Verso il cuore della Colombia

La nottata è travagliata, mi sveglio molte volte e spesso faccio dei profondi respiri. Siccome li conosco bene avendoli avuti per alcuni giorni quando ero salito in quota in Cile, controllo l’altitudine di Ipiales. Caspita, 3000 metri! Non credevo.

Ormai sono entrato in Colombia, devo attivarmi per il Brasile!
Il piano è di fare un duplicato della dichiarazione che ho con me, con i due timbri richiesti dal consolato brasiliano. Il duplicato lo tengo io, per sicurezza. L’originale lo mando via corriere a Santiago, ad un’amica di Caterina che lo porta al consolato brasiliano, lo fa autenticare e me lo rimanda nella città in cui mi troverò. Spero ancora in Colombia, altrimenti in Venezuela.

Facile no?

Peccato che non riesco nemmeno ad iniziarlo il piano: oggi è tutto chiuso, festa nazionale, ricorrenza della battaglia di Boyacà che fu cruciale per la Liberazione della Colombia dagli spagnoli.

L’idea perchè i prossimi giorni però è di andare in piccoli paesi di campagna, dove sicuramente non ci sarà il corriere espresso, quindi dovrò rimandare di alcuni giorni. Non ci voleva questa festa.

Mentre cerco un notaio aperto, vedo uscire una ragazza dal portone di una casa. Ha in mano due ceste credo di dolci. Sono piccoli barattoli trasparenti, pieni di quella che sembra una crema di latte. Appena uscita, posa le due ceste a terra, si fa il segno della croce, poi riprende le ceste ed inizia la giornata di lavoro.

Nella piazza principale incontro dei motociclisti dell’Ecuador, di Quito. Hanno un Multistrada, una Ducati tipo Monster e un’altra moto. Stanno andando a Medellin, poi torneranno indietro.

Mi avvio verso il santuario della Vergine di Las Lajas. E’ vicinissimo a Ipiales, la strada si distende sul fianco di una collina, offrendo un panorama spettacolare sui rilievi che circondano la città e il santuario. Approfitto del sole e mi concedo un piacere proibito: andare in moto senza casco! Sono pochi km fino al santuario e quant’è bello sentire il vento tra i capelli e l’aria tiepida sul viso.

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La discesa al santuario, prima in moto e poi, soprattutto, a piedi, è molto ripida. La parte a piedi è in buona parte di scale.
Prima di arrivare al santuario, si vedono le mura coperte di ex voto. Sono centinaia, forse migliaia. Una famiglia ne sta mettendo una proprio adesso: una piccola lastra di marmo con inciso l’ex voto e un po’ di cemento per fissarla sulla roccia, assieme a tutte le altre.

E’ in corso la messa, con il prete che sottolinea come la fede non sia un concetto acquisito di diritto, ma va coltivata giorno per giorno, ricercata.
Per ora non c’è la musica; nelle messe che ho incrociato nei giorni scorsi, c’era sempre qualcuno che cantava e suonava la chitarra o la tastiera, canzoni quasi pop direi. Forse é la risposta sudamericana ai gospel nordamericani.

La risalita verso la moto, con centinaia di gradini e complice l’altitudine, è sfiancante.

Finalmente sono in sella, parto verso Pasto. Il nome di questa cittadina mi ricorda il libro “Il pasto nudo”, di William Burroughs, una cronaca folle e visionaria dell’esperienza della droga, scritta ovviamente sotto i suoi effetti. Nonchè il blog di Sonia, una mia cara amica.

L’idea è di arrivare in quella città, prendere una strada secondaria per vedere la laguna de la Cocha e proseguire per San Agustin, dove si trova un’area archeologica interessante.

La parte iniziale di quella che si chiama ancora Panamericana, ma ormai del carattere grandioso che aveva in precedenza, ha perso tutto, essendo ridotta come una nostra strada statale infestata di curve, dicevo, la parte iniziale è stretta in una gola di montagne non troppo alte, prima verdi, poi pian piano sempre più brulle e spoglie.

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La strada, come ormai mi ha abituato da parecchio tempo, scende a quota 0, per poi risalire di centinaia e centinaia di metri, in una continua altalena in cui passo dal caldo umido della parte bassa, dove inizio a sudare, al freddo secco della parte alta, dove devo chiudermi e coprirmi completamente per evitare colpi di freddo.

Arrivo a Pasto e mi metto a parlare con un motociclista del luogo. Per prima cosa, mi dice che per arrivare alla laguna servono almeno 40 minuti (ed è già tardi) e poi che da una certa cittadina in poi, diventa una pista di terra.
Non ho voglia di fare nè l’uno nè l’altra, per cui rinuncio alla laguna e punto a Popayan. Ne ho già viste tante di lagune, mi dico cercando di consolarmi.

Non è facile riprendere la Panamericana, alla fine varie deviazioni e perdite di tempo, ci riesco.
La Panamericana é solo un nome, non é garanzia che sia una strada grande e in buone condizioni. Cambia in continuazione, da strada di montagna incredibilmente intricata, a morbida linea che si snoda tra i boschi, dal fondo liscio e immacolato ad un inferno di buche e rattoppi che la rendono peggiore di tante piste sterrate.
Purtroppo, poco dopo Pasto, quindi con ancora tanti km da fare, è quasi sempre butterata di buche che fanno sobbalzare vistosamente me e la povera Pollita, che strizzo a più non posso per tirarmi fuori da questo taboga.

In queste condizioni, i km passano lentamente, molto più lentamente del tempo.
Un cartello annuncia “Popayan – 90 km”. D’accordo, ma se in quei 90 km ci sono 90 milioni di curve, vuol dire poco come informazione.
Ed ecco la ragione del perchè qui si esprimono solo ed unicamente in termini di tempo, non di km. Perché è vero che i km sono misurabili e precisi, però non danno il senso della difficoltà della strada. Il tempo impiegato, invece, sì. E a conti fatti, quello che a uno importa, è il tempo che manca per potersi riposare, non quanti km mancano.

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Quando sento che sto per addormentarmi, metto in cuffia un po’ di canzoni italiane anni ’90, come le bellissime Senza Pietà e Stiamo Come Stiamo (piccolo inciso, che voce incredibile che aveva Mia Martini!). Ascoltandole nelle sequenze ininterrotte di curve, danno una bella scarica di adrenalina!

Verso la fine del pomeriggio, sono ancora a una sessantina di km da Popayan. Questo significa che certamente finirò al buio. Mi riprometto di fermarmi alla prima posada carina.
Lungo la strada se ne trovano tante, ogni pochi km c’è un ostello, una posada o un piccolo albergo.
Incrocio molti paesini e quando non sono paesini, sono case isolate, ognuna col suo campicello da coltivare e qualche animale che pascola.

Da Ipiales in poi, si susseguono i punti di controllo che possono essere della Polizia, in normale tenuta in divisa oppure dell’esercito, in pieno assetto da guerra, con armi ben in vista.

Nonostante le pessime condizioni stradali, hanno pure il coraggio di chiedere dei soldi in un paio di caselli.
Stavolta mi informo prima, per evitare la figuraccia che ho fatto in Ecuador, dove mi sono infilato tranquillo e allegro in una corsia chiusa, per fare come in Perù e passare senza pagare, quando una guardia armata di fucile a pompa mi ha indicato la corsia aperta. Devo pagare!

Qui in Colombia invece non si paga. Riepilogando: in Cile e Ecuador, le moto pagano tariffa ridotta rispetto a quella piena. Bolivia, Perù e Colombia invece non fanno pagare. In entrambi i casi, la situazione è migliore di quella italiana, dove si paga sempre la tariffa massima, quella delle auto.

Supero l’ultimo paesino prima di Popayan e chiedo ad un signore:

“Quanto tempo per Popayan?” (alla fine anch’io ho imparato a chiedere il tempo, non più i km).

“No, poco, solo 25 km!”, e stavolta è lui a fregarmi rispondendomi!

“Mh, ma come sono? Così – e indico la strada, che qui è piena di buche e fango, molto scivoloso – o é meglio?”

“Buoni, tutto asfalto!”

Sì, ma non ha risposto alla domanda, se asfalto buono o distruttivo.

La luce è quella debole del crepuscolo, si indovina la strada, ma è sempre più buio. In giro ci sono biciclette, persone, oltre ovviamente a camion e camionette che continuano a tenere fissi gli abbaglianti anche quando li incroci.

Decido di fidarmi del tipo e proseguire, niente posada lungo la strada.

La parte iniziale effettivamente è stata appena rifatta ed è perfetta. Ma dura solo pochi km, poi torna la strada rovinata di sempre, oltre a parecchi cantieri in cui mi ritrovo a passare su ghiaia e fango.
Maledico il tipo che mi ha detto di proseguire, che mancava poco.

Dopo una quarantina di faticosissimi minuti arrivo a Popayan.

Chiedo informazioni per il centro ad una giovane coppia in moto. Provano a darmi delle indizioni, ma si accorgono che è troppo complicato e decidono di accompagnarmi.
Arrivano fino a un fabbricato della polizia, a fianco del parco di una piazza. La ragazza deve chiedere il permesso per proseguire. Infatti, dopo le 18 è vietato entrare nel centro in due su moto e motorini.

“Per via degli scippi e delle rapine”, mi dice. Sarebbe da fare anche in qualche città italiana …
Il poliziotto esce dalla casupola e viene a verificare che davvero sia straniero, poi ci fa proseguire.

Mi portano ad un hotel molto bello, con il garage.

Come ieri, ceno al volo e studio su dove posso proseguire il giro in Colombia, poi crollo a letto esausto.

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Oltre l’Equatore, fino a …

Il piano di oggi prevede di andare a Otavalo. Ma nella notte mi chiedo cosa vado a farci: è comunque lontano dalla Colombia e l’unica attrattiva è il mercato del sabato. E oggi è martedì.

Meglio sarebbe, a questo punto, andare direttamente in Colombia. Sulla cartina vedo che c’è una cittadina, Ipiales, proprio attaccata al confine. Se mi fanno entrare, dormo lì. Se non mi fanno entrare, torno indietro fino a Tulcan, anche questa molto vicina al confine, lato Ecuador. In qualsiasi caso, dovrei trovare da dormire facilmente.

E via allora, verso la Colombia! O almeno ci provo, come sempre.

Ha piovuto tutta notte e alle 6:30, quando mi sveglio, ancora piove. Per fortuna, per le 8 quando parto, ha smesso. Il paesaggio, però, è ancora immerso nelle nubi, a dare un tocco mistico e misterioso alle montagne.

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Stavolta la strada è tutta una salita praticamente ininterrotta fino alla Panamericana. Il freddo diventa via via più intenso, poi prima di Quito, la strada si impenna non so fino a quanti metri, sicuramente più di 3000. Mani e piedi sono doloranti e il resto del corpo è alla soglia della temperatura minima di comfort. Come già è accaduto nei giorni scorsi, vengo inghiottito dalle nuvole, bassissime. Mi ritrovo nella nebbia, con pioggerellina costante e freddo intenso.
Poi per fortuna la strada scende e recupero tutto: visibilità e un po’ di calore.

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Cerco di circumnavigare Quito, ma i cartelli sono del tutto assenti e quindi ci finisco dentro, perdendo una mezz’ora buona, forse anche di più.

A nord di Quito c’è un posto chiamato Metà del Mondo e segna il punto in cui passa l’equatore. Però non vedo il cartello o banalmente non c’è. Me ne accorgo che ormai sono parecchio distante, non ho voglia di tornare indietro e aggiungere altri km alla già lunga giornata. Spero in una qualche monumento o targa sulla Panamericana, la principale strada dell’Ecuador, ma nulla. Peccato, sarebbe stato un bel ricordo, il passaggio dell’equatore!

I km passano e, come sempre, supero decine di montagne, più o meno alte. Nelle discese sfreccio fino a 80/90 km/h; sulle salite, dipende dall’inclinazione, posso andare sui 50, ma anche a velocità inferiori, fino a 20 km/h nelle salite più ripide. Certo che un ponte o un tunnel ogni tanto, potrebbero farlo!

La vegetazione passa in poche ore da quella tropicale di Baños, a quella alpina di Quito e dintorni, alla semi-arida della parte più a nord, verso il confine con la Colombia, dove si possono vedere colline coperte del giallo del grano tagliato. Per finire con paesaggio collinare che ricorda le regioni dell’Italia Centrale.

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Prima di arrivare a Tulcan, attraverso alcuni piccoli paesi, dove la maggioranza della popolazione è nera. Sembra una piccola enclave, perchè tra loro non vedo altri tratti, né indio né meticci né caucasici.

A Tulcan, ultima cittadina dell’Ecuador di una certa dimensione, situata a 10 km dal confine, decido di fare il pieno, visto che qui la benzina costa molto meno che in Colombia, Il benzinaio, però, sotto l’occhio vigile di un militare a pochi passi da lui, mi avvisa che per legge non può farmi più di 3 dollari di benzina, questo perchè dalla Colombia arrivavano frotte di persone per fare il pieno.

Arrivo finalmente al ponte internazionale di confine. E’ molto diverso dai precedenti confini: c’è un gran caos di camion in attesa di controllo, venditori ambulanti, cambia valute abusivi. Tutti uno sull’altro.

Passo davanti al militare che sta controllando l’uscita dall’Ecuador e mi dice di proseguire. Gli chiedo dove devo far controllare il passaporto, e quello come risposta, mi indica un edificio grande, in metallo e muratura.

Arrivo fin là, entro scansando 3 cambiavalute abusivi e scopro che questo è il controllo passaporti …. della Colombia!

