Sulla nave per Belem, con apprensione (giorno 1)

Mi sveglio presto per finire i bagagli. Trovo Joel che fa colazione, siamo nello stesso albergo, ma prima della gita nella giungla non ci eravamo mai incontrati.

Tom telefona per confermare l’appuntamento. Meno male!

Finite le ultime cose, saluto Joel e gli auguro tutto il meglio per il suo viaggio a New York e il suo rientro “per sempre fino al prossimo viaggio” in Francia.

Mi faccio accompagnare da Tom al bancomat per prelevare un po’ di soldi, poi torno nella pensione, dov’è parcheggiata la moto. Foto di rito con Tom, poi provo ad accendere la Pollita.

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E’ rimasta ferma qualche giorno, fatica molto a partire, anche con l’aria tirata. E quando parte, si spegne quasi subito.
Mi chiedo se sia dovuto al lavaggio che ha fatto il ragazzo dell’albergo, che magari ha mandato l’acqua da qualche parte, oppure c’è qualche altro motivo. Di sicuro quando sono arrivato a Manaus era ok!

Seguo Tom che cammina verso il porto. La moto continua a non avere potenza e non appena provo ad accelerare, si spegne. Questo anche dopo dieci minuti di guida nel caldo tropicale di Manaus.

Non voglio preoccuparmi, ci penserò quando arriverò a Belem.

Arriviamo al porto e di nuovo provano ad abbordarmi un po’ di persone per vendermi il biglietto per il traghetto. Ci pensa Tom ad allontanarli a dovere.
Continuo a seguirlo, mi porta ad uno dei mille chioschetti sul lungofiume che vendono biglietti. Un po’ come avevo fatto io il primo giorno. Sicuramente si sono messi d’accordo, una parte per Tom e il resto al venditore.

“Da adesso devi seguire lui, capito?”, mi dice Tom indicando il grasso uomo seduto dietro al banchetto, “io vado, ci pensa lui a dirti quando salire e cosa devi fare, ciao e in bocca al lupo!”

“Ciao Tom, grazie di tutto!”, lo saluto pensando che alla fine è un bravo ragazzo, giusto un po’ furbetto.

Nell’attesa che la mia nuova guida mi dica cosa fare, conosco due attempati signori australiani, che vogliono provare l’ebbrezza della navigazione sul Rio delle Amazzoni.
Finalmente il tipo mi dice che posso entrare nel porto.

Il primo controllo mi chiede se ho tutti i documenti e mi fa passare in un attimo.
Il secondo controllo mi chiede tutti i documenti della moto e i miei. Controlla il libretto, vede il nome di Nicola, poi apre il passaporto e vede il mio. Inizia a confabulare con un collega scuotendo la testa.

Non posso crederci, fino a oggi nessuno ha detto nulla e adesso, nel porto di Manaus, nella tratta più facile del viaggio fino a Belem, fanno problemi?!

“Qui il nome è diverso, di chi è questa moto?”

Gli spiego tutta la storia, ma non so quanto capisce visto che non parla spagnolo.

“E’ un parente?”

“No, un amico”

Scuote la testa, “non hai un documento che dice che puoi guidare questa moto?”

Gli dò il documento fatto dal notaio a Concepcion ormai due mesi fa, mentre mi dico che non può essere vero!!

“Sì ma non è autenticato, non è valido!”, esclama con una faccia quasi schifata.

A stento mantengo una parvenza di calma, continuo a non credere a quello che sta avvenendo.

“E’ autentico, ci sto viaggiando da due mesi in tutto il Sud America, sono arrivato fin qui, mi hanno fatto entrare dal Venezuela, guarda il timbro sul passaporto!”

Sembra pensarci, ma soprattutto lo convincono le decine di macchine ferme che attendono di entrare nel porto, che iniziano a suonare.

Davvero non riesco a crederci, è proprio vero che quando meno te l’aspetti, accadono le cose.

Dopo lunghi secondi il tipo, nemmeno capisco se è un militare, un doganiere o chissà cos’altro, borbotta qualcosa e compila un foglietto per farmi entrare nell’area portuale.

Afferro il foglietto ed entro, con la moto che si spegne tre volte per percorrere i pochi metri fino alla nave.

Tre tipi, appena mi vedono arrivare, letteralmente mi corrono dietro. Si offrono per caricare la moto sulla nave che non è attrezzata a trasportare veicoli. Tutto deve essere caricato a mano attraverso la piccola apertura parecchio più in basso del piano stradale.

La Pollita per fortuna è snella, in pochi secondi è a bordo.

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“Cinquanta reais”, mi chiede il portavoce dei tre.

“Ve ne dò trenta e fateveli bastare!”, gli rispondo in italiano che, forse aiutati dalla mia faccia alterata, sembrano capire bene.

Ho appena finito di caricare la moto che arriva un ragazzo. Penso che sia della nave, anche se non ha uniforme.

“Hai il biglietto per la moto?”

“Certo, eccolo!” e gli passo il foglietto.

Lo guarda, lo gira, lo rigira, ma sembra non andare bene:

“Quanto hai pagato per portare la moto?”

“Non lo so, ho comprato tutto insieme, cabina e moto, ma che differenza fa?? C’è scritto moto, quindi ho pagato per portarla!” Non voglio dirgli quanto ho pagato, magari mi chiede una differenza.

Non l’ho convinto o forse non ha capito quello che gli ho detto in spagnolo e insiste:

“Quanto hai pagato per la moto??”

Gli ripeto il concetto e lui ancora mi fa la stessa domanda. Inizio a innervosirmi perché mi sto accorgendo che in Brasile cercano di fregarti sempre e comunque e anche lui si sta innervosendo, forse perchè vede che faccio resistenza o perchè davvero c’è qualcosa che non torna.

Arriva provvidenzialmente la mia nuova guida, che chiede al tipo cosa c’è che non va. Si spiegano in portoghese, purtroppo non capisco un accidenti di cosa si dicono, fatto sta che il tipo sparisce.
La mia guida invece, mi dice di aspettare dove mi trovo mentre va a cercare la cabina per me.

Resto a guardare mentre legano la moto, poi torna una decina di minuti torna con una chiave.

“Vai, è la numero 2, nel piano di mezzo”

Salgo e trovo una cabina microscopica, però ha il bagno e soprattutto l’aria condizionata. E per ora sono da solo, spero di restarci!

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Faccio la conoscenza di una coppia di francesi che vivono in Belgio, poi ritrovo gli australiani. La nave è piccola, penso che sarà facile conoscere i passeggeri.
Intanto le persone con l’amaca iniziano a stenderle in un intreccio multicolore incredibile, una attaccata all’altra coi bagagli ammucchiati dove capita.

