Festa grande a Uyuni

Oggi è l’anniversario di Uyuni, il 124mo dalla fondazione. Da quello che sono riuscito a capire parlando con alcune persone, è prevista una sfilata in costumi tradizionali e poi vari festeggiamenti.

Mi vedo con David e Marie a colazione ed usciamo insieme, carichi di aspettative. Le strade principali sono occupate da bancarelle e persone che vendono di tutto per la casa, abbigliamento, erbe e spezie, cibi e bevande e così via, ma anche giochi come il tiro a segno, una specie di roulette, carte e altro, come ad una fiera.

Quasi tutti, le donne in particolare, sono vestite a festa e sfoggiano scarpe lucide, calze di lana, gonne con i lustrini, scialle dai colori cangianti, pettinature con le trecce, chiuse da decorazioni elaborate e l’immancabile cappello, che può essere una semplice bombetta o un cappello a tesa larga con fiocchi, fiori e colori. Questo le persone più agiate. Le altre, meno appariscenti o meno nuovi i vestiti, ma sempre a festa. Il tutto, intendo ciascun capo, molto colorato. L’insieme è estremamente esotico al mio occhio, nel senso di diverso dalla nostra cultura e senso estetico.

Trovandomi da solo in mezzo a tanta gente, non posso prendere come scusa di fare le foto ad un’altra persona, per “rubare” scatti alle persone del luogo, quindi finisco per girare con la macchina fotografica costantemente in mano, accesa, all’altezza della pancia, scattando foto “alla cieca”. Più o meno so dove e come scatta, però quasi tutte le foto sono decentrate o con una luce non perfetta.

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In alcuni casi, comunque, ho chiesto il permesso oppure in altri erano talmente lontani da non accorgersi che li stavo fotografando.

La famosa sfilata in realtà si è svolta in diverse fasi: prima una piccola parata militare, a ricordare la natura principale di Uyuni, di base militare. Non sono molto marziali, ma se la cavano.

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Poi è il turno dei discorsi di vari politici e rappresentanti locali.

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E infine una sequenza letteralmente infinita di gruppi che sfilano tra la folla, gruppi come l’associazione dei minatori della miniera XYZ, la lega degli operai della regione di …, la rappresentanza del sindacato dei contadini … e così via.

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Ciascun gruppo sfila con le proprie insegne, mentre la banda militare continua ad eseguire lo stesso accompagnamento per ore e i gruppi si susseguono l’uno dietro l’altro, ininterrottamente. Nonostante Che Guevara sia stato ucciso proprio in Bolivia, va ancora per la maggiore nelle associazioni politiche.

Io mollo il colpo due o tre volte, andando a fare dei giri nelle altre strade e poi tornando al punto di partenza, mentre David e Marie sono più tenaci, sperano nel colpo di scena. Che non arriva.

Alla fine non dico di essere pentito di essere rimasto, perchè comunque l’aver visto le persone locali vestite a festa è stata un’occasione probabilmente unica, però se l’avessi persa per avvicinarmi a La Paz, ad esempio, non mi sarei strappato i capelli (anche perchè, coi pochi che mi rimangono, tocca scegliere con cura le occasioni per cui strapparseli!)

Dopo un paio d’ore così, anche David e Marie decidono di lasciare al loro destino le altre decine (centinaia??) di gruppi rimanenti, per andare a bere qualcosa. Al sole fa caldo, ma all’ombra fa freddo e stamattina, uscendo alle 10, nei punti d’ombra c’era il ghiaccio.

Andiamo nella plaza de Armas, sedendoci su una panchina. Giusto a fianco a me si siede una donna con un grande fagotto di mille colori sulla schiena, come se ne vedono a decine tutto intorno.
Inizia a svolgerlo, un vero bozzolo fatto di molti strati di coperte e teli, finchè non compare un neonato minuscolo, ha due mesi. Gli fa prendere un po’ d’aria e di luce, poi lo riavvolge completamente, senza far uscire nemmeno la testa o il naso, se lo rimette sulla schiena e se ne va.

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Torniamo in albergo, ci salutiamo. Io vado in camera a riposarmi, senza riuscirci. Decido di provare ad andare a vedere il cimitero dei treni e a lavare la moto da tutto il sale rimediato ieri.
Seguo i binari, come mi dice il ragazzo alla reception, finchè non esco dal centro abitato in mezzo a parecchia spazzatura volante ed all’orizzonte vedo una serie di vagoni e altre attrezzature ferroviarie arrugginite. La pista non sembra arrivarci, ma non mi impegno più di tanto a cercarne una. Mi pare un posto lugubre e ormai non sono più attratto particolarmente dalla decadenza o dai vari fallimenti umani. Una volta sicuramente ci sarei andato volentieri, ma adesso no.

Vado a caccia del lavaggio moto, ma ovviamente essendo festa cittadina è chiuso. Lo stesso dei benzinai e dei gommisti per controllare la pressione delle gomme. Torno in albergo e incontro nuovamente David e Marie che erano andati a fare un altro giro tra le bancarelle.

Hanno comprato una coperta per proteggere il motore durante le gelate notturne. Mi presta il suo compressore e riduco la pressione delle gomme ai valori consigliati da Mamma Honda, 22 all’anteriore e 29 al posteriore.

Passo il resto del pomeriggio ad organizzare l’arrivo a La Paz, cercando un albergo e il meccanico Honda per il secondo tagliando dei 4mila km e a rifare i bagagli, come al solito letteralmente esplosi

Vado a cena con David e Marie, ormai mi sono “accozzato” a loro, e mangio un hamburger colossale, che mi stronca.

Tornato in albergo, finisco i bagagli, chiedendomi dove mai arriverò domani, visto che La Paz è troppo lontana, ma Potosì è troppo vicina. Forse Oruro, ma non mi attira molto. Magari un hostal lungo la strada, senza complicazioni di entrare e uscire da una città.

Chissà.

Farò fare, come al solito, al Fato.

La bellezza del sale

Il Salar di Uyuni è un tormentone che mi segue da molte settimane, da quando ho iniziato a parlare del viaggio con altre persone, a chiedere consigli, a leggere racconti.

Il Salar, devi andare! Opinione pressoché unanime.

E posso dire che, sì, è proprio così, un posto unico e irripetibile. Anche oggi, come ieri, arrivato a fine giornata ho la sensazione di aver appena vissuto un’esperienza straordinaria, memorabile.

Verso metà mattinata esco. Vado a fare il pieno, con in testa quello letto e sentito più volte nei mesi passati, e cioè che spesso nei distributori non vogliono metterti benzina, perché poi devono riempire non so quanti moduli, visto che il prezzo per i boliviani e per gli stranieri sono diversi, così come altre esperienze negative di benzina negata per le ragioni più disparate. Fortunatamente, almeno questo benzinaio di Uyuni è cordialissimo. Mi avverte immediatamente che il prezzo è diverso da quello per i boliviani.

“Sì lo so, c’è possibilità di avere lo stesso prezzo dei boliviani?”, provo a chiedere biecamente.