Torno indietro abbastanza innervosito. Nell’ufficio del controllo passaporti c’è una fila incredibile, alla fine impiego 45 minuti.

Controllo della moto, con l’impiegato che esce dall’ufficio e la fotografa da tutte le parti con una compatta digitale.

Posso andare, ciao Ecuador!

Torno al controllo passaporti della Colombia. Incredibile il contrasto tra l’Ecuador che ha una fila di decine di persone, penso per entrare, mentre gli uffici della Colombia sono desolatamente vuoti.

Il controllo passaporti è veloce, ora tocca alla moto. Altro esame!

Vengo accolto da un impiegato che mi elenca le fotocopie che devo fare e di quali documenti. Le faccio in un ufficio dall’altro lato della strada (sempre con frotte di persone a chiedermi se voglio cambiare dollari in pesos colombiani) e per sicurezza fotocopio anche la dichiarazione di Nicola, anche se l’impiegato non me l’ha elencata, sicuramente perchè pensa che la moto sia intestata a me.
Compro anche una bottiglia d’acqua. E’ la prima cosa che bevo da stamattina, mentre è da ieri sera che non mangio. Come cantavano i Massimo Volume in Atto Definitivo, Ho cominciato una specie di Ramadan involontario”.

Torno nell’ufficio, l’impiegato senza alzare la testa mi dice di sedermi su una sedia verso il fondo dell’ufficio. Accetto volentieri e i minuti iniziano a passare. Dopo una ventina di minuti vado a chiedere chi stiamo aspettando:

“La persona che deve controllarti la moto!”

“Ah! E dov’è?”

“Fuori”

Capisco che non vuole parlare o spiegarmi di più e vado a rimettermi seduto.
Passano altri 20 minuti, fuori ormai è diventato buio e della persona che deve controllarmi la moto, ancora nessuna traccia.

Finalmente l’impiegato si decide a controllarmi almeno i documenti. La moto poi la controllerà chi vogliono loro.

Prende tutto, fotocopie e originali e inizia a leggerli e riempire un modulo sul computer. Pare non si stia accorgendo che è intestata a Nicola e non a me. Mi chiede anno, colore, modello, telaio, ecc ma nemmeno una parola sul proprietario.

Visto come si stanno mettendo le cose, sfilo con noncuranza la fotocopia della dichiarazione e la appoggio vicino agli originali dei documenti.

Riempie tutto, mi restituisce gli originali e … si accorge del foglio:

“Questo cos’è?”

Mi prenderei a schiaffi, avevo intuito che non si stava accorgendo del proprietario, ho tolto bene la fotocopia, ho nascosto bene l’originale … e gli ho lasciato la fotocopia sotto al naso?!?

“E’ l’autorizzazione a portare la moto nei Paesi del Sud America”

Apre velocemente il libretto della moto, con lo sguardo allarmato. Rilegge il libretto, legge attentamente la dichiarazione, mentre penso che adesso sono fritto e iniziano i problemi.

Invece la ripiega e me la restituisce con uno sguardo del tipo “e chi se ne frega?”

Stampa il modulo che aveva riempito al computer, senza cambiare una virgola. Lo firmo e mi congeda:

“Buon viaggio e benvenuto!” e anche la collega accanto a lui, mi dà il benvenuto.

Sono in Colombia!!! Sono troppo contento, ancora non riesco a crederci.

Ormai si è fatto buio, ma per fortuna sono a 2 km dalla città. Entro e chiedo informazioni, tutti mi sembrano incredibilmente gentili e disponibili.

Trovo l’albergo con tanto di ristorante, dove ceno perchè sono stanco morto e non ho intenzione di cercare altro e prelevo un po’ di pesos ad un bancomat.

Adesso devo studiare un giro da fare in Colombia con i giorni che ho a disposizione!

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Tra cascate e foresta

Oggi voglio fare una gita fino a Puyo e, se la strada è buona, incamminarmi verso Tena, che comunque dovrebbe essere troppo lontana per poterci arrivare senza poi fare tardi. Infatti vorrei anche farmi un bel bagno nelle piscine termali.

Vediamo cosa riuscirò a fare di tutto ciò.

Nel frattempo, vanno avanti le grandi manovre per farmi proseguire il viaggio. Per la Colombia ormai è tardi per fare qualsiasi cosa, quindi proverò a entrare come ho fatto qui in Ecuador, col metodo S&P (si legge SEP: Spera E Prega). Invece in Venezuela e soprattutto Brasile, vorrei avere i documenti in regola. Il Venezuela perchè li vedo molto rompiscatole. Il Brasile, invece, perchè parlano un’altra lingua, quindi immagino che il documento in spagnolo gli interessi fino a un certo punto.
Caterina ha avviato altri canali a Santiago, di amici e colleghi, per raccogliere informazioni e decidere il da farsi.

Parto e, quando mi accorgo che il cielo è minaccioso e che la cerata l’ho lasciata in albergo, sono ormai troppo lontano. Speriamo regga.

La strada si snoda in una valle stretta da due catene di montagne. Da entrambi i lati, si vedono cascate e salti d’acqua. Prendo la deviazione che indica una cascata, a pochi km da Baños. La strada si impenna fino ad arrivare letteralmente sotto la parete di roccia, a fianco della cascata.

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Torno sulla strada principale, proseguendo per Puyo. C’è acqua ovunque e vegetazione, tanta.

Mi torna in mente la conversazione avuta l’altro giorno con un ragazzo di Guayaquil in gita a Cuenca con la famiglia.

“Eh, il Perù e il Cile sono aridi, vero? Qui in Ecuador, invece, butti un seme e quello cresce”

Sì, ma state sempre con l’ombrello in mano!

Di tanto in tanto, quando la fitta vegetazione lo consente, sulla destra, cioè verso la vallata, si aprono degli scorci spettacolari sulle montagne ed il fiume che scorre impetuoso.

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La strada si infila alcune gallerie, nelle quali piove dentro a secchiate, a volte passo sotto autentiche cortine d’acqua, ma non posso evitarle perchè la galleria è strettissima e l’altra corsia è sempre frequentata, sarebbe da folli azzardare un sorpasso.

Mi fermo ad un mirador per l’ennesima cascata. A fianco del punto panoramico, c’è una casa di legno e una vecchina seduta davanti ad una griglia, con alcune canne da zucchero sopra. Le chiedo se ha succhi naturali, mi risponde con l’elenco della frutta con cui può farmelo. Scelgo un ottimo ananas.
Visto che sto morendo di caldo, le chiedo la cortesia se posso appartarmi un secondo per smontare l’imbottitura. Detto,fatto, mi spoglio nella cucina dell’abitazione.

Quando sto per arrivare a Puyo, in uno dei frequenti punti di controllo della polizia mi fermano per chiedermi patente e libretto .In un mese e mezzo di viaggio, questa è la seconda volta che mi fermano. La prima fu all’ingresso in Ecuador, quindi entrambe le volte qui,

Appena passato il controllo, le solite goccioline sparse si infittiscono e in breve si scatena una pioggia che, stavolta a pieno titolo, posso definire tropicale. Cerco disperatamente un posto dove ripararmi e lo trovo in un ristorante con tavoli all’esterno (sotto una tettoia), poche centinaia di metri dopo.

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ll cielo è diventato color del piombo e il muro di pioggia è impenetrabile. Entro tra i tavolini e mi siedo. I minuti passano: 10, 20, 30 …  40!
Mestamente prendo lo zaino e inizio a rimontare l’imbottitura appena tolta. Per farlo, devo togliermi i pantaloni. Rimango in mutande a trafficare con l’imbottitura, quando dalla casa a fianco, da cui non davano segni di vita da quando sono arrivato, esce una signora. Mi ritrovo in mutande davanti casa loro, ma non posso far altro che ignorarla e proseguire quello che sto facendo. Anche lei mi ignora, perfetto!

Nell’attesa, accendo il telefono e scarico le mail. Una è dell’amica di Caterina a Santiago. Ha telefonato al consolato brasiliano. Pessime notizie. Pare che per fare l’autentica, sulla dichiarazione serva sia il timbro del ministero della Giustizia cileno che di quello degli Esteri. Tempo medio di attesa per ciascun timbro, a detta sua, una ventina di giorni. In pratica, quando atterrerò a Roma, probabilmente sarà arrivato il documento con tutti i timbri e autenticato.
Di nuovo, non vedo vie d’uscita, se non mollare la moto e proseguire in qualche modo.

Dopo un’ora d’orologio di nubifragio, il cielo finalmente sembra aprirsi.

Riprendo la moto e in un baleno arrivo a Puyo. La cittadina non è niente di che, quindi imbocco subito  la strada per Tena.

Secondo la cartina, da qui inizia la foresta vera, quella amazzonica. In realtà, invece, i paesini si susseguono in continuazione e la foresta la vedo solo in lontananza, bella, selvaggia. I paesini sono tutti ben tenuti e anche qui, nell’anticamera della foresta amazzonica, le case sono tutte o in muratura o tradizionali, in legno.

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Dopo 30 km verso Tena, faccio inversione ed inizio il rientro verso Baños. Dopo una cinquantina di km, prendo una deviazione verso sinistra. Scavalca il fiume e si inerpica sulla montagna dall’altro lato della vallata.
Ancora non riesco a credere che, oltre ai clacson, siano spariti anche i cani! Questo mi permette di avventurarmi con molta più tranquillità in stradine sterrate come questa.
Vedo uno splendido uccello dalla coda blu e poi un piccolo stormo di uccelli dalla coda di un giallo canarino intenso e quasi incredibile.

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E’ bellissimo vedere molte delle piante che si trovano nei nostri vivai, proliferare a dismisura nel loro habitat naturale.

Arrivo a Baños e corro subito in albergo per vedere che timbri ho sul documento. Infatti, l’amico di Caterina, di sua iniziativa aveva fatto mettere il timbro in due ministeri dove conosceva delle persone.
Prendo il documento e lo apro. Mi sembra una lotteria, anzi no, meglio: una mano di poker, dove non ho possibilità di cambiare le carte, ma posso giocare solo con quello che ho in mano.
Servono i timbri del ministero degli Esteri e di quello della Giustizia.
Apro e “leggo”, come a poker.

Primo timbro, Esteri.
Olè!!

Secondo timbro: Giustizia!

POKEEER!!!

Sono esattamente i due timbri che mi servono! Non mi resta altro che spedire via corriere il documento a Santiago per farlo autenticare anche dal consolato brasiliano.
Lo comunico ai miei amici e insieme decidiamo di far avere il documento a Santiago dopo che sono entrato in Colombia.

Vado a fare il bagno nelle piscine termali. Arrivo alla biglietteria e il gruppo di 6 persone prima di me, viene respinto perchè non c’è più posto.

Iniziamo bene, penso! Però a me che son solo, fanno il biglietto.
Ci sono due vasche calde, la prima, la più calda, è in basso, quasi allo stesso livello dell’entrata nel centro. La seconda invece è in alto, proprio sotto la cascata. Come posto è splendido, peccato che la piscina sia piena in modo imbarazzante, praticamente si sta solo in piedi, tanta gente c’è.

Doccia, cena, poi via in albergo dove crollo di stanchezza. Fuori, piove a dirotto. Speriamo domani faccia bello o che almeno non piova.

Domani, cerco di avvicinarmi il più possibile alla Colombia!

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Verso la giungla

Parto con tutta calma, intorno alle 11. La strada non è poca, ma nemmeno tantissima, avendo deciso di fermarmi non più a Quito, ma quasi 200 km prima, a Baños.

Porto fuori la moto, che anche qui, nell’elegante hostal Ines Maria, ha preso possesso della hall e la carico.

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In una Cuenca semivuota, immagino perchè domenica, mi avvio sulla Panamericana. Che a me, questo nome ormai fa venire in mente le pianure infinite prima cilene e poi peruviane, aride e piatte, dai rettilinei ostinatamente lunghi. Questa Panamericana, invece, attraversa boschi e campi e scavalca montagne tra mille curve.

Il cielo è plumbeo e fa freddo. Stamattina, mestamente, ho tirato fuori l’imbottitura dei pantaloni e l’ho montata di nuovo. Ormai sono vicinissimo all’Equatore: quando inizierà il caldo?

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Le montagne si susseguono senza soluzione di continuità, in una girandola di curve che mi sta facendo recuperare tutte quelle mancate nelle settimane passate.
Il paesaggio sembra alpino, familiare: boschi di conifere, case dai tetti spioventi, mucche al pascolo, prati verdissimi. Preferivo la prima parte dell’Ecuador, quella subito dopo il confine col Perù, più tropicale e insolita, per me.
Le montagne sono imponenti e le innumerevoli suddisioni in campi coltivati le rendono particolari, sembrano un patchwork di tessuti coi colori della Natura, il verde brillante e quello opaco, il giallo, il marrone e il rosso.

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Le ore passano, accompagnate sia dai magniloquenti e solenni Dead Can Dance, che trovo adattissimi a questi paesaggi grandiosi, sia dagli energici Cicada, con un album di un paio d’anni fa, quando sento calarmi il sonno addosso. Basta una Magnetic o una Fast Cars per farmi risvegliare anche l’ultimo neurone, da provare in una bella sequenza di curve destra sinistra da pennellare tra splendide montagne sotto un cielo intarsiato di nuvole.