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Si fanno le 12, ora di partenza a quanto mi avevano detto. Alle 13 vado in cabina per riposarmi, alle 14 faccio un giro, alle 15 vado a chiacchierare con i miei nuovi amici, alle 16 inizio a perdere le speranze che mai partiremo.
Gli unici ad agitarsi sono gli “occidentali”; i brasiliani sono tranquillissimi:parlano, bevono, dormono.
Alle 16:30 finalmente ci muoviamo. Ci stacchiamo dalla banchina ed esultiamo per l’inizio del viaggio.

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Dura poco. Vedo arrivare sulla banchina una macchina bianca, che inchioda proprio di fronte al posto della nave, lontana già una decina di metri. Fa dei gesti verso la nave, indica il passeggero e qualcos’altro.
La nave torna verso la banchina, ma non attracca nuovamente, piuttosto punta la nave che era ancorata dietro. Lentamente, ci si appoggia contro. Dal parapetto della prima nave, vedo che sale il passeggero dell’auto bianca, poi iniziano a passarsi dei sacchi pieni di non so cosa, ma sembrano abbastanza pesanti.

Ci stacchiamo di nuovo, forse stavolta ci siamo. Motori alla massima potenza, ma di nuovo per pochi secondi. Rallentiamo nuovamente, mentre vedo un motoscafo che si stacca dal molo e raggiunge la nostra nave.
Si accosta, sale un ragazzo con un grosso zaino.

Motori di nuovo al massimo, puntiamo il centro del fiume.

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Sfiliamo lungo la città e la sua periferia. Ci sono diversi pontili con le pompe di benzina, sono i benzinai del fiume.

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Il porto è enorme, deve portare una quantità notevole di merci, visto che tante aziende producono qui: Honda, Yamaha, e le altre marche di moto, auto e altro ancora. Questa è zona franca, pagano molte meno tasse, per le aziende è vantaggioso venire qui.

Navighiamo ormai da mezz’ora e la città inizia ad allontanarsi, quando la nave rallenta ancora. Un motoscafo ci raggiunge, salgono altre due persone!

Mi chiedo se, venendo direttamente al porto venerdì scorso, non avrei trovato qualcuno che mi portava fino alla nave!!

E’ quasi il tramonto quando raggiungiamo il punto in cui il Rio Negro si incontra col Rio Solimões. E’ incredibile vedere come le acque del Rio Negro lottino per entrare in quelle del Rio Solimões, restando separate molto a lungo.

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Dopo qualche centinaio di metri la fusione è completata: siamo nel Rio delle Amazzoni!

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Il tramonto è offuscato da molte nubi all’orizzonte, cena veloce e crollo a letto alle 21. I prossimi giorni si prevedono di riposo assoluto!

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Nella foresta, tra delfini e piantagioni

Mi sveglio nel cuore della notte, madido di sudore. Non si respira.

Dalla finestra spalancata vedo dei bagliori, mi affaccio. All’orizzonte, all’altezza di Manaus, c’è un enorme cumulo di nubi dentro le quali rilucono continuamente dei lampi. Il tutto, nel più completo silenzio, non un singolo tuono.

Ammiro lo spettacolo per qualche minuto, poi rientro nel forno.

Mi alzo alle 7 per una veloce colazione, poi usciamo per andare dai delfini. Scherzo con Joshua dicendo che i delfini rosa non esistono e sta inventando tutto, bombe comprese!

Prima di lasciare il lodge, Joshua ci chiede se preferiamo andare in un villaggio tradizionale per vedere le colture, lo stile di vita e tutto il resto, oppure in una piccola comunità indio, dove possiamo conoscere la vita dei discendenti dei primi abitanti della foresta. Esperienza, a suo dire, molto più interessante e unica.
La prima visita è quella inclusa nel pacchetto, per la seconda invece c’è un piccolo extra di 25 reais (8 euro scarsi), “che viene versato interamente agli indio per aiutarli”, precisa Joshua.
Richard, Joel ed io siamo per gli indio, le quattro francesi per il villaggio tradizionale. Le menerei.

Arriviamo alla piattaforma dei delfini che è ancora molto presto, svegliamo tutti. Lo stesso ragazzo di ieri si immerge nell’acqua e comincia ad agitare l’acqua con le mani ed a fare altri rumori.
Oggi però nel giro di pochi minuti l’acqua inizia ad incresparsi. Stanno arrivando!

Inizia a giocarci tenendo in mano, fuori dall’acqua, dei tranci di pesce, per farli saltare.
Ci immergiamo e nuotiamo intorno al ragazzo, cercando di toccare i delfini. Sono lisci e morbidi, per nulla spaventati dall’uomo. Uno in particolare è davvero docile, si lascia praticamente abbracciare!

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Ci dice Joshua che in questa parte di fiume ci sono una quindicina di delfini e quattro di questi sono docili come quello che stiamo accarezzando.

“Oggi ce n’è solo uno, ma di solito sono quattro. Qui portano anche dei bambini, per fare la terapia con i delfini, sono buonissimi!”

E’ emozionante vedere questi cetacei così grande nuotarci intorno, giocare tra le nostre gambe, farsi toccare senza la minima paura! Restiamo in acqua a lungo, mi sento come uno dei bambini che viene a fare la terapia!
Arriva una coppia di brasiliani di mezza età su un’altra barca e Joshua ci chiede di uscire perché siamo rimasti in acqua più del dovuto e ora tocca ai nuovi arrivati.

Risaliamo in barca per andare nel villaggio tradizionale. Che poi è il villaggio in cui vive Joshua e dove sta costruendo una casetta che dovrebbe essere finita per dicembre; andrà a viverci con la sua fidanzata. Ci sono anche una chiesa e una scuola.

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Ci mostra molte piante da frutto, ora senza frutti perché non è stagione, ci spiega da cosa e come si ricava la farina di manioca e ci illustra la semplice vita del villaggio, in completa comunione con la natura ed i suoi ritmi e cambiamenti.

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A proposito di cambiamenti, ci dice che fino al 2009 l’acqua non era mai arrivata così in alto. Prima del 2009, dove siamo appena passati con la barca, era sempre asciutto, tranne un piccolo torrente e il livello dell’acqua non cambiava di molto tra il periodo secco e quello delle piogge.
Dal 2009 in poi, invece, ogni anno l’acqua sale di molti metri, allagando tutto, per poi scendere di molti metri, facendo essiccare la terra.

