Sulla nave per Belem, TERRAAAA!! (giorno 5)

Risveglio pessimo, sto male. Ai sintomi dell’influenza, iniziati ieri pomeriggio, si aggiunge il mal di mare. Da alcune ore la nave si muove molto, il fiume è mosso, probabilmente siamo nella baia che precede Belem.

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Non riesco ad alzarmi, tra l’altro ieri ho saltato pranzo e cena. Per fortuna verso le 7 viene a bussare Luz, una donna brasiliana con cui ho parlato un po’ ieri pomeriggio. In spagnolo, fortunatamente, visto che ha vissuto per cinque anni in Venezuela; il portoghese continua a restare incomprensibile, ma non mi sto impegnando molto a dire la verità.
Aveva visto che stavo poco bene e, non vedendomi, è venuta a sentire come sto. MALE, la risposta!
Rimedia delle medicine da Jan, uno dei due australiani e va a prendermi qualcosa da mangiare e dell’acqua.

Dopo un paio d’ore mi sento meglio per l’effetto delle medicine, ho un’influenza in corso, sicuramente colpa dell’aria condizionata fissa a 18 gradi che alla fine mi ha stroncato.

Belem si presenta con un profilo di grattacieli moderni che svettano sullo sfondo, mentre in primo piano si affacciano case più piccole e le tipiche strutture del porto.

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Per fortuna il piano della nave dove sono caricate le merci, tra cui la Pollita, è a livello del molo, riesco ad uscire senza l’aiuto di nessuno, a parte due che mettono una pedana di fronte ad un gradino altissimo.

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Non so se si aspettano qualche reais, ma per aver messo a terra una pedana, che dovrei dargli? Con questa domanda in testa, ringrazio, saluto e prendo il volo con la Pollita.

Prendo la statale che porta verso Sao Luis. L’obiettivo è fare più km possibile, per arrivare presto domani a Sao Luis e sbrigare un po’ di faccende: tagliando alla moto, montare una tavoletta di legno sul portapacchi per sistemare la sacca a cilindro, visto che da adesso saremo in due, spedire i vestiti invernali dai nostri amici a Rio per far spazio alle cose di Caterina ecc.

In una sosta per agua de coco, vedo sfrecciare una moto carica, sono sicuro che era Hans.

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Il cielo è pessimo. Attraverso tre muri d’acqua, con valanghe di piogge che mi inzuppano e un temporale normale. Quattro bagnate e asciugate consecutive. Non l’ideale per uno che sta male. Per la giacca sono a posto, visto che ho la cerata, ma i pantaloni non li ho più dal Venezuela, sento l’acqua che entra ovunque, dalle mutande agli stivali.

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Le ore passano, soffro ma non voglio fermarmi perchè so che domani starò ancora peggio e voglio arrivare a Sao Luis. Mi sento il viso in fiamme, soprattutto le guance, gli occhi mi bruciano e ho dolori a collo e schiena. Sicuramente ho la febbre.

Lungo la strada infinita, per occupare la mente fantastico su quello che vorrei trovare: un albergo con internet per mandare qualche messaggio, un ristorante per mangiare qualcosa, visto che di nuovo sono digiuno da stamattina ed una farmacia per prendere qualche medicina, visto che le mie sono sepolte nella sacca a cilindro e la sola idea di doverla aprire mi deprime ulteriormente.

Poco prima di arrivare, la Pollita compie i 15mila km. Ripenso agli inizi, ai primi 1000 km in Cile e a tutta la strada fatta!

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Resisto fino a Santa Ines a 200 km da Sao Luis. Arrivo verso le 20, l’ultima ora la guido al buio. Questa prima esperienza è positiva, i brasiliani sono assolutamente normali con gli abbaglianti: li usano solo se servono e li tolgono quando ti incrociano e in giro trovi solo qualche bicicletta, auto e camion, niente veicoli esotici come carretti, animali o altro.

Entro dentro Santa Ines e dopo un paio di km vedo: un albergo con ben pubblicizzato il wifi, un chiosco per i panini alla sua sinistra e una farmacia alla sua destra. I miracoli esistono, mi dico. Grazie Signore!!!

Salgo in camera e mi provo la febbre. Il termometro misura un robusto 38,4, ottimo!! Scendo per un panino poi mi sparo una specie di Tachiflu che ho comprato in farmacia e inizio la mia sudata infilandomi nel letto alle 22.

Chissà se domani riuscirò ad arrivare a Sao Luis da Caterina!

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Sulla nave per Belem, in attesa (giorno 4)

Oggi faccio colazione nella mensa della nave. Le mie scorte per il mattino sono sufficienti per una sola colazione e se domani arriviamo presto, preferisco usarle in quel momento, in modo da scendere il prima possibile dalla nave.

Nella mensa incontro i due australiani e poco dopo arrivano i belgi. Tutti abbiamo la mente rivolta a Belem. La navigazione è bella, il paesaggio vario, abbiamo fatto diverse conoscenze, ma dopo tre giorni tutti desideriamo scendere a terra.

Sulla nave, villaggio in miniatura, non poteva mancare il pazzerello. Il nostro è un uomo di circa 40 anni, magrissimo, che parla da solo in continuazione e che prova ad attaccare bottone con tutti, senza ricevere attenzione. In linea di massima mi piacciono queste persone perché spesso dicono cose non banali, però questo è piuttosto molesto e soprattutto non capisco una parola di quello che borbotta per cui di solito lo evito senza farmi problemi.
Durante la colazione uno dei passeggeri che dorme nelle amache ci racconta che ieri notte il pazzerello pare abbia provato a buttare nell’acqua uno dei bambini che scorazzano sulla nave e che quindi sia stato legato ad una ringhiera del traghetto. Stamattina è in giro come se niente fosse, parlando da solo come sempre.

Verso metà mattinata raggiungiamo una zona del fiume dove si vedono delle case, per lo più baracche, sparse sulle sponde. Non un vero villaggio, solo case a dividersi la terra. Di fronte, molte barchette e canoe con, prevalentemente, donne e bambini. I bambini agitano le braccia tutti nella stessa maniera: braccia leggermente piegate che alzano e abbassano molto velocemente mentre lanciano delle brevi grida.
Dalla nave qualcuno lancia in direzione delle canoe dei sacchetti con dentro dei viveri. Gli australiani mi dicono che in albergo a Manaus li avevano avvisati di portare cioccolata, caramelle ed altri cibi da dare in questa zona molto povera.

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Oggi siamo oggetto di frequenti abbordaggi: piccole imbarcazioni, a volte a motore, a volte solo a remi, si avvicinano alla nave, vengono legate agli pneumatici sulle fiancate e i bambini e i ragazzi salgono velocemente a bordo. A volte a vendere qualcosa, molto più spesso semplicemente a chiedere soldi. Dopo un po’, si slegano e tornano alle loro abitazioni.

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Le capanne e le case sulle rive spesso sfoggiano delle parabole satellitari, alimentate molto probabilmente con dei generatori visto che di corrente elettrica non c’è traccia.

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Verso metà giornata inizio a peggiorare con il raffreddore: l’aria condizionata della cabina e le docce senza asciugarmi i capelli hanno fatto effetto. Rimedio un paio di pastiglie per l’influenza e torno in cabina, uscendo solo per scattare qualche fotografia e prendere un po’ d’aria. Ecco cosa poteva ancora accadere prima dell’incontro con Caterina: ammalarmi!!

Il tramonto arriva mentre siamo fermi nell’ennesima cittadina. Anche oggi, l’oscurità è squarciata da frequenti lampi, chissà se ci sarà tempesta stanotte.

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Il quarto giorno ormai è passato, non resta che sperare di arrivare presto domani mattina per avvicinarmi il più possibile a São Luis!

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Sulla nave per Belem, a Santarem (giorno 3)

La nave sobbalza, sembra sbattere contro qualcosa. Tre, quattro, cinque volte, chissà forse dieci e alla fine mi sveglio.

Siamo fermi, è notte ma non so l’ora perché il telefono è fuori uso e non ho un altro orologio sotto mano.

Mi riaddormento, ma nuovi colpi, stavolta alle porte delle cabine, mi svegliano.

Sono le 5:30, siamo fermi nel porto di Santarem. Torno a letto, non ce la faccio ad alzarmi.

Alle 8 dichiaro iniziata la giornata. Incontro gli altri, cioè i due franco-belgi e la coppia australiana e scendiamo a terra, è prevista una sosta di 3 ore.

Santarem è pulita e ordinata con qualche palazzo coloniale per lo più in condizioni precarie. Ma è piacevole con un bel lungofiume con dei locali dove bere qualcosa. Ne approfitto per farmi un bel succo energetico di guaranà.

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Cerco prima un internet cafè da cui mandare un’email per avvisare che non ho più il telefono, poi vado a caccia della batteria, hai visto mai che la trovo e il telefono riprende a funzionare!
Faccio un giro nella bella piazza con alcuni alberi monumentali sotto i quali sono allineate decine di bancarelle e su cui si affaccia la chiesa di un improbabile azzurro.

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Giro diversi negozi di cellulari senza trovare nulla, poi trovo un’assistenza di iPhone, Blackberry e Android e … bingo!! Hanno la batteria. Non ho pensato a portare il telefono per provarla subito, comunque la compro a scatola chiusa, la spesa è minima,15 euro.

Torno di corsa alla nave, non manca molto alla ripartenza fissata alle 11.

Il paesaggio cambia aspetto, diventa in un certo senso più tropicale, selvaggio, la vegetazione sembra più verde, o forse è solo un effetto della luce. I piccoli villaggi che si incontrano sono poveri, ma dignitosi, non si vede mai la miseria che toglie il fiato. Lungo le sponde si vedono molte barche di pescatori.

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Il pomeriggio trascorre lentamente fino al crepuscolo, quando la luce diventa più calda, intima. Per quanto il concetto di “intimo” mal si addica ad una vastità così incredibile.
Mi siedo ad osservare il paesaggio che lentamente mi entra dentro, mi cattura. Per chi, come me, ha una formazione scientifica e razionale, non è facile credere in Dio. Ma è altrettanto o forse più difficile non crederci soprattutto di fronte a spettacoli unici e grandiosi come questo.

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Sento anche che la prima parte del viaggio, quella più avventurosa, è ormai finita. Ripercorro con nostalgia i giorni della Bolivia, molto duri ma incredibilmente emozionanti e memorabili, così come ripenso al Perù, che ho amato moltissimo e che vorrei ancora girare per conoscerlo meglio, ma con più calma.

Con questo viaggio ho avuto la determinazione e la fortuna di poter vivere una breve parentesi di libertà dalla normale vita quotidiana, anche se ovviamente si tratta di una libertà “limitata”, avendo comunque i pensieri alle persone care che costellano la mia vita (amore, famiglia, amici), al lavoro, all’amata casa.
Ma una libertà “completa” implicherebbe l’assenza di questi legami e non la vorrei per nulla al mondo.
Penso ad esempio ad Hans, che sta viaggiando per il mondo da alcuni anni. Fantastico, ma l’essere sempre straniero in terra straniera, non aver nessuno non dico con cui condividere, ma quanto meno comunicare le proprie emozioni né qualcuno che ti aspetta a casa, non mi sembra attraente.

Rifletto e ammiro il tramonto seduto accanto a due ragazze che giocano con i loro figli; sono giovanissime, intorno ai 20 anni. In Brasile è molto comune avere figli in giovanissima età, dai 16 anni in poi.

Scivoliamo su un mondo di acqua e alberi, schivando le isole galleggianti che si trovano un po’ ovunque, fatte di piante acquatiche che si aggregano fino a formare veri e propri isolotti. Il “componente base” è una pianta acquatica che si stabilizza con le radici ma soprattutto con le foglie morte, lasciando quelle vive a prendere la luce e l’aria. Si uniscono tra loro, poi sopra si deposita un po’ di terra, cresce l’erba e altre piante fino a formare degli isolotti dall’aspetto resistente.

Il giorno termina lasciando intuire un nuovo nubifragio nell’entroterra, si vedono fulmini saettare nelle tenebre.

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Sulla nave per Belem, senza telefono (giorno 2)

E’ un classico: se la sera prima vado a letto presto, poi mi sveglio nel cuore della notte.

Sono le 3 quando apro gli occhi. Accendo la luce della cabina e trovo il telefono che nuota in due dita d’acqua. Non ho capito se arriva dal condizionatore o da qualche altra parte.
Ieri avevo visto che gocciolava e non gli avevo dato importanza, comunque sia ora ho un problema. Con Caterina non ci siamo messi d’accordo sull’albergo in cui incontrarci a Sao Louis né sull’orario o se devo andare a prenderla all’aeroporto. E adesso che sono senza telefono, le cose si complicano.

