Attraverso la foresta amazzonica

Odio non capire e non riuscire a farmi capire, non sono abituato. Con il portoghese purtroppo è il nulla più totale. Ci sono diverse parole in comune con lo spagnolo, è vero, ma la pronuncia è talmente differente da lasciarmi del tutto spiazzato, quanto meno dopo solo due giorni di immersione. A leggere qualcosa capisco, ma a parlare, nulla.

Per cui la ricerca di una banca dove prelevare dei reais, è più complicata del previsto. Tutte le indicazioni le capisco male o non le capisco affatto e mi perdo più volte. Alla fine trovo il Banco do Brasil. Tre bancomat, attendo il mio turno in uno. Non funziona, carta non leggibile. Il secondo, lo stesso. Il terzo, ormai me lo aspetto, idem.

Inizio a pensare ai contanti che ho con una vena di preoccupazione, poi provo a chiedere per un’altra banca. Soliti giri a vuoto, poi finalmente la trovo e, fortunatamente, questa va bene! Devo sempre ricordarmi che alcuni circuiti bancari non accettano la Visa!

La strada per Manaus passa di fronte all’albergo. Per fortuna Hans sta partendo adesso e riesco a dirgli che la mezz’ora di vantaggio che mi aveva dato, l’ho spesa tutta per prelevare i soldi. Da ieri sta pagando lui, quindi è contento della notizia.

Il paesaggio non cambia molto rispetto a ieri, solo la carreggiata a volte si restringe e appaiono un po’ di buche (nulla in confronto alle strade venezuelane), a volte torna larga e liscia come un biliardo.

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Le fazende si susseguono le une alle altre, come puntini in un mare di verde di foresta disboscata, verde punteggiato dal bianco delle mucche al pascolo e dal marrone dei cavalli anche loro al pascolo.

Dopo molti km inizia l’area indigena. E’ un’area protetta e ci sono molti cartelli che invitano a non fermarsi, a non fare foto né filmare.
Come immaginavo e speravo, posso finalmente vedere com’era in origine la foresta che sto attraversando: fitta e impenetrabile di alberi di diverse altezze e piante.

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Osservo con attenzione e davvero non si vede l’ombra di un passaggio, mi chiedo come debba essere vivere in un ambiente del genere, se paradossalmente non prenda un senso di claustrofobia. Ma sicuramente un simile intrico funge anche da protezione.

Incrocio tre indio che camminano a lato della strada. I tratti sono inconfondibilmente indio, mentre l’abbigliamento è occidentale: maglietta a colori sgargianti e pantaloncini.
Mi tornano in mente gli indio che ho visto nel parco Tayrona, sulla costa caraibica della Colombia. Ho visto prima un bambino e una bambina che camminavano e, dopo molti km, un’altra bambina seduta su una staccionata a sorvegliare un asino che brucava.
Tutti e tre avevano la tipica tunica bianca senza null’altro addosso, nemmeno le scarpe. Scapigliati e con la tunica bianca o almeno inizialmente bianca, perché non la cambiano mai, finchè non è lacera e inutilizzabile e allora ne indossano una nuova.

Continuano le aree allagate, punteggiate lugubremente di tronchi solitari, le sole spoglie di alberi morti per la troppa acqua che fa marcire le radici e soffocare le piante.

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Purtroppo l’area protetta finisce e immediatamente attaccati ai suoi confini, ci sono due ristoranti. Ci fermiamo in uno. E’ l’ora di pranzo, dividiamo un ananas dolcissimo.

La strada è facile, mi verrebbe da dire sin troppo, ma è sufficiente l’idea di stare attraversando un universo sterminato di alberi per dare il senso della corsa. Confrontando l’area indigena con il resto della strada, per centinaia e centinaia di km, è evidente come gli ambientalisti abbiano ragione, quando dicono che una strada ha un impatto molto maggiore della semplice carreggiata che viene costruita. L’impatto distruttivo è molto, incredibilmente più ampio.

Manaus è sovrastata da una massa di nubi che sta scaricando un turbine d’acqua. Faccio appena in tempo a ripararmi sotto una tettoia, mentre la moto si inzuppa completamente. Per un attimo tento di portarla al riparo, ma vista la quantità incredibile di acqua che precipita, più che cadere, mi accontento di staccare la borsa da serbatoio.

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Arriviamo all’ostello, stavolta ci va male e troviamo posto solo in una camerata. Siamo gli unici due, però è molto spartana e con il bagno in comune. Il boss dell’albergo parla correntemente l’inglese, decentemente l’italiano e perfettamente il tedesco essendo stato sposato con una donna svizzera del cantone tedesco. Mi dà una pessima notizia:

“Le barche per Belem partono due volte a settimana e oggi ne è partita una. La prossima sarà mercoledì prossimo!”

Faccio i conti, questo significa che vedrò Caterina tra 10 giorni. Mi sale un nervoso incredibile, ma non posso prendermela con nessuno, è solo la rabbia per qualcosa che si è mancato di poco. Ho percorso 3500 km in sei giorni ininterrotti da Santa Marta in Colombia fin qui. Sei lunghissimi giorni vanificati da un’attesa imprevista di quattro giorni!

Non mi arrendo e voglio andare al porto, mentre Hans mi aspetta in ostello.
Attraverso una specie di mercato di fronte alla banchina dell’immenso fiume. Nel nervoso e nella fretta di andare al porto, mi ritrovo in mezzo a delle bancarelle ambulanti, a terra la sporcizia tipica dopo una giornata di mercato, alcuni tavoli da biliardo sotto una tettoia, affollati di persone – tutti uomini ovviamente – che giocano. Non è il posto ideale da attraversare da solo, col buio, ma in fondo con me ho solo il telefono, il danno sarebbe relativo.
Lungo la strada, passo davanti all’ennesima bancarella con la musica ad altissimo volume. Rido perchè stanno sparando nella notte “Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar!”

All’interno del porto sembra esserci una specie di festa: molti tavoli pieni di persone che mangiano e musica ad altissimo volume, con un gruppo che suona.

Naturalmente non trovo nessuno a cui chiedere informazioni, solo tre che lavorano al molo che mi confermano i due giorni: mercoledì e venerdì.

Domani mattina voglio comunque tornare al molo, magari riesco a trovare un’altra barca, speriamo!

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Attraverso la Gran Sabana

Il sole brilla nel cielo trasparente, ma è una illusione che dura poco. Alle 7 è di nuovo tutto coperto e parto sotto qualche leggera goccia che per fortuna si interrompe dopo poco.

Oggi riesco a fare colazione come si deve: una pasta con crema, succo di frutta e, merce scomparsa dalla mia partenza, uno yogurt!

Faccio benzina nel paesino successivo, Tumeremo. Nonostante le 4 pompe in funzione, la fila esce dal distributore e si allunga sulla strada per molti metri. Quando arriva il mio turno, capisco il motivo: è aperto dalle 9 alle 11:30 e dalle 14 alle 15:30. Cogli l’attimo!
Faccio il pieno, chiedo quant’è, il benzinaio, di fretta, risponde:
“Mmmh … lascia perdere, ciao!”
Avevo già visto, infatti, che alle moto prima di me non chiedeva nulla.

Siamo quindi arrivati, almeno nel mio caso in cui ne ho messa poca, una decina di litri, alla benzina gratuita. Mi sembra insostenibile, perchè comunque non è gratis!
I costi di estrazione, lavorazione, stoccaggio, trasporto, vendita e tutte le operazioni di manutenzione degli impianti e così via, hanno un costo che viene dedotto dalle imposte. Invece di far pagare la gente – anche poco – in modo da utilizzare in maniera differente i soldi delle tasse, si preferisce utilizzarli così. Non capisco poi il motivo dell’orario ridotto dei benzinai.

Prosegue il bosco di ieri e le colline si trasformano in montagne! Salgo fino a oltre 1400 metri, l’aria si rinfresca anche per la pioggia caduta. Mai mi sarei aspettato di salire così in alto nella Gran Sabana!

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I fiumi sono in piena e vedo acqua ovunque. Anche Ricardo, che ho sentito ieri sera, mi ha detto che a San Carlos ha piovuto molto.

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E poi, all’improvviso, inizia la vera savana! Le colline si spogliano e si addolciscono, inseguendosi fino all’orizzonte e oltre. Negli avvallamenti, piccoli laghi, poi il verde chiaro dell’erba, qualche arbusto e, di tanto in tanto, senza motivo apparente, dei piccoli boschi, fittissimi. Piatte montagne all’orizzonte, nascoste dalle nuvole e dalla foschia.
L’orizzonte si amplia a dismisura e, come in tutti i luoghi privi di ostacoli, il vento inizia a soffiare potente da est. Il silenzio è assoluto, a parte il sibilare del vento. Grandi rapaci solcano il cielo cercando la prossima vittima.

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Procedo in tutta tranquillità, i km non sono tantissimi e sono partito sufficientemente presto. Mi fermo per un succo di guayaba in un locale lungo la strada. Nell’attesa, mi metto a chiacchierare con un gruppo di venezuelani di Merida, in vacanza nella Gran Sabana.
Finiamo per parlare del mio viaggio e siccome anche dai tavoli vicini ascoltano, in breve mi sento addosso gli occhi di tutta la trattoria.

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Arrivo a Santa Elena de Uairen prima delle 17. In un internet cafè stampo il nuovo “padron”, il certificato di proprietà col mio nome.

Domani quindi il piano sarà: prima provo coi documenti che ho sempre usato. Se va male, faccio finta di essermi dimenticato della novità e cioè che sono il nuovo proprietario. Il problema è che un foglio stampato dal computer non ha alcun valore legale.

Domani spero di riuscire a sfondare le linee brasiliane! Vado armato di documenti (tanti), pazienza (abbastanza) e soldi (pochi).

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Lungo l’Orinoco

Mi sveglio presto, ma vengo bloccato da un violento acquazzone. Non c’è verso che parta presto!

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Dopo una ventina di minuti l’intensità finalmente diminuisce, indosso la cerata e parto. Il tempo di arrivare nel centro di Valle de la Pascua e già non piove più. In compenso, c’è fango e acqua ovunque, schizzata in alto da camion e auto che affondano nelle pozzanghere.

La strada verso El Tigre prosegue come ieri: stretta e costellata di buche anche incredibilmente grandi, che praticamente interrompono la strada. Rispetto a ieri, però, c’è molto più traffico. Se non ci fossi in mezzo, sarebbe anche divertente e curioso da vedere le auto e i camion che procedono come un serpente che si muove sinuosamente: tutti in fila indiana a seguire le mosse di chi lo precede, destra, sinistra, destra, sinistra, in uno slalom infinito tra le buche.

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Arrivo a Ciudad Bolivar, sono curiosissimo di vedere il fiume Orinoco, un fiume mitico che mi ricorda una splendida canzone di Enya di molti anni fa. Il ponte che lo supera è ancora più spettacolare di quello di Maracaibo. Una lunga campata con una serie di arcate bianche e sotto l’immenso fiume che scorre verso l’oceano.

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Stanno riparando la carreggiata di destra e ci deviano su quella centrale, che è di metallo traforato. Si vede l’acqua qualche decina di metri più sotto. Un bel brivido!

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Arriva Ciudad Guayana e mi avvio verso la Gran Sabana.

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Sono stupito che quella che nel mio immaginario doveva essere come una piatta distesa semi arida, di arbusti o tutt’al più piccoli alberi stentati grigio verde, in realtà è una serie di colline verdissime e fertili. E dove c’è verde, c’è acqua e infatti tutto intorno a me è bagnato o allagato e all’orizzonte vedo nuvole che di tanto in tanto si rompono rovesciando sulla terra colonne d’acqua.

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La strada entra nel bosco e offre degli scorci meravigliosi sulla vallata, con laghetti e macchie di bosco più fitto.

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Faccio i conti con i km e non so se i cartelli sono sbagliati, ma se mi fermassi a Upata, domani dovrei fare oltre 600 km per arrivare a Santa Elena de Uairen. Quasi impossibile, con la velocità della Pollita. Visto che non è tardissimo, decido di tirare di più adesso, così domani sono sicuro di arrivare.
Proseguo quindi fino a El Callao, una cittadina abbastanza carina e tranquilla.

Notizia epocale: sono diventato ufficialmente il proprietario della Pollita!!! 🙂
Il passaggio di proprietà è stato accettato, questo però non so quanto aiuta, perchè dopodomani dovrei tentare l’ingresso in Brasile, quindi non posso avere il documento in originale e non credo che una stampa da computer abbia grande valore legale … però di sicuro adesso diventerà ancora più difficile per loro schiodarmi dalla dogana senza farmi entrare!

Domani, tirata fino a Santa Elena di Uairen, a un tiro di schioppo dal Brasile!

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Dopo l’Isola di Pasqua …

Alle 8 in punto sento bussare alla porta della camera. E’ Ricardo che è passato a prendermi.

Sono ancora intontito dal sonno, stavo dormendo profondamente quando la sveglia mi ha riportato nel mondo dei vivi. Uso questa espressione perchè già chi dorme, lo si può pensare in un regno “di mezzo”, non esattamente quello dei vivi e poi perchè stavo sognando la mia amata nonna di Milano morta molti anni fa. Chissà come mai … speriamo mi protegga.

Salgo sul furgone, andiamo prima dai suoi genitori, dove tutto è iniziato ieri sera, per prendere il computer. Poi andiamo nel suo ufficio, il “regno di Herbalife”.

“Ti preparo una bella colazione, poi mi dirai che ne pensi! Sai che anche Messi prende Herbalife da molto tempo?”

So che è un calciatore, ma non ho la più pallida idea di dove giochi o abbia giocato.

Proseguiamo a parlare dell’Italia, del Venezuela, dei viaggi. Glielo chiedo se stiamo aspettando qualcuno:

“Aspettiamo un attimo, ieri ho visto che (il meccanico) stava bevendo, è inutile andare troppo presto, adesso starà dormendo!”

Sono le 9 e ieri il tipo mi aveva detto che alle 8:30 andava benissimo. Mi rilasso e mi godo l’immersione nello spagnolo venezuelano, molto più veloce e con lettere e parole tagliate rispetto alle versioni ascoltate nelle settimane passate, negli altri paesi.

Arriva una signora, molto simpatica e brillante, Ylva Rinaldi.

“Origini italiane?”, le chiedo.

“Sì, i miei genitori erano de L’Aquila”

“Splendida città, peccato che è stata distrutta dal terremoto!”