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“Il cambiamento climatico è arrivato anche qui e ora le gente deve adattarsi a queste variazioni di livello! Infatti tutti stanno costruendo nuove case su palafitte, perché le vecchie vengono sommerse e distrutte!”

Anche il clima è globalizzato, nel senso che ovunque sta cambiando, portando sempre tragiche conseguenze.

Torniamo verso il lodge e Joshua ci chiede se vogliamo fare un bagno nel fiume aperto oppure tornare direttamente nel lodge. Joel ed io vorremmo fare un bagno, perché dal lodge è complicato scendere in acqua. Le quattro francesi vogliono tornare al lodge a far nulla. Le menerei sempre più.

Arrivati al lodge, faccio un bagno veloce sfilando tra le piante che crescono vicino la riva, poi pranziamo, tanto per cambiare con pesce fritto, riso in bianco e fagioli.
Arriva con una barca la persona che mi era venuto a prendere due giorni fa in albergo per venire qui, è con due signore sulla cinquantina.

Inizio a parlare con una, la saluto in spagnolo perché ancora non ho imparato nulla di portoghese (e nemmeno ho provato) e anche lei risponde in spagnolo. E’ di Lima! Sono così felice di parlare nuovamente in spagnolo, anche lei è contenta di poter parlare nella sua lingua. Lavora qui da molti anni, è venuta a seguito della sua famiglia quando in Perù c’era la crisi. E si è fermata anche se non ama il posto, è stufa. Però c’è lavoro e soprattutto è elastico, quando vuole fermarsi per uno o più mesi, può farlo senza problemi.

Parliamo del più e del meno sia al lodge che durante il tragitto per tornare a Manaus, prima in barca poi in macchina. Infatti torna anche lei con me e Joel. Saluto le simpatiche francesi, rimaste sole visto che Richard è ripartito in mattinata.

Il ritorno riserva una sorpresa. Il passaggio in auto è solo fino ad un molo:

“Salite su quella barca, tra 10 minuti parte e in 20 minuti arriva nel porto di Manaus. E’ molto più veloce dell’auto, il biglietto è già pagato e trovate Tom ad aspettarvi fuori dal porto.”

Nell’attesa che la barca, più un motoscafo in realtà, parta, osservo la vita in questa parte di città.

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Ci sono alcuni bambini che pescano e bighellonano vicino ai pescatori, altre persone sul molo. Una vita lenta, tranquilla.
Il bambino che pesca a fianco della nostra barca cattura un pesce! Condivide la gioia con un amichetto, fanno qualche tuffo dal molo, provano ancora un paio di volte a pescare, poi arriva un sorveglianti a cacciarli.

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Il motoscafo parte e ci porta fin nel cuore di Manaus, al porto galleggiante.
Entrando nel porto, vedo una barca abbastanza malconcia e piccola. Leggo il nome sulla prua: Nelio Correa, una delle barche che va a Belem.

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Fuori però non troviamo Tom, ma il fratello. Gli chiedo come torniamo in albergo, che è vicino ma non troppo. Io ho due piaghe sotto i piedi e Joel un bagaglio molto pesante. L’unica possibilità è in taxi.

Chiedo per tre volte al fratello di Tom di farsi dire quanto viene il tragitto fino all’albergo, ma non mi risponde, pensa solo a prendere il primo taxi libero. Evidentemente anche lui non vuole tornare a piedi.

Finalmente ne trova uno, saliamo mentre Joel dice che vuole farla a piedi. So che mi sto infilando in un problema, ma non mi va di tornare a piedi.

Arrivati di fronte alla pensione, il fratello di Tom scende e mi dice di pagare la corsa, 10 reais. Reagisco dicendo che non voglio pagare, che ho preso un tour di 3 giorni da 450 reais e vorrei essere riportato dove sono stato prelevato il primo giorno. Ne nasce una discussione, come immaginavo, che alla fine tronchiamo facendo a metà, 5 lui, 5 io.

Vedo Tom, allegro come sempre, che mi dice che ha trovato la cabina.

“Allora, 700 la cabina …”

“Mi avevi detto 600 … e ho trovato molti lungo il molo che mi offrivano la cabina a 600!”

“No 700 ti avevo detto!”, prova a ribattere.

Continuiamo così per un paio di volte, poi accetta 600.

“Quindi, 600 la cabina e 150 la moto, totale 750”

“Ok, ma devo prelevare, non ho tutti questi soldi”

Mi accompagna di nuovo il fratello che nel frattempo si è calmato; prelevo e pago Tom che mi dà il biglietto, leggo il nome della nave: Nelio Correa! Mi metto d’accordo con Tom per andare domani mattina al porto, poi vado a riposarmi in albergo e a preparare i bagagli.

Esco verso le 21 per cenare, ma trovo tutto chiuso. L’unica è mangiare ad uno dei banchetti che la sera popolano gli angoli delle strade, che cuoce spiedini sopra una piccola brace.

E domani, se Dio vuole, prendo il traghetto per Belem!

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Nella foresta, tra macachi, bradipi e caimani

L’amaca è una tortura.

Senza ombra di dubbio è stata inventata da un sadico per attirare le persone con l’apparente comodità, per poi finirle lentamente tra terribili crampi e orrendi dolori articolari, bloccandole nelle posizioni più assurde e innaturali, col perenne rischio di precipitare a terra nel cuore della notte.

Mi sveglio innumerevoli volte con arti addormentati e doloranti. Arriva l’alba con la sensazione di non aver dormito affatto.

La nottata, comunque, è stata utile. Utile per capire che quattro notti sull’amaca, sul traghetto da Manaus a Belem, potrebbero uccidermi o procurarmi seri problemi deambulatori. La prima telefonata da fare non appena torniamo al lodge è a Tom, per chiedergli assolutamente di prenotare una cabina.

Decido di averne abbastanza pochi minuti prima delle 6 e mi districo dall’amaca. La guida sta accendendo nuovamente il fuoco, mentre anche la foresta si risveglia tra grida di animali e canti di uccelli.

La colazione include un po’ di caffè ed un panino con la frittata. Quando tornerò in Italia credo che non mangerò uova per un bel po’.

Dopo aver smontato e ripulito l’accampamento, le due brasiliane e Richard seguono la guida per andare direttamente sulla spiaggia.

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Il resto della truppa, invece, segue o sarebbe meglio dire, insegue il ragazzo. Che, per l’appunto, adotta un vivace passo da vietkong in missione, obbligandoci ad una marcia forzata nella foresta dove l’unica cosa che riesco a vedere sono i miei piedi per cercare di non inciampare. E non sempre ci riesco.
Avvistamenti, zero. A parte le formiche, che mi ritrovo ovunque a mordermi con foga.

