Romani in Tunisia

(29/12/2013)

Un romano potrei essere io, anche se non mi sento molto “romano”, più cittadino del mondo. I romani a cui alludo sono gli antichi che hanno occupato un numero incredibile di Paesi, tra cui la Tunisia, lasciando delle rovine meravigliose tra cui Dugga, sosta principale di oggi.

Mi sveglio prima dell’alba ritrovandomi raggomitolato per il freddo. Ieri sera mi sono addormentato subito dopo la doccia, ben caldo, senza badare che sul letto c’era solo un lenzuolo, nessuna coperta.  Accendo la luce e vedo un bel piumone piegato a pochi centimetri da me, lo butto sul letto e mi ci infilo sotto, dormendo fino alle 9 come un pascià.

La colazione alla francese, con croissaint, spremuta, yogurt e caffè, poi mi getto nel caos di Tunisi. In pratica ripercorro le stresse strade di ieri notte, ma adesso, piene di vita e luce, fanno tutt’un altro effetto.
Continuo a vedere, però, immondizia ovunque e, man mano che esco dalla città, quartieri sempre più poveri, devastati da cumuli di macerie e calcinacci, immondizia, piloni e altre costruzioni iniziate e mai finite, mercati improvvisati un po’ ovunque.
Uno di questi praticamente blocca un’arteria da quattro corsie che porta fuori città. Le bancarelle iniziano solo sul lato destro della strada, poi anche sul sinistro. Aggiungendo le persone che passeggiano per acquistare e i venditori che si spostano con carretti e piccoli banchi mobili, ecco che l’ipotetica autostrada s’è trasformata in un vicolo dove fatica a passare una macchina alla volta. Solo che dovrebbero passare autotreni, autobus, camioncini e un’infinità di auto.

Con la moto riesco a svicolare e supero il punto critico. Prendo l’autostrada perché sono in ritardo: mi aspettano quasi 350 km e almeno due soste lungo la strada. Mi stupisco di come, nei lunghi salitoni, non mi fermo come accadeva con la Pollita, ma riesco addirittura ad accelerare!

Punto a Sud, fiancheggiando le montagne che separano la Tunisia dall’Algeria. Il freddo a volte diventa pungente e il vento teso lo amplifica. Il cielo è coperto di un grigio acciaio con venature bianche di nuvole più leggere.

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Arrivo a Dugga intorno all’una, anche oggi non si pranza! Non ci sono molti turisti, però considerando che la giornata è brutta, la stagione sbagliata e il luogo abbastanza fuori mano, direi che c’è abbastanza gente. Tra cui, ovviamente, diversi italiani, scesi tutti da una carovana di fuoristrada.

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Le rovine sono splendide, sparse su alcune colline coperte di ulivi. Alcune donne, tra l’altro, stanno raccogliendo le olive in ampi teli. Tutto a mano, non c’è ombra di mezzo meccanico o strumento per far cadere le olive dai rami.
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Vista l’ampiezza del sito, non è difficile ritrovarsi soli ad aggirarsi tra colonne e resti di antichi templi. In lontananza solo il belato delle pecore e nell’aria il continuo richiamo di decine di uccelli.

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Meraviglioso.

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E’ sempre affascinante osservare come i romani scegliessero sempre posti unici per costruire i propri insediamenti. Così come fa pensare il fatto che sempre, sempre, sempre oltre al tempio costruissero anche uno o più teatri. Va bene pregare le divinità, ma anche l’intrattenimento vuole la sua parte. Non esisteva la televisione, è vero, però nulla e nessuno li obbligava a costruire teatri. Per la collettività, per giunta, non per i singoli nobili. Segno quindi di una cura particolare per la cultura e l’intrattenimento della popolazione. Concetti ormai perduti da tempo.

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Il tempo vola e mi rendo conto che devo rimettermi in moto. Dopo mesi trascorsi a viaggiare con un 125, adesso mi sembra che i km siano più corti. E’ una strana sensazione, ritrovarsi a pensare che i cartelli e il contachilometri siano sbagliati.

Qualche pensiero sparso del giorno trascorso in traghetto.
Episodio numero uno. Venerdì sera, quando ormai il televisore acceso pochi cm sopra la mia testa, mi aveva abbondantemente stufato e dopo aver visto che le persone sulle poltrone dormivano o erano concentrate su telefoni e videogiochi, mi sono alzato ed ho spento la tv. Mentre premevo il tasto, quasi in contemporanea parte una maledizione in arabo alle mie spalle. Capisco che è per me. Sento che arriva dalle file più indietro, immerse nell’ombra. Mi avvicino, vengo accolto malamente da un tizio seduto sette / otto file più indietro, tutto spostato sulla sinistra. Di sicuro non sente nulla.
“La stava guardando?”, gli chiedo tanto per rompere il ghiaccio.
“SI’!!!”, risponde lui alquanto irritato.
“Mh … ma non si sente nulla da qui!”
Nuove esclamazioni in arabo, che dal tono non credo siano auguri di buon anno.
“Sapete quando la spengono?”
“Mai!”
“Cioè, volete vederla tutta la notte?!”
Non mi rispondono.
Scendo alla reception dove mi rassicurano:
“Le spegniamo alle 23:30, non si preoccupi”
“Ma è quasi mezzanotte!”, osservo allarmato.
Di nuovo, non ricevo risposta.

Episodio numero due. Prima di salire sul traghetto, un vecchietto curvo, con pochi capelli bianco candido e una barbetta rada altrettanto candida, è seduto al volante di una scassatissima auto anni ’70, piena zeppa di bagagli, in attesa, come me, di entrare nella nave.
Un fanale rotto, il paraurti anteriore appeso per pochi, tenaci bulloni, gli ammortizzatori posteriori schiacciati dal peso e dal tempo. Chissà quale è preponderante. Tira fuori il tabacco, una cartina, si arrotola una sigaretta ed inizia a fumare chino sul volante.
Personaggio perfetto di un racconto di Paul Bowles, abita da una vita in Tunisia, ma parla ancora con forte accento veneto. Mi piacerebbe conoscere la sua storia, ma non riesco a parlarci.
Lo incrocio solo una volta il giorno dopo, quando si ferma qualche secondo davanti alla televisione. In onda il telegiornale di Italia 1, il solito necrologio e lista di stupri e altre atrocità illustrate con dovizia di particolari morbosi per spaventare la gente e tenerla buona, “che c’è tanta gente che sta peggio di noi, senti lì che è successo a quella poveretta!”.
Il mio uomo ascolta qualche secondo, poi si volta e, urlando verso l’intera sala poltrone e alle decine di persone sedute, esclama:
“Dittatura e pena di morte! E’ l’unica! Altrimenti non se ne esce!”
E se ne va.

