Cammina cammina … fino a Puquio

Oggi è il giorno del progetto impossibile, Cusco – Nasca in tappa unica. Però, ci voglio provare lo stesso!

Incredibile ma vero, alle 8:30 sono in sella, lavato mangiato e bagaglio montato: da segnare sul calendario!

La strada inizialmente corre su una pianura circondata dalle montagne, poi inizia ad addentrarsi nelle alture. Più mi avvicino ad Abancay, più le curve si stringono fino a diventare una sfilza di tornanti.
Ad un certo punto ci sono i lavori stradali a fiaccare le mie deboli speranze di arrivare in serata a Nasca. Sono tutti fermi, sembra da parecchio. Senso unico alternato.

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L’attesa dura 40 minuti, durante i quali parlo con un tipo simpatico alla guida di un SUV. Dice che lavora per una grande miniera di Ayacucho. Estraggono argento e oro, rispettivamente, 3 tonnellate e 240 kg al giorno e ci lavorano 3mila persone. Niente male!
Mi dice che il peggio non sono i 40 minuti che stiamo aspettando, ma è il fermo programmato di 2 ore della circolazione poco più avanti. Sempre per la consuetudine di buttare all’aria tutto per fare i lavori, invece di finirne un pezzo alla volta.

Finalmente passiamo e capisco perchè il senso unico alternato è durato così tanto: inglobava il casello per il pagamento del pedaggio stradale! Quindi di mezzo c’era pure il tempo della coda per pagare, cercare i soldi, il resto, ecc. Geni!

Arrivo alla zona del blocco. Si riconosce facilmente, perchè la strada è sbarrata e la gente sta bivaccando fuori dalle macchine e dai camion. Chi improvvisa un pic-nic, chi si sdraia a prendere il sole, i più parlano. Se in Italia bloccasero, che so, la Cassia per due ore, credo che salterebbero fuori le armi pesanti!

Mi avvicino alla barriera, guardando un operaio. Questi capisce il mio sguardo e mi dice:

“Puoi passare, però vai piano e stai attento ai mezzi pesanti”

Ringrazio e passo, ritrovandomi in mezzo ad un cantiere con enormi camion che fanno poco caso a me, anzi, sembra più che vogliano spiattellarmi sotto al rullo compressore o schiacciare con uno dei caterpillar in azione.
Riesco a dribblare tutti e a non cadere sul fondo di pietre e torno finalmente sulla strada. Il paesaggio adesso è molto più “canonico” ossia con alberi e vegetazione e campi coltivati.

Dopo diversi km, la strada era in una gola. A causa delle frane, molti pezzi di asfalto non ci sono più e procedo su pista. Passo anche attraverso alcuni piccoli guadi. Il tutto non fa che rallentare la marcia ed allontanare sempre l’idea di arrivare fino a Nasca. La vegetazione è folta e fa molto caldo. Me l’ero dimenticata questa sensazione. Sembra impossibile che sia partito dal freddo di Cusco solo poche ore fa!

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Dopo Abancay la strada si distende in una profonda gola. Corro a fianco di un piccolo fiume impetuoso intorno ai 3200 metri sul livello del mare. Poi evidentemente il corso del fiume segue una direzione diversa e la strada inizia ad arrampicarsi sulle montagne, iniziando un continuo di salite e discese fino a Chalhualpa.

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E’ ancora presto e non mi va di fermarmi qui per la notte. Inizio a parlare con un tizio sulla sessantina ad un distributore di benzina. Secondo lui se parto adesso, posso raggiungere la prossima cittadina, Puquio, intorno alle 18/18:30.

Confesso che non ho ancora abbandonato l’idea di raggiungere Nasca entro oggi, fosse anche in nottata.

La strada, se possibile, si arrampica ancora di più. Raggiungo i 4500 metri e ci resto per un bel po’. Il sole tramonta ed il freddo aumenta terribilmente, diventando pungente e doloroso sulle mani e sui piedi. Il GPS dice che sono arrivato a 4560 metri. Ai lati della strada la neve, nei campi molti lama che brucano.

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Il tramonto è splendido, rosso e arancio sulle nuvole in cielo e riflesso sui laghetti d’alta montagna che circondano la strada. La luna sorge alle mie spalle, piena, luminosissima.

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Continuo la corsa notturna, pensando al tipo che mi aveva detto che alle 18:30 al massimo sarei arrivato. Passo un paio di punti di controllo sulla strada. Per fortuna nessuno controlla nulla, vogliono solo scambiare due chiacchiere.

Finalmente Puquio si manifesta dietro una cresta di montagne.

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Nel giro di mezz’ora arrivo, sono stanchissimo.

Trovo un albergo nella plaza de Armas e vado a farmi un ottimo pollo allo spiedo, innaffiato dall’ormai consueta Inca Kola. Sarà la fame, ma mi sembra uno dei migliori polli allo spiedo mangiati negli ultimi mesi … che dico, anni!

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E domani … linee di Nazca e, credo forse chissà, Paracas!

La meraviglia di Machu Picchu

La sveglia urla alla massima potenza già da qualche minuto quando riesce a farmi emergere dal sonno. Sono le 4 appena passate. Doccia e colazione, sono fuori all’ora prevista, le 5. Caso più unico che raro.

Mi accompagna il tipo dell’albergo per aiutarmi a trovare il biglietto d’ingresso a Machu Picchu. Arriviamo di fronte all’ufficio, ci sono già una ventina di persone in attesa.

“AHI!!” esclama il mio accompagnatore.

Mi metto in fila nel momento in cui l’ufficio apre.

“Aspetta un attimo”, mi dice mentre si infila all’interno.

Esce dopo poco, dicendomi con aria non troppo convincente:

“I biglietti ce li hanno: lo fai, poi vai a comprare l’autobus per salire al sito”

Speriamo!

La fila scorre abbastanza velocemente, arriva il mio turno. Pago 128 soles (più o meno 35 euro) e mi ritrovo col biglietto per Machu Picchu. Non mi è sembrato così difficile, non capisco tutta questa incertezza e mistero e soprattutto ieri sera la tipa delle ferrovie, che non voleva farmi il biglietto del treno se non avevo l’ingresso per Machu Picchu! Forse hanno un numero limitato di biglietti, non mi dò altra spiegazione né la cerco, mi va bene così!

E’ ancora buio quando ho in  mano anche il biglietto andata e ritorno in autobus. La salita è veloce, prima sul fondo della gola a fianco del torrente, poi sul fianco di una montagna, tornante dopo tornante sfiorando i pulmini che nel frattempo ridiscendono.

Alle 7 sono su.

Entro e l’impatto è forte, perchè si ha già una visione d’insieme dell’intero sito con le montagne alle spalle. La tentazione di iniziare a girare tra le rovine è forte, ma resisto e mi arrampico a casaccio lungo un sentiero sulla sinistra. Più per istinto che altro. Provo a chiedere a una coppia di francesi dove si va per dove stiamo salendo, ma non mi rispondono nemmeno.

Per fortuna è il punto che speravo, panoramico dall’alto su tutto il sito. Mi siedo ed inizio a concentrarmi, mentre il sole sale da dietro le montagne e appare intorno alle 7:15.

E’ difficile esprimere a parole sia le emozioni che la loro intensità. Se si riesce a isolarsi dal resto ed entrare in contatto con il luogo, l’insieme diventa commovente. Forse è talmente la bellezza o la sua ancestralità o la commistione così perfetta tra bellezza naturale e opera dell’uomo, fatto sta che il cuore e la mente non riescono a contenere un’emozione così forte che finisce per sfogarsi e allentarsi nelle lacrime. Lacrime di gioia, con il sorriso incredulo per quanto il cuore trabocca di bellezza e felicità.

Il sole sorge e illumina prima le montagne alle spalle della cittadella, poi la cittadella stessa, un po’ alla volta. E questa cambia, cambia in continuazione col passare delle ore e l’evoluzione delle ombre e della luce.

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Rimango più di un’ora e mezzo seduto ad ammirare quello che ho davanti agli occhi. Le persone vanno e vengono, si chiamano, urlano oppure stanno in silenzio come me, ma nulla più importa, perché non entrano nella mia visione. Può essere difficile raggiungere la piena consapevolezza di essere “qui e ora”, soprattutto quando le emozioni sono così intense.

Quando sento di essere pronto, soddisfatto, mi alzo e mi avvio verso la Porta del Sole, un altro punto panoramico lontano alcuni chilometri. Voglio ancora ammirare dall’alto le rovine di Machu Picchu, perché sento che la bellezza principale è nella comunione tra roccia e montagna, tra natura e uomo e si può coglierla solo guardandola nella sua interezza. Entrandoci e girando al suo interno, perderei la prospettiva d’insieme.

Passo accanto ad alcuni lama che non sono particolarmente spaventati dall’uomo e si fanno toccare senza problemi. Morbidi!

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La salita è lunga e abbastanza faticosa, ma ogni scusa è buona per fermarsi e ammirare la cittadella o le montagne circostanti da un’angolazione leggermente diversa.

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Arrivo finalmente alla Puerta del Sol e svanisce la cognizione del tempo, perdendomi prima ad immaginare come dovevano vivere gli Inca in un luogo del genere, le sensazioni che vivevano le persone che, arrivando dal fitto della foresta, si ritrovavano a superare questa porta, avviandosi nella discesa al villaggio. E poi ad immaginare la gioia incredibile vissuta da Hiram Bingham quando si accorse che sotto la foresta si trovava una cittadella perduta e sconosciuta. Scoprirla pezzo a pezzo, pulirla, ricostruire quello che vi si svolgeva, restituirla alla vita, seppur diversissima dall’originale.

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Trascorro un altro lungo tempo, poi, nuovamente, mi sento pronto. Stavolta per entrare nella cittadella, girarla dall’interno. La discesa è veloce e in breve mi aggiraro tra le antiche mura, intuendo quelle che dovevano essere templi e quelle che erano abitazioni.

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Il tempo vola e arriva il momento, purtroppo, di mettermi in fila per l’autobus in discesa. Sembra destino, ma come per il treno di ritorno di oggi, dove era rimasto solo un posto, mentre manca ancora un bel po’ per il mio turno, iniziano a chiedere ad alta voce se c’è qualcuno che viaggia solo, è rimasto solo un posto sull’autobus in partenza per Aguas Calientes.

Mi infilo e finisco a fianco di una signora statunitense, con cui inizio a parlare di Machu Picchu, degli USA, dell’Europa.

Arrivato a Aguas Calientes, ho il dubbio di riuscire a ritrovare l’albergo! Non so il nome nè tantomeno l’indirizzo perchè me l’hanno prenotato da Cusco e ovviamente non ho chiesto informazioni; ieri sono arrivato col buio e mi sono venuti a prendere e stamattina alle 5 ero del tutto incosciente e, di nuovo, col buio.
Per fortuna riesco ad orientarmi e dopo un paio di tentativi a vuoto, ritrovo il vicolo giusto.

Recupero la roba in albergo e vado alla stazione. Inizia a piovere forte lungo il tragitto del treno, ma per fortuna a Ollantaytambo non piove.

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Mangio nell’ottimo ristorante di un albergo di fronte alla stazione, recupero la moto e inizio il rientro a Cusco, in notturna.

E così, penso, eccomi di nuovo a guidare col buio. Mi piace perché sei concentrato sulla guida: solo tu e la moto. Il mondo circostante è irreale, fatto di ombre e profili tagliati dalla luce dei fari e nel buio, di tanto in tanto, emergono le luci di un villaggio o il lampo di una stella cometa che taglia il cielo.

Arrivo a Cusco, piombando sulla città dall’alto. Nella discesa al centro, conto 3 cani che mi inseguono convinti, desiderosi di addentarmi. Al prossimo che mi insegue, gli tiro un calcio, promesso! Affronto i folli pedoni attraversatori di Cusco al grido di: “ATTENTI … Che ne ho già messo sotto uno!!!”

Arrivo in albergo e preparo i bagagli per domani. L’ideale sarebbe arrivare a Nasca in giornata, per non perdere un giorno lungo la strada, ma sono troppi km, non ce la farò mai!

Alla scoperta della Valle Sacra

Stato

Avatar di Nelik (FB)

Oggi è dedicata interamente alla Valle Sacra di Cusco, una specie di anello ricco di siti archeologici. Come sempre, non so cosa aspettarmi perchè non ho visto nulla prima di partire, nè in Italia, nè qui.

Esco da Cusco e inizio ad arrampicarmi sulla ripida ed alta collina alle spalle della città. Arrivo con sorpresa sotto al Cristo di Cusco che ieri sera vedevo dalla Plaza de Armas.

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A poca distanza dalla statua, si entra nel primo sito, Saqsayhuaman.
Era composto da diverse linee difensive, costruite dagli Inca con la maestri già vista a Cusco: massi enormi, intagliati e incastrati con una precisione ed una perizia che ha dell’incredibile. Anche in questo caso, il sito fu praticamente smantellato dagli spagnoli per costruire case, chiese e altri edifici.