Arrivo a Riobamba, la cartina indica una strada da qui che porta a Baños, ma per quanto chieda, tutti mi dicono di arrivare fino a un altro paesino 30 km più a nord, ancora sulla Panamericana. Mi fido e proseguo, non vorrei che insistendo a trovarla, vada a finire come l’altro giorno su una pista di fango sul fondo di una vallata.
Non c’è uno straccio di cartello, devo chiedere in continuazione: viaggiare con una cartina 1 a 4 milioni e il GPS inutilizzabile, complica parecchio le cose. Mi fanno uscire su una strada secondaria, con alcuni che dicono che va bene così, altri che mi suggeriscono di tornare sulla Panamericana.
Proseguo sulla secondaria, mi piace di più come paesaggio ed è meno stressante, non devo tenere costantemente gli occhi sugli specchietti per vedere se qualche pullman o autotreno mi arriva a pochi centimetri per sorpassarmi.

Finalmente imbocco la strada per Baños; ho la sensazione di avere allungato di parecchi km, ma ormai non fa nulla, voglio arrivare, sono già 6 ore che sto in sella senza fermarmi.
La strada per Baños è una discesa continua che si snoda ininterrotta per molti km sui fianchi di diverse montagne. Me lo aspettavo, visto che dovrebbe essere una sorta di “porta” per la foresta amazzonica.

Arrivo a Baños e vado nell’ostello suggerito da un amico. Sembra carino, ma voglio vederlo meglio con la luce del giorno.

Domani, giro verso la foresta, a moto scarica e soprattutto … un bel bagno termale!!

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Nella Cuenca coloniale

Stamattina il primo pensiero è per la Pollita, che è arrivata a 8000 km. Tempo di tagliando!
Ieri il cameriere del ristorante dove ho cenato mi ha dato un nome. Non ho altro in mano, per cui mi affido a lui.

Prima di uscire dall’albergo, perdo una buona ventina di minuti con la direttrice dell’albergo e due collaboratori per cercare di trovare il numero di telefono di una SIM dell’Ecuador che mi ha dato un’amica prima di partire. Dopo aver provato codici, scambiato la SIM su tre telefoni, cercando una funzione che mostrasse il numero e tutti gli altri tentativi possibili, rinuncio e penso alla moto, che è più urgente.

Vado a prendere la moto nel garage e raggiungo il meccanico. Per fortuna è in centro!

Mi aspettavo l’ennesimo antro nero di grasso, e invece scopro che è una officina ufficiale Honda, ma lavora tutte le marche, ovviamente. Gli spiego che sono in viaggio, domani che è domenica vorrei partire e quindi se sono così gentili e disponibili da fare subito il tagliando.

“Ma certo, non preoccuparti, ti aiutiamo noi!”

Mi sento in dovere di scusarmi per la condizioni penose di sporcizia in cui consegno la moto. Tutto, ma il motore in particolare, ha uno strato di fango spesso un paio di millimetri.

“E’ lo stesso, tanto le laviamo sempre!”

Ottimo! Poi mi fa una domanda che là per là non capisco:

“Che olio vuoi?”

“Non so, uno buono”

Inizia a farmi l’elenco degli olii che ci sono e mi dice che devo andare a comprarli.

“E dove?? Non conosco la città!”

“Qui sopra, hanno tutto”

L’officina ha un negozio di ricambi moto proprio a fianco. Mi fanno scegliere che olio devono mettere a Nelinkas.

“Semi sintetico, 100% sintetico, abbiamo Repsol, Motul, …” e prosegue un lungo elenco.

“Non ne ho idea, uno buono”

“Questo Repsol è il migliore, costa 14 dollari al litro!”

“Va bene!”

Poi il ragazzo dell’officina che mi ha accompagnato, chiede un’altra cosa e il tipo del negozio sparisce nel retro e torna con un flacone spray piuttosto grande.

“In tutto sono 19 dollari e 75 cents”

In pratica, qui funziona che scegli i ricambi, così sai cosa metti e poi li porti al meccanico. Fantastico! Perchè non lo fanno anche in Italia, dove invece c’è sempre il dubbio amletico su cosa ti abbiano messo ( dubbio sia sulla qualità che sul prezzo effettivo)??

Saluto e ci diamo appuntamento per le 15.

Vado verso la piazza centrale ed inizio un lungo giro per il centro. Mi getto su un carretto che vende frutta fresca e i cocchi verdi di cui si può bere il succo all’interno. Che meraviglia questi posti dove puoi trovare la frutta ad ogni angolo e da consumarsi in tanti modi diversi!

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(C’è anche il mio negozio!!!)

Ancora non ci credo che non c’è più il sottofondo costante di clacson, poi sono sparite i puzzolenti e rumorosi mototaxi a tre ruote, non ci sono più dossi ogni 100 metri, non ci sono più ingorghi, ma le auto aspettano senza ammucchiarsi in orge di lamiere, ti fanno passare sulle strisce e tanti altri comportamenti di civile convivenza e rispetto.
Mi sembra un misto tra la precisione del Cile e l'”esotismo” della Bolivia. Entrambi edulcorati, però ancora ben marcati. E con una natura esplosiva.

Mangio in una tavola calda fuori dal centro storico, stordito da una televisione ad un volume oltre la soglia del fastidio, ma nessuno sembra curarsene.

Faccio il giro della piazza, poi vado verso il museo d’arte contemporanea, visto che continua a fare scrosci improvvisi di pioggia.

Arrivo in Calle Larga, su cui pare si affaccino molti edifici coloniali. Sarà il tempo con la pioggia intermittente, sarà il grigio del cielo che uniforma tutti i colori, ma non mi sembra una città più che “piacevole”. Il titolo di World Heritage dell’Unesco mi lascia un po’ perplesso.

Proseguo la passeggiata fino ad un mercato. Ci sono molti banchi di carne poi di frutta, verdure e penso anche di tutto il resto. Come al solito, faccio le foto tenendo la macchina fotografica schiacciata contro la pancia, senza vedere dove punto.

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Esco e vado in un altro punto che la guida definiva come mercato dei fiori. Questi sono 5 o 6 bancarelle che vendono fiori e composizioni floreali.

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Nel frattempo si fanno le 15, vado dal meccanico a prendere la moto. Mi dice che è tutto a posto, la manodopera sono 20 dollari.

Torno in albergo a riposare e parlando con un amico, mi rendo conto che non ho voglia di infilarmi in un’altra grande città, Quito, la cui attrattiva principale sono le molte chiese coloniali e quindi, per me che sono di Roma, dove ci sono più chiese che case, non sembra essere di grande interesse. Decido che mi fermerò in un paesino all’inizio della foresta e poi dopo uno o due giorni, in un altro paesino prima del confine con la Colombia.

Trascorro il pomeriggio leggendo la guida e vari articoli, scrivendo mail e messaggi: insomma, relax, visto il ritmo degli ultimi giorni. Esco solo pochi minuti per risolvere l’enigma del numero di telefono e caricarci qualche dollaro.

Cena e poi a letto, non ho voglia di fare adesso i bagagli, rimando a domani!

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Proxima estacion, Ecuador … esperamos!!!

Zanzare e in più durante la notte sudo, una sensazione che non ricordavo più. Inizio a pensare che si stava meglio quando si stava peggio.
Però voglio aspettare a mettere via i pile, potrei essere costretto ad usarli ancora per parecchi giorni, se mi respingono alla frontiera con l’Ecuador.

Tiro fuori la moto dal “garage”, ossia un corridoio strettissimo a fianco dell’albergo, scatto un paio di foto nella Plaza de Armas di Lambayeque e mi metto sulla via per Ferreñafe, dove dovrebbe esserci un bel museo sulla cultura Moche.

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Prendo una strada regionale, poi arriva la deviazione per Ferreñafe, l’asfalto si disintegra e finisco su una pista sterrata in cattive condizioni, solo di tanto in tanto migliore.

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L’asfalto ogni tanto compare, ma è molto meglio quando non c’è, perché le buche nei fazzoletti di asfalto sopravvissuto sono molto più dure e secche. Mi fa tornare in mente l’infinita pista in Kazakistan, a nord del lago di Aral, che percorsi nel 2001 … strada completamente disintegrata con rari fazzoletti di asfalto con buche orrende, il resto si divideva tra terra e sabbia. Qui la situazione non è così tragica, anzi, però penso a come potrebbe essere la strada tra Boa Vista e Manaus, in Brasile.
Ma sto già correndo con la fantasia, devo ancora entrare in Ecuador. Solo la fantasia corre, perché su questa pista non supero i 30 km/h, per evitare di spaccare qualcosa.

Finalmente dopo una ventina di km arrivo a Ferreñafe e al suo museo. Lo giro rapidamente: dopo El Brujo e le tombe reali di Sipan, è davvero poca cosa, però qualche notevole pezzo di pregio, in particolare la gioielleria, c’è.

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All’uscita scambio due chiacchiere col venditore ambulante di gelati. In giro se ne vedono tanti, col banchetto giallo di gelati D’Onofrio (nome italiano, ma proprietà Nestlé, mentre la Inca Kola è Coca Cola … sempre i soliti nomi, insomma) che funge da parte anteriore di una bicicletta: il frigorifero con due ruote che guidano, il retro invece è una bicicletta normale, sellino, catena, una ruota.

Prossima fermata, la valle delle piramidi di Túcume. Di nuovo i 20 km di sterrato, dove passo a fianco di povere case, dove l’unica ricchezza sono gli animali che razzolano e pascolano per strada: oche, galline, tacchini, qualche rara mucca.

Tornato sulla regionale, arrivo in pochi km a Túcume e alle sue piramidi. Il sito è molto esteso, sono disponibili due alternative, opto per la più breve perché il tempo inizia a stringere. Il giro che ho scelto prevede una passeggiata nella valle delle piramidi e una arrampicata fino a un mirador, un punto panoramico.

La vallata raccoglie più di 200 piramidi, anche se quelle riconoscibili sono molte meno, a occhio una ventina. Passo sotto ad alberi tipici degli ambienti semi desertici, con poche foglie più sul grigio che sul verde e molto dure. Gli alberi finiscono e mi ritrovo nella piana, circondato dalle piramidi.

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Inizio l’arrampicata verso il mirador, una salita che si trasforma in scalinata molto ripida.
Dall’alto la vista è magnifica ed abbraccia tutto l’orizzonte. Le piramidi sono state e continuano ad essere, letteralmente sciolte dalle piogge, essendo fatte di argilla mista a conchiglie, escrementi ed altri ingredienti naturali, non cotti. Anzi, si sono conservate fin troppo bene.

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La fantasia, la mia compagna di viaggio e di vita, mi aiuta a svuotare la vallata delle case, delle strade, dei serbatoi dell’acqua che svettano in lontananza, dei pali della luce, di tutto. E ricostruisce le piramidi, che tornano nuove fiammanti di adobe appena posati, geometrici e regolari nelle loro forme a piramide tronca. E compaiono anche gli uomini e le donne in tunica, i carretti trainati dagli animali, i fuochi delle botteghe artigiane e delle osterie. Il verde è più intenso, tutto intorno è coltivato.
E mi godo la scena, dall’alto del mirador, con le orecchie accarezzate solo dal fruscio del vento, davanti a un mondo scomparso, di artigiani eccezionali e dalla sensibilità spiccata, in una società che adorava e pregava la Natura e i suoi elementi. I quali non sono stati loro grati se, come pare, la cultura Moche sia caduta in disgrazia a causa degli effetti disastrosi del Niño, che provocò gravi inondazioni e distruzioni, obbligandoli ad abbandonare molte delle città costruite e costruirne di nuove, senza però riuscire a riprendersi, lasciando il potere alla cultura successiva, i Chimù.

Scendo di nuovo nella valle delle piramidi, concedendomi una breve deviazione nella parte vietata ai visitatori, arrivando fin sotto una piramide e toccandola, cercando di sentire l’energia del popolo estinto che l’ha costruita con tanta fatica migliaia di anni fa.

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Torno alla moto e parto, da adesso non sono previste soste fino a Piura o, se riesco, a Sullana, un poco più vicino al confine con l’Ecuador.

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I km e le ore passano, tutte uguali ma sempre diverse tra steppe, piane aride e desertiche piatte fino all’orizzonte, brevi oasi di verde rigoglioso che lasciano rapidamente il posto nuovamente alle dune e alla sabbia. Spesso soffia un forte vento che porta sull’asfalto lingue di sabbia che scompaiono immediatamente come serpenti evanescenti.

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Raggiungo Piura alle 17:30 e Sullana alle 18. Orario perfetto.

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Potrei continuare ancora un’oretta, ma la cartina segna i paesini successivi come minuscoli, non vorrei trovarmi senza un tetto sulla testa e dover tornare indietro.

Chiedo informazioni e mi sconsigliano vivamente il centro come posto per trovare da dormire:

“Tutti palazzi vecchi, cadenti, è meglio fuori dal centro, qui sulla Panamericana.”

“Ok, conosci un albergo che ha anche il wifi?”

“Vai al Coco Switch, lì hanno tutto, anche Internet”

“Coco Switch?”

“Sì, Coco Switch, torna indietro all’arco che dice benvenuti a Sullana e lo vedi sulla sinistra”

“Ah, l’ho visto, è uno o due km indietro, giusto?”

“Noooooo … sarà un km e mezzo!”

E vabbè, che ho detto …

Inverto e trovo l’albergo, che in realtà si chiama Coco’s Suite.

L’ingresso sempre elegante, con guardia armata che mi ferma.

“Vorrei una camera singola”

“Sì, aspetta qui”

Tira fuori di tasca un fischietto e lancia un richiamo abbastanza lungo. Parcheggio di lato, dubbioso, quando si materializza un ragazzo sui 25 anni. Gli dico che voglio una camera singola, lui mi fa cenno di seguirlo e mi precede corricchiando.