“No”, la risposta secca che non lascia spazio a ulteriori tentativi.

Il prezzo per stranieri è qualcosina più di un euro al litro; quello per boliviani la metà.

Compro qualcosa da mangiare ed eccomi pronto a partire verso Colchani, punto di ingresso al salar.

La pista verso Colchani è semplicemente tremenda: infestata di toulee ondulee, sabbiosa con sabbia a tratti profonda quanto lo pneumatico, piena di buche.

E’ talmente orribile che ad un certo punto, sento toccarmi la giacca da qualcosa. Per fortuna capisco immediatamente che ho perso qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Guardo la moto e mi accorgo che la telecamera è saltata! Si è rotto il supporto. Mi giro indietro e la vedo in mezzo alla sabbia. Stanno arrivando tre grossi fuoristrada a tutta velocità. Faccio ampi segni con le braccia di rallentare e deviare. Il primo non capisce e liscia la telecamera per non più di 10 cm; il secondo un pochino più lontano. Solo il terzo, forse perché ha avuto modo di vedere meglio la scena, la aggira per bene.

Corro a raccoglierla, sembra integra, anche se piena di polvere e sabbia.

Arrivo a Colchani, un agglomerato di baracche con delle viuzze che sembrano essere state bombardate con particolare sadismo e tenacia. Tutto è coperto di polvere e il caos di auto, persone, camion, fuoristrada e quant’altro, è totale.

Trovo la pista che conduce al salar e, finalmente, entro nella distesa bianca.

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Nello specchietto retrovisore vedo un’altra moto, incredibile!

Rallento e faccio la conoscenza di Francisco e Bruno, di 26 e 18 anni, argentini. Viaggiano su una Yamaha da fuoristrada, sono al termine di un bel giro tra Argentina, Bolivia e Cile.

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Tiro un sospirone quando sento che Bruno ha 18 anni … che esperienza incredibile e bellissima che sta vivendo! Torno con la memoria ai miei primi viaggi in moto, rifarei tutto km per km.

Ci mettiamo d’accordo per entrare insieme nel salar; poi loro ad un certo punto torneranno indietro perché devono proseguire il viaggio.

E’ difficile descrivere le sensazioni che trasmette il salar, perché sono tante e diverse: intanto la sua unicità, un qualcosa di mai visto prima. Poi l’emozione della vastità che ti annienta e deride la tua minuscola insignificanza. Quando sei riuscito ad assorbire questi due impatti, ti rapisce per la bellezza geometrica delle concrezioni saline, apparentemente simili, ma sempre diverse. E il colore, così abbacinante, perfetto e assoluto. Per non parlare dell’incredulo stupore: tutta questa immensità è fatta di … sale?!

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Il cuore e la mente sono ricolme di queste sensazioni e intanto vai, vai, VAI! sulla superficie piatta e invitante.

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Ci fermiamo un paio di volte per scattare delle fotografie, poi ad un certo punto mi affiancano, mi fanno segno che tornano indietro. Ci salutiamo e ci auguriamo suerte!

Controllo sul GPS e vedo che l’isola dista ancora 50 km. Ne ho fatti già 25. Non so se ho voglia di fare 150 km tra andata e ritorno in mezzo all’immensità di sale, ma intanto vado.

Proseguo rapito e felice della corsa nel sale, mentre mi guardo intorno, le montagne lontanissime, i disegni del sale sulla superficie, la mia ombra, la genesi di questo posto incredibile.

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Di tanto in tanto si aprono dei buchi nel sale e mi sembra che sul fondo ci sia acqua.

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Dopo un tempo che sembra infinito, inizio a intuire quale dovrebbe essere la Isla Incahuasi che sto puntando da più di un’ora. Ormai ci sono, non posso tornare indietro!

Ed accade un fenomeno tipico dei deserti e cioè lo stravolgimento delle distanze. La isla sembra ad un passo, ma passano i km e il tempo e non si avvicina mai. Solo diventa appena più definita e ti rendi conto che ti stai avvicinando, ma è impossibile capire quanti km mancano.
Da quando mi sembrava di essere ad un passo, ad esempio 5 km, sono già passati quasi 30 km. Incredibile. Mi ricorda le sensazioni che vivevo in Kazakistan, viaggiando di notte, quando vedevo le luci tremule della cittadina successiva e non arrivavano mai, anche dopo un’ora erano nello stesso punto.

La corsa finisce: arrivo all’isola, punteggiata di cactus altissimi, multi-braccia e con lunghe spine per mantenere le distanze dal prossimo.

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Scatto un po’ di foto a questo luogo così magico, in totale solitudine, poi torno alla moto e, per curiosità, giro l’angolo dell’isola. Vi trovo addensate decine e decine di persone, con altrettante jeep, furgoncini e auto di tutti i tour organizzati che confluiscono, nessuno escluso, qui.

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Inizio il ritorno, seguendo la traccia che avevo seguito all’andata.

Ma dopo pochi km, la mente si perde, le certezze crollano di fronte all’impossibilità di capire quale traccia, tra le decine, avevo seguito all’inizio. Inizia a prendermi un minimo di ansia di perdermi, ma poi penso che al limite è sufficiente puntare ad una montagna all’orizzonte ed arrivarci. Qui non è come nel deserto, dove puoi paradossalmente finire in un vicolo cieco di dune insormontabili. Qui è tutto piatto, puoi seguire qualsiasi direzione tu decida.

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E’ incredibile anche il freddo che fa. Sicuramente è perchè il bianco respinge la totalità dei raggi solari, inclusa quindi la parte riscaldante. Le mani e i piedi sono gelati, sul corpo sono al limite.

Dopo un’ora abbondante passata a seguire varie tracce ed a divertirmi in alcuni “fuori pista”, arrivo di nuovo in vista di una rotonda carica di bandiere di ogni nazionalità che avevo superato anche all’andata.

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Esco così dal salar e torno sulla pista per Uyuni e gioisco nuovamente per la sua atrocità di salti e botte e sabbia traditrice.

Ad Uyuni vado nuovamente a fare benzina. Il ragazzo è stupito di vedermi rifare il pieno così presto, gli dico che sono andato al salar. Gli chiedo alcune informazioni:

“Domani vorrei andare a La Paz, qual è la strada migliore?”

“Quella per Potosì, è tutta asfaltata”

“Tutta?”

“Tutta.”

Da che ero deciso ad andare a La Paz, cambio programma e decido di fermarmi a Potosì e poi andare a La Paz da lì.

Torno in albergo e, mentre parcheggio la moto, mi saluta da un ragazzo alto, un europeo. Iniziamo a chiacchierare, si chiama David e con la moglie Marie, entrambi svizzeri, stanno facendo il giro del mondo da quasi un anno. E’ del cantone francese e parla poco l’inglese. Finiamo così a parlare in francese, con mia grande gioia perchè è una lingua che amo e che parlo troppo poco spesso.