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Si gode anche di uno splendido paesaggio su Cusco.

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Già arrivando qui, ma soprattutto proseguendo verso Pisac, mi ritrovo sempre più immerso negli alberi. Amo i deserti per le sensazioni che trasmettono, ma confesso che passare tra gli alberi, riposare la vista con il verde e assaporare i profumi dell’eucalipto e il familiare odore del pino, della resina scaldata al sole e della sua essenza, tutto questo mi piace e vorrei continuasse.
Invece pare che gli alberi, nonostante l’altitudine, siano l’eccezione e passo da una macchia verde all’altra, attraverso le consuete montagne e colline spoglie.

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Dopo pochi km arrivo a Qénqo, dove si può girare in alcuni cunicoli e sale che sembrano essere state dedicate alla preghiera. Dovrò studiarlo con calma sulla guida.

Qualche altro km e arrivo a Pukapukara, costituito da un paio di piccole piattaforme proiettate su una vallata meravigliosa. Si visita velocemente, il tempo di ammirare il panorama e sentirsi per un attimo un uccello che può ammirare la terra dall’alto.

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Quasi di fronte c’è Tambomachay. Lì per lì non si capisce in cosa consista il sito, visto che ci sono solo due serie di nicchie molto grandi e delle fontane. Mi metto a riprendere fiato accanto ad una guida che racconta ai suoi clienti che le fonti servivano per purificare l’anima e il corpo e che l’acqua era sacra per gli Inca, come fonte di vita.

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Mi arrampico sulla collina di fronte alle nicchie, sperando di raggiungere altri resti, ma trovo solo un ruscello che inizio a seguire. Ha scavato un piccolo solco nel terreno e scorrendo crea il suono così rilassante e così noto nelle culture ad esempio giapponese e araba.
Lo seguo per diverso tempo, poi mi rendo conto che è inutile proseguire, mi sto solo addentrando nelle montagne e quello che cerco è proprio davanti a me. Mi sdraio e mi lascio prendere dalla pace e dalla tranquillità del luogo. Scaldato dal sole, a contatto con la terra, cullato dal gorgoglio dell’acqua che scorre a pochi passi da me.
Inizio a respirare al ritmo della terra, ma purtroppo devo riprendere la strada. Mi avvio verso valle, mentre cerco un fazzoletto in tasca. Possibile, non ne avevo uno? Non sarà caduto mentre ero sdraiato? Mi giro che ero già lontano e vedo, nera, a terra, la macchina fotografica. C’è mancato poco che la perdessi!

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Riprendo la strada, stavolta ci sono un po’ di km prima di fermarmi a Pisac, con un altro sito archeologico. La strada che percorro rimane in quota e segue sinuosa la vallata, la Valle Sacra, appunto. Mi diverto nelle curve, fino ad arrivare a Pisac, sul fondo della valle, all’altezza del fiume che ha creato nei secoli quello che mi circonda.

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Per raggiungere il sito archeologico di Pisac devo salire nuovamente sulla montagna dall’altro lato della vallata. Rimango senza parole quando vedo una serie di terrazzamenti enormi, sia per altezza che per estensione e numero. La strada termina all’ingresso del sito, che giro velocemente perchè inizia ad essere tardi. E’ davvero spettacolare e a sapere che era così bello, sarei arrivato prima. Le terrazze sono enormi, molto alte e lunghissime. Un lavoro incredibile, gli Inca non finiscono di stupirmi. Come molti popoli antichi, hanno realizzato delle opere che anche oggi, migliaia di anni dopo, ci si chiede come ci siano riusciti.

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Oltre ad essere tardi, il cielo è minaccioso. Se inizia a piovere sicuramente dovrò rallentare molto perchè le strade sono sempre unte di gasolio perso dai camion.

Torno a Pisac e proseguo sul fondovalle verso Urubamba. Si alza un vendo caldo e potente. Arrivo al bivio per Chinchero. Lo prendo, anche se il mio obiettivo è molto prima, a Maras e le sue saline di cui ho sentito parlare.
La strada è splendida, di campi dorati incorniciati da montagne possenti e, quelle più arretrate, coperte di neve. Il cielo è scuro e drammatico di nuvole, con squarci di sole a illuminare con fasci di luce il grano e la roccia.

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La strada che conduce alle saline è una pista, che punta alle montagne e precipita poi in una stretta valle.

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Resto letteralmente a bocca aperta per la meraviglia quando le saline appaiono. Meravigliose. Ricordano le vasche della lavorazione delle pelli che ho visto in Marocco, ma senza quell’odore nauseabondo.
Formano un mosaico di vasche di varie dimensioni e poste a diversi livelli sul fianco della montagna. Il cielo scuro, trafitto da raggi di luce che vanno a illuminare come spot alcune vasche e parte delle montagne circostanti, donano un’aura sacra e mistica.

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Delle gocce di pioggia mi risvegliano, tra poco inizierà a far buio e ancora non ho il biglietto del treno per Aguas Calientes.

Risalgo dalla vallata in cui ero sceso per le saline, ripercorro all’indietro la pista e torno sulla strada principale.

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Ollantaytambo è graziosa anche se molto turistica. Prelevo un po’ di soldi, mangio al volo degli anticucho cucinati in un banchetto a bordo strada, parcheggio la moto e vado alla biglietteria del treno.

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Avevo capito che c’era un treno ogni ora, invece gli orari variano molto, con parecchi buchi di diverse ore. Finalmente arriva il mio turno, trovo un buco sia per oggi (sono le 18 ma trovo posto solo sul treno che parte alle 21) e domani è rimasto un unico posto alle 16.
Pago il biglietto con la carta di credito (120 dollari l’andata e ritorno!), poi la ragazza allo sportello mi chiede:

“Ma ce l’hai l’ingresso per domani??”

“Sì, cioè no … ma dici a Wayna Picchu? Non importa, lì non voglio andarci”

“No no, proprio al sito di Machu Picchu”

“Cioè??”

“Cioè è tutto pieno domani, se non hai già il biglietto non puoi entrare, è inutile che vai a Aguas Calientes”

“E quando c’è posto per entrare a Machu Picchu?”

“Lunedì”

Oggi è sabato … non so cosa fare.

“E comunque lunedì sul treno c’è posto solo per l’andata, non per il ritorno.

“Ah, e quindi??”

“Non so, tieni, questo è l’indirizzo del sito delle ferrovie e questo del sito per prenotare l’ingresso a Machu Picchu, prenota e torna quando hai tutto”

Mi tolgo dalla fila, che ho bloccato da parecchi minuti e mi attacco al telefono con la tipa dell’hotel di Cusco, il Cusi Wasi. Stamattina nè nei giorni scorsi mi avevano detto nulla!

Le chiedo subito se per favore sente le persone che conosce a Aguas Calientes per vedere se si riesce a trovare un biglietto.

Dopo qualche minuto mi richiama:

“Non preoccuparti, c’è un ufficio, la Direccion de Cultura, che dovrebbe avere un biglietto. Gli fai vedere il biglietto del treno, gli dici che non hai alternative di tornare nei prossimi giorni, vedrai che ti fanno entrare.”

Sento che è adesso che non ho alternative. Non posso far altro che fidarmi.

Mi rimetto in fila, molto più lunga di prima. Arriva il mio turno e la tipa mi guarda con aria di scherno e con sarcasmo mi chiede:

“Hai visto su internet e hai prenotato tutto?”

“No, veramente dall’albergo mi hanno detto che riescono a trovare il biglietto”

“Ma non è possibile, non c’è posto!”

Continuiamo nel botta e risposta, non vuole farmi il biglietto. Molto probabilmente ha ragione lei e me ne pentirò amaramente, ma decido di fidarmi dell’albergo e insisto per avere il biglietto.

Alla fine me lo fa e vado alla stazione, dove mi parcheggio per un paio d’ore in un bar con wifi.

Arriva il momento di partire, a bordo ci offrono anche una bibita e uno snack. Il treno viaggia lentamente, sono curioso di vedere il tragitto che fa con la luce del sole!

Vengo accolto a Aguas Calientes con un cartello col mio nome, credo sia la prima volta in via mia!

Gli orari di domani sono: 4:00 sveglia, 4:30 colazione, 5:00 uscita, 5:20 preghiera in spagnitaliano per avere un biglietto in non so quale ufficio e poi il resto della giornata sarà tutto da scoprire.

Ieri scrivevo che non ci credevo che stavo per andare a Machu Picchu e oggi, ancora più di ieri, lo dico nuovamente. Riuscirò ad entrare a Machu Picchu???

A passeggio nella capitale degli Inca

Oggi è dedicata interamente a Cusco, anche se trascorro parte della mattinata a conversare con il portiere dell’albergo, sia per esercitare lo spagnolo, sia soprattutto per avere dritte sui prossimi giorni.

Chiarito a grandi linee cosa vedere e dove andare nella Valle Sacra, mi avvio verso il centro storico.

Tutti mi avevano detto che Cusco è una città meravigliosa, piena di monumenti e musei, ed effettivamente è vero. Potrei definirla una Firenze peruviana. Perché Firenze e non Roma, ad esempio? Perché la trovo per certi versi signorile e monumentale, con poche o nessuna parte di vicoli popolani e intrecciati.

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(Vana speranza)

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Plazas de Armas è inaspettatamente grande, circondata da portici su tre lati e raccoglie molti edifici religiosi. Di nuovo, mi è impossibile non pensare a cosa c’era qui quando gli spagnoli non erano ancora arrivati ad imporre la religione cattolica. Molti monumenti religiosi e civili inca sono stati distrutti o utilizzati come fondamenta per costruire analoghi edifici ma di matrice spagnola.

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Le mura inca sono impressionanti, costituite da massi immani ma allo stesso minutamente intagliati in modo da combaciare alla perfezione, micrometricamente.

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Dopo aver seguito l’itinerario suggerito dalla guida ed essere entrato anche in un mercato coperto, dove vendono principalmente da mangiare, inizio a passeggiare a caso.

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( Un ottimo succo di mango)

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Faccio la scoperta più interessante dell’intero giro: è il quartiere di San Blas, abbarbicato su una delle colline che dominano il centro storico. Qui si possono ancora trovare case basse e storte, con i segni evidenti del tempo a donare fascino e rispetto, molto più suggestive delle ricostruzioni asettiche e uniformi del centro.

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Arrampicandosi sulla collina si arriva ad un mirador.

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Qui incontro Hernan, fotografo colombiano che sta esponendo in questi giorni, la sua fidanzata Katia, del Salvador in America Centrale, Lucio e un altro ragazzo. Bevono tutti allegramente, mi agganciano ed iniziamo a parlare di arte. La scusa sono delle cartoline che Katia, la PR di Hernan, mi mette in mano regalandomele.

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Sono foto che ha fatto Hernan durante un viaggio in Sud America di 6/7 mesi a bordo di un vecchio Maggiolone VW. Dalla Terra del Fuoco alla Colombia, tutto “on the road”. Quando viene a sapere che sto facendo un viaggio simile, anche se in molto meno tempo e su una moto 125, impazzisce di entusiasmo e inizia a propormi alloggi e appoggi in Colombia, a Calì dove c’è sua zia e a Bogotà, dove ha casa.

Chiacchieriamo una mezz’ora, poi li saluto dandoci un appuntamento per stasera alle 21.

Entro nel museo Inca, con ceramiche, tessuti e la storia del popolo inca, poi nel museo precolombiano, di gran lunga più emozionante ed interessante. Mesi fa ero convinto che in Sud America ci fossero stati principalmente gli Inca e che le altre popolazioni fossero state minori, senza particolari espressioni artistiche e culturali. Poco prima di partire, avevo già iniziato a scoprire che c’era molto di più, le popolazioni che precedettero gli Inca erano numerose ed alcune molto complesse ed evolute.
Durante questo viaggio sto arricchendo la mia conoscenza e il museo precolombiano di Cusco è fondamentale, perché raccoglie delle testimonianze significative della cultura e dell’arte di queste popolazioni: ceramiche, manufatti, sculture, gioielli.

Trovo questi manufatti più emozionanti di quelle degli inca, perché sono ancora più incentrate sulla natura e sugli animali. Per certi versi mi ricorda la religione greca, profondamente legata alla terra ed alla natura, con le divinità a rappresentare gli elementi fondamentali nei quali l’uomo si inseriva, consapevole dei suoi limiti e della superiorità della Natura.
Il passaggio dai manufatti preincaici a quelli incaici segna un cambiamento di punto di vista, più astratto quest’ultimo. Il passaggio dalla cultura incaica a quella spagnola dei conquistadores è scioccante. Nel giro di una curva di corridoio mi ritrovo attorniato da immagini di santi feriti in ogni maniera e sofferenti, crocifissioni, santi emaciati a guardare imploranti verso il cielo, in attesa di un qualche tipo di liberazione.
Si passa dalla rappresentazione della sacralità della terra, quella che ci dà da vivere e ci accoglie, ad una rappresentazione emotiva della sofferenza e del martirio in nome di una divinità astratta e invisibile. Dalla concretezza degli animali e della natura all’astrattezza dei miracoli e dei dogmi. Da una forma di rispetto positivo ad una di timorosa sottomissione.