Lo smonto per il poco che si riesce e lo asciugo. Tiro fuori la bustina di sale anti-umidità che è in fondo alla borsa da serbatoio e lo appoggio sopra.
Non provo ad accenderlo perché so che è peggio, bisogna prima farlo asciugare alla perfezione.

Mi rimetto a letto, ma ormai il sonno è andato! Alla fine comunque mi riaddormento.

Mi risveglio poco prima delle 6, con la nave scossa dalle onde e il frastuono di un temporale tropicale, con tanto di tuoni che sembrano circondare la nave da tanto sono vicini e potenti. La pioggia entra dalle fessure della porta.
Mi affaccio dalla cabina e vedo che hanno tirato giù i tendoni, ma l’acqua è ovunque, anche perché tira un vento molto forte. Ringrazio una volta di più di aver preso la cabina invece dell’amaca.
L’orizzonte si perde nella nebbia creata dalla pioggia che cade. Torno in stanza e mi rimetto a letto.

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La terza sveglia è alle 8. Stavolta è abbastanza tardi per fare rumore: accendo l’asciugacapelli che per fortuna ho portato in cabina e lo punto sul telefono per almeno due ore. Vedo la condensa che si forma poi lentamente sparisce.

A metà mattina provo ad accenderlo. Nulla, però sullo schermo compare il simbolo della batteria con una croce rossa sopra. Forse è solo la batteria, speriamo!
Rimango a poltrire e a scrivere in cabina, poi vado a pranzo.
Mentre mangio, attracchiamo in una cittadina che sembra carina, con una piccola chiesa e le case abbastanza curate.

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Incontro i due francesi che vivono in Belgio, gli racconto la disavventura e mi propongono di usare il loro telefono, visto che la SIM non si dovrebbe essere rovinata con l’acqua.
Invio un messaggio a Caterina chiedendole di mandarmi le indicazioni e l’orario, poi poltrisco di nuovo in cabina.

A metà pomeriggio ci fermiamo in un’altra città.

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Il molo è affollato di venditori che propongono in gran parte cibo.

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Il fiume è immenso, continua a stupirmi la sua vastità.

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E’ solcato da ogni tipo di imbarcazione: dal mercantile carico di container, alla nave passeggeri, all’aliscafo, alle tante, minuscole barche di pescatori che restano sottocosta.

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Torno in stanza, deciso a non cenare per smaltire i biscotti che ho mangiato nel pomeggio.

Verso le 19 attracchiamo a Obidos. Piove e in breve si trasforma in un nubifragio, con un vento fortissimo.
E’ incredibile la quantità d’acqua rovesciata dal cielo! Questo lampeggia in continuazione lungo tutto l’orizzonte, siamo sovrastati dalle nubi. Solo lampi che si susseguono veloci, senza tuoni, tranne qualche raro rombo che rotola sopra le nostre teste e si perde lontano.
Improvvisamente un lampo cade vicinissimo alla nave, in un’esplosione incredibilmente forte che fa sobbalzare metà dei passeggeri. Peccato non aver visto il punto in cui è caduto.

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E il secondo giorno di navigazione è passato, ne mancano tre!

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Sulla nave per Belem, con apprensione (giorno 1)

Mi sveglio presto per finire i bagagli. Trovo Joel che fa colazione, siamo nello stesso albergo, ma prima della gita nella giungla non ci eravamo mai incontrati.

Tom telefona per confermare l’appuntamento. Meno male!

Finite le ultime cose, saluto Joel e gli auguro tutto il meglio per il suo viaggio a New York e il suo rientro “per sempre fino al prossimo viaggio” in Francia.

Mi faccio accompagnare da Tom al bancomat per prelevare un po’ di soldi, poi torno nella pensione, dov’è parcheggiata la moto. Foto di rito con Tom, poi provo ad accendere la Pollita.

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E’ rimasta ferma qualche giorno, fatica molto a partire, anche con l’aria tirata. E quando parte, si spegne quasi subito.
Mi chiedo se sia dovuto al lavaggio che ha fatto il ragazzo dell’albergo, che magari ha mandato l’acqua da qualche parte, oppure c’è qualche altro motivo. Di sicuro quando sono arrivato a Manaus era ok!

Seguo Tom che cammina verso il porto. La moto continua a non avere potenza e non appena provo ad accelerare, si spegne. Questo anche dopo dieci minuti di guida nel caldo tropicale di Manaus.

Non voglio preoccuparmi, ci penserò quando arriverò a Belem.

Arriviamo al porto e di nuovo provano ad abbordarmi un po’ di persone per vendermi il biglietto per il traghetto. Ci pensa Tom ad allontanarli a dovere.
Continuo a seguirlo, mi porta ad uno dei mille chioschetti sul lungofiume che vendono biglietti. Un po’ come avevo fatto io il primo giorno. Sicuramente si sono messi d’accordo, una parte per Tom e il resto al venditore.

“Da adesso devi seguire lui, capito?”, mi dice Tom indicando il grasso uomo seduto dietro al banchetto, “io vado, ci pensa lui a dirti quando salire e cosa devi fare, ciao e in bocca al lupo!”

“Ciao Tom, grazie di tutto!”, lo saluto pensando che alla fine è un bravo ragazzo, giusto un po’ furbetto.

Nell’attesa che la mia nuova guida mi dica cosa fare, conosco due attempati signori australiani, che vogliono provare l’ebbrezza della navigazione sul Rio delle Amazzoni.
Finalmente il tipo mi dice che posso entrare nel porto.

Il primo controllo mi chiede se ho tutti i documenti e mi fa passare in un attimo.
Il secondo controllo mi chiede tutti i documenti della moto e i miei. Controlla il libretto, vede il nome di Nicola, poi apre il passaporto e vede il mio. Inizia a confabulare con un collega scuotendo la testa.

Non posso crederci, fino a oggi nessuno ha detto nulla e adesso, nel porto di Manaus, nella tratta più facile del viaggio fino a Belem, fanno problemi?!

“Qui il nome è diverso, di chi è questa moto?”

Gli spiego tutta la storia, ma non so quanto capisce visto che non parla spagnolo.

“E’ un parente?”

“No, un amico”

Scuote la testa, “non hai un documento che dice che puoi guidare questa moto?”

Gli dò il documento fatto dal notaio a Concepcion ormai due mesi fa, mentre mi dico che non può essere vero!!

“Sì ma non è autenticato, non è valido!”, esclama con una faccia quasi schifata.

A stento mantengo una parvenza di calma, continuo a non credere a quello che sta avvenendo.

“E’ autentico, ci sto viaggiando da due mesi in tutto il Sud America, sono arrivato fin qui, mi hanno fatto entrare dal Venezuela, guarda il timbro sul passaporto!”

Sembra pensarci, ma soprattutto lo convincono le decine di macchine ferme che attendono di entrare nel porto, che iniziano a suonare.

Davvero non riesco a crederci, è proprio vero che quando meno te l’aspetti, accadono le cose.

Dopo lunghi secondi il tipo, nemmeno capisco se è un militare, un doganiere o chissà cos’altro, borbotta qualcosa e compila un foglietto per farmi entrare nell’area portuale.

Afferro il foglietto ed entro, con la moto che si spegne tre volte per percorrere i pochi metri fino alla nave.

Tre tipi, appena mi vedono arrivare, letteralmente mi corrono dietro. Si offrono per caricare la moto sulla nave che non è attrezzata a trasportare veicoli. Tutto deve essere caricato a mano attraverso la piccola apertura parecchio più in basso del piano stradale.

La Pollita per fortuna è snella, in pochi secondi è a bordo.

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“Cinquanta reais”, mi chiede il portavoce dei tre.

“Ve ne dò trenta e fateveli bastare!”, gli rispondo in italiano che, forse aiutati dalla mia faccia alterata, sembrano capire bene.

Ho appena finito di caricare la moto che arriva un ragazzo. Penso che sia della nave, anche se non ha uniforme.

“Hai il biglietto per la moto?”

“Certo, eccolo!” e gli passo il foglietto.

Lo guarda, lo gira, lo rigira, ma sembra non andare bene:

“Quanto hai pagato per portare la moto?”

“Non lo so, ho comprato tutto insieme, cabina e moto, ma che differenza fa?? C’è scritto moto, quindi ho pagato per portarla!” Non voglio dirgli quanto ho pagato, magari mi chiede una differenza.

Non l’ho convinto o forse non ha capito quello che gli ho detto in spagnolo e insiste:

“Quanto hai pagato per la moto??”

Gli ripeto il concetto e lui ancora mi fa la stessa domanda. Inizio a innervosirmi perché mi sto accorgendo che in Brasile cercano di fregarti sempre e comunque e anche lui si sta innervosendo, forse perchè vede che faccio resistenza o perchè davvero c’è qualcosa che non torna.

Arriva provvidenzialmente la mia nuova guida, che chiede al tipo cosa c’è che non va. Si spiegano in portoghese, purtroppo non capisco un accidenti di cosa si dicono, fatto sta che il tipo sparisce.
La mia guida invece, mi dice di aspettare dove mi trovo mentre va a cercare la cabina per me.

Resto a guardare mentre legano la moto, poi torna una decina di minuti torna con una chiave.

“Vai, è la numero 2, nel piano di mezzo”

Salgo e trovo una cabina microscopica, però ha il bagno e soprattutto l’aria condizionata. E per ora sono da solo, spero di restarci!

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Faccio la conoscenza di una coppia di francesi che vivono in Belgio, poi ritrovo gli australiani. La nave è piccola, penso che sarà facile conoscere i passeggeri.
Intanto le persone con l’amaca iniziano a stenderle in un intreccio multicolore incredibile, una attaccata all’altra coi bagagli ammucchiati dove capita.

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Si fanno le 12, ora di partenza a quanto mi avevano detto. Alle 13 vado in cabina per riposarmi, alle 14 faccio un giro, alle 15 vado a chiacchierare con i miei nuovi amici, alle 16 inizio a perdere le speranze che mai partiremo.
Gli unici ad agitarsi sono gli “occidentali”; i brasiliani sono tranquillissimi:parlano, bevono, dormono.
Alle 16:30 finalmente ci muoviamo. Ci stacchiamo dalla banchina ed esultiamo per l’inizio del viaggio.

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Dura poco. Vedo arrivare sulla banchina una macchina bianca, che inchioda proprio di fronte al posto della nave, lontana già una decina di metri. Fa dei gesti verso la nave, indica il passeggero e qualcos’altro.
La nave torna verso la banchina, ma non attracca nuovamente, piuttosto punta la nave che era ancorata dietro. Lentamente, ci si appoggia contro. Dal parapetto della prima nave, vedo che sale il passeggero dell’auto bianca, poi iniziano a passarsi dei sacchi pieni di non so cosa, ma sembrano abbastanza pesanti.

Ci stacchiamo di nuovo, forse stavolta ci siamo. Motori alla massima potenza, ma di nuovo per pochi secondi. Rallentiamo nuovamente, mentre vedo un motoscafo che si stacca dal molo e raggiunge la nostra nave.
Si accosta, sale un ragazzo con un grosso zaino.

Motori di nuovo al massimo, puntiamo il centro del fiume.

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Sfiliamo lungo la città e la sua periferia. Ci sono diversi pontili con le pompe di benzina, sono i benzinai del fiume.

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Il porto è enorme, deve portare una quantità notevole di merci, visto che tante aziende producono qui: Honda, Yamaha, e le altre marche di moto, auto e altro ancora. Questa è zona franca, pagano molte meno tasse, per le aziende è vantaggioso venire qui.

Navighiamo ormai da mezz’ora e la città inizia ad allontanarsi, quando la nave rallenta ancora. Un motoscafo ci raggiunge, salgono altre due persone!

Mi chiedo se, venendo direttamente al porto venerdì scorso, non avrei trovato qualcuno che mi portava fino alla nave!!

E’ quasi il tramonto quando raggiungiamo il punto in cui il Rio Negro si incontra col Rio Solimões. E’ incredibile vedere come le acque del Rio Negro lottino per entrare in quelle del Rio Solimões, restando separate molto a lungo.

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Dopo qualche centinaio di metri la fusione è completata: siamo nel Rio delle Amazzoni!

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Il tramonto è offuscato da molte nubi all’orizzonte, cena veloce e crollo a letto alle 21. I prossimi giorni si prevedono di riposo assoluto!

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Nella foresta, tra delfini e piantagioni

Mi sveglio nel cuore della notte, madido di sudore. Non si respira.

Dalla finestra spalancata vedo dei bagliori, mi affaccio. All’orizzonte, all’altezza di Manaus, c’è un enorme cumulo di nubi dentro le quali rilucono continuamente dei lampi. Il tutto, nel più completo silenzio, non un singolo tuono.

Ammiro lo spettacolo per qualche minuto, poi rientro nel forno.

Mi alzo alle 7 per una veloce colazione, poi usciamo per andare dai delfini. Scherzo con Joshua dicendo che i delfini rosa non esistono e sta inventando tutto, bombe comprese!