Andiamo di fronte a una serie di box auto o questo sembrano. Apre il cancello di uno di questi e mi dice di entrare. Effettivamente sono posti auto. La porta della camera è aperta, sono tipo dei bungalow, molto carini.

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Ho un flashback incredibile al film colombiano che ho visto qualche sera prima di partire, in un circola Arci a Roma. Identico spiccicato! Una serie di bungalow eleganti dove le coppiette andavano ad appartarsi per qualche ora.

“Quanto viene?”

“20 soles all’ora”

“…”

“80 soles la notte”, aggiunge dopo aver visto la mia aria interrogativa.

“Ah, ok”

Per i prezzi medi peruviani è una cifra medio- alta, intorno ai 22 euro, ma la stanza è carina e non mi va di cercare un altro posto.

Il ragazzo ha una gran fretta di andarsene, faccio in tempo a fargli un paio di domande mentre mi chiude dietro il cancello del parcheggio del bungalow.

Vado in bagno e cerco il rotolo della carta igienica. Non lo trovo. Guardo ovunque, ma nulla. Poi penso a dove mi trovo e infatti è … sul comodino!

La doccia ha solo l’acqua tiepida, ma fuori fa quel caldo che non ti fa soffrire.

Si fa ora di cena e vorrei andare in centro. Provo ad uscire, ma sono chiuso dentro. A chiave. Chiamo la recepcion e dico che vorrei uscire.

“Mando subito il ragazzo”, che arriva nel giro di un minuto. Non è molto comodo alloggiare in un albergo a ore, penso.

Mi libera e gli dico che vorrei andare in centro a mangiare e prelevare i soldi.

“Sì, ma non puoi lasciare la stanza, devi pagare per il tempo che sei rimasto!”

“Ma vado a mangiare e torno!”

“Almeno metà notte”

“Ho lasciato la roba dentro!”

Vuole vedere con i suoi occhi ed entra nella stanza. Dopo che ha visto un paio di mucchi di bagagli, si tranquillizza.

“Posso avere la chiave della stanza?!?”

“Sì, vado a prenderla”

Sparisce per un altro minuto, poi torna con la chiave numero 225. Mi sento quasi indipendente, adesso magari la smette di chiudermi dentro a chiave!!

Vado in centro a Sullana ed effettivamente è il caos più completo, polveroso e pieno di motorette strombazzanti. La Plaza de Armas è interdetta alle moto, che qui sono davvero in numero esorbitante.

La moto è ancora completamente carica, a parte la borsa da serbatoio e un sacchetto con le cose per la notte che ho tolto da una borsa laterale. Per il resto ho lasciato tutto montato, ne approfitto di avere il garage personale per partire domani mattina il prima possibile.
Però adesso ho la moto carica, da lasciare per strada.
In una traversa a fianco della Plaza de Armas trovo una parcheggiatrice abusiva.

“Te la guardo io, non preoccuparti!”

“E quanto vuoi?”

“Un soles!”

“Sta bene”

“Vuoi lasciarmi anche il casco?”

“Sì” e glielo mollo, ragionando che se mi sparisce la moto, il casco diventerebbe solo un peso.

Faccio un giro per la piazza, carina anche se meno particolare di quella di Lambayeque. In una traversa trovo una polleria, autentica ossessione dei peruviani, che hanno più braserie (dove cuociono i polli alla brasa, la brace) che bar. E per di più, altra caratteristica, le varie specialità culinarie locali (cheviche di pesce, anatra e tutto il resto) lo preparano solo a pranzo.
A cena, non si sfugge: pollo alla brace, oppure ristoranti turistici o cinesi oppure pizzerie.

Dopo una mezz’oretta che sono via, mentre sto gustando l’ottimo pollo (che viene sempre servito da una abbondante porzione di patate fritte e un’insalata, il tutto per un prezzo dai 2 ai 3 euro, per il quarto di pollo) annaffiato dall’immancabile Inca Kola, realizzo che ho la moto completamente carica, in mano ad una parcheggiatrice abusiva in un vicolo semibuio di Sullana.
Mi sbrigo a finire e, mentre ingoio gli ultimi bocconi, leggo gli ingredientri della Inca Kola e scopro con orrore che contiene CAFFEINA!!! Alle 9 di sera, ho appena finito di bere 650 cc (perchè in Perù le lattine non esistono, si parte minimo dal mezzo litro, ma questo è un cosiddetto mezzo litro gigante) di bevanda con caffeina. La nottata è andata, chissà quando riuscirò ad addormentarmi …

Pago e torno alla moto. Per fortuna è tutto al suo posto, dó il soles alla signora e torno in albergo. Stesso gioco di prima: guardia armata che mi ferma, ragazzetto che arriva di corsa e mi accompagna al bungalow.
Ormai ho finito completamente i soles: pago 70 soles e aggiungo la differenza in dollari.

“Bè, allora … vuoi una coperta per la notte?”, mi propone premuroso.

Fortuna che ci ha pensato lui! Non essendo pensati per passarci la nottata, faccio caso solo adesso che il letto ha soltanto il lenzuolo.

Mi porta una coperta con l’augurio di una buonanotte. Lo spero, penso! Temo infatti che ci sarà un gran via vai di auto.

Concludo la serata preparando i documenti per domani. Leggo la Lonely Planet e trovo un trafiletto dedicato al punto di frontiera dove dovrei andare domani. Dice testualmente:

Formalities are relaxed as long as your documents are all in order.” Lapalissiano, però – ho controllato – lo dice solo per il posto di frontiera dove vorrei passare domani. Interessante coincidenza, no?

Sono preoccupato, lo confesso, spero davvero di riuscire ad entrare, in un modo o nell’altro.

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Tra re e regine Moche

Appena inizio a montare i bagagli, mi rendo conto di essere nervoso. Sono teso, pronto a scattare su quello che normalmente ignorerei. Dopo diversi giorni di permanenza in Perù, direi che qui ci sono due problemi di ordine sociale urgenti, risolvendo i quali si migliorerebbe la qualità della vita.

Primo, ovvio: i cani. Sono ovunque, sempre pronti ad inseguirti e, in caso, ad attaccare. Parlandone giorni fa con i genitori della mia amica a Lima, sono venuti fuori diversi casi di uccisione di bambini da parte di cani randagi.

Secondo, i tassisti con i loro clacson. Suonano sempre, ovunque e comunque. Due tre colpetti di clacson, continuamente, sembra che abbiano il singhiozzo: ogni pochi secondi, BI-BIIP! Oppure quelli più esotici, hanno montato delle sirene e quindi emettono la parte iniziale della “melodia”.
Il loro intento è attirare l’attenzione dei potenziali clienti. I tassisti guardano le persone che camminano a lato della strada con la stessa bramosia delle prostitute: cercano i tuoi occhi e se per caso li trovano, cercano di capire se sei disponibile a salire sulla loro auto ed eventualmente provano a tentarti con occhiate languide e cenni della testa e delle mani.
E bisogna considerare che il numero di taxi è enorme, il doppio delle auto normali. Per cui la città ha un tappeto sonoro di clacson, colpi brevi, insistenti, snervanti.

Mi rendo conto di essere nervoso quando all’ennesimo BI-BIP alle mie spalle, mentre sto legando i bagagli sulla Pollita a bordo strada, sbotto con la guardia armata a pochi passi da me:

“Ma basta con questi clacson, è un tormento!!!”

La guardia sorride e annuisce, mi dice che ho ragione. Ma allora, li sentono i rumori! Gli danno fastidio! Infatti girando per le città peruviane, ti viene il dubbio che il rumore non gli dia fastidio, che forse il silenzio e la tranquillità siano spaventosi come l’horror vacui.

Inizio a dirigermi verso Huanchaco, ma dopo qualche km lascio perdere: che vado a fare su una spiaggia col mare freddo e con la fretta di arrivare a Lambayeque il prima possibile?

Riprendo la Panamericana, come al solito oppressa da una cappa di nuvole grigie e circondata da un paesaggio desolato di dune di sabbia e deserto pietroso.

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Dopo qualche decina di km, imbocco il bivio per El Brujo, quel sito non voglio perdermelo.

La strada corre per una ventina di km dritta verso il mare. Arrivo a Magdalena di Cao, un paesino rimesso a nuovo penso dopo la costruzione del museodi El Brujo.
Dopo alcuni km, raggiungo un bivio a poche centinaia di metri dal mare. Da un lato indica la playa e una huaca, dall’altro il museo. Vengo attirato dal mare e giro verso destra. La pista corre a lato della spiaggia, fino ad arrivare ad un agglomerato di case abbandonate. Scatto qualche foto, tra un paio di uccelli che cerco di identificare ed un cane che, da lontano, inizia a correre verso di me.

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(l’ingegnoso sistema per evitare che le mareggiate mangino la spiaggia)

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Torno alla moto e vado al museo. Anche qui, guida obbligatoria e controllo rigido: niente foto. Mi mangio le mani a vedere tali meraviglie e non poterle fotografare per ricordarmene una volta in Italia. Il museo raccoglie le vestigia, gli ornamenti e i doni contenuti nella tomba della Signora di Cao, una regina dell’epoca Moche la cui tomba è rimasta inviolata per secoli e secoli.
Ad accompagnarla, doni di ogni tipo: bottiglie in ceramica nello stile Moche, sempre sorprendenti per fattura e realismo, gioielli a decine, bastoni, diademi, collane, emblemi e un’infinità di oggetti da lasciare a bocca aperta.

La visita si conclude all’esterno, nella piramide di adobe che conteneva la tomba. Dall’alto si vede l’incredibile gruviera di fori praticati negli anni dagli huaqueros, i saccheggiatori di huacas, le piramidi Moche e, in generale, i siti archeologici peruviani. Lo huaquero è il nostro tombarolo, che per recuperare oggetti preziosi da vendere al mercato nero, non si fa scupolo di distruggere le tombe e le strutture antiche.

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(Tutti i fori circolari che si vedono, sono i “carotaggi” degli huaqueros)

Rientro nel museo per riprendere il casco e la giacca che avevo lasciato quando sono entrato. Il custode non c’è, in una sala c’è un gruppo, ma quelle successive sono vuote. Di corsa, scatto foto a destra e sinistra, ai gioielli, alle ceramiche, alle collane. Tutto. Col gruppo che mi “insegue” sala dopo sala e con quello successivo che cerco di non riprendere, arrivo fino alla sala buia dove viene conservata la mummia della Dama di Cao e i gioielli più belli. Aspetto che esca il gruppo, mentre sento che sta arrivando il gruppo successivo.
Devo sbrigarmi, scatto foto a raffica a tutto quello che riesco, finché non entra la guida seguita dal gruppo.
Fine della ricreazione, esco dalla sala della mummia e mi ritrovo davanti la guida che, secondo me, mi sta cercando, perché arriva di corsa e quando mi vede si ferma e mi accompagna all’uscita.
Visto però quanto ci tengono alla segretezza, ho deciso di non pubblicare le foto più particolari, magari le invio a chi sceglierà la foto su IndieGoGo, penso sia una bella idea.

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Riprendo la Panamericana, prossima fermata Lambayeque. Dalle parti di San Pedro de Lloc si alza un potente vento dal mare. Guido con la moto inclinata verso destra, verso il mare, per controbilanciare la forza del vento. La forma delle piante, completamente modellate dal vento, mi fa pensare che il vento sia una costante. Peccato non ci sia nemmeno una pala eolica! La strada è bordata da centinaia di metri di rete per trattenere la sabbia portata dal vento, ma in alcuni punti è completamente sommersa di sabbia.

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Arrivo a Lambayeque e cerco subito il museo delle tombe reali di Sipan. Il museo è particolare sin dalla forma, a piramide tronca come quelle costruite dai Moche.

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Stavolta mi fregano: bisogna lasciare necessariamente tutto. Non ti perquisiscono, è vero, ma decido per una volta di fare la persona corretta e lascio davvero tutto: telefono, macchina fotografica.
Il museo è eccezionale, come quello di El Brujo, raccoglie i ritrovamenti in una tomba, anche questa reale e incredibilmente ricca di gioielli, ceramiche e tutto il corredo già visto, ma ancora più prezioso e particolare. Sono stupefacenti gli orecchini di rame dorato e turchese incastonato, a raffigurare uccelli e divinità, poi degli stendardi di oro e rame dorato, la corona, i coltelli votivi (il tumi), i pettorali di conchiglie e molto altro. Non solo del Re, ma anche di un gran sacerdote nonché, più sotto, di un governante precedente di 4 generazioni al Signore di Sipan. Un trisavolo anch’esso molto importante.
Questo è il secondo museo più bello ed emozionante che ho visto, dopo quello delle tombe reali di Filippo II a Verghina, in Grecia.

Si è fatto tardi e Tucume, come immaginavo, salta. Lo vedrò domani, per ora trovo un albergo vicino la bella plaza de Armas, con alberi potati in forme bizzare. Parcheggio in un corridoio strettissimo dell’albergo, esco per cenare, passo davanti alla cattedrale e vedo che è aperta. Stanno officiando la messa, è il momento della comunione e mi viene un sorriso per il tipo che sta suonando e cantando, una specie di pianobar.

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Ceno e torno in camera, sono molto stanco. Faccio in tempo a pensare che finalmente l’aria si è scaldata che in camera mi ritrovo tre … zanzare!! Che si concentrano sulla caviglia e piede destro. Iniziamo bene …
Prendo una decisione storica: tolgo l’imbottitura ai pantaloni e metto via il gilet elettrico che fino a oggi mi hanno accompagnato. Vediamo se è ancora troppo presto oppure no.