Esco dal museo che è quasi buio; mi prendo il tempo di scattare alcune fotografie al crepuscolo, di un’ultima passeggiata e poi torno in albergo a preparare i prossimi due giorni.

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Mi attendono domani la Valle Sacra e dopodomani Machu Picchu! Non vedo l’ora!!

Attraversando le montagne fino a Cusco

E’ inutile, perciò non dico né mi propongo più un orario di partenza: tanto prima delle 9:30 non mi muovo!

Saluto Alberto, incredibilmente disponibile e gentile ed esco da Puno. La strada si arrampica sulla collina alle spalle della città e in breve iniziano ad aprirsi degli splendidi paesaggi sul lago Titicaca (anche se la guida ieri ha tenuto a dire che si dovrebbe scrivere Titikaka con la k e che il suono è aspirato e in lingua aymara significa puma grigio; bene, fine del ripasso della lezione di ieri).

Mi fermo al primo benzinaio, da El Alto non l’ho più fatta. Mi metto davanti alla pompa e la ragazza afferra la pistola della 84 ottani.

“No, la 95 por favor!”, indico allarmato.

“Ma che ce devi fà, c’a 95!” o almeno il senso della sua risposta è questo oppure vuole dirmi che la 95 è terminata, fatto sta che prosegue con la 84.

Vabbè, penso tra me e me, che sarà mai.

Appena finisce di riempire il serbatoio mi torna in mente il ticchettio angosciante, quasi un urlo di dolore del Guzzi di Adriano in Kazakistan, quando batteva in testa in continuazione e così mi ricordo a cosa servono gli ottani.

Vabbè, penso tra me e me, ormai è fatta.

Riparto.

La strada corre su un altopiano reso interessante dagli scorsi sul lago alla mia destra, poi arriva il bivio per Sillustani. Ho fatto ben 20 km da Puno e ne mancano almeno 400 per Cusco, ma non è ancora tardi e poi mica posso passare le giornate soltanto a guidare! Decido di girare per il sito archeologico.

La strada si incunea nella pianura, puntando alle montagne ma senza raggiungerle.

Vedo un nuovo tipo di architettura rurale, stupenda. Sono abbastanza simili ai nostri casali di campagna, solo che sono fatti interamente in pietra, con degli archi come ingresso e decorazioni varie. I tetti in paglia chiudono il quadro agreste, senza dimenticare i piccoli gruppi (greggi?) di lama nei pressi dell’abitazione.

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Le torri funebri di Sillustani sono allo stesso tempo semplici e solenni, svettano massicce su un paesaggio intatto. Non si può far altro che ammirarle in silenzio, cercando di integrarsi per un breve attimo spazio-temporale in questa terra, in questo tempo e con la civiltà che le ha costruite, a dominare un lago che si addentra con gole e curve nelle montagne circostanti.

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Se si ha la pazienza di attendere che i pochi turisti si allontanino, ci si ritrova nel silenzio più assoluto, con le orecchie accarezzate da un vento sottile, costante, la vista che si perde nell’azzurro del lago e del cielo e la mente che cerca di capire vanamente una cultura che ha ideato dei monumenti funebri così assoluti. La complessità nell’apparente semplicità.

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Torno sulla strada per Cusco e proseguo la corsa. Di nuovo mi stupisco di come giri bene e lineare il motore della Pollita, peccato non aver incontrato il meccanico giusto a Calama, quando provai a farmela sistemare per le alte quote. Avrei patito molto meno nel tratto San Pedro de Atacama – Uyuni.

Supero il caos di Juliaca e la strada inizia ad addentrarsi tra le montagne. Il cielo diventa sempre più cupo e minaccioso, basso di nuvole sfilacciate nelle quali finisco, mio malgrado, per infilarmi.

Per fortuna la pioggia vera e propria dura pochi minuti. Più duraturo è il pulviscolo d’acqua nel quale mi trovo immerso e il freddo, che aumenta sempre più, come la quota alla quale viaggio. 3900, 4000, fino a oltre 4300 metri.

Il freddo è intenso, le mani sono quelle che soffrono di più, poi i piedi. Il corpo è ben coperto, ma dopo un po’ accusa, soprattutto perchè, non so il motivo, il giubbino elettrico da quando sono andato via da La Paz, ha smesso di funzionare bene. Se ci penso, a La Paz hanno avuto problemi o smesso di funzionare: moto, GPS, giubbino elettrico. Tre componenti fondamentali!

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Superato il passo a quota 4338 metri slm, la strada inizia a scendere e, di conseguenza, la moto ad andare a velocità di tutto rispetto (90 all’ora!).

Torna la pioggia, poi smette e mi asciugo, mentre la montagna si addolcisce trasformandosi in colline e creando una vallata dove corre un fiume, le cui sponde sono coltivate. Era da parecchio che non vedevo campi coltivati e alberi!

Il verde fa la sua apparizione e stupisce, perchè l’occhio si era ormai abituato alle sole variazioni di marrone, il verde era escluso, relegato nella memoria come i superstiti dell’Eternauta ricordano la città com’era un tempo, prima dell’attacco degli alieni.

Dopo altre decine di km, quando ormai mancano un paio d’ore a Cusco, arrivo all’area archeologica di Raqchi. Decido di fermarmi. Per fortuna, aggiungo, vista la bellezza del luogo.
Stavolta sono completamente solo e mi aggiro tra strutture di difficile comprensione, se abitazioni o strutture comuni, religiose o con altra finalità. Anche ora, il silenzio completo, rotto solo da qualche uccello in lontananza e dall’immancabile vento, cammino tra i resti delle costruzioni e pensando a che posto incredibile sia il Perù, che ha ospitato decine di culture differenti che, soprattutto, hanno prodotto opere uniche e eterne.

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( Non posso allontanarmi che subito la Pollita rimorchia due galletti …)

Riprendo la strada e mi godo, anche oggi, un bel tramonto sulle montagne.

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Finalmente arrivo a Cusco, inizio ad attraversare una periferia infinita.

Ad un certo punto, mi trovo su una strada a 6 carreggiate, 3 per parte, un uomo di bassa statura inizia ad attraversare lentamente. Io sono lanciato, la strada è larga e libera, sono l’unico in quel momento e il semaforo è verde. Sarò ad almeno 70 km/h. Quando lo vedo, capisco che è in traiettoria piena. Mi attacco ai freni, il tizio non fa il minimo cenno per evitarmi, rallento il più possibile ma alla fine gli sono addosso. Lo colpisco con lo specchietto destro e non so con cos’altro, è questione di attimi. Io non perdo nemmeno l’equilibrio, è come se qualcuno mi avesse dato una botta alla spalla, cosa che probabilmente è accaduta.

Mi fermo dopo pochi metri, mi giro e vedo che il tipo è ruzzolato a terra e si sta rialzando. Zoppica. Nessuna delle persone che ha assistito alla scena, a bordo strada, fila né me né lui. Cammina, quindi penso che non si sia fatto male e soprattutto non credo di avere un’assicurazione valida e non ho intenzione di infilarmi in un vespaio peruviano. Accelero e me ne vado.

Arrivo in centro e sono nei pressi dell’albergo che ho prenotato tramite Alberto da Puno, quando mi infilo in un vicolo strettissimo, largo quanto una macchina. Che, guarda caso, è parcheggiata con le 4 frecce lampeggianti. Abituato ormai ai costumi peruviani, suono e gli arrivo dietro. Un po’ troppo dietro. Sarà la stanchezza, ma prendo male le misure e lo tocco leggermente, la mia ruota anteriore sul suo paraurti posteriore.

Non la prende bene nè si mette a ridere, esce, ma rientra in auto senza cercare eventuali danni. Non credo mi stia dando il benvenuto a Cusco, nelle parole che mi rivolge. Arriva l’amico dopo pochi secondi e evidentemente si innervosisce di nuovo. In ogni caso l’amico, una volta saputo l’accaduto, vede che non c’è il minimo danno e convince l’altro ad andarsene.

Riparto, so giusto pensando che finalmente fa caldo quando leggo un termometro che segna 7 gradi! Mi era successo anche ad Uyuni, con 8 gradi.

Finalmente l’albergo! Che mi fornisce anche di pizza in camera e parcheggio in una parte del cortile.

Domani, interamente dedicata a Cusco, speriamo non piova!

Un dia en Puno

Ieri sera non ho deciso, la notte ovviamente non ha portato consiglio, ma solo un po’ di sonno rotto dai continui clacson in lontananza, quindi la giornata inizia con lo stesso quesito di ieri, solo più pressante:

“Cosa faccio e dove vado oggi??”

Effettivamente inizia a stancarmi l’assenza di un piano, soprattutto perchè non ho un numero illimitato di giorni, anzi … per cui mi tocca pianificare.

Poi però penso che sono sulle rive del lago Titicaca e che voglio vederlo, piuttosto rinuncio a qualcosa dopo (è sempre facile rinunciare a qualcosa che ancora non c’è, infatti mi convinco molto facilmente), quindi la decisione, almeno per oggi, è presa: faccio una gita sul lago!

Lo dico al mitico Alberto del Totora Inn che mi organizza in un attimo la gita.

“Passano a prenderti qui davanti all’albergo alle 9, hai il tempo di fare colazione con calma”

A metà colazione mi dice che sono in anticipo, quindi mi devo sbrigare. Salgo su un furgoncino dove ci sono già un paio di turisti che, durante il tragitto per Puno, diventeranno una quindicina in tutto, raccogliendone un po’ per volta.

Andiamo al porto e saliamo sulla barca. Xavier, la guida, snocciola dati sul lago, le dimensioni, la profondità, immissari, emissari, altitudine e così via.

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Iniziamo ad addentrarci tra le isole, che sono come delle zattere costruite utilizzando la totora, una pianta lacustre, lunga e sottile, che fuoriesce dall’acqua e che copre il lago a perdita d’occhio. Xavier ci dirà poi che la totora (ora capisco il nome dell’albergo dove dormo!) cresce solo nella baia di Puno e in alcune zone della parte boliviana. Il resto del lago è senza totora.

La barca si incanala prima in una “strada” delimitata tutto intorno dalla totora, poi in uno specchio d’acqua delimitato da decine di isole. Su molte di esse vedo gruppi di turisti, come noi, portati in giro dalle guide. Per fortuna se ne vedono alcune con persone del posto che lavorano normalmente.

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Dico “per fortuna” perchè la sensazione, quasi certezza, è di essere finiti nell’ennesimo trappolone per turisti e presto mi pento di non aver almeno tentato di andare al porto e provare a contrattare un passaggio in barca con qualcuno del posto, senza passare da un’agenzia.

In ogni caso, dopo una ventina di minuti di navigazione attracchiamo sull’isola prescelta per la gita. Ci dicono che fanno a rotazione, tra tutte le isole che ci sono. Così facendo su ogni isola arrivano i turisti due volte a settimana. E di questo campano, ormai.

Camminare sull’isola galleggiante è buffo, sembra di camminare su un enorme cumulo di paglia e in fondo, questo è. Solo che pochi centimetri sotto, c’è l’acqua. Lo stelo di totora è interessante, sembra una specie di spugna, cioè pieno di piccole cavità d’aria e leggerissimo.

La guida fa arrivare il “presidente” dell’isola, così si definisce e ci spiega, in aymara (tradotto in spagnolo dalla guida), come si costruisce un’isola e, soprattutto, come si mantiene nel tempo. Chiedo alla guida, che mi spiega che la costruzione delle isole è nata con l’invasione degli spagnoli, per sfuggirgli.

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Poi arrivano le donne che intonano brevi canti in aymara, quechua e spagnolo.

Segue giro nelle case dell’isola (questa ospita quattro famiglie e le quattro donne agguantano più persone possibile di noi) e, ovviamente, esposizione dell’artigianato che producono. Senza obbligo di acquisto. Mi sento come nelle gite in pullman al santuario di Padre Pio, con interessante dimostrazione di pentole a pressione, pranzo al sacco, 12 euro bevande escluse.

Una volta chiarito che chi doveva comprare ha comprato e che gli altri non compreranno mai (tra cui me, che non ho un soles in tasca, essendo arrivato ieri sera e non avendo cambiato né prelevato nulla), prosegue il programma. Gita, per chi vuole, nella Mercedes Benz: così chiamano per scherzare (e per far contenti noi turisti, ne sono sicuro) le imbarcazioni di totora più grandi.

