devo arrivare, mi sento scorretto, ma mi dico che forse se ne farà una ragione e rispondo ok.

Il tipo é molto contento, mi fa salire sullo scooter e arriviamo al punto del lungofiume dove ha la barca.

Mi chiede la cifra pattuita, 80mila kip e va a comprare la birra, una bottiglia grande per me e una per lui. Mi ringrazia e ripete che sono il primo e l’unico della giornata. 

Scendiamo sulla ripida e fangosa riva del Mekong. É occupata interamente da piccoli orti ben tenuti. 


Inizia il giro, sono felice di aver accettato perché la vista dal fiume é molto bella, tutta un’altra prospettiva. Mi accorgo che in alcune di queste barche ci vivono intere famiglie.
Risaliamo per un lungo tratto, poi scendiamo a motore spento, nel silenzio del grande, maestoso fiume.

Il sole scende, il magico momento del tramonto si avvicina. Ci sono altre barche con dei turisti a vedere il tramonto, comunque poche, saremo tre, massimo quattro. 

Il sole scende alle spalle di alcune colline sull’altra riva del fiume, riflettendosi sulle acque e sulle nuvole. L’atmosfera é magica.


Mi fa scendere su una piccola piattaforma in plastica, poco più a valle di dove abbiamo iniziato il giro. 
Mi fermo a guardare ancora un po’ lo spettacolo di luce e riflessi, facendomi prendere dalla suggestione del momento.


Arriva un’altra barca che da scendere due turiste giapponesi. Il tipo che guida la barca ha una faccia conosciuta, ma non riesco a ricordare dove l’ho visto.
“Hai fatto il giro ? ”

“Sì, bellissimo, appena finito!”, rispondo pensando che volesse propormi un giro a sua volta.

“Perché non sei venuto da me? Con chi l’hai fatto ? “, mi chiede con il viso teso, irritato.

Il tipo di stamattina !!

“Era tardi, ero molto lontano dal tempio, scusa…”, cerco di giustificarmi.

“Avevi detto che l’avresti fatto con me… quanto hai pagato?”

“80mila…”

“Ah ecco, ho capito, questione di soldi  “, esclama chiudendo la conversazione senza darmi possibilità di replica. Si  allontana sul fiume, accelerando il motore della grande barca.

Rimango a godere degli ultimi bagliori, cullato dal canto dei grilli, osservo le ultime pennellate di colore sulle nuvole e sull’acqua che scorre veloce. Magico.

É in momenti così intensi ed emozionanti che mi capita di ringraziare Dio o chi per lui, per tutto questo, per tutta la bellezza che riesco a vivere.

Ormai é completamente buio, ‎uso la luce del telefono per tornare nel mondo reale.

Torno in albergo per una doccia veloce, ma… crollo addormentato ! 

Mi riprendo che é già tardi, le 20 passate. Esco di nuovo per mangiare qualcosa, i templi sono illuminati. Vedo dei monaci ridere guardando un video su uno smartphone. 

‎Mangio una cosa veloce e mi lancio in una lunga passeggiata notturna. L’aria é calda, accogliente. 

Forse mi fermerò un giorno in più.