Episodio numero tre. Coi ragazzi che ho conosciuto e con cui forse ci vedremo a Capodanno, durante le ore della traversata chiacchieriamo di un po’ di tutto. Incluso, ovviamente, del viaggio meraviglioso in Sud America che ho finito pochi mesi fa.
“Cavolo, ma come hai fatto a prenderti tre mesi??”
“Bè, in ufficio al capo ho detto che era per i miei 40 anni, una tappa importante della vita, poi avevo dei progetti che probabilmente mi avrebbero cambiato la vita, quindi gli ho chiesto se potevo prendermi questo periodo e mi ha detto sì!”
“Cavolo, che bello …”
“Sì …”
“Senti e … quanti anni fa è stato?”
“Ehm, veramente a giugno … di quest’anno!!”
Silenzio.
Mh, penso, me li porto proprio bene ‘sti 40 anni!!

E a proposito del viaggio, mentre guido, ma in realtà sempre, durante l’intero arco della giornata, la mente proietta delle immagini di paesaggi, di persone, di natura del viaggio. Il dettaglio di una foresta in Colombia, un fiume immenso in Venezuela, le persone sul traghetto sul Rio delle Amazzoni, l’infinito del Salar de Uyuni, la tassista de La Serena, lo stupore delle Linee di Nasca. E’ un continuo, mi sembra di vivere in un film di quelli in cui il protagonista ha continui flash-back. E il cuore sussulta, la testa asseconda, l’occhio viene ingannato e confuso dalle immagini interiori e quelle che scorrono attorno a me.

Proseguo verso sud. Dalle parti di Le Kef il tempo peggiora ulteriormente. Guardando verso l’orizzonte, vedo la classica nebbia da pioggia, nella quale mi trovo immerso un paio di volte.
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La terza volta sembra più seria, decido di fermarmi per indossare la cerata. Non passano nemmeno cinque minuti che si ferma un’auto con due ragazzi a bordo:

“Serve aiuto?”, mi urla dal finestrino aperto.
“No, grazie, mi sto vestendo per la pioggia!”, ma un po’ il mio cattivo francese, un po’ la distanza, un po’ la pioggia e il vento, pare non capirmi. Dopo tre tentativi, decide di scendere. Attraversa la strada, inizia a inzupparsi. Mi dice che è un poliziotto in borghese, io resto sulla difensiva. Chiacchieriamo un po’, anche con l’amico che nel frattempo è sceso anche lui a bagnarsi un po’, poi ci salutiamo.

“Benvenuto in Tunisia!”

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Devio dalla strada principale per andare a vedere la tavola di Jugurtha. Dovrebbe essere una roccia molto grande e piatta che emerge dalla pianura circostante.
Attraverso un paesino dove mi guardano ancora più stupiti che altrove, poi mi trovo a correre su una stretta lingua di asfalto che punta verso l’Algeria. Prima o poi viaggerò anche in Algeria, assolutamente!
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Dopo una quindicina di km la vedo chiaramente, ma mi rendo conto che per arrivarci sotto dovrei fare una pista argillosa che passa in mezzo alle abitazioni di un piccolo villaggio.
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Già mi vedo inseguito da una muta di cani randagi, evitando galline e pozzanghere fangose. Sta anche per tramontare, inverto la rotta e torno sui miei passi.

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Gli ultimi km volano e in un lampo arrivo a Kasserine. Giusto all’ingresso del paese vedo quattro BMW acchittate avventura. Sono italiani.

“Ciao, tutto ok??”, chiedo mentre gli passo a fianco a passo d’uomo.

“Veramente no, ho rotto il cambio!”

“Azz!” esclamo fermandomi.

Uno di loro sta consultando il tablet e aggiunge: “E qui non ci sono nemmeno alberghi!”

“Ah, avete chiesto?”, gli faccio.

“No, ma su Booking.com non dà nulla … e nemmeno la guida!”

“Bè, io chiederei!”, esclamo e fermo subito un tipo che passa. Non parla francese, ma hotel lo capisce e indica il centro della città.

“Ok, vado a chiedere, se trovo torno indietro e vi faccio sapere!”

Uno di loro viene con me, troviamo un alberghetto decrepito che ricorda quello in cui dormii nel paesino sulle montagne tra Cusco e Nasca.

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Mi fermo a scaricare la moto, mentre il tipo torna a prendere gli amici. Nel frattempo arriva un fuoristrada con una coppia lui italo-americana e lei spagnola. Catalana, per la precisione, di Barcellona. Ormai il mio cervello salta dal francese allo spagnolo all’inglese come una lepre epilettica! Mi scopro a francesizzare delle parole spagnole e viceversa, tranne i casi in cui non mi vengono le parole nè in spagnolo nè in francese e allora riemerge il russo. roba da schizofrenia istantanea!

Doccia bollente, sistemo il letto e scopro che una delle coperte puzza di cane. Non l’odore della biancheria asciugata male, ma proprio di cane, come se fosse stata usata per una cuccia. La cambio, poi scendo a cenare con i motociclisti appena conosciuti in una saletta ristorante satura di fumo e assordante delle urla dei commensali, quasi tutti tunisini.
Sono veneti e stanno andando verso sud, ma il problema al cambio del loro amico complica un po’ i piani. Domani proveranno a proseguire, poi decideranno cosa fare. Chiacchieriamo di viaggi per tutta la serata e mi offrono anche la cena, mitici!

Ci disintossichiamo dal fumo e dal frastuono parlando ancora un po’ nel freddo del marciapiede. Si fermano anche tre ragazzi tunisini che attaccano bottone. Parlano un po’ di italiano perché lavorano a Trento, Milano e Torino. Uno di loro sembra avere molta fretta e cerca di trascinare gli altri due. Dopo due o tre strattoni, ne convince uno. Resta l’ultimo a parlare ancora un po’ con noi. Tornano di nuovo gli altri due a cercare di trascinare via il terzo.

“Dai su, vai che gli amici tuoi hanno fretta!”, gli dico ridendo.

“Ma dove andate che avete tutta ‘sta fretta??”, chiedo curioso.

