La lunga cavalcata verso il centro

Riesco a partire per le 9:20. Quasi un record per me, anche se mi aspettano 360 km, quindi comunque non arriverò presto.

Fuori da Phonsavan, lungo la statale, l’architettura tradizionale di case di bambù o legno é completamente scomparsa, a favore delle anonime e monotone case in cemento armato, dipinte con colori più o meno fantasiosi, a seconda dell’estro dei proprietari. 

Arrivo rapidamente a Muang Khoun, la città dove sarei voluto passare ieri, per anticipare la visita e risparmiare tempo oggi.

Questa città, una volta splendida con templi di legno ed altre architetture uniche, é stata praticamente rasa al suolo dai raid statunitensi, sempre nell’ambito della guerra del Vietnam. 

Il Buddha all’interno del monastero bombardato é perfettamente visibile dalla strada.

É incredibile come tutto sia crollato attorno alla statua, ma questa sia rimasta perfettamente in piedi e quasi del tutto integra.

A completare il profondo simbolismo che questo miracolo rappresenta, c’è anche la leggera menomazione che i bombardamenti hanno provocato sul viso della statua, deformandolo in una smorfia di disgusto.

L’unica plausibile, di fronte a quanto accaduto. 

Decido di completare la visita andando a vedere uno stupa a un paio di km, completamente coperto di vegetazione. 


A fianco c’è la casetta della bigliettaia (questo mestiere é esclusivo appannaggio delle donne, a quanto ho visto fino ad oggi), che ha organizzato un piccolo business di tessuti: sciarpe, camicie, borse, copricapo , molto altro. É molto brava. Anche lei usa il telaio che ho già visto nei giorni passati.

L’ebbrezza della pianura dove si trova Phonsavan termina presto.

Mi addentro di nuovo nelle montagne e mi accorgo che le gomme tassellate tengono sempre meno. Forse si stanno consumando troppo, visto che ho guidato quasi sempre su asfalto. O forse sono sgonfie, visto che da quando ho preso la moto, non ho mai controllato la pressione.


Per fortuna le montagne non durano molto e cedono il passo ad una pianura meravigliosa, coperta di alberi imponenti, impressionanti. Bellissimi. 

Tutto intorno é praticamente disabitato, a parte rari, minuscoli villaggi. Di nuovo un paesaggio primordiale e delle sensazioni da alba del mondo. 

Grazie alla pianura, i km volano facilmente, ne bevo 300 in meno di 5 ore.

​La parte finale che porta a Kong Lor, a fianco delle grotte che vorrei visitare, é una lunga, sottile striscia di asfalto che si snoda tra risaie infinite che arrivano alle montagne che chiudono l’orizzonte.




Domani visiterò le grotte e poi dovrò decidere come trascorrere gli ultimi giorni, visto che ormai, purtroppo,  ne restano pochi.

Le giare, tra passato e presente

L’elettricità va e viene, come faceva a Vieng Xai.‎

Ieri mi aveva spiegato il ragazzo della guesthouse che per l’approvvigionamento della corrente, si stanno staccando dal Vietnam del nord, a favore di quello proveniente da Vientiane. Però ci sono ancora dei problemi. 

Vado a fare colazione in un ristorante chiamato affettuosamente Bombie, con all’esterno una batteria di quattro grandi bombe e all’interno un’esposizione di esplosivi di tutte le fogge e dimensioni.

Per non dire di no alla mia richiesta di macedonia di frutta con yogurt e muesli (identica in tutto il Laos, in tutti i menu dei ristoranti un poco più turistici), sento la cameriera e il proprietario parlare in lao e capto la parola “muesli”. Dopo un minuto la cameriera afferra il casco ed esce in scooter a comprarlo.

Però per lo shake non c’è nulla da fare: senza elettricità, niente shake.

Ripiego sul caffè, una via di mezzo tra quello lungo americano e quello con la polvere di caffè lasciata decantare come quello turco, armeno eccetera.

Mentre sfoglio il menu, vedo due piatti a base di rane. Mi incuriosisco. 
“Avete le rane quindi ? “, chiedo al proprietario. 
“Sì, ma vanno ordinate in anticipo, devo comprarle ”
“Ok, allora vada per stasera, ok?”
“Ok!”

Mi dice anche che oggi arriva una troupe di italiani, da Roma, per girare un documentario. Bene, li incontrerò stasera allora. 

Mi avvio verso il primo dei tre siti in cui hanno ritrovato il numero maggiore di giare, ossia dei manufatti dove i più antichi risalgono a più di 2000 anni fa, la cui destinazione é ancora incerta, così come la loro fattura e il trasporto fin quassù. 

L’area archeologica occupa un insieme di basse colline completamente pelate per colpa dei massicci bombardamenti statunitensi con il famigerato “agente arancio” per spazzare via la foresta sotto la quale si nascondevano i guerriglieri. In questo modo, oltre ad aver causato morte e distruzione, hanno anche cambiato il clima di quest’area. 

Cattura lo sguardo un minuscolo pezzo di collina evidentemente risparmiato dalle bombe : é fittamente coperto di alberi e di vegetazione più bassa. 

Altrove, invece, non cresce nulla, tranne qualche sporadico albero. 

Mi aggiro tra decine di giare, crateri di bombe e residui tratti di trincee. 


Si notano, evidenti, i segnali a terra messi da MAG, la ONG che ha svolto il lavoro di sminamento.


Dal lato bianco, la zona é sicura, é stata sminata. Dal lato rosso, no: se ci vai, é a tuo rischio e pericolo.

Questo plateau era fondamentale ai tempi della guerra, sia come punto di snodo dei diversi tratti iniziali del cosiddetto “cammino di Ho Chi Min”, che come punto sopraelevato di controllo sui dintorni.  
Attorno all’area archeologica, l’uomo spinge urbanizzando sempre più.

Mentre mi riposo all’ombra di un albero, mi raggiunge un gruppo di ragazzi. Hanno 17 anni, oggi la scuola é chiusa e sono venuti a fare un giro. Mi parlano solo i ragazzi, mentre le ragazze restano a distanza. 