Prima di lasciare il lodge, Joshua ci chiede se preferiamo andare in un villaggio tradizionale per vedere le colture, lo stile di vita e tutto il resto, oppure in una piccola comunità indio, dove possiamo conoscere la vita dei discendenti dei primi abitanti della foresta. Esperienza, a suo dire, molto più interessante e unica.
La prima visita è quella inclusa nel pacchetto, per la seconda invece c’è un piccolo extra di 25 reais (8 euro scarsi), “che viene versato interamente agli indio per aiutarli”, precisa Joshua.
Richard, Joel ed io siamo per gli indio, le quattro francesi per il villaggio tradizionale. Le menerei.

Arriviamo alla piattaforma dei delfini che è ancora molto presto, svegliamo tutti. Lo stesso ragazzo di ieri si immerge nell’acqua e comincia ad agitare l’acqua con le mani ed a fare altri rumori.
Oggi però nel giro di pochi minuti l’acqua inizia ad incresparsi. Stanno arrivando!

Inizia a giocarci tenendo in mano, fuori dall’acqua, dei tranci di pesce, per farli saltare.
Ci immergiamo e nuotiamo intorno al ragazzo, cercando di toccare i delfini. Sono lisci e morbidi, per nulla spaventati dall’uomo. Uno in particolare è davvero docile, si lascia praticamente abbracciare!

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Ci dice Joshua che in questa parte di fiume ci sono una quindicina di delfini e quattro di questi sono docili come quello che stiamo accarezzando.

“Oggi ce n’è solo uno, ma di solito sono quattro. Qui portano anche dei bambini, per fare la terapia con i delfini, sono buonissimi!”

E’ emozionante vedere questi cetacei così grande nuotarci intorno, giocare tra le nostre gambe, farsi toccare senza la minima paura! Restiamo in acqua a lungo, mi sento come uno dei bambini che viene a fare la terapia!
Arriva una coppia di brasiliani di mezza età su un’altra barca e Joshua ci chiede di uscire perché siamo rimasti in acqua più del dovuto e ora tocca ai nuovi arrivati.

Risaliamo in barca per andare nel villaggio tradizionale. Che poi è il villaggio in cui vive Joshua e dove sta costruendo una casetta che dovrebbe essere finita per dicembre; andrà a viverci con la sua fidanzata. Ci sono anche una chiesa e una scuola.

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Ci mostra molte piante da frutto, ora senza frutti perché non è stagione, ci spiega da cosa e come si ricava la farina di manioca e ci illustra la semplice vita del villaggio, in completa comunione con la natura ed i suoi ritmi e cambiamenti.

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A proposito di cambiamenti, ci dice che fino al 2009 l’acqua non era mai arrivata così in alto. Prima del 2009, dove siamo appena passati con la barca, era sempre asciutto, tranne un piccolo torrente e il livello dell’acqua non cambiava di molto tra il periodo secco e quello delle piogge.
Dal 2009 in poi, invece, ogni anno l’acqua sale di molti metri, allagando tutto, per poi scendere di molti metri, facendo essiccare la terra.

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“Il cambiamento climatico è arrivato anche qui e ora le gente deve adattarsi a queste variazioni di livello! Infatti tutti stanno costruendo nuove case su palafitte, perché le vecchie vengono sommerse e distrutte!”

Anche il clima è globalizzato, nel senso che ovunque sta cambiando, portando sempre tragiche conseguenze.

Torniamo verso il lodge e Joshua ci chiede se vogliamo fare un bagno nel fiume aperto oppure tornare direttamente nel lodge. Joel ed io vorremmo fare un bagno, perché dal lodge è complicato scendere in acqua. Le quattro francesi vogliono tornare al lodge a far nulla. Le menerei sempre più.

Arrivati al lodge, faccio un bagno veloce sfilando tra le piante che crescono vicino la riva, poi pranziamo, tanto per cambiare con pesce fritto, riso in bianco e fagioli.
Arriva con una barca la persona che mi era venuto a prendere due giorni fa in albergo per venire qui, è con due signore sulla cinquantina.

Inizio a parlare con una, la saluto in spagnolo perché ancora non ho imparato nulla di portoghese (e nemmeno ho provato) e anche lei risponde in spagnolo. E’ di Lima! Sono così felice di parlare nuovamente in spagnolo, anche lei è contenta di poter parlare nella sua lingua. Lavora qui da molti anni, è venuta a seguito della sua famiglia quando in Perù c’era la crisi. E si è fermata anche se non ama il posto, è stufa. Però c’è lavoro e soprattutto è elastico, quando vuole fermarsi per uno o più mesi, può farlo senza problemi.

Parliamo del più e del meno sia al lodge che durante il tragitto per tornare a Manaus, prima in barca poi in macchina. Infatti torna anche lei con me e Joel. Saluto le simpatiche francesi, rimaste sole visto che Richard è ripartito in mattinata.

Il ritorno riserva una sorpresa. Il passaggio in auto è solo fino ad un molo:

“Salite su quella barca, tra 10 minuti parte e in 20 minuti arriva nel porto di Manaus. E’ molto più veloce dell’auto, il biglietto è già pagato e trovate Tom ad aspettarvi fuori dal porto.”

Nell’attesa che la barca, più un motoscafo in realtà, parta, osservo la vita in questa parte di città.

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Ci sono alcuni bambini che pescano e bighellonano vicino ai pescatori, altre persone sul molo. Una vita lenta, tranquilla.
Il bambino che pesca a fianco della nostra barca cattura un pesce! Condivide la gioia con un amichetto, fanno qualche tuffo dal molo, provano ancora un paio di volte a pescare, poi arriva un sorveglianti a cacciarli.

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Il motoscafo parte e ci porta fin nel cuore di Manaus, al porto galleggiante.
Entrando nel porto, vedo una barca abbastanza malconcia e piccola. Leggo il nome sulla prua: Nelio Correa, una delle barche che va a Belem.

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Fuori però non troviamo Tom, ma il fratello. Gli chiedo come torniamo in albergo, che è vicino ma non troppo. Io ho due piaghe sotto i piedi e Joel un bagaglio molto pesante. L’unica possibilità è in taxi.

Chiedo per tre volte al fratello di Tom di farsi dire quanto viene il tragitto fino all’albergo, ma non mi risponde, pensa solo a prendere il primo taxi libero. Evidentemente anche lui non vuole tornare a piedi.

Finalmente ne trova uno, saliamo mentre Joel dice che vuole farla a piedi. So che mi sto infilando in un problema, ma non mi va di tornare a piedi.

Arrivati di fronte alla pensione, il fratello di Tom scende e mi dice di pagare la corsa, 10 reais. Reagisco dicendo che non voglio pagare, che ho preso un tour di 3 giorni da 450 reais e vorrei essere riportato dove sono stato prelevato il primo giorno. Ne nasce una discussione, come immaginavo, che alla fine tronchiamo facendo a metà, 5 lui, 5 io.

Vedo Tom, allegro come sempre, che mi dice che ha trovato la cabina.

“Allora, 700 la cabina …”

“Mi avevi detto 600 … e ho trovato molti lungo il molo che mi offrivano la cabina a 600!”

“No 700 ti avevo detto!”, prova a ribattere.

Continuiamo così per un paio di volte, poi accetta 600.

“Quindi, 600 la cabina e 150 la moto, totale 750”

“Ok, ma devo prelevare, non ho tutti questi soldi”

Mi accompagna di nuovo il fratello che nel frattempo si è calmato; prelevo e pago Tom che mi dà il biglietto, leggo il nome della nave: Nelio Correa! Mi metto d’accordo con Tom per andare domani mattina al porto, poi vado a riposarmi in albergo e a preparare i bagagli.

Esco verso le 21 per cenare, ma trovo tutto chiuso. L’unica è mangiare ad uno dei banchetti che la sera popolano gli angoli delle strade, che cuoce spiedini sopra una piccola brace.

E domani, se Dio vuole, prendo il traghetto per Belem!

– – – – –

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Nella foresta, tra macachi, bradipi e caimani

L’amaca è una tortura.

Senza ombra di dubbio è stata inventata da un sadico per attirare le persone con l’apparente comodità, per poi finirle lentamente tra terribili crampi e orrendi dolori articolari, bloccandole nelle posizioni più assurde e innaturali, col perenne rischio di precipitare a terra nel cuore della notte.

Mi sveglio innumerevoli volte con arti addormentati e doloranti. Arriva l’alba con la sensazione di non aver dormito affatto.

La nottata, comunque, è stata utile. Utile per capire che quattro notti sull’amaca, sul traghetto da Manaus a Belem, potrebbero uccidermi o procurarmi seri problemi deambulatori. La prima telefonata da fare non appena torniamo al lodge è a Tom, per chiedergli assolutamente di prenotare una cabina.

Decido di averne abbastanza pochi minuti prima delle 6 e mi districo dall’amaca. La guida sta accendendo nuovamente il fuoco, mentre anche la foresta si risveglia tra grida di animali e canti di uccelli.

La colazione include un po’ di caffè ed un panino con la frittata. Quando tornerò in Italia credo che non mangerò uova per un bel po’.

Dopo aver smontato e ripulito l’accampamento, le due brasiliane e Richard seguono la guida per andare direttamente sulla spiaggia.

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Il resto della truppa, invece, segue o sarebbe meglio dire, insegue il ragazzo. Che, per l’appunto, adotta un vivace passo da vietkong in missione, obbligandoci ad una marcia forzata nella foresta dove l’unica cosa che riesco a vedere sono i miei piedi per cercare di non inciampare. E non sempre ci riesco.
Avvistamenti, zero. A parte le formiche, che mi ritrovo ovunque a mordermi con foga.

Proviamo a dirgli un paio di volte di rallentare, ma non capisce o non vuole capire. Quando provo a fermarmi per scattare una foto, rischio seriamente di perderli e l’esperienza non sarebbe divertente, perché davvero non avrei idea di dove andare, in quale direzione.

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( Formicaio)

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Sudo nuovamente come una fontana quando finalmente, dopo una quarantina di minuti di questa salutare sgambata degna di Full Metal Jacket (soldato Palla di Lardo!), il ragazzino si ferma chiedendoci se vogliamo proseguire verso l’interno – e indica una poderosa e maschia collina che si innalza vigorosa alla nostra sinistra – oppure tornare mollemente e vigliaccamente sulla spiaggia – e indica con disgusto una blanda discesa verso destra.

La risposta è unanime e scontata. Anche il soldato Palla di Lardo sarebbe stato d’accordo con noi.

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Non appena arrivo sulla spiaggia, madido di sudore, mi getto nel fiume, poi prendo un po’ di sole.

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Le due brasiliane ingollano birra, come al solito.
Le quattro francesi si isolano, come al solito. Sono incredibilmente asociali e chiuse. E’ vero che spesso, quando si viaggia tra amici, si tende a restare all’interno del gruppo, ma queste esagerano davvero. Da ieri avranno scambiato non più di dieci parole con le altre persone.

Fortuna che ci sono Manuel, Carlos, Joel e Crazy Richard, come ho prontamente soprannominato il tipo di Washington, altrimenti avrei passato tre giorni in isolamento.

Chi gioca a pallone, chi chiacchiera, chi si riposa, poi la guida annuncia la fine della siesta. Si torna verso il lodge!

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Vado a salutare le signore amiche della nostra guida e vedo che c’è anche una ragazza con il viso dipinto. E’ una indio. Anche la figlia è decorata con delle linee sul corpo.
Non capisco se è una attrattiva per i turisti. Quando le chiedo se posso scattarle una foto, mi risponde “certo!” e non mi chiede soldi. E’ autentica!

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Le rivolgo qualche domanda in spagnolo e fortunatamente lo capisce perfettamente. E’ colombiana e viene dalla zona del parco Tayrona! Incredibile, com’è piccolo il Sud America 😉

La guida ci spiega che, prima di andare al lodge, proviamo a passare nella zona dei delfini rosa per avvistarli e, chi ha pagato la licenza, per nuotarci assieme e toccarli.

Il fiume oggi è una tavola. La velocità della barchetta non cambia, sempre lentissima, ma almeno non rischiamo di capovolgerci da un momento all’altro.

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( Il profilo di Manaus e del ponte sul Rio Negro a circa 40 km di distanza)

Dopo una mezz’ora arriviamo nella zona dei delfini, che altro non è che la casa galleggiante di una famiglia che ha messo in piedi il business. Non sono pescatori, o almeno non in questo periodo, essendo completamente dedicati ai delfini.
Scopro anche che la “licenza” per nuotare coi delfini, altro non è che il prezzo da pagare alla famiglia per poter usare l’accesso all’acqua dal pontile e, se si è fortunati, a toccare i delfini che vengono a mangiare.

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Due ragazzi della famiglia iniziano a smuovere l’acqua e fare rumori, usando bottiglie vuote, bacinelle e altro che sbattono sull’acqua, ma non arriva nessun delfino, fiume piatto.