Risponde il secondo: “A troie!!” e scoppia a ridere.

“Aaaaahh, ecco perché!” e iniziamo tutti a ridere.

Salutiamo i tre ragazzi tunisini e anche noi ci diamo la buonanotte, per oggi abbiamo fatto il pieno di emozioni e ricordi!

Sul traghetto

(28/12)

La notte é lunghissima, spezzata in continuazione dalla porta che sbatte e da altri rumori: voci, pianti, colpi di tosse. Dormire é un’utopia.

Finalmente arriva il mattino, attracchiamo al porto di Palermo, dove ci fermiamo alcune ore.

Come sempre in queste situazioni, il tempo rallenta, diventa denso come un fluido che scorre a fatica. Forse é il motivo per cui solitamente riempio le mie giornate fino allo spasimo!

Trascorro praticamente tutta la giornata coi miei nuovi amici tra racconti e ricordi, cartine, guide e copiando i waypoint dalla guida di Smontic sui vari navigatori.

Lentamente sale anche per me l’entusiasmo del viaggio, la curiosità si affaccia nuovamente anche se continuo ad aver voglia di solitudine. Tranne la notte di capodanno.
E infatti prendo un mezzo appuntamento coi ragazzi per la notte del 31 a Ksar Ghilane. Tutti a farci il bagno nella pozza di acqua calda, ad ammirare le stelle del deserto!

Temo che mi pentirò di non seguirli in fuoristrada, perchè da solo sicuramente non mi azzarderò a farne, però non ho l’animo di unirmi ad altre persone, almeno non in questo momento.

Annunciano l’ora di arrivo nel porto per le 21. Significa che non scenderemo prima delle 22 e non usciremo dal porto prima delle 23. Spero di stare in albergo per mezzanotte.

Il tempo scorre lento poi, per la solita Legge, le luci di Tunisi compaiono all’orizzonte.

Ci accalchiamo nei corridoi della nave per scendere, poi corriamo nei garage a rimontare borse e bauli e via, fino al primo controllo doganale.
Stavolta, contrariamente al passato, sono veloci.

Al secondo controllo, dedicato alla moto, uno di questa specie di aiutanti (non un doganiere ufficiale, ma nemmeno un civile qualunque, perchè ha una sorta di divisa) mi chiede qualche dinaro per sbrigare prima le pratiche. Abituatissimo a queste richieste, gli rispondo in francese che non ho dinari, non ho ancora cambiato.
Insiste una seconda volta, ma rispondo alla stessa maniera.
A quel punto, farfuglia qualcosa in arabo e mi restituisce in malo modo i documenti che aveva iniziato a prendere per portarli allo sportello dell’ufficiale per farli timbrare.

Mentre sono in fila per il timbro, altri italiani dietro ridacchiano scambiandosi le esperienze appena vissute:

“Tu quanto gli hai dato?”
“Io 10, tu?”
“Sì, anch’io!”

E bravi, penso … É per gente come voi che cede subito senza fiatare che questi continuano e continueranno a chiedere mazzette …

Finito il terzo giro di timbri, fogli, stampe e cartonicini, potrei uscire, ma inizio a vagare nel porto sterminato e privo di qualsiasi segnaletica.
Visto che nessuno mi fila, adotto la solita tecnica che uso ormai da anni: inizio ad andare a casaccio, apertamente contromano o in punti dove già so che non dovrei andare, aspettando che mi fischino o urlino dietro. Così facendo riesco ad ottenere la dovuta attenzione e l’informazione che mi serve.

Il confronto delle tecniche é impietoso: dieci minuti a vagare a vuoto senza riuscire ad ottenere un’indicazione valida, un minuto per arrivare all’uscita dopo aver imboccato un paio di corsie contromano e aver fatto imbizzarrire alcuni doganieri. Tres bien, mon amis!

E così, eccomi nuovamente sulla spettacolare via d’accesso a Tunisi, stretta tra mare e lago, una striscia d’asfalto che corre tra le acque, con le sagome nere delle palme che si stagliano nell’oscurità e le luci della città all’orizzonte che si specchiano nelle acque.

Seguo le indicazioni per l’albergo che mi ha dato Maurizio poco fa quando eravamo ancora sul traghetto. Strano, perchè ricordavo che era vicino al porto. Però nemmeno il poliziotto all’ingresso della Medina lo conosce, per cui, mi dico, ha ragione la mappa di Maurizio.

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Mi ritrovo così a vagare per vicoli e stradine buie, rotte e piene di rifiuti ovunque, gatti e cani (anche qui!) randagi e inizia a farsi strada in me l’idea che non troverò nessun albergo.
E infatti, dopo mezz’ora di giri dietro al navigatore, arrivo al punto segnato e non c’è un bel nulla.
Devo, purtroppo, attaccarmi al telefono con Google Maps che mi conferma il ricordo: l’albergo é a due passi dal centro, dov’ero mezz’ora fa.

Arrivo finalmente in albergo, doccia e primo (spero anche ultimo) dei miei soliti digiuni: é praticamente mezzanotte, non ho dinari in tasca e intorno sembra tutto chiuso …

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Via, si mangia domani, adesso a dormire!

Non può che migliorare

(27/12/2013)

Mi sveglio prima dell’alba per vari dolori dovuti all’influenza esplosa con grande tempismo la vigilia di Natale.

Alle 9 telefono alla compagnia di navigazione per sapere a quanto ammonterebbe il rimborso in caso di rinuncia.

“Recupera il 50% fino alle 18, deve aprire la pratica sul sito web, inviare un’email e spedire via fax il certificato medico che attesti la malattia”. Nient’altro? mi chiedo mentre attacco.

La partenza é alle 20, ho ancora qualche ora per decidere.
Preparo i bagagli più per inerzia che per vera convinzione.

Pranzo con i miei genitori poi, per la Legge del Tempo valida dagli inizi dell’Universo, si fa ora di partire.

Via, mi lascio andare, monto i bauli e imbocco l’Aurelia, direzione Civitavecchia!

Contrariamente al solito, al termine del tratto a 4 corsie non faccio l’autostrada ma proseguo sull’Aurelia: ho voglia di vedere luci e persone, un po’ di atmosfera natalizia.

Il check-in é un lampo, mi imbarco parcheggiando a fianco delle immancabili BMW con bauli d’alluminio, faretti e altri accessori standard da moto-avventurosi.