Proviamo a dirgli un paio di volte di rallentare, ma non capisce o non vuole capire. Quando provo a fermarmi per scattare una foto, rischio seriamente di perderli e l’esperienza non sarebbe divertente, perché davvero non avrei idea di dove andare, in quale direzione.

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( Formicaio)

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Sudo nuovamente come una fontana quando finalmente, dopo una quarantina di minuti di questa salutare sgambata degna di Full Metal Jacket (soldato Palla di Lardo!), il ragazzino si ferma chiedendoci se vogliamo proseguire verso l’interno – e indica una poderosa e maschia collina che si innalza vigorosa alla nostra sinistra – oppure tornare mollemente e vigliaccamente sulla spiaggia – e indica con disgusto una blanda discesa verso destra.

La risposta è unanime e scontata. Anche il soldato Palla di Lardo sarebbe stato d’accordo con noi.

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Non appena arrivo sulla spiaggia, madido di sudore, mi getto nel fiume, poi prendo un po’ di sole.

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Le due brasiliane ingollano birra, come al solito.
Le quattro francesi si isolano, come al solito. Sono incredibilmente asociali e chiuse. E’ vero che spesso, quando si viaggia tra amici, si tende a restare all’interno del gruppo, ma queste esagerano davvero. Da ieri avranno scambiato non più di dieci parole con le altre persone.

Fortuna che ci sono Manuel, Carlos, Joel e Crazy Richard, come ho prontamente soprannominato il tipo di Washington, altrimenti avrei passato tre giorni in isolamento.

Chi gioca a pallone, chi chiacchiera, chi si riposa, poi la guida annuncia la fine della siesta. Si torna verso il lodge!

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Vado a salutare le signore amiche della nostra guida e vedo che c’è anche una ragazza con il viso dipinto. E’ una indio. Anche la figlia è decorata con delle linee sul corpo.
Non capisco se è una attrattiva per i turisti. Quando le chiedo se posso scattarle una foto, mi risponde “certo!” e non mi chiede soldi. E’ autentica!

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Le rivolgo qualche domanda in spagnolo e fortunatamente lo capisce perfettamente. E’ colombiana e viene dalla zona del parco Tayrona! Incredibile, com’è piccolo il Sud America 😉

La guida ci spiega che, prima di andare al lodge, proviamo a passare nella zona dei delfini rosa per avvistarli e, chi ha pagato la licenza, per nuotarci assieme e toccarli.

Il fiume oggi è una tavola. La velocità della barchetta non cambia, sempre lentissima, ma almeno non rischiamo di capovolgerci da un momento all’altro.

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( Il profilo di Manaus e del ponte sul Rio Negro a circa 40 km di distanza)

Dopo una mezz’ora arriviamo nella zona dei delfini, che altro non è che la casa galleggiante di una famiglia che ha messo in piedi il business. Non sono pescatori, o almeno non in questo periodo, essendo completamente dedicati ai delfini.
Scopro anche che la “licenza” per nuotare coi delfini, altro non è che il prezzo da pagare alla famiglia per poter usare l’accesso all’acqua dal pontile e, se si è fortunati, a toccare i delfini che vengono a mangiare.

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Due ragazzi della famiglia iniziano a smuovere l’acqua e fare rumori, usando bottiglie vuote, bacinelle e altro che sbattono sull’acqua, ma non arriva nessun delfino, fiume piatto.

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Riesco a capire da uno dei ragazzi che i pescatori stamattina hanno esploso una bomba per catturare più pesci ed i delfini sono andati tutti là a mangiare. Annuisco scettico, mentre Joel si lancia in ricordi in cui dopo la guerra si usava fare così in Francia. Anche in Italia si usava, ma farlo oggi sul Rio delle Amazzoni mi lascia perplesso.

La guida decide di tornare al lodge: ora è inutile attendere, ci riproveremo dopo pranzo.

Il pranzo è identico a ieri: pesce fritto, riso in bianco e fagioli.

I due spagnoli e le due brasiliane ci abbandonano, tornano a Manaus.
Faccio telefonare a Tom, gli chiedo di prenotarmi una cabina, non voglio più l’amaca! Mi comunica che il prezzo per la moto è riuscito a farlo abbassare a 150. Evidentemente dopo che gli ho detto che avevo trovato moto e amaca a 260 reais, s’è convinto a farmi un prezzo meno da ladro. Quindi il prezzo della moto è sceso da 450 a 350 a 150, ottimo!

Fortunatamente nel pomeriggio ci guida Joshua. E’ molto simpatico e parla inglese, almeno riusciamo a comunicare!

Torniamo al pontile dei delfini, ma quando siamo ancora lontani, Joshua adocchia una barca piuttosto grande già attraccata:

“C’è altra gente, quindi gli stanno dando da mangiare. Tra loro e la bomba di stamattina, non avranno più fame, non sarà interessante … Se siete d’accordo, domattina presto andiamo dai delfini, che avranno fame e adesso andiamo nella foresta a cercare qualche animale, ok?”

Non possiamo far altro che fidarci e acconsentiamo all’unanimità.

Joshua devia la barca, puntando dritto verso la boscaglia che, quando siamo a pochi metri, lascia intravedere un passaggio.

Abbandoniamo il fiume aperto infilandoci in uno stretto canale delimitato dal fitto della foresta.

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Gli alberi affondano nell’acqua, è uno spettacolo incredibile. L’acqua è così calma e piatta da fungere da specchio, riflettendo tutto ciò che vi si affaccia: tronchi, rami, foglie. Crea un effetto magico dove il sopra si confonde col sotto e si viene inghiottiti in un paesaggio fiabesco, perdendo i confini tra sogno e realtà.

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Siamo appena entrati nel canale quando sentiamo un boato in lontananza:

“Una bomba … i pescatori hanno tirato un’altra bomba!” esclama Joshua scuotendo la testa desolato.

Il boato era evidente, ma a questo punto a stupirmi non è tanto il fatto che lancino le bombe per pescare, quanto la facilità con cui si procurino l’esplosivo!

Proseguiamo lungo il canale e adesso il silenzio è totale: il motore è spento, noi respiriamo a malapena e la barca scivola sull’acqua spinta dal remo di Joshua che si muove silenzioso. Stiamo tutti col naso per aria a cercare qualche animale, un uccello, un rettile.