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Riesco a capire da uno dei ragazzi che i pescatori stamattina hanno esploso una bomba per catturare più pesci ed i delfini sono andati tutti là a mangiare. Annuisco scettico, mentre Joel si lancia in ricordi in cui dopo la guerra si usava fare così in Francia. Anche in Italia si usava, ma farlo oggi sul Rio delle Amazzoni mi lascia perplesso.

La guida decide di tornare al lodge: ora è inutile attendere, ci riproveremo dopo pranzo.

Il pranzo è identico a ieri: pesce fritto, riso in bianco e fagioli.

I due spagnoli e le due brasiliane ci abbandonano, tornano a Manaus.
Faccio telefonare a Tom, gli chiedo di prenotarmi una cabina, non voglio più l’amaca! Mi comunica che il prezzo per la moto è riuscito a farlo abbassare a 150. Evidentemente dopo che gli ho detto che avevo trovato moto e amaca a 260 reais, s’è convinto a farmi un prezzo meno da ladro. Quindi il prezzo della moto è sceso da 450 a 350 a 150, ottimo!

Fortunatamente nel pomeriggio ci guida Joshua. E’ molto simpatico e parla inglese, almeno riusciamo a comunicare!

Torniamo al pontile dei delfini, ma quando siamo ancora lontani, Joshua adocchia una barca piuttosto grande già attraccata:

“C’è altra gente, quindi gli stanno dando da mangiare. Tra loro e la bomba di stamattina, non avranno più fame, non sarà interessante … Se siete d’accordo, domattina presto andiamo dai delfini, che avranno fame e adesso andiamo nella foresta a cercare qualche animale, ok?”

Non possiamo far altro che fidarci e acconsentiamo all’unanimità.

Joshua devia la barca, puntando dritto verso la boscaglia che, quando siamo a pochi metri, lascia intravedere un passaggio.

Abbandoniamo il fiume aperto infilandoci in uno stretto canale delimitato dal fitto della foresta.

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Gli alberi affondano nell’acqua, è uno spettacolo incredibile. L’acqua è così calma e piatta da fungere da specchio, riflettendo tutto ciò che vi si affaccia: tronchi, rami, foglie. Crea un effetto magico dove il sopra si confonde col sotto e si viene inghiottiti in un paesaggio fiabesco, perdendo i confini tra sogno e realtà.

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Siamo appena entrati nel canale quando sentiamo un boato in lontananza:

“Una bomba … i pescatori hanno tirato un’altra bomba!” esclama Joshua scuotendo la testa desolato.

Il boato era evidente, ma a questo punto a stupirmi non è tanto il fatto che lancino le bombe per pescare, quanto la facilità con cui si procurino l’esplosivo!

Proseguiamo lungo il canale e adesso il silenzio è totale: il motore è spento, noi respiriamo a malapena e la barca scivola sull’acqua spinta dal remo di Joshua che si muove silenzioso. Stiamo tutti col naso per aria a cercare qualche animale, un uccello, un rettile.

Lasciamo anche il canale per infilarci dritti nell’intrico di tronchi. Adesso è tutto un cercare un passaggio tra tronchi caduti e alberi ancora vivi, scostando le liane che pendono dall’alto e le fronde che emergono dall’acqua. Ci muoviamo lentissimi, si odono solo i rumori della foresta: qualche grido di uccello, una foglia che cade nell’acqua, un animale lontano, il vento.

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Metro dopo metro, raggiungiamo un punto in cui sentiamo dei forti rumori in alto, tra le fronde degli alberi. Udiamo dei versi differenti, sono scimmie!

Ci fermiamo, guardando fissi verso l’alto e finalmente iniziamo a vederli: è un branco di macachi, una decina, si muovono tra un ramo e l’altro. Hanno una coda molto lunga, ma il corpo è piccolo, non credevo così piccolo.

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Di tanto in tanto lanciano un grido, due litigano per qualche secondo facendo un baccano d’inferno. Si muovono tra gli alberi finché non li perdiamo di vista.

Joshua decide di cambiare zona. Sempre nel silenzio più totale, torniamo a remi fino al canale, poi da lì al fiume, dove riaccendiamo il motore e, puntando nuovamente sulla riva boscosa, entriamo in un altro canale.

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Lo scenario è identico a prima: silenzio totale, acqua immobile in cui si specchia la foresta, noi col naso per aria a cercare qualche animale.

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Joshua, abituato da sempre alla foresta, avvista un bradipo abbarbicato in cima ad un albero. Dopo avercelo indicato a lungo, alla fine anche noi riusciamo a distinguerlo.
Si avvicina alla base dell’albero e lega la barca:

“E’ molto in alto, non credo di arrivarci, ma provo a prenderlo per farvelo vedere meglio”

Inizia ad arrampicarsi con una agilità incredibile, ma quando è a una decina di metri di altezza, esclama:

“Fottute vespe!”

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C’è un nido di vespe e lo stanno attaccando. Scende veloce, portandosene dietro un paio che continuano a seguirci anche quando, dopo aver slegato la barca, siamo a diversi metri di distanza.

Proseguiamo la nostra ricerca silenziosa, scivolando tra gli alberi e le liane, con la poca luce del sole che filtra tra le foglie, finché non avvista un altro bradipo.
Come prima, lega la barca alla base dell’albero e sale, stavolta però riesce a prenderlo e portarlo giù per farcelo vedere da vicino. E’ una femmina ed ha un piccolo aggrappato al petto. Ci spiega com’è fatta, come vive, le sue abitudini, poi la lasciamo libera e, lentamente come da sua natura, si arrampica allontanandosi.

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Poi vediamo ancora un’iguana, o meglio la vedono le ragazze sedute davanti, perchè fugge immediatamente e chi è seduto dietro come me, non fa in tempo a scorgerla.

Il pomeriggio trascorre così, tra i canali che si addentrano nella foresta, sopraffatti da quest’immensità di alberi e acqua mescolati in un abbraccio come un’unica entità. Di tanto in tanto, qualche incredibile macchia di colore che vola impazzita: farfalle di mille colori, giallo brillante, azzurro blu e nero, rosso.

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Arriva il tramonto che incendia di colori il cielo e l’acqua. Di nuovo ammutoliamo davanti a tanta bellezza.

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Mi stupisce Joshua che, nonostante viva a contatto con la foresta da decenni, gioisce anche lui come noi. Mi consola sapere che ci sono degli spettacoli, come quelli della natura, che non stancano mai.

Si sta spegnendo anche l’ultima luce del crepuscolo, quando vediamo dei delfini che iniziano a saltare e giocare davanti alla barca . C’è anche un piccolo tra loro, si riconosce dalla sagoma minuscola e dalla piccola pinna dorsale che esce dall’acqua.

“Questi sono delfini grigi, molto più difficili da vedere di quelli rosa, siete fortunati!”, ci dice Joshua con soddisfazione.

Ma le emozioni non sono ancora finite!

“Cerco di farvi vedere un caimano, proviamo in un posto che conosco qui vicino. C’è una coppia di caimani che ha avuto da poco un piccolo, cerco di prenderlo”

Ci avviamo nell’oscurità quasi completa. Ogni tanto accende per qualche secondo una torcia, che punta lontano sulle acque per orientarsi tra le cime nere degli alberi sulle sponde, poi la spegne proseguendo la navigazione al buio.

Trova a colpo sicuro l’ennesimo canale ed inizia a puntare la luce nel punto in cui gli alberi entrano nell’acqua:

“I caimani stanno sempre sul filo dell’acqua e li vedi a distanza dagli occhi, che riflettono la luce”.

Non vediamo nulla e Joshua prosegue fino alla riva.

“Siamo su un’isola, scendo a cercare il piccolo. Se lo trovo ve lo porto, altrimenti dobbiamo cambiare posto perchè gli altri caimani che stanno qui li conosco, sono troppo grandi per poterli catturare da solo. Torno tra 20 minuti, non vi preoccupate, chi vuole scendere può farlo, ma deve restare qui sulla spiaggia, oppure restate sulla barca”

L’idea di avere dei caimani che si aggirano nei pressi non è piacevole, però mi stufo di stare sulla barca. Richard ed io siamo gli unici a scendere.
Sfrutto il flash del telefono per cercare degli occhi di caimano nei pressi. Pare tutto sicuro e passeggio brevemente sulla spiaggia. E’ candida e nonostante l’oscurità, si distingue bene nella penombra.
Poco più in là vedo la torcia di Joshua che cerca un caimano da mostrarci. Qualche zanzara cena grazie a me.

Dopo una ventina di minuti torna:

“Nulla, non l’ho trovato e i due adulti che ho visto erano troppo grandi per poterli prendere, erano di un metro e mezzo / due!”

Rabbrividiamo alla sola idea mentre riprendiamo la navigazione.

“Andiamo in un altro posto dove dovremmo trovarne altri”

Di nuovo navighiamo al buio, con Joshua che si orienta puntando la torcia sulla riva, nuovo canale dove entriamo passando tra gli alberi.

Sbuchiamo in un piccolo specchio d’acqua sul quale si affacciano due case, con le luci che si riflettono sulle acque. Stavolta la torcia che punta Joshua sul pelo dell’acqua illumina diversi occhi, grandi come fanali.

“Qui dovremmo trovarne uno piccolo!”, esclama mentre lega la barca ad un tronco.

Stavolta non passa nemmeno un minuto che torna con un cucciolo di pochi centimetri in mano, che prova a morderlo in continuazione:

“Ha quattro mesi al massimo, quindi c’è la mamma nei dintorni! Ve lo faccio vedere rapidamente, poi lo libero”

Ci spiega come respira, come nuota, come caccia, come fa ad aprire la bocca anche sott’acqua, grazie ad una membrana che gli chiude la gola e come mai non attacca sott’acqua, ma solo sul pelo dell’acqua o a terra.

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Libera il piccolo che si allontana nuotando e anche noi riprendiamo le acque. Joshua punta di nuovo la torcia sulla riva opposta e quattro begli occhioni luminosi si accendono ad indicare due caimani adulti.

Faccio appena in tempo a pensare alle persone che abitano nelle due case, affacciate su un laghetto così bello, ma infestato di caimani, che attracchiamo proprio sotto le abitazioni. E’ il nostro lodge!!!

“Joshua, non avevo capito che eravamo al lodge, ma quindi siamo circondati da caimani?!?!”

“Sì ma non preoccuparti, di solito restano vicino l’acqua, si allontanano di pochi metri, tre, massimo cinque metri”

“Qui sono meno di cinque metri!”

“Sì ma è sicuro, non preoccuparti, non sono mai saliti fin qui, hanno paura”

Speriamo che abbiano paura anche stanotte …

Cena a base di pollo, riso in bianco e fagioli, alla faccia della varietà!

Il generatore rimane acceso fino alle 21, il tempo di cenare, ricaricare qualche batteria e fare una doccia, poi piombiamo nell’oscurità.

Siamo tutti provati dalla giornata e soprattutto dall’ultima nottata sull’amaca e rapidamente ognuno si dirige nella sua stanzetta. Rovente e soffocante.

– – – – –

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Vendere o non vendere?

Questo è il dilemma!

Mi sveglio molto presto e anche stavolta la notte non ha portato consiglio. Ho ancora il pensiero fisso alla vendita: vendo o non vendo?

Scendo a fare colazione ed ho una visione: cammino lungo una strada con uno zaino enorme sulla schiena, una busta altrettanto esagerata in una mano, con dentro la giacca e i pantaloni del completo da moto e nell’altra mano gli stivali.

Troppo scomodo, non vendo, ho deciso.

Sto finendo di mangiare quando mi passano Tom al telefono della reception.

“Allora, mezz’ora e passa un mio amico che ti accompagna al mercato dell’usato, ok? Parla inglese, non preoccuparti”

Gli spiego i miei dubbi, ma non hanno molto effetto, anzi, mi ci fa ripensare:

“Scusa, vai e almeno vedi come funziona, ti fai un’idea del prezzo che puoi chiedere, poi se qualcuno ti convince gliela vendi!”

E’ ragionevole, ma insisto:

“Non so … ma se invece vado a fare un giro nella foresta? Quella gita di un giorno che mi dicevi, coi delfini, il villaggio …”

“Parte oggi però! Domani non c’è e nemmeno lunedì credo”

“Non ne avresti uno di due giorni?”

Pausa di riflessione …”E perché non tre?? Dormi una notte nella foresta, nell’amaca e l’altra nel lodge. Poi hai tutto il resto: gli animali, il villaggio, nuoti nel fiume, è molto interessante, vedrai!”

“E con la moto?”

“La vendi dopo, tanto avevi già cambiato idea! Parti oggi, torni martedì e mercoledì prendi la nave per Belem”

“Sì, ma il prezzo”

“450 reais per i tre giorni, tutto incluso: pasti, bevande, notti, ecc!”