Il mio imbarazzo raggiunge l’apice quando le quattro donne intonano dei canti mentre la barca si allontana dall’isola, con a bordo quelli che hanno accettato il passaggio in “Mercedes Benz” alla prossima isola. Il primo canto in Aymara passi, ma il secondo “Vamos a la playa” no, non credo alle mie orecchie! I Righeira sono approdati fin sul lago Titicaca! E sento la stessa canzoncina anche dall’isola a fianco, quando un altro gruppetto di turisti si sta allontanando su un’altra “Mercedes Benz”.

Tra i turisti del gruppo c’è un signore che viaggia con la figlia. Lui è peruviano, ma vive da molti anni in Spagna, a Siviglia; la figlia è sivigliana. Il padre mi racconta che era venuto tanti anni fa qui a Puno e a fare una gita per vedere le isole galleggianti, ma che erano tre, non settanta. E ovviamente che non c’era tutto questo circo per turisti.

Andiamo sull’isola successiva prevista nel giro; arriviamo contemporaneamente ai nostri “colleghi” andati con la Mercedes Benz.

Quest’isola è ancora peggio, con un ristorante, un bar, diversi negozi di souvenir e altre strutture per turisti.

Quando iniziamo il rientro sono contento, almeno i paesaggi sono splendidi.

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Tornati sulla terraferma, mi faccio riportare in albergo per riposarmi un attimo, poi esco per un giro in centro.

Non c’è molto da vedere a Puno, diciamo quasi niente. Passata una piazzetta che porta nella strada pedonale piena di negozi, che a sua volta porta nella immancabile Plaza des Armas, non c’è molto altro.

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Quindi, come accade spesso, la cosa più interessante da vedere sono le persone. I bambini e i ragazzi escono da scuola, hanno tutti l’uniforme. Poi le donne, meno colorate rispetto alle boliviane. I moto-taxi, a tre ruote che tanto ricordano i coco-taxi di Cuba.

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Vado anche nel museo della coca. L’esposizione è minuscola, però i due filmati che girano nel televisore sono molto interessanti. Spiegano le origini dell’uso della foglia di coca, le testimonianze più antiche, le proprietà, come è cambiato l’interpretazione e l’uso dopo l’arrivo degli spagnoli con il loro bigottismo cattolico e così via.

Sia questo filmato, che ancor più quello successivo, che descrive le danze folcloristiche locali, gettano una pesante ombra sugli spagnoli e le loro responsabilità sul genocidio indio-americano. Effettivamente è impossibile sfuggire a questo pensiero, alle atrocità commesse, che non si sono limitate al Sud America, ma si sono estese anche all’Africa con la tratta degli schiavi, necessari al lavoro nelle ricche miniere di argento e oro.

Proprio nei giorni scorsi ci pensavo, a come i popoli di questi paesi vedono e cosa pensano degli spagnoli. Vedendo questi due filmati, mi sembra di capire che ovviamente ormai non c’è livore o risentimento, però la memoria di quello che è accaduto rimane.

Posso pensare che se non fossero stati loro, sarebbero stati altri, visto che il colonialismo è proseguito per buona parte del 20° secolo e che in alcuni paesi di fatto ancora esiste, però … è impossibile non pensare alla tragedia vissuta da questi popoli.

E’ emozionante e sorprendente il significato di ciascuna danza tradizionale descritta nel filmato: c’è quella i cui passi lenti e piccoli rappresentano i passi degli schiavi, trattenuti dalle catene  e costrette a muoversi in sincrono a decine e decine; un altro ironizza, con maschere mostruose e passi parossistici e parodistici, le movenze dei nobili spagnoli e della corte reale; un altro ironizza sulle corride e le uccisioni dei tori.

Non avrei mai immaginato tali significati nelle danze popolari e questo mi convince ancor più dell’importanza del preservarle e tramandarle, perchè rappresentano e trasmettono la storia e la cultura dei popoli.

Una volta uscito dal museo, decido di fare una passeggiata fino al porto, che stamattina ho visto troppo di sfuggita. Lungo la strada vedo una scena divertentissima: ero rimasto ai tre vecchietti dei paesini italiani, a guardare per strada i lavori in corso, ma qui si arriva a veri e propri spettacoli, con decine di persone letteralmente a circondare una escavatrice con 4 operai a correre avanti e indietro con sacchi di calce e altri materiali. Tutti incantati a guardare i quattro lavorare, anche i risciò e i moto-taxi, una specie di drive-in.

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Arrivo nei pressi del porto e faccio un “pranzo pomeridiano” con trota fritta accompagnata dalla mitica Inca Kola

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(Jeanell, this is for you 😉

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Mentre pranzo, ho modo di leggere un articolo che ho portato dall’Italia su questa zona di Perù, provare a buttare giù un piano per le prossime settimane e rendermi conto di aver bisogno di 20 giorni in più. Oppure che devo tagliare a più non posso.

Finisco il giro al porto e torno in albergo.

Domani devo arrivare a Cusco, con alcune deviazioni lungo la strada. Vorrei partire alle 8. Non ci credo nemmeno io, adesso che l’ho scritto. Figurarsi domani mattina quando dovrò alzarmi …

E alfine fu: in Perù!

Oggi la sento come giornata campale per il viaggio, sia per la moto, che sembra andare veramente male, sia per l’ingresso in Perù, con tutte le difficoltà per entrare di cui ho letto nei forum. Entrare con moto intestate ad altra persona, intendo.

Chiudo i bagagli, faccio colazione, pago e vado a prendere la moto. Non riesce nemmeno a fare la leggera salita per uscire dal cortile.

Butta male …

Carico la moto e parto.

Il traffico é intenso, impossibile prendere una qualsiasi rincorsa e comunque, anche quando ci riesco, la moto perde tutti i giri nel giro di 10 metri e mi muore tra le mani.

Scendo e spingo: il motore a malapena ce la fa a spingere solo la moto coi bagagli. Con me é impossibile.

Nuova salita, devo di nuovo scendere e spingere.

Nell’ennesima arrampicata, sto riuscendo a salire sui 10/15 km orari, quindi bene per i nuovi standard, quando in piena salita, sulla sinistra c’è il solito micro fermo per far salire delle persone, occupando la sua carreggiata.
Proprio mentre sto affiancando il micro, ne sbuca un altro da dietro per superarlo completamente contromano, chiudendo la mia carreggiata.

Devo fermarmi.

Lo copro di insulti urlati in romanesco stretto, sfogando tutta la rabbia e la frustrazione per questa situazione che si é creata non ho capito bene come. Il poveretto mi guarda con gli occhi sgranati così come i passanti.

Spingo e riparto.

Il tutto per tre, quattro, cinque volte, col cuore che batte all’impazzata sia per lo sforzo che per l’altitudine. E quando non spingo, sono sulla moto per metà fuori, a spingere con una gamba sola. Pazzesco.

All’ennesima salita con motore che si spegne, mi fermo sul bordo di una rotonda col cuore in gola, la gola secca e il fiato azzerato, con le auto e i micro che mi girano intorno.

Mi rendo conto solo dopo qualche secondo di essermi fermato accanto ad alcuni uomini: sono in quattro, più uno seduto per terra completamente ubriaco.

Gli altri stanno bevendo e mi si fanno subito intorno, incuriositi. Mi vedono in crisi e mi offrono del pisco, la grappa locale. Un bicchierino pieno, porto con un sorriso:

“Quieres?”, vuoi?

Col fiatone che ho, non riesco nemmeno a rispondere e rifiuto a gesti, poi lentamente mi riprendo.

“No grazie, come se avessi accettato!”, rispondo con un sorriso che temo sia più una smorfia, vista la fatica. Sono bagnato di sudore.

“Un po’ di acqua allora, ok?”

“No grazie, davvero, sono a posto!”

Ma non vogliono sentire ragioni, uno di loro va in una bottega e torna con un bicchiere di acqua.

Al che un altro esclama:

“Ma no, non questa, gli fa male!”, poi, rivolgendosi a me, “la vuoi dell’acqua confezionata?”

“Davvero, gentilissimi ma sto bene, devo solo riposarmi un attimo e riparto”

Come se non avessi detto nulla, un altro prende e va in un negozietto di fronte alla rotonda dove mi sono arenato.

Torna con due buste d’acqua, da mezzo litro ciascuna.

Ne ingollo una subito, senza nemmeno prendere fiato.

“Noi siamo indigeni! Li vedi i nostri tratti? Siamo bassi, non alti come te!”, mi dice uno con un sorriso.

Effettivamente i tratti indiani si vedono chiaramente.

“Tranne lui, che é l’unico di colore di tutta La Paz!”, esclama ridendo e indicando la persona che mi ha offerto l’acqua.

Mi sono ripreso, ma mi fermo a parlare con loro del viaggio che sto facendo, della mia età, della loro.

“Quanti anni hai?”

“Quaranta!”

“Ma dai, davvero?? Te ne davo 27, 30 al massimo”

Se, magari, penso tra me e me.

“Sei sposato?”

“Non ancora”

“Ah ecco perchè viaggi, perchè poi sai che la libertà finisce!” E scoppiano a ridere.

Finchè non arriva la domanda:

“Senti, ma perchè stai facendo questo viaggio, cosa stai cercando?”

Ci penso, perchè la domanda é diretta e col poco che conosco la lingua, non sono in grado di fare giri di parole.

“Conoscere persone come voi, capire la cultura dei posti. E poi i paesaggi naturalmente”

La risposta li soddisfa, forse sono io il meno soddisfatto di quello che ho detto. Ci sono tante sfumature, ma già questo mi sembra un giro di parole vuote.

Vanno a comprarmi altre due buste d’acqua. Da quando sono partito non ho mai avuto tanta scorta.

“E ricordati dei paseñi, che sono molto meglio degli alteñi!”, esclama uno per sottolineare come gli abitanti di La Paz, i paseñi, siano più generosi e ospitali di quelli di El Alto, gli alteñi.

É tempo di ripartire, ci scattiamo due foto di gruppo e incredibilmente dimentico di fargliene una a mia volta. Peccato.

Giro la rotonda per prendere la rincorsa, ma nulla da fare, anche col motore freddo e la rincorsa, dopo pochi metri la moto muore nuovamente.

Altra salita ripida, altra spinta a fianco della moto corricchiando per starle dietro sui 10 km / h. Mi fermo a riprendere fiato un paio di volte, poi finalmente la parte peggiore termina, ma sono ancora ben dentro il catino di montagne di La Paz.

Mentre proseguo la salita sui soliti 10/15 km / h, vedo delle ruote e mi fermo. Realizzo dopo che sono solo biciclette.

“C’è un meccanico por favor??”

“É più su, due curve e lo trovi sulla sinistra”

“Ok, grazie!”

E ripartiamo arrancando, la moto ed io.

L’officina é piccola e il meccanico é un giovane che smette di lavorare su una moto e ricomincia la solita girandola di chicler, i getti del carburatore. Scopro che quello che mi avevano messo ieri non era da 90, ma da 98. Più grande dell’originale che era da 95!

Sono stupefatto.

Il nuovo meccanico lavora sulla moto, la proviamo entrambi: migliora, ma ancora non ci siamo.

Toglie il filtro dell’aria.

“Ma non é pericoloso senza filtro??”

“No … E comunque voglio solo fare una prova”

Giusto, mi piace l’approccio.

Migliora decisamente, proseguiamo le prove per un paio d’ore almeno. Il banco di prova é la ripida salita che c’è proprio fuori dell’officina.

A volte migliora, a volte peggiora, é tutto un gioco di getto del carburatore, aria e non so che altre regolazioni sul carburatore di viti e molle.

Mi rilasso perchè non ha fretta, sembra interessato quanto me ad ottenere un motore che va bene e soprattutto perchè sembra che ora il motore vada un pochino meglio. Quanto meno sembra reagire alle regolazioni. Davvero pensavo di averlo danneggiato, ma il meccanico dice di no e i fatti sembrano dargli ragione.
Lo lascio lavorare finchè non é soddisfatto. Tenta, smonta e insiste.

Alla fine, dopo un paio d’ore di tentativi, raggiungiamo un equilibrio soddisfacente con getto da 90, filtro dell’aria rimesso e non so che alchimie di regolazioni sul carburatore e altre parti della moto. Quasi incredibile! Ma voglio vedere con tutti i bagagli come va, però é molto migliorata.

Alla faccia di Nosiglia! Dovrò scriverlo sul forum di Horizons Unlimited.

Alla fine sono le 13:30 quando riesco a ripartire.

Non credo ai miei occhi, Nelinkas si arrampica agevolmente sulle salite dove prima moriva; addirittura riesco a mettere la seconda!

In 10 minuti sono a El Alto. Il peggio é passato.

Oggi é giorno di festa anche per El Alto: vedo (e sento!) bande musicali che marciano e gente che balla, sia in costume che senza.