Lasciamo anche il canale per infilarci dritti nell’intrico di tronchi. Adesso è tutto un cercare un passaggio tra tronchi caduti e alberi ancora vivi, scostando le liane che pendono dall’alto e le fronde che emergono dall’acqua. Ci muoviamo lentissimi, si odono solo i rumori della foresta: qualche grido di uccello, una foglia che cade nell’acqua, un animale lontano, il vento.

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Metro dopo metro, raggiungiamo un punto in cui sentiamo dei forti rumori in alto, tra le fronde degli alberi. Udiamo dei versi differenti, sono scimmie!

Ci fermiamo, guardando fissi verso l’alto e finalmente iniziamo a vederli: è un branco di macachi, una decina, si muovono tra un ramo e l’altro. Hanno una coda molto lunga, ma il corpo è piccolo, non credevo così piccolo.

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Di tanto in tanto lanciano un grido, due litigano per qualche secondo facendo un baccano d’inferno. Si muovono tra gli alberi finché non li perdiamo di vista.

Joshua decide di cambiare zona. Sempre nel silenzio più totale, torniamo a remi fino al canale, poi da lì al fiume, dove riaccendiamo il motore e, puntando nuovamente sulla riva boscosa, entriamo in un altro canale.

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Lo scenario è identico a prima: silenzio totale, acqua immobile in cui si specchia la foresta, noi col naso per aria a cercare qualche animale.

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Joshua, abituato da sempre alla foresta, avvista un bradipo abbarbicato in cima ad un albero. Dopo avercelo indicato a lungo, alla fine anche noi riusciamo a distinguerlo.
Si avvicina alla base dell’albero e lega la barca:

“E’ molto in alto, non credo di arrivarci, ma provo a prenderlo per farvelo vedere meglio”

Inizia ad arrampicarsi con una agilità incredibile, ma quando è a una decina di metri di altezza, esclama:

“Fottute vespe!”

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C’è un nido di vespe e lo stanno attaccando. Scende veloce, portandosene dietro un paio che continuano a seguirci anche quando, dopo aver slegato la barca, siamo a diversi metri di distanza.

Proseguiamo la nostra ricerca silenziosa, scivolando tra gli alberi e le liane, con la poca luce del sole che filtra tra le foglie, finché non avvista un altro bradipo.
Come prima, lega la barca alla base dell’albero e sale, stavolta però riesce a prenderlo e portarlo giù per farcelo vedere da vicino. E’ una femmina ed ha un piccolo aggrappato al petto. Ci spiega com’è fatta, come vive, le sue abitudini, poi la lasciamo libera e, lentamente come da sua natura, si arrampica allontanandosi.

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Poi vediamo ancora un’iguana, o meglio la vedono le ragazze sedute davanti, perchè fugge immediatamente e chi è seduto dietro come me, non fa in tempo a scorgerla.

Il pomeriggio trascorre così, tra i canali che si addentrano nella foresta, sopraffatti da quest’immensità di alberi e acqua mescolati in un abbraccio come un’unica entità. Di tanto in tanto, qualche incredibile macchia di colore che vola impazzita: farfalle di mille colori, giallo brillante, azzurro blu e nero, rosso.

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Arriva il tramonto che incendia di colori il cielo e l’acqua. Di nuovo ammutoliamo davanti a tanta bellezza.

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Mi stupisce Joshua che, nonostante viva a contatto con la foresta da decenni, gioisce anche lui come noi. Mi consola sapere che ci sono degli spettacoli, come quelli della natura, che non stancano mai.

Si sta spegnendo anche l’ultima luce del crepuscolo, quando vediamo dei delfini che iniziano a saltare e giocare davanti alla barca . C’è anche un piccolo tra loro, si riconosce dalla sagoma minuscola e dalla piccola pinna dorsale che esce dall’acqua.

“Questi sono delfini grigi, molto più difficili da vedere di quelli rosa, siete fortunati!”, ci dice Joshua con soddisfazione.

Ma le emozioni non sono ancora finite!

“Cerco di farvi vedere un caimano, proviamo in un posto che conosco qui vicino. C’è una coppia di caimani che ha avuto da poco un piccolo, cerco di prenderlo”

Ci avviamo nell’oscurità quasi completa. Ogni tanto accende per qualche secondo una torcia, che punta lontano sulle acque per orientarsi tra le cime nere degli alberi sulle sponde, poi la spegne proseguendo la navigazione al buio.

Trova a colpo sicuro l’ennesimo canale ed inizia a puntare la luce nel punto in cui gli alberi entrano nell’acqua:

“I caimani stanno sempre sul filo dell’acqua e li vedi a distanza dagli occhi, che riflettono la luce”.

Non vediamo nulla e Joshua prosegue fino alla riva.

“Siamo su un’isola, scendo a cercare il piccolo. Se lo trovo ve lo porto, altrimenti dobbiamo cambiare posto perchè gli altri caimani che stanno qui li conosco, sono troppo grandi per poterli catturare da solo. Torno tra 20 minuti, non vi preoccupate, chi vuole scendere può farlo, ma deve restare qui sulla spiaggia, oppure restate sulla barca”

L’idea di avere dei caimani che si aggirano nei pressi non è piacevole, però mi stufo di stare sulla barca. Richard ed io siamo gli unici a scendere.
Sfrutto il flash del telefono per cercare degli occhi di caimano nei pressi. Pare tutto sicuro e passeggio brevemente sulla spiaggia. E’ candida e nonostante l’oscurità, si distingue bene nella penombra.
Poco più in là vedo la torcia di Joshua che cerca un caimano da mostrarci. Qualche zanzara cena grazie a me.

Dopo una ventina di minuti torna:

“Nulla, non l’ho trovato e i due adulti che ho visto erano troppo grandi per poterli prendere, erano di un metro e mezzo / due!”

Rabbrividiamo alla sola idea mentre riprendiamo la navigazione.

“Andiamo in un altro posto dove dovremmo trovarne altri”

Di nuovo navighiamo al buio, con Joshua che si orienta puntando la torcia sulla riva, nuovo canale dove entriamo passando tra gli alberi.

Sbuchiamo in un piccolo specchio d’acqua sul quale si affacciano due case, con le luci che si riflettono sulle acque. Stavolta la torcia che punta Joshua sul pelo dell’acqua illumina diversi occhi, grandi come fanali.

“Qui dovremmo trovarne uno piccolo!”, esclama mentre lega la barca ad un tronco.