“Sì, lo so, terribile …”

E’ molto simpatica e iniziamo a parlare anche con lei di tutto, del mio viaggio, dei piani per il futuro.

“Anch’io sono stata in Italia con il gruppo neo catecumenale, in pellegrinaggio!”

“E ti è piaciuta?”

“Mh, insomma, io preferisco la modernità, la tecnologia, in Italia c’è troppa storia! Invece Dubai … ah, che meraviglia!”

Sicuramente l’Italia non è il posto giusto per lei!

Ricardo inizia a preparare due frullati, è la colazione mia e di Ylva. Cioccolato e non so che altro, buono! Prima però, ci dà un bicchierone di acqua con estratto di aloe vera e poi un tè che contiene anche vitamine e altri principi nutritivi.

Dopo qualche minuto arriva un ragazzo, è l’ultimo che stiamo aspettando, perchè in breve ci salutiamo ed andiamo via.

(Ylva, Ricardo ed io 🙂

Finalmente andiamo dal meccanico, che ovviamente non c’è.

“E’ andato un attimo in centro a comprare dei ricambi per un motorino, torna subito!”

Un “subito” che dura mezz’ora, quando si presenta sulla motoretta cinese che avevo visto anche ieri sera.

“Che olio vuoi?”, mi chiede.

Parliamo dei diversi oli, e mi dice che il migliore, un Motul, costa 500 bolivares.

“Alla faccia, come in Italia!”, esclamo incredulo.

“Sì! Pensa che costava 150, poi è andato a 250 e ancora su, fino a 500! Nel giro di 6 mesi!”

Faccio un po’ di proporzioni, Miguel il vigile ne guadagna 3300 … Al cambio in nero sarebbero poco più di 10 euro, ma a quello ufficiale equivale a 60 euro!! Un litro d’olio!!

“Sì, perchè è importato …”

Il Venezuela si sta rapidamente “cubanizzando”, nel senso di scarsità di pezzi di ricambio, prezzi alti, infrastrutture che cadono a pezzi, ecc e poi per la solita società a due o tre velocità, altro che socialismo egualitario! Ricardo ad esempio mi dice che l’aeroporto di San Carlos da molti anni non funziona più per la gente, ma solo per le persone del governo, ministri, ecc.
Il passo che ancora manca e che spero non venga compiuto, è la limitazione delle libertà personali, come quella d’espressione o di movimento, seguendo l’esempio di Cuba.
Vista la debolezza di Maduro, c’è da preoccuparsi, perchè sono proprio gli uomini deboli, paradossalmente, ad usare la forza, visto che non sanno adoperare altri mezzi (questo vale per gli uomini deboli in generale).

Scelgo un olio di qualità inferiore e mentre il meccanico lavora, Ricardo va in centro per alcune commissioni.

Il tagliando finisce molto rapidamente, Ricardo torna e, come per la cena di ieri sera, paga lui.

(Notare la doppia pedivella per doppio passeggero 🙂 qui le moto si usano anche per 4 persone)

Torniamo in albergo e, di nuovo, ci diamo appuntamento dopo mezz’ora. Facciamo i conti, mi propone di farlo lui il cambio. Alla fine cambio un po’ di dollari e di euro.

Parto all’1 e lo ringrazio molto, mi ha davvero aiutato, spero di rivederlo in Italia l’anno prossimo!

Parto per Dos Caminos. Capisco perchè Ricardo non era contento che facessi questa strada. E’ traforata di buche anche enormi, profondissime.

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Il Venezuela è senz’altro il paese più pericoloso in cui ho viaggiato in Sud America, perchè unisce lo stile di guida privo di qualsiasi regola (già visto in Perù, ad esempio) alle strade spesso in pessime condizioni (anche peggio di quelle del sud della Colombia, a conti fatti).

Quanto meno questa ha uno splendido paesaggio, qualche lago di tanto in tanto e poi della florida vegetazione di montagna.

Proseguo verso Valle de la Pascua, dove arrivo proprio nel momento in cui tramonta il sole, perfetto!

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Mi butto verso la prima insegna motel, salvo poi scoprire troppo in ritardo che il posto è come quello in cui ero stato in Perù prima dell’Ecuador, una serie di bungalow indipendenti dedicato alle coppiette clandestine. Però tutto sommato mi fa comodo perchè posso lasciare la moto  praticamente carica, così domattina parto a razzo!

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A cena conosco il padrone del ristorante pizzeria dove mangio: è stato in Italia, in particolare a Roma, per fare un corso di pizza, vedere come si costruisce il forno a legna e come si usa. Mi mostra orgoglioso il suo forno a legna: è perfetto!

Vado a letto prestissimo, anche oggi.

Domani, ancora missione “verso il Brasile più rapidamente possibile!”, mi addormento sotto un temporale molto forte, con raffiche di vento che smuovono e scuotono gli alberi intorno, lampi che squarciano il cielo e tuoni che rombano sopra la mia testa. Speriamo che si sfoghi stanotte e che domani sia bello!

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La lunga marcia

Che non è quella di Mao durante la rivoluzione cinese, ma la mia attraverso il Venezuela per arrivare il prima possibile in Brasile.

La notte è funestata da una scolaresca in gita che fa un casino del diavolo non so fino a che ora. Non gli dico nulla perchè alla loro età ero anche peggio e ora che sono passato dall’altro “lato della barricata”, anagraficamente parlando, mi rendo conto di quanto fossi fastidioso per il prossimo. Ma a quell’età non ci si pensa.

Il risveglio poi è ancora peggiore: tirando la tenda per far entrare la luce nella stanza, si sgancia il bastone di metallo che la sostiene, finendomi sulla fronte. Nulla di meglio per svegliarsi che una robusta randellata!

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(sì, è sangue quello in fronte, ne uscirà altro e si formeranno due bei “ficozzi” dolorosi. Non so se sono più intontito dal sonno o dalla botta in testa!)

Decido di partire subito, senza aspettare la colazione dell’albergo che inizia alle 8.
Mi fermo nel primo benzinaio che incrocio, con l’addetto alla pompa che è di una simpatia incredibile: scortese, arrogante e maleducato. Per circa 15 litri di benzina, pago un bolivar e mezzo, qualcosa come 2 centesimi di euro. Quella monetina inutile che tutti abbiamo in tasca e che se cade nemmeno raccogliamo, qui vale 15 litri di benzina.

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Sulle strade ci sono diversi tombini scoperchiati e i buchi neri si affacciano, ampi e minacciosamente neri, vere e proprie trappole. Non oso pensare cosa succederebbe se ci finissi dentro con la moto.
E quando non sono tombini scoperchiati, sono delle buche apocalittiche, enormi e improvvise!

Prendo l’autostrada ed in breve mi ritrovo sul lungo ponte che scavalca lo stretto che unisce il lago di Maracaibo e il Golfo del Venezuela. E’ molto lungo ed è spettacolare per la vista ampissima che offre sui due lati, sui diversi blu del mare e del lago e per l’imponente opera di ingegneria.

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In Venezuela l’autostrada non si paga. Ci sono ancora i caselli e anche alcuni casellanti che passano la giornata seduti su una sedia di plastica a guardare l’infinito, però non si paga. Diversi caselli sono parzialmente smontati, ma non li hanno tolti del tutto perchè la polizia li usa come punti di controllo.

Poco dopo il ponte mi fermo per un’agua di coco: questa è la mia colazione. Parlo con la signora, che dopo i convenevoli iniziali, mi chiede diretta:

“Bè, hai visitato tanti paesi qui in Sud America: che ne pensi del Venezuela?”

Non so quanto sbilanciarmi, non vorrei offenderla quindi resto sul vago:

“Bè è un paese particolare …”

“Sì, la situazione è molto complicata … molto!”

“Non c’è molta sicurezza …”

“Per niente! E l’economia va malissimo!”

“Ma Maduro, che fa?”

“Uhf! Maduro è il peggio che potesse capitarci dopo la morte di Chavez!”

“Pensavo che la Colombia fosse pericolosa, ma qui è molto peggio!”

“Una volta la Colombia era molto pericolosa e i colombiani si trasferivano qui. Adesso è il contrario, una pena terribile!”

Parliamo ancora un po’, poi finiamo di nuovo sul mio viaggio:

“Non arrivare fino a El Tigre, è molto lontano, troppo! Non viaggiare di notte … adesso fermati a Barquisimeto, poi domani parti per El Tigre”

Ok, non viaggio di notte, ma Barquisimeto è troppo vicina! Punto a Acarigua o a San Carlos.

Il caldo aumenta di nuovo a dismisura, la vegetazione cambia rapidamente, per lunghi tratti è di nuovo bassa, ricorda la savana, poi torna boscosa. Lungo la strada, decine di commerci di ogni tipo, mentre continuano a sorpassarmi questi macchinoni stravecchi e scassatissimi. Ora che ci penso, a Cuba sono tenuti molto meglio, meno arrugginiti e in decomposizione rispetto a quelli che vedo qui.

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Penso a come tutti, prima o poi, siano finiti a parlarmi del prezzo della benzina:

“E’ praticamente gratis!”, mi dicono con un sorriso di felicità.

Mica tanto gratis, il prezzo che pagano è quello di avere infrastrutture e servizi che cadono a pezzi, un sistema produttivo paralizzato, una disoccupazione molto elevata, la povertà diffusa, la violenza fuori controllo. Non che tutto ciò derivi dal non far pagare la benzina, ma è il tipo di economia adottata, quindi inclusa la benzina praticamente gratuita, ad aver prodotto questo sfacelo.

Le strade sono funestate di dossi di rallentamento, quasi tutti molto alti e verticali. Sono ovunque: in corrispondenza degli incroci, degli svincoli, delle curve pericolose e così via, indipendentemente dal tipo di strada, anche in pieno rettilineo di una strada a 6 corsie ce ne possono essere 3 di fila, perchè magari c’è l’ingresso di una caserma. Sono sempre in sequenza, almeno 3; in più occasioni ne ho contati 8 di fila, a distanza di 100 metri l’uno dall’altro. In un paio di occasioni erano 10. Una tortura!

La strada tra Barquisimeto e Acarigua è molto bella, di campagna dai colori brillanti e alcuni gruppi di palme che ondeggiano al vento.

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Sono le due passate da poco quando allo svincolo per San Carlos mi fermo per un’altra agua de coco. Il mio pranzo, praticamente.

Arrivo a San Carlos presto, intorno alle 16:30. Potrei tranquillamente guidare per un’altra ora, ma le città successive sono minuscole, ho paura di non trovare il meccanico per il tagliando dei 12mila km alla Pollita o che quello che c’è sia troppo impegnato per darmi retta.

Un albergo è chiuso, la città è deserta. Per fortuna ne trovo un altro, ovviamente ha posto.

“400 bolivar”, meno di 10 euro.

“C’è la colazione?”, provo a chiedere immaginando la risposta.

“Non c’è personale, siamo solo io e il guardiano del parcheggio in tutto l’albergo!”, esclama quasi disperato.

Pago la notte e mi accorgo di essere rimasto solo con 8 bolivar. Non ci pago nemmeno un’agua di coco, ma comunque non la vorrei come terza della giornata, passata praticamente digiuno.

Nè il portiere, nè il guardiano cambiano i dollari. Vado a fare un giro. Tutto è chiuso, sembra una città fantasma. Non solo tutte le saracinesche sono abbassate, ma in giro non c’è anima viva. Le strade sono deserte in tutta la loro lunghezza, nulla si muove.
Trovo solo tre panetterie aperte: anche loro non cambiano.

Mi rassegno a restare digiuno e vado a fare una passeggiata nel centro per fare qualche foto. Molte mura sono coperte di scritte inneggianti a Chavez e Maduro.
Da quando sono entrato nel Paese vedo la loro immagine ovunque: negli uffici pubblici, lungo le strade su dei cartelloni immensi oppure nei murales. Un discreto culto della personalità.
Mai come Turkmenbashi in Turkmenistan, però la strada è quella giusta, con un po’ di impegno possono arrivarci.

Le rime degli slogan sono imbarazzanti: Maduro seguro e simili.

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Mi aggiro per i vicoli deserti del centro, a caccia di manifesti e murales, quando vedo una famiglia fuori dalla porta di casa: moglie e marito e due donne che sembrerebbero le figlie. Chiedo all’uomo se sa chi potrebbe cambiare dollari. Non lo sanno.
Pensavo fosse un’attività più diffusa, invece pare che sia roba da gente poco pulita. Il fatto è che il tasso ufficiale in banca è 4 volte più basso, troppo!

Mi dicono quindi che non sanno chi può cambiare i soldi, poi mi chiedono:

“Ma che ci fai qui a quest’ora? Non sai che ti possono rapinare?? Torna subito il albergo e resta lì!”

Non riesco a rilassarmi, ogni due secondi c’è uno che mi terrorizza con rapine e aggressioni. E giù di nuovo a fare un elenco delle disgrazie accadute per la strada ad amici e parenti.

“In periferia no perchè è isolata, qui che è il centro no, perchè non c’è nessuno … terribile!”

“Il problema è che oggi non c’è nessuno per strada e tu sei anche da solo! Ti rapinano sicuramente, torna in albergo! Sennò ascolta, chiamo mio fratello, lui è stato anche in Italia, conosce tutti in città, può darti una mano!”

Lo chiama e iniziamo ad aspettarlo, sempre sul marciapiede.

Parliamo un po’ della situazione del Venezuela, “molto complicata”, riconosce. Anche lei non sopporta Maduro, è un ignorante incapace.

Dopo una decina di minuti arrivano i suoi due fratelli su una specie di furgone. Le sorelle gli spiegano che non ho soldi, devo mangiare perchè da stamattina sto con solo due aguas de coco, devo cambiare dei dollari e che domani mi serve un’officina per fare il tagliando alla moto.
Lasciano ai familiari molti polli appena uccisi e spennati (“abbiamo un allevamento in campagna!”), per fortuna la Pollita è in albergo e non può vedere la mattanza 😉

Salgo in auto con loro, mi portano in un fast food dove compro un bel panino con le patate fritte e da bere, una specie di Inca Kola. Un altro nome, ma il sapore è molto simile.
Però non mangio lì, mi portano nel negozio del fratello maggiore, Ricardo. Ha una rivendita di Herbalife in un piccolo prefabbricato che ha costruito lui stesso, mi confida orgoglioso:

“Uso Herbalife da sette anni, guarda qua!” e si gira facendomi vedere quanto sta bene ed è in forma, “ed ho appena compiuto 40 anni!”. Siamo praticamente coetanei, ma effettivamente sembra molto più giovane.