Domani mi avvicino più possibile al confine con l’Ecuador e dopodomani, se i piani non cambiano, sarà il grande giorno di tentativo di ingresso in Ecuador! La tensione c’è … speriamo bene!

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Tra gli antichi Moche

L’idea di oggi è portare la Pollita dal dottore per far rivedere la carburazione, risalente ormai al Mago di (La) Paz, quindi a 1000 km fa e soprattutto a 4000 metri fa, sopra al livello del mare.

Recupero la moto al garage e chiedo indicazioni per un meccanico:

“Vai sulla Avenida Perù alla nona eschina,  là c’è uno bravo”

Qui in Perù, ma credo in generale in Sud America, usano sempre il concetto di “esquina”, ossia di isolato. E’ un ottimo modo di orientarsi, perchè ogni eschina regola i numeri civici: la prima eschina ha i numeri dal 100 al 199 (quelli che servono, ovviamente), la seconda dal 200 al 299 e così via. Più facile di così!

Mi concedo il piacere di guidare senza casco, anche se qui significa solo riempirsi di polvere e smog, arrivo alla nona eschina, chiedo del meccanico che mi hanno indicato, ma mi dirottano alla undicesima. Proseguo e devo infilarmi in un budello, un cancello con un sentiero che va verso l’interno. Alcune botteghe nere di grasso e olio si affacciano da un lato. Un cane arrotolato per terra mi osserva, ma per fortuna mi ignora.
Il meccanico che mi è stato indicato non ha l’aiutante e lui non sa fare il lavoro.

“Prova da lui”, mi dice indicandomi uno degli antri oscuri a cui sono appena passato davanti, “lui lo sa fare!”

Vado e spiego nuovamente la situazione, la carburazione da rifare, il getto da cambiare e tutto il resto.

“Il mio aiutante non c’è e io non so fare il lavoro”, mi ripete anche lui, “vai da Mastro Lenin!”

“Da chi?!”

“Mastro Lenin, è qui sulla calle principale, due botteghe più avanti”

“L-E-N-I-N??”

“Sì Mastro Lenin”, mi ripete per la terza volta iniziando a guardarmi come se fossi tonto.

Bè, questo non posso perdermelo.

Esco e due botteghe dopo c’è un’officina abbastanza grande, confrontata ai buchi dove sono appena stato, ma sempre un antro lurido e nero, con una ventina di moto parcheggiate fuori, in vari stati di decomposizione. Alcune sono veramente ai minimi termini, il telaio e poco più attaccato addosso, altre invece sono abbastanza integre.

Trovo Mastro Lenin, un ometto panciuto un po’ stempiato, che non assomiglia assolutamente a Lenin, forse è solo per fede politica. Gli spiego cosa mi serve, mi risponde con aria di chi ha già capito tutto e mi dice di tornare alle 14.

Sono le 10:15 e senza pensarci su, salto sul primo taxi e chiedo di andare alle Huacas. Lungo la strada, mi viene in mente che in albergo mi hanno detto che il check-out è alle 12, poi devo pagare un’altra notte. Il piano dovrebbe essere: lascio la stanza, alle 14 prendo la moto, parto, visito Chan Chan lungo la strada e in serata arrivo a Chiclayo.
Ho dei dubbi, ma ci provo, nel frattempo vado alle Huacas.

Per arrivare il taxi fa, non so se per farmi vedere altre piramidi oppure se è proprio quella la strada, diversi sentieri sterrati e stradine secondarie, fino a passare sotto una piramide in adobe in discrete condizioni. E’ una delle piramidi di questa vallata una volta controllata dai Moche, prima che gli Inca li conquistassero.

Arriviamo al sito archeologico, prima visito il museo e poi le piramidi. Il museo ha relativamente pochi pezzi, per essere costruito a fianco degli scavi, con tutte quelle piramidi, ma in eccellenti condizioni e meravigliosamente belli. Di nuovo rappresentazioni pittoriche e scultoree di vita quotidiana, dei personaggi importanti, degli animali sacri e non, dei lavori e così via. Non avevano la scrittura, ma come si dice, vale più un’immagine di mille parole e questo è il caso perchè viene raccontato il quotidiano, lo straordinario e il soprannaturale.

Uscito dal museo, percorro il lungo tratto che c’è tra il museo e le piramidi vere e proprie. Quando arrivo all’ingresso, una delle guide del sito mi ferma: si entra solo con guida. Le spiego che sono di fretta, che sono le 11:15 e che alle 12 devo lasciare la stanza nell’ostello vicino la plaza de Armas.

“Quanto dura la visita?”

“Un’ora”

“Non si può fare più in fretta?”

“Può darsi, devi parlarne con la guida, ma le piramidi sono molto belle e la facciata che vedrai alla fine è incredibile, devi vederla con calma!”

Decido che l’ostello può attendere: magari mi regala un’ora in più oppure pago e amen.

Si visita solo la piramide della Luna, quella del Sole è ancora oggetto di scavi. Effettivamente è molto interessante, ci spiega che la piramide è costituita da cinque piani, costruiti in epoche diverse. Quando un’epoca terminava, “tappavano” il piano precedente, cioè riempivano di adobe tutte le aperture, porte e finestre per irrobustirla e la inglobavano nel nuovo piano, ricoprendolo di adobe. Quindi, i 5 piani sono concentrici. Il quinto in realtà non c’è, perchè i tombaroli l’hanno distrutto per derubare i manufatti all’interno e i fattori climatici hanno demolito il resto.
Comunque, a giudicare dal museo, si sono salvati tanti elementi di pregio, così come nelle piramidi ci sono molti affreschi ancora in discrete condizioni. Conoscere le usanze e soprattutto le credenze e i rituali, mi mette a disagio, perchè da un lato non posso che ammirare e invidiare la loro soggezione alla natura ed agli elementi che ne regolano la vita, dall’altro però sapere che per ingraziarsi gli Dei, facevano (anche) sacrifici umani … visitiamo infatti prima gli spogliatoi dove venivano preparate le vittime e poi l’altare dove si effettuava l’uccisione, si pensa per decapitazione, dove veniva raccolto il sangue da offrire in sacrificio, il tutto osservato e probabilmente incoraggiato, dal popolo che osservava dal basso della piramide.

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La visita finisce, torno nel parcheggio e l’unico mezzo che trovo su cui salire è un tre ruote, chiuso con una carrozzeria auto costruita, ma completo di tutti i confort: autoradio, sedili imbottiti, portiere.

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E’ incredibile, lo so, come so che è una completa coincidenza, fatto sta che non ho mai, mai visto un tre ruote inseguito dai cani in queste settimane di viaggio. Bene, appena salgo sul trabiccolo, facciamo sì e no 300 metri e due cani ci inseguono abbaiando a pochi centimetri dalle portiere, che provvedo a chiudere immediatamente. Che si sia sparsa la voce??

Purtroppo il tre ruote non arriva alla plaza de Armas, ma percorre la stradina sinuosa come un serpente e lastricata che ho fatto ieri. Mi molla sulla Panamericana.

Fermo il primo taxi che passa e salgo. La macchina cade letteralmente a pezzi, ma per lo meno mi porta in centro. Lungo la strada, cambio piano: non mi va assolutamente di fare le corse e partire adesso. Resto un’altra notte a Trujillo, in quello che resta della giornata mangio con calma, riprendo la moto, vado a visitare Chan Chan e domani parto presto (sì, come no!) e vado a visitare Lambayeque e un altro museo nei pressi.

Seguo il piano e faccio una lunga passeggiata nella strada pedonale di Trujillo, piena di edifici coloniali restaurati.

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Mi affaccio anche in quello che sulle prima mi sembra un albergo di lusso, ma il portiere a guardia dell’edificio mi dice che è un club, vietandomi l’ingresso. Mi concedo un piacere che amo, farmi lucidare la scarpe 🙂

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(mh, interessante … !)

Chiedo informazioni su dove mangiare un seviche coi fiocchi e mi indicano un ristorante per fortuna molto vicino. Il seviche è come una insalata di mare, che può essere solo di un tipo (solo frutti di mare, solo granchio, ecc) oppure un misto. L’avevo mangiato a Lagunillas, ma parlando l’altro giorno con la signora e le figlie, mi avevano chiesto:

“Piccante eh?”

“Veramente non era piccante …”

“Allora era un finto seviche!! Ora che vai a Trujillo, lì lo troverai buono, è la loro specialità!”

Ed effettivamente questo è piccante! Sarà il sughetto che è piccante, ma soprattutto è un tizzone ardente quello che sembra un innocuo peperone: è la cosa più piccante che abbia mai mangiato in vita mia! Tutto quello che entra a contatto con il malefico poparuolo, va in fiamme e non smette di bruciare! Le labbra, la lingua bruciano fino alle lacrime e l’effetto dura dai 5 ai 10 minuti in cui non c’è nulla che si possa fare per placare il dolore. Comunque il seviche è ottimo e freschissimo e lo accompagno con l’amata chicha morada.

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(il mostro piccantissimo è quello in cima a tutto, a forma di ruota)

Finisco la passeggiata, torno in albergo per prendere il casco e vado a recuperare la moto.

Giro di prova, sembra che Mastro Lenin abbia fatto un ottimo lavoro, il tutto per 30 soles, 8 euro.

Arrivo a Chan Chan che sono quasi le 16. Mi infilo dietro a un gruppo e visito a sbafo il museo, questo con ancora meno manufatti (ma sempre molto interessanti) rispetto alle Huacas, ma con più rappresentazioni in dimensione reale, di scene di vita dell’epoca: come mangiavano, dove vivevano, i sacerdoti, i lavori manuali, ecc tutti ambientazioni ben fatte e realistiche.

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Usciamo, io sempre in coda a questo gruppo, cercando di non farmi notare, poi vedo che salgono in pulmino al grido di “tutti a Chan Chan!!”

Ma come, non siamo a Chan Chan??

Chiedo ad un guardiano dov’è Chan Chan e mi dice che è a meno di un km e che devo sbrigarmi, perché tra meno di 10 minuti il sito chiude!

Inforco la Pollita, mi accodo al pulmino che torna sulla strada principale e poi entra in un sentiero sterrato chiuso da una sbarra, che ci viene aperta da un custode.

Il sentiero si snoda tra i resti della città di Chan Chan, per arrivare sotto alla fortezza meglio conservata e più grande di tutte. E’ l’unica che si può visitare.

Anche qui, faccio “il sorcio” e mi accodo al gruppo, schivando la biglietteria. Una volta all’interno, scivolo tra un gruppo e l’altro, cercando di non farmi notare troppo.
La città è estremamente affascinante, ricca com’è di decorazioni in adobe e argilla; le abitazioni sono articolate, somiglianti più a labirinti che a luoghi dove si dorme e si mangia. Purtroppo perdo quasi tutte le guide e non so la funzione dei diversi ambienti, ma mi lascio affascinare dalle decorazioni, sempre diverse tra un ambiente e l’altro. E poi questi labirinti …
Sento un italiano (uno dei pochissimi incontrati sino ad oggi) poco distante che declama:
“Ecco, qui si capisce che è un magazzino, quella la sala di un tempio, ma questi corridoi chiusi … non hanno senso!”

Gioisco della “follia” e della incomprensibilità di questi uomini che hanno creato queste strutture magnifiche così riccamente decorate, che migliaia di anni dopo vengono definite “senza senso” da un occidentale razionale. Perchè deve avere per forza un senso? Perchè non farsi affascinare dal mistero e dalla bellezza geometrica di queste decorazioni, senza dover classificare e inquadrare ogni cosa?

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Mi aggiro nella miriade di ambienti, poi per uscire mi accodo nuovamente a un gruppo. L’ho scampata, niente biglietto! Non mi sento troppo in colpa, ne ho pagati tanti, per una volta me lo risparmio.

Tornando verso il centro, mi torna in mente il mare: da dentro la città di Chan Chan lo sentivo in lontananza, sono curioso di vederlo.

Vedo un sentiero sterrato che va verso il mare, fermo un vecchietto e gli chiedo:

“Questo cammino porta al mare?”

“Sì, lo segui e arriva al mare”

“E cosa c’è? Un porto, un molo …”

“Nulla … c’è il mare!”

Ok, mi addentro e passo accanto ad altre strutture in adobe, apparentemente antiche, ma completamente circondate da campi coltivati e dalle poche baracche di quelli che vivono lì. Supero un blocco di tre cani, che per fortuna si gettano contro un altro che sta arrivando in moto e proseguo verso il mare, tra canne e vegetazione sempre più fitta.
Ad un certo punto, il sentiero si apre e vedo che il mare è ancora molto distante. Mi scoraggio, inizia anche a scendere il sole, decido di tornare indietro.
Stavolta l’agguato dei cani è preparato alla perfezione: mi vedono arrivare da lontano, ma non ho possibilità di scampo, l’unica è passargli davanti su questo stretto viottolo. Uno salta fuori dal fossato a fianco del sentiero, due mi corrono a fianco, a pochi centimetri. Per fortuna riesco a non cadere, pur guidando su pietre sul fondo sabbioso, però per sicurezza alzo le gambe. Mi hanno veramente stancato questi cani randagi.

Torno verso la plaza de Armas, non prima di essermi fatto un bel succo di canna da zucchero lungo la strada, buono! Dolce il giusto e molto naturale.