Uno parla un inglese passabile, l’altro é quasi incomprensibile.

Dopo averli salutati, decido di tornare nella parte del sito con più giare.

Dalla cartina vedo che dovrebbe esserci un sentiero che taglia la collina, passando a fianco di una grotta, per ricongiungersi alla parte bassa con le giare. 

Mi avvio sul sentiero, che però diventa man mano sempre meno battuto e visibile, sommerso da erba sempre più alta. 

Avendo visto così tanti serpenti nei giorni scorsi, sbatto forte i piedi per terra ad ogni passo che faccio. 

Il sentiero scende ripido dalla collina. Ormai é quasi invisibile, poi sparisce del tutto. 

Mi ritrovo così sul fianco scosceso della collina quasi in verticale, in mezzo a erba alta quanto me, senza alcuna idea di dove potrei finire più in basso, essendoci ancora un salto di almeno cinque metri.

A malincuore, torno indietro, aggrappandomi alla vegetazione per tirarmi su.

Riprendo la moto per andare al secondo sito, é a una quindicina di chilometri.

I dintorni di Phonsavan sono molto costruiti con ville e altre strutture. Quasi più di quanto avevo visto a Vientiane. 

Al secondo sito trovo la moto che avevo già visto a Vang Vieng e poi a Luang Prabang. Finalmente incontro chi la guida.

É un ragazzo statunitense che vive in Thailandia e sta facendo un viaggio di qualche mese tra Thailandia e Laos. É quasi arrivato alla fine del suo viaggio. 

Ha un drone con cui fa delle riprese dall’alto, mentre io mi aggiro tra le giare, qui inserite in un suggestivo ambiente naturale che deve essere molto più vicino a quello originale di migliaia di anni fa, visto che si trovano ancora sotto un bel bosco. 


Lo saluto e vado al terzo sito, ad altri quindici km.

Stavolta é più complicato, perché per entrare nel sito, si deve superare uno stretto ponte di legno, largo a sufficienza per far passare una persona e dopo letteralmente si entra dentro le risaie. 

Si é costretti a procedere sugli stretti camminamenti che separano le diverse parti allagate delle risaie, in un labirinto di cui non si scorgono i confini e nemmeno, soprattutto, le famose giare per cui sono venuto ! 

Mi perdo nel dedalo deisentieri di terra, stando attenti a non mettere un piede in fallo, ritrovandomi con l’acqua chissà fino a dove!

Torno indietro a chiedere conferma e informazioni alla bigliettaia e trovo… la moto dell’americano!

Sta pranzando, lo aspetto e torno con lui.

Ci addentriamo nel dedalo e, tra ragionamenti e supposizioni a due, riusciamo a trovare il posto ! 

C’è una vista molto bella sulle vallate circostanti, anche qui le giare sono sotto gli alberi.  


Torno verso la moto.

É quasi il crepuscolo, la luce é calda, dorata. Si sente l’acqua delle risaie che scorre, gli uccelli che cantano, i campanacci lontani delle mucche al pascolo. Che pace meravigliosa!

Vorrei ancora passare da Muang Khun, una cittadina a sud di Phonsavan dove c’è un tempio da vedere. É stato bombardato durante la guerra del Vietnam, il tempio é stato distrutto, ma la statua di Buddha é rimasta pressoché integra. Un simbolismo molto potente. 

Inizio una pista che dovrebbe portarmi dal sito delle giare alla strada nazionale che porta a Muang Khun. 

É ben tenuta, riesco ad andare ad una buona media. Passo in mezzo a risaie infinite. 

Ad un certo punto, devo svoltare su un’altra pista, decisamente peggiore. Il fondo, oltre ad essere completamente sconnesso, é anche pieno di fango. 

Una piccola mandria di bufali che scende la pista verso di me, senza lasciarmi alcuno spazio libero, mi fa decidere di tornare indietro. 

Arrivo a Phonsavan quasi al crepuscolo. 

Il tempo di fare un salto a vedere il monumento alla guerra del Vietnam e poi vado in un ristorante con terrazza che affaccia su un piccolo lago.


Il posto é pieno di giovanissimi, dai 16 ai 18 direi. 

Mi guardano tutti, chi platealmente, chi di nascosto. Sono molto incuriositi da me, fino a quando dal tavolo a fianco al mio, mi invitano a sedermi a bere con loro.

Purtroppo la conversazione é limitata a quattro parole di numero, però ci scambiamo grandi sorrisi e proviamo a capirci.

Saluto i ragazzi e vado al ristorante per mangiare le rane. Sono morbidissime, quasi gelatinose e hanno milioni di ossicine. Non credo che diventerò patito di rane ! 

Chiacchiero un po’ con il gruppo di italiani venuto qui per girare il documentario. Sono arrivati oggi e sono stanchissimi dal viaggio, però riusciamo  a parlare un po’ di noi, di viaggi e di altre storie interessanti. 

Tornando in albergo sento della musica a forte volume, con qualcuno che fa il karaoke (ovviamente!!) provenire da una casa a poca distanza dalla mia guesthouse.  

Vado a vedere e subito vengo invitato a entrare, non appena mi affaccio nel cortile.  

Sono un dozzina, già completamente ubriachi. Mi unisco a loro, mi riempiono il bicchiere in continuazione . Poi, quando sento che sto ubriacandomi, inizio a rifiutare, anche se continuano a dirmi e invitarmi a bene.
Resto con loro un’oretta, poi li saluto. 

Domani é prevista una lunga, lunghissima tappa di 260 km fino a Kong Lor, dove dovrebbero esserci delle grotte splendide. 

Vedremo.

Il cuore della resistenza laotiana

Anche oggi mi lavo a pezzi: intimo, piedi e ascelle. L’acqua calda non funziona come nelle due precedenti guesthouse.

Questo é lo scotto da pagare andando nei posti non turistici, che spesso si trovano strutture senza le comodità che per noi sono basilari.
Dopo aver visto per giorni e giorni le persone, dai bambini agli anziani, lavarsi nei ruscelli e nei fiumi o da tubi che gettavano un filo d’acqua fuori delle case, a bordo strada o prendendola da quelli che sembravano abbeveratoi per gli animali, é chiaro che l’acqua calda non é una priorità per il laotiano o comunque é qualcosa di cui giocoforza, ha sempre fatto a meno.