Sia lui che il fratello sono cattolici,del cammino neo catecumenale e sono stati in pellegrinaggio a Roma due volte, mi fanno vedere le foto.

Riprendiamo a parlare di politica, entrambi non sopportano Maduro. Si lamentano anche del costo della vita. Miguel, il fratello, è vigile del fuoco:

“Qui in Venezuela lo stipendio minimo è di 2900 bolivares al mese. Io ne guadagno 3300 perchè ho un grado un po’ più alto”, praticamente l’equivalente di 110 dollari, cioè 80 euro, “sai quanto costa ad esempio quell’aria condizionata?” e indica il condizionatore sopra la porta, che provvidenzialmente manda un po’ di frescura per dissipare il caldo umido che attanaglia tutto.

“No, quanto?”

“15mila bolivares, lo stipendio di 5 mesi!”

Considerando che lui prende poco più dello stipendio minimo, più o meno è come se in Italia costasse 6mila euro.

“In Italia quant’è lo stipendio minimo?”

“Non esiste un vero stipendio minimo …”

“Quello minimo che di solito guadagna la gente … 3000 euro al mese?”. Mi è già capitato diverse volte in passato, che la gente nei paesi molto poveri favoleggi su guadagni esorbitanti.

“Quanto?!? No, è molto meno, diciamo 1000 euro, ma c’è tanta gente che guadagna anche meno, tipo 800 euro al mese”

“Qua sarei un re con 800 euro al mese!”

“In Italia riesci a stento a sopravvivere, se poi devi pagarti l’alloggio allora non sono sufficienti”

Mangio il panino nel suo negozio mentre proseguiamo a parlare, poi andiamo a cercare il meccanico. Lo troviamo, ci diamo appuntamento domani per le 8:30. Speriamo bene!

Vado a letto presto, sono a pezzi. Domani arrivo fin dove riesco, dipende dall’orario a cui mi restituisce la moto!

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Hic sunt leones

“Qui ci sono i leoni”, così dicevano gli antichi per indicare una zona di cui si sapeva poco o nulla e dalla quale era meglio stare lontani.

Così mi pare il Venezuela, di cui ho sentito le storie più variegate: tutto e il suo contrario, il che equivale (quasi) a non sapere nulla.

Ieri sera, dopo aver ingaggiato una fiera lotta con una robusta blatta di circa 5 cm (ed aver osservato con orrore con quale facilità riusciva ad arrampicarsi fino al materasso), sono sceso per prelevare i soldi per pagare le due notti.

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Ancora non so se in Venezuela o a Bogotà, ma da Santa Marta me ne vado. I giorni passano e il Brasile è ancora maledettamente lontano.

Al ritorno dal bancomat, mi metto a parlare con il portiere notturno dei problemi che ho con i documenti e che ho una mezza idea di vendere la moto.

“Ah sì?? A me interesserebbe, ne stavo parlando giusto ieri con la mia fidanzata … A quanto la venderesti?”

“1000 euro, a cui vanno aggiunte le cose che non posso portarmi dietro: il casco, le valigie laterali, la borsa da serbatoio, ecc. Completissima!”

“Domani mattina chiamo il boss e gli chiedo se può darmi un anticipo di stipendio, alle 11 ti faccio sapere”

“Facciamo alle 10? Se poi non se ne fa nulla, devo partire”

“Ok, alle 10!”

E con questo pensiero mi sono addormentato ieri notte, a questa improvvisa possibilità che si è aperta per puro caso.

Mi sveglio abbastanza riposato, ma sempre con le idee confuse. Davvero non so cosa fare, cosa sia meglio. Ho paura che andando a Bogotà potrei perdere un mare di tempo per poi scoprire che non posso vendere la moto, trovandomi così lontanissimo dal Brasile, con la moto ancora sul groppone ma ormai obbligato a prendere l’aereo per raggiungere Caterina.
Viceversa, andare in Venezuela un po’ mi agita per le voci sulla sicurezza personale, un po’ perchè non so se mi fanno entrare e, più di tutti, perchè vado verso il Brasile che quasi certamente non mi farà entrare.

Negli ultimi giorni ho parlato con Nicola e l’amica di Caterina a Santiago: il documento autenticato dal consolato brasiliano sarà restituito il 22 agosto, fuori tempo massimo. Ed il passaggio di proprietà (la nuova richiesta presentata dopo il rifiuto) è ancora in fase di approvazione e anche se fosse approvato subito, c’è uno sciopero delle Poste cilene in corso da una settimana, quindi altro ritardo. Mancano solo le cavallette e poi il quadro è completo.

In altre parole, posso tranquillamente smettere di pensare ai documenti: non ce l’ho, punto. O meglio, ho i documenti intestati a Nicola e la dichiarazione non autenticata. Se decido di tentare la sorte, o mi fanno entrare così o butto la moto in un fosso e prendo l’aereo.

Scendo alla reception, ma ovviamente il mio uomo non c’è, avendo fatto il turno di notte è a casa a dormire. Mi faccio dare il telefono, lo chiamo:

“Ciao, mi sono  informato e mi hanno detto che nazionalizzare i documenti della moto (che non ho, penso io, visto che è tutto ancora intestato a Nicola, che è lontano esattamente 11mila km) è lungo e costoso …”

“E farlo senza documenti??”

“Come faccio, poi se mi fermano … oppure se me la rubano, è impossibile ritrovarla …”

E invece adesso le ritrovano tutte!, penso malignamente.

“Ok, quindi nulla?”

“No, mi spiace”

Questa conversazione mi fa decidere per il Venezuela. E’ inutile andare fino a Bogotà per sentirmi fare altre volte questo discorso, nè mi va di fare il giro dei meccanici per chiedere se vogliono prendere la moto per i ricambi.
In più sento Raffaele, il ragazzo italo-venezuelano che ho conosciuto nella Valle del Caffè qualche giorno fa: è interessato a comprarla, motivo in più per tentare la carta venezuelana. A Raffaele o al console o qualcun altro, dovrei trovare a chi darla se non mi fanno entrare in Brasile.

Dopo tutte queste attese, telefonate, mail e messaggi, si sono fatte le 12. Orario perfetto per … arrivare di notte!

Riesco ad uscire dalla città abbastanza rapidamente. La strada corre ai confini del parco nazionale di Tayrona. La vegetazione è lussureggiante, incontenibile.

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Di tanto in tanto supero un fiume che dalla sierra si getta nel vicinissimo mare, tanto che a volte vedo fondersi la trasparenza del fiume con il blu del mare e l’azzurro del cielo, tra palme protese sull’acqua e il verde della foresta.

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Con un sospiro passo sotto al cartello che indica l’inizio del sentiero per la Ciudad Perdida. Il mio è solo un “arrivederci”, promesso!

Ancora qualche decina di km e inizio a fiancheggiare il mare da molto vicino. Qui l’acqua è dell'”azzurro Caraibi” che sognavo di trovare tra Cartagena e Santa Marta … ad averlo saputo, sarei venuto direttamente qui!

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I km passano abbastanza velocemente, tra lunghi saliscendi dovuti alla sierra che inizia proprio dal mare, per poi alzarsi nell’entroterra. I villaggi sono sempre più poveri, di baracche di legno e lamiera o completamente in legno. Le solite botteghe che vendono bevande, cibo e ricariche telefoniche. I bambini che corrono e giocano a lato della strada, gli uomini che girano sugli asini o sui cavalli. Le donne che portano carichi improbabili o si occupano dei bambini.

Man mano che mi allontano dal mare, la vegetazione diventa sempre più rada e bassa, meno verde. I cactus prendono il sopravvento e il caldo aumenta notevolmente. Mi ricorda l’anno scorso in Andalusia: sulla costa si stava decentemente, non appena entravi nell’entroterra, si moriva di caldo.

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Penso all’ingresso in Venezuela, al solito documento che non ho. Ormai però ho relativizzato, so di avere alcune carte da giocare, intanto il fatto che sono arrivato fin qui senza documento, poi ho la fotocopia autenticata in Colombia con i timbri peruviani (se l’hanno autenticato loro, vuol dire che è vero!) e infine un po’ di dollari da sganciare al doganiere di turno. In qualche modo passo, o quanto meno vendo cara la pelle e gli faccio perdere qualche ora. Come ai vecchi tempi in Turkmenistan o in Ucraina!

Poco dopo le 17 arrivo alla frontiera colombiana. Trovo i soliti cambiavalute in nero. Se non altro, mi indicano subito dove devo andare, prima per il controllo del passaporto e poi per la moto.

Al controllo passaporti trovo una decina di persone in fila, arriva velocemente il mio turno.

“E’ tardi, sono le 17:30, vuoi che ti timbro l’uscita o torni domani?”

“Perchè?”

“In Venezuela poi devi fare i documenti della moto, non so se sono aperti …”

“A che ora chiudono?”

“Non lo so, ma è tardi”

“Fammi uscire, poi al limite rientro!”

Non sia mai detto che rinuncio senza prima tentare …

Il controllo del documento della moto è ancora più veloce:

“Dov’è il documento che ti hanno dato all’ingresso?”, mi chiede un doganiere gentile, ma sbrigativo.

“Eccolo!”, glielo passo.

“Bene, ciao e buon viaggio!”

30 secondi scarsi.

E ora viene il bello …

Sul lato venezuelano non trovo nemmeno un cambia valute, significa che fanno un buon controllo. La fila per i passaporti è molto più lunga, almeno 30 persone. Faccio in tempo a parlare con un paio di persone davanti a me su quello che devo fare per entrare nel paese e dove sono gli uffici.

Dopo qualche secondo di silenzio, il più anziano dei due, un nero sui 50/60 anni, mi fa:

“Quindi vai a Maracaibo?”

“Sì”

“Certo è tardi … tra poco fa buio”

“Lo so … c’è qualche albergo qui vicino, senza che arrivo a Maracaibo?”

“Per carità! Vai a Maracaibo!”

“Ma mi hanno detto che è molto pericolosa!”

“Sì, ma qui è ancora più pericoloso!”

“Ti ammazzano e buttano il corpo nel bosco, la polizia nemmeno se ne accorge”, aggiunge l’altro, fino a questo momento in silenzio. Non mi piace l’esempio che ha fatto.

“Ascoltami”, riprende il nero, “dopo che hai fatto i documenti e tutto il resto alla dogana, bevi, fai quello che devi fare, mettiti il casco e ppsssiaawww!”, fischia come un missile, “corri di filato a Maracaibo! NON fermarti MAI lungo la strada! Dritto fino a Maracaibo, capito?”

“Qui è pieno di indios locos, matti!”, aggiunge l’altro col classico gesto della pazzia, l’indice che gira sulla tempia.

Bene, messaggio registrato.

“Certo che inizia pure a fare buio …”, riprende il nero, come parlando tra sé e sé.

Passaporto velocissimo, ora tocca alla moto. Tra il controllo passaporti e la dogana per il veicolo, ci sono 5 o 6 km dove l’asfalto sembra sia stato bombardato, da quanto sono frequenti e profonde le buche. Attorno il nulla, solo gli alberi bassi e modellati dal vento che ho visto finora.

Dogana. Un militare mi indica l’ufficio dove devo fare i documenti per la moto. Vado, chiuso. C’è un foglio attaccato alla porta con un numero da chiamare. Vado da un poliziotto, che mi liquida in un secondo:

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

“Ma come chiuso, non sono nemmeno le 18! E poi c’è un numero di telefono da chiamare”

“E chiamalo, prova a sentire che ti rispondono”

Capisco che con questo c’è poco da insistere. Vedo un altro militare, ha appena chiuso una telefonata al cellulare.

“Per favore, può aiutarmi, il mio cellulare italiano non prende, può fare uno squillo veloce al numero segnato su quel foglio?”

“E’ chiuso, devi tornare domani!”

Lascio perdere e lo ringrazio moltissimo, chiaramente con tono polemico perchè inizio ad innervosirmi. Se è chiuso, non mettete un numero di telefono e se c’è il numero di telefono, gentilmente chiamatelo, ce l’avrete un telefono di servizio o no?!
Questo quello che mi viene da dirgli, ma ancora mi trattengo per non creare tensioni.

Torno dal primo doganiere, gentile al contrario dei poliziotti con cui ho appena finito di parlare.

“Dammi il numero che lo chiamo!”

“Lo andiamo a leggere sulla porta?”, gli chiedo, non avendolo segnato.

“Vai tu, non posso allontanarmi da qui”

Torno all’ufficio, segno il numero e, già grondante di sudore sto tornando dal doganiere, quando sento un fischio che immagino sia rivolto a me. Mi giro e vedo che dall’ufficio della dogana, chiuso fino a un secondo fa, si è affacciato un uomo.

“Devo fare i documenti della moto!”, gli urlo andandogli incontro.

Fa un gesto molto italiano, toccando ripetutamente e platealmente l’orologio a dire che è tardi, sono fuori tempo massimo.
Nemmeno lo ascolto, quando lo raggiungo mi infilo nell’ufficio, quasi spostandolo dal’ingresso.

“Grazie, gentilissimo!”

Mi chiede tutti i documenti (“dammi tutto quello che hai, tuo e della moto!”), poi mentre va a fare le fotocopie, mi dice:

“Fanno duecento dollari!”

“Quanto?!?”, esclamo, incredulo e pronto a dare battaglia.

“Duecento”, ripete senza fare una piega.

Intanto fammi entrare, poi se ne parla, penso tra me e me.

Stavolta mi faccio furbo e la dichiarazione di Nicola la tengo da parte.

Inizia a riempire il solito modulo con i dati della moto ed i miei. Fortunatamente il libretto cileno è microscopico rispetto al lenzuolo italiano ed il nome del proprietario è su un lato, mentre tutte le informazioni importanti (numero di telaio, targa, ecc) sono sull’altro. Quindi finisce che lo piegano sempre tenendo il nome del proprietario sul lato nascosto.

Riempie tutto, intanto gli faccio qualche battuta sul Venezuela, il Sud America, gli chiedo se la strada fino a Maracaibo è pericolosa (“ma quando mai!”, la sua risposta immediata) e altro ancora. Si crea un’atmosfera cordiale, quasi di complicità, visto che siamo solo io e lui nell’ufficio deserto, con lui che sta lavorando fuori orario di ufficio.