Parlando del più e del meno, salta fuori che domani è l’anniversario della fondazione di Uyuni, ci sarà festa grande in paese!

E così cambio nuovamente idea nel giro di pochi minuti: domani mi fermo qui per la festa, poi dopodomani Potosì e il giorno dopo ancora a La Paz.

Evviva i viaggi programmati al millimetro!

Ascesa a Uyuni

In realtà non è una vera e propria ascesa, perchè da 3700 sono partito da Ollague e a 3700 sono finito, però ho salito tante di quelle montagne, che mi è parsa una vera e propria ascesa nella Repubblica Boliviana.

Ma andiamo in ordine.

La nottata è stata molto pesante, ho la sensazione di non aver dormito. Soffro l’altitudine, nei giorni scorsi ero arrivato fino a 2700 metri, ma qui sono mille metri in più e si sentono tutti. Basta anche solo girarsi nel letto e mi viene un fiatone come se avessi salito una rampa di scale. Poi, anche non facendo nulla, semplicemente sdraiato, ogni 20/30 secondi mi viene spontaneo tirare un sospirone. Dev’essere il mio fisico che cerca ossigeno.

Questo, unito ai 12 kg di coperte che mi gravano addosso, non hanno giovato al riposo.

La colazione consiste in una fetta sottilissima di formaggio stantio, una cofana di burro e due panini piatti e rotondi. Decido di fare come quando ero ragazzino: pane burro e zucchero.

Finisco di prepararmi e parto

Prima a caccia della benzina, qui a Ollague dovrebbe esserci. Mi dicono di provare in un ostello – ristorante, l’unico altro che c’è ad Ollague. Dall’aspetto sembra molto migliore di quello dove ho dormito. Faccio la prova, c’è anche il wifi! Che peccato!

Busso a oltranza, ma non risponde nessuno. Faccio i conti della benzina che mi è rimasta: almeno 350 km e da fare ce ne sono circa 200. Parto.

La frontiera cilena è a poche centinaia di metri da dove ho dormito. Nel giro di una decina di minuti ho finito. Prendono i documenti, la dichiarazione notarile, il libretto, ecc, poi il doganiere mi chiede:

“Ma questa moto torna in Cile?”

E io: “Sì!” e mentre lo dico inizio ad arrovellarmi su cosa potrebbe succedere se invece non torna in Cile, come al 99% sarà. Là per là mi è sembrato molto più facile rispondere sì, piuttosto che iniziare a spiegare nel mio pessimo spagnolo, che la moto l’ho comprata e resterà con me.

Speriamo bene.

Supero i pochi km di terra di nessuno con un po’ di trepidazione per quello che potrebbe accadere alla frontiera boliviana.

Arrivo e inizio una girandola di uffici, in tutto saranno quattro. Ma nessuno fa una piega nè per il fatto che la moto non sia intestata a me, nè per la dichiarazione notarile. In 40 minuti scarsi sono fuori!

Boliviaaaaa!!! La gioia è tanta e inizio ad affrontare la pista di slancio. Non un solo cartello che indico Uyuni. Per fortuna ho chiesto ad un signore prima di ripartire dalla dogana:

“Devi prendere la pista di destra, non quella dritta!”

Inizio così una serie di salite lunghissime, l’ultima delle quali non si spreca nemmeno più a darmi tregua: continua ininterrotta per km e km. Mi spiace non avere dietro un altimetro. Sono partito da 3700 metri, ma per quanto sono salito, sicuramente ho superato i 4000, però sono curioso di sapere di quanto.

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E’ buffo sentire la moto come all’inizio regge la terza, poi inizia a tossire, ma tiene la seconda. Sull’ultimo salitone infinito, davvero un’ascesa al cielo, metto la prima. Dopo qualche km anche con la prima, la moto inizia a scalciare e tossire. Rallenta.

Bene, mi dico, se nemmeno la prima ce la fa, che faccio, spingo?? Però prosegue, tra un borbottio, uno scalcio e un scoppio, è una sfida tra chi resiste: la salita che non vuole finire e Nelinkas che non vuole fermarsi.

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Dopo minuti interminabili, la salita si addolcisce e si trasforma in altipiano. Nelinkas ce l’ha fatta e festeggia riuscendo di nuovo ad allungare in seconda e terza.

Altra cosa buffa che sto sviluppando in questo viaggio, considerare i 50 km/h una Signora Velocità, che ti permette di andare un po’ ovunque. Dopo ore e ore passate in questi giorni a 40, 30 e 20 all’ora, finisci per pensare che a 50 stai sfrecciando e puoi pensare di fare una bella tappa.

Il paesaggio è meraviglioso, immenso, sotto montagne imponenti, immense distese di piante dai colori verde e giallo e poi rocce dalle forme più strane.

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Mi spiace quando finiscono le montagne. La pista diventa più facile, ma è anche meno affascinante.

In realtà dopo una lunga e noiosa pianura, riprendono delle piccole alture sulle quali avvisto parecchi lama e in un paio di occasioni mi tagliano la strada.

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Ricomincia la pianura, per sicurezza guardo il navigatore e scopro di essere totalmente fuori pista. Poco fa ho superato un paesino e c’era una deviazione, ma mi pare impossibile fosse quella la pista. Il problema è che non c’è nessuno a cui chiedere.

Passano i km, ma il navigatore mostra sempre una freccina blu, la mia posizione, nel mezzo del nulla. Sono su una pista non segnata. Nello specchietto vedo che mi sta raggiungendo un’auto. Mi fermo e faccio cenno di fermarsi. Per fortuna rallentano e poi si fermano un poco più avanti.

Tiro un sospiro di sollievo quando mi confermano che la pista è giusta. Però un cartello non dico ogni tanto, ma ogni 100 km potrebbero metterlo!

I km passano, nonostante l’altitudine e il falso piano, riesco a mantenere i 50 all’ora e intorno alle 16 arrivo in vista di Uyuni.

La pista corre in mezzo ad una distesa immensa di terra spaccata dall’aridità. Il colore farebbe pensare ad una terra fertile, peccato la totale assenza d’acqua.

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Uyuni e albergo subito trovati e domani la dedico interamente al salar, non vedo l’ora!

Verso Uyuni

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Nel frattempo che ritrovo un wifi decente, carico questa foto scattata col telefono, che si fa molti meno problemi se la connessione é lenta (invece il tablet é pretenzioso).

Qui sono sulla pista tra Ollagüe a Uyuni, stupenda. In lontananza si vedono delle rocce dalle forme particolari.

Un pollo in alta quota

Il pollo ovviamente è la moto-pollo o moto-tablet o moto-chica, ormai ha più nomignoli lei che una diva del cinema.

Volevo partire alle 9, quindi alle 10:30 riesco a mettermi in marcia.

La strada verso Calama affronta diversi passi, sui quali la povera pollita arranca e sbuffa, strattona e si impunta, a volte inchiodandosi sui 40, altre volte a 60, poi quando vuole fare la pazza allunga a 90.