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Sotto l’albergo mi prendo un po’ cura della Pollita, oggi è il suo giorno: rabbocco l’olio (credo che con questa sia la seconda, massimo la terza volta che lo faccio in vent’anni di viaggi in moto! Devo proprio volerle bene alla Pollita!) e ingrasso la catena.

Ceno, sistemo i bagagli e mi preparo per domani.

Sono molto curioso del museo del Signore di Sipàn a Labayeque, pare che sia straordinario!

– – – – –

Anche tu puoi sostenere la Pollita in questa avventura! Viaggia con noi sulle ali della Pollita, con una cartolina, una foto, una t-shirt e altro ancora!

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Al Norte, fino a Trujillo

Il nome di questa città mi mette a disagio perché mi ricorda quello del dittatore di Santo Domingo, la cui vita è descritta magnificamente nel libro “La festa del caprone” di Mario Vargas Llosa. Comunque sia, è la destinazione che mi sono prefissato per oggi.

Parto all’alba delle 10:30 e mi butto sulla Panamericana. Ho letto un po’ la guida e non c’è nulla di rilevante lungo la strada, quindi oggi guido e scruto il paesaggio. Che varia pur restando prettamente desertico, da vere e proprie montagne di sabbia, ad altre nere e antracite, fino a colline ocra e rosso ruggine. Incredibile la varietà di colori che può assumere il deserto!

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(duna “a schiena d’armadillo”)

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La strada a volte fiancheggia l’oceano, che si mostra da lontano con alti spruzzi di schiuma sollevati quando le onde si infrangono sulla costa. Per vedere delle colonne di schiuma così alte, stando ad almeno 3 km di distanza, immagino che le onde debbano essere davvero imponenti.

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Il cielo si schiarisce dalla solita cappa grigia, ad un azzurro timido e nascosto da alcune nubi, fino al sereno caldo e deciso. Gli avvoltoi, che da parecchio sono una costante nel cielo, dopo un certo paesino di cui non ricordo il nome, diventano un vero e proprio stormo. A lato della strada, un cartello indica “cimitero” e l’aria improvvisamente diventa satura del fetore di carne putrefatta. Mi giro e vedo, sulla sinistra, una oscura e piccola valle, completamente nera, con un fuoco che arde al centro, ma senza fiamma, solo fumo. Che razza di cimitero è e perché volteggiano tutti questi avvoltoi?

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(gli uccelli che si vedono, sono tutti avvoltoi che volteggiano in continuazione)

Proseguo la corsa, ovviamente in senso metaforico, visto anche che adesso la carburazione della Pollita è completamente sballata, visto che è ancora tarata su La Paz, a 4000 metri di altitudine e ora mi trovo sì e no a 300 metri. Per andare va, però tutti (meccanici, amici, ecc) mi dicono che rovino il motore e sto andando avanti così da Cusco, da esattamente 1000 km!

Inizio la giornata con l’allegria dei giapponesi Pizzicato Five, poi proseguo con il caro vecchio Bob Marley. Inizialmente penso che sia fuori luogo, vista la bruma che sovrasta tutto, a perdita d’occhio e la malinconia che ne deriva. Invece è vero il contrario, grazie a Bob, l’interno del mio casco si trasforma in un giardino tropicale pieno di verde, pappagalli e gente che balla con camicie a fiori.

“Don’t worry ‘bout a thing,
‘Cause every little thing gonna be all right.”

(tratto da Three Little Birds, Bob Marley)

Speriamo Bob, intanto vado a nord, poi vediamo se mi fanno entrare in Ecuador!

Durante l’ennesima sequenza di saliscendi su alte dune di sabbia, sotto il cielo terso e l’oceano in lontananza che si infrange sulla costa, metto l’esaltante cavalcata elettronica K-Pax dei Kirlian Camera: credo che questa sarà un’altra di quelle combinazioni di suoni, immagini ed emozioni che mi resteranno dentro.

Come in ogni deserto che si rispetti, di tanto in tanto appaiono, inaspettate e magiche, delle oasi, ma non con le palme e le capanne di paglia, ma con la vegetazione ed i campi coltivati e le abitazioni.

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(questo è il ristorante di mio padre 😉

Finalmente arrivo a Trujillo. E’ tardi ma non troppo, c’è almeno un’ora di luce. Quindi, quando vedo il cartello Huaca del Sol y Luna che indica verso destra, imbocco senza pensarci due volte. Dopo aver svoltato, vedo un sentiero in terra battuta ed un cartello con scritto a vernice rossa, Huacas con una freccia che indica il sentiero.
Dopo l’esperienza di ieri, non mi stupisco che l’accesso al sito sia sterrato. Quello che inizia a stupirmi sono i km che passano sul sentiero che diventa via via più piccolo e distrutto di buche e pietre e sabbia. Ma possibile che per accedere alla huacas tocca fare tutto questo giro assurdo? Non ci passerebbe nemmeno un pulmino, a malapena le auto!
Però le frecce che indicano le huacas continuano, su un muro, su una porta di una casa abbandonata, su un cartello appeso a un palo, quindi continuo anch’io. Chiedo anche informazioni un paio di volte e il sentiero viene confermato.
In tutto questo, conto almeno 5 cani che mi inseguono, di cui 2 che provano a mordermi con un certo zelo.

Basta! mi dico, adesso torno indietro, all’inferno le huacas e i cani, quando arrivo al termine del sentiero, che sbuca su una strada più grande, lastricata di mattoni. Vengo letteralmente accerchiato da un gruppo di una decina di bambini, bambine e ragazze. Vendono dei cioccolatini e delle frittelle. Non aspettavo altro che una scusa per fermarmi e me ne offrono una fantastica! Compro due cioccolatini e una frittella e iniziamo a parlare, di dove vivono loro, di cosa fanno, di me, del mio viaggio.

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Ovviamente sono in ritardo clamoroso e il sito è chiuso, me lo indicano in lontananza, vedo le strutture bianche sulla collina di fronte a me, a poche centinaia di metri.
Però ho la conferma che tutto serve, nulla è inutile. Già stavo maledicendo di essermi addentrato nel sentiero, facendomi perdere tempo inutilmente, mentre invece alla fine ho conosciuto un gruppo bellissimo di persone con cui ho chiacchierato e mi sono fatto un po’ di risate. Che mi serva di lezione.

Dopo un po’ li devo salutare:

“Per dove devo andare, per la plaza de Armas di Trujillo?”

“Meglio di qua, segui la strada!” e mi indicano la strada lastricata, verso destra.

La seguo nella sua sinuosità di serpente, con curve morbide destra-sinistra tra le basse case con giardino della periferia.

Ad un certo punto, la strada che sto seguendo sbuca niente meno che … sulla Panamericana, nello stesso identico punto dove ero entrato circa un’ora fa. E di colpo capisco l’errore clamoroso, il cartello stradale indicava la strada lastricata, non il sentiero che ho preso, che è per i locali!

Nessun problema, imbocco la Panamericana, arrivo a Trujillo e trovo da dormire vicino la plaza de Armas.

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Inizio a informarmi su dove portare la Pollita domani. E poi teoricamente, vorrei andare a visitare le huacas e Chan Chan. Vediamo quanto riuscirò a realizzare di questo ambizioso piano!

Verso el Norte!

Dopo aver svuotato (poco) le valigie laterali e la sacca a cilindro (tanto), devo riorganizzare tutto il bagaglio e non ne ho la minima voglia. E come con tutte le cose che non mi vanno, tiro tardi e allungo i tempi all’esasperazione.

Si fanno le 10, le 10:30, le 10:45, quando sento bussare alla porta. E’ il ragazzo della reception:

“Resti un altro giorno?”

“No, perchè? A che ora è il check-out??”

“Alle 11!”

Bene, a questo punto sono contento che mi caccia, almeno mi sbrigo.

Alle 12 sono quasi pronto, quando rincontro Daniel, un ragazzo venezuelano che avevo incrociato un paio d’ore prima, a colazione. Iniziamo a parlare e mi dà moltissime informazioni utili e consigli sul Venezuela: cosa vedere, cosa evitare, cosa fare e non fare.

Finalmente intorno all’1:30 del pomeriggio mi metto in marcia, uscendo attraverso l’infinita periferia di Lima. La Panamericana è monotona, complice sia il cielo costantemente coperto di una cappa grigia di nuvole ed il panorama, sempre uguale di colline desertiche.

Quando la strada sale su una bassa collina, vengo inghiottito da una fitta nebbia, la visibilità si riduce a pochi metri; poi, appena torno a valle, la nebbia scompare e rimane solo la cupola di nuvole.

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Raggiungo il bivio per Caral che sono le 16:30 e il dilemma è: entro o non entro? Ma sì, entro! Fintanto che viaggio con la moto e non (ancora) con i pullman, ne devo approfittare …

L’asfalto lascia il posto a un “duro” che diventa via via malmesso e sempre più pieno di buche. Il paesaggio è splendido di vegetazione e montagne desertiche e di roccia nera all’orizzonte. Incredibilmente, non appena mi allontano un minimo dal mare, la cappa grigia lascia il posto al cielo azzurro. Avevo dimenticato questo colore, negli ultimi giorni!

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Il “duro” corre, dopo 20 km supero due motociclisti fermi a lato della strada. Con la coda dell’occhio noto che sono fermi in corrispondenza di un bivio. Vuoi vedere che è il bivio per Caral e io sto proseguendo nella direzione sbagliata?
Torno indietro, chiedo ed effettivamente è così, il bivio per Caral è quello dove si sono fermati i due, che poi sono quattro, contando le rispettive fidanzate.

Dopo il bivio il “duro” si trasforma in una pista molto accidentata che supera alcuni guadi, fino ad arrivare in una piana circondata dalle montagne. In lontananza si vedono le piramidi di Caral.

Il sito attualmente è in fase di ispezione e scavo, quindi è proibito addentrarsi non accompagnati. La nostra guida in realtà è un archeologo e parla anche un discreto italiano perchè ha studiato a La Sapienza di Roma, ha lavorato con degli archeologi italiani ed ha vissuto un paio d’anni a Brescia.
Ci raggiungono una signora con le due figlie e le due coppie di motociclisti. Adesso che il gruppo è fatto, possiamo partire a seguito di Francisco, la guida-archeologo.
Il buio cala all’improvviso, rapido, ma facciamo in tempo a vedere le piramidi più alte ed articolate. E’ emozionante sentire di prima mano da chi sta effettuando il lavoro, come Francisco, le spiegazioni, ma soprattutto le congetture che ci sono dietro le interpretazioni che vengono normalmente date ai visitatori. Non essendoci documenti scritti, tutto è dedotto da quello che viene ritrovato. E trattandosi di una civiltà antichissima, anche i manufatti sono abbastanza elementari, senza rappresentazioni pittoriche o sculture a spiegare il significato di certe costruzioni o le tradizioni.
Tutto viene dedotto dalle pietre. Pare che adorassero il fuoco, che mantenevano in appositi spazi, chiusi all’esterno e l’organizzazione sociale era fondamentalmente teocratica, i sacerdoti detenevano il potere.

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Francisco é contento della mia presenza, perchè gli ricordo l’Italia, ha anche una sorella in Umbria sposata con un italiano.
Spiega un po’ in spagnolo e un po’ in italiano poi, un po’ perchè c’ero io l’italiano, un po’ perchè era tardi e non ci vedeva più nessuno, ci fa entrare in parti normalmente inaccessibili ai visitatori. In particolare nelle zone di preghiera, che in una parte della città sono quadrate, nell’altra sono rotonde, per questo parlano di una zona maschile (la prima, quadrata) e di una femminile (la seconda, rotonda).
Quelle rotonde sembrano dei teatri romani in miniatura: perfettamente rotonde e con poche file di gradinata.

Ormai è buio pesto, usciamo lasciando l’archeologo negli alloggi presenti all’interno del sito e facciamo carovana: l’auto con le 3 donne davanti e le 3 moto dietro. Stiamo seguendo i sentieri nella campagna, quando all’improvviso ci troviamo di fronte a un bivio. La ragazza che guida l’auto si ferma, mi fa cenno di raggiungerla:

“Dove, destra o sinistra?”

“Sinistra!”, rispondo sicuro.

Lei parte, quando da dietro uno dei due motociclisti inizia a suonare all’impazzata.

“E’ a destra!!!”

Torniamo indietro, aveva ragione, per fortuna che c’era lui!

Non so come mai, quando faccio inversione la luce abbagliante e quella anabbagliante smettono di funzionare. Ho solo la luce di posizione, che nell’oscurità totale in cui mi trovo, è del tutto inutile. Guido seguendo le luci rosse della macchina, senza vedere dove metto le ruote. Faccio i guadi seguendo il riflesso rosso dei fanali sull’acqua.
Se è così, almeno fino a quando non faccio sostituire la lampadina, non potrò più viaggiare di notte!

Torniamo finalmente sul “duro”, spengo e riaccendo la moto e, come con i computer, la luce riprende a funzionare!

I due motociclisti, uno con una custom e l’altro con una sportiva tipo ZZR 250, vanno lentissimi. Ad un certo punto, non vedo più le luci negli specchietti. Torno indietro e trovo il ragazzo con la sportiva disperato:

“Che è successo?”, gli chiedo.

“E’ uscita la catena!”

Mi chiedono se ho delle chiavi, ma per fortuna (diciamo così) negli ultimi giorni prima di partire, a Roma con la Duchessa ho mangiato pane e catena per un paio di giorni almeno. Anche a me si era sfilata e si era ingarbugliata così tanto che l’avevo lasciata in mezzo alla strada, andando a recuperarla il giorno dopo.