Stavolta non passa nemmeno un minuto che torna con un cucciolo di pochi centimetri in mano, che prova a morderlo in continuazione:

“Ha quattro mesi al massimo, quindi c’è la mamma nei dintorni! Ve lo faccio vedere rapidamente, poi lo libero”

Ci spiega come respira, come nuota, come caccia, come fa ad aprire la bocca anche sott’acqua, grazie ad una membrana che gli chiude la gola e come mai non attacca sott’acqua, ma solo sul pelo dell’acqua o a terra.

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Libera il piccolo che si allontana nuotando e anche noi riprendiamo le acque. Joshua punta di nuovo la torcia sulla riva opposta e quattro begli occhioni luminosi si accendono ad indicare due caimani adulti.

Faccio appena in tempo a pensare alle persone che abitano nelle due case, affacciate su un laghetto così bello, ma infestato di caimani, che attracchiamo proprio sotto le abitazioni. E’ il nostro lodge!!!

“Joshua, non avevo capito che eravamo al lodge, ma quindi siamo circondati da caimani?!?!”

“Sì ma non preoccuparti, di solito restano vicino l’acqua, si allontanano di pochi metri, tre, massimo cinque metri”

“Qui sono meno di cinque metri!”

“Sì ma è sicuro, non preoccuparti, non sono mai saliti fin qui, hanno paura”

Speriamo che abbiano paura anche stanotte …

Cena a base di pollo, riso in bianco e fagioli, alla faccia della varietà!

Il generatore rimane acceso fino alle 21, il tempo di cenare, ricaricare qualche batteria e fare una doccia, poi piombiamo nell’oscurità.

Siamo tutti provati dalla giornata e soprattutto dall’ultima nottata sull’amaca e rapidamente ognuno si dirige nella sua stanzetta. Rovente e soffocante.

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Vendere o non vendere?

Questo è il dilemma!

Mi sveglio molto presto e anche stavolta la notte non ha portato consiglio. Ho ancora il pensiero fisso alla vendita: vendo o non vendo?

Scendo a fare colazione ed ho una visione: cammino lungo una strada con uno zaino enorme sulla schiena, una busta altrettanto esagerata in una mano, con dentro la giacca e i pantaloni del completo da moto e nell’altra mano gli stivali.

Troppo scomodo, non vendo, ho deciso.

Sto finendo di mangiare quando mi passano Tom al telefono della reception.

“Allora, mezz’ora e passa un mio amico che ti accompagna al mercato dell’usato, ok? Parla inglese, non preoccuparti”

Gli spiego i miei dubbi, ma non hanno molto effetto, anzi, mi ci fa ripensare:

“Scusa, vai e almeno vedi come funziona, ti fai un’idea del prezzo che puoi chiedere, poi se qualcuno ti convince gliela vendi!”

E’ ragionevole, ma insisto:

“Non so … ma se invece vado a fare un giro nella foresta? Quella gita di un giorno che mi dicevi, coi delfini, il villaggio …”

“Parte oggi però! Domani non c’è e nemmeno lunedì credo”

“Non ne avresti uno di due giorni?”

Pausa di riflessione …”E perché non tre?? Dormi una notte nella foresta, nell’amaca e l’altra nel lodge. Poi hai tutto il resto: gli animali, il villaggio, nuoti nel fiume, è molto interessante, vedrai!”

“E con la moto?”

“La vendi dopo, tanto avevi già cambiato idea! Parti oggi, torni martedì e mercoledì prendi la nave per Belem”

“Sì, ma il prezzo”

“450 reais per i tre giorni, tutto incluso: pasti, bevande, notti, ecc!”

Sono poco meno di 50 euro al giorno, ma non mi va di contrattare al telefono: “Ok, andata!”

“Bene, tra un’ora passo a prenderti!”

Riattacco e mi viene da ridere per la mia solita volubilità e imprevedibilità.

E così la Pollita resta ancora con me! Sono felice e poi Caterina deve conoscerla! Anche se ci saranno sicuramente dei problemi, perchè è piccola e poco potente. Però adesso preferisco andare per tre giorni nella foresta, alla moto penserò dopo!

Passo nella pensione per avvisare un po’ di persone della gita nella foresta, dove sicuramente non potrò comunicare con nessuno. Pago anche il ragazzo della reception che ieri sera ha lavato la moto per presentarla al meglio al mercato dell’usato, dove non andrò!

Non passano nemmeno 10 minuti che arriva una persona chiedendo di me.

“Ciao, forse Tom non ti ha avvisato, non vado più al mercato dell’usato!”, gli comunico distrattamente mentre continuo a leggere le mail.

“Che mercato … non devi fare l’escursione nella giungla?”

“Sì ma … Tom mi ha detto tra un’ora!”

“Un’ora?! Veramente ci aspettano già 4 persone sul fiume e un’altra è qui fuori in macchina!”

“Ah! Ok, dammi 5 minuti!”

“Va bene, ma sbrigati”

Torno in albergo, butto nello zaino quello che potrebbe servirmi nei tre giorni e corro nuovamente alla pensione.

In macchina conosco l’altro turista, è un signore francese che sta finendo la sua esperienza di un anno in Amazzonia in cui ha provato ad avviare un progetto culturale. Gli chiedo per tre volte di che progetto culturale si tratta, ma non mi risponde, piuttosto se la prende con la mentaliltà e il modo di fare dei brasiliani:

“Il futuro non è qui, te lo assicuro … Hanno la testa sbagliata, non può funzionare! Pensano solo all’oggi, per loro il domani non esiste. Non riescono a pianificare, poi non hanno precisione, né rispetto”

E’ molto amareggiato e deluso per il fallimento del suo progetto, “ma ho insistito fin troppo”, aggiunge, “adesso dopo un anno alzo bandiera bianca. Faccio la gita nella foresta, poi ho l’aereo per New York, vado a trovare mia figlia che vive là e poi torno in Francia, definitivamente”

La parola “definitivamente” mi mette a disagio, perché non esiste nulla di definitivo, per cui mi viene istintivo aggiungere:

“Definitivamente … fino al prossimo progetto!”

Scoppia in una risata e concorda, “sì esatto, fino alla prossima avventura!”

Con l’auto usciamo dalla città e andiamo verso un punto da cui parte una barca che ci porterà nel lodge nella foresta.

Attraversiamo il ponte sul Rio Negro, spettacolare e immenso, il fiume e, di conseguenza, il ponte.

I fiumi di questa parte di mondo hanno delle dimensioni difficilmente immaginabili per gli europei, dove tutto è piccolo e raccolto. Anche i fiumi russi, il Volga ad esempio, per quanto immenso, non aveva le dimensioni incredibili di questo che, unendosi ad altri fiumi, dà vita al Rio delle Amazzoni, ancora più imponente e lo diventerà sempre più nel suo lunghissimo tragitto verso l’Atlantico.