Finalmente arriva Calama, dove ho in mente di fare alcune cose: intanto il pieno, poi gonfiare le gomme, controllare l’olio e comprare qualche soldo boliviano.

Mi butto in un distributore, il pieno viene facile, poi arriva l’ostacolo delle gomme. Non c’è come da noi un tubo col manometro, se la pressione è bassa gonfi, altrimenti lasci così. No, qui c’è un totem alto quanto un uomo, con un piccolo display al centro e 4 tasti attorno al display e il tubo che porta l’aria.

Da quello che capisco guardando un altro, si imposta la pressione che si desidera nel display (usando i due tasti + e -), si infila il tubo che gonfia nella valvola e quello fa tutto: se è bassa gonfia, se è alta sgonfia. Il quarto tasto rimane un mistero.

Il tipo prima di me, però, dopo aver trafficato un po’, desiste:

“Non funziona”, sentenzia.

Lo guardo con aria interrogativa, poi mi dice qualcosa che non capisco e alla fine mi chiede se voglio vedere a quanto stanno le mie gomme.

“Ok, grazie!”

Prende un manometro di quelli tascabili, misura dietro:

“28”

Poi davanti, un altro 28.

Bene, il punto però è un altro: il tipo così come il totem-gonfiatore, parlano di numeri del tipo 20, 25, 30, ecc. Sul libretto della moto, invece, parla di PSI e atmosfere, che sono numeri del tipo, rispettivamente, 150 e 1,5. Nulla che somigli ai numeri del display.

Mentre continuo a sfogliare il libretto a caccia di altri numeri, il tipo se ne va e ne arriva un altro. Gentilmente faccio notare che non funziona, lui mi ignora e gonfia. Ah! Sta già risalendo in macchina, che gli chiedo al volo:

“Ecco il libretto della moto dice questi numeri, cosa devo mettere??”

“35!”, spara con sicurezza.

“Davanti o dietro??”, chiedo, visto che davanti parla di 150 e dietro di 200.

“Dietro!”

“E davanti??”

“… 32!”

Un po’ scettico lo guardo allontanarsi, poi torno al totem. Imposto il numero che mi ha detto, infilo il tubo nella valvola, ma non succede nulla. Inizio a innervosirmi, vado dal benzinaio che sta servendo auto e camion e non intende darmi retta, e mi metto in mezzo ai piedi.

Alla fine mi ascolta e andiamo insieme dal totem.

Per giustificarmi dell’incapacità, dico:

“In Italia sono completamente diversi, questo non ho capito come si usa”

Quando capisce che sono italiano, mi guarda con più simpatia e, mentre inizia a gonfiare, mi chiede dove sto andando.

Prima che inizio a rispondere, mi dice che dietro stava a 22. Conferma ulteriore che i manometri da tasca non servono a nulla, anzi, sono pure dannosi.

Gli spiego a grandi linee il viaggio e che domani dovrei entrare in Bolivia.

“Stai attento ai boliviani …”

“Perchè?”

“Perchè odiano i cileni e se vedono la targa cilena potrebbero essere guai”

“Vabbè ma io sono italiano, basta che spiccico due parole si capisce che non sono cileno!”

“Peggio, che sei italiano! Dopo il problema che ha avuto Morales, hanno bruciato le bandiere di Francia, Italia, Germania e altri”

Moto cilena con guidatore italiano … un mix perfetto! Non mi resta che sperare che i doganieri non facciano caso a queste cose, anche perchè penso di avere magagne ben peggiori, se penso ai documenti della moto, intestata a Nicola ed io che viaggio con la dichiarazione notarile.

Ringrazio per l’avviso e mi rimetto in strada dopo aver controllato l’olio.

Niente moneta boliviana, sto morendo di caldo e voglio andare, mi arrangerò in qualche modo.

Prendo la strada per Ollague, dopo un po’ faccio sosta a Chiu Chiu (pronuncia Ciù Ciù, che mi fa tornare in mente uno squilibrato che incontrai anni e anni fa in Russia, che continuava a ripetere a mitraglietta “ciai ciai ciai ciai ciù ciù ciù ciù”, per dire che voleva offrirci un po’ (ciù ciù) di tè (ciai).

Chiu Chiu ha una bella chiesa, peccato che è chiusa. Il portone, il cancello e altre parti in legno, sono fatte con legno di cactus, si vede dalla miriade di fori.

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Mi rimetto in moto, la strada si dirige verso la cornice di montagne che fino a oggi ho ammirato da lontano. Dopo altri km, alla mia sinistra si apre una spaccatura enorme nella terra. Mi avvicino e scopro che si tratta di un canyon, come quelli che si vedono nei film western.

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La strada sale sempre più di quota, poi l’asfalto sparisce e si trasforma in “duro”.

I km sono tanti e lenti, la moto avanza con molta difficoltà a causa della scarsità d’ossigeno. Perde colpi in continuazione, non posso dare troppo gas altrimenti si affoga. Se ne dò poco, non cammina.

Anche il “duro” finisce lasciando il posto ad un pista più accidentata, con parecchie buche e sassi. Cerco sempre di non scendere sotto i 40/50, ma a volte è impossibile e arranco a 30 fino alla fine del salitone di turno.

Mi addentro tra le montagne, i pianori sono coperti di licheni e altre piante di colore giallo o verde, le montagne variano dall’ocra al nero. In alto, le venature bianche della neve.

A volte la pista è pessima, sabbiosa e distrutta, come quando supera il canyon che avevo fotografato molti km fa. Oppure quando la pista scende a capofitto verso un salar che occupa l’intero bacino alla base di alcune montagne che lo circondano.

Lungo questa discesa, un cartello avvisa che sia a sinistra, sia a destra, ci sono campi minati. Per 600 metri. Attenzione!

Mentre mi chiedo perchè mai abbiano minato questo tratto di pista, ecco che appare magicamente l’asfalto. Che miraggio! Improvvisamente scompaiono tutti gli scuotimenti e slittamenti e colpi e ricomincio ad andare sul liscio.

Mentre fiancheggio una pianura, vedo dei lama o forse sono delle vigogne. Bellissime! Non le avevo mai viste in libertà.

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Proseguo, km e km dopo costeggio una laguna punteggiata da decine di fenicotteri.

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Vedo un treno che procede a 10, forse 15 km orari arrancando sul fianco di una collina. Quanto impiegherà per arrivare a destinazione?

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Nuove difficoltà sulla pista, che a volte diventa sabbiosa, a volte per lunghi tratti ha il tremendo toulee ondulee, delle piccole onde, perpendicolari alla pista, molto dure. Andandoci sopra, si ha l’effetto terremoto. Con una moto potente, la soluzione sarebbe accelerare, magari a 90/100 e volarci sopra. Io invece le prendo una per una, sempre col terrore che si rompa qualche supporto della moto.
Per fortuna che stamattina ho tolto la tanica dal portapacchi. A parte sbilanciare molto il peso fuori dall’asse della moto, gravava completamente, con i suoi 10 kg di peso, sul portapacchi. Con buona probabilità si sarebbe rotto o avrei rischiato molto, così invece la moto è equilibrata e caricata meglio.