In uno dei rettilinei di El Alto, incrocio un altro moto-viaggiatore. Si chiama Federico, é argentino di origini italiane (come tutti gli argentini!), la nonna era di Santo Stefano Belbo. Viaggia con una Honda stradale 250. Forti ‘sti argentini, viaggiano un sacco e arrangiandosi.

Proseguo per Copacabana. All’orizzonte nubi scure, ma continuo per fortuna ad evitarle.

Le montagne sono, di nuovo, molto belle, coperte di un verde leggero e dalle forme più bizzarre.

Finalmente appare una propaggine del Titicaca, che emozione!

Inizio a costeggiarlo , finchè non arrivo al confine col Perù.

Supero una lunghissima fila di camion, arrivando alla sbarra chiusa con una poliziotta che scuote la testa e mi dice:

“Non é qui, é solo merci. Devi tornare indietro di qualche km e andare sulla sinistra”

Ok, e mettere un cartello, anche minuscolo??

Seguo le indicazioni e mi infilo in un paesino che ha inglobato la dogana. Chissà chi é nato prima.

Di nuovo cani che mi inseguono in due occasioni. Purtroppo però le strade sono sterrate, quindi devo impegnarmi sia a seminarli che a non cadere.

La polizia boliviana nel giro di un minuto mi timbra l’uscita dal Paese.

“Ora devi passare alla dogana, poi in Perù!”

Rimonto in moto, passo davanti alla dogana che dovrebbe controllare la moto, non vedo nessuno. Per la solita regola che uso da anni, “se non posso proseguire, qualcuno mi fermerà e mi dirà cosa devo fare”, proseguo proseguo finchè non arrivo alla dogana del Perù!

Sono uscito! In meno di 3 minuti!

Ora tocca ai peruviani. Controllo passaporti veloce e senza problemi. Poi la moto.

Entro in un altro stanzino con una guardia immersa nella lettura del giornale. Mi vede, mi chiede i documenti della moto, glieli dò inclusa la dichiarazione notarile.

Appena gli dò quel foglio inatteso, si illumina di interesse e inizia a leggere.

“Quindi la moto non é tua?”

“No”

“E di chi é?”

“Di Nicola”, rispondo indicandogli il nome sul libretto e sulla dichiarazione notarile.

Alza lo sguardo e mi fa:

“… E Nicola dov’è?”, glaciale.

Mi scappa il sangue dalle vene, ma non rispondo, penso sia meglio.

Riprende a leggere la dichiarazione, finchè non entra un altro doganiere, forse superiore in grado. Il tipo con cui stavo parlando gli spiega la situazione e gli passa tutti i fogli.

Sembra molto più affabile e disponibile e nel giro di 20 minuti finisce.

” Bienvenido in Perù!”

Meno male!!!

Esco, sto per rimettermi in moto, quando arrivano altri due poliziotti e un non meglio identificato soggetto che mi vende un tagliando municipale di non so cosa. Pago senza fiatare i 15 boliviani che mi chiede e seguo i poliziotti.

“Ma non ho finito tutti i controlli?”, chiedo.

“Con la dogana … Noi siamo poliziotti”

Ah ecco. Per un attimo temo, poi vedo che in realtà vogliono solo segnare le informazioni della moto.

“L’assicurazione é internazionale”, mi chiede uno.

“Ma certo!”, rispondo mentendo.

Sono dentrooooo!!!

Metto l’orologio indietro di un’ora. La strada costeggia il lago Titicaca, che emozione, che nome mitico e che panorami meravigliosi! Nelinkas compie 4mila km. Auguri!!! 🙂

Mi godo un bellissimo tramonto e crepuscolo mentre viaggio con la moto perfetta! Spinge che é una meraviglia e non ha più la benchè minima incertezza o vuoto di carburazione. Eccezionale!

Si fa buio, arrivo a Puno ammirando le sue luci che si specchiano sulle acque del lago.

Trovo il B&B che mi ha segnalato Aldo.

“Sai che questo B&B mi é stato consigliato da un amico?”, dico cercando di fare “colpo”.

“Chi, Davide Biga??”, mi chiede a sua volta.

Incredibile, anche lui lo conosce! É il ragazzo che ha fatto di recente il giro del mondo su una Supertenere 1200.

Mi fa parcheggiare la moto a fianco della recepcion (!).

Mi sistemo e vado a cenare, ottimi anticucho de corazon e morcilla. Tutto buonissimo!

Ancora non ho deciso cosa fare domani, se restare qui o andare a Cuzco. Spero che la notte porti consiglio!

Un altro giorno a La Paz

Il primo pensiero della giornata è: portare Nelinkas dal meccanico!

Memore dei tempi rilassati dell’Honda di Calama, faccio colazione con calma ed esco per le 9:30. Vado al garage per prendere la moto.

“Cosa devi prendere?”, mi chiede la tipa all’ingresso.

“La moto, è la dietro”, rispondo indicando la tettoia in fondo al cortile.

“Ahi ahi ahi!!”, mi fa, come nella pubblicità.

“Perché, che problema c’è??”

Vado a vedere ed è tutto a posto, va solo spostata di poco una macchina e posso uscire.

“Basta spostare questa ed esco”

“La sposti tu??”, mi chiede spiazzandomi.

Mi dà le chiavi, mi infilo nel macchinone e lo sposto un po’ avanti. Mi ringrazia.

Certo che tenere un garage e non saper guidare, è un po’ limitante …

Prendo la moto e la porto dal mitico Nosiglia. Mitico perchè su internet si trovano diversi messaggi di moto-viaggiatori che ne parlano entusiasticamente.

La persona all’ingresso mi dirotta in officina dove parlo con un ragazzo che sembra essere il responsabile.

Inizia una trattativa su quando posso riavere la moto.

“Mercoledì?”, propone.

“No, mercoledì è troppo, devo partire, per favore!”, rispondo implorando in spagnitaliano.

“Domani?”

“Oggi?”, provo a rilanciare come al mercato.

“Ok, alle 17”

“Va bene, a dopo, ciao!”

Torno in albergo. Il cielo è grigio e il mio umore vi si adegua rapidamente. Rimango a poltrire in camera fino alle 12, poi per fortuna bussano alla porta.

“Chi è?”

“Pulizie! Servono?”

“Sì, esco subito!”

E così finalmente esco, cacciato dal personale delle pulizie. Confermo la camera anche per questa notte. Quindi Copacabana salta e domani provo ad andare direttamente a Puno, in Perù.

Durante le ore di ozio, dove in realtà ho parlato con Caterina e guardato la cartina per decidere la tappa di domani, Caterina mi ha segnalato un museo di arte contemporanea, il Museo Plaza, che si trova lungo il cosiddetto Prado, lo stradone ampio ed elegante pieno di grattacieli, uffici e negozi.

Esco, inizia a piovigginare. Il Prado ha un suo fascino, aiutato anche dalle belle aiuole al centro, con fiori e alberi; il primo cenno di verde che vedo da giorni.

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Vi si affacciano non solo grattacieli e palazzoni ma anche eleganti e decadenti palazzi coloniali. Uno di questi ospita il museo che cerco.

Molte opere esposte sono interessanti, effettivamente è il museo più bello visto finora. Sia arte astratta che figurativa, dipinti, collage e sculture e molte altre tecniche. Tematiche tradizionali, sociali, politiche, astratte.
Davvero stimolante ed il contrasto con le strutture e decorazioni tradizionali dell’edificio che lo ospita, esalta ulteriormente le opere.

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Terminata la visita, vado a visitare l’ultimo grande museo che ieri non avevo visto: il Museo Archeologico. Dopo una breve camminata, arrivo davanti al cancello. Chiuso.

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Chiedo al militare fermo immobile dietro la cancellata.

“E’ chiuso?”

“Sì!”

“E quando apre?”

“Non apre?”

“Domani?”

“No, è chiuso, non si sa quando riapre!”

E due, dopo quello di Santiago … Visto che non c’è due senza tre, mi aspetto che anche quello di Lima sia chiuso!

Torno sul Prado e vedo, per puro caso, la prima sfilata della festa di oggi. Dovrebbe essere la Virgen del Carmen, la santa protettrice della città. E’ una banda musicale formata da militari in uniforme di gala.

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Dopo qualche minuto che li osservo, iniziano a suonare e marciare. Li guardo andar via, continuando a bighellonare sul Prado.

Poi si fa tardi, inizia ad essere ora di tornare dal meccanico. Allargo la strada del rientro per passare da plaza Murillo. Anche qui hanno allestito un palco, come nella piazza di fronte alla chiesa di San Francesco, solo che gli striscioni parlano di “204mo anniversario della liberazione”. Dagli spagnoli, evidentemente.

Entro nella cattedrale, immensa. Lo sguardo si perde nel seguire l’altezza esagerata delle colonne e di tutta la struttura, pensando al contrasto incredibile con quello che la circondava nel 1835, anno della sua costruzione. E’ sterminata adesso, figurarsi all’epoca!

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Torno verso plaza San Francisco e incrocio nuovamente il battaglione suonante. Li supero, torno in albergo per prendere i documenti e la giacca da moto e vado dal meccanico.

Arrivo alle 16:55, perfetto. Stanno finendo di lavarla e dentro di me gioisco perchè mi hanno tolto un bel fastidio.

Tutto sorridente, pago la cifra irrisoria di 25 euro per il tagliando dei 4mila, conosco Xavier che, come avevo letto nei forum, parla un buon inglese, glielo dico, ridiamo e ci stringiamo la mano, pago il dovuto, prendo la moto, saluto, suerte adios, esco e me ne vado.

Solo che … la moto non va.

Forse è fredda, mi dico, e proseguo tra mille difficoltà, col motore che non sale di giri ed è veramente vuoto di potenza.

Arrivo fino all’albergo, proseguo, ma nulla, la moto non va.

OKKKKKEEEEIII gliela riporto, molto bene!!

Si sorprendono un po’ nel vedermi, gli dico il problema che ha, glielo mostro provando a fare la semplice salita dove si trova l’officina, vedono che annaspa e mi dicono di riportarla dentro.

“E’ il getto!”, sentenzia il meccanico anziano che affianca il ragazzo con cui avevo parlato stamattina.

“Ok, ma comunque andava con il getto originale, ci sono arrivato dal Cile! Ollague a 3700 metri, Potosì a più di 4000 …”

“E’ il getto”, insiste.

Si mettono al lavoro, cambiano il getto (85 al posto dell’originale da 95) e nel giro di 10 minuti sono di nuovo a fare un giro di prova.

Poco meglio di prima, ma sempre male. In salita perde velocemente velocità, non c’è verso di farla salire di giri, rallenta fino a fermarsi e a spegnersi. E’ inguidabile.

Gliela riporto. Sono perplessi, vecchio, giovane e aiutante.

“Guarda che è normale, abbiamo cambiato l’olio, la candela, pulito il filtro, si deve adattare!”, il penoso ma anche irritante tentativo del meccanico anziano di convincermi che adesso va male, ma migliorerà.

“Avete chiuso bene tutto, filtro dell’aria, ecc?”, gli chiedo, perchè al mio orecchio sembra proprio che non arrivi aria al motore.

“Sì”, la risposta scontata.

Fatto sta che la riportano dentro e … smontano le fiancate … poi la sella … finchè non vedo che smontano anche il serbatoio (!) e iniziano a trafficare sopra il motore.

Purtroppo dal mio punto di osservazione non riesco a vedere bene cosa smontano. Comunque, sono in tre a lavorarci alacremente.

Dopo un lavoro che dura parecchio tempo a fare non so cosa, la rimontano e me la portano:

“Provala!”

“Ma perchè non la provate voi, così vi rendete meglio conto?”

“No, è a te che deve andare bene”, la loro giustificazione insensata.

Niente, continua ad andare male.

Terzo tentativo. Rimettono il getto originale e regolano non so cosa nel gas.

Il tempo passa, nel frattempo si sono fatte quasi le 19. Tra me e me, mi dico che per fortuna ho deciso di restare e confermare la camera, invece di fare la mattata di partire subito alla volta di Copacabana. Sarei arrivato là tardissimo, ben dopo la fine del servizio del traghetto che collega Copacabana alla terraferma.

Nel frattempo arriva Xavier, che evidentemente è il capo. E’ cordiale, ma visibilmente contrariato da questo straniero che continua a dire che il lavoro non va bene.

Finiscono di montarla per la terza volta. Grandi accelerate e fumate, con mia grande sofferenza. A Roma avrei già abbandonato un meccanico che si comporta così. I motori non si accelerano in quella maniera in folle!! Si stressano enormemente le parti mobili del motore: bielle, cuscinetti, valvole, ecc. Le accelerate che si effettuano durante la marcia sono più progressive e meno estreme.

Fatto sta che, dopo grandi sgassate, Xavier mi dice:

“Vai, provala!”

Vado, la provo, peggio di prima.

Gliela riporto. Xavier inizia visibilmente  innervosirsi. La prende, vuole provarla lui. A momenti gli si spegne al primo accenno di salita. Però prosegue e torna dopo qualche minuto.