“C’è molto traffico!”, osservo alla persona che ci sta accompagnando.

“E’ domenica … la gente nel week end va fuori Manaus, anche se essendo in mezzo alla foresta le alternative sono poche. Prendere un traghetto costa, per cui quasi tutti vengono da queste parti, attraversano il ponte perchè gli piace, vanno a mangiare lungo il fiume e poi tornano in città”

Effettivamente non deve essere facile vivere in un posto del genere. Oltre ad essere distante da tutto (altre città, altre nazioni) è anche isolato da una foresta sterminata. Mi prende quasi un senso di claustrofobia.

Lasciamo la strada asfaltata per l’ultimo tratto su una pista piuttosto accidentata.

Arriviamo sul fiume dove troviamo una piccola barca di legno con 4 ragazze francesi, 2 ragazzi spagnoli e 1 signore americano. Ci guardano tutti in modo significativo: siamo in forte ritardo, è chiaro!

Prendo un primo contatto con il fiume e la sua vastità quando la barchetta esce dal piccolo ramo in cui è venuta a raccoglierci e si immette in un braccio più grande. Il fiume è così ampio, che non si riesce a capire se la costa che si ha davanti è la riva del fiume, oppure una delle tante isole che si attraversano passando in mezzo alle mangrovie.
E’ un vero labirinto dove solo i locali riescono ad orientarsi.

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Dopo mezz’ora di navigazione arriviamo al lodge.

La parole “lodge” mi fa pensare ad una residenza di lusso, elegante, ricercata. Questo invece è piuttosto spartano: una costruzione principale con una parte centrale che funge da bar, con bagni e i tavoli attorno e una parte distaccata con delle stanze minuscole e soffocanti, per via del caldo e dell’umidità, con 3 o 4 letti. Nessun altro mobile all’interno, né ventilatore. Due bagni in comune.

Il lodge ha due affacci sul fiume: uno sul retro, su un piccolo specchio d’acqua racchiuso dalle mangrovie e che comunica con il fiume attraverso uno stretto passaggio in mezzo alle piante.

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E uno di fronte, sul fiume “aperto”.

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Dal lato “aperto” si può fare il bagno. A patto di non lasciarsi impressionare dalle acque completamente nere, da qui il nome di Rio Negro, Fiume Nero e dalle piante che emergono parzialmente dalle acque, lasciando intendere che sotto si possono incontrare rami, foglie e chissà che altro.

Le acque sono così nere, ci spiegano, per via della composizione molto acida, che quindi accelera la decomposizione delle piante, i cui resti tingono di scuro l’acqua. Che infatti, a guardarla attentamente, contiene in sospensione una gran quantità di microscopici resti di foglie, cortecce, fibre.

Decido di non farmi impressionare , unico del gruppo, entro nelle acque. Effettivamente fa impressione, si vede a malapena per dieci centimetri, poi più nulla, il nero. Sgambetto in acqua sperando di non attirare nessun piraña:

“Non preoccuparti, quelli che vivono qui non attaccano l’uomo!”, mi tranquillizza uno del personale, “le acque sono troppo acide per quella specie! Anche le zanzare, ce ne sono pochissime in confronto al Rio delle Amazzoni!”

Per pranzo, pesce riso e fagioli, con un po’ di insalata di cetrioli e pomodoro. Per frutta, anguria.

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Prima di avviarci verso la foresta, Joshua, una delle guide, ci chiede chi ha i delfini incluso nel pacchetto. Alzo la mano, ma senza esserne sicuro. Voglio ben sperare, visto il prezzo che ho pagato!

Prende nota e ci dice di prepararci che entro un’ora, chi vuole, parte per la notte nella foresta.

Gironzolo di fronte al fiume quando dopo qualche minuto mi raggiunge Joshua:

“Ho sentito l’agenzia e non hai i delfini inclusi!”

“Come no, ho pagato 450 reais!”

“Appunto, non ci sono i delfini, quelli costano 150 reais in più”

Resto di sasso e vorrei dirne un paio a Tom. Capisco Joel quando dice che i brasiliani sono approssimativi, ma in questo caso mi sembra stiano solo facendo i furbi per spillare più quattrini possibile.

“150 reais sono troppi, non se ne parla! Chiama Tom al telefono e fammici parlare”, dico a Joshua nervosamente.

“Aspetta, 150 è il prezzo dell’agenzia, ma andando direttamente là costa la metà, 75 reais. Si compra la licenza per nuotare coi delfini direttamente dai pescatori, è molto più economico”

Ripenso alla scala dei prezzi che mi hanno dato per i delfini: 75 coi pescatori, 150 con l’agenzia, 180 con Tom e 280 con un’altra agenzia che avevo sentito nei giorni scorsi. Non male come ricarico! Anche se in realtà il prezzo che mi aveva dato Tom e l’altra agenzia era per una gita di un giorno che includeva anche altre cose.

“Ok, va bene, ti pago 75”

“Però non devi parlarne con nessuno, né con gli ospiti né soprattutto con l’agenzia o con Tom. Ti sto solo aiutando, questi 75 reais li dò ai pescatori, per me non tengo nulla, però se viene a saperlo l’agenzia mi chiedono la differenza e devo metterli di tasca mia”

“Non preoccuparti, nessuno saprà dei delfini”, lo tranquillizzo, mentre mi chiedo quale sarà il vero prezzo che darà ai pescatori. E mi chiedo anche come mai ci sono questi pescatori che detengono il business dei delfini rosa, non dovrebbero nuotare liberi nel fiume?

Partiamo per andare sull’isola dove passeremo la notte. Usciamo dal retro del lodge e dopo qualche centinaio di metri entriamo nel fiume aperto.

E’ molto più mosso dell’andata. Tira un vento teso che forma onde alte e irregolari che rimbalzano tra le rive come un’eco, intrecciandosi ed aumentando ulteriormente l’effetto.
Dobbiamo attraversare il fiume da una parte all’altra. Quando siamo nel mezzo, con le due rive annebbiate dalla lontananza, inizio a preoccuparmi. La barca di tanto in tanto imbarca acqua e il ragazzo che la guida è molto preoccupato, continua a dire che le onde sono molto alte, che dovremmo puntare ad una certa spiaggetta, ma che non si azzarda a tagliare il fiume perchè ha paura di rovesciarsi.