La nave é stra-piena, non ci sono cabine libere. E anche la sala poltrone trabocca di famiglie, bambini che sciamano ovunque e anche parecchi cani.

Senza rendermene conto, scelgo il posto peggiore in assoluto, sotto la televisione che resterà accesa a berciare fino a notte fonda e a due metri da una delle porte che conducono all’esterno. Sbatterà per tutta la notte.

Dulcis in fundo, il materassino che ho portato con me é bucato, per cui mi trovo a dormire direttamente sul pavimento, per la gioia della mia schiena.

Attacco bottone con un piccolo gruppo di motociclisti. Chiacchierando scopro che uno di loro venne in un gruppo che guidai nel 2002 fino a Mosca, in una delle due occasioni in cui lavorai per un’agenzia di viaggi in moto. Il mondo é proprio piccolo!
Chiacchieriamo di viaggi e di vita fino a mezzanotte, finchè il sonno non scende su di noi.

Il mare é mosso, la nave caracolla sulle onde col solito rumore di motore e vibrazioni fin nell’essenza della struttura.

Il sonno, finalmente, arriva.

Contro ogni pronostico …

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… On the road again!

Sono stato indeciso letteralmente fino all’ultima ora se partire o meno, stretto tra un’influenza arrivata a tradimento e questioni personali che non molti conoscono e nessuno ha capito, ma alla fine ho tenuto duro e mi sono lanciato.

Vediamo cosa mi riserveranno questi giorni, spero emozioni e spazi ove far librare cuore e mente.

Il ritorno

Mi sveglio molto presto. Ma questa non è una novità. La novità è il magone che mi stringe lo stomaco strappandomi al sonno.

Oggi è l’ultimo giorno di viaggio.

Senz’altro torno in Italia carico di energia positiva ed il mio cuore è pieno di bellezza e di emozioni, ma la sensazione è di tristezza perché è come un bel sogno che sta finendo, ma si vorrebbe continuasse ancora.

Mi rimangono poche ore per chiudere i bagagli e dividerli tra me e Caterina. Per chiudere il viaggio in maniera logica e coerente, viaggeremo separatamente. Io partirò alle 14:30, con volo diretto per Roma, lei alle 18:30, con uno scalo a Lisbona di alcune ore.
Questo purtroppo per l’incertezza che ha regnato sovrana lungo tutta la parte solitaria del viaggio: fino all’ultimo non sapevo se e quando sarei arrivato in Brasile e quindi Caterina ha dovuto comprare il biglietto all’ultimo momento, costretta a scegliere il poco rimasto disponibile.
Questa nuova separazione davvero non ci voleva, vorrei vivere con lei questo momento così intenso!

Finisco i bagagli velocemente e per fortuna Caterina vuole fare ancora un giro. Qui vicino c’è la favela di Santa Marta, decidiamo di andarci.

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Oggi il sole è più deciso, l’azzurro del cielo non è più un’eccezione, ma i picchi dei morri della città, incluso quello del Cristo Redentore, sono nascosti da basse e dense nuvole.

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Sono felice che la statua non si veda, almeno non ho rimpianti. Vuol dire che dovremo tornare per vederlo come si deve. Promesso.

In pochi minuti arriviamo alla base della favela. Mentre il resto della città è ordinato e i palazzi sono ben distanziati e rifiniti, spesso di molti piani, qui le case sono ammassate le une alle altre, basse e quasi sempre con i mattoni a vista, senza intonaco.

Le favelas di Rio negli anni si sono incuneate negli spazi liberi della città. Mentre si costruiva la parte benestante, nelle zone a valle, comodamente accessibili, le favelas si arrampicavano nelle parti più impervie.
Spesso, però, con viste spettacolari sul mare e sulle montagne, tanto che, in vista dei mondiali di calcio 2014, si voleva sfruttarle e sfrattarle per far spazio ad edifici più remunerativi.
Le proteste hanno bloccato i progetti: per ora resteranno ancora queste sacche “popolari”. Verrebbe da dire “autentiche”, ma questo termine ha una accezione positiva, mentre invece all’interno delle favelas si consumano giornalmente i drammi della povertà, della droga, della violenza.
Ma il problema non sono le favelas in quanto tali, per quanto incidano sulla dignità dei loro abitanti, ma l’inclusione sociale delle persone che ci vivono. E di sicuro questa non si risolve abbattendo le favelas e sfrattando le persone.

Una piccola cremagliera si inerpica sul lato destro della favela, schiacciata tra le abitazioni e gli alberi della collina. E’ stata costruita cinque anni fa ed è gratuita. Un ottimo servizio che risparmia una gran fatica quotidiana agli abitanti della parte medio-alta.

La vista delle abitazioni più povere ammutolisce: il contrasto con la parte elegante della città, perfettamente visibile da qui, è stridente. Alcune case, le più “normali”, sono dipinte in colori vivaci e fanno un bell’effetto, ma il colore dominante è quello terracotta dei mattoni non intonacati.

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Con noi sale anche una ragazza incinta. E’ giovanissima, non ha più di 18 anni. E’ al nono mese, domani partorisce. In mano ha una cartellina piena di documenti per il ricovero in ospedale. Ha lo sguardo sereno, sorridente.
Salgono anche un paio di donne anziane, un operaio che porta alcune bombole del gas, un uomo di mezza età. Vita normale.

Dall’alto ammiriamo il paesaggio per alcuni minuti, poi scendiamo. Ormai è tardi e il taxi arriverà alle 11, non manca molto.

Arriviamo a casa, sistemo le ultime cose, suona il citofono, ci siamo!

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Il taxi corre a fianco della baia, le varie spiagge in cui è diviso il litorale di Rio si succedono a grande velocità.

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Mi giro, so che non dovrei farlo: il Cristo mi saluta dall’alto della sua collina, perfettamente visibile. Arrivederci, tornerò!!

L’aeroporto di Rio è piccolo, per le dimensioni della città e vecchio, senza negozi. L’ultima possibilità di comprare qualche ricordo per parenti e amici svanisce miseramente.

Non mi resta che partire, destinazione Roma!

Il volo passa velocemente e non è solo una mia sensazione, arriviamo con mezz’ora di anticipo!

Trovo i miei genitori ad aspettarmi fuori dall’aeroporto. Il Pollito è tornato a casa sano e salvo!