Senza dirmi nulla, va dai tre meccanici e li cazzia. Sento il tono teso, di domande aggressive e risposte dimesse, per chiudere con ordini precisi. Sempre senza dirmi nulla, Xavier entra nell’officina e sparisce. I tre riprendono la moto e ricominciano a smontarla.

Quarto tentativo. Cambiano il getto del carburatore, nè 95, nè 85, ma 90.

Per primo la prova Xavier. Ci fa un giro, torna e mi chiede di farci un giro. Come prima, che avevano cambiato il getto, va un pochino meglio, ma sempre male, in salita continua a morire lentamente fino a spegnersi o quasi.

Però sono stanco, sono le 19:30, se ne sono andati tutti nel concessionario Honda e capisco che per Xavier adesso la moto va bene o, più precisamente, meglio di così non può andare.

“Non so, spero di arrivare in Perù …”, gli dico salutandolo.

“C’arrivi, non ti preoccupare e ricordati di rimettere il getto originale quando scendi sotto i 1500”

Torno al garage con la moto che proprio non va. Spero solo di uscire da La Paz, magari provo un meccanico a Puno o Cuzco.

Mi cambio in albergo ed esco per la festa di La Paz. Le vie del centro sono affollate e plaza San Francisco è gremita, come tutto il Prado.

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Mi sarei aspettato migliaia di sigarette e di spinelli a girare tra i ragazzi, come sarebbe accaduto in Italia, invece sono tutti tranquilli, al più bevono birra o da bottiglioni che, immagino, contengono cocktail più o meno alcolici, come si vedeva in Spagna nelle varie feria, dove i ragazzi andavano in giro con il bottiglione di mistura alcolica preparata in casa.

Sul palco si alterna un gruppo di musica tipo salsa, ballabile. Divertente, moderatamente applaudito dal pubblico.

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Poi arriva un balletto accompagnato da jazz elettronico. Bellissimo, fischiatissimo dal pubblico.

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Poi un artista andino con chitarra a 12 corde, divise in 4 gruppi di 3 corde ciascuno, a fare un suono particolare. Palloso, fischiato dal pubblico.

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I presentatori cercano di scaldare il pubblico, con scarsi risultati.

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Al successivo artista, anche questo con poco mordente, inizio a tornare in albergo. Provo a risalire la solita stradina che porta a quella del mio albergo, ma il flusso di gente che scende è incredibile, non riusciamo a risalire la corrente. Siamo anche noi a decine a cercare di salire, ma chi scende vince. Ad un certo punto, come un unico corpo, quelli che scendono spingono quelli che provano a salire, respingendoli. Mi ritrovo quindi a camminare all’indietro.

Alla fine l’empasse viene superata, risalgo la corrente come un salmone e torno in albergo, mentre si susseguono petardi ed esplosioni, anche violente, per i festeggiamenti della città.

Domani è il giorno della verità, anzi, della duplice verità!

Primo, se riuscirò ad uscire dalla terribile ripida conca de La Paz, con la moto in quelle condizioni.

E secondo, se riuscirò ad entrare in Perù! Pare che sia il Paese più restrittivo e rigido del Sud America, in fatto di importazione di veicoli. Soprattutto quando sono guidati da persone diverse dal proprietario.

Speriamo bene! 🙂

Eccomi a La Paz

Non so se La Paz mi fa venire in mente più la Pazzia o Andrea Pazienza, che si firmava Paz. Forse più il mitico Paz, anche se è solo per assonanza che per analogia.

La giornata scorre senza sorprese o colpi di scena, solo una bella passeggiata per La Paz che, come ho scritto ieri, mi ricorda Napoli (città che adoro, detto per inciso) per il caos, i bei palazzi maltenuti, i colori, i profumi, le puzze, il flusso continuo di gente e di traffico. E forse l’affinità è più che concreta, visto che entrambe le città hanno avuto a che fare per lungo tempo con gli spagnoli.

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Scendo subito verso la chiesa di San Francesco visto che i negozietti del mercato delle Streghe sono ancora chiusi, evidentemente aprono con calma, anche se di turisti in giro ce ne sono già parecchi.

Lungo la strada, contratto lungamente il prezzo di alcuni quadretti con disegno in lana realizzato a mano; poi, da bravo turista con sacchetto di souvenir in mano fin da inizio mattinata, entro nella chiesa di San Francesco.

E’ in corso la messa e mi stupisce sentire una persona cantare al microfono mentre suona la chitarra. Il rito mi sembra meno serioso e ingessato di quelli italiani.

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Mi arrampico verso calle Jaen, passando in strade i cui palazzi un tempo fastosi, sono in pesante degrado. Sporchi, scrostati, con vetri rotti.

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Passo accanto ad una chiesa meno turistica di San Francesco e frequentata dalla gente del luogo vestita a festa. Giusto, è domenica!

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Arrivo a calle Jaen e inizio a visitare i vari musei che ospita. Il primo è quello degli strumenti musicali, molto interessante per i tanti esemplari presenti e per la storia degli strumenti stessi, dove e quando furono inventati, a cosa servivano e così via. C’è anche una sorta di voliera con due pappagalli che stanno facendo fuori una zucca.

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Poi è il turno del museo dei gioielli, dove sono esposti alcuni diademi in oro usati dagli inca e da altre popolazioni pre-incaiche.

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Concludo il giro dei musei di calle Jaen con un museo di costumi dove alcune maschere ricordano moltissimo quelle di Bali.

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Proseguo il giro in una piazzetta e mi accorgo che non ho più il bellissimo cappello di lana che avevo comprato a San Pedro de Atacama, morbidissimo che dal giorno in cui l’ho comprato, mi accompagna ogni notte tenendomi calda la testa durante le gelide notti cilene e boliviane.

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Torno indietro e la guardia del museo dei gioielli mi conferma di aver visto un signore raccogliere da terra un cappello e portarselo via.

Bene, andato! Fuori uno, il primo oggetto smarrito del viaggio.

Proseguo la passeggiata verso piazza Murillo, grande, brillante, piena di persone di tutte le età che si godono il sole caldo e il tempo libero.

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Visito di corsa il museo dell’arte boliviana, è quasi orario di chiusura. Le antiche pitture le guardo quasi correndo, alla fine si somigliano tutte nei loro temi religiosi o nei ritratti di personaggi ormai sconosciuti. La piccola parte di arte moderna, invece, è molto interessante e originale, almeno al mio occhio profano.

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Torno in albergo per posare i quadretti e altri regali; nel giro di un’ora sono di nuovo fuori. Stavolta la Calle de las Brujas è nel pieno dello splendore di … negozietti turistici con souvenir di ogni tipo. Mi perdo a guardare i vari amuleti in ceramica, ciascuno con la sua “specialità”: la porta del Sole che protegge la casa, la rana porta soldi, poi l’amuleto per l’amore, quello per l’intelligenza, la salute, la famiglia e così via in decine di statuette differenti.

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Concludo la passeggiata perdendomi tra le mille bancarelle srotolate lungo tutte le strade.

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Domani devo portare Nelinkas dal dottore, è arrivato il momento del tagliando dei 4mila km e già che ci sono gli chiedo se può controllare la frizione per capire se si è danneggiata con lo sforzo che gli ho fatto fare ieri in cima ad una salita molto ripida.

A seconda di quando il meccanico mi restituirà la moto (sempre che sia aperto il lunedì mattina!!) deciderò dove andare: se per caso me la ridà in tarda mattinata / primo pomeriggio, allora andrei a Copacabana, sulle rive del lago Titicaca, che è molto vicino a La Paz. Se invece me la ridà nel tardo pomeriggio, dovrò fermarmi un’altra notte a La Paz e quindi il giorno dopo, svegliandomi presto, potrei puntare a Puno, guidando, tanto per cambiare, per l’intera giornata.

Bello avere certezze nella vita! 😉

La lunga cavalcata verso La Paz (parte II)

“(…) verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare
di questi venti gelidi
del Greco e del Maestrale,
lasciamo che ci spingano al di là di questo mare (…)”

(Le Navi, di Daniele Silvestri, tratta da S.C.O.T.C.H.)

Non mi viene in mente un modo migliore di iniziare una giornata, in moto, sotto un cielo terso, l’aria frizzante e una strada da esplorare.

In realtà la giornata é iniziata prima. Mi sveglio alle 5 per andare in bagno e le persone della stanza a fianco stanno guardando la televisione.
In un’altra stanza parlano. Ma non dormono??

Alle 6 scatta una sorta di sveglia generale, si chiamano l’un l’altro, picchiano sulle porte delle camere, cantano e parlano a voce alta. Poco prima delle 7 sono tutti usciti e torna il silenzio.

Mi riappisolo fino alle 8, quando il tipo della locanda viene a bussarmi per ricordarmi che alle 9 chiudono.

Chiudo i bagagli, monto tutto e parto. Anche quando mi cacciano dall’albergo, comunque, non riesco a partire prima delle 9:30/10!

Vado a fare benzina all’ingresso del paese. Stavolta mi fanno attendere, ma solo perchè aspettano uno dei benzinai in particolare.
Che evidentemente conosce la procedura, perchè mi chiede il passaporto ed inizia a compilare vari moduli.
Capisco così che il solerte e gentile ragazzo di Uyuni, dove ho comprato almeno una trentina di litri di benzina, s’è intascato un bel gruzzoletto, la differenza tra il prezzo boliviano e quello per stranieri.
Dopo cinque minuti buoni, finisce di compilare, devo anche firmare. Una copia la tengono loro, una io.

Parto e … Avevo fatto appena in tempo ieri a dire che pensavo la Bolivia interna fosse di altipiani ed ecco aprirsi davanti a me una pianura a perdita d’occhio.

Fa ancora freddo, una coltre di brina ghiacciata imbianca i campi.

In pianura riesco a tenere i 60 senza troppi problemi, mi va già bene. Di più no, sarà l’altitudine e il filtro dell’aria intasato di polvere.

I km passano così come tanti paesini dispersi nel nulla, poche case di mattoni di fango in cui ti chiedi di cosa campino, visto che coltivare non si può e altro non si vede.

Arriva Oruro. Come immaginavo, ha una periferia orribile, di palazzi non finiti, macerie, strade rotte e polverose, cani ovunque e altre brutture.
La supero dopo non poche giravolte e deviazioni, tornando sulla statale.

Da qui inizia un calvario di 200 km di lavori in corso per il raddoppio delle carreggiate.

Ci sono paesi, tra cui l’Italia, che per fare o rifare un’opera, la chiudono un po’ per volta e la finiscono, per poi passare alla tratta successiva. In questo modo, chi circola ha solo dei fastidi limitati alla parte effettivamente in lavorazione.

Ci sono altri paesi, tra cui la Bolivia e molti altri, che invece iniziano i lavori sull’intera tratta, fosse anche di 200 km come in questo caso. Stavolta chi circola vivrà un calvario di deviazioni, tratti sterrati, tonnellate di polvere, buche, curve improvvise, pericolo di frontali con auto e camion che hanno sbagliato sentiero invadendo il tuo (successo oggi con almeno 2 camion e 3 macchine!!).

I km e le ore passano, spero sempre che i lavori finiscano, ma arrivo fin dentro El Alto a cantiere aperto.

La Paz é costituita da due parti: una in alto (El Alto, appunto), sull’altopiano a 4000 metri d’altezza e una (La Paz vera e propria) qualche centinaio di metri più in basso.

La discesa da El Alto a La Paz é molto ripida e suggestiva per la visione che offre sulla cornice di montagne che la racchiudono. Emozionante.
Una specie di Sarajevo, ma molto più ampia e possente.

Provo a cercare il meccanico Honda che mi hanno segnalato, ma mi perdo quasi subito. Torno verso il centro e chiedo informazioni in un concessionario d’auto. Conosce quel meccanico, ma mi dice che ce n’è un altro della stessa catena proprio vicino il mio albergo, mi consiglia di andare lì.
Vado verso il centro, che mi ricorda una Napoli gigante per il caos, i colori, le voci, ma con delle salite e discese incredibilmente ripide.

In una di queste, l’ennesima, la moto si pianta, non vuole più partire. Finalmente il motore riprende vita, ma non spinge. Spero si sia solo surriscaldato, che non si sia bruciato nulla. Praticamente la spingo io e superiamo la parte peggiore della salita.

Arrivo all’albergo ricavato in un antico palazzo coloniale, molto bello

Doccia per togliermi la polvere che é entrata ovunque, cena in albergo e poi a dormire.

Domani La Paz mi aspetta!

La lunga cavalcata verso La Paz (parte I)

L’unico compito che ho oggi, é avvicinarmi il più possibile a La Paz. Da Uyuni, passando per Potosì, sono più di 750 km, non é possibile farli in giornata. Non con questa moto, per lo meno.