Sono poco meno di 50 euro al giorno, ma non mi va di contrattare al telefono: “Ok, andata!”

“Bene, tra un’ora passo a prenderti!”

Riattacco e mi viene da ridere per la mia solita volubilità e imprevedibilità.

E così la Pollita resta ancora con me! Sono felice e poi Caterina deve conoscerla! Anche se ci saranno sicuramente dei problemi, perchè è piccola e poco potente. Però adesso preferisco andare per tre giorni nella foresta, alla moto penserò dopo!

Passo nella pensione per avvisare un po’ di persone della gita nella foresta, dove sicuramente non potrò comunicare con nessuno. Pago anche il ragazzo della reception che ieri sera ha lavato la moto per presentarla al meglio al mercato dell’usato, dove non andrò!

Non passano nemmeno 10 minuti che arriva una persona chiedendo di me.

“Ciao, forse Tom non ti ha avvisato, non vado più al mercato dell’usato!”, gli comunico distrattamente mentre continuo a leggere le mail.

“Che mercato … non devi fare l’escursione nella giungla?”

“Sì ma … Tom mi ha detto tra un’ora!”

“Un’ora?! Veramente ci aspettano già 4 persone sul fiume e un’altra è qui fuori in macchina!”

“Ah! Ok, dammi 5 minuti!”

“Va bene, ma sbrigati”

Torno in albergo, butto nello zaino quello che potrebbe servirmi nei tre giorni e corro nuovamente alla pensione.

In macchina conosco l’altro turista, è un signore francese che sta finendo la sua esperienza di un anno in Amazzonia in cui ha provato ad avviare un progetto culturale. Gli chiedo per tre volte di che progetto culturale si tratta, ma non mi risponde, piuttosto se la prende con la mentaliltà e il modo di fare dei brasiliani:

“Il futuro non è qui, te lo assicuro … Hanno la testa sbagliata, non può funzionare! Pensano solo all’oggi, per loro il domani non esiste. Non riescono a pianificare, poi non hanno precisione, né rispetto”

E’ molto amareggiato e deluso per il fallimento del suo progetto, “ma ho insistito fin troppo”, aggiunge, “adesso dopo un anno alzo bandiera bianca. Faccio la gita nella foresta, poi ho l’aereo per New York, vado a trovare mia figlia che vive là e poi torno in Francia, definitivamente”

La parola “definitivamente” mi mette a disagio, perché non esiste nulla di definitivo, per cui mi viene istintivo aggiungere:

“Definitivamente … fino al prossimo progetto!”

Scoppia in una risata e concorda, “sì esatto, fino alla prossima avventura!”

Con l’auto usciamo dalla città e andiamo verso un punto da cui parte una barca che ci porterà nel lodge nella foresta.

Attraversiamo il ponte sul Rio Negro, spettacolare e immenso, il fiume e, di conseguenza, il ponte.

I fiumi di questa parte di mondo hanno delle dimensioni difficilmente immaginabili per gli europei, dove tutto è piccolo e raccolto. Anche i fiumi russi, il Volga ad esempio, per quanto immenso, non aveva le dimensioni incredibili di questo che, unendosi ad altri fiumi, dà vita al Rio delle Amazzoni, ancora più imponente e lo diventerà sempre più nel suo lunghissimo tragitto verso l’Atlantico.

“C’è molto traffico!”, osservo alla persona che ci sta accompagnando.

“E’ domenica … la gente nel week end va fuori Manaus, anche se essendo in mezzo alla foresta le alternative sono poche. Prendere un traghetto costa, per cui quasi tutti vengono da queste parti, attraversano il ponte perchè gli piace, vanno a mangiare lungo il fiume e poi tornano in città”

Effettivamente non deve essere facile vivere in un posto del genere. Oltre ad essere distante da tutto (altre città, altre nazioni) è anche isolato da una foresta sterminata. Mi prende quasi un senso di claustrofobia.

Lasciamo la strada asfaltata per l’ultimo tratto su una pista piuttosto accidentata.

Arriviamo sul fiume dove troviamo una piccola barca di legno con 4 ragazze francesi, 2 ragazzi spagnoli e 1 signore americano. Ci guardano tutti in modo significativo: siamo in forte ritardo, è chiaro!

Prendo un primo contatto con il fiume e la sua vastità quando la barchetta esce dal piccolo ramo in cui è venuta a raccoglierci e si immette in un braccio più grande. Il fiume è così ampio, che non si riesce a capire se la costa che si ha davanti è la riva del fiume, oppure una delle tante isole che si attraversano passando in mezzo alle mangrovie.
E’ un vero labirinto dove solo i locali riescono ad orientarsi.

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Dopo mezz’ora di navigazione arriviamo al lodge.

La parole “lodge” mi fa pensare ad una residenza di lusso, elegante, ricercata. Questo invece è piuttosto spartano: una costruzione principale con una parte centrale che funge da bar, con bagni e i tavoli attorno e una parte distaccata con delle stanze minuscole e soffocanti, per via del caldo e dell’umidità, con 3 o 4 letti. Nessun altro mobile all’interno, né ventilatore. Due bagni in comune.

Il lodge ha due affacci sul fiume: uno sul retro, su un piccolo specchio d’acqua racchiuso dalle mangrovie e che comunica con il fiume attraverso uno stretto passaggio in mezzo alle piante.

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E uno di fronte, sul fiume “aperto”.

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Dal lato “aperto” si può fare il bagno. A patto di non lasciarsi impressionare dalle acque completamente nere, da qui il nome di Rio Negro, Fiume Nero e dalle piante che emergono parzialmente dalle acque, lasciando intendere che sotto si possono incontrare rami, foglie e chissà che altro.

Le acque sono così nere, ci spiegano, per via della composizione molto acida, che quindi accelera la decomposizione delle piante, i cui resti tingono di scuro l’acqua. Che infatti, a guardarla attentamente, contiene in sospensione una gran quantità di microscopici resti di foglie, cortecce, fibre.

Decido di non farmi impressionare , unico del gruppo, entro nelle acque. Effettivamente fa impressione, si vede a malapena per dieci centimetri, poi più nulla, il nero. Sgambetto in acqua sperando di non attirare nessun piraña:

“Non preoccuparti, quelli che vivono qui non attaccano l’uomo!”, mi tranquillizza uno del personale, “le acque sono troppo acide per quella specie! Anche le zanzare, ce ne sono pochissime in confronto al Rio delle Amazzoni!”

Per pranzo, pesce riso e fagioli, con un po’ di insalata di cetrioli e pomodoro. Per frutta, anguria.

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Prima di avviarci verso la foresta, Joshua, una delle guide, ci chiede chi ha i delfini incluso nel pacchetto. Alzo la mano, ma senza esserne sicuro. Voglio ben sperare, visto il prezzo che ho pagato!

Prende nota e ci dice di prepararci che entro un’ora, chi vuole, parte per la notte nella foresta.

Gironzolo di fronte al fiume quando dopo qualche minuto mi raggiunge Joshua:

“Ho sentito l’agenzia e non hai i delfini inclusi!”

“Come no, ho pagato 450 reais!”

“Appunto, non ci sono i delfini, quelli costano 150 reais in più”

Resto di sasso e vorrei dirne un paio a Tom. Capisco Joel quando dice che i brasiliani sono approssimativi, ma in questo caso mi sembra stiano solo facendo i furbi per spillare più quattrini possibile.

“150 reais sono troppi, non se ne parla! Chiama Tom al telefono e fammici parlare”, dico a Joshua nervosamente.

“Aspetta, 150 è il prezzo dell’agenzia, ma andando direttamente là costa la metà, 75 reais. Si compra la licenza per nuotare coi delfini direttamente dai pescatori, è molto più economico”

Ripenso alla scala dei prezzi che mi hanno dato per i delfini: 75 coi pescatori, 150 con l’agenzia, 180 con Tom e 280 con un’altra agenzia che avevo sentito nei giorni scorsi. Non male come ricarico! Anche se in realtà il prezzo che mi aveva dato Tom e l’altra agenzia era per una gita di un giorno che includeva anche altre cose.

“Ok, va bene, ti pago 75”

“Però non devi parlarne con nessuno, né con gli ospiti né soprattutto con l’agenzia o con Tom. Ti sto solo aiutando, questi 75 reais li dò ai pescatori, per me non tengo nulla, però se viene a saperlo l’agenzia mi chiedono la differenza e devo metterli di tasca mia”

“Non preoccuparti, nessuno saprà dei delfini”, lo tranquillizzo, mentre mi chiedo quale sarà il vero prezzo che darà ai pescatori. E mi chiedo anche come mai ci sono questi pescatori che detengono il business dei delfini rosa, non dovrebbero nuotare liberi nel fiume?

Partiamo per andare sull’isola dove passeremo la notte. Usciamo dal retro del lodge e dopo qualche centinaio di metri entriamo nel fiume aperto.

E’ molto più mosso dell’andata. Tira un vento teso che forma onde alte e irregolari che rimbalzano tra le rive come un’eco, intrecciandosi ed aumentando ulteriormente l’effetto.
Dobbiamo attraversare il fiume da una parte all’altra. Quando siamo nel mezzo, con le due rive annebbiate dalla lontananza, inizio a preoccuparmi. La barca di tanto in tanto imbarca acqua e il ragazzo che la guida è molto preoccupato, continua a dire che le onde sono molto alte, che dovremmo puntare ad una certa spiaggetta, ma che non si azzarda a tagliare il fiume perchè ha paura di rovesciarsi.

A queste confidenze ci agitiamo un po’ tutti e il silenzio cala sul guscio di noce che continua ad essere sballottato in tutte le direzioni. Cerco di calcolare quale riva sia più vicina, il problema è che distano molto entrambe, chilometri! E non credo riuscirei a nuotare tanto a lungo, considerando anche la corrente, Stringo meglio il giubbotto di salvataggio e penso che non sopporto quando qualcun altro ha tra le mani la mia vita, è per questo che voglio sempre guidare e mi piace così tanto.
Procede con una lentezza esasperante, ma nessuno se ne lamenta.

Passo passo e con ancora un po’ d’acqua imbarcata, ci avviciniamo lentissimamente all’altra riva e, finalmente, quando siamo più vicini le acque si calmano un poco, così come i nostri animi.

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Dopo un tempo che mi pare infinito, attracchiamo finalmente in una spiaggetta candida.

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Ci accoglie una signora, due bambini. Alcuni accettano un caffè, io faccio il bagno con i due spagnoli, Miguel e Carlos e con Joel, il francese.

Siamo in ritardo e la guida ci richiama all’ordine: dobbiamo raggiungere a piedi il punto nella foresta dove faremo l’accampamento poi montare le amache e preparare la cena.

Mi asciugo al volo ed inizia una lunga camminata nella selva sempre più scura, ormai il sole è tramontato e il fitto delle foglie filtra ulteriormente la debole luce del crepuscolo. Impossibile capire dove mi trovo, da dove siamo partiti o dove sia il fiume. La foresta è densa, scavalco tronchi caduto, scosto liane e rami per passare, ognuno cerca la via migliore nel dedalo di tronchi.

La foresta ha un buon profumo, delicatamente dolce.

Dopo una ventina di minuti di camminata, in cui faccio in tempo ad inzuppare di sudore la maglietta, arriviamo in una piccola radura. Ci sono delle strutture di legno, come l’intelaiatura di una tenda canadese.
Stendiamo sopra le intelaiature due teli cerati e sotto, lungo i pali orizzontali, attacchiamo le amache.

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Nel frattempo la guida, con il figlio, va a cercare della legna per accendere il fuoco. Lo accendono e mettono a cuocere dei grossi polli, infilati su dei rami tagliati appositamente.

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Mentre i polli si cuociono, parlo a lungo con Richard, l’anziano di colore che viaggia da solo. E’ di Washington DC, ma è nato a Chicago, poi ha vissuto in California, in Georgia, nella baia di San Francisco e altre città ancora.

“Sai, devo seguire il lavoro, vado dove lo trovo”

“Mi ha sempre affascinato come voi statunitensi vi muoviate con facilità! Noi italiani e forse molti europei in generale, difficilmente cambiano nazione”

“In realtà c’è moltissima gente che non si muove, che nasce e muore nella stessa comunità, dipende anche dal lavoro che uno fa. Ma è anche gente che non viaggia, quindi probabilmente in viaggio hai incontrato il tipo di persone che si muove, per questo ti sembra che tutti cambino casa così facilmente.”

Proseguiamo a parlare degli Stati Uniti, che mi affascinano sempre di più, uno dei prossimi viaggi voglio dedicarlo a girarne una parte, però sono attratto della piccole comunità rurali, non dalle grandi città o almeno non solo. Faccio il paragone con l’Italia e trovo più interessante viaggiare in qualche entroterra italiano che non nelle grandi città, in genere si trova la gente più autentica, più aperta. E anche le situazioni più divertenti.