Ormai è tutto stampato e devo solo firmare. Il discorso di Nicola e Fabio è rimasto nella mia testa. Firmo i fogli e ringrazio.

Lui mi guarda con gli occhioni da cane San Bernardo che aspetta il biscottino: se non proprio 200 dollari, almeno 2!

“Bè ciao e grazie, scappo che sta diventando buio!” e sgattaiolo fuori.

Sono da poco passate le 18, ora locale, quando entro ufficialmente nella repubblica bolivariana del Venezuela. Sono felice che l’esplorazione ed il viaggio continuino, ora però ho l’assillo di arrivare il prima possibile a Maracaibo.

Mentre indosso il casco, un ragazzo attacca bottone:

“Fin dal Cile con questa moto?!”

“Sì!”, confermo mentre continuo a vestirmi.

“Che l’ombra di Dio ti accompagni!”

“Grazie”, rispondo mentre penso che l’immagine dell’ombra non mi piace, avrei preferito un “che la luce di Dio illumini il tuo cammino” o una benedizione del genere.

Maracaibo … se penso che nella mia testa è legata indissolubilmente ad una vecchia e allegra canzone e invece adesso pare sia una sorta di girone dantesco violento e fuori controllo! Così come la Guajira, il dipartimento colombiano che ho appena attraversato, mi fa pensare ad una splendida vecchia canzone di Santana, mentre adesso è una zona da evitare se non si vuole finire rapinati o peggio ancora.

Appena entrato in Venezuela, il paesaggio è sconfortante: la strada è una striscia sottile, piena di crateri da evitare con cura per non cadere rovinosamente. Attorno, baracche di una povertà estrema. Ovunque spazzatura, soprattutto sacchetti di plastica che penzolano a centinaia dai rami degli alberi, sollevati dal vento che soffia potente dall’orizzonte illuminato dal crepuscolo. Sembrano foglie, tanto sono numerosi. Foglie azzurre, bianche, rosa, gialle, nere. Lacere ed angoscianti, nella loro eternità.

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Il buio cala e ripenso anche all’altro aspetto divertente di poco fa. Ho chiesto ad alcune persone, almeno 4, quanto dista Maracaibo. Chi mi ha detto 100 km, chi 200, chi un’ora, chi quattro (!). La cartina dice 80 km e mi chiedo come facciano a darmi risposte tanto diverse.

Senza mai uscire dalla baraccopoli iniziata dalla dogana, entro nel primo paesino. Il caos, come immaginabile, aumenta ulteriormente. Un ragazzetto su una rumorosissima moto cinese 100 di cilindrata (che va il doppio della Pollita, NdR) inizia a superarmi per poi rallentare subito, suonandomi. Mi fa anche dei gesti che non capisco. Preferisco tirar dritto, ma insiste. Quando sono fuori dal paesino, vedo che cerca di affiancarmi, rallento e sento cosa mi sta urlando:

“Di qua si va alla spiaggia!”

“E Maracaibo??”

“Devi tornare indietro!”, ha la faccia che dice, è mezz’ora che cerco di dirtelo!

Mentre torniamo indietro, urla a diverse persone, sedute per strada di fronte alle loro case, che mi sta riportando sulla strada per Maracaibo. Impossibile passare inosservati. Ovviamente.
E prima lezione imparata: non tutti i venezuelani vogliono ammazzarti e buttare il cadavere nel bosco.
Chissà, spero si riveli come la Russia di 15 anni fa, quando tutti mi raccontavano le storie più spaventose e poi invece, viaggiandoci, scoprii un popolo molto ospitale e aperto. Per il momento l’attenzione comunque rimane alta.

Devo farmi un’idea precisa, ma da quello che vedo, i venezuelani guidano ancora peggio dei peruviani. Forse arrivano al livello dei siriani, lo saprò meglio nei prossimi giorni. Sorpassano senza pensarci su né mollare il colpo, sei tu che devi inchiodare per evitare il frontale o buttarti nel fosso per non farti investire alle spalle; abbaglianti puntati contro sempre e comunque; velocità da missili terra – aria, sulle loro scassatissime macchine.

Non ho capito che modello e marca sono, in ogni caso la macchina ufficiale del Venezuela è un modello americano anni ’60/’70, in condizioni più o meno rovinose di ruggine con tracce di vernice, ammaccature spaventose, finestrini e lunotti mancanti, portiere sostituite alla meno peggio, ruote storte e così via.

Mi fa sorridere che tanti paesi fieramente anti-americani (Venezuela, Cuba, Iran, ecc), siano poi altrettanto fermamente dipendenti dagli statunitensi: letteralmente stravedono per i dollari e per il Made in U.S.A. in generale. Un bel contrappasso che dimostra anche lo scollamento totale esistente tra la classe politica e la gente comune.

L’ultima ora la guido al buio. Nel secondo paesino supero una banda che suona uno specie di samba, con alcune decine di persone che ballano. Mi ricorda l’ingresso in Ecuador!

Sulla sinistra fiancheggio quello che sembra un lago salato, poi l’oscurità finisce per avvolgere tutto.

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Ora è solo guidare, evitare le buche apocalittiche che di tanto in tanto si aprono sull’asfalto, rallentare sugli onnipresenti dossi e salutare i poliziotti ai posti di blocco, molto frequenti.

Finalmente arriva Maracaibo. Vado verso il centro e al terzo tentativo trovo l’albergo.

Domani non so se andare verso il mare, a Morrocoy oppure puntare subito all’interno. Domattina decido.

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L’indecisione regna sovrana

Mi sveglio alle 4, vuoi per lo stomaco ancora pesante per la cena, vuoi per il caldo soffocante per l’aria condizionata che avevo lasciato troppo bassa, ma soprattutto sono i pensieri su come proseguire il viaggio.

Ieri pomeriggio ho contato i km, ideato diverse alternative e itinerari, alcune ipotesi. Ci vogliono, senza fermarsi, 13 giorni per arrivare sulla costa del Brasile. 6 in Venezuela e 7 in Brasile.
Le incognite sono tante: l’ingresso in Venezuela che possono sempre rifiutarmi (anche se dopo Ecuador e Colombia sono abbastanza fiducioso), la sicurezza in Venezuela (ho sentito tutte le sfumature comprese tra uno scenario quasi iracheno e quello della tranquillità più totale), soprattutto l’ingresso in Brasile che penso sia molto difficile senza il documento autenticato in Cile e poi il tempo: un qualsiasi contrattempo farebbe perdere ulteriori giorni di quelli da trascorrere in Brasile con Caterina.

Recupero una mail di qualche settimana fa di Dino, un caro amico che conosce il console in Venezuela. Poi parlo con Maria, la mia nuova amica spagnola che conosce alcune persone a Bogotà. Dopo aver sentito anche Nicola e ovviamente Caterina, alla fine le alternative sono, in ordine di preferenza:

1) vendo la moto a Bogotà e proseguo in aereo e bus

2) porto la moto in Venezuela e la lascio a qualche contatto del console e, anche in questo caso, proseguo in aereo e bus

3) provo ad andare comunque alla frontiera con il Brasile per vedere se mi fanno entrare come è accaduto finora. Se sì, proseguo la sgroppata fino alla costa Est del Brasile. Se no, vendo (o abbandono!) la moto in Venezuela e proseguo in aereo più bus

Ogni alternativa ha pro e contro, ma soprattutto la tristezza che mi assale se penso che a breve potrei dovermi separare dalla Pollita. Mi dispiace perchè comunque è il modo di viaggiare che preferisco e perchè mi sono affezionato, tanto che stavo già pensando a portarla in Italia. Poi perchè il piano è naufragato per motivi futili: se il passaggio di proprietà fosse andato a buon fine, non avrei avuto problemi. Ed è stato rifiutato per un errore, perchè non hanno trovato i dati del mio visto, senza considerare che gli italiani non hanno bisogno del visto per il Cile.

Dopo aver lanciato messaggi ai diversi angoli del globo, dai più vicini in Colombia e Cile alla più lontana Italia, mestamente e nonostante il cielo compattamente grigio, mi avvio anche oggi verso baia Concha. La spiaggia davanti alla città non mi piace e ora che ho questi pensieri di separazione dalla moto, voglio usarla ancora un po’.

Sulla spiaggia c’è meno gente ed il cielo è intonato al mio umore. Come accade ormai abitualmente, non pranzo, mi è sufficiente un’agua de coco che il tipo estrae ben fredda da una scatola di polistirolo, il frigorifero portatile universalmente diffuso tra i venditori ambulanti.

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Mentre scrivo si avvicina un bambino. Ha 7 anni. Inizialmente è silenzioso, osserva lo schermo del tablet. Poi prende confidenza, vuole provare a scrivere, a interagire. Inizia un gioco di numeri e lettere (“Ti metto il 7, tu che metti?” “Ecco un bel 4, ora che fai?”) che prosegue per un po’, poi il pesce scaricato da una barca appena rientrata poco più in là, rapisce la sua attenzione e corre via.

Oggi spendo, anzi, è da ieri lo faccio, dalla cena: ho il mio frigo personale, con solo rigorosamente acqua, poi faccio un massaggio rilassante e ho preso l’ombrellone, nonostante il sole sia un lontano miraggio. Oltre all’agua de coco ed un mango cosparso di sale e limone, come lo mangiano qua.

Uno stormo di pellicani dà spettacolo grazie a dei pescatori che, tornati dalla giornata in mare, gettano via un po’ di pesci.

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In lontananza la musica ad alto volume che arriva da alcuni yacht.

“Un matrimonio di gente con un mucchio di soldi!”, mi dice un ambulante.

La giornata trascorre velocemente e decido di tornare in albergo un po’ prima per trovare Caterina ancora sveglia e parlare al telefono. Anche oggi porto indietro una persona, la zia del ragazzo di ieri, con una sporta di dolci fatti da lei, che vende lungo la spiaggia.

Anche dopo la chiacchierata con Caterina e varie mail inviate, i dubbi restano e continuo a oscillare tra il provare a vendere la moto a Bogotà e il proseguire verso il Venezuela. E’ impressionante come mi convinco di una scelta e dopo non più di 10 minuti sono assolutamente deciso per l’opposto.

Credo che deciderò domattina quando mi sveglio. Bogotà o Venezuela?

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Nella baia della Concha

La “concha” in spagnolo è la conchiglia ed effettivamente la baia ha una forma che ricorda una tonda conchiglia, ma è anche vero che buona parte delle baie al mondo hanno questa forma.

Passo metà mattinata a cercare informazioni riguardo la frontiera brasiliana: il documento che ho spedito qualche giorno fa da Cali, pare impiegherà molti giorni per essere autenticato e timbrato; poi c’è da considerare il tempo della nuova spedizione, stavolta in Venezuela.

Le alternative a questo punto sono fondamentalmente due: vendo la moto qui in Colombia e proseguo in aereo e poi con i mezzi locali. Oppure, provo ad andare fino alla frontiera con il Brasile, sperando mi facciano entrare come è accaduto finora (sempre che il Venezuela mi faccia passare).

Con questi pensieri esco dall’albergo, faccio colazione con un ottimo (quando si è in astinenza tutto lo diventa) croissant al cioccolato ed un succo fresco, oggi di tomate de arbol, pomodoro d’albero. Non è molto dolce, è cremoso ed effettivamente ha un retrogusto che ricorda il pomodoro.

Mi metto a caccia della strada che porta alla baia della Concha. Questa baia dovrebbe ospitare una bella spiaggia e si trova già nell’area del Parco Naturale Tayrona. Tra deviazioni ed errori, finisco nella zona industriale del porto di Santa Marta, incastrato tra decine di TIR che si contendono la stretta carreggiata.

Finalmente raggiungo la strada di cemento. In molti punti è coperta di terra, portata da vecchie alluvioni e mai ripulita. La strada. faticosamente, si divincola dalla periferia di casette di mattoni e baracche e si inoltra nella montagna, non prima di ricevere un’ultima offesa con la discarica della città, posta proprio sotto la montagna che separa dal mare ed una serie di scarichi abusivi di rifiuti proprio lungo la pista che porta al mare.

Questa prosegue per alcuni km su terra e su pietra, fino ad arrivare all’ingresso della spiaggia. E’ tutto privato, quindi si paga un ingresso. Qualche altro km, ormai in piano e si sbuca proprio di fronte alla spiaggia.

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Vengo accolto da una serie di persone che mi propongono di tutto, bevande, cibo, dolci, massaggi, ombrellone, braccialetti, occhiali. Alla fine non sono nemmeno tanti, ma battendo in continuazione la spiaggia alla fine ce n’è sempre uno che passa.

Il sole dopo non molto viene nascosto dalle nubi, mi rilasso tra bagni, pennichelle e letture varie. La spiaggia è bella, ma ancora lontana dall’idea tipica che uno ha dei Caraibi, popolata di spiagge candide con palme che si protendono sull’acqua. Qui non sono così, mi dicono che nei punti più nascosti del Parco di Tayrona ci sono, ma l’idea di camminare ore per arrivarci non mi attira per nulla.

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Passeggio sulla spiaggia, osservando un paio di pellicani che fanno la ronda sull’acqua a caccia di cibo ed un cormorano che di tanto in tanto si tuffa nell’acqua. Un pescatore con lenza e canna si lamenta che da stamattina non ha preso nulla.

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Quando il cielo alle spalle della baia diventa nero ed inizio a sentire potenti tuoni che echeggiano in lontananza, decido di tornare in città.

“Questo è “sol de agua”, sole di acqua, che scalda tanto, è normale che poi viene un temporale”

“Tra quanto piove, ce la faccio a tornare in città senza bagnarmi?”, chiedo preoccupato per le nuvole nere che ormai sono sopra di noi.

“Sì, non preoccuparti, piove tardi, alle 10 di stanotte o più tardi, ma adesso no.”

Mentre risalgo sulla pista sterrata per tornare in città, supero una vecchia moto scassatissima, la classica 125 cinese che sbuffa e arranca sotto il peso di 3 persone. Faccio un cenno di invito e accettano subito. Sale un ragazzo col quale scambio due chiacchiere fino alla prima periferia, dove scende.

Arrivato in città, mi scolo una bella agua de coco, ossia un cocco fresco tagliato in cima da cui si beve l’acqua con una cannuccia e passeggio sul bel lungomare.