La visita guidata alle grotte del Pathet Lao inizia alle 9. Arrivo pochi minuti prima, il tempo per farmi spiegare come funziona e partire per la visita. 

Mi aggrego a una coppia di australiani che ha preso un tuk-tuk con autista a Sam Neua, a una trentina di km da qui. 

In questa zona ci sono centinaia di grotte naturali che sono servite da rifugio alla popolazione, ai guerriglieri e ai vertici del partito comunista laotiano durante gli anni del conflitto del Vietnam vale a dire dei massicci bombardamenti degli Stati Uniti. 

Scopro che in Laos é stata condotta la più grande guerra in incognito degli Stati Uniti e che su questo minuscolo paese sono state sganciate più bombe pro capite (o anche 10 tonnellate per chilometro quadrato) che sull’intera Europa durante la seconda guerra mondiale.

Questa guerra é talmente poco conosciuta che é stata ribattezzata la “guerra segreta” del Laos.

Proprio quest’anno, a settembre 2016 (la vedo una bella coincidenza e un segno del destino postumo), per la prima volta un presidente statunitense, Obama, ha messo piede in Laos dai tempi della guerra. Ha promesso 90 milioni di dollari di aiuti, ma non ha chiesto scusa per quello che il suo paese ha fatto.

Degli oltre due milioni di tonnellate (due-milioni-di-tonnellate), c’è chi dice tre, di bombe sganciate sul paese, circa il 30% cioè circa 700mila tonnellate, sono rimaste inesplose, ma in realtà a causare morti per i decenni successivi quando queste venivano incontrate nei campi da bambini, contadini, operai, muratori.

Da questo sito leggo qualcuno degli impressionanti dati:

  • Laos is the most heavily bombed country, per capita, in history.
  • There were more than 580,000 bombing missions on Laos from 1964 to 1973 during the Vietnam War.
  • That’s equivalent to one bombing mission every eight minutes, 24 hours a day, for nine years.
  • From the end of the war in 1974 to 2008, more than 20,000 people were killed or injured as a result of UXO accidents.
  • There have been approximately 300 new casualties annually over the last decade.

‎Con la guida visitiamo alcune grotte, scoprendo le stanze dove si riunivano, dove dormivano, dove studiavano, dove si curavano.


Tutto questo, mentre fuori imperversavano i bombardamenti. Tutto questo, per nove lunghi anni. Tutto questo, senza che gli statunitensi riuscissero ad avere la meglio.


D’altronde il popolo laotiano era già abituato a combattere contro i francesi e le loro pretese colonialistiche; si é trattato semplicemente di un cambio di nemico.

Le stanze dove si rifugiavano durante i bombardamenti con le armi chimiche hanno spesse mura di cemento, porte di metallo a chiusura stagna e macchinari che filtravano l’aria.


Molte delle tecnologie utilizzate erano di origine sovietica, paese amico senza il quale non ce l’avrebbero mai fatta.

Negli anni ho cambiato molto, per non dire completamente, punto di vista sul comunismo e il cosiddetto socialismo reale, ma viaggiando in posti come questo, é impossibile non provare empatia per una resistenza così strenua e capillare ad un’invasione ed un attacco tanto abominevoli ed ingiustificati.

Riesco a partire per le 11:30, molto prima delle 13 che avevo preventivato ieri. Questo perché la guida alle grotte é durata due ore invece di tre. 

Prima di uscire da Viangxay, mi fermo nel negozio che mi aveva detto ieri sera il tizio del ristorante indiano dove ho mangiato. 

E, incredibile ma vero, dopo dieci giorni di ricerche, finalmente trovo il cuscino per la moto !! Sommo gaudio!

Moto che nel frattempo ho deciso di soprannominare “Beauregard”, come il personaggio di Pogo, alludendo ai suoi begli occhioni e con un bel tono francofono.

Vorrei provare ad arrivare direttamente a Phonsavan, la base che userò per visitare la piana delle giare, ma sono 260 km, che su queste strade valgono doppio se non triplo.


Guido tranquillo, sciolto. Mi diverto. Incredibile come, dopo decenni di guida e centinaia di migliaia di km, continui a provare la stessa sensazione di libertà e di felicità e di benessere ogni volta che guido una moto.

Infilo le curve una dopo l’altra, senza tregua, senza sosta, solo per la benzina. É una battaglia tra me e loro, chi resiste di più.

Continuano a venirmi sotto, ogni volta con una difficoltà diversa : un TIR che occupa l’intera, misera carreggiata , un branco di bufali, mandrie di mucche, di capre e altri animali domestici che attraversano la strada, buche come crateri, frane.

Non mangio e non vado in bagno né scatto foto… un ramadan involontario, come declamerebbe Emidio Clementi.

Dopo 5 ore ho percorso 200 km, fanno quindi 40 km/h di media. Non male, considerate le strade e gli ostacoli.

Le montagne, finalmente, mollano la presa e torna la pianura. Mai l’ho salutata con così tanta gioia.



Arrivo a Phonsavan giusto al tramonto, con tempismo perfetto. Trovo una bella guesthouse in una strada tranquilla, con acqua calda per la tanto sospirata doccia, Wi-Fi decente e possibilità di parcheggiare la moto davanti alla stanza. Cosa chiedere di più ?

Domani passerò l’intera giornata alla Piana delle Giare e poi a pianificare gli ultimi giorni di viaggio.

Tra montagne e risaie

Anche oggi sveglia alle 6 in punto con la radio a volume altissimo dagli altoparlanti. Stesso programma di ieri.
E, come ieri, alle 7:30 si silenzia. Un’ora e mezza di tortura.

La strada inaspettatamente é molto migliore rispetto a ieri: più stretta, praticamente quanto un furgone, ma senza troppe buche. Oltre ad essere più stretta, però, é anche tortuosa come un serpente con le convulsioni.