“Non sono mai stato negli Stati Uniti, sai?”, gli confesso.

“Ah, devi andare assolutamente a New York! E’ una città incredibile se ami l’arte, la cultura, i divertimenti … e il jazz”, aggiunge dopo una pausa.

“Amo molto il jazz!” ed inizio ad elencare i musicisti che amo di più, da Bill Evans a Thelonius Monk, da Miles Davis a Chet Baker, poi Max Roach, Gil Evans e molti altri.

“I classici anni ’60 e ’70 allora!”

“Sì ma anche più moderni, anche se il free jazz ancora non riesco a digerirlo …”

“Sai che ho conosciuto Max Roach e anche altri musicisti! Max Roach era amico di mio cognato, ci siamo visti diverse volte, anni fa”

Parliamo ancora di jazz e di musica, poi il silenzio cala spontaneo. In tutto il gruppo anche quelli che sono di fronte al fuoco a sorvegliare la cottura dei polli.

L’oscurità è completa tranne il fuoco che lancia qualche scintilla verso l’alto. Il silenzio è rotto dal canto di un’infinità di insetti e uccelli notturni.

“Sembra il suono del mio giardino”, dice come tra sé e sé Richard. Effettivamente non si sente nessun verso strano, a parte qualche grido di uccello diverso dal solito. Penso a casa mia, a Roma dove d’estate si sentono grilli e insetti e uccelli.

“Sì anche a casa mia a Roma sento un suono simile … solo molto meno forte, qui sono a migliaia!”

La guida torna alla casetta sul fiume per prendere delle birre. E’ qualche giorno che alla domanda “vuoi una birra?” non rispondo più con “no grazie, non mi va”, ma con “no grazie, non bevo alcol”.
Non so se sarà davvero una decisione definitiva, ma seguo il mio istinto e proprio non mi va di bere, l’idea non mi attira. Preferisco succhi di frutta o altre bevande non alcoliche.
Alla stessa maniera, cioè nessuna decisione esplicita ma il non avvertirne più il desiderio, ho smesso di fumare alcuni anni fa. Chissà se anche stavolta sarà lo stesso.
Peccato che finora, almeno in questa parte di Brasile, ho incontrato pochissimi venditori di succhi di frutta freschi, solo qualche venditore di agua de coco e in un’occasione spremuta di arance. Nulla in confronto a Perù, Colombia e altre nazioni che ho attraversato nelle scorse settimane, dove si trovano ovunque, non solo in città ma anche nei paesini più piccoli o lungo le strade. Meraviglioso!

Attendiamo il ritorno della guida che dopo una mezz’ora arriva, orientandosi solo con una torcia nella foresta più buia che mai, portando sulle spalle una grossa cassa di polistirolo piena di birre.

Mangiamo nelle foglie di banano piegate a mo’ di piatto: riso in bianco e i polli cotti sul fuoco.

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Poi restiamo, chi più chi meno, di fronte al fuoco, alternando i discorsi ai silenzi o meglio, alla voce della foresta.

Pian piano tutti si dirigono alle proprie amache e anch’io, dopo un’oretta, vado a raggomitolarmi nella tela, sperando di riuscire a dormire.

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A Manaus, progettando …

Pessima nottata: ieri mi sono addormentato tardi per colpa della Coca bevuta a cena (la scelta era limitata: o birra, o Coca: meglio l’insonnia del mal di testa). E stamattina all’alba mi sveglia il sole che inonda, rovente e accecante, la camerata. Mi sembra di stare in tenda, quando il sole colpiva il telo e non si poteva più stare dentro per il rischio soffocamento.
Tra zanzare, rumori dei più forti che arrivavano dalla strada, caldo messo in circolo dal ventilatore che rombava sul soffitto … si può dire che non ho chiuso occhio.

Alle 7:30 arriva Tom, il gestore dell’albergo, che si muove sul sottile confine tra il commerciante e lo jinetero. Propone tutte le soluzioni per tutti i problemi: gita sul fiume, traghetto per Santarem, per Belem, vendita della moto, aereo per Sao Louis. Tutto. Chiaramente a prezzi maggiorati.
E ha quel modo prepotente di imporsi tipico degli jinetero, con la teatralità del tipo “ma allora non ti fidi di me!! Non ti meriti nulla, guarda, volevo aiutarti, ma gli italiani sono proprio tutti uguali!” che ti mette in difficoltà perchè alla fine te lo chiedi, se sta solo facendo il suo lavoro oppure sta cercando di fregarti.

Ieri sera, nel pieno della rabbia per il traghetto perso per poche ore e la prospettiva di incontrare Caterina solo i primi di settembre, ero stato piuttosto aggressivo con lui riguardo l’offerta per Belem:

“Ma quando mai, mi hanno fattoo prezzi molto più bassi!!”, esclamo quando mi fa il preventivo per la persona e la moto. In realtà non ricordavo bene i prezzi, ma sparo un 150 reais invece dei 500 che mi propone.
Mi vede molto deciso e, sottovoce per non farsi sentire da Hans, mi dice:

“Ok dai, fammi parlare col capitano della nave e domattina ti faccio sapere il prezzo definitivo”

Hans invece accetta subito senza nemmeno tirare sul prezzo. Paga più del doppio del prezzo normale del traghetto per Santarem. Io invece continuo a rimanere sul vago, anche perchè davvero non so cosa fare.

La situazione è che se aspetto il traghetto per Belem, vedrò Caterina tra 10 giorni. Io qui, lei a Recife. Assurdo, inconcepibile.
Gli aerei per venire a Manaus costano tanto e lo scenario sarebbe poi farci cinque giorni sulle amache per scendere il fiume.
Oppure vendo la moto qui, volo a Sao Louis e iniziamo la nostra vacanza.

Siccome non mi fido del buon Tom e soprattutto ancora leggo su internet che andando al porto è possibile trovare dei privati che ti portano a Belem (circa 2000 km a Est … non proprio dietro l’angolo), saluto tutti ed esco.

Torno al mercato coperto e poi sul lungofiume, che mi verrebbe da chiamarlo lungomare, da tanto lo specchio d’acqua è vasto e quasi non si vede l’altra sponda.

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Il parapetto è letteralmente tappezzato di bancarelle, mendicanti, ambulanti, venditori di biglietti delle navi, nullafacenti.

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Mi sparo il primo cocco della giornata e, mentre mi rinfresco col suo succo, mi faccio fare un preventivo per Belem in una bancarella. Per la persona mi fa meno della metà del prezzo di Tom (110 contro 300), per la moto idem, meno della metà (150 contro 350). In euro parliamo di 85 euro contro 205. Non male.

Anche qui, come in Colombia, vedo tutta l’umanità che combatte per la giornata, con bancarelle, carretti ambulanti, ceste e sporte portate a spalla o in braccio per km e km oppure anche solo un involto con pochi panni usati in vendita, esposti per terra, sul marciapiede. Oppure gli invalidi che mostrano le loro menomazioni di ogni tipo.
In generale il livello è leggermente migliore rispetto ai colombiani, però la miseria è sempre preponderante.

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Vengo agganciato da almeno altri 4 venditori di biglietti di navi, ma voglio andare al porto per vedere di trovare uno di questi fantomatici capitani, ma non mi fanno nemmeno entrare. Senza biglietto non si passa. Mi guardo intorno, ma nessun capitano o presunto tale si aggira nei paraggi.

Faccio il giro dell’intera piazza di fronte al porto, ma non trovo nemmeno un’agenzia viaggi nè tanto meno un rifugio dei capitani di vascello. Chiedo ancora ad un paio di bancarelle, ma tutti confermano le due partenze settimanali: mercoledì e venerdì. Molte navi, ma tutte in partenza in questi due giorni.
Mi chiedo il senso di far partire 3 navi tutte lo stesso giorno (Amazon Star, Rondonia e Nelio Correa), ma così è, inutile sbatterci ancora la testa.

Per scrupolo chiedo i prezzi alla biglietteria del porto. I prezzi sono leggermente più alti di quelli fatti dalla ragazza che mi aveva fermato sul lungofiume un’ora fa.

Mi incammino per tornare verso l’albergo e quasi subito incontro Tom, seduto su uno sgabello ad una bancarella che vende birre gelate. Sta parlando con un olandese sposato con una brasiliana, anche lei lì. Stanno bevendo e chiacchierando, sembrano di buon umore.

“Come mai qui?”, mi chiede con l’atteggiamento del “pour parler”, come se non gli interessasse.

“Così, facevo un giro … è interessante il porto!”

“Sì … tanta gente …”

“E mentre camminavo mi hanno fermato in parecchie persone”, proseguo.

“Ah. Per …?”

“Per offrirmi biglietti delle navi … mi hanno fatto prezzi completamente diversi dai tuoi, sai?”

“Dimmi dimmi …”, mi chiede, sempre col sorriso, ma con lo sguardo vagamente teso.

“Per esempio per la moto mi hanno chiesto 150, invece di 350. E per la persona 110 invece di 300”

Impreca in portoghese, poi esclama in inglese:

“Quei bastardi mi manderanno in rovina …”, detto come tra sé e sé, poi prosegue “ma chissà che posti ti danno … poi non ti fidare delle bancarelle sulla strada, vendono ma poi non ti danno il posto”

“Tutti?”

“Tutti uguali gli italiani”, eccola frase da jinetero!

“Scusa”, insisto, “ma tu che faresti al mio posto? Sono sicuro che faresti anche tu così”

“Hans ha accettato subito …”

“Lui è svizzero, io sono italiano”

“Ecco perchè preferisco gli svizzeri agli italiani”, esclama d’impulso, ricordandomi che è stato sposato con una donna svizzera per alcuni anni.

“Non so che dirti, ma ripeto, anche tu faresti lo stesso, per cui non criticarmi. Sai invece per la gita sul fiume quanto mi hanno chiesto?”, proseguo implacabile.

“Quanto?”

“90 reais, invece dei 180 che mi hai chiesto tu!”

“Sì ma chissà dove ti portano e i delfini li vedi col binocolo, di certo non ci nuoti! Senza pranzo, acqua …”

“No tutto, non preoccuparti”, e sciorino a memoria il programma della gita di un giorno che mi aveva mandato un amico brasiliano un paio di giorni fa.

“Di sicuro non ti fanno nuotare coi delfini”, esclama l’olandese che si intromette a difendere l’amico.

“Ma scusa, che differenza fa, farteli vedere senza fartici nuotare? Certo che ti ci fanno nuotare! Voglio dire, per loro non è una spesa se tu ti metti a nuotare o te li lasciano solo guardare”

Borbottano entrambi, poi Tom riprende:

“Vabbè, per l’albergo invece che fai, vieni nell’altra stanza che ti ho proposto per 50 reais, con bagno e aria condizionata?”

Questo lo accetto, perchè non ho assolutamente intenzione di fare un’altra nottata come l’ultima, anche se comunque voglio tornare in albergo per cercare su internet, prima di accettare per davvero.

Torno in albergo, Hans è partito, io inizio a cercare ancora informazioni sulle barche, ma soprattutto per qualche albergo. Sembrano tutti molto più cari dei 50 reais proposti da Tom. Per scrupolo, però, prendo l’indirizzo di uno e vado a vederlo.

E’ più verso il centro, ma di poco, mentre invece, anche trattando, è molto più caro: dai 144 iniziali scende a 110, ma è sempre più del doppio della stanza di Tom. Vai, questa te la sei aggiudicata, Tom!

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Torno in albergo e riesco a parlare con Caterina, bloccata a Lisbona per aver perso la coincidenza con Recife per un ritardo del Roma – Lisbona. Deve fermarsi una notte in città e giustamente è sconfortata. Tra il mio traghetto e questi altri contrattempi, non sta iniziando nel modo migliore la nostra parentesi brasiliana.

Proviamo senza troppo successo a fare un piano per i prossimi giorni ma, tanto per cambiare, ci sono troppe incognite e variabili.

Si fanno le 14 e arriva Tom per cambiare la stanza. Parliamo dell’ipotesi di vendere la moto. Evidentemente intravede l’opportunità di un buon guadagno: maggiore è il valore della merce venduta, più cospicuo è il guadagno che può trarne.

Gli descrivo la moto, gli accessori con cui la venderei (le borse laterali, scomodissime da portare a mano dovendo proseguire in autobus, il casco che è vecchio e consumato, i ricambi che avevo comprato in Italia e qualcos’altro)

“Bè, possiamo chiedere 6000 reais, magari per averne 5500 o 5000 …”

A me andrebbe benissimo, perchè sarebbe praticamente il prezzo che ho pagato per la moto nuova! Infatti in Cile i prezzi sono più bassi e in più la Pollita era in offerta, visto che non la importano più.