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La città, ma soprattutto a quest’ora il lungomare, è popolato di una variegata umanità che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena con i commerci più differenti, dal cibo (empanadas, pannocchie, spiedini, gelati, dolci di riso al latte, granite, limonate e succhi vari, frutta, caffè, birra e bevande varie, dolci artigianali, fritture di tutti i tipi e molto altro ancora), abbigliamento (occhiali, magliette, camicette, ciabatte, cappelli e così via), souvenir di vario tipo (conchiglie e stelle marine, braccialetti, orecchini, cornici portafoto e ancora un’incredibile varietà di oggetti fabbricati artigianalmente con i ricordi del mare), bar ambulanti con sigarette gomme da masticare, patatine, e sicuramente ne dimentico altri.

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Sono tutti coinvolti, a tutte le età, dai bambini ai più anziani. L’unica tipologia forse assente è quella delle ragazze giovani, probabilmente perchè impegnate con i figli, che qui iniziano ad avere molto giovani, tra i 15 e i 20 anni. Le bambine e le signore fino all’età più avanzata si incontrano facilmente. I maschi invece ci sono dall’età più giovane a quella più anziana.

Trascorrono l’intera giornata e parte della notte con i loro commerci, alcuni statici nelle loro bancarelle fisse; la maggior parte con mezzi mobili, il più delle volte una declinazione della bicicletta, con sellino e ruota posteriore “tradizionale” e parte anteriore modificata a seconda delle esigenze del commercio. Oppure i classici carretti, con le ruote e i manici per trasportarli.
I commerci mobili si spostano in continuazione, si fermano per poco in un punto, perchè hanno venduto qualcosa o sperano di farlo, oppure per stanchezza. Mi ricordano i pescatori, che vanno a intuito, a sensazione, a volte a caso. E come pescatori, lanciano la loro esca di annunci, inviti, descrizioni, ammiccamenti, sorrisi, silenzi.
Perennemente in attesa, fiduciosi e gentili, sempre e comunque e questo mi stupisce e mi fa pensare a quanto siamo diversi e quanto dovremmo imparare da questo approccio alla vita.

Il pomeriggio finisce mentre sgranocchio una pannocchia alla brace davanti ad un tramonto impreziosito dai colori incredibili delle nuvole che coprono l’orizzonte.

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A cena mi tratto bene, con un piatto di polpo e aragosta, con riso e fagioli.

Mi addormento molto presto, col pensiero di cosa fare nei prossimi giorni, se andare subito in Venezuela e tentare l’ingresso oppure vendere qui. Di sicuro ogni giorno passato a non viaggiare, allontana sempre più l’idea di arrivare in Brasile con la moto.

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Lungo la costa nord

Oggi voglio andare a Santa Marta. Obiettivi dichiarati sono: riuscire a trovare finalmente il mare azzurro dei Caraibi ed andare alla Ciudad Perdida.

Parto con la solita calma, soffocato da un caldo umido al quale ancora non riesco a credere. Forse finalmente riesco a togliere tutti i pile!

La strada che porta a Barranquilla e poi oltre, fino a Santa Marta, il parco nazionale Tayrona e ancora più a Est, in Venezuela, costeggia il mare senza praticamente mai abbandonarlo.
Nella parte iniziale, quella più vicina a Cartagena, è piena di grattacieli moderni e tutto sommato piacevoli, ben fatti. La vegetazione tropicale poi fa il resto, per renderli più accattivanti ed esotici.
Inizialmente è solo il lato destro della strada, quello più lontano dal mare, ad essere occupato da baracche in lamiera. Poi, allontanandosi ulteriormente dalla città, i palazzi moderni finiscono ed inizia anche sul lato sinistro una bidonville molto estesa che si dipana ai bordi delle lagune che occupano la piana fino all’orizzonte.

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Finalmente anche questo strascico di città, di estrema povertà e degrado, termina, lasciando lo spazio ad una fitta boscaglia tropicale.

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Aggiungo alla collezione dei cartelli più strani, anche quello che avvisa del possibile attraversamento di formichieri. Dopo l’esperienza dell’armadillo ora mi aspetto che un formichiere mi si pari innanzi chiedendo di essere fotografato. E invece niente, si vede che è timido.

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Arrivo alla deviazione per il vulcano di Totuma, una curiosità che mi aveva segnalato un amico nei giorni scorsi. Si tratta di un cono alto una ventina di metri, alla cui sommità c’è una specie di cratere, sul fondo del quale si trova del fango caldo, che si dice avere degli effetti curativi.

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La strada per un lungo tratto è stretta (anzi, diciamo strettissima!) dall’oceano da un lato e dalle lagune dall’altro. Spettacolo molto bello!

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Santa Marta sembra carina, sicuramente molto più tranquilla di Cartagena!

Parlando con la persona alla reception, raccolgo una buona e una cattiva notizia.
La buona è che le spiagge dentro al Parco Tayrona sono molto belle. Speriamo

La cattiva invece  è che non vedrò la Ciudad Perdida. Le escursioni che ci vanno, partono da un minimo di 5 gg e 4 notti. Che peccato!

Domani, quindi mare mare mare!

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Relax sull’isola del Paradiso

Il solito uovo per colazione! I prossimi li rifiuto, promesso.

Il pulmino è puntuale alle 8:15, il mio orologio interno invece è molto indietro, vorrebbe ancora dormire e me lo fa pesare in toto. E’ quasi pieno e nel giro di una decina di minuti siamo al completo, abbiamo raccolto tutti!

Arriviamo al porto, ci sono altre barche che partono per le isole. C’è tanta gente, ma non la ressa che mi aspettavo, sono tutti tranquilli e si mettono in fila ordinatamente.

La traversata dura una quarantina di minuti, la prima parte nella baia di Cartagena, fino ad arrivare agli avamposti dei bastioni di difesa della città, la seconda parte nell’oceano aperto.

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L’isola El Paraiso effettivamente non è molto affollata, la spiaggia è abbastanza bianca, ma l’acqua è una delusione. E’ sul verde, pulita ma il colore non è cristallino ed è troppo calda per i miei gusti.

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Comunque faccio alcuni bagni e passo il resto della giornata a leggere, scrivere e studiare la grammatica spagnola.
Durante il pranzo faccio una incredibile scoperta: la gemella siamese della Inca Kola, la spettacolare cola peruviana dal colore assolutamente improbabile, in Colombia sia chiama Freskola, un nome un programma ed ha un colore altrettanto improbabile! Ottima!

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Faccio amicizia con Maria, abita a Madrid, è venuta qui perchè ha delle amiche colombiane dai tempi del college in Inghilterra, molti anni fa. Mi ricorda Caterina e le sue amicizie belle e tuttora vive fatte ai tempi dell’Erasmus in Olanda.
E poi Josè, di Zaragoza (e imparo che in spagnolo si pronuncia in modo completamente diverso da come pensavo!), ma lavora a Lione, in Francia.
Facciamo un terzetto affiatato che chiacchiera e si racconta. Il mio viaggio, le famose motivazioni, le loro vite e i cambiamenti. Davvero un pomeriggio piacevole.

Al ritorno dall’isola ci diamo appuntamento per la cena.

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Io faccio un breve giro in centro, seguendo le indicazioni di Maria, compreso uno splendido albergo, il Santa Clara, che ospita un tucano.

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Ricordavo che il tucano era nero con il becco arancione. Bene, questo è completamente diverso, ha il becco sgargiante di un moltitudine di colori e sfumature che ha dell’incredibile. Rimango a bocca aperta ad ammirarlo, davvero non credo ai miei occhi.

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Scappo in albergo per farmi una doccia e riposarmi un po’, poi di nuovo fuori per approfittare di questa stupenda città.
Faccio un altro giro al crepuscolo, andando ad incontrare prima Josè, poi Maria. Prendiamo un aperitivo in una delle piazze del centro storico, poi ci muoviamo per cercare un posto dove mangiare. In un’altra piazza incontro due coppie di argentini (ah, questi argentini viaggiatori!) che stanno viaggiando da quasi due anni per il Sud America, su una 2CV del 1977 e una 600 (la prima macchina di mio padre) dello stesso periodo. Mi immergo in una lunga e piacevole chiacchierata fatta di domande, opinioni, ricordi e rimpianti per luoghi non visitati per vari motivi.
Soprattutto mi racconta che ha vissuto con il ragazzo per 10 mesi in Venezuela e che assolutamente tranquillo, va solo evitata Caracas che è un caos completo.

Raggiungo i miei due amici, ceniamo e poi a dormire! Mi dò appuntamento con Josè a Santa Marta per dopodomani, invece Maria resta qui, poi tornerà a Bogotà nei prossimi giorni.

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Domani, nuovo avvicinamento al Venezuela e soprattutto spero di trovare il mare azzurro che qui non sono riuscito a trovare!

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Il Caribe, finalmente

La nottata non è stat confortevole, il caldo umido appena mitigato dal grosso ventilatore puntato sul letto, unito alla plastica che copriva materasso e cuscino, certo non hanno aiutato.

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Il cielo anche oggi è completamente coperto. Tanto per cambiare non riesco a partire presto come vorrei, in ogni caso noto che al mattino c’è molta più gente per strada che non nelle ore più tarde. Quasi preferisco viaggiare il pomeriggio-sera!

Oggi i km non passano, ma le ore sì! Forse è anche per via della pioggia, che dopo non molto inizia a cadere copiosa. Il paesaggio continua a sembrare un unico immenso giardino, con l’erba verdissima che sembra essere stata appena tosata e gli alberi maestosi che emergono di tanto in tanto, con le chiome a ombrello oppure larghe e piatte.

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Qualche decina di km prima di Cartagena la pioggia cessa, ma le nuvole restano, non hanno intenzione di andarsene.

Il traffico è intenso e la mia voglia di guidare sotto la pioggia scarsa, ma alla fine, dopo molto più tempo di quello che pensavo, arrivo a Cartagena.

La città si presenta in modo pessimo: prima l’orribile zona portuale, con decine di TIR e camion a bloccare le carreggiate e i parcheggi e con una prateria di gru svettanti nel cielo, poi una periferia caotica di camion, motorette, auto e pedoni a riempire ogni interstizio e sfreccianti in ogni direzione. Spazzatura ovunque, anche in mezzo alla strada. Strade e palazzi rotti e sporchi.
Proseguendo verso il mare, la situazione lentamente migliora, si arriva in una largo viale con molti negozi e ditte ai lati.

Continuando a chiedere per il centro, alla fine compaiono le famose mura che racchiudono il centro storico. E il “colpo” è forte, perchè sono davvero suggestive, perfettamente conservate, proprio di fronte al mare. Ed alle spalle occhieggiano, come donne vanitose, splendide dimore coloniali e antiche chiese.
Sono dei bassi bastioni con una serie di cannoni, con delle porte monumentali che si aprono sulla città, ricordandomi un paguro: fuori una corazza dura e inespugnabile, dentro il cuore vulnerabile della città.

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Un tassista a cui chiedo informazioni mi dice che non posso entrare in centro con la moto, è vietato a tutti i veicoli privati. Infatti fuori le mura ci sono ampi parcheggi pieni di auto e moto.
Decido comunque di tentare, facendo finta di nulla.
Pronto e rapido, arriva il fischio di un poliziotto che sbuca alle mie spalle.

Gli dico che sto cercando un albergo e per convincerlo a farmi entrare, gli indico i bagagli, una montagna pesante da portare. Il poliziotto si consulta con il collega, poi parla al walkie talkie con altri poliziotti all’interno della città.

Posso entrare!!

Faccio in tempo a percorrere un vicolo nel centro storico, che un poliziotto mi ferma. E’ obbligatorio indossare il casco. Tutta la Colombia non usa il casco, ma qui dentro pare sia il contrario.

Arrivo all’ostello che mi ha indicato il primo poliziotto, ma è completo. Mentre sto riprendendo la moto, mi ferma un ragazzo sui 25 anni. Mi passa il biglietto di un albergo, gli dico che non mi serve, ma non mi molla.
Mi segue mentre faccio marcia indietro, a piedi perché contromano, per prendere una stradina laterale dove dovrebbe esserci un altro albergo. E’ il classico “jinetero”, termine cubano che ho imparato anni fa e che indica questo genere di persone, assai fastidiose che ti si incollano e non ti mollano più finchè non riescono a ottenere quello che vogliono: più soldi possibile.

Il problema, ed è quello che ti incastra, è che là per là hai convenienza a dargli retta. Perchè ti indicano gli alberghi, li conoscono, poi ti indicano il parcheggio dove mettere la moto, ti danno informazioni però tutto questo lo paghi e molto salato perchè, al di là dei soldi, ti infastidiscono standoti continuamente attaccati e rovinandoti i momenti che avresti voluto trascorrere in pace o comunque in altro modo.

Fatto sta che questo Jorge (“Giorgio in italiano, giusto? Ho molti amicci ittaliani”, segno per riconoscere al volo gli jineteros è che parlano decentemente 3 o 4 lingue) mi porta in un paio di hotel, mi aiuta a chiedere informazioni, mi accompagna – io in moto, lui a piedi perchè non ha il casco – fino al garage, una bella camminata di almeno 20 minuti.

Poi però tutto questo lo pago, perché Jorge mi si incolla gomito a gomito per almeno un’ora e mezzo, si lamenta perchè “sente” che non mi fido, gioca sulla psicologia. Mi fa girare in zone poco interessanti (perchè senza polizia, immagino) e inizia a chiedermi soldi per i motivi più disparati come conquistare una donna e una collezione di euro che sta facendo (es una moneda muy buena, fuerte!). Gli offro una birra e la bevo volentieri perchè sono assetato e accaldato. Dopo aver bevuto si lascia andare e mi racconta che ha vissuto 12 anni negli Stati Uniti, ma che l’hanno espulso dopo aver fatto 3 anni di galera.

“Per narcotraffico! Ma ero innocente! Per il solo fatto che nel momento in cui hanno arrestato un mio amico che aveva una grossa quantità di droga, ero al telefono con lui, automaticamente anch’io sono diventato colpevole! Ma io non c’entravo nulla, portavo solo la droga dalla Colombia agli Stati Uniti, ma non la vendevo, ma non ero spacciatore, la portavo soltanto!”