Parto non troppo presto, tanto per cambiare, ma stavolta c’è un motivo: ieri alle 10 del mattino, nei punti in ombra c’era ancora il ghiaccio. Saluto David e Marie, suerte anche a voi ragazzi, che fate un giro molto più lungo!

Appena fuori Uyuni, la strada inizia a salire

Prima, però, c’è un casello. Evidentemente le poche strade asfaltate che ci sono, se le fanno pagare. Arrivo, mi fermo, nessuno mi fila, me ne vado senza pagare.
Dopo pochi km, con Uyuni ancora in vista, c’è un mirador sul salar. Si vede in lontananza, una striscia bianca accecante ai piedi delle montagne.

Le montagne sono splendide, selvagge, di mille colori e incastonate tra loro a formare valli, canyon e quinte di roccia alla spettacolare scenografia di Madre Natura, la Pachamama.

Immaginavo l’entroterra boliviano come piatta terra di altipiani, invece é tormentato di montagne che si susseguono ininterrottamente.

Percorro larghe vallate alluvionali, tra le quali serpeggia un sottilissimo rivolo d’acqua, memoria di quello che un tempo doveva essere un fiume potente che ha scavato la roccia attorno a me.
Ai bordi della vallata e verso il centro, alti e possenti alberi, tutti inesorabilmente secchi, di rami spogli svettanti al cielo e tronchi grigi. Una visione spettrale.

Tra una vallata e l’altra la strada continua a salire senza pietà, la moto va sempre peggio.
Tossisce, sbuffa, accelera e si blocca nel giro di pochi istanti, é come cavalcare un cavallo imbizzarrito, mi scuote in continuazione come in una sorta di vendetta per quello a cui la sto costringendo.
La media si abbassa drasticamente, nonostante le discese le faccia alla massima velocità possibile.
Sento di essere sempre in credito di discese.

Incrocio spesso dei branchi di lama, quasi non mi stupiscono più, però mi piacciono sempre nella loro varietà di colori.

Arrivo a Potosì, 4070 metri di altitudine. Sono le 15, ma non mi va assolutamente di fermarmi, proseguo verso Oruro che dista 320 km.
Esco da Potosì dopo aver fatto il pieno, anche stavolta senza problemi e pagando la tariffa per stranieri.

La strada si incunea sul fondo di una stretta e alta gola, molto scenografica.
Sul fondo, un rivolo d’acqua al quale si affidano decine, centinaia di case sparse sulle sue rive per km, circondate da alberi e campi coltivati.

Poi di nuovo salgo e salgo, sulla cartina vedo proprio a fianco della strada una cima di oltre 5mila metri!

Le ore passano, ma lo stesso non si può dire dei km.

Lungo la strada che unisce Potosì a La Paz i paesini si susseguono abbastanza frequenti ed il timore che qualche cane in vena di scherzi sia in agguato é molto alto. Spesso li attraverso a 20/30 km orari per via della forte pendenza e già mi vedo comodamente inseguito e morso dal quadrupede di turno. Per fortuna, o hanno pietà di me o non gli va, fatto sta che i pochi che incrocio mi guardano disinteressati.

Il crepuscolo si avvicina e sono ancora in mezzo alle montagne a oltre 4mila metri d’altezza. In molti punti d’ombra vedo cascatelle d’acqua gelata e macchie di neve, a ricordarmi dove mi trovo e in quale stagione!

Ormai anche Oruro é lontana, decido di fermarmi a Challapata.

Quando vedo in lontananza le luci del paese, vivo l’emozione di un lago che si colora del tramonto e mi dà il benvenuto.

Mentre fiancheggio lo specchio d’acqua, improvvisamente il mio sguardo é attratto da una luce che solca il cielo. É molto intensa, penso ad un aereo, ma no, troppo veloce e poi dopo pochi secondi scompare: una stella cadente!
Per i desideri, c’è l’imbarazzo della scelta …

Entro in paese, sporco e disordinato. Chiedo di un alojamento, seguo le indicazioni ed arrivo ad una piccola porta con scritto residence. Busso, mi apre una signora che, alla mia domanda di una stanza sembra pensarci un po’, poi dice:

“Sì, ce l’ho, vuoi vederla?”

“Ok”, anche se già so che la prenderò.

Mi avvisa che però domani mattina alle 9 chiude, devo andare via prima. Ottimo, magari riesco a partire per un’ora decente!

É una piccola stanza senza finestre, ma almeno ho un tetto sopra la testa. Per 4 euro. Ho il coraggio di chiedere se c’è la colazione, o forse é l’abitudine: ovviamente non c’è.

Il bagno é in comune e l’acqua calda della doccia é fornita (come anche nell’albergo ben più bello di Uyuni) da un apparecchio elettrico montato proprio sopra il getto d’acqua. Mi insapono guardando i fili elettrici sopra la mia testa, a pochi cm dall’acqua e dal corto circuito fulminante che potrebbe facilmente accadere.

Vado a mangiare nella tavola calda proprio a fianco dell’ostello. Dico alla signora al banco che vorrei mangiare e mi fa:

“Una cena?”, usando proprio il termine italiano.

“Sì!”

Si rivolge quindi ad una ragazza poco più in là e conferma l’ordine:

“Una cena per il signore”

Non faccio in tempo a sedermi che la ragazza mi ha portato un piatto di zuppa. La finisco e torna subito con un piatto di riso e carne. Il menu evidentemente é fisso.
Chiedo da bere. Acqua, non c’è. Coca Cola nemmeno.

Altro?

La ragazza mi guarda smarrita, dice di no a tutto. Insisto, una Coca Cola?

“Ho solo quella popular!”

“Va bene!”, rispondo immaginando una Coca alternativa, tipo la Zam Zam iraniana.

Invece torna con una bottiglia di vetro da 0,6 litri di normale Coca Cola.

Il conto finale é di 16 bolivianos, meno di 2 euro.

Torno in stanza e vedo che sono quasi tutte occupate, forse da operai.

Alle 21:30 crollo esausto.

E domani La Paz, anche se il meccanico sarà chiuso e dovrò aspettare lunedì.

Festa grande a Uyuni

Oggi è l’anniversario di Uyuni, il 124mo dalla fondazione. Da quello che sono riuscito a capire parlando con alcune persone, è prevista una sfilata in costumi tradizionali e poi vari festeggiamenti.

Mi vedo con David e Marie a colazione ed usciamo insieme, carichi di aspettative. Le strade principali sono occupate da bancarelle e persone che vendono di tutto per la casa, abbigliamento, erbe e spezie, cibi e bevande e così via, ma anche giochi come il tiro a segno, una specie di roulette, carte e altro, come ad una fiera.

Quasi tutti, le donne in particolare, sono vestite a festa e sfoggiano scarpe lucide, calze di lana, gonne con i lustrini, scialle dai colori cangianti, pettinature con le trecce, chiuse da decorazioni elaborate e l’immancabile cappello, che può essere una semplice bombetta o un cappello a tesa larga con fiocchi, fiori e colori. Questo le persone più agiate. Le altre, meno appariscenti o meno nuovi i vestiti, ma sempre a festa. Il tutto, intendo ciascun capo, molto colorato. L’insieme è estremamente esotico al mio occhio, nel senso di diverso dalla nostra cultura e senso estetico.

Trovandomi da solo in mezzo a tanta gente, non posso prendere come scusa di fare le foto ad un’altra persona, per “rubare” scatti alle persone del luogo, quindi finisco per girare con la macchina fotografica costantemente in mano, accesa, all’altezza della pancia, scattando foto “alla cieca”. Più o meno so dove e come scatta, però quasi tutte le foto sono decentrate o con una luce non perfetta.

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In alcuni casi, comunque, ho chiesto il permesso oppure in altri erano talmente lontani da non accorgersi che li stavo fotografando.

La famosa sfilata in realtà si è svolta in diverse fasi: prima una piccola parata militare, a ricordare la natura principale di Uyuni, di base militare. Non sono molto marziali, ma se la cavano.

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Poi è il turno dei discorsi di vari politici e rappresentanti locali.

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E infine una sequenza letteralmente infinita di gruppi che sfilano tra la folla, gruppi come l’associazione dei minatori della miniera XYZ, la lega degli operai della regione di …, la rappresentanza del sindacato dei contadini … e così via.

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Ciascun gruppo sfila con le proprie insegne, mentre la banda militare continua ad eseguire lo stesso accompagnamento per ore e i gruppi si susseguono l’uno dietro l’altro, ininterrottamente. Nonostante Che Guevara sia stato ucciso proprio in Bolivia, va ancora per la maggiore nelle associazioni politiche.

Io mollo il colpo due o tre volte, andando a fare dei giri nelle altre strade e poi tornando al punto di partenza, mentre David e Marie sono più tenaci, sperano nel colpo di scena. Che non arriva.

Alla fine non dico di essere pentito di essere rimasto, perchè comunque l’aver visto le persone locali vestite a festa è stata un’occasione probabilmente unica, però se l’avessi persa per avvicinarmi a La Paz, ad esempio, non mi sarei strappato i capelli (anche perchè, coi pochi che mi rimangono, tocca scegliere con cura le occasioni per cui strapparseli!)

Dopo un paio d’ore così, anche David e Marie decidono di lasciare al loro destino le altre decine (centinaia??) di gruppi rimanenti, per andare a bere qualcosa. Al sole fa caldo, ma all’ombra fa freddo e stamattina, uscendo alle 10, nei punti d’ombra c’era il ghiaccio.

Andiamo nella plaza de Armas, sedendoci su una panchina. Giusto a fianco a me si siede una donna con un grande fagotto di mille colori sulla schiena, come se ne vedono a decine tutto intorno.
Inizia a svolgerlo, un vero bozzolo fatto di molti strati di coperte e teli, finchè non compare un neonato minuscolo, ha due mesi. Gli fa prendere un po’ d’aria e di luce, poi lo riavvolge completamente, senza far uscire nemmeno la testa o il naso, se lo rimette sulla schiena e se ne va.

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Torniamo in albergo, ci salutiamo. Io vado in camera a riposarmi, senza riuscirci. Decido di provare ad andare a vedere il cimitero dei treni e a lavare la moto da tutto il sale rimediato ieri.
Seguo i binari, come mi dice il ragazzo alla reception, finchè non esco dal centro abitato in mezzo a parecchia spazzatura volante ed all’orizzonte vedo una serie di vagoni e altre attrezzature ferroviarie arrugginite. La pista non sembra arrivarci, ma non mi impegno più di tanto a cercarne una. Mi pare un posto lugubre e ormai non sono più attratto particolarmente dalla decadenza o dai vari fallimenti umani. Una volta sicuramente ci sarei andato volentieri, ma adesso no.

Vado a caccia del lavaggio moto, ma ovviamente essendo festa cittadina è chiuso. Lo stesso dei benzinai e dei gommisti per controllare la pressione delle gomme. Torno in albergo e incontro nuovamente David e Marie che erano andati a fare un altro giro tra le bancarelle.

Hanno comprato una coperta per proteggere il motore durante le gelate notturne. Mi presta il suo compressore e riduco la pressione delle gomme ai valori consigliati da Mamma Honda, 22 all’anteriore e 29 al posteriore.

Passo il resto del pomeriggio ad organizzare l’arrivo a La Paz, cercando un albergo e il meccanico Honda per il secondo tagliando dei 4mila km e a rifare i bagagli, come al solito letteralmente esplosi

Vado a cena con David e Marie, ormai mi sono “accozzato” a loro, e mangio un hamburger colossale, che mi stronca.

Tornato in albergo, finisco i bagagli, chiedendomi dove mai arriverò domani, visto che La Paz è troppo lontana, ma Potosì è troppo vicina. Forse Oruro, ma non mi attira molto. Magari un hostal lungo la strada, senza complicazioni di entrare e uscire da una città.

Chissà.

Farò fare, come al solito, al Fato.

La bellezza del sale

Il Salar di Uyuni è un tormentone che mi segue da molte settimane, da quando ho iniziato a parlare del viaggio con altre persone, a chiedere consigli, a leggere racconti.

Il Salar, devi andare! Opinione pressoché unanime.

E posso dire che, sì, è proprio così, un posto unico e irripetibile. Anche oggi, come ieri, arrivato a fine giornata ho la sensazione di aver appena vissuto un’esperienza straordinaria, memorabile.

Verso metà mattinata esco. Vado a fare il pieno, con in testa quello letto e sentito più volte nei mesi passati, e cioè che spesso nei distributori non vogliono metterti benzina, perché poi devono riempire non so quanti moduli, visto che il prezzo per i boliviani e per gli stranieri sono diversi, così come altre esperienze negative di benzina negata per le ragioni più disparate. Fortunatamente, almeno questo benzinaio di Uyuni è cordialissimo. Mi avverte immediatamente che il prezzo è diverso da quello per i boliviani.

“Sì lo so, c’è possibilità di avere lo stesso prezzo dei boliviani?”, provo a chiedere biecamente.