Ultimo pezzo a fianco di un altro salar, andando così piano i km sembrano non passare mai, poi finalmente Ollague che si annuncia con vari numeri, tra cui l’altitudine: 3660 metri. Non credo di essere mai arrivato così in alto.

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Il paesino sembra essere disabitato, poi vedo alcuni operai e chiedo informazioni su dove dormire. Mi indicano una locanda nella quale entro di corsa.

Ovviamente hanno posto, anche se sembrano doverci pensare. La signora mi fa parcheggiare sul retro della casa.

Prendo la moto, faccio il giro dell’isolato e subito un cane si getta al mio inseguimento. Abbaia forte e mi corre a fianco, anche perchè non posso accelerare troppo, visto che devo entrare in un cancello. Però sono tutti chiusi, la signora ancora non ha aperto, non so dove andare. Il cane sempre a fianco abbaiando a più non posso, ma non mi preoccupo perchè ho gli stivali e i pantaloni tecnici.

Alla fine la signora si decide ad aprire, imbocco il cancello e il cane scompare.

Sono le 17, ho impiegato 6 ore e mezzo per fare 300 km, metà dei quali in fuoristrada. Tutto sommato non è andata male.

La camera è tutta per me, mi butto in doccia, ma l’acqua è gelida. Vado dalla signora e gli chiedo se c’è l’acqua calda.

“Sì che c’è, vieni!”, mentre dentro di me mi dico, eppure, l’ho fatta scorrere parecchio …

La seguo nel salone principale, dove c’è la caldaia a gas (all’interno della casa! alla faccia della sicurezza), la accende ed esclama:

“Ecco l’acqua calda!”

Ah ecco!

Mi scambio qualche sms con Caterina per avvisarla, lei mi chiede se non c’è il wifi. Le rispondo che a malapena c’è la luce. Mai battuta fu più appropriata. Di lì a poco si susseguono una serie di black out uno dietro l’altro, da pochi minuti a mezz’ore intere.

La cena consiste in una zuppa non bene identificata

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e in una fetta di carne con contorno di … spaghetti!

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Alla luce del cellulare, controllo i documenti della moto ed i miei in previsione della frontiera di domani.

Speriamo mi facciano entrare in Bolivia! E, se mi fanno entrare, speriamo che la pista fino a Uyuni non mi faccia faticare troppo!!

Dove osano i fenicotteri

La mattinata passa un po’ dormendo, un po’ sistemando i bagagli che in questi tre giorni erano “esplosi” e un po’ facendo le prove con la telecamera, dove montarla e come usarla.

Nel pomeriggio decido di fare una gita al Salar de Atacama, qui vicino.

Solo dopo essere partito, però, mi accorgo che l’estremità più a sud del salar dista 90 km. Totale andata e ritorno, 180 km. E da Calama non ho più fatto il pieno ed ho percorso già 170 km. Rapido calcolo, non ce la faccio con la benzina! Ma allora lo faccio apposta, mi dico.

Il punto è che ogni volta prendo la moto come se stessi per andare al lago di Bracciano, a 40 km da Roma, anche se invece magari ne devo fare 400. Tutto sommato anche per questo viaggio sono partito con la stessa predisposizione d’animo: so che saranno tanti km, ma non ho idea esattamente quanti e li vivo giorno per giorno.

Penso tutto questo e anche a quanto sono … disattento, mentre procedo verso il Salar. Inizio di nuovo la girandola di somme e sottrazioni, fermandomi a scattare qualche fotografia alle montagne circostanti che continuano a stupirmi per la loro bellezza.

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Supero un osservatorio astronomico; pare che qui ci sia uno dei cieli più limpidi del pianeta. Da quello che ho visto in queste sere, posso confermare.

Mentre guido ipnotizzato dalla strada dritta che ondeggia tra lunghe salite e discese, all’orizzonte appare una striscia scura. Man mano che mi avvicino, mi accorgo che sono alberi. Un’oasi in piena regola! Solo che invece delle palme da dattero che si vedono nelle oasi africane, qui sono altri tipi di albero.

Arrivo infine a Toconao. Un signore di mezza età mi dice che il Salar inizia tra 25 km. Faccio i conti, potrei farcela.

Mi avvio nella direzione indicatami dal tipo e imbocco un cosiddetto “duro”, ossia una strada sterrata larga e ben tenuta. La moto si comporta bene, ma senza bagagli son capaci tutti!

Dopo qualche km, appare un cartello che annuncia: “Reserva Nacional Los Flamencos”. Sembra promettente! Faccio un patto con me stesso: se vedo i fenicotteri bene, altrimenti torno a San Pedro senza altre deviazioni, non mi va di restare senza benzina.

Dacchè il “duro” costeggiava il salar, questa pista punta dritta nel centro. Mi ritrovo in mezzo ad una pianura con zolle brillanti di cristalli di sale a perdita d’occhio. Sembra che un immane aratro abbia divelto l’intera pianura, invece è soltanto uno degli effetti singolari dell’evaporazione.

Arrivo al gabbiotto che controlla l’ingresso all’area naturale, c’è un biglietto da pagare. Dopo aver preso il resto, sto già andando via quando la cassiera mi grida dietro:

“Perdona, de che pais?”

“Italia!”

“Un italiano qui, incredibile …” esclama in perfetto italiano il ragazzo, l’unico altro in fila, dietro di me.

Iniziamo a parlare, è spagnolo. Ha imparato l’italiano nella scuola del suo paesino, vicino Madrid. Si è trasferito a Calama con la moglie e la figlia piccola lo scorso febbraio.

“In Spagna non c’è lavoro, è terribile …”, mi dice sospirando.

“Lo so, anche dei miei amici di Madrid stavano pensando di andare all’estero … ma voi come vi trovate a Calama?”

Prima di rispondere, mi rivolge un lungo sguardo malinconico, velato di tristezza, che è già una risposta.

“Calama è tremenda”

“Dai, non è così male, sicuramente è la città più carina nel raggio di centinaia di km”, provo a consolarlo.

“Fidati, è tremenda … ma almeno c’è lavoro e poi mia moglie sta aspettando un’altra bambina e questo ci dà una grande forza”.

Mi colpiscono le sue parole, una “grande forza”. Quella che facilmente poteva essere vissuta come una “tegola” in testa, per loro è una spinta ad andare avanti. Mi ricorda quello che mi disse un istruttore di immersioni a Bali, che i figli portano soldi e fortuna, perchè quando uno ha figli, mette la testa a posto, si dedica di più al lavoro, smette di fare fesserie, ed ecco che il risultato arriva, più soldi e le cose girano per il verso giusto.

Inizio la visita addentrandomi nel sentiero che è stato ricavato all’interno del salar, con tanto di pannelli esplicativi che spiegano l’origine della laguna, come viene alimentata, quali organismi la popolano, dando da mangiare a migliaia di uccelli. E’ molto interessante e stupefacente come un ecosistema con un equilibrio così delicato, dia da vivere a così tanti esseri.