Riesco a rinfilare la catena in pochi secondi, guadagnando in un attimo la stima e l’ammirazione dei due motociclisti.

Gli consiglio di usare le marce basse, la prima, la seconda, di tenere il motore alto di giri andando un po’ veloce e di evitare quanto più possibile le buche, per tenere tesa la catena, ma nel giro di 3 km, si sfila di nuovo. La rimetto e lentamente raggiungiamo la Panamericana. Baci e abbracci, i motociclisti tornano al sud, io proseguo al nord con le donne. Decidiamo di fermarci a Barranca, una cittadina vicina.

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Troviamo l’albergo e passiamo la serata a ridere e scherzare nel ristorante dell’albergo. In particolare la signora mi fa morir dal ridere, quando mi prende in giro “sulla tua motita, tr-tr-tr-tr-tr!!!” e lo dice mimando me che tengo stretto il manubrio, sconquassato dalle vibrazioni! E non si capacita che su quella motita abbia potuto fare così tanta strada! TR-TR-TR-TR-tutto-vibra e giù a ridere! 🙂

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(Efect…che??)

Domani il piano è arrivare a Truijillo, sempre più verso l’Ecuador e il primo esame a cui dovrò sottostare senza i documenti necessari.

Finalmente Lima!

Oggi non voglio pensare ai problemi del viaggio. Ieri l’ho persa per schizzare da un consolato all’altro, oggi voglio dedicarmi alla città.

Prima però, devo risolvere il problema del bagaglio in più. Voglio chiedere sia a Fedex che a DHL quanto costa spedire un pacco in Italia, più o meno di 8 kg. Sono entrambi a Miraflores, trovo prima Fedex, 350 dollari. Poi vado da DHL: 420 dollari. Non male!

Nel frattempo ripenso alle parole della reception dell’albergo:

“Mi devi pagare una notte!”

“Sì, lo so …”, rispondo mentre sto uscendo.

“Ah, quindi ritorni!”, mi dice con tono più tranquillo.

“Certo che ritorno …”, rispondo pensando a stasera.

Forse lei intendeva “ritorni tra poco” e mi torna in mente quello che mi disse l’altra tipa alla reception quando arrivai ieri, che se volevo stare una terza notte dovevo dirglielo, perchè aveva molte richieste e doveva fermare la camera. Io mi sono dimenticato di confermare, lei di ricordarmelo.

Chiedo la cortesia alla mia amica di telefonare all’albergo, visto che sono in giro per chiedere della spedizione, dopo 5 minuti mi richiama e conferma la mia paura:

“Devi liberare la camera, per stanotte sono completi e non hai la stanza”

Torno di corsa in albergo; per fortuna un ostello nella stessa strada ha posto, ma perdo un mare di tempo per chiudere i bagagli e spostare tutto. Alla fine, la mattinata se n’è andata tra corrieri e albergo. Meno male che dovevo dedicarmi alla città!

Esco di nuovo e prendo un taxi al volo, destinazione Museo dell’Oro! Il piano terra è traboccante di armi di ogni tipo, foggia, provenienza, lavorazione. Non mi piacciono, tranne poche eccezioni in cui il lavoro artistico sovrasta il significato di morte che comunque associo ad ogni arma.

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(l’Ipocrisia: due mani che si stringono, come manico di un pugnale)

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(particolare della decorazione di una katana giapponese)

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L’esposizione dei gioielli e manufatti in oro è nel sotterraneo. Sarà l’umore guastato dalla notizia del passaggio di proprietà negato, sarà che continuo a trovarmi addosso guardiani che mi vietano di scattare fotografie, sarà il tempo, non lo so, comunque il museo non mi emoziona particolarmente, a parte pochi pezzi davvero incredibili come lavorazione e decorazione.

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Esco e prendo un altro taxi al volo, stavolta per il Museo Archeologico. Questo lo trovo bellissimo, pieno com’è di opere pre-colombiane che rappresentano scene di vita quotidiana, lavori, animali, persone. Trovo questa rappresentazione del quotidiano molto più interessante ed emozionante che non, ad esempio, gli eccessi e la monotonia dei quadri e delle opere coloniali: una sequenza di ritratti di parrucconi in pose statiche e scontate. Che differenza abissale!

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Esco aspettando la mia amica e il fidanzato nella piazza davanti al museo, mangiando anticucho e trippa alla brace, buono!

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Facciamo un giro in centro in auto, poi a piedi fino alla Plaza de Armas, con alcuni palazzi ben restaurati, dai balconi in legno intagliato. Mi piace Lima, almeno quello che ho visto ha dei bei palazzi eleganti, ampi spazi e un po’ di verde. Il traffico è da censurare, molto caotico.

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La giornata finisce a Callao, passeggiando sul lungomare (anche qui, come a L’Avana, si chiama Malecon), mangiando picaron e poi a casa dei genitori della mia amica, chiacchierando fino a tardi del Perù, delle sue bellezze, dell’Italia e del mio viaggio.

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(cuidame!!)

Domani … si parte, verso el Norte! Ci provo ad entrare quanto meno in Ecuador, almeno voglio vedermi sbattere la porta in faccia prima di rinunciare così al giro che avevo pensato!

Fine della corsa??

Anche oggi mi sveglio intontito, non mi sento riposato. Come al solito prendo il telefono e leggo le mail.

DOCCIA FREDDA dal Cile: Nicola mi dice che il passaggio di proprietà da lui a me è stato respinto!! Panico, e ora??

Salto sul letto e inizio a chiedermi cosa posso fare. Penso che devo approfittare di essere a Lima per chiedere ai consolati dei Paesi che mancano, se i documenti che ho sono sufficienti per entrare. Mi viene da ridere al solo pensiero di dover spiegare la situazione (moto non mia, prestata, autorizzata e tutto il resto) nel mio spagnolo zoppicante.

Prima tappa, il Brasile che è qui a Miraflores. Mi liquidano subito in maniera gentile ma categorica: serve l’autentica della dichiarazione notarile da parte del consolato brasiliano di Santiago del Cile. In poche parole, quello che ho fatto per il Perù.

Il successivo è la Colombia, che chiude alle 12. Mi accoglie una signora gentile, ma un filo aggressiva. Finisce per farmi il cazziatone: ma come, parti per un viaggio del genere e non ti informi nemmeno su che documenti servono per entrare nei vari Paesi??? Cerco di spiegarle che lo so cosa serve e che il piano era diverso, del passaggio di proprietà da Nicola a me, ma confondo ulteriormente le idee e vedo che si sta innervosendo sempre più e le dico di dimenticare quello che ho detto.

Mi liquida dicendomi che “Ormai è tardi, dalla Colombia non mi rispondono più. Lunedì e martedì è festa, se vuoi avere una risposta ufficiale, torna mercoledì”.

Sì, buonanotte! penso mentre ringrazio ed esco.

Prossima fermata, l’Ecuador. C’è di nuovo una signora, ma molto più gentile e disponibile di quella colombiana. La risposta è identica, ossia potrebbero respingermi alla frontiera, però detto con molta più cortesia. In tutti questi anni di viaggi, ho riscontrato che spesso le ambasciate e i consolati sono lo specchio dei Paesi. Sento che l’Ecuador mi piacerà, ma non vorrei fossero le ultime parole famose.

Ultima tappa, il Venezuela. Mi accoglie, si fa per dire, ancora una donna, gentile come un militare arrogante e scocciato:

“Che vuoi? Ah, dalle 2 in poi”, dice anzi declama minacciosa mentre esce e si allontana sul marciapiede.

Mancano 5 minuti alle 2, ma non faccio storie. Sarà figlia del regime di Chavez e del suo figlioccio Maduro …

Decido di non correre rischi e tornare alle 2 e mezzo.

Faccio un giro lungo avenida Arequipa e mi rendo conto che nella fretta di stamattina non ho preso la macchina fotografica, che per me è quasi uscire senza scarpe. Oggi niente foto quindi!
Passo davanti a eleganti villini ottocenteschi e alcuni parchi pubblici ben tenuti.

Arrivo fino ad una manifestazione. Inizialmente penso all’ennesima parata per l’indipendenza del Perù, poi mi accorgo che sono dei medici che protestano per l’esternalizzazione (sarà una forma di privatizzazione?) delle prestazioni mediche. Tutto il mondo è paese …

Torno al consolato venezuelano, stavolta ci sono due tipi in giacca e cravatta nera e camicia bianca che accolgono le 3 o 4 persone in fila fuori: loro all’interno della cancellata (chiusa) e noi fuori, sul marciapiede. Parliamo attraverso le sbarre, ognuno esponendo il suo caso, accavallando la voce a quella del vicino.

“Che ti serve?”

“Sto facendo un viaggio in moto e devo entrare in Venezuela, vorrei sapere se i documenti che ho sono sufficienti o serve altro”

“Torna lunedì, adesso non ci sono le persone dei documenti”

“Ma oggi non è aperto fino alle 5?”

“Sì, ma adesso non ci sono le persone che servono a te, torna lunedì”

Fine delle comunicazioni.

Torno in albergo affranto, pensando alle possibilità che ho per proseguire il viaggio.

Le uniche che vedo sono:
  – proseguo sperando che mi facciano entrare nelle frontiere “spagnole” (Ecuador, Colombia e Venezuela) usando la dichiarazione che ho e facendo, nel frattempo, l’autentica a Santiago per il Brasile, da farmi spedire da qualche parte, una volta pronta
  – tornare fino in Cile, fermandomi lungo la strada per visitare i posti che ho saltato finora, entrare in Cile, spedire la moto a Nicola e proseguire in aereo direttamente in Brasile, poi là con i mezzi locali

Altre idee non mi vengono …

Passo il resto del pomeriggio in albergo, scrivendo e pensando.

Questo proprio non ci voleva … è vero che il viaggio comunque prosegue e non è morto nessuno, però vedere il piano che avevo in testa infrangersi in questo modo è davvero amaro.

Vediamo se la notte porta consiglio, domani comunque la dedico a visitare Lima, visto che la giornata di oggi l’ho praticamente buttata.

Dal paradiso di Paracas alla metropoli di Lima

Stamattina non riesco a carburare, dò la colpa alla medicina che ho preso ieri sera per il mal di testa, dovuto penso alla mancanza di sonno degli ultimi giorni, dalla levataccia alle 4 per Machu Picchu in poi.

Lentamente e faticosamente riprendo coscienza e mi alzo. Sto per andare in bagno quando faccio letteralmente un salto all’indietro: la porta della stanza è socchiusa!!

Mi guardo intorno, cerco e controllo e non manca nulla. Non vorrei suggestionarmi, ma da come mi sento intontito e dalla porta aperta, mi verrebbe da pensare che mi abbiano narcotizzato, ma penso siano solo fantasie perché anche oggetti molto evidenti, come il tablet sul tavolino, portafogli e altro sono esattamente al loro posto. Sicuramente sono ancora i postumi della medicina e della stanchezza non recuperata.

Mi preparo con molta calma poi, una volta che la moto è carica ed ho salutato il mitico proprietario dell’ostello, parto e vado a fare un giro nella parte più orientale di Paracas.
Passo a fianco della consueta (ne ho viste molte da quando sono in Perù) parata di festeggiamento per l’indipendenza del Paese e proseguo sul lungomare che diventa, man mano che mi allontano dal centro, sempre più elegante di ville lussuose con parchi, piscine ed architetture moderne ed eleganti.

La strada piega a seguire la baia di Paracas e termina nel resort dell’Hilton.
Provo ad entrare nella parte di spiaggia libera proprio a fianco del resort, quando da una villa poco distante sento e soprattutto vedo due molossi da guardia abbaiarmi e corrermi incontro.
Ok, infrango la promessa di dare un calcio al primo cane che prova ancora ad aggredirmi, però inizio ad essere stanco di questi cani che ovunque vado mi corrono dietro desiderosi di assaggiarmi!

Chiedo ad un operaio al lavoro in una villa come faccio ad andare all’ingresso della Riserva di Paracas, che vedo al di là di un’ampia parte recintata di sabbia, senza dover fare il giro lungo almeno una ventina di km che torna a Paracas e prende la strada locale lì vicino:

“Chiedi all’Hilton, loro hanno una via privata che taglia questa parte di sabbia e arriva sulla strada di ingresso alla riserva”.

Faccio i 100 metri indietro fino al gabbiotto dell’Hilton e chiedo. Il guardiano sorride e alza la sbarra. Gracias amigo!

Arrivo all’ingresso della riserva, pago i 5 soles di ingresso ed entro. L’asfalto scompare e prende il suo posto un “duro” sabbioso e umido che si addentra tra le dune. La Riserva di Paracas è un deserto costiero molto ampio, di dune sabbiose dai colori ocra e marrone, almeno così appare sotto la cappa di nebbia che anche oggi opprime il cielo.

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E’ suggestiva e, probabilmente per via del tempo, malinconica e desolata. Seguo tutte le indicazioni per le varie attrazioni, come la spiaggia rossa, che è davvero di sabbia rossa per un minerale presente nelle rocce intorno, poi la Cattedrale, che era un arco di roccia sul mare, ma che dopo il terremoto del 2007 non esiste più, poi altre playas fino a Lagunillas.

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Questo è un microscopico villaggio dove, se ci sono 5 pescatori, ci sono 10 ristoranti di pesce. Comunque dà l’idea di come dovevano essere i villaggi di pescatori prima dell’avvento del turismo: poche baracche dove vivono i pescatori, le rispettive barche ancorate nella baia di fronte e nulla più. Qui si è salvato (a parte i 10 ristoranti 😉 solo perchè si trova all’interno della riserva, altrimenti avrebbe fatto la fine degli “ameni villaggi di pescatori” (usando l’espressione cara alle guide turistiche per attrarre le persone) di tutto il mondo, dove di pescatori non c’è più nemmeno l’ombra e le baracche sono state sostituite da alberghi più o meno eleganti.