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Anche tu puoi sostenere la Pollita in questa avventura! Viaggia con noi sulle ali della Pollita, con una cartolina, una foto, una t-shirt e altro ancora!

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Ultimo giorno a Rio

Oggi dobbiamo assolutamente salire sulla collina del Cristo Redentore. Né Caterina né io ancora siamo riusciti ad andarci ed oggi è l’ultimo giorno a Rio, non ci sono altre possibilità.

Il tempo è buono, senz’altro migliore di ieri.

“Abbiamo fatto bene a non andarci ieri, vero? Era molto più coperto!”, esclamo esultando verso Caterina.

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Camminiamo fino alla metro, veloce e molto frequente, poi prendiamo un autobus fino alla stazione da dove parte il trenino che porta fin sotto la statua.

Gli autobus sono un’esperienza per persone forti. Forti nel senso fisico, muscolare del termine. Infatti la guida degli autisti è molto aggressiva: accelerate brusche e frenate violente. Oltre alle tante buche dentro le quali gli autisti non si preoccupano di precipitare, agli avvallamenti e alle altre irregolarità delle strade. Semafori rossi presi senza problemi e varie altre scorrettezze stradali, completano il quadro di quella che, per i passeggeri, si trasforma in una intensa sessione di palestra.
Fortuna che ci pensano i passeggeri a rendere tutto più lieve: la cortesia è la regola, così come, da parte delle persone sedute, la gentilezza nel tenere la borsa o altri pacchi pesanti a quelle in piedi. Non lo fanno solo con noi, essendo turisti (e già questo comunque stupirebbe), ma normalmente tra loro. Il che è anche logico: oggi lo faccio a te, domani lo fai a me.

Arriviamo  alla stazione del piccolo treno in vecchio stile. Non c’è fila, ma solo tre giovani impiegate che accolgono i turisti che arrivano alla chetichella.

“Oggi la visibilità è pessima, è inutile che saliate!”, la doccia fredda che ci rifila la ragazza più vicina a noi.

“Ma nulla nulla?? Qui c’è il sole …”, provo a ribattere.

“Nulla, guardi il monitor, lì può vedere la situazione in tempo reale!”

Il grigio cupo restituito dal video ricorda una serata di nebbia fitta in Val Padana.

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“Ma se andiamo sotto la statua, almeno quella la vediamo, no??”, chiedo in un ultimo tentativo.

“No, perché comunque la statua è lontana dal punto in cui arrivate, non si vede nulla, glielo garantisco!”

Caterina è affranta, perché voleva coronare l’idea romantica di salire fino alla statua insieme a me.

“Ok, allora torniamo in centro, magari se vediamo che il cielo si apre, torniamo qui …”, provo a rilanciare ormai scoraggiato.

“E’ previsto nuvoloso per l’intera giornata …”, mi demolisce definitivamente l’impiegata, col tono che in realtà dice: “ma allora non vuoi capire!”

Chiediamo ad una signora del posto cosa c’è nei dintorni, ma pare nulla di interessante. Non ci resta che tornare a valle, in centro. Saliamo nuovamente su un autobus-tagadà e decidiamo di andare a Ipanema.

In una mezz’ora inizio a camminare su un altro mito, la spiaggia di Ipanema! Quante volte l’ho sentita nominare, nelle canzoni, nei libri, nei film!
La spiaggia è molto ampia, come sempre qui in Brasile.

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Ci sdraiamo e lasciamo correre i pensieri, io in particolare al viaggio ormai alle battute finali, ma su questo voglio scrivere un articolo specifico per non “annegarlo” con altri discorsi.
Il mare è molto mosso e a parte qualche raro surfista, nessuno vi si avventura.

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Camminiamo fino in fondo al lungomare, respirando il profumo del mare, salato e balsamico, poi torniamo verso una strada interna per pranzare.
Troviamo una connessione wifi aperta e Caterina inizia a scriversi con Kate, la Custode della Pollita in quel di Recife.
Ha saputo da una amica che di mestiere aiuta a fare i documenti e a sbrigare pratiche burocratiche che nazionalizzare una moto usata è molto difficile, al limite dell’impossibile, per via dei tempi biblici e dei costi molto elevati.
A complicare le cose c’è il fatto che il Cile non è membro ufficiale del Mercosur, l’associazione economico-commerciale del Sud America, ma è solo un paese associato. Mi sfugge la differenza, ma in termini pratici c’è la conseguenza che le tasse di importazione sono molto elevate.
Non è dato sapere quanto e questa indeterminatezza mi innervosisce molto, si parla di tasse pari al valore della moto. Da nuova? Da usata? Valore cileno o brasiliano? Che percentuale esattamente? Non si sa.

Decido comunque di andare da un notaio per fare una procura al marito di Kate, interessato all’acquisto legale, cioè nazionalizzando la moto. Finiamo di mangiare ed andiamo in un “cartorio”, dove ricevo la mazzata finale:

“Se la procura è per vendere la moto, costa 400 reais, se invece è solo per autorizzare una persona ad effettuare dei documenti, come quelli per nazionalizzare la moto, allora sono 200 reais”

Per noi va bene il secondo tipo di procura, ma spendere l’equivalente di 70 euro per un’operazione tanto incerta e nebulosa è fuori discussione.

Sono quasi sollevato nel ritrovarmi di fatto obbligato a scartare una possibilità. Ora rimane solo la vendita in nero, senza documenti. Se si riesce. Altrimenti, la soluzione peggiore di tutte, per togliere il fastidio a Kate: lasciare la moto da qualche parte a Recife per farla rubare. Ma spero di non arrivare a tanto.
In ogni caso, sono contento di aver comprato una moto così economica perché, come temevo fin dall’inizio, nel caso peggiore minimizzerò le perdite.

Passeggiamo nelle vie commerciali di Ipanema a caccia di regali per parenti e amici, ma non troviamo nulla e il poco che vediamo non ci convince. Ci aspetta una ben magra figura al nostro rientro a Roma!!

Arriviamo davanti alle vetrine di Amsterdam Sauer, un gioielliere francese famoso per i suoi lavori con le pietre preziose. Ci lasciamo accalappiare da uno dei venditori che passeggia sul marciapiede, pronto ad accogliere le persone che si fermano ad ammirare le splendide e brillanti vetrine.

“Se volete all’interno c’è un piccolo museo di pietre, è molto interessante e una ragazza vi spiegherà la provenienza, la lavorazione e il valore delle pietre!”