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Il paesaggio è incredibile, di una bellezza primordiale e il silenzio assoluto contribuisce a creare un’atmosfera magica.

Ma il meglio deve ancora venire!

Alla fine il sentiero piega verso la laguna e la costeggia, a pochi metri dai fenicotteri che zampettano nell’acqua a caccia di cibo. Ci sono anche altri tipi di uccelli, tutti nutriti da questo specchio d’acqua perennemente a rischio di evaporazione e quindi di estinzione.

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Ormai appagato ritorno verso San Pedro, godendomi la strada in tutta tranquillità visto che la moto non è ancora entrata in riserva.

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Una volta in paese, vado di nuovo in cerca di Gonzalo. Ci diamo appuntamento alle 21, e per fortuna non finisce come ieri sera.

Rapida cena e a letto presto. Domani, Ollague! Almeno, ci provo.

Attenti ai cani

L’obiettivo della giornata é … non avere obiettivi!

Se non ci fosse una temperatura degna di un frigo classe A, mi godrei ancora di più il tempo passato a poltrire a letto.

Quando mi sento psicologicamente pronto, esco e con Nelinkas vado in paese a caccia della colazione.

Opto per dei biscotti e un brik di latte e cacao da mangiare nella bella piazza principale di San Pedro sotto un sole finalmente caldo.

Il paese é deserto, immagino perché tutti sono stati cooptati in qualche escursione da una delle mille agenzie turistiche.

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Breve giro nel museo locale, nel quale hanno tolto le mummie che l’articolo turistico che uso come guida ancora riporta. Peccato che l’articolo é del ’97 e le mummie le hanno tolte nel 2007.
L’esposizione non é molto interessante, a parte molti contenitori e bruciatori per l’assunzione di sostanze allucinogene.

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Mi perdo a pensare come sia cambiata la cultura umana nei millenni: all’epoca tali sostanze servivano ad avvicinare alla divinità, ad entrare in uno stato mentale di contatto ed elevazione. Oggi sono quasi ovunque vietate e culturalmente bandite.

Vado a prendere la moto per fare un giro nei dintorni. Punto al sito archeologico di Pukarà de Quitor. La moto senza bagagli é ovviamente molto più agile e scattante, fermi restando i limiti di un 125.

Dopo un piccolo guado, vedo in lontananza due cani che mi vengono incontro. Non mi allarmo perchè, come mi aveva avvisato Nicola, il Cile é il paese dei cani: sono ovunque, numerosissimi e generalmente pacifici.

Stavolta non so perchè, il più chiaro dei due, alla mia destra, inizia ad abbaiarmi contro forsennatamente e ad inseguirmi a pochi cm dalla gamba. Per quanto possibile accelero, quando all’improvviso mi sento tirare i pantaloni della gamba sinistra, altezza caviglia e i lacci della scarpa.

Mi accorgo così che anche l’altro allegro cane mi sta inseguendo. E come insegna il proverbio, “can che abbaia non morde”: quello chiaro alla mia destra abbaia e corre, ma non si impegna troppo a mordermi. Quello alla mia sinistra, invece, un pastore tedesco ben piazzato, corre in silenzio e concentrato, puntando alla gamba.

Il primo morso é andato quasi a segno e ora si impegna il più possibile col secondo. Evidentemente é una sua questione di principio. Corre come un dannato e per un po’ entrambi stanno al mio passo. Ma alla fine la moto riesce ad accelerare a sufficienza e, avendo immediatamente alzato le gambe fino al serbatoio, gli ho un po’ complicato la missione “mordi il turista in moto”.

Il sito non é nulla di che, ma almeno il panorama é molto bello: l’oasi di San Pedro incorniciata dalla cordigliera in lontananza.

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Vorrei proseguire per la Quebrada del Diablo, ma vedo i due cani di poco fa avviarsi proprio su quel sentiero.

Scendo dopo qualche minuto e provo comunque ad andarci: nuovo guado, ma dopo pochi metri li vedo poco più in là, oltre una curva.

Inverto e torno in paese. Maledetti cani randagi!

Torno sulla strada principale e imbocco un bivio che avevo visto ieri arrivando da Calama.

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Indica la Cordigliera de la Sal. Subito incontro dei piccoli specchi col fondo coperto di bianchissimo sale.

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La pista si addentra nella montagna, a volte stringendosi come strozzata da questa. Il fondo diventa sempre più sabbioso.

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Dopo un po’ la montagna lascia il posto ad un pianoro. La sabbia ormai la fa da padrona e tutto intorno si alzano delle dune, sempre con la cornice delle montagne innevate in lontananza.

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Torno indietro, poi a San Pedro in ostello a trascorrere le due ore che mancano alla gita alla Valle della Luna.

Alle 15 torno in paese e, davanti all’agenzia che ha organizzato la gita, incontro Gonzalo, guida che conobbe Caterina quando venne qui qualche anno fa. É simpatico e inizia subito a darmi delle informazioni per la Bolivia e per il Perù.

Il pulmino della gita é pieno. Arriviamo all’ingresso del parco naturale Valle della Luna, poi proseguiamo a piedi, arrampicandoci a fianco di una duna piuttosto alta.

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“Statica, non come quelle di altri deserti, che sono mobili”, precisa la guida che si dilunga in spiegazioni molto interessanti su geologia e storia del luogo.

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I panorami sono stupendi, grazie al contrasto tra le curiose formazioni rocciose in primo piano e i picchi della Cordigliera, vulcani e montagne, sullo sfondo.

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La guida ci fa compiere un altro percorso in un sentiero minuscolo sul fondo della spaccatura di una montagna.

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Ultima tappa, il tramonto sulla Valle della Luna, meraviglioso. I picchi in lontananza si tingono di rosa mentre i calanchi della vallata, si accendono con un ultimo bagliore.

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Per tutto il giorno mi sono arrovellato se partire domani verso la Bolivia oppure no. Alla fine, gioco forza é un no, soprattutto perchè non ho voglia di riprendere subito la moto!

Alla fine della gita, incontro nuovamente Gonzalo, con il quale mi dò appuntamento più tardi per la cena.

La giornata finisce senza sorprese: torno in ostello, doccia, ozio. Torno in paese per la cena nel ristorante concordato con Gonzalo. Sono le 21 e non c’è.
Il proprietario lo conosce e lo chiama al telefono:

“Dice che arriva tra un’ora!”

Inizio a mangiare immediatamente perchè sto morendo di fame. Mi piazzo, come ieri sera, a fianco del fuoco, salvo poi scoprire che la saletta nella quale sono seduto é all’esterno! Vedo le stelle dal tetto aperto di cannucce.

Alle 22:10 vado via: sono stanco, nella saletta entra un vento gelido nonostante il fuoco che mi sta pure affumicando.

Faccio avvisare Gonzalo che magari ci vediamo domani, buenas noches!