Insomma, un bravo ragazzo purtroppo incompreso. Tre anni a lui e dieci al suo amico, il vero spacciatore. Poi l’espulsione. Per dimostrarmelo, inizia a parlare un americano molto stretto ed effettivamente parla molto bene, fluente.
Continua a non mollarmi e a chiedermi soldi. Alla fine mi stressa talmente che acconsento a dargli 20 euro. Il problema è che li ho in albergo, per cui torniamo al punto di partenza.
Sale anche lui, la mia stanza è di fronte alla reception. Entro, prendo i soldi, esco e glieli dò. Lui mi giura e spergiura che domani me li restituirà, gli servono solo adesso. So perfettamente che non lo vedrò più e di questo sono assolutamente contento. In questo momento la cosa più importante e urgente è liberarmi di lui e tornare padrone del mio tempo e del mio spazio.
Gli dò i soldi, mi ringrazia e giurando per domani, se ne va.

Tiro un sospiro di sollievo e mi butto sul letto quando dopo due minuti sento bussare alla porta. Apro ed è ancora lui! Mi coglie assolutamente di sorpresa, non me lo aspettavo.

“Per favore, fammi andare in bagno, la birra … qui sono tutti pieni” e mentre parla, spinge leggermente sulla porta per entrare. Ho la prontezza di mettere il piede dietro la porta e spingere a mia volta, chiudendogli la porta in faccia non prima di avergli detto:

“Mi spiace, qui non entri!”

Questo è stato il massimo raggiunto in questi anni, mai nessuno aveva provato ad entrare in camera in questo modo! Di fronte alla reception poi!

Sono completamente disgustato da questa situazione e complice la stanchezza, mi fermo in albergo per un po’, col timore di ritrovarmelo ancora davanti se fossi uscito subito. Fatto sta che alla fine passa quasi tutto il pomeriggio e la rabbia è grande, perchè sento che è tutto tempo perso, non mi sono certo riposato o rilassato, nè l’ho sfruttato in qualche altra maniera. Buttato … e pagato!

Esco al tramonto.

L’aria è calda, umida, accogliente come un abbraccio. Il cielo è ancora luminoso, di quella luminescenza  blu turchese che ammanta il creato e lo rende affascinante, che attira gli sguardi verso l’alto e fa ammutolire per la bellezza.
Salgo sulle mura antiche, a pochi passi dal mare e guardo il sole scomparire all’orizzonte in ultimi lampi arancioni, poi violetti, bluastri e infine, il nero.

Passeggio per le piccole piazze con gli antichi balconi illuminati. Mi fermo rapito ad ascoltare un anziano mulatto suonare con grazia il clarinetto. Ci sono pochissimi turisti in giro, la piazza è semi deserta e le note rimbalzano sulle mura della piazza, laconiche e malinconiche. Mi fermo a leggere sulla panchina a fianco del suonatore. Sento che mi sto riprendendo, che sto entrando in sintonia con la città e superando la pessima esperienza di poche ore fa.

Proseguo il giro ammirando le diverse vie, poi di nuovo sotto le mura e ancora nelle piazze del centro. Questa città è magnifica.

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Ceno in un piccolo ristorante con un anziano cuoco molto simpatico. Il pesce è il solito guazzabuglio di sapori che tanto piace qui: pescado fritto (e non è dato sapere esattamente che tipo di pesce è), coperto di una salsa con mille spezie che annega pesce e un misto di frutti di mare tagliuzzati. Riso in bianco, insalata di cipolle (tante) e lattuga (tracce) e platano fritto. Domani chiedo tutto alla griglia, senza salse! Pochi sapori e chiari! Da bere, solito succo di frutta fresco, oggi lime.

Torno in albergo molto presto, sono stanchissimo. Rifletto su quello che è accaduto oggi, su Jorge che ha provato ad entrare in camera e decido di parlare con le persone della reception. Esco e non faccio in tempo ad iniziare il discorso, che mi chiedono se davvero conosco la persona che è salita oggi.

“Certo che no e volevo dirvi che assolutamente non desidero più incontrarlo e non fatelo entrare nella mia stanza per nessun motivo! Non lo conosco, non è mio amico per cui qualsiasi cosa vi possa dire domani, se lo fate entrare in stanza la considero completa resposibilità vostra”

Naturalmente mi rassicurano che non faranno entrare nessuno e che volevano avvisarmi sulla natura del soggetto, che avevo già capito.

Bene, tutto chiaro. Già che ci sono, prenoto per domani una gita in una delle isole di fronte a Cartagena.

Domani, riposo totale! O almeno, ci provo!

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Verso il Mar dei Caraibi, minatori permettendo!

La nottata è passata tranquilla. Per la Pollita, intendo: questa è stata la prima notte da quando siamo partiti, che la passa fuori. L’albergo non ha il garage, per cui l’ho parcheggiata a fianco dell’ingresso con il bloccadisco.

Piove, piove, piove. Ancora adesso, tutta la notte, ieri, l’altro ieri, da sempre. Se non altro, parto con la cerata già messa, una rottura in meno da fare.

Come immaginavo, visto che gli ultimi km di ieri erano stati in caduta verticale, oggi sono in ascesa altrettanto verticale. Abbastanza rapidamente, guardo il mondo dall’alto in basso.

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Magnifico panorama, incorniciato da un gran numero di avvoltoi, però inizio ad essere stanco delle montagne e del freddo. Adesso cerco pianura e caldo.

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Ricomincia il valzer della montagna, su e giù per decine di km.

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Pensavo di aver toccato il fondo, come strada rotta e dissestata, nella tratta da Ipiales a Popayan. Ma si sa che al peggio non c’è mai fine, ed eccomi a gustare una saporita Medellin – Puerto Valdivia, 180 km di masochismo, solo per stomaci molto robusti. E’ una sequenza ininterrotta di buche, rattoppi, curve a gomito, lavori in corso con tratti sterrati non segnalati, pezzi franati; il tutto molto stretto. Per cui è anche un continuo evitare i musi spropositati dei TIR che si allargano quel minimo per fare la curva.

Da Puerto Valdivia in poi la strada atterra in una vallata a fianco di un fiume che diventa via via più grande e limaccioso. Atterrare nel vero senso della parole, perchè si passa da quasi 3000 metri a poco più di 100, mentre la temperatura, da freddo gelida diventa calda umida.

Mentre guido, con la coda dell’occhio noto un torrente rosso alla mia sinistra. L’acqua è rossa, impressionante.

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Così come colpisce quando i due flussi di acqua si incontrano, quello del torrente e quello del fiume. Proseguono senza mescolarsi per molti metri, poi lentamente si uniscono. Metafora della vita.

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Fiancheggio il fiume godendomi la vista, la vegetazione e i fiori tropicali, le capanne dipinte e decorate, la gente per strada e la musica, quando entro in un villaggio, uno come tanti incontrati finora.

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Solo che qui la gente è tutta in mezzo alla strada e corre. Nella direzione opposta alla mia, cioè sto andando verso il punto da cui loro scappano. Rallento, poi mi fermo. Nessuno fa caso a me né mi dice nulla. Però vedo tutti, ma proprio tutti, bambini, vecchi, donne, uomini e ragazzi, scappare portando carretti, biciclette e tutto quello che hanno con loro. Chi si infila nelle case, chi corre ancora più indietro, più lontano.

Chiedo informazioni e mi dicono che c’è stato un morto. Ancora non capisco tra chi, se c’è uno scontro tra due gruppi, una rissa o altro.
Chiedo ancora, ma ripetono il fatto del morto, sono sconvolti.

“Non si passa, torna indietro!”

“Ma devo andare a Cartagena!”

“Vai da qualche parte e riprova dopo …”

Prima esplosione, forte.

“Quando?”

“Stasera o domani”

Altra esplosione, come la prima.

Seguo l’esempio di tutti e torno indietro di 500 metri. Ci sono tanti motorini e alcune macchine. Passiamo davanti a dei soldati e poliziotti che non dicono nulla, così come non mi avevano detto o segnalato nulla quando ero passato due minuti fa.

Parcheggio dietro un’auto a lato della strada, scendo e chiedo al signore seduto al posto del passeggero.

“Sono i minatori, stanno protestando”

“C’è stato un morto, mi hanno detto”

“Sì lo so, è un operaio che protestava che è stato travolto da una camionetta della polizia”

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Mi racconta che questa zona è piena di minerali e c’è tanto oro. Ci sono molte miniere artigianali, dove lavora la gente del posto, ci campano da anni, ma ora il governo ha vietato queste miniere, con la scusa che ci sono guerriglieri delle FARC infiltrati che si sovvenzionano in questa maniera.
Il governo vuole distruggere i macchinari che vengono utilizzati per l’estrazione, dicendo che non sono artigianali, ma industriali. E ovviamente ci sono le multinazionali interessate a queste miniere e a fissare i prezzi, vendendo poi l’estratto per conto loro.

Si uniscono le persone di altre auto, c’è uno che ha il fratello che lavora a Fabriano, facciamo tutti amicizia, tutti uniti da questo fuori programma, in attesa che si possa passare di nuovo.

Mentre parliamo, sfrecciano prima molte moto della polizia, tutte con due persone a bordo. Senza casco, il passeggero con uno o due mitragliatori. Poi una camionetta dell’esercito, piena zeppa di militari in tenuta da guerra completamente nera. Inquietanti.
Un elicottero sorvola la zona.

Parliamo del mio viaggio e della mia preoccupazione per il Venezuela e la sicurezza.

“No, ma è tranquillo! Più tranquillo della Colombia! Là queste cose non accadono!”

“Ci sei stato? Quando?”

“Poco tempo fa, qui”, e mi indica un paesino minuscolo a pochi km dal confine.

“E poi?”

“No, solo qua. Ma è tranquillo, non preoccuparti. Evita solo Caracas, lì sì è pericoloso”

Parliamo ancora un po’, poi arrivano due ragazzi su uno scooter. Si rivolgono direttamente a me:

“Vieni, andiamo, si può passare, tu devi proseguire no?”

Li riconosco, ci siamo sorpassati un po’ di volte nei km precedenti, mi fermavo a fare una foto, poi li superavo e così via. Hanno visto che sono straniero e che devo proseguire.

“Ok, saluto e arrivo!”

“Fai in fretta, andiamo insieme e non metterti assolutamente il casco, devono vedere che sei straniero!”

Mi fanno strada, li seguo. Passiamo alle spalle del villaggio, su stradine sterrate e piene di fango. Chiedono informazioni alla gente seduta fuori dalle case, su dove riprendere la strada principale per superare il blocco dei minatori e della polizia.

Proseguiamo così per alcune centinaia di metri, tra case e fango, persone cani e altri animali, poi riprendiamo la principale. Ci giriamo indietro e vediamo i militari e il giallo fluorescente dei poliziotti. Sembrano da soli, ma non guardiamo attentamente, acceleriamo e ci allontaniamo.

RIcomincia la splendida campagna, ignara di tutto. Dopo una quindicina di km, raggiungo Caucasia. Di nuovo vedo una fila di motorini con le persone che guardano tutte dalla stessa parte, così come tutte le altre persone a piedi o in auto. Guardano tutte verso l’altra estremità della strada.

Capisco subito e mi avvicino a un ragazzo col motorino.

“C’è una protesta anche qui?”

“Sì, è bloccato, ma forse piano piano si passa … solo le moto, le macchine no”

“Io vengo dal paesino prima, c’è stato un morto là!”

“Ah sì? Comunque qui se vai piano dovrebbero farti passare”

“Ok”

“E togliti il casco, mi raccomando!”

Messaggio ricevuto.

Vado pian piano, seguendo uno scooter. Scopro così che il blocco della strada l’ha imposto la polizia. Passiamo a fianco di un gruppo di poliziotti e di militari. Non ci filano. Della protesta, vedo solo un mucchietto di cenere fumante.

Sfilo davanti ai militari, poi proseguo sulla strada principale per uscire dal paese. Attorno a me ci sono molti motorini che sfilano e sfrecciano.

Ad un certo punto mi affiancano due ragazzi su un motorino:

“Sì, ma devi sbrigarti! Ci sono altri blocchi dopo! Se hanno fatto passare qui, forse fanno passare anche là, ma devi sbrigarti, altrimenti chiudono e devi aspettare chissà quanto!”

Accelero ed arrivo al secondo blocco della polizia, all’uscita dal paese.

Qui stavolta non si passa, hanno bloccato da parte a parte e poliziotti e militari sono distesi su tutta la larghezza della strada.

Mi fermo a pochi metri dal blocco, affiancando due su un motorino.

“C’è un modo per aggirare il blocco?”, chiedo a uno dei due.

“Sì, seguici, stiamo andando anche noi”

“Mi hanno detto che c’è stato un morto!”

Lei mi guarda con occhio duro e rettifica: “Veramente i morti sono stati 7”

Mi gela e non dico altro.

Appena imbocchiamo la stradina laterale, ovviamente senza casco, sento chiaro e netto uno sparo. Acceleriamo all’unisono sia io che i due sul motorino.

Altra parallela alla strada principale, poi nuova deviazione. Sbuchiamo una trentina di metri dopo il blocco della polizia.

Alla mia altezza, vedo un militare armato e in assetto da assalto a fianco della porta di ingresso di una delle case dei contadini, a una cinquantina di metri dalla strada. In campo aperto, e cioè tra la strada dove mi trovo io e la casa del contadino, c’è un soldato. Senza elmetto nè giubbotto antiproiettoli, solo con un grande mitragliatore in mano. Si sta avvicinando con grande circospezione alla casa

Con i due ci diciamo che è meglio andarsene, quando si sente un altro sparo. Dagli specchietti vedo tre moto della polizia venire a grande velocità verso di noi. Io, per evitare problemi e spiegazioni, accelero e me ne vado. Vedo che si sono fermati dai due ragazzi. Immagino sia per dirgli di andarsene da lì, è pericoloso.

Accelero e mi allontano il più rapidamente possibile. Dopo pochi km, vedo una fila lunghissima di camion e auto. Tutti fermi per il blocco. Da questo lato il blocco è ben organizzato, la polizia ha fermato tutti e dà spiegazioni.
Da dove sono arrivato io, invece, non c’era nessuno e sono potuto arrivare, ignaro, a pochi metri dagli scontri. Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi fatto una foto in meno e foss arrivato cinque minuti prima al primo blocco, dove avevano appena investito e ucciso una persona.

La strada scorre bene, ma tra strada pessima di stamattina per uscire da Medellin, blocchi e altre soste, sono ancora molto lontano da Cartagena.

Mi godo il tramonto, poi con l’ultima luce del giorno entro a Sahagun.

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Sono in stanza ad asciugarmi dalla doccia, quando sento una sequenza di esplosioni. Poi dopo qualche secondo, una nuova esplosione, secca, forte. Sarà la suggestione della giornata, ma mi preoccupo. Ok, basta restare chiusi in camera, però non è tranquillizzante.