Ci lasciamo tentare e ne siamo subito felici per la grande bellezza delle pietre che ammiriamo all’interno. E’ incredibile come anche le pietre, spesso ritenute “fredde”, trasmettano energia.

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E’ tardi e vedo avvicinarsi il fallimento della ricerca dei regali. Dovrò dare spiegazioni convincenti di come in tre mesi non sia riuscito a trovare nulla da riportare a casa!

Alle 17:30 saliamo su un autobus per andare a recuperare lo zaino che da Sao Luis, ormai tre settimane fa, avevamo spedito alla nostra amica Anouk. Il traffico allucinante ci fagocita e veniamo espulsi dall’autobus esattamente due ore dopo. E tutti i giorni è così! Pessima qualità della vita per chi deve passare quattro ore al giorno in auto …

Ceniamo con lei che, tra le tante cose che ci raccontiamo, mi confida, con mio grande stupore, che tutto il suo ufficio ha seguito praticamente passo passo il mio blog. Ne sono onorato e orgoglioso, visto che non conosco nessuno di loro 🙂

Quando usciamo dal ristorante è notte e decidiamo di prendere un taxi. Al volante un nero enorme che riempie l’intero posto di guida, la testa quasi piegata da quant’è vicina al tettuccio. Guida spericolato, veloce e tagliando la strada, senza tenere alcuna distanza di sicurezza. Proviamo a dirgli qualcosa, ma non ci risponde nemmeno.
Mentre siamo ancora sulle complanari e svincoli in periferia, passiamo a fianco di un incidente accaduto da pochissimo. Sono coinvolte tre auto, sicuramente un tamponamento e un’auto si è ribaltata sul guardrail. Speriamo di arrivare sani e salvi!

Arriviamo in centro ed andiamo a sederci in un bar, ascoltando la musica sparata da un gruppo che suona in un locale vicino. Siamo stanchissimi e rinunciamo ad entrare nel locale dove suonano, andiamo a letto.
Sentiamo che, a parte Ipanema e Anouk, abbiamo perso inutilmente la giornata e, per essere l’ultimo giorno a Rio, non è affatto una bella sensazione!

Domani avrò solo la mattinata libera, poi via verso l’aeroporto, si torna in Italia! Purtroppo.

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Le cartoline di Nelinkas (4)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Luana, Alberto, Davide. Grazie! 🙂

Direttamente dalla spiaggia di Ipanema 😉

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Chi volesse sostenermi per consentirmi di rielaborare il materiale raccolto durante il viaggio e metterlo a disposizione di altri viaggiatori può ancora farlo!

La campagna prosegue per alcuni giorni, ma anche quando terminerà sarò ancora possibile contribuire acquistando una cartolina, la stampa di una delle foto che ho scattato in viaggio in alta risoluzione e incorniciata, ecc, è sufficiente cliccare qui, scegliere l’oggetto e seguire le istruzioni.

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Nella capitale carioca

Apriamo le tende ed abbiamo la conferma di quello che temevamo: piove! Ieri sera, infatti, stava già piovendo e le previsioni confermavano anche per oggi.

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Iniziamo la giornata salendo sul Pão de Açúcar, il Pan di Zucchero, la piccola collina sul mare dalla quale si può ammirare una splendida vista a 360 gradi sulla incredibile baia di Rio de Janeiro.

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La baia lascia senza parole, così articolata e con continui cambi di direzione, forme e colori: un’insenatura che si rompe in un lungo rettilineo, poi una curva e una nuova spiaggia, poi una laguna, una giravolta e via con una nuova cala. Così fin dove arriva lo sguardo. E ovunque spuntano colline rocciose che si ergono in verticale sulla città, alcune coperte di vegetazione, altre di sola roccia.

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Anche la città ha mille aspetti, dal centro commerciale ed economico riconoscibile per i moderni grattacieli, le zone residenziali di basse case e ville con giardino, le tante favelas che si arrampicano nei canaloni delle colline, nei punti più impervi e non solo.

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L’aeroporto allo stesso modo stupisce per le dimensioni minime e la posizione: proprio in mezzo al mare, senza lasciare possibilità di errore ai piloti.

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Il vento è molto forte e forse per questo siamo graziati dal maltempo: quanto meno smette di piovere.

Scendiamo e prendiamo un autobus per il centro, vogliamo andare a mangiare nell’antica confetteria Colombo. Elegante di specchi ed arredamenti antichi, brillante di ori e cristalli, prendiamo alcuni fritti e sfoglie con gamberi e baccalà e poi una coppa di gelato che più dolce non si può.

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Riprendiamo la passeggiata lasciando il centro con persone in giacca e cravatta in pausa pranzo, molti corrono in ogni direzione e altrettanti godono il tempo della pausa. Cerco di non pensare che tra poco tornerò ad essere come loro.

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Ci inerpichiamo su una delle colline di Rio per andare a visitare un’antica casa nobile, ormai in rovina, dalla quale si gode un’altra spettacolare vista sulla città. La strada che sale è piena di ville elenganti, per certi versi mi ricorda Posillipo nell’amatissima Napoli.

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Torniamo giù lungo una scalinata ricca di ceramiche artistiche per una passeggiata a Copacabana, stavolta interessata: voglio tornare in un piccolo negozio di vinili usati dove Caterina mi aveva comprato alcuni dischi di artisti brasiliani.

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Purtroppo la decisione si rivela azzardata, perché il negozio è molto fornito e mi lascio prendere dalle mille deviazioni dei miei gusti musicali: esco con un disco di Lucio Dalla (!), quattro di Bossa Nova, uno di raggae e diversi altri ancora. Sono stupito dalla quantità di dischi italiani che trovo: oltre a quello che ho comprato, ci sono Paolo Conte, Pino Daniele, Teresa de Sio, Ornella Vanoni, Claudio Villa e altri ancora.

Torniamo a casa, poi andiamo a cena con le amiche di Caterina, Beatriz che ci sta ospitando e Aniña. Andiamo nel locale dove Vinicius de Moraes e Antonio Carlos Jobim composero la splendida Garota de Ipanema.

Chiudiamo la serata in un locale storico di Rio, Democraticos, dove suona un gruppo di forrò, ma l’abisso emotivo e tecnico che lo separa da quello che abbiamo ascoltato solo pochi giorni fa vicino Pipa durante la vaquejada e la stanchezza ci fanno tornare a casa molto presto.