Ci mettiamo d’accordo per domani: mi viene a prendere alle 8 e andiamo insieme al mercato dell’usato che c’è una volta la settimana, la domenica.

Penso con tristezza che la mitica e poderosa Pollita potrebbe uscire di scena domani, dopo due mesi esatti di viaggio e 14.500 km di strade ed emozioni, ma credo sia anche la soluzione più razionale.

Ormai è pomeriggio inoltrato, chiamo ancora Caterina, poi vado a fare una passeggiata per il centro.

Incrocio una manifestazione contro la violenza sulle donne. E’ piuttosto affollata e la gente sulla strada, sembra approvarla e sostenerla.

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Il teatro Amazonas è immenso, in stile neoclassico, con la cupola a sovrastarlo coperta di mosaici a disegnare la bandiera del Brasile ed altri motivi geometrici, ricchi di colore.

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Sulla piazza a fianco si affaccia una gelateria che offre un servizio interessante: si sceglie se cono o coppetta o cialda, ecc e ci si serve in autonomia. Poi si prosegue, mettendo granelle di cioccolato, nocciola, pezzi di cioccolata e molte altre golosità, biscottini e varie altre cialde e all’ultimo si passa in cassa, pagando a peso quello che si è preso.

Il centro è abbastanza ben tenuto, non particolarmente sporco, però non ha molto fascino. Molti palazzi nuovi nella brutta architettura squadrata anni ’70, mentre i pochi palazzi coloniali rimasti, sono offesi e annichiliti da insegne, grumi di fili elettrici, pali e così via, oltre all’incuria a renderli ancora più decadenti.

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Torno in albergo abbastanza soddisfatto del giro. Mi rendo conto che praticamente non ho più nulla di pulito e tutte le lavanderie sono chiuse. Ed è sabato, figurarsi domani!
Mi dedico quindi ad una delle mie attività preferite, il bucato! Tanto amata che tra le prime cose che ho lasciato a Lima, c’era la boccetta di sapone liquido per il bucato, sicuro che quei 100 grammi in meno avrebbero aumentato radicalmente le prestazioni della Pollita.
Lavo i panni con un residuo bellico di sapone che trovo in bagno. Dal colore e dall’odore sembra qualcosa alla mela verde. Dall’acqua nera che esce, pare che funzioni.

Mi addormento presto, pensando a cosa ne sarà della Pollita domani, se davvero ci separeremo oppure se sarà l’ennesimo buco nell’acqua e il viaggio proseguirà mercoledì prossimo verso Belem. Chissà!

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Attraverso la foresta amazzonica

Odio non capire e non riuscire a farmi capire, non sono abituato. Con il portoghese purtroppo è il nulla più totale. Ci sono diverse parole in comune con lo spagnolo, è vero, ma la pronuncia è talmente differente da lasciarmi del tutto spiazzato, quanto meno dopo solo due giorni di immersione. A leggere qualcosa capisco, ma a parlare, nulla.

Per cui la ricerca di una banca dove prelevare dei reais, è più complicata del previsto. Tutte le indicazioni le capisco male o non le capisco affatto e mi perdo più volte. Alla fine trovo il Banco do Brasil. Tre bancomat, attendo il mio turno in uno. Non funziona, carta non leggibile. Il secondo, lo stesso. Il terzo, ormai me lo aspetto, idem.

Inizio a pensare ai contanti che ho con una vena di preoccupazione, poi provo a chiedere per un’altra banca. Soliti giri a vuoto, poi finalmente la trovo e, fortunatamente, questa va bene! Devo sempre ricordarmi che alcuni circuiti bancari non accettano la Visa!

La strada per Manaus passa di fronte all’albergo. Per fortuna Hans sta partendo adesso e riesco a dirgli che la mezz’ora di vantaggio che mi aveva dato, l’ho spesa tutta per prelevare i soldi. Da ieri sta pagando lui, quindi è contento della notizia.

Il paesaggio non cambia molto rispetto a ieri, solo la carreggiata a volte si restringe e appaiono un po’ di buche (nulla in confronto alle strade venezuelane), a volte torna larga e liscia come un biliardo.

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Le fazende si susseguono le une alle altre, come puntini in un mare di verde di foresta disboscata, verde punteggiato dal bianco delle mucche al pascolo e dal marrone dei cavalli anche loro al pascolo.

Dopo molti km inizia l’area indigena. E’ un’area protetta e ci sono molti cartelli che invitano a non fermarsi, a non fare foto né filmare.
Come immaginavo e speravo, posso finalmente vedere com’era in origine la foresta che sto attraversando: fitta e impenetrabile di alberi di diverse altezze e piante.

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Osservo con attenzione e davvero non si vede l’ombra di un passaggio, mi chiedo come debba essere vivere in un ambiente del genere, se paradossalmente non prenda un senso di claustrofobia. Ma sicuramente un simile intrico funge anche da protezione.

Incrocio tre indio che camminano a lato della strada. I tratti sono inconfondibilmente indio, mentre l’abbigliamento è occidentale: maglietta a colori sgargianti e pantaloncini.
Mi tornano in mente gli indio che ho visto nel parco Tayrona, sulla costa caraibica della Colombia. Ho visto prima un bambino e una bambina che camminavano e, dopo molti km, un’altra bambina seduta su una staccionata a sorvegliare un asino che brucava.
Tutti e tre avevano la tipica tunica bianca senza null’altro addosso, nemmeno le scarpe. Scapigliati e con la tunica bianca o almeno inizialmente bianca, perché non la cambiano mai, finchè non è lacera e inutilizzabile e allora ne indossano una nuova.

Continuano le aree allagate, punteggiate lugubremente di tronchi solitari, le sole spoglie di alberi morti per la troppa acqua che fa marcire le radici e soffocare le piante.

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Purtroppo l’area protetta finisce e immediatamente attaccati ai suoi confini, ci sono due ristoranti. Ci fermiamo in uno. E’ l’ora di pranzo, dividiamo un ananas dolcissimo.

La strada è facile, mi verrebbe da dire sin troppo, ma è sufficiente l’idea di stare attraversando un universo sterminato di alberi per dare il senso della corsa. Confrontando l’area indigena con il resto della strada, per centinaia e centinaia di km, è evidente come gli ambientalisti abbiano ragione, quando dicono che una strada ha un impatto molto maggiore della semplice carreggiata che viene costruita. L’impatto distruttivo è molto, incredibilmente più ampio.

Manaus è sovrastata da una massa di nubi che sta scaricando un turbine d’acqua. Faccio appena in tempo a ripararmi sotto una tettoia, mentre la moto si inzuppa completamente. Per un attimo tento di portarla al riparo, ma vista la quantità incredibile di acqua che precipita, più che cadere, mi accontento di staccare la borsa da serbatoio.

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Arriviamo all’ostello, stavolta ci va male e troviamo posto solo in una camerata. Siamo gli unici due, però è molto spartana e con il bagno in comune. Il boss dell’albergo parla correntemente l’inglese, decentemente l’italiano e perfettamente il tedesco essendo stato sposato con una donna svizzera del cantone tedesco. Mi dà una pessima notizia:

“Le barche per Belem partono due volte a settimana e oggi ne è partita una. La prossima sarà mercoledì prossimo!”

Faccio i conti, questo significa che vedrò Caterina tra 10 giorni. Mi sale un nervoso incredibile, ma non posso prendermela con nessuno, è solo la rabbia per qualcosa che si è mancato di poco. Ho percorso 3500 km in sei giorni ininterrotti da Santa Marta in Colombia fin qui. Sei lunghissimi giorni vanificati da un’attesa imprevista di quattro giorni!

Non mi arrendo e voglio andare al porto, mentre Hans mi aspetta in ostello.
Attraverso una specie di mercato di fronte alla banchina dell’immenso fiume. Nel nervoso e nella fretta di andare al porto, mi ritrovo in mezzo a delle bancarelle ambulanti, a terra la sporcizia tipica dopo una giornata di mercato, alcuni tavoli da biliardo sotto una tettoia, affollati di persone – tutti uomini ovviamente – che giocano. Non è il posto ideale da attraversare da solo, col buio, ma in fondo con me ho solo il telefono, il danno sarebbe relativo.
Lungo la strada, passo davanti all’ennesima bancarella con la musica ad altissimo volume. Rido perchè stanno sparando nella notte “Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar!”

All’interno del porto sembra esserci una specie di festa: molti tavoli pieni di persone che mangiano e musica ad altissimo volume, con un gruppo che suona.

Naturalmente non trovo nessuno a cui chiedere informazioni, solo tre che lavorano al molo che mi confermano i due giorni: mercoledì e venerdì.

Domani mattina voglio comunque tornare al molo, magari riesco a trovare un’altra barca, speriamo!

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Brasile sì, Brasile no!

[da cantarsi sulle note di Italia sì, Italia no (La terra dei cachi) di Elio e le Storie Tese]

Riesco ad essere in sella alle 8, pronto per cambiare i troppi bolivares che ho preso ieri a El Callao. 800 bolivares mi fruttano 50 reais. Non ho la più pallida idea del valore di quello che ho cambiato e di quello che ho preso, ma va bene così visto che non ho alternative.

Il cielo è terso, l’aria fresca, vado verso la frontiera con ancora il dubbio se dire subito la verità, e cioè che sono il nuovo proprietario della moto, però senza documenti, oppure provare la via che ha funzionato fino ad oggi, ossia con i documenti intestati a Nicola e, nel caso mi facciano problemi, con la dichiarazione del notaio cileno.

Il lato venezuelano è moderno e veloce. Il caos della frontiera di Maracaibo è un lontanissimo ricordo. In pochi minuti sbrigo il controllo del passaporto e in ancora meno tempo l’uscita del veicolo.

Mentre torno alla moto, incontro uno che viaggia da solo. E’ svizzero, si chiama Hans. Anche lui va verso Manaus, solo che viaggia con una spaziale BMW HP2 attrezzata da cima a fondo. Vorrei proporgli di andare insieme, ma la velocità è sicuramente diversa, però gli faccio la battuta. Alla quale ride, appunto, in quanto battuta. Quando gli dico il giro che ho fatto finora, mi guarda come se avessi le antenne, le orecchie a punta e fossi tutto verde!

Bene, siamo alla resa dei conti, il Brasile. Arrivo dal loro lato, parcheggio e chiedo ad un doganiere dov’è il controllo dei passaporti. Me lo indica.

“Perdona, y donde esta l’oficina por l’importacion de la moto?”, dov’è l’ufficio per l’importazione della moto?

“No necesita mas!”, mi risponde che non serve più!

Faccio fatica a non iniziare a ridere dalla felicità!! Lo ringrazio e mi avvio verso il controllo passaporti, con un sorriso irrefrenabile! Non riesco a crederci!!
Nei giorni scorsi avevo letto di una nuova legge approvata a fine luglio, quindi un mese fa esatto, che rendeva non più necessario i documenti per i veicoli, però non avevo ben capito se rientravo anch’io, anzi, sembrava proprio di no. E invece sì!!

Sono felicissimo, in pochi minuti sono in Brasile e inizio a viaggiare sui saliscendi delle colline, pensando a tutte le preoccupazioni, le delusioni, le arrabbiature, le spese inutili, il tempo perso, le persone disturbate: tutto sparisce d’un colpo! Meraviglioso!!

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La strada torna quasi a livello del mare e il caldo aumenta di conseguenza, la vegetazione è rada, ma non come nella Gran Sabana venezuelana.

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Gli spazi sconfinati, la strada che dondola tra gli alti e i bassi delle colline vengono esaltate oltre che dalla gioia di essere riuscito a entrare, anche da uno dei più begli album degli U2, War, del 1983, esattamente 30 anni fa. Ascoltare New Year’s Day o Like a Song guidando su queste strade riempie il cuore di felicità, ti senti come espandere, desiderando di perdere i tuoi confini fisici per unirti alla meraviglia che ti circonda.
Se fossi chiuso in un’auto o ancora peggio in un pullman, senz’altro questa sensazione non avrebbe la stessa intensità.

A lato della strada vedo ampie zone allagate, deve aver piovuto moltissimo. I fiumi che supero sono gonfi d’acqua marrone scuro.

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Ci sono molti allevamenti, immensi. Ampie aree verdi con centinaia di bovini a ruminare. Poi in lontananza, di tanto in tanto, delle piccole aree fitte di bosco. Che doveva essere lo stato originale di tutto questo territorio, ora disboscato per far spazio agli allevamenti di bestiame e all’agricoltura.
Come hanno fatto anche gli europei, molto tempo fa.

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Il problema è che il pianeta è in uno stato di salute già compromesso e qualsiasi ulteriore peggioramento ha effetti deleteri e quindi ci sentiamo in diritto di criticarli per ogni scelta che impatta negativamente l’ambiente.
E’ di pochi giorni fa la notizia che l’Ecuador ha rinunciato ad un piano di sovvenzioni per evitare di sfruttare i giacimenti petroliferi presenti sotto la sua foresta pluviale. Ora quindi le compagnie petrolifere potranno trivellare liberamente, con effetti devastanti sul territorio e sulle già precarie comunità indigene ancora presenti.