A queste confidenze ci agitiamo un po’ tutti e il silenzio cala sul guscio di noce che continua ad essere sballottato in tutte le direzioni. Cerco di calcolare quale riva sia più vicina, il problema è che distano molto entrambe, chilometri! E non credo riuscirei a nuotare tanto a lungo, considerando anche la corrente, Stringo meglio il giubbotto di salvataggio e penso che non sopporto quando qualcun altro ha tra le mani la mia vita, è per questo che voglio sempre guidare e mi piace così tanto.
Procede con una lentezza esasperante, ma nessuno se ne lamenta.

Passo passo e con ancora un po’ d’acqua imbarcata, ci avviciniamo lentissimamente all’altra riva e, finalmente, quando siamo più vicini le acque si calmano un poco, così come i nostri animi.

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Dopo un tempo che mi pare infinito, attracchiamo finalmente in una spiaggetta candida.

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Ci accoglie una signora, due bambini. Alcuni accettano un caffè, io faccio il bagno con i due spagnoli, Miguel e Carlos e con Joel, il francese.

Siamo in ritardo e la guida ci richiama all’ordine: dobbiamo raggiungere a piedi il punto nella foresta dove faremo l’accampamento poi montare le amache e preparare la cena.

Mi asciugo al volo ed inizia una lunga camminata nella selva sempre più scura, ormai il sole è tramontato e il fitto delle foglie filtra ulteriormente la debole luce del crepuscolo. Impossibile capire dove mi trovo, da dove siamo partiti o dove sia il fiume. La foresta è densa, scavalco tronchi caduto, scosto liane e rami per passare, ognuno cerca la via migliore nel dedalo di tronchi.

La foresta ha un buon profumo, delicatamente dolce.

Dopo una ventina di minuti di camminata, in cui faccio in tempo ad inzuppare di sudore la maglietta, arriviamo in una piccola radura. Ci sono delle strutture di legno, come l’intelaiatura di una tenda canadese.
Stendiamo sopra le intelaiature due teli cerati e sotto, lungo i pali orizzontali, attacchiamo le amache.

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Nel frattempo la guida, con il figlio, va a cercare della legna per accendere il fuoco. Lo accendono e mettono a cuocere dei grossi polli, infilati su dei rami tagliati appositamente.

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Mentre i polli si cuociono, parlo a lungo con Richard, l’anziano di colore che viaggia da solo. E’ di Washington DC, ma è nato a Chicago, poi ha vissuto in California, in Georgia, nella baia di San Francisco e altre città ancora.

“Sai, devo seguire il lavoro, vado dove lo trovo”

“Mi ha sempre affascinato come voi statunitensi vi muoviate con facilità! Noi italiani e forse molti europei in generale, difficilmente cambiano nazione”

“In realtà c’è moltissima gente che non si muove, che nasce e muore nella stessa comunità, dipende anche dal lavoro che uno fa. Ma è anche gente che non viaggia, quindi probabilmente in viaggio hai incontrato il tipo di persone che si muove, per questo ti sembra che tutti cambino casa così facilmente.”

Proseguiamo a parlare degli Stati Uniti, che mi affascinano sempre di più, uno dei prossimi viaggi voglio dedicarlo a girarne una parte, però sono attratto della piccole comunità rurali, non dalle grandi città o almeno non solo. Faccio il paragone con l’Italia e trovo più interessante viaggiare in qualche entroterra italiano che non nelle grandi città, in genere si trova la gente più autentica, più aperta. E anche le situazioni più divertenti.

“Non sono mai stato negli Stati Uniti, sai?”, gli confesso.

“Ah, devi andare assolutamente a New York! E’ una città incredibile se ami l’arte, la cultura, i divertimenti … e il jazz”, aggiunge dopo una pausa.

“Amo molto il jazz!” ed inizio ad elencare i musicisti che amo di più, da Bill Evans a Thelonius Monk, da Miles Davis a Chet Baker, poi Max Roach, Gil Evans e molti altri.

“I classici anni ’60 e ’70 allora!”

“Sì ma anche più moderni, anche se il free jazz ancora non riesco a digerirlo …”

“Sai che ho conosciuto Max Roach e anche altri musicisti! Max Roach era amico di mio cognato, ci siamo visti diverse volte, anni fa”

Parliamo ancora di jazz e di musica, poi il silenzio cala spontaneo. In tutto il gruppo anche quelli che sono di fronte al fuoco a sorvegliare la cottura dei polli.

L’oscurità è completa tranne il fuoco che lancia qualche scintilla verso l’alto. Il silenzio è rotto dal canto di un’infinità di insetti e uccelli notturni.

“Sembra il suono del mio giardino”, dice come tra sé e sé Richard. Effettivamente non si sente nessun verso strano, a parte qualche grido di uccello diverso dal solito. Penso a casa mia, a Roma dove d’estate si sentono grilli e insetti e uccelli.

“Sì anche a casa mia a Roma sento un suono simile … solo molto meno forte, qui sono a migliaia!”

La guida torna alla casetta sul fiume per prendere delle birre. E’ qualche giorno che alla domanda “vuoi una birra?” non rispondo più con “no grazie, non mi va”, ma con “no grazie, non bevo alcol”.
Non so se sarà davvero una decisione definitiva, ma seguo il mio istinto e proprio non mi va di bere, l’idea non mi attira. Preferisco succhi di frutta o altre bevande non alcoliche.
Alla stessa maniera, cioè nessuna decisione esplicita ma il non avvertirne più il desiderio, ho smesso di fumare alcuni anni fa. Chissà se anche stavolta sarà lo stesso.
Peccato che finora, almeno in questa parte di Brasile, ho incontrato pochissimi venditori di succhi di frutta freschi, solo qualche venditore di agua de coco e in un’occasione spremuta di arance. Nulla in confronto a Perù, Colombia e altre nazioni che ho attraversato nelle scorse settimane, dove si trovano ovunque, non solo in città ma anche nei paesini più piccoli o lungo le strade. Meraviglioso!

Attendiamo il ritorno della guida che dopo una mezz’ora arriva, orientandosi solo con una torcia nella foresta più buia che mai, portando sulle spalle una grossa cassa di polistirolo piena di birre.

Mangiamo nelle foglie di banano piegate a mo’ di piatto: riso in bianco e i polli cotti sul fuoco.

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Poi restiamo, chi più chi meno, di fronte al fuoco, alternando i discorsi ai silenzi o meglio, alla voce della foresta.

Pian piano tutti si dirigono alle proprie amache e anch’io, dopo un’oretta, vado a raggomitolarmi nella tela, sperando di riuscire a dormire.

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