Domani, altri giri per la splendida Rio!

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Le cartoline di Nelinkas (3)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberto (senza il cui appoggio non sarei nemmeno partito), Nicola (che meriterebbe una statua, più che una cartolina 😉 papà, Fabrizio, Marco. Grazie! 🙂

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Le cartoline di Nelinkas (2)

Grazie mille per il sostegno agli amici (in ordine del tutto casuale): Roberta, Stefano, Martina, Simone, Enrico. Grazie! 🙂

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Verso Rio, ultima tappa

Oggi abbiamo pochi programmi, solo un giro per Recife in attesa dell’aereo per Rio de Janeiro che decollerà a metà pomeriggio. Purtroppo rinunciamo Olinda perché per raggiungerla ci vuole un po’ di tempo e abbiamo paura di non farcela.

Prosegue il distacco dalla moto, rifacendo in buona parte i bagagli. Lascio assieme alla Pollita i ricambi che avevo portato dall’Italia e qualche altra cosa che servirà a chi la prenderà.

Andiamo alla Casa della Cultura di Recife. Anticamente era un carcere, adesso nella moltitudine di celle accoglie altrettanti piccoli negozi di artigianato locale e della tradizione del Nord Est come ad esempio il Cangaço (Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampião) e la sua compagna Maria Bonita oppure le maschere tipiche del Carnevale.
La struttura è rimasta inalterata, fa un certo effetto aggirarsi tra le celle distribuite su tre livelli, vedere le finestre chiuse da pesanti sbarre e respirare l’atmosfera claustrofobica.

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Torniamo nel quartiere di Kate, di fronte al mare, passeggiamo prendendo un po’ di sole. Anche volendo non si può fare il bagno, perché il mare di fronte a Recife è infestato dagli squali, peccato!

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Arriva l’ora, torniamo a casa e chiudiamo le valigie.

E’ arrivato il momento dell’addio definitivo alla Pollita. Smonto le ultime cose che erano rimaste sulla moto: la base della borsa da serbatoio, il cavetto d’acciaio con cui legavo il casco, il supporto della telecamera.

Ultime foto: la commozione si fa sentire, forte.

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Separarmi dalla moto che mi ha accompagnato per tre mesi in questa avventura meravigliosa e indimenticabile è molto difficile.
Purtroppo stabilisco sempre un rapporto forte con le mie moto. Dico “purtroppo” perché so che non ci si dovrebbe legare a degli oggetti, ma il punto è che non vedo la moto come un oggetto, ma come un “comunicatore di emozioni”, un tramite. Mi è impossibile restare indifferente a qualcosa che mi ha consentito di vivere delle emozioni così forti che resteranno impresse per sempre nel mio cuore e nella mente.

Prendiamo il taxi fino all’aeroporto e partiamo per Rio.

Spero di riuscire a scacciare la malinconia per riuscire a godere appieno degli ultimi giorni del viaggio!

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A Recife, ultima fermata per la Pollita

Il giorno inizia male, sono investito in pieno dalla realizzazione che il sogno sta per finire e il primo segno evidente, pesante, sarà l’addio alla Pollita, la meravigliosa e coraggiosa piccola moto che mi ha permesso di realizzare un grande sogno.

Oggi arriveremo a Recife, ultima fermata per la Pollita, dove attenderà di essere affidata ancora non si sa a chi, né in quale maniera.

La strada che lascia Pipa è molto bella, tra case tradizionali e natura tropicale, poi raggiungiamo la noiosa autostrada per Recife. Essendo partiti tardi non abbiamo tempo di fare una deviazione sulla strada costiera.

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Più o meno a metà strada, ovviamente dalla corsia più lenta, vediamo un autoarticolato che ci supera a grande velocità. Si avvicina talmente tanto e così velocemente all’auto bianca che lo precede, che sembra voglia tamponarla. L’auto è lenta (ma nemmeno troppo perchè sono più veloci di noi, che procediamo tra i 70 e gli 80) per via di altre auto e camion più avanti.

“Ma quello che vuole fare??”, dico nell’interfono a Caterina, guardando con preoccupazione la manovra così pericolosa.

Poco dopo, l’autoarticolato scarta veloce sulla destra e inizia a sorpassare, appunto, da destra. Ancora pochi metri e si vede un caos di auto che scartano, una fumata di gomme e tutti che iniziano a frenare.
In pochi istanti li raggiungiamo e capiamo cos’è successo: l’autoarticolato ha tamponato un’auto che lo precedeva, che ha perso il controllo, si è intraversata ed è stata trascinata per molti metri dal muso del TIR. La fortuna è stata che non si è ribaltata, né si è andata a schiantare da qualche parte, magari su altre auto.

Ci fermiamo insieme ad altre auto proprio nel momento in cui dall’auto investita scende la famiglia terrorizzata e in lacrime: 4 adulti e 1 bambino. Dall’autotreno scende un giovane in canottiera arancione.

Mi sale una rabbia tremenda per quell’idiota assassino che ha messo in pericolo la vita di molte persone. Penso sempre che potrei finirci io davanti alle ruote di pazzi simili. E la rabbia è anche per la futilità dei motivi: superare un veicolo che ti precede.

Dopo qualche minuto parcheggiamo a lato della strada per bere un’agua de coco. Come sempre, mi assicuro che la moto sia stabile, ma evidentemente mi sbaglio. Mentre siamo entrambi girati, il vortice di un TIR che passa a grande velocità, le fa perdere l’equilibrio. Vediamo la Pollita cadere, senza riuscire a fermarla in tempo.
Se da qualche parte era scritto che doveva cadere e sinceramente anch’io avevo messo in conto delle cadute, sono felice che questo sia il modo. I danni sono praticamente nulli, solo la leva del freno un po’ storta.

Arriviamo a Olinda, molto bella di case coloniali coloratissime e vie acciottolate.

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Ci fermiamo dal maestro Henry, il pittore che ha tenuto un po’ di lezioni a Caterina nella settimana in cui ha atteso il mio arrivo da Manaus a Sao Luis.

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Recuperiamo i due bellissimi quadri che ha dipinto, li portiamo avvolti all’interno di un tubo di plastica.

Facciamo una brevissima passeggiata, poi andiamo a Recife dove ci aspetta Kate, l’amica di Caterina che ci ospiterà per questa notte e che, soprattutto, custodirà la Pollita per un periodo indefinito.