Ogni curva anticipa la successiva, in alcuni tratti non ci sono nemmeno i tratti di raccordo tra una curva e l’altra, sono un’unica serpentina.

A proposito di serpenti, sono gli unici animali non domestici che ho visto allo stato brado, a parte qualche uccello. Fino a oggi ne ho visti quattro attraversare la strada mentre passavo. Un buon numero. E tutti discretamente grandi, come una bella biscia nostrana.

Ma gli esseri che ho visto di più in assoluto sono le farfalle. Ce ne sono moltissime, ovunque, di mille colori e dimensioni, dalle più piccole alle più grandi.

Mi fanno pensare che in Italia non se ne vedono più tante, così come sono scomparsi tanti altri insetti, come le lucciole ad esempio o le cavallette verde brillante o le mantidi religiose. Sono anni che non le vedo.

Mentre guido, rifletto che ho davvero scelto il posto giusto dove venire. Perché ho trovato sia un posto disabitato, selvaggio, come piace a me. Sia verde e rigoglioso, come desideravo in questo momento, contrariamente al solito, in cui invece amo il deserto e la sua vastità.

La strada sale e scende in continuazione dalle montagne, mentre sopra la mia testa passano veloci grandi masse scure di nuvole, che a volte fanno cadere qualche goccia. Ma oggi sembra essere il mio giorno fortunato con la pioggia, riesco ad evitarla sempre.

Quando salgo di quota, fa fresco, quasi freddo! Non avrei mai pensato che mi sarei dovuto chiudere tutto e mettere i guanti per via del freddo.

Attraverso la consueta miriade di villaggi più o meno poveri, con la solita grande quantità di studenti che escono da scuola intorno all’ora di pranzo. 


I km passano lenti ma regolari. Superata l’ennesima cittadina, passo davanti ad un cartello che indica una cascata.

Di fronte c’è un ristorante. Visto che stamattina sono partito a stomaco vuoto, mi fermo per mangiare un boccone.

Faccio in tempo a prendere una bottiglia di té verde dal frigo che dalla tavolata apparecchiata al centro della grande sala del ristorante, mi fanno cenno di unirmi.

Provo a rifiutare, imbarazzato, ma insistono tutti. Vado.

In pratica, stavo per ordinare da mangiare, mi avevano portato già il menu, ma i proprietari del ristorante mi hanno invitato a mangiare con loro! Incredibile.

Siedo a tavola con loro, sono in cinque: il padrone del ristorante, la moglie, un figlio (di due, il maschio; la femmina, invece, non siede con noi e confronto a fare le pulizie nel locale) e un’altra coppia.
Ognuno ha un piccolo canestro pieno di sticky rice, ne portano uno anche a me.

Mangiamo tutti con le mani, prendendo una pallina di riso e poi il cibo da una serie di piattini al centro della tavola: una frittata con le verdure buonissima, delle costolette di agnello alla brace, delle foglie di lemongrass fritte e un misto di verdure bollite. Prendiamo tutti dagli stessi piattini.
Poi il capofamiglia nonché proprietario del ristorante, si alza per andare a prendere il liquore di riso, in una bottiglia con dentro delle grandi radici forse di zenzero. 

Come gradazione alcolica é molto forte, simile alla grappa.

Proseguiamo a mangiare e mi offrono anche del tè da un thermos. Pasto completo!

Alla fine il tizio si mette davanti al computer e inizia a mettere canzoni a raffica, cantando con il karaoke!

Dopo un’oretta ringrazio, saluto e vado a vedere la cascata, poi mi rimetto in marcia verso Vieng Xai.

Mentre mi avvicino alla cittadina, il paesaggio cambia ancora e le incessanti catene di montagne lasciano il posto a dei picchi erti e isolati, coperti di alberi e immersi nel mare verde brillante delle risaie.



La cittadina é carina e conta alcuni monumenti, tra cui un bel gruppo che, brandendo i tipici simboli dell’iconografia comunista, schiaccia un missile targato USA.






Trovo da dormire in un bungalow proprio davanti al centro visitatori delle grotte della resistenza comunista ai devastanti bombardamenti statunitensi ai tempi della guerra del Vietnam. 
Ne approfitto che il ragazzo che gestisce le stanze parla un inglese decente (eccellente, considerando la media laotiana) .
“Scusa, ma mi sai dire cosa diavolo trasmettono sai megafoni alle 6 del mattino?!?”
“Ah quelle… sono notizie del Laos in generale o specifiche di questa regione”.
“Ma perché alle 6 del mattino per un’ora e mezza filata ??”
“Perché ci dobbiamo svegliare e iniziare il lavoro e le altre attività”
Così a occhio mi sembra un lavaggio del cervello.

Domani il programma é : la mattina visita alle grotte della  e poi, nel pomeriggio, partenza verso il centro del Laos, arrivando fin dove riesco. Chissà dove!

Verso il Vietnam

Delle voci mi strappano al sonno.

Non capisco bene, impiego qualche minuto per riprendere conoscenza, poi realizzo che i megafoni attaccati ad alcuni pali nella cittadina (come avevo visto anni fa in Russia e negli altri paesi dell’ex Unione Sovietica), stanno mandando una voce a tutto volume.

Sono le 6 del mattino.

Parla parla parla, poi ogni tanto c’è un’interruzione come di pubblicità con una voce femminile e della musica, ma dura solo pochi secondi e poi di nuovo la voce di prima, che parla senza interruzione. 

Siccome é la prima volta che capita una cosa del genere da quando sono qua, inizio a cercare delle notizie di colpi di stato o altre informazioni che possano spiegare tale tortura. 

Apparentemente non é successo nulla.

Già normalmente le voci che vanno così, più o meno incontrollate, come quella della televisione, mi danno molto fastidio. Ora che vorrei dormire, mi infastidisce ancora di più, non so dove sbattere la testa per sfuggire a questa tortura di questa voce incomprensibile mandata a tutto volume.

Così come era iniziato, all’improvviso finisce e torna il silenzio. Più o meno, perché intanto il paese s’è svegliato.