Dopo un quarto d’ora dalle esplosioni, vado a chiedere al ragazzo della reception;

“Che è successo, cos’erano quelle esplosioni??”

“Nulla, dei fuochi artificiali, qui è tranquillo, non preoccuparti!

Vado in piazza a mangiare una cosa, è da stamattina che sono a digiuno. Attacco bottone con due signori al tavolo a fianco. Gli racconto il viaggio e tutto il resto. Quando gli dico che pensavo che le esplosioni fossero proiettili, a momenti cadono dalle sedie per le risate!!

“Nooo qui è tranquillo!”

“Ok, però oggi ci sono stati 7 morti …”

“Otto”, precisa, “però a Caucasia, Antioquia …” e fa un gesto con la mano come a dire a Pechino.

Chiacchieriamo per un’oretta, poi torno in camera a riposare.

Domani, mar dei Caraibi!! Minatori permettendo …

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Le palme, la cera e l’acqua

Il proverbio “Rosso di sera, bel tempo si spera” in Colombia non funziona. Ha piovuto tutta notte e anche stamattina promette.

Faccio colazione con autentico caffè colombiano (“Non Nescafè!”, come precisa la signora dell’albergo … e vorrei vedere!).

Riprendo la moto dal garage, che poi era la prima “camera” che mi avevano proposto ieri, monto i bagagli e parto verso la valle del Cocora.

Passo anche dal mirador di Salento, una bella vista dall’alto della vallata, ovviamente verdissima, con tutto quello che piove!

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La strada verso la Valle del Cocora corre, ovviamente, sul fondo di una vallata, a fianco di un torrente.

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Anche qui, a metà strada tra Salento e l’ingresso al parco naturale, c’è un posto di blocco dei militari. Mi guardano sfilare, tra bandiere colombiane sventolanti.

Arrivo contemporaneamente a tre pullman che scaricano decine e decine di persone vocianti. La guida urla come un ossesso, ma nessuno lo ascolta, c’è il caos più totale. Mi pare giusto, in un posto tanto tranquillo, portare un po’ d vita!

Chiedo ad un ragazzo dove posso trovare informazioni per fare una passeggiata nel parco. Inizia a spiegarmi senza mostrare alcun secondo fine. Mi parla anche di passeggiate a cavallo e gli chiedo se sa dove posso prenderne uno.

“Sì, se vuoi ti faccio vedere!”

“Ma sono tuoi?”

“No, però sono una guida, se vuoi ti accompagno!”

“Ok!”, rispondo dopo aver contrattato il prezzo per due ore di cavalcata.

Salgo su Canelo, un cavallo di 8 anni molto mansueto, invece la guida, un ragazzo di 22 anni di nome Fabian, mi segue a piedi.

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Mi racconta la storia del parco, che piante e animali si possono trovare, ovviamente nelle zone remote dove ci va poca gente, non qui dove c’è tutto questo casino.
La palma da cera è la grande star di questo parco, l’albero nazionale della Colombia e unico al mondo, sia per l’altezza che raggiunge, che per l’altitudine alla quale cresce. E’ chiamata così perchè secerne una cera che i contadini usavano per impermeabilizzare i tetti delle case, le mantelle ed altri usi tradizionali, ma ormai essendo in pericolo di estinzione, Fabian mi dice che ci sono pene dagli 8 ai 10 anni per chi le taglia o le utilizza. Solo quelle cadute o morte in maniera naturale, si possono utilizzare.
Oltre alla palma da cera ci sono altre specie endemiche, come il pino colombiano. Poi altri tipi di piante, come il pino spatola e l’elenco prosegue ancora a lungo.
Come uccelli, ci sono il tucano, il colibrì, il martin pescatore, l’aquila e moltissimi altri.

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Mi diverto molto a cavallo, effettivamente dovrei andarci più spesso. Soprattutto quando è così mansueto e obbedisce bene agli ordini!

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Ad un certo punto il tempo peggiora, inizia a piovigginare e si alza una nebbia densa, con in più dei piccoli banchi che si spostano col vento e donano un’aura di mistero al paesaggio, con i ciuffi delle palme che sembrano galleggiare nel nulla , in mezzo al cielo.
Ci sono molte vacche che pascolano, ma qui non fanno formaggio, perchè lo danno tutto ad una ditta che lo viene a prendere ogni giorno.

Le due ore volano e dobbiamo tornare.

Dopo aver lasciato Canelo e Fabian, vado ad un banchetto che vende insalate di frutta. Immagino una macedonia, invece mi serve sì della frutta tagliata a pezzi, ma immersa in una crema che non capisco di cosa sia fatta, poi sopra ci schiaffa, oltre a cocco tritato, anche delle creme non identificate e un’altra mistura salata che sembra formaggio grattuggiato. Come rovinare un’ottima macedonia.

E’ ormai l’1 e la pioggerellina si è trasformata in una pioggia fitta, con tuoni che rimbombano forte nella vallata e saette che squarciano il cielo. Il mariposario lo vedrò in un’altra vita, ora punto dritto verso Medellin e arrivo fin dove riesco.

La pioggia prosegue intensa per decine di km. Andando verso Pereira, scopro che i suoi dintorni sono la vera valle del caffè. Si scorgono colline su colline coperte delle basse piante di caffè, quasi tutte ancora con i fiori, ma già con molte bacche, quasi tutte verdi e alcune già rosse.

Aggiungo un cartello alla collezione di “stranezze” fatta fin qui, ossia quello che avvisa dell’attraversamento di armadilli! Faccio appena in tempo a pensare che dovrei fermarmi a fotografarlo, ma non mi va per via della pioggia, che scorgo con la coda dell’occhio due ragazzi sull’altro lato della strada che ne hanno preso uno. Inverto e li raggiungo.

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“Stava attraversando, lo avrebbe ammazzato qualche macchina!”, mi spiega il ragazzo che lo tiene in mano. Anch’io lo faccio quando capita, con i ricci o i rospi.
Gli scattiamo qualche foto, poi lo liberano nella radura e lo guardiamo allontanarsi a razzo. Speriamo che in futuro si ricordi la paura di quella striscia nera piena di veicoli sfreccianti, forse riuscirà a morire di vecchiaia.

La vallata si increspa in colline per poi impennarsi sempre più in alto. Si ricomincia con il valzer delle montagne, mille metri su e mille metri giù! Venti minuti a 40 all’ora e 5 minuti a 90 all’ora!
Anche l’asfalto peggiora molto, diventa pieno di buche e sconnessioni.

Rifletto che, finora, la Colombia è il paese dove è più difficile guidare, per via dei frequenti lavori in corso che buttano per aria km e km di strada, del fondo sconnesso, dei milioni di curve con pendenze e contropendenze.
Il Perù invece è quello dove è più pericoloso guidare, per via dello stile di guida sbarazzino dei guidatori.

Supero un fiume enorme, poi la strada affronta la parte più dura del tragitto, curve sempre più strette, in montagna, con i soliti mezzi pesanti che occupano entrambe le carreggiate.
Il tempo minaccia di nuovo pioggia, davvero non vedo l’ora di uscire dalle montagne e riposarmi un po’ al mare!

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Poco prima di arrivare a Medellin, la Pollita compie i suoi primi 10mila km. AUGURI!!! Dovrò farle un regalo 🙂

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Medellin ha una periferia moderna e molto estesa. Chiedo informazioni ad un paio di persone in moto per il centro, poi mi indicano la zona del Poblado come la più sicura in città. Per quanto mi sforzi di guardare, non vedo nessuna insegna di hotel, finchè non ne vedo uno, peccato sia un cinque stelle!
Alla reception chiedo gentilmente se mi segnalano un albergo che costa meno e una signora prende a cuore la mia causa. E’ in taxi e dice al tassista dove andare, io li seguo.
Dopo qualche km ci fermiamo in un albergo molto carino, ad un prezzo accessibile.

“Perfetto, allora fermati qui, buon riposo e benvenuto in Colombia!” e se ne va, sempre in taxi.

Domani devo arrivare il più vicino possibile a Cartagena, ormai ho il miraggio del Mar dei Caraibi!

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Valle del caffè e orgoglio colombiano

Pessimo risveglio. Emergo dal sonno per colpa dell’odioso chiacchiericcio della televisione.

Guardo l’ora: le 5:30. Già ieri notte all’1 ancora sentivo la tv e non ho detto nulla perchè ero stanchissimo, ma adesso è davvero troppo.

Indosso i pantaloni da moto e una maglia. Le scarpe non le trovo, ma esco scalzo tanto sono imbestialito. Mi ritrovo immerso nella nebbia, tutto è ovattato. Sento la televisione rimbombare nell’aria. Origlio alla porta della stanza a fianco, ma non sento nulla, viene da un’altra parte.
Cammino nell’oscurità nebbiosa e dopo poco capisco che viene dal padiglione a fianco dell’edificio principale. E’ una grande sala aperta, con tanti tavoli e un maxi schermo al fondo.
Mi aspetto che i due cani da guardia mi aggrediscano da un momento all’altro, perchè mi sto aggirando senza far rumore, nel buio. Ma sono talmente arrabbiato che sarei io ad aggredire loro.
Uno dei cani, il pastore tedesco, è sdraiato all’ingresso del padiglione. Gli mando un fischio per svegliarlo, ma il rumore della tv è talmente forte che non mi sente. Pazienza. Quando gli passo a fianco, se ne accorge e si tira su all’improvviso. Gli dico di stare buono e mi fiondo verso la tv.
Non vedo nessuno, ma quando sono a pochi passi, mi accorgo che c’è una persona in piedi, di fronte al mega schermo, a non più di tre passi. Con il volume altissimo.
Lo prendo a male parole che, data il sonno e l’arrabbiatura, sono tutte in romanesco stretto, incomprensibili fuori dal Raccordo Anulare. Però il tipo è sagace e intuisce che il problema è la TV e la spegne.

Mi allontano continuando a imprecare in dialetto romanesco intramezzato da poche parole di spagnolo. Proprio di fronte alla mia stanza incrocio il proprietario, già sveglio. Me la prendo anche con lui, stavolta riuscendo a usare più parole di spagnolo e meno di romanesco.

Il sonno ormai è andato. Mi riaddormento con grande difficoltà, per poi svegliarmi alle 8:30, dopo aver sentito altri rumori di motori meccanici e non so che altro.

Vado a fare colazione e mi rendo conto che il posto è molto bello, ieri arrivando di notte non avevo visto: è un’architettura tradizionale, tutta in legno vivacemente dipinto, c’è la piscina, i cavalli, molte piante e fiori. Purtroppo però il posto mi è andato di traverso e ho deciso di andarmene.

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Solito uovo per colazione, con la novità di un pezzo di formaggio, simile al nostro primo sale. Ha deciso per la cioccolata calda, mentre ovviamente avrei voluto del caffè.

La valle del caffè è molto bella e ben curata, con ville eleganti a fianco delle tradizionali finca, come quella in cui ho dormito. Sono colline molto dolci, mi ricordano le Langhe piemontesi o il Chianti toscano, per l’eleganza delle abitazioni, gli ampi panorami sulla vallata e la pulizia e precisione del tutto. La vegetazione naturalmente è diversa da quella italiana: banani, palme, piante e fiori tropicali. Ed effettivamente non vedo piante di caffè.

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Arrivo in un paesino e sento il bisogno di integrare la colazione con un bel succo di frutta fresco e un dolce di panetteria.

Dopo qualche km raggiungo il Parco del Caffè, un parco tematico. Mentre sto per entrare, arrivano tre moto “occidentali”: un BMW GS e altre due che non ricordo, tutte attrezzate di bauli, borse e loro vestiti di tutto punto con tute in cordura, caschi, stivali e tutto il resto. Penso a dei motociclisti europei in viaggio in Sud America e grandissima è la mia sorpresa quando vedo la targa: Venezuela!!

Li raggiungo nel parcheggio e le sorprese non finiscono: mi lascio sfuggire un paio di parole in italiano mentre parcheggio e una ragazza del gruppo dice:

“E’ italiano!”

“Ah, anche voi siete italiani??”

“No, siamo venezuelani, ma figli di italiani emigrati”

Lei e il marito parlano un italiano perfetto. Lui, Raffaele, tra l’altro è appena tornato dall’Abruzzo, dove sono il fratello e i genitori che nel frattempo sono rientrati.

Leghiamo immediatamente e mi aggrego al gruppo.

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Il parco è molto ben fatto e organizzato con tante attrazioni e percorsi per soddisfare tutte le esigenze, sia culturali che di divertimento, dai più piccoli ai più grandi.

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C’è un grande bosco di bamboo, bellissimo, dove posso ammirare da vicino dei possenti esemplari. E’ una pianta incredibilmente robusta che può essere alta molti metri, incappucciata da un ombrello di foglie sottili, verdissime.

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Assisto allo “Show del Caffè”, uno spettacolo con danze in vestiti tradizionali, interessante e piacevole. Mi colpisce il gran numero di omaggi e inneggiamenti alla Colombia, alla sua cultura e tradizione, con il pubblico, in buona parte colombiano, che rispondeva entusiasta. Grande orgoglio colombiano!

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All’uscita trascorro ancora un po’ di tempo con i motociclisti venezuelani che mi mettono in guardia dai pericoli del loro Paese:

“Il Venezuela è molto pericoloso, non è tranquillo come la Colombia! Cerchiamo di non far sapere nulla di quello che abbiamo, altrimenti corriamo il rischio di venir rapiti per avere un riscatto. Ti rovinano la vita! Negli ultimi anni hanno distrutto il paese, Chavez quanto meno aveva un ideale, ma Maduro è un ignorante, figurati cosa può fare un ex autista! A noi hanno requisito dei terreni, hanno nazionalizzato quasi tutte le imprese private del Paese. Il sostegno ce l’hanno grazie ai sussidi che danno alla povera gente, che quindi li vota anche se comunque alla fine fanno la fame”

Insomma, un quadro desolante, che in parte già conoscevo per sentito dire e avere la conferma da persone che ci vivono, è ancora meno incoraggiante. Comunque, mi dico, cerco di stare attento e di evitare le città più grandi, di solito calamita di criminali vari.
Raffaele mi regala anche un po’ di bolivar per avere qualcosa in tasca quando entro, mitico!! 🙂

Esco dal parco dopo averli salutati e proseguo il giro nella valle del caffè, infilandomi in una stradina senza segnalazioni, tornando poi sulla principale. I nomi sono tutti evocativi di luoghi geografici nel mondo: Montenegro, Armenia, Circassia, qualche km indietro c’è Palmira, poi Andalusia e così via, per finire con il paesino dove vorrei fermarmi per la notte, Salento.