A San Pedro! Stavolta per davvero

Dopo una bella colazione e aver chiuso i bagagli, come prima cosa vado dal concessionario Honda per provare a cambiare il cavo del tachimetro. Vorrei chiedergli anche se si può regolare qualcosa per la guida in alta quota e se magari ci scappa il secondo tagliando in garanzia.

Lascio a malincuore il bell’hotel

E vado a caccia del concessionario, ma ho una sorpresa. Chiuso per inventario! Dentro non c’è nessuno.

Rinuncio al volo, tanto posso stare senza cavo del tachimetro e ad alta quota farò come ho fatto fino ad oggi: poco gas e tanta pazienza.

Torno in albergo per caricare i bagagli e mandare le ultime mail e a una di queste Nicola risponde:

“Sei andato troppo presto dal meccanico, riprova più tardi”

Ok … Decido che carico tutto e ci ripasso davanti: se c’è bene, sennò amen.

E … c’era!! 🙂

Alfredo smonta la ruota anteriore e mi mostra la rotella dentata (di plastica!) che segna la velocità. É tutta mangiata. Secondo lui il meccanico precedente l’ha rimontata male. Tonino di La Serena. Chissà.

Non ha il ricambio, ma lo rimedia da un’altra moto. ‘sta rotella di plastica dentata, delle dimensioni di un tappo di bottiglietta d’acqua, costa 40 euro. Honda non si smentisce mai.

Comunque dò l’ok perchè voglia vedere i km per non perdere i prossimi tagliandi.

Dopo aver rimontato la ruota, passa a regolare la vite dell’aria del carburatore per farla andare meglio in alta quota. Solo che per regolare questa vitarella, deve smontare il collettore dello scarico! Comodo!

Riguardo il secondo tagliando che provo a chiedergli, interpreto che mi risponde una cosa del tipo: “ma che vvoi, é a 4mila km, mò ce n’ha 2mila, andale andale!”

Ok non proprio così ma il concetto era quello.

Lo ringrazio e mi incammino, ma prima voglio prelevare. Il primo bancomat che provo mi dice “richiesta rifiutata”. Oddio! Torno davanti al meccanico per prendere la connessione wifi e chiedere aiuto a Caterina. Nel frattempo Alfredo mi vede, gli spiego il problema e mi dice che forse quel bancomat non accettava la Visa e me indica un altro.

Stavolta é ok, torno dal meccanico a sfruttare il wifi e avvisare Caterina 🙂

Parto, é l’una e decido di fare una cosa mai fatta negli ultimi giorni: pranzare! Vedo un chiosco e mi fermo a mangiare due empanadas. Una é così così e l’altra cattiva. Come inizio non c’è male!

Finalmente s’è fatto tardi, quasi le 2 del pomeriggio: posso partire! E se mi impegno arrivo anche col buio! 😉

La strada taglia in due il deserto che si perde all’orizzonte. Alla mia sinistra incombono le cime immani della Cordigliera, sembrano di un altro mondo, dove le dimensioni non sono le nostre, ma di uno o due ordini superiori.

Il paesaggio é affascinante e man mano che mi avvicino a San Pedro, diventa sempre più bello.

Formazioni rocciose come code di drago, immensi catini di mille colori dal bianco al rosso, rocce stratificate che sembrano antiche come il mondo.

Tra una sosta e l’altra, arrivo a San Pedro addirittura con la luce. Trovo l’ostello a cui aveva chiesto informazioni Caterina. Le stanze sono piccole e spoglie e il bagno é esterno, ma almeno costa poco.

Faccio un giro per San Pedro con l’ultima luce del giorno, molto carino ma effettivamente é un trappolone per turisti.

Stavolta però non mi dà fastidio, ne approfitto anche per portare a lavare un po’ di indumenti.
Sono quelli più pesanti che ho e li sto indossando ininterrottamente da quando sono arrivato in Cile e ormai odorano di gatto putrefatto.

Di nuovo una Cena, a fianco di un caldo fuoco. Non oso pensare a quando tra poco tornerò a dormire nel tugurio.

Domani … Valle della Luna e poi non so che altro, deciderà il Fato o chi per lui!

Rassegna stampa – 2

Già che sono dal meccanico per aggiustare il cavo del tachimetro, regolare il carburatore e forse altri controlli (devo contrattare 😉

riporto qualche articolo interessante apparso negli ultimi giorni.

Iniziando da dove mi trovo, nel nord del Cile, stanotte un leggero terremoto. Non ho sentito nulla, però qualcosa si sta muovendo visto che 2 giorni fa ce n’era stato un altro un po’ più forte.

Nonchè una piccola epidemia di influenza per non farsi mancare anche l’aspetto sanitario.

Infine, da qui si capisce il perchè di onde tanto alte sulla costa nord del Cile.

Passando al Paese dove dovrei andare tra un paio di giorni, la Bolivia, il governo italiano ha pensato bene di spianarmi la strada inimicandosi il presidente boliviano Morales, negandogli lo spazio aereo, per paura ci fosse a bordo Snowden (che poi, s’è capito perchè i “nostri” stanno tutti zitti, visto che anche noi stiamo dando i nostri dati agli americani).

Chiudo col Perù, dove nei giorni scorsi ci sono stati degli scontri, che fanno sempre piacere.

Ritenta e sarai più fortunato!

Mi sveglio congelato, ho tenuto pochi secondi in mano il telefono fuori dalle coperte e s’è intirizzita in un secondo! Meno male che sono più al nord e sul mare!

Faccio colazione su un tavolino a fianco di quello della recepcion, come dire, tutto in casa.
Una coppia di ragazzi é già seduta, mi siedo accanto a lui. Attacco bottone: lei lavora per l’università di Santiago e sta facendo una ricerca sui problemi respiratori e polmonari provocati dalle miniere. Lui la accompagna.

Gli racconto del mio viaggio, a dire il vero dico che arrivo solo in Colombia, anche a me suona strano tutto il giro che vorrei fare e poi non saprei spiegarlo bene.
Ma anche così fa effetto … Lui tira un sospirone e dice alla ragazza, ma con un tono come a comunicare una decisione già presa:

“Un giorno devo farlo anch’io …”

Devo, non voglio. Giusto. Il dovere implica una necessità, la voglia é invece un desiderio a cui si può rinunciare. Perchè la rinuncia molto spesso é più semplice.

Parto con la solita ora di ritardo rispetto alle buone intenzioni di ieri sera.

Destinazione, San Pedro de Atacama!

Ma invece di buttarmi subito sulla Panamericana (che nome evocativo … Solo a pronunciarla fa immaginare spazi infiniti e luoghi mitici) che punta all’interno, voglio prima vedere l’oceano, che ieri nell’oscurità ho solo immaginato e respirato.

Le onde sono alte, potenti, minacciose. Nonostante la spiaggia sia molto lunga, quando arrivano nella sequenza giusta, si infrangono proprio sotto la strada.