Sono le 7 e mezzo.

In quest’ora e mezzo in cui cercavo articoli sul Laos, ho scoperto che per guidare la moto, dovrei avere la patente di guida laotiana, che si ottiene a vista e costa circa 10 euro. 

Buono a sapersi, dopo dieci giorni che sono qui e guido tranquillamente senza averla. 

Però nessuno me l’ha detto né l’ho letto da altre parti, quindi o é falso o non è fondamentale. 

Dormo ancora un po’, poi faccio colazione finisco di preparare me e la moto e alle 10:30 sono in sella.

La strada si snoda tra montagne alte e aguzze come aculei. Spesso fiancheggio  torrenti o piccoli fiumi. 

In molti dei paesini che attraverso stanno mettendo dei cereali ad essiccare.

I villaggi sono poveri, essenziali.

Dal numero di animali (mucche, tori, capre, maiali e una miriade di volatili da cortile quali galli e galline, papere, oche, tacchini e così via) e dagli orti che sono un po’ ovunque, si capisce come vivano ancora di un’economia di sussistenza che potrebbe andare avanti così da secoli, ancora per … chissà quanto. 

Sono sfiorato da diversi temporali, in un’occasione mi prende, ma riesco a fermarmi in tempo, prendo solo poche gocce.

Visto quanti temporali stanno girando in cielo e inondando diverse zone, preferisco comunque mettermi la cerata.

Attraverso un paesino durante l’uscita da scuola. Anche stavolta, decine di ragazzi e ragazze si riversano nella strada. Molti a piedi, alcuni a bicicletta, pochi in scooter. 

I chilometri passano abbastanza velocemente, nonostante la strada sempre in cattive se non pessime condizioni, con buche profonde nell’asfalto e una sequenza costante di frane e smottamenti.

Non mi rendo conto di andare incontro ad un temporale che si muove molto velocemente verso di me. Mi fermo alle prime gocce, ma in pochi secondi mi investe con la sua potenza tropicale. 

Faccio in tempo a rimettermi la cerata che avevo tolto poco fa, senza bagnarmi troppo.

Stavolta non c’è nessun posto, paesino o tettoia dove potermi rifugiare. Decido di affrontare il nubifragio e proseguo senza fermarmi. 

Piovea dirotto per una mezz’ora buona, la moto si comporta bene e vado senza troppi problemi.

Arrivo per le 16, un’ora decisamente inconsueta per me, alle meta di oggi, Vieng Thong. 

Il paesino é circondato da risaie e campi di grano, magnifico.

Anche se il paesino in sé, in realtà, é piccolo e non particolarmente interessante. 

Trovo una pensione e vado a fare un giro.

C’è ancora il mercato, dove vendono carne, pesce, verdura.  

Vado a godermi il tramonto sul ponte all’ingresso del paesino, bevendo un’acqua di cocco. Un momento di grande serenità, che non sono l’unico a concedersi. 

Assieme a me, a qualche metro di distanza, dei giovani del posto, che pure questo spettacolo lo vedranno tutti i giorni.

Prima di tornare in albergo, mi arrampico su una collina perché dal bassoho visto una specie di tempio. Realizzo che sono giorni che non vedo templi, peccato!

Questo non é un tempio, ma solo un monumento al dirigente comunista di turno.


Pur essendo un paese comunista, però, a parte qualche bandiera con falce e martello appesa qua e là, non ho visto altre manifestazioni di propaganda come negli altri paesi dove sono stato in passato, dove si vedevano in continuazione statue, busti, monumenti, cartelloni, murales e quant’altro.

Tramonta e sto morendo di fame.


Per cena vado in un ristorante, dove trovo un ragazzo che viaggia solo. Ha 30 anni, é francese. 
Sta tornando in Francia, dopo aver lavorato per tre anni e mezzo in Indonesia. E prima ancora un anno e mezzo in Vietnam. 

Anche lui voleva affittare una moto quando é atterrato a Luang Prabang, ma ha rinunciato quando anche a lui hanno chiesto di lasciare il passaporto come garanzia. 

Parliamo di viaggi, anche lui adora la moto e quando viveva in Vietnam ha girato molto con una piccola moto 125, quasi ogni week end. Vorrebbe comprare una moto in Vietnam e fare un giro tra Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia eccetera. 

“É facile comprare una moto in Vietnam?”, gli chiedo incuriosito.  

“Sì, facilissimo, paghi ed é tua!”

“E i documenti ? Sono a tuo nome ? ”

“No, lì funziona che il libretto ha solo il nome del primo proprietario, poi basta. Chi ha il libretto, é automaticamente il proprietario. ”

Questo mi fa pensare, per la prima volta da quando sono partito, che sono senza il minimo documento della moto. 

“Vabbè, però hai il contratto di affitto della moto, no ? “, mi dice per tranquillizzarmi.

Eh bella domanda… non mi ricordo assolutamente di aver preso nessun foglio, ma forse ricordo male.

“Con cosa leghi la moto ? “, mi chiede. 

“Con nulla, perché ? ”

“Perché a me hanno rubato lo scooter che avevo affittato in Cambogia e ho dovuto ricomprarlo all’agenzia di noleggio! ”

“Ah, merda!”

“Non hai paura che te la rubino?”, mi chiede con stupore.

“No, sinceramente no”

“Ok, comunque se vuoi ti do la catena che avevo comprato con l’idea di affittare la moto… ma visto che non l’affitto più, te la do volentieri ”

“Grazie ! ”

Sorrido pensando alle differenze tra me e lui: io con la certezza di affittare, non ho nemmeno pensato alla catena. Lui, col dubbio di affittare, ha comprato la catena.

Però lui prima ha avuto la brutta esperienza. 

É un semplice cavo con serratura a codice numerico, ma forse servirà per evitare il furto banale, di quello che passa per caso e vede la moto ferma e incustodita.

Sarà, ma mi sembra impossibile che possano fare una cosa del genere qui in Laos, é un posto molto tranquillo. C’è tanta povertà, ma la gente é dignitosa e ognuno ha qualcosa. Per esempio non ho ancora visto un solo mendicante, nemmeno nelle grandi città come Vientiane e Luang Prabang. 
In ogni caso accetto l’offerta, male non fa.