Non volendo, arrivo a Lagunillas che sono le 13:30: se non mangio adesso, quando mangio? Mi concedo quindi un bel pranzo a base di polpo, gamberi, vari molluschi e altre prelibatezze, accompagnato dalla buonissima “chicha morada“, tanto per non bere sempre Inca Kola e mi rimetto in viaggio.

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Esco dalla riserva sulle note del bellissimo album “Indossai” di Alessandro Grazian nelle orecchie, trovo che le sue orchestrazioni e melodie ben si addicano al paesaggio e al clima e riprendo la Panamericana sulle note crescenti e esaltanti di Chiasso.

Prima di raggiungere la statale, incrocio un gruppo di moto “occidentali”, sembra quasi una visione. Saluto, a bordo della minuscola Pollita.

La Panamericana dopo Chincha diventa sempre più brutta di borghi industriali e caotici che sembrano cresciuti spontaneamente e disordinati ai bordi della strada. Sempre sotto il cielo plumbeo che pesa sulla testa da stamattina, con la pioggerellina tipica, la nebbia del mare, come l’aveva chiamata il proprietario dell’ostello di Paracas.

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Arrivo in vista di Lima che ormai è buio, sulle note energiche degli Invers per tenermi sveglio.
Pretendo, in una metropoli sterminata come Lima, di trovare la zona di Miraflores senza cartina e senza GPS che ormai non funziona più dai giorni di La Paz, ma alla fine arrivo, mi sembra anche più rapidamente rispetto a come andò a Santiago quasi un mese fa.

Raggiungo l’albergo, che si presenta con un inquietante cartello di chiusura per problemi con non so quali leggi.

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Mi scaravento in doccia, che il mio corpo aspetta desideroso ormai da alcuni giorni e consegno il tablet che portavo dall’Italia alla sorella di un’amica (storia lunga … 😉 però ormai il soprannome di moto-tablet rimane acquisito!
Vado a mangiare un boccone, prima di crollare a letto esausto.

Domani vorrei visitare come minimo il Museo de l’Oro e quello Archeologico, poi si vedrà!

Un po’ di riposo tra cormorani, pinguini e leoni marini

Oggi riposo … per modo di dire, perché la sveglia è alle 7, destinazione islas Ballestas!

Perché si parte così presto? Non so, visto anche che a quell’ora il cielo è coperto da una pesante coltre di nubi e cade un pioggerellina finissima, impalpabile.

“E’ la nebbia del mare!”, mi spiega il gestore dell’ostello dove alloggio.

Bel clima, mi dico! Ma dimentico sempre che siamo in inverno …

Il gruppo è nutrito e quando arriviamo al porticciolo di Paracas, scopro che siamo in numerosa compagnia: ci sono almeno altri 3 gruppi di una trentina di persone, ognuno diretto ad un motoscafo. Partiamo tutti insieme. Forse è per una ragione di sicurezza, se a uno succede qualcosa, ci sono altre imbarcazioni pronte a soccorrerle, ma secondo me sarebbe meglio distanziarle un minimo e far fare (l’eventuale) lavoro di sicurezza in mare ad una Guardia Costiera.

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Fatto sta che tutti i motoscafi si avviano più o meno all’unisono, prima tappa, il Candelabro. É una figura creata sul terreno (tecnicamente si chiama geoglifo) come le linee di Nasca, ma mentre queste ultime sono state studiate in tutti i modi, questo invece no, per cui non si nemmeno se è coevo o di altra epoca rispetto alle linee.

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E’ impressionante e incredibile vedere queste figure enormi, pensare alle persone che le hanno ideate e create e, naturalmente, viene da chiedersi … perché? Cosa volevano fare, comunicare?
La guida ci dice che nonostante sia fatta praticamente nella sabbia, ha resistito nei millenni perché qui non piove mai e il vento arriva sempre da terra.

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La prua punta nuovamente in mare aperto e andiamo alle isole Ballestas.

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In pratica sono due scogli disabitati, nel senso che sono piuttosto piccole e letteralmente coperte di uccelli: cormorani di diverse varietà, pinguini di Humboldt e molti altri volatili che non conosco; in più, ci sono i leoni marini. Che passano il tempo, con tutto lo spazio che c’è, a starsi uno addosso all’altro e a cercare di mordersi. Forti!

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Giriamo intorno alle isolette raggiunti dalla fragranza del guano che si raccoglie a tonnellate quando, passando sotto un arco, sento come uno spruzzo d’acqua addosso.
Penso ad un’onda, poi però mi dico che sono al centro della barca e siamo quasi fermi, ma soprattutto mi guardo … sono stato centrato da un simpatico volatile! Ho schizzi molto acquosi e biancastri sul cappello ma soprattutto sulla giacca e un minimo sulla macchina fotografica.
Sulla giacca il guano va ad aggiungersi a:
  – smog e polvere di migliaia di km
  – una parte di una melassa appiccicosa che era un integratore comprato a Roma prima di partire e poi
  – un abbondante bicchiere di Inca Kola che mi sono rovesciato addosso ieri all’aeroporto di Nasca.
Un bel mix saporito!

Torniamo al porto e gli animali ci regalano un ultimo spettacolo: prima un leone marino insegue la barca, esibendosi in acrobazie di salti fuori dall’acqua e immersioni e poi diversi stormi di cormorani e di gabbiani ci seguono a breve distanza, volando velocissimi a pochi cm dall’acqua, alzandosi ed abbassandosi in sincrono sulle onde, una vera danza.

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Dietro al porto faccio colazione con succo di frutta fresca e una fetta di torta, poi vado a riposarmi in ostello.

Nel pomeriggio passeggio sulla spiaggia, praticamente deserta a parte qualche turista, osservando ancora un po’ di uccelli e meduse enormi arenate sulla sabbia, poi proseguo il riposo in ostello, approfittandone di un wifi finalmente decente.

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Esco per cena, ma prima devo comprare qualcosa per il mal di testa. Le mie medicine sono talmente sepolte nella sacca a cilindro che non mi va di prenderle! Chiedo informazioni ad un signore che gentilmente mi accompagna mentre scambiamo quattro chiacchiere.
In farmacia:

“Vorrei qualcosa per il mal di testa, per favore”

“Mal di testa forte?”

“Sì, molto forte …”

“Ok, quante ne vuoi?”

“Prego?”

“Le pastiglie …”, mi dice, prendendo in mano un paio di forbici e una confezione di compresse. Al che capisco e rispondo:

“Una … anzi no, due, non si sa mai”

In molti paesi esteri si trova questa abitudine di darti le compresse che desideri, non per forza tutta la scatola. Magari lo facessero anche in Italia! Mi ricorda una scena epica di “Un giorno di ordinaria follia” 😉
Invece periodicamente mi ritrovo a svuotare i cassetti e buttare molti medicinali (con spreco di soldi, inquinamento, ecc) per via di confezioni irragionevolmente grandi.

Ho deciso di dedicare la serata allo studio dello spagnolo. Non mi porto nulla, né telefono, né cartine o altre distrazioni: solo il dizionario spagnolo con la grammatica in appendice.
Mi siedo nel ristorante fronte mare, faccio in tempo ad aprire il dizionario, quando al tavolo a fianco si siede una coppia con cui avevo scambiato due chiacchiere stamattina sulla barca in gita alle Ballestas. Mi invitano al tavolo, addio spagnolo perché sono inglesi e iniziamo a parlare ovviamente nella loro lingua, che per me è immensamente più facile, però non mi aiuta nel mio obiettivo spagnoleggiante.

Lui si chiama Sanjay, è nato a Londra, ma i suoi sono delle Mauritius:

“Ah, Sanjay, un nome indiano!”

“Sì, per via dei miei genitori …”

E lei: “Ah sì, Sanjay è un nome indiano??”

E meno male che stanno insieme …

E domani … Lima!! La terza (e ultima!) capitale sud americana in un mese che sono in viaggio 🙂

A Paracas, nel segno della vigogna

Avrei potuto dedicare questa giornata alle incredibili Linee di Nazca o ad una delle più belle strade che abbia mai percorso, però … le vigogne sono splendide e protette, per cui la dedico a loro.

Mi metto in moto abbastanza presto, con addosso quella sensazione morbida di sonno non ancora passato del tutto. L’aria è fresca e il cielo azzurro brillante. Metto nel casco uno degli album che preferisco di Paolo Conte, Paris Milonga, che inizia con la meravigliosa Alle prese con una verde milonga.

” La vera musica, che sa far ridere,
e all’improvviso ti aiuta a piangere”
(tratto da “La vera musica”, contenuta in Paris Milonga, Paolo Conte)

Uscendo da Puquio la strada si riporta in quota, per non perdere l’abitudine all’alta montagna.

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Percorro altre gole e supero altre montagne, finché non arrivo a un centinaio di km da Nasca, dove si trova l’area protetta Pampa Galeras, santuario delle splendide vigogne. La moto è a pieno carico e oggi mi aspettano diverse cose da fare, però una breve escursione non me la nego.
Già lungo la pista ne incontro diverse, in lontananza ne intravedo molte altre. Sono bellissime e nemmeno troppo spaventate dalla mia presenza, anche se comunque, per sicurezza, si allontanano in tutta fretta.

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Torno sulla strada principale ed inizio la lunga discesa verso Nasca. Mi ritrovo così su una delle strade più belle, scenografiche, emozionanti e divertenti che abbia mai percorso. Inizia prima con il percorrere una stretta gola, con un piccolo torrente sul fondo, poi abbandona la gola e si apre da un lato su una duna di sabbia altissima e dall’altro su una serie di montagne che si rincorrono fin oltre l’orizzonte. La strada prosegue poi con una serie infinita di tornanti, fino ad impegnarsi a superare l’ultima serie di basse ma tortuosissime colline prima della piana dove si trova Nasca.

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Strada spettacolare che mi fa vivere uno di quei momenti di esaltazione in cui ritrovo conferma della superiorità assoluta del viaggio “on the road”, per vivere e scoprire al 100% i posti che si visitano e della moto come IL mezzo per eccellenza, che unisce il divertimento della guida “fisica” alle emozioni dell’immersione totale nel paesaggio circostante.

Atterro a Nasca dopo decine di km di curve e tornanti e passo di fronte al sito archeologico sugli acquedotti. Mi aspetto il classico acquedotto romano ad archi, invece mi trovo davanti a delle buche elicoidali, ricordano il guscio delle lumache, sul cui fondo scorre l’acqua, limpida e cristallina.
Quando arrivo, una giovane insegnante sta cercando di catturare l’attenzione di una quarantina di bambini che pensano a tutto, tranne che all’antico acquedotto di Nasca.

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Dopo un paio di settimane riprendo la Panamericana che avevo abbandonato in Cile e vado verso Lima.

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Purtroppo la cartina è sbagliata e devo tornare a Nasca per andare all’aeroporto e provare a guardare le Linee di Nasca dall’alto. Questo errore mi costa 50 km in più, anche se riesco brevemente a visitare il museo dedicato a Maria Reiche, che studiò le linee per tutta la vita.

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Vado all’aeroporto, non sono nemmeno sceso dalla moto che vengo accalappiato da un impiegato (tra le proteste di quello di un’altra agenzia, arrivato un istante dopo) di una delle 9 agenzie turistiche che organizzano il volo aereo sopra le linee.

“Quanto costa il volo?”, chiedo al tipo.

“250 soles”

“Facciamo 200”

Mi guarda come se l’avessi offeso, poi rilancia:

“230 solo perchè sei tu!”

“Vabbè, 220 …” contropropongo.

“OK … sei un buon contrattatore eh?!”

Insomma … anzi, proprio no.

Sono le 16 e ancora non ho mangiato, mi metto in pari con due empanadas di carne e una Inca Kola.

Finalmente si parte e per la prima volta in vita mia salgo su un trabiccolo mono-elica. L’aereo non mette a proprio agio, è microscopico e leggerissimo, basta uno starnuto e si muove tutto.

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Decolliamo e il pilota, per far vedere bene le figure sia a chi è seduto a sinistra, chi dall’altro lato, vira vorticosamente  e si mette quasi in verticale. Tre o quattro giri ed ecco il mio stomaco chiedere pietà, per poi minacciare di cacciare fuori tutto quello che ho mangiato.

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(la Balena)

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(l’Astronauta)

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(la Scimmia)

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(il Cane, è in verticale, sulla sinistra)

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(il Colibrì)

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(il Ragno)

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(il Condor)

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(l’Albero)

Il mio stomaco è ormai allo stremo quando il pilota propone un fuori programma, sorvolare … li acquedotti di Nasca! Tutti sono entusiasti, tranne me, visto anche che li ho già visitati!

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Comunque, concentrandomi su un punto all’orizzonte riesco a resistere, poi finalmente il volo finisce con un atterraggio perfetto, tra l’altro.

Riprendo la Panamericana che ormai è il tramonto e chiudo la giornata al buio, come al solito.

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La strada è lunga, ma anche questa finisce, arrivo al bivio per Paracas, la strada punta al mare e me ne accorgo dal profumo di salsedine che sento nell’aria. Mi butto nel primo ostello che trovo e, un istante dopo, a letto, sono stanchissimo.

Domani, voglio visitare le isole Ballestas e non so cos’altro, vediamo cosa succede!