Le aree disboscate stringono il cuore, centinaia di mozziconi di tronco che emergono dal terreno, coperto di erba verde o giallastra intramezzate dal rosso della terra.

Supero il Rio Branco, immenso! Sicuramente è anche per effetto delle recenti piogge torrenziali di cui continuo a vedere gli allagamenti nei campi intorno e nei sentieri, ora trasformati in colossali pozzanghere, che portano alle varie casette costruite a lato della strada.

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Ogni tanto trovo Hans che mi aspetta ad un bar o in una stazione di servizio. Lui si riposa, mangia, fuma e quando io arrivo, scambiamo due chiacchiere e subito riparto per non perdere troppo tempo.

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In una di queste soste, ci fermiamo in un bar per bere qualcosa di fresco. Ci sono due tavoli da biliardo all’aperto, appena sotto la tettoia che protegge il bar. La musica ad alto volume, caraibica, esce da una cassa mezza rotta poggiata sul pavimento. Ridono e si sfidano, camminando attorno ai tavoli, ognuno per studiare e poi tirare il colpo che dimostrerà la sua bravura. Qualche passo di danza accompagna i colpi messi a segno, le urla di scherno dell’avversario, invece, quelli andati male.
Mi chiedo se invidiarli oppure no. Da un lato quella che sembra una vita senza pensieri, dal ritmo lento, incentrata sulle relazioni umane, in mezzo alla natura, mi sembra ideale, un qualcosa a cui aspirare. Poi penso che probabilmente con l’attitudine al desiderio perenne, al cambiamento mi farebbero smaniare dopo poco tempo.

La giornata e i km passano velocemente. Le nuvole nello specchio del cielo di tanto in tanto si rompono in colonne d’acqua. Finisco dentro una di queste, non c’è modo di sfuggire. Il grumo di nuvole è reso ancora più affascinante, oltre che dall’aspetto drammatico dello scuro e della pioggia che scende, da un piccolo arcobaleno creato dal sole che sta per tramontare all’orizzonte.
Mi accuccio sul serbatoio della moto, accelero al massimo ed entro nel muro d’acqua. Sento la giacca e i pantaloni che si raffreddano, alcuni rivoli d’acqua che entrano nelle mani e sulle gambe, ma in pochi minuti esco dal cono di pioggia e torno nel caldo. Dopo qualche km sono di nuovo asciutto.

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Raggiungo Hans a Novo Paraiso. Ci dicono che a una trentina di km c’è una cittadina con alberghi e altri servizi.

Mi aspettavo di entrare di più nella foresta, immaginavo una striscia di asfalto stretta dal fitto della foresta, ma per ora sono solo allevamenti e, di tanto in tanto, riquadri di foresta.
Forse domani sarà diverso, visto che dovrei arrivare nel cuore della foresta amazzonica, Manaus! Mi fa ricordare le avventure del mitico Mister No, ma anche il libro che ho letto di recente, Il Teorema del Pappagallo, parzialmente ambientato proprio in quella città.

Questo nome, Manaus, mi fa sognare lontane avventure e fino a poco tempo fa, mai avrei pensato che sarei arrivato qui, guidando una moto per giunta! Ma questo viaggio è un continuo “mai avrei pensato …”

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Anche tu puoi sostenere la Pollita in questa avventura! Viaggia con noi sulle ali della Pollita, con una cartolina, una foto, una t-shirt e altro ancora!

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Sul progetto NASA

Vorrei spiegare meglio le motivazioni e il significato e il senso del progetto N.A.S.A. (Nelik Around South America 😉 di IndieGoGo, che già da un po’ di giorni è comparso sul blog.
Avrei voluto scrivere prima queste righe, ma non sono riuscito a trovare il tempo per concentrarmi e scrivere.

L’idea è di un mio caro amico, entusiasta della prima ora del blog, dei suoi contenuti sia “tangibili” di scritti e fotografie che “immaginifici”, di sensazioni ed emozioni trasmesse.

Per me non è stato immediato accettarlo: ho sempre reso disponibili i diari dei miei viaggi pubblicando le fotografie, le notizie utili e tante altre informazioni. Il sito www.nelik.it contiene migliaia di foto e racconti di viaggio, perché credo nella condivisione di informazioni ed emozioni ed ho sempre voluto incoraggiare più gente possibile a viaggiare.

Questa volta è un po’ differente, perché sto scrivendo in presa diretta ed il viaggio è molto più lungo e impegnativo, sia fisicamente che economicamente.

E’ un viaggio dell’anima, come mi disse una tassista in Cile, sicuramente per me che lo sto vivendo, ma mi piacerebbe che le storie che racconto e le fotografie che pubblico lo rendessero tale anche per chi legge.

Ed ho accettato proprio perché la mia non è una richiesta, ma l’offerta di uno scambio.

Per me ciascun contributo diventa il segno tangibile (un pieno di benzina, una cena, ecc) del sostegno e dell’apprezzamento di ogni persona che decide di partecipare e questa persona avrà in cambio a sua volta un segno tangibile (una cartolina, la stampa di una fotografia, ecc) di una risata, di una riflessione o di un’emozione vissuta grazie a questo blog.

A prescindere dal progetto IndieGoGo, naturalmente nulla cambierà nella fruizione del blog: resterà ora e sempre accessibile nella sua totalità.

Due ultime informazioni: non occorre un account Paypal per lasciare il contributo; riguardo quest’ultimo, il 10% va alla piattaforma IndieGogo (che gestisce il “crowdfunding”, ossia la raccolta di contributi di più persone per un progetto) , il resto sarà il vero e proprio contributo 🙂

Clicca qui per supportare l’avventura: http://www.indiegogo.com/projects/nelinkas-around-south-america-dream

Buon divertimento e continuiamo a volare sulle ali della Pollita, piccole ma robuste e sognatrici!

Attraverso la Gran Sabana

Il sole brilla nel cielo trasparente, ma è una illusione che dura poco. Alle 7 è di nuovo tutto coperto e parto sotto qualche leggera goccia che per fortuna si interrompe dopo poco.

Oggi riesco a fare colazione come si deve: una pasta con crema, succo di frutta e, merce scomparsa dalla mia partenza, uno yogurt!

Faccio benzina nel paesino successivo, Tumeremo. Nonostante le 4 pompe in funzione, la fila esce dal distributore e si allunga sulla strada per molti metri. Quando arriva il mio turno, capisco il motivo: è aperto dalle 9 alle 11:30 e dalle 14 alle 15:30. Cogli l’attimo!
Faccio il pieno, chiedo quant’è, il benzinaio, di fretta, risponde:
“Mmmh … lascia perdere, ciao!”
Avevo già visto, infatti, che alle moto prima di me non chiedeva nulla.

Siamo quindi arrivati, almeno nel mio caso in cui ne ho messa poca, una decina di litri, alla benzina gratuita. Mi sembra insostenibile, perchè comunque non è gratis!
I costi di estrazione, lavorazione, stoccaggio, trasporto, vendita e tutte le operazioni di manutenzione degli impianti e così via, hanno un costo che viene dedotto dalle imposte. Invece di far pagare la gente – anche poco – in modo da utilizzare in maniera differente i soldi delle tasse, si preferisce utilizzarli così. Non capisco poi il motivo dell’orario ridotto dei benzinai.

Prosegue il bosco di ieri e le colline si trasformano in montagne! Salgo fino a oltre 1400 metri, l’aria si rinfresca anche per la pioggia caduta. Mai mi sarei aspettato di salire così in alto nella Gran Sabana!

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I fiumi sono in piena e vedo acqua ovunque. Anche Ricardo, che ho sentito ieri sera, mi ha detto che a San Carlos ha piovuto molto.

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E poi, all’improvviso, inizia la vera savana! Le colline si spogliano e si addolciscono, inseguendosi fino all’orizzonte e oltre. Negli avvallamenti, piccoli laghi, poi il verde chiaro dell’erba, qualche arbusto e, di tanto in tanto, senza motivo apparente, dei piccoli boschi, fittissimi. Piatte montagne all’orizzonte, nascoste dalle nuvole e dalla foschia.
L’orizzonte si amplia a dismisura e, come in tutti i luoghi privi di ostacoli, il vento inizia a soffiare potente da est. Il silenzio è assoluto, a parte il sibilare del vento. Grandi rapaci solcano il cielo cercando la prossima vittima.

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Procedo in tutta tranquillità, i km non sono tantissimi e sono partito sufficientemente presto. Mi fermo per un succo di guayaba in un locale lungo la strada. Nell’attesa, mi metto a chiacchierare con un gruppo di venezuelani di Merida, in vacanza nella Gran Sabana.
Finiamo per parlare del mio viaggio e siccome anche dai tavoli vicini ascoltano, in breve mi sento addosso gli occhi di tutta la trattoria.

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Arrivo a Santa Elena de Uairen prima delle 17. In un internet cafè stampo il nuovo “padron”, il certificato di proprietà col mio nome.

Domani quindi il piano sarà: prima provo coi documenti che ho sempre usato. Se va male, faccio finta di essermi dimenticato della novità e cioè che sono il nuovo proprietario. Il problema è che un foglio stampato dal computer non ha alcun valore legale.

Domani spero di riuscire a sfondare le linee brasiliane! Vado armato di documenti (tanti), pazienza (abbastanza) e soldi (pochi).

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Lungo l’Orinoco

Mi sveglio presto, ma vengo bloccato da un violento acquazzone. Non c’è verso che parta presto!

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Dopo una ventina di minuti l’intensità finalmente diminuisce, indosso la cerata e parto. Il tempo di arrivare nel centro di Valle de la Pascua e già non piove più. In compenso, c’è fango e acqua ovunque, schizzata in alto da camion e auto che affondano nelle pozzanghere.

La strada verso El Tigre prosegue come ieri: stretta e costellata di buche anche incredibilmente grandi, che praticamente interrompono la strada. Rispetto a ieri, però, c’è molto più traffico. Se non ci fossi in mezzo, sarebbe anche divertente e curioso da vedere le auto e i camion che procedono come un serpente che si muove sinuosamente: tutti in fila indiana a seguire le mosse di chi lo precede, destra, sinistra, destra, sinistra, in uno slalom infinito tra le buche.

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Arrivo a Ciudad Bolivar, sono curiosissimo di vedere il fiume Orinoco, un fiume mitico che mi ricorda una splendida canzone di Enya di molti anni fa. Il ponte che lo supera è ancora più spettacolare di quello di Maracaibo. Una lunga campata con una serie di arcate bianche e sotto l’immenso fiume che scorre verso l’oceano.

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Stanno riparando la carreggiata di destra e ci deviano su quella centrale, che è di metallo traforato. Si vede l’acqua qualche decina di metri più sotto. Un bel brivido!

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Arriva Ciudad Guayana e mi avvio verso la Gran Sabana.

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Sono stupito che quella che nel mio immaginario doveva essere come una piatta distesa semi arida, di arbusti o tutt’al più piccoli alberi stentati grigio verde, in realtà è una serie di colline verdissime e fertili. E dove c’è verde, c’è acqua e infatti tutto intorno a me è bagnato o allagato e all’orizzonte vedo nuvole che di tanto in tanto si rompono rovesciando sulla terra colonne d’acqua.

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La strada entra nel bosco e offre degli scorci meravigliosi sulla vallata, con laghetti e macchie di bosco più fitto.

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Faccio i conti con i km e non so se i cartelli sono sbagliati, ma se mi fermassi a Upata, domani dovrei fare oltre 600 km per arrivare a Santa Elena de Uairen. Quasi impossibile, con la velocità della Pollita. Visto che non è tardissimo, decido di tirare di più adesso, così domani sono sicuro di arrivare.
Proseguo quindi fino a El Callao, una cittadina abbastanza carina e tranquilla.

Notizia epocale: sono diventato ufficialmente il proprietario della Pollita!!! 🙂
Il passaggio di proprietà è stato accettato, questo però non so quanto aiuta, perchè dopodomani dovrei tentare l’ingresso in Brasile, quindi non posso avere il documento in originale e non credo che una stampa da computer abbia grande valore legale … però di sicuro adesso diventerà ancora più difficile per loro schiodarmi dalla dogana senza farmi entrare!

Domani, tirata fino a Santa Elena di Uairen, a un tiro di schioppo dal Brasile!

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Le cartoline di Nelinkas (1)

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Grazie mille a Nuria (splendido nome, che mi ricorda Nur, la luce, in arabo e le indimenticabili norie siriane), Simone (splendida persona che ho avuto l’onore finalmente di conoscere dopo tanti anni 🙂 Caterina e Clara (e vabbè qui la commozione si spreca, sniff sniff! 😉

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