Vado a dormire presto, domani mi attende una tappa più lunga delle altre, per arrivare quasi al confine con il Vietnam.

Pace lungo il fiume Ou

Mi sveglio nella pace assoluta: il sole che scalda, il fiume che scorre tranquillo a pochi metri, qualche attività artigianale dall’altro lato del villaggio, le grida dei bambini che giocano riecheggiano nella valle.

Decido così di fermarmi qui. Per capire cosa c’è da vedere e fare, vado in un’agenzia turistica che avevo visto ieri.

Dopo aver ascoltato le varie alternative, scelgo una gita fino a un villaggio più a nord lungo il fiume, a un paio di ore di navigazione. 

Siccome sono da solo, essendomi mosso tardi (“I gruppi sono partiti alle 9!”, mi spiega il ragazzo dell’agenzia), pago di più. In compenso, però, ho una barca tutta per me.

Mentre il ragazzo dell’agenzia mi accompagna in scooter alla barca, chiacchieriamo un po’.

“Sei sposato ? “, mi chiede mentre scendiamo la scoscesa riva del fiume, facendoci largo tra le piante. 

“No, e tu?”

“No, ma mi voglio sposare”

“Quanti anni hai?”

“24”

“Sei giovane per sposarti!”

“No, qui in Laos i ragazzi si sposano tra u 20 e i 22 anni… ”

“Quindi sei vecchio per il matrimonio ”

“Esatto… vorrei sposarmi l’anno prossimo… devo risparmiare per comprare la donna”

“In che senso comprare la moglie?”

“Nel senso che la devo comprare dal padre. In Laos si usa così ”

“Ah. E quanto costa ? “, gli chiedo sempre più incuriosito.

“Qui tra i 10 e i 15 milioni di kip, dipende da com’è la ragazza. In città però costa molto di più. Ah e poi lo sposo deve comprare un bufalo da uccidere per il pranzo”
Faccio i conti, in euro sarebbe tra i 1100 e i 1600 euro.

Se penso ai costi dei pranzi o cene di nozze che da noi spesso (sempre?) paga la famiglia dello sposo, non é nemmeno tanto…

Arriviamo sulla riva fangosa del fiume, la barca é già lì che mi attende con il favoloso barcaiolo che sembra uscito direttamente da un cartone animato giapponese degli anni ’70. 


La barca é quella classica strettissima e lunghissima. Sembra un kayak e infatti sfrutto le nozioni di equilibrio che avevo imparato proprio durante i tanti anni di kayak fatti sul Tevere a Roma.
Quello che dall’alto sembrava un fiume tranquillo, in realtà si rivela pieno di mulinelli e correnti che tirano in tutte le direzioni.

Il mio anziano Caronte conduce con maestria, rimbalzando da una riva all’altra a seconda delle correnti, affrontando le onde o assecondandole. 

Il fiume é trafficato: barche di persone che si spostano tra i villaggi, a volte carichi di roba da riempirne una intera da soli,  poi pescatori, gente che vive lungo il fiume, bambini che giocano. 




Mentre  risaliamo la corrente in un punto tranquillo sottocosta, il motore di spegne all’improvviso.

Benzina finita.

Per fortuna é successo in un punto tranquillo ! Non oso immaginare cosa sarebbe potuto succedere se fosse successo nel mezzo di un mulinello o di un incrocio di correnti che afferravano la barca anche quando ha il motore.
Svuota la tanica che aveva portato e ripartiamo con un nuovo ospite a bordo.

Un bel ragno che impaurito inizia a saltare da tutte le parti. Finalmente riesco a farlo salire sul piccolo remo di servizio e a scaraventarlo  in acqua.

Fiancheggiamo colline e montagne coperte ancora dalla foresta, un intreccio di alberi fittissimo ed affascinante nella sua primordialità .


Osservo gli alberi dritti, alti, dal tronco liscio e senza rami se non nella parte più alta, per evitare di disperdere le energie con rami che sarebbero coperti dalle altre piante più alte. Meglio concentrarsi sulla chioma. 

Il Laos, per quello che sto vedendo, é un paese con diverse aree ancora selvagge ed essenzialmente disabitato.

Dopo due ore di navigazione arriviamo finalmente nel paesino più lontano del mio itinerario. Lascio il mio amico barcaiolo parcheggiare la barca e risalgo la riva del fiume per andare a visitare il villaggio.

Buona parte della spiaggia e della parte sotto al villaggio stanno venendo stuprati da due caterpillar. 

“I cinesi…”, mi spiega il tipo che mi sta accompagnando in paese, “stanno costruendo un generatore elettrico poco più a monte. 

Risaliamo la riva per entrare nel paesino.

Compro dei foulard da un paio di donne differenti, ma come capita sempre in questi casi, le altre quasi si offendono.

​Non ho mai visto tanta gente tessere la seta, praticamente tutte le famiglie hanno una donna che fila tutto il giorno, con le opere prodotte esposte subito a fianco.

Il villaggio é molto bello, le case sono ancora tutte del tipo tradizionale, in legno e bambù intrecciato.




Ripartiamo, tornando a valle vengo Nong Khiaw.
L’aria é calda e profumata, meraviglioso.




A un certo punto il barcaiolo mi tocca sulla spalla. Mi giro e vedo che sta mangiando dei pezzetti di carne essiccata da dentro un sacchetto e dello sticky rice da un altro sacchetto. Me ne offre un po’, accetto volentieri perché ho fame. 
É carne affumicata, molto buona.

Ci fermiamo per qualche minuto in un altro paesino, Muang Ngoi Neua.

Questo é già molto turistico con guesthouse e ristoranti. Nonostante sia abbastanza isolato, é pieno di turisti.

Il motivo é semplice : é riportato sulla Lonely Planet, che ormai ha il potere di massificare e banalizzare qualsiasi località. Quindi anche qui, nel cuore rurale del Laos, si può trovare un bar che serve cocktail 2×1 durante l’happy hour. E poi guesthouse con birre di tutti i tipi e così via.