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A Montenegro vorrei fare la piccola strada che prosegue per la valle del Caffè, fino a Circassia. Purtroppo non è percorribile perchè la stanno rifacendo. Un ragazzo mi dice però che con la moto, di lato, riesco a passare.

Seguo le sue indicazioni e alcuni lungo la strada mi danno delle voci:

“E’ chiusa, stanno facendo i lavori!”

E dall’altro lato della strada uno sente e risponde: “No, ma di lato riesce a passare!”

E il primo risponde che no, non ce la faccio. Proseguo lasciandoli a discutere se sì o se no.

Un ragazzo in bicicletta mi precede e mi mostra la strada fino all’inizio del lavori. La strada è completamente scavata, incorniciata da teli di plastica bianca, lasciando liberi solo due passaggi strettissimi ai lati, per i pedoni.

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Il ragazzo che mi ha accompagnato mi chiede dei soldi, in maniera gentile, ma insistente. Gli do qualche pesos e ancora non sono andato che anche lui inizia a discutere con un altro:

“Ma guarda che non ce la fa a passare!”

“Sì, di lato ci passa!”

“Non credo … comunque non da destra, lì stanno scavando anche di lato, passa da sinistra”

“Ok”, rispondo io, “grazie!”

Il passaggio è strettissimo, ci passo per pochi centimetri. I pedoni mi fanno passare, nessuno dice nulla. Proseguo per un po’ di metri finchè trovo un punto troppo stretto. Impossibile, nemmeno volendo perdere tempo a smontare le valigie laterali.

Mi fermo perplesso, pensando a cosa posso fare. Uno mi dice che devo passare per Armenia, un altro risponde che dal lato opposto della strada ce la faccio. Gli rispondo che uno poco fa mi ha detto che stanno scavando anche a lato. Un terzo però dice che c’è un sentiero dietro una siepe e posso passare di là, superando il pezzo che stanno scavando.

Riesco ad invertire sul prato di una casa, per fortuna senza nessuno dentro ad insultarmi.
Mi infilo nel sentiero che mi hanno indicato e sbuco sullo strettissimo marciapiede poco più sopra. Ricomincio lo slalom tra i pali della luce e i teli dei lavori, finchè anche qui non raggiungo un punto troppo stretto. Non si passa. Di nuovo, uno che cammina sul marciapiede si ferma e cerca di capire con me come si può fare.
Il palo di sostegno dei teli bianchi che coprono i lavori si può spostare. Allora scende nella buca dei lavori, gli passo il palo inclinato e lui da lì sotto lo mantiene inclinato.
Ci passo!! I successivi punti sono larghi a sufficienza, anche se strisciando con le valigie sia a destra che a sinistra. Finalmente il tratto con i lavori finisce e sbuco sulla strada che porta a Circassia.

Spero di non dover tornare indietro per un motivo qualsiasi, perchè non so se riuscirei a rifarlo!

Però ho la soddisfazione di avercela fatta e di percorrere una bellissima stradina di campagna che attraversa ancora la valle del caffè, invece di aver preso l’alternativa per tutti gli altri, una strada più larga e trafficata, sicuramente meno affascinante.

Fiancheggio per molti km enormi bananeti e altre colture, splendide finca in legno dai colori vivaci e una natura esplosiva.

Raggiungo la strada principale, tra Armenia e Pereira. Provo a cercare per una ventina di minuti buoni l’albergo dove andavano a dormire i ragazzi venezuelani, ma non riesco a trovarlo, anche chiedendo a diverse persone del posto.

Lascio perdere e vado a Salento. Ormai la giornata è finita e mi godo uno splendido tramonto, con mille sfumature di rosso e di rosa. Speriamo che il famoso proverbio abbia ragione!

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Arrivo a Salento e trovo un albergo con wifi, anche se troppo tardi scopro che è pessimo, per cui non riesco a caricare nulla sul blog.
La ragazza alla reception inizialmente mi propone quello che scopro essere il garage. In pratica nel box auto (ben impregnato anche della caratteristica puzza) hanno messo un letto e uno scaffale. Per il resto, c’è ancora tutta la roba tipica di un garage: dell’olio motore, qualche attrezzo e altra roba.
Non commento e mi limito a dire che preferirei altro. Allora mi mostra una camera, stavolta dentro l’albergo, molto carina. Solo che c’è solo per stanotte:

“Ma non è un problema, domani parto!”

Parlo a lungo con il signore che gestisce l’albergo, su cosa posso fare domani tra Valle del Cocora e paesini circostanti.

Nell’albergo incontro anche un colombiano, ma dai tratti assolutamente europei, che parla un ottimo italiano: molti anni fa è stato per 10 mesi a Verona, ha imparato l’italiano e non l’ha più dimenticato.
Iniziamo a parlare per caso del Venezuela e della situazione là, ma lui ha un punto di vista totalmente diverso dai ragazzi di oggi:

“Il Venezuela è MOLTO più tranquillo della Colombia! Chavez ha fatto tanto per il popolo, ora hanno scuola, sanità e molte altre cose. Vedrai che lo troverai molto più tranquillo che qui”

Da una parte una classe media venezuelana colpita duramente dall’economia “chavista”, dall’altra un colombiano socialista. Forse la realtà è nel mezzo. Lo spero, perchè le esperienze raccontatemi dai ragazzi erano davvero inquietanti.

Domani farò una passeggiata nella valle del Cocora, poi andrò a vedere un mariposario (un vivaio di farfalle) e poi inizierò la mia salita verso Cartagena, arrivando fin dove riesco.

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Al centro del caffè

Oggi si preannuncia intensa: devo fare la copia autenticata del documento, inviare il documento con corriere espresso e raggiungere la valle del caffè.

Quando esco sono sorpresissimo: mi trovo davanti una città piena di vita e di gente che corre e scorre da tutte le parti. Che contrasto con ieri sera! Quando ero arrivato, nonostante non fosse particolarmente tardi, era tutto chiuso. Ma in maniera diversa, ossia normalmente quando è sera, ci sono tante serrande abbassate, negozi chiusi, però c’è anche qualcosa aperto, un bar, un ristorante, un locale e c’è gente in giro, anche poca, ma qualcuno si vede.
Invece ieri sera era tutto chiuso, ma proprio tutto. E nessuno in giro. Sembrava ci fosse il coprifuoco; avevo avuto l’inquietante sensazione di una guerra o un’epidemia in corso, tanto era irreale quel vuoto.

Oggi invece la vita esplode. Il centro è molto carino, tutto di eleganti e candidi edifici coloniali. E’ una città bianca, per lo meno il centro.

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Vado dal notaio. Come avevo già visto a Concepcion con Nicola, i notai non sono quei templi sacri che ci sono in Italia, con il notaio che è una sorta di essere mitologico che appare solo ad alcuni eletti e che, soprattutto, ha delle tariffe degne di un sacrificio rituale richiesto da un capriccioso semi-dio.
Per non parlare delle banche, che restano aperte fino alle 18:30/19 …

Qui i notai sono uffici normali, con tanti sportelli ognuno che effettua un’operazione differente: autentiche, duplicati, certificati, ecc. Sono molto rapidi e costano non “poco”, bensì “il giusto”.
La mia copia autenticata consiste nel fare una fotocopia del documento, mostrarla al notaio che verifica che fotocopia e documento siano identici, mette un timbro e una firma. Due minuti di lavoro, meno di 1,5 euro il costo (un euro e mezzo). A voler fare il rapporto con il costo della vita, è come se fosse costato 10 euro. Come in Italia!
Tra parentesi, la fotocopia l’ho fatta nel negozio a fianco, che è un interessantissimo parrucchiere / negozio di fotocopie. Evidentemente ha fiutato l’affare e, mantenendo il lavoro di parrucchiere, ha comprato una fotocopiatrice e la usa in continuazione grazie al notaio a fianco.

Vado a cercare il corriere per spedire il documento e passo davanti a una golosa bancarella coperta di ananas. Non posso resistere e me ne faccio due belle fette dolci e succose.

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Il corriere è un affiliato UPS e mi chiede l’equivalente di 30 euro per mandare il documento da qui a Santiago del Cile.

“Quanti giorni ci vogliono?”

“Cinque, festivi esclusi”

“Non c’è modo di farlo arrivare prima?”

“No, perchè oggi pomeriggio da qui va a Cali, poi domani da Cali va a Bogotà e dopodomani parte per Santiago”

“Ah! Quindi se vado a Cali potrei risparmiare un giorno?”

“Penso di sì”

Ringrazio e torno in albergo: tra un paio d’ore dovrei essere a Cali, lo mando da lì! Anche se questo significa entrare in città e perdere un mare di tempo.

Pago il conto dell’albergo e ho una sorpresa. Ieri avevo tirato sul prezzo della camera (ben 117mila pesos colombiani, pari a circa 46 euro, una cifra esorbitante per la Colombia) provando ad abbassarlo a 100mila

“No Señor, mi spiace, il prezzo è già ridotto, durante il week end costa 156mila pesos”

Avevo insistito ancora un paio di volte, ma la ragazza era inflessibile, il prezzo era quello e non si discuteva.

E invece oggi scopro che devo pagare 100mila pesos! Purtroppo non c’è, per poterla ringraziare.
Ho anche una consumazione e, altra cosa che ho notato anche in altri paesi, il costo degli articoli è molto simile a quello che si può trovare fuori, non sono dei furti a mano armata come in Italia!

E’ ormai mezzogiorno quando riesco a partire. Terribilmente tardi!

Riesco a trovare l’uscita da Popayan abbastanza rapidamente, dopo un paio di contromani ad-hoc per evitare un ingorgo pauroso e per riprendere un bivio mancato.

La strada per Cali per fortuna ha il fondo in condizioni molto migliori rispetto alla strada di ieri. Le montagne si trasformano rapidamente in colline e con lo scendere dell’altitudine la vegetazione da montana si trasforma in tropicale. Fiori ovunque, banani e altre piante tropicali. Uno spettacolo.

Arrivo a Cali, piuttosto caotica ed inizio il non facile compito di andare verso il centro. Finisco su un grande viale, pieno di attività commerciali, concessionari d’auto, banche e dopo poche centinaia di metri vedo anche un bel centro spedizioni Fedex. Tra i tanti documenti che mi fa riempire e informazioni che mi chiede, ce n’è uno curioso, dove devo indicare almeno due persone che conosco in Colombia.

“Lo richiede il ministero come controllo anti-droga.”
Non indago ulteriormente, però  mi sembra una misura singolare. Faccio notare al commesso che sono senza fissa dimore 😉 visto che cambio albergo praticamente tutti i giorni. Mi fa lasciare quella parte del modulo in bianco, chissà poi se aggiungerà due nomi di fantasia.

Spedisco il documento a Santiago e riparto. Anche uscire da Cali non è particolarmente complicato, a parte l’ultimo svincolo per prendere una tangenziale che, a poche decine di metri dallo svincolo stesso, da 4 corsie asfaltate si trasforma in pista sterrata. Pista occupata da una specie di grande laguna che tutti si affannano ad evitare, preferendo andare contromano sull’altra corsia, piuttosto che affrontare l’enorme pozzanghera.
Faccio caso per la prima volta che tutte le persone che guidano uno scooter, hanno la targa scritta sul casco con lettere adesive. Se c’è un passeggero, anche lui deve avere la targa del veicolo scritto sul casco. E se uno per una volta va dietro un’altra persona???

Piove quasi ininterrottamente da stamattina, a parte brevi pause, da quando ho lasciato Popayan. Fortuna che non ho lasciato la cerata a Lima! Per un attimo ci avevo pure pensato!!

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Incredibilmente, da Cali parte verso nord una splendida e perfetta autostrada. Questo aumenta drasticamente la media, riesco ad andare senza problemi a 75/80 km/h. Le carreggiate sono incorniciate da splendidi ed enormi alberi tropicali e palme. Residuo di quello che c’era qui prima dell’asfalto.

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I km scorrono veloci e tra un acquazzone e l’altro arrivo prima al bivio che porta verso Armenia e la valle del caffè. La strada torna a due corsie, anche se nuova e ben fatta.
Compaiono di nuovo i posti di blocco dell’esercito. La novità rispetto ai giorni scorsi, sono delle trincee e delle protezioni costruite con dei sacchetti di sabbia, esattamente come in guerra.
Incrocio un altro posto di blocco e dal mio lato della strada, il destro, parte a tutta manetta uno scooter con due militari a bordo, entrambi senza casco. Il passeggero porta a tracolla un mitragliatore la cui canna finisce ben oltre la sua testa. Impressionante!

Ormai sono a poche decine di km da Armenia, non posso fermarmi adesso, per cui anche oggi finirò per guidare al buio.

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Sto puntando Armenia per proseguire fino a Salento, sono ormai a meno di 15 km da Armenia, quando vedo la deviazione per il parco del caffè. Che vado a fare a Salento se poi dovrò tornare qui?

Chiedo informazioni se nel parco ci sono degli hotel o alloggi di altro tipo e, dopo aver ricevuto risposta affermativa, mi inoltro nel parco. Il buio è totale e la strada senza segnalazioni. Praticamente mi pare di galleggiare nella foresta, vedo vegetazione da ogni parte, illuminata dal piccolo faro della Pollita.

Dopo una decina di minuti arrivo ad una finca che lavora anche come ostello. Mi fermo perchè sono stanchissimo, non voglio proseguire oltre.

A cena, inizio a chiacchierare con il tipo che la gestisce. Scopro così che la finca non produce più caffè da molto tempo:

“I prezzi si sono abbassati troppo, non conviene più! Adesso tutti qui coltivano altre cose: banane, ananas, ecc

Prosegue poi la delusione con la cena: il tipo mi mostra il menu, poi dopo un po’ arrivano due in motorino con un pacchetto di plastica in mano. E’ una scatola di polistirolo e contiene la mia cena. Per di più la carne sembra una suola di scarpe e le patatine sono dure come il marmo.

Realizzo anche che quello che voglio vedere io, il Parco della Cocora, è proprio a Salento! Domani mi tocca andare là allora … e io che speravo di riposarmi almeno un giorno!

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