Guardo dietro di me il paesino. Balza di colpo alle prime posizioni dei posti più brutti che abbia mai visto. Forse é medaglia d’argento, dietro solo a Dnepropetrovsk in Ucraina.

É sovrastata da impianti industriali, coperta di polvere, semi-distrutta di lavori in corso, altri mai finiti e altri che avrebbero un urgente bisogno di cominciare.

Parto e alle spalle del paesino compare una duna altissima di sabbia. Il deserto!

Ormai la vegetazione é scomparsa da molti chilometri, ma qui si percepisce l’impossibilità della vita. Il pianoro coperto di pietre laviche, le colline prive di qualsiasi appiglio. Alcune ricordano il dorso di un elefante, ma forse é come con le nuvole: ognuno ci vede quello che vuole.

Il tempo cambia velocemente: la polvere e la fuliggine di Chañaral, unite all’acqua dell’oceano nebulizzata, spariscono in pochi km lasciando il posto al sole che brilla in un cielo limpido a perdita d’occhio.

Iniziano lunghe salite purtroppo non seguite da altrettante discese. Saliamo di quota e la motita-pollita perde potenza.

Dopo una di queste salite, appare sul fondo una vallata con un coperchio di nebbia. Sembrava lontana, ma mi rendo conto che ci sto finendo dentro.

Pluf!

Dal sole e dal caldo, nel giro di pochi metri finisco nel gelido umidore grigio di una fitta nebbia.

Man mano che le ore passano, il meteo si stabilizza sul sole, sempre più caldo.

Entro nella regione di Antofagasta, magica e sorprendente. Vedremo.

La Panamericana sparisce, il traffico viene deviato su una lunga pista di terra battuta sulla quale inizio a provare le doti fuoristradistiche di Nelinkas. Se la cava bene, se non fosse che ho paura che il peso dei bagagli sfondi il portapacchi.

Entro in riserva nel pieno del deserto verso Antofagasta. Di nuovo molto prima di quello che pensavo.

Maledico la mia pigrizia per non aver fatto il pieno a Chañaral. In pratica ho perso 90 km di autonomia, avendo fatto il pieno a Caldera. Ma stamattina non mi andava. Così son fatto. Però ora mi maledico.

Passo il tempo a fare i conti dei km che posso fare con riserva e tanica, almeno quella é piena.
Ma i continui ragionamenti e il panico di restare a piedi mettono in dubbio tutto.
Ad un certo punto mi viene il serio dubbio che la tanica che mi ha regalato Nicola sia da 5 litri. Se così fosse sarei fottuto, non arriverei mai ad Antofagasta. Se invece fosse da 10 litri sarei tranquillo. Però mi sembra da 5, faccio continui confronti mentali con le taniche che ho a casa. A Roma.
Basterebbe fermarsi e controllare, ma non mi va, tanto prima o poi anche la riserva finirà e saprò tutto.

Dopo 50 km percorsi con la riserva, ormai agli sgoccioli, tra i continui ragionamenti e ipotesi vedo degli operai lungo la strada. Mi fermo e gli chiedo se sanno dove posso trovare della benzina.

“Sta qui, ad Aguas Verdes!”, esclama come a dire, ma come non lo sai?!

“Ah! E quanti km?”

“Due, tre …”

I km sono 8, ma ci arrivo comunque con la riserva.

Il vento é potente e unito all’altitudine, fanno sì che la moto-tablet arranchi e caracolli anche nelle rare discese. Non supero i 50, ma spesso faccio i 40.

Così é frustrante, ma ad un certo punto smetto di preoccuparmi per la velocità. É come quando guido in situazioni pericolose ad esempio con la neve o il fango o su altri fondi difficili. Ad un certo punto non reggo più la tensione e la caduta diventa un evento qualsiasi, non me ne importa più nulla, accada quel che accada.
Ora é lo stesso con la velocità. Da che cercavo in tutti i modi di guadagnare o non perdere un singolo km/h, me ne frego, arrivo quando arrivo.

L’obiettivo di San Pedro é sfumato. Poi ho puntato a Calama. Proseguendo a 40 all’ora, anche Antofagasta sembra un miraggio.

Certo che 40 é proprio poco … All’improvviso si materializzano due motociclisti, mi superano a tutta velocità strombazzando e salutando. E la motita-pollita arranca e balbetta.

Però riesco a guardarmi meglio intorno. Il Cile é disseminato di altarini con doni e oggetti i più disparati possibili: fiori, bandiere, cappelli, incensi, immagini. Nei prossimi giorni voglio guardarli più attentamente.

Alcuni altarini sono vere e proprie cappelle in miniatura. Poi appare una cappella vera, una chiesa del deserto. Il tetto é di lamiera, la struttura in muratura. Il vento la sconquassa e la fa ululare, ma questa resiste e offre un’oasi di pace pur essendo completamente aperta. Si riesce anche a sentire il profumo di alcuni incensi accesi non molto tempo fa.

La strada prosegue, lunga e lenta. Le montagne si susseguono le une alle altre, poi arrivo alla Mano nel Desierto.

Sembra incredibile e fatto apposta: proprio alle spalle del monumento, c’è un camion parcheggiato. Riesco comunque a fare le foto senza farlo vedere, ma insomma …

Riparto e il successivo evento sono i 2000 km di Nelinkas. Auguri!!
“Te ne aspettano altri 18mila …”, penso tra me e me.

Arrivo nella periferia di Antofagasta, orribile di impianti industriali a ripetizione. Anche se la giornata sta per finire, non ci penso un attimo e punto su Calama.

Di nuovo lavori in corso, il tramonto mi coglie che non manca molta strada.

Alla fine guido solo un’ora e mezzo al buio. Stavolta mi fermo e ammiro, nell’oscurità più totale che solo il deserto può offrire, il cielo nitido e meravigliosamente stellato. La Via Lattea é una pennellata bianca che percorre il cielo da parte a parte.

Riparto e finalmente arrivo a Calama. Cerco il concessionario Honda: ad Antofagasta s’è rotto il cavo del tachimetro. Motivo in più per fuggire da quel posto!

Dopo qualche giro mi fermo all’hotel Mirador. É caro ma non ho più voglia di girare.

Doccia calda meravigliosa ed esco per la cena. Alla recepcion mi aggancia un signore sui 50 e mi chiede della moto.

Iniziamo a parlare di moto e viaggi, ad un certo punto mi dice:

“Io avevo una Yamaha Tenerè 660, poi l’ho venduta”

“Ma dai, non ci credo, io ho la stessa moto! Di che anno era la tua??”

“2010”

“La mia 2009! Troppo bella, era perfetta per questo viaggio … ” Esclamo con un sospiro.

Insomma, due volte in pochi giorni che salta fuori la mia amata Tenerè … Se é un segno, spero solo che sia la sua benedizione per il viaggio.

Il tipo mi dà un mare di informazioni, lavora come guida turistica.

Vado a cena, finalmente una cena vera! E dalle casse ad un certo punto sento la voce di Fiorella Mannoia, che emozione, mi piace troppo.

Vado a dormire sereno e beato.