Ripartiamo e sogno e rifletto un po’ sulle tante persone che vedo sulle rive, arrivate da piccoli villaggi invisibili o da abitazioni isolate. 


Si lavano, giocano, portano gli animali a bere e così via. 

Purtroppo la magnifica gita e anche la giornata sono al termine.


Saluto il mio sensei sotto al pilone del ponte dove mi ha preso qualche ora prima.
Salgo sul ponte per godermi il tramonto nella meravigliosa cornice del paesino che inizia ad illuminarsi sulle due sponde del fiume.



E domani, verso il Vietnam!

Tra i Buddha e gli elefanti

Pessima nottata, di appena 4 ore di sonno… spero di recuperare con la prossima, anche se sono giorni che ripeto la stessa promessa.
Vado a recuperare i panni lasciati ieri, per chiudere le valigie e partire, seppure a malincuore.

Davanti alla casa a fianco della guesthouse, una delle pochissime su questa parte di lungofiume a non essere stata convertita in hotel, ristorante o centro massaggi, stanno abbrustolendo un paio di spuntini per la colazione.

Un rospo e un altro essere, all’apparenza un crostaceo, ma sono scettico vista la distanza che ci separa dal mare.‎
Parto sotto un bel sole caldo e gli uccellini che cinguettano placidi. La moto parte al primo colpo, ha voglia di viaggiare. Anch’io. Penso che dovrei trovarle un nome, ma per il momento non me ne viene nessuno.
Decido di passare da Ban Phanom, un paesino vicino Luang Prabang, che la guida dice essere famosa per i suoi atelier di tessitura della seta e del cotone.

Al primo passaggio lo perdo, perché ho pensato che non potesse essere quell’agglomerato polveroso di povere case. 

Poi per esclusione, torno indietro ed ho la conferma che era proprio lui. 

Cerco gli atelier, ma alla fine trovo un solo cartello che indica un centro di produzione della seta. 

Lo seguo, attraversando stretti viottoli sterrati piuttosto malmessi, fino ad arrivare, solo per mia testardaggine, davanti al cancello di una vecchia casa affacciata sul fiume.

Una anziana sente il rumore del motore e apre il cancello della casa, facendomi cenno di entrare.
Avendo letto su tutte le guide che gli anziani dovrebbero ancora parlare un po’ di francese, provo a giocare questa carta :
“Parlez-vous français ? “, le chiedo speranzoso. 
“Oui, en peu”
Ah, finalmente posso scambiare due chiacchiere vere.
Mi racconta che lei é l’ultima in paese a tessere la seta e che poi vende i suoi lavori in città. 

Mi mostra la lavorazione a un vecchio telaio di legno. La osservo passare la soletta col filo da una parte all’altra, cambiare i rocchetti per cambiare colore e continuare a tessere.

Tessere così, come d’altronde hanno fatto per secoli (di recente ho sentito la storia della tessitura della seta e dei macchinari per farlo ai setifici reali di San Leucio, splendidi), é incredibilmente lento.

Stento a credere che ancora lo faccia così. 

Ad ogni modo, le chiedo se ha dei lavori da farmi vedere. 
Apre allora una stanza e mi mostra una serie di tessuti per fare delle gonne e delle stole dalle fantasie cupe, scure, pesanti. E anche la seta é dura, quasi cartonata.

Glielo dico che é dura.
“Tieni, senti questa “, e mi passa una stola morbidissima. 
“Questa é seta thailandese”, mi dice con una smorfia di disgusto.
“E quindi?”, le chiedo per capire cosa intenda.
“Plastica!”, sentenzia togliendomela dalle mani.
Sarà, ma almeno era morbida. Solo l’idea di mettere al collo quella cosa dura, mi fa irritare la pelle.
In più costa tanto e non prova nemmeno a scendere di prezzo.
La saluto senza troppi rimpianti.
Riprendo la strada verso nord, la famosa “dorsale” costellata di crateri e interrotta da frane, quando all’improvviso ho un’illuminazione ! 
Ho dimenticato in albergo l’unica copia del passaporto e, soprattutto, del visto! Il passaporto vero, infatti, l’ha tenuto il tizio della moto come garanzia e io ho solo una fotocopia da mostrare negli alberghi e all’eventuale polizia che dovesse fermarmi.
Maledico la mia distrazione e memoria, ma anche quella dei tizi della guesthouse e torno indietro. 
Passo davanti alla deviazione per andare alla tomba di Henri Mouhot, lo scopritore di Angkor Waterfalls. Mi fermo e focalizzo meglio quello che avevo visto solo di sfuggita. 

La strada é platealmente sbarrata con una serie di mezzi tronchi e dei pali messi in orizzontale, a chiudere qualsiasi passaggio, se non un’aperta violazione fatta scavalcando. 

In più, per essere ancora più espliciti, una cartello che, se da un lato mostra una incomprensibile scritta in Laos, dall’altro mostra un comprensibilissimo disegno di una pistola con tanto di traiettoria del proiettile dalla pistola alla testa dell’insistente e invadente visitatore.

Mentre scruto divertito il cartello, arriva un tizio che entra proprio lì. Porta  un coltello lungo quanto l’avambraccio.

Con un cenno gli indico il cartello che indica la tomba e subito dopo l’altro cartello, che promette un’altra tomba. 
Sorride, mi fa cenno di entrare, che non c’è problema. 
Sono ancora insicuro, ma lui, per farmi vedere che non c’è problema, apre lo sbarramento spostando un paletto, facendomi segno di entrare.
Appena entra anche lui in questa zona off-limits, sbuca un tizio dalla faccia tesa, nervosa. 

Il tipo che mi ha fatto entrare gli parla, credo gli stia spiegando che é stato lui a farmi entrare e che non c’è problema. 
Lo saluto in lao, dicendogli “sabaidee”, ma non risponde, non mi guarda nemmeno e mostra sempre questa espressione truce.
Scendo poco convinto, ma ormai ci sono. La strada di cemento scende ripida verso il fiume, altissimo per via delle continue e abbondanti piogge.