“No”, la risposta secca che non lascia spazio a ulteriori tentativi.

Il prezzo per stranieri è qualcosina più di un euro al litro; quello per boliviani la metà.

Compro qualcosa da mangiare ed eccomi pronto a partire verso Colchani, punto di ingresso al salar.

La pista verso Colchani è semplicemente tremenda: infestata di toulee ondulee, sabbiosa con sabbia a tratti profonda quanto lo pneumatico, piena di buche.

E’ talmente orribile che ad un certo punto, sento toccarmi la giacca da qualcosa. Per fortuna capisco immediatamente che ho perso qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Guardo la moto e mi accorgo che la telecamera è saltata! Si è rotto il supporto. Mi giro indietro e la vedo in mezzo alla sabbia. Stanno arrivando tre grossi fuoristrada a tutta velocità. Faccio ampi segni con le braccia di rallentare e deviare. Il primo non capisce e liscia la telecamera per non più di 10 cm; il secondo un pochino più lontano. Solo il terzo, forse perché ha avuto modo di vedere meglio la scena, la aggira per bene.

Corro a raccoglierla, sembra integra, anche se piena di polvere e sabbia.

Arrivo a Colchani, un agglomerato di baracche con delle viuzze che sembrano essere state bombardate con particolare sadismo e tenacia. Tutto è coperto di polvere e il caos di auto, persone, camion, fuoristrada e quant’altro, è totale.

Trovo la pista che conduce al salar e, finalmente, entro nella distesa bianca.

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Nello specchietto retrovisore vedo un’altra moto, incredibile!

Rallento e faccio la conoscenza di Francisco e Bruno, di 26 e 18 anni, argentini. Viaggiano su una Yamaha da fuoristrada, sono al termine di un bel giro tra Argentina, Bolivia e Cile.

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Tiro un sospirone quando sento che Bruno ha 18 anni … che esperienza incredibile e bellissima che sta vivendo! Torno con la memoria ai miei primi viaggi in moto, rifarei tutto km per km.

Ci mettiamo d’accordo per entrare insieme nel salar; poi loro ad un certo punto torneranno indietro perché devono proseguire il viaggio.

E’ difficile descrivere le sensazioni che trasmette il salar, perché sono tante e diverse: intanto la sua unicità, un qualcosa di mai visto prima. Poi l’emozione della vastità che ti annienta e deride la tua minuscola insignificanza. Quando sei riuscito ad assorbire questi due impatti, ti rapisce per la bellezza geometrica delle concrezioni saline, apparentemente simili, ma sempre diverse. E il colore, così abbacinante, perfetto e assoluto. Per non parlare dell’incredulo stupore: tutta questa immensità è fatta di … sale?!

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Il cuore e la mente sono ricolme di queste sensazioni e intanto vai, vai, VAI! sulla superficie piatta e invitante.

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Ci fermiamo un paio di volte per scattare delle fotografie, poi ad un certo punto mi affiancano, mi fanno segno che tornano indietro. Ci salutiamo e ci auguriamo suerte!

Controllo sul GPS e vedo che l’isola dista ancora 50 km. Ne ho fatti già 25. Non so se ho voglia di fare 150 km tra andata e ritorno in mezzo all’immensità di sale, ma intanto vado.

Proseguo rapito e felice della corsa nel sale, mentre mi guardo intorno, le montagne lontanissime, i disegni del sale sulla superficie, la mia ombra, la genesi di questo posto incredibile.

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Di tanto in tanto si aprono dei buchi nel sale e mi sembra che sul fondo ci sia acqua.

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Dopo un tempo che sembra infinito, inizio a intuire quale dovrebbe essere la Isla Incahuasi che sto puntando da più di un’ora. Ormai ci sono, non posso tornare indietro!

Ed accade un fenomeno tipico dei deserti e cioè lo stravolgimento delle distanze. La isla sembra ad un passo, ma passano i km e il tempo e non si avvicina mai. Solo diventa appena più definita e ti rendi conto che ti stai avvicinando, ma è impossibile capire quanti km mancano.
Da quando mi sembrava di essere ad un passo, ad esempio 5 km, sono già passati quasi 30 km. Incredibile. Mi ricorda le sensazioni che vivevo in Kazakistan, viaggiando di notte, quando vedevo le luci tremule della cittadina successiva e non arrivavano mai, anche dopo un’ora erano nello stesso punto.

La corsa finisce: arrivo all’isola, punteggiata di cactus altissimi, multi-braccia e con lunghe spine per mantenere le distanze dal prossimo.

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Scatto un po’ di foto a questo luogo così magico, in totale solitudine, poi torno alla moto e, per curiosità, giro l’angolo dell’isola. Vi trovo addensate decine e decine di persone, con altrettante jeep, furgoncini e auto di tutti i tour organizzati che confluiscono, nessuno escluso, qui.

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Inizio il ritorno, seguendo la traccia che avevo seguito all’andata.

Ma dopo pochi km, la mente si perde, le certezze crollano di fronte all’impossibilità di capire quale traccia, tra le decine, avevo seguito all’inizio. Inizia a prendermi un minimo di ansia di perdermi, ma poi penso che al limite è sufficiente puntare ad una montagna all’orizzonte ed arrivarci. Qui non è come nel deserto, dove puoi paradossalmente finire in un vicolo cieco di dune insormontabili. Qui è tutto piatto, puoi seguire qualsiasi direzione tu decida.

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E’ incredibile anche il freddo che fa. Sicuramente è perchè il bianco respinge la totalità dei raggi solari, inclusa quindi la parte riscaldante. Le mani e i piedi sono gelati, sul corpo sono al limite.

Dopo un’ora abbondante passata a seguire varie tracce ed a divertirmi in alcuni “fuori pista”, arrivo di nuovo in vista di una rotonda carica di bandiere di ogni nazionalità che avevo superato anche all’andata.

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Esco così dal salar e torno sulla pista per Uyuni e gioisco nuovamente per la sua atrocità di salti e botte e sabbia traditrice.

Ad Uyuni vado nuovamente a fare benzina. Il ragazzo è stupito di vedermi rifare il pieno così presto, gli dico che sono andato al salar. Gli chiedo alcune informazioni:

“Domani vorrei andare a La Paz, qual è la strada migliore?”

“Quella per Potosì, è tutta asfaltata”

“Tutta?”

“Tutta.”

Da che ero deciso ad andare a La Paz, cambio programma e decido di fermarmi a Potosì e poi andare a La Paz da lì.

Torno in albergo e, mentre parcheggio la moto, mi saluta da un ragazzo alto, un europeo. Iniziamo a chiacchierare, si chiama David e con la moglie Marie, entrambi svizzeri, stanno facendo il giro del mondo da quasi un anno. E’ del cantone francese e parla poco l’inglese. Finiamo così a parlare in francese, con mia grande gioia perchè è una lingua che amo e che parlo troppo poco spesso.

Parlando del più e del meno, salta fuori che domani è l’anniversario della fondazione di Uyuni, ci sarà festa grande in paese!

E così cambio nuovamente idea nel giro di pochi minuti: domani mi fermo qui per la festa, poi dopodomani Potosì e il giorno dopo ancora a La Paz.

Evviva i viaggi programmati al millimetro!

Ascesa a Uyuni

In realtà non è una vera e propria ascesa, perchè da 3700 sono partito da Ollague e a 3700 sono finito, però ho salito tante di quelle montagne, che mi è parsa una vera e propria ascesa nella Repubblica Boliviana.

Ma andiamo in ordine.

La nottata è stata molto pesante, ho la sensazione di non aver dormito. Soffro l’altitudine, nei giorni scorsi ero arrivato fino a 2700 metri, ma qui sono mille metri in più e si sentono tutti. Basta anche solo girarsi nel letto e mi viene un fiatone come se avessi salito una rampa di scale. Poi, anche non facendo nulla, semplicemente sdraiato, ogni 20/30 secondi mi viene spontaneo tirare un sospirone. Dev’essere il mio fisico che cerca ossigeno.

Questo, unito ai 12 kg di coperte che mi gravano addosso, non hanno giovato al riposo.

La colazione consiste in una fetta sottilissima di formaggio stantio, una cofana di burro e due panini piatti e rotondi. Decido di fare come quando ero ragazzino: pane burro e zucchero.

Finisco di prepararmi e parto

Prima a caccia della benzina, qui a Ollague dovrebbe esserci. Mi dicono di provare in un ostello – ristorante, l’unico altro che c’è ad Ollague. Dall’aspetto sembra molto migliore di quello dove ho dormito. Faccio la prova, c’è anche il wifi! Che peccato!

Busso a oltranza, ma non risponde nessuno. Faccio i conti della benzina che mi è rimasta: almeno 350 km e da fare ce ne sono circa 200. Parto.

La frontiera cilena è a poche centinaia di metri da dove ho dormito. Nel giro di una decina di minuti ho finito. Prendono i documenti, la dichiarazione notarile, il libretto, ecc, poi il doganiere mi chiede:

“Ma questa moto torna in Cile?”

E io: “Sì!” e mentre lo dico inizio ad arrovellarmi su cosa potrebbe succedere se invece non torna in Cile, come al 99% sarà. Là per là mi è sembrato molto più facile rispondere sì, piuttosto che iniziare a spiegare nel mio pessimo spagnolo, che la moto l’ho comprata e resterà con me.

Speriamo bene.

Supero i pochi km di terra di nessuno con un po’ di trepidazione per quello che potrebbe accadere alla frontiera boliviana.

Arrivo e inizio una girandola di uffici, in tutto saranno quattro. Ma nessuno fa una piega nè per il fatto che la moto non sia intestata a me, nè per la dichiarazione notarile. In 40 minuti scarsi sono fuori!

Boliviaaaaa!!! La gioia è tanta e inizio ad affrontare la pista di slancio. Non un solo cartello che indico Uyuni. Per fortuna ho chiesto ad un signore prima di ripartire dalla dogana:

“Devi prendere la pista di destra, non quella dritta!”

Inizio così una serie di salite lunghissime, l’ultima delle quali non si spreca nemmeno più a darmi tregua: continua ininterrotta per km e km. Mi spiace non avere dietro un altimetro. Sono partito da 3700 metri, ma per quanto sono salito, sicuramente ho superato i 4000, però sono curioso di sapere di quanto.

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E’ buffo sentire la moto come all’inizio regge la terza, poi inizia a tossire, ma tiene la seconda. Sull’ultimo salitone infinito, davvero un’ascesa al cielo, metto la prima. Dopo qualche km anche con la prima, la moto inizia a scalciare e tossire. Rallenta.

Bene, mi dico, se nemmeno la prima ce la fa, che faccio, spingo?? Però prosegue, tra un borbottio, uno scalcio e un scoppio, è una sfida tra chi resiste: la salita che non vuole finire e Nelinkas che non vuole fermarsi.

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Dopo minuti interminabili, la salita si addolcisce e si trasforma in altipiano. Nelinkas ce l’ha fatta e festeggia riuscendo di nuovo ad allungare in seconda e terza.

Altra cosa buffa che sto sviluppando in questo viaggio, considerare i 50 km/h una Signora Velocità, che ti permette di andare un po’ ovunque. Dopo ore e ore passate in questi giorni a 40, 30 e 20 all’ora, finisci per pensare che a 50 stai sfrecciando e puoi pensare di fare una bella tappa.

Il paesaggio è meraviglioso, immenso, sotto montagne imponenti, immense distese di piante dai colori verde e giallo e poi rocce dalle forme più strane.

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Mi spiace quando finiscono le montagne. La pista diventa più facile, ma è anche meno affascinante.

In realtà dopo una lunga e noiosa pianura, riprendono delle piccole alture sulle quali avvisto parecchi lama e in un paio di occasioni mi tagliano la strada.

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Ricomincia la pianura, per sicurezza guardo il navigatore e scopro di essere totalmente fuori pista. Poco fa ho superato un paesino e c’era una deviazione, ma mi pare impossibile fosse quella la pista. Il problema è che non c’è nessuno a cui chiedere.

Passano i km, ma il navigatore mostra sempre una freccina blu, la mia posizione, nel mezzo del nulla. Sono su una pista non segnata. Nello specchietto vedo che mi sta raggiungendo un’auto. Mi fermo e faccio cenno di fermarsi. Per fortuna rallentano e poi si fermano un poco più avanti.

Tiro un sospiro di sollievo quando mi confermano che la pista è giusta. Però un cartello non dico ogni tanto, ma ogni 100 km potrebbero metterlo!

I km passano, nonostante l’altitudine e il falso piano, riesco a mantenere i 50 all’ora e intorno alle 16 arrivo in vista di Uyuni.

La pista corre in mezzo ad una distesa immensa di terra spaccata dall’aridità. Il colore farebbe pensare ad una terra fertile, peccato la totale assenza d’acqua.

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Uyuni e albergo subito trovati e domani la dedico interamente al salar, non vedo l’ora!