Recife è molto trafficata e impieghiamo un’ora per arrivare a casa di Kate, per fortuna seguendo un motociclista che ha preso a cuore il nostro destino e che ci guida fin quasi a destinazione.

Passiamo buona parte della serata a parlare della Pollita, di come si può fare per venderla: se come donazione a Kate, se nazionalizzandola, se illegalmente senza documenti e il relativo prezzo da chiedere a seconda della soluzione.
Alla fine decidiamo che, se la nazionalizzazione non costa troppo, opteremo per quella soluzione, altrimenti rimane l’offerta di Antonio di Jericoacoara.

Domani mattina gireremo un po’ per Recife, poi nel pomeriggio avremo l’aereo per Rio, vera ultima tappa del viaggio.

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Sulla Praia do Amor

Alle 7 i miei timori di ieri si materializzano: il cielo è coperto come in un novembre romano e piove fitto.
Mi ributto a letto e alle 8 la sorpresa: il cielo si è aperto e il sole ha iniziato a scaldare. La giornata può iniziare!

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Andiamo sulla spiaggia del centro di Pipa, minuscola quando la marea è alta. Da lì si può andare nella praia do Amor, dopo una bella passeggiata sulla battigia, ammirando come sempre gli spazi così ampi, grazie anche alla bassa marea.

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La spiaggia sembra essere poco più ampia di quella do Madeiro dove siamo andati ieri e ci sono alcune palme a pochi metri dall’acqua a donare il classico e suggestivo profilo da “spiaggia tropicale”.

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Ci piazziamo su due sdraio. Molti le offrono gratuitamente, ovviamente è opportuno consumare qualcosa e i prezzi sono solo leggermente più alti del normale. Il pensiero vola veloce alle spiagge italiane, dove tutto costa un occhio della testa, per poi tornare qui, nel presente, per godere di queste ultime ore di mare e, in definitiva, del viaggio.

Anche oggi la giornata trascorre velocemente, fin troppo, tra bagni, letture e ozio. Quando il sole sparisce dietro la montagna, passeggiamo fino alla fine della spiaggia affacciandoci oltre la punta di roccia che separa gli arenili.

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La malinconia prende corpo, la tristezza per la fine imminente di questo viaggio da sogno, che tanto mi ha regalato e di cui devo ancora capire gli effetti.

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A cena ci incontriamo con Hans, parlando nuovamente del mondo, di sogni e prospettive. E’ sempre bello incontrare persone così!

Dopo cena ci separiamo: lui rimane a Pipa, mentre noi andiamo alla festa di chiusura di un torneo di vacqueros. Prendiamo la moto ed andiamo nel villaggio a una decina di chilometri da Pipa, nell’entroterra.
Ci immergiamo in un attimo nella realtà contadina e tradizionale brasiliana: decine di cavalli che gironzolano nel parcheggio e una piccola folla a seguire la gara che non riusciamo a capire del tutto. Due persone a cavallo affiancano e stringono tra loro una giovane mucca, correndo a perdifiato fino alla fine del rettilineo, lungo un centinaio di metri, facendo poi cadere la mucca entro due righe bianche segnate col gesso sulla terra. Questo quello che forse ho capito vedendo alcune gare, ma non sono sicuro di aver interpretato correttamente.
Alle spalle dei vaqueros che si esibiscono a rotazione, sempre diversi, un palco con un gruppo di forrò, musica tradizionale brasiliana molto divertente. Il volume è esageratamente alto. Tutti o quasi sono ubriachi e ballano senza sosta, l’atmosfera è di festa, risate e scherzi.
Balliamo fino a mezzanotte, poi torniamo alla posada.

Domani purtroppo lasceremo il mare, direzione Recife, dove abbandonerò la Pollita. Sarà un giorno estremamente triste.

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Nella baia dei delfini

Oggi abbiamo la scelta se andare nella praia do Madeiro, dove si vedono i delfini oppure nella praia de Amor, la più bella dei dintorni, a quanto ci dicono.

Optiamo per la prima, i delfini ci incuriosiscono molto!

Usciamo intorno alle 9 e nel giro di una decina di minuti arriviamo all’inizio della scalinata in legno che scende alla spiaggia, lunga e ampia, incorniciata da una bassa collina verdissima.

Purtroppo il tempo è coperto; stanotte la pioggia ci ha svegliato intorno alle 4 per la potenza con cui tambureggiava violentemente sul tetto della stanza. Prendiamo un ombrellone, giusto prima di un rovescio abbastanza intenso a cui ne seguiranno altri, a intermittenza.

Ci sono molti delfini che nuotano a poca distanza dalla riva, è bellissimo vedere la pinna che entra ed esce dall’acqua; qualcuno fa anche qualche piccolo salto.

Si ferma una coppia di venditori ambulanti con orecchini, collanine e bracciali fatti a mano. Parliamo a lungo di tutto, storia e politica, cultura e tradizioni. Le classiche persone a metà tra il filosofo e l’hippie con cui ci ritroviamo spesso a parlare piacevolmente.

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La giornata vola, tra qualche bagno nel pomeriggio, quando il tempo migliora e passeggiate sul lungo arenile.

Il sole purtroppo sparisce abbastanza presto dietro la collina, non è come a Jerì che ti accompagnava fino alla fine della giornata!

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Facciamo un’ultima passeggiata approfittando della bassa marea che ha liberato un tratto di spiaggia, normalmente sommerso, che ci consente di arrivare fino alla baia a fianco, la baia de Golfinhos, dei delfini.

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E’ completamente deserta e immensa, molto bella.

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Torniamo in paese e per la sera ci vediamo con il mitico Hans, anche lui a Pipa per alcuni giorni. I suoi tempi, però, sono molto più lunghi dei nostri: andrà con calma verso nord, fino in Guyana, cercando di andare con una nave fino a Panama. Se non trova nulla, dovrà tornare sulla strada che avevamo fatto, attraverso la foresta amazzonica fino in Venezuela, partendo da là. Girerà ancora per il centro America, poi su negli Stati Uniti, il suo orizzonte temporale è di due o tre anni, poi deciderà se tornare in Svizzera o fermarsi nel paese che, in questi anni, l’ha colpito di più.

Purtroppo inizia a piovere molto; oltre a bagnarci tornando in albergo, siamo preoccupati per domani. Speriamo di riuscire a goderci l’ultimo giorno di spiaggia del viaggio!!

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