Trovo un cartello che indica la tomba, ma poi non trovo altro. 

Non capisco se la freccia é davvero una freccia oppure l’indicazione della tomba.

In ogni caso, per via delle piogge é franato tutto ed é impossibile cercare oltre, é tutto allagato.
Torno su anche perché non so bene che accoglienza potrebbe farmi il tizio silenzioso.

Mi torna in mente la roncola che portava in mano il tipo che mi ha fatto entrare e, proprio per non essere a mani nude nel caso nasca qualche malinteso, prendo anch’io il coltello che porto sempre con me, tenendol in già mano, dentro la tasca della giacca.

Passo davanti al tipo nervoso, lo saluto, quello muove appena la testa, ma senza guardarmi né girarsi. L’altro tipo é al telefono e non mi sente.
Bene, arrivederci. Salgo in moto e ‎torno in città per riprendere le fotocopie. Già le avevo dimenticate nei giorni scorsi, finalmente ho il lampo di genio: faccio delle fotocopie delle fotocopie!
‎E già che ci sono, faccio il pieno di benzina.

Morale della favola, anche oggi riesco a partire alle 13, preparando quindi il mio ennesimo arrivo in notturna.
Vado verso le grotte di Pak Ou. La strada per fortuna é meno tortuosa, ma sempre molto rovinata. Attraverso piccoli paesi circondati da risaie.
La parte finale che porta alle grotte é uno sterrato a volte molto malmesso e pieno di fango per via delle piogge.

Arrivo al paesino di fronte alle grotte, da qui ci si imbarca su una lancia stretta e lunga per attraversare il Mekong. Prima però, visito il tempio, un bell’esempio di struttura “minore”, non come quelli sfarzosi che ho visto nei giorni scorsi.




Un anziano monaco sta lavorando la terra piegato su sé stesso, usando una zappetta microscopica.

Arrivo sulla riva del fiume e prendo una lancia. Con me sale un tizio con una grande borsa. Attraversiamo il fiume velocemente, il paesaggio é splendido.

La grotta principale si apre sul fianco della ripida scogliera che termina a picco sul fiume.

É piena di statue di tutte le dimensioni appoggiate in ogni punto a disposizione.


Faccio anch’io un’offerta, spinto da una donna con un banchetto all’ingresso della grotta. La dedico alla mia famiglia ed alle persone a me più vicine.

 Il risultato sarebbe interessante, con centinaia di statue e statuette che si perdono nell’oscurità. “Sarebbe” perché nel frattempo arriva della musica a tutto volume da una delle barche attraccate sotto la grotta a distruggere qualsiasi atmosfera mistica o comunque anche solo di meditazione si possa creare.
Mi arrampico anche alla grotta superiore dove trovo una signora e la sua piccola che vendono delle offerte per Buddha e noleggiano delle piccole torce per vedere nell’oscurità. Questa grotta, infatti, non riceve luce quasi per nulla dall’esterno.


Faccio il percorso inverso di discesa al fiume, attraversamento del fiume, ritorno verso la statale.

Inizia a essere tardi ovviamente. 
Fatte appena poche curve mi trovo davanti… Un elefante! Ecco, qui su questa stradina sterrata non é tanto piccolo, anzi!

Dopo qualche centinaio di metri ne incontro altri 4, sono quelli del centro di protezione che ho visto lungo la pista.

Decido di passarci un attimo, trovo un altro elefante con una ragazza seduta sul collo e un ragazzo seduto su una panca fermata sulla sommità della schiena. 
“Posso provare?”
“No!”, mi risponde il ragazzo senza darmi altre spiegazioni.

Penso sia fine giornata per loro, perché subito dopo fa scendere la ragazza, smonta tutto dall’elefante e lo porta a lavarsi sotto a un tubo.
Torno sulla statale e inizio ad andare con ritmo sostenuto. Mancano ancora 120 km, la strada non é buona e gli ultimi 30 km saranno su una strada, come recita la cartina stradale, in “poor conditions”, in cattive condizioni. Visto com’è la statale principale, non c’è da aspettarsi nulla di buono. 
Attraverso d’un fiato piane e vallate, villaggi e paesini.


Quando mi fermo per bere una cosa fresca e per sgranchirmi perché mi sto anche addormentando, con i ragazzi e ragazze sedute fuori dalla povera casa é tutto uno di scambio di sguardi, sorrisi e risate imbarazzate.
Passo a fianco a un grande cantiere di quella che diventerà una diga. Proprietario del cantiere, PowerChina.

Sono giorni che incontro un numero enorme di cinesi. Anche adesso, molte delle auto che vedo hanno targa cinese. Ed effettivamente si riconoscono da come guidano da assassini. 
Arrivo all’incrocio con la strada in “poor conditions” che é il crepuscolo. Per fortuna mi restano da fare solo 30 km.

Alterna tratti asfaltati con grandi buche a tratti sterrati con enormi buche. La guida in realtà é un unico slalom alla ricerca del punto meno affossato.

Raggiungo anche un camion carico di tronchi con le ruote affondate nel fango, che si sta seccando. Non ho idea di come faranno a tirarlo fuori. Molte persone ci lavorano, nel frattempo hanno creato una deviazione per evitare il pachiderma che probabilmente si trasformerà in fossile.

Per fortuna ogni tanto ci sono tratti lisci, sia sterrati che asfaltati. Alla fine riesco a tenere una media sui 30 km orari, tutto sommato non male.

Arrivo a Nong Khiaw che é un notte, sotto un cielo stellato poeticamente decorato da una sottilissima falce di luna.


Trovo da dormire in un bungalow a livello dell’acqua, un bungalow costruito con la tecnica tradizionale del bambù intrecciato.

Sono immerso nella natura, tra griglia, uccelli notturni e altre creature. Come il ragno enorme entrato dal buco della doccia che trovo in bagno.
‎Passo la serata cercando di capire come dividere i prossimi giorni. Non é facile, considerate le condizioni delle strade e i paesini minuscoli che troverò, che forse non avranno alcuna guesthouse dove potermi